La Nave dei Folli: esilio del diverso, e altri naufragi

Nel 1494 a Basilea Sebastian Brant pubblica La nave dei folli (Das Narrenschiff). È un’operetta satirica in versi, suddivisa nella prima edizione in 112 capitoli illustrati da altrettante xilografie attribuite ad Albrecht Dürer.

L’immagine dell’imbarcazione il cui equipaggio è costituito unicamente da pazzi era già diffusa nella tradizione europea, dall’Olanda all’Austria, e compariva in diversi poemi a partire dal XIII Secolo. Brant però la utilizza a scopi umoristico-moralistici, dedicando a ogni stolto passeggero un capitolo, e facendone una sorta di compilazione dei peccati, dei difetti e delle meschinità umane.

Ciascun personaggio è l’espressione di una specifica “follia” dell’uomo – la cupidigia, il gioco d’azzardo, la crapula, l’adulterio, le chiacchiere, gli studi inutili, l’usura, la voluttà, l’ingratitudine, la bestemmia, eccetera. Ci sono capitoli per coloro che disubbidiscono al medico, per gli arroganti che correggono di continuo gli altri, per chi si caccia volontariamente nei guai, chi si crede superiore, chi non sa mantenere un segreto, chi sposa donne vecchie per l’eredità, chi se ne va in giro di notte a cantare e suonare quando è tempo di riposare.

La visione di Brant è impietosa, sebbene in parte stemperata dai toni carnascialeschi; e in effetti la nave dei pazzi ha una correlazione evidente con il Carnevale – che potrebbe prendere il suo nome dal carrus navalis, il carro delle processioni costruito, appunto, a forma di barca.
Il Carnevale era il momento dell’inversione “sacra”, in cui ogni eccesso era lecito, si poteva liberamente parodiare il clero o i potenti mettendo in scena pantomime e sberleffi sfrenati: le “navi su ruote”, cariche di maschere e di caratteri grotteschi, portavano effettivamente la follia nelle piazze. Ma queste esternazioni erano accettate soltanto in quanto limitate a un periodo preciso, eccezione consentita per rafforzare l’equilibrio.

Foucault, che della nave dei pazzi scrive nella sua Storia della follia, ne fa il simbolo di una delle due grandi strategie non programmatiche messe in atto nei secoli per combattere il pericolo della malattia (e, più genericamente, del Male che si annida nella società).

Da una parte c’è appunto il concetto della Stultifera Navis, che consiste nella marginalizzazione di tutto ciò che è ritenuto insanabile. Le navi piene di disadattati, matti e poco di buoni forse sono esistite per davvero: come scrive P. Barbetta, “i folli venivano allontanati dalle città, imbarcati su navi per essere abbandonati altrove, ma il navigatore spesso le gettava a mare o le sbarcava in qualche landa desolata, dove morivano. Molti annegavano.


Il pazzo e il lebbroso venivano esiliati fuori dalle mura in una sorta di grande rito di purificazione comunitario:

Il gesto violento che li scaccia dalla vita della polis definisce retroattivamente la natura immunitaria della Comunità dei normali. Il folle è infatti considerato un tabù, un corpo estraneo che deve essere spurgato, allontanato, escluso. I marinai diventano allora i loro custodi: essere stivati nella Stultifera navis e abbandonati sulle acque manifesta l’esigenza di un rituale simbolico di purificazione ma anche un imprigionamento senza alcuna possibilità di redenzione. La libertà di una navigazione senza rotta è, in realtà, una schiavitù impossibile da riscattare.

(M. Recalcati, Scacco alla ragione, Repubblica, 29-05-16)

Dall’altra parte Foucault individua un secondo modello, anch’esso antico, riemerso a partire dalla fine del XVII Secolo in concomitanza con l’esplodere della peste: il modello dell’inclusione dell’appestato.
Qui la società non cede all’istinto di bandire a priori una parte dei cittadini, ma pianifica invece una capillare rete di controllo per stabilire chi è ammalato e chi è sano.
La letteratura e il teatro hanno spesso descritto le epidemie di peste come un momento in cui tutte le regole saltano, ed è il disordine a imperare; al contrario Foucault vede nella peste il momento in cui viene istituito un potere politico “esaustivo, un potere senza ostacoli, un potere interamente trasparente al suo oggetto; un potere che si esercita pienamente” (da Gli anormali).
Si implementa lo strumento della quarantena; si organizzano ronde quotidiane, si controllano gli abitanti quartiere per quartiere, casa per casa, addirittura finestra per finestra; la popolazione è censita e parcellizzata fin nei minimi denominatori, e chi non si presenta all’appello è escluso dal consorzio sociale in maniera “chirurgica”.
Ecco perché questo secondo modello mostra i caratteri sadiani del controllo assoluto: una società appestata piace a chi sogna una società militare.

Come si noterà, una vera e propria integrazione della follia e della diversità non sembra essere mai stata contemplata.

Le figure davvero scandalose (ricordava Baudrillard in Simulacri e simulazione) sono ancora il pazzo, il bambino e l’animale – scandalosi perché non parlano. E se non parlano, se esistono al di fuori del logos, sono pericolosi: bisogna negarli, o perlomeno non considerarli, per non rischiare di mettere a repentaglio i confini della cultura.
E dunque i bambini non sono reputati capaci di intendere né di volere, non sono uomini a pieno titolo e ovviamente non contano in alcuna decisione (ma essendo comunque cittadini in fieri almeno vengono protetti); gli animali, con i loro occhi misteriosi e il loro mutismo insopportabile, vanno sempre sottomessi; i folli, infine, sono relegati alla loro nave di cui è meglio non sapere nulla, destinata a perdersi tra i flutti.

Alla triade di “scandali” di Baudrillard si potrebbe forse aggiungere un’ulteriore categoria, più problematica, quella dello Straniero – che parla sì una lingua, ma non la nostra, e che fin dall’antichità è stato visto di volta in volta come foriero di novità feconde oppure di pericolo, come “scherzo di natura” (incluso nei bestiari e nei resoconti di meraviglie esotiche) oppure monstrum inconciliabile con la società progredita.

In sostanza, la contrapposizione tra la città/terraferma intesa come Norma e l’esilio marittimo del diverso non è mai tramontata.

Ma per tornare alla satira di Brant, quel Narrenschiff che ha fissato nell’immaginario collettivo l’allegoria della nave: si potrebbe ipotizzarne una lettura meno reazionaria o conformista.
Infatti guardando meglio la folla di disadattati, matti e stolti, è difficile non identificarsi almeno in parte con qualcuno dei “naviganti”. Non è un caso che nel penultimo capitolo l’autore si diletti a includere perfino sé stesso nella dissennata marmaglia.

Per questo sorge il dubbio: e se il libro non fosse una semplice messa alla berlina dei vizi umani, ma piuttosto una metafora disperata della condizione esistenziale? Se quei volti grotteschi, avidi e riottosi fossero i nostri, e non esistesse davvero alcuna terraferma?
Se è così – se noi siamo i pazzi –, cosa ci ha spinto a questa follia?

C’è una quinta e ultima categoria di interlocutori “scandalosi-perché-non-parlano”, con cui abbiamo molto, troppo in comune: sono i cadaveri.

E gli scheletri beffardi, nella narrativa del memento mori, sono personaggi-funzione tanto quanto i matti galleggianti di Brant. Anche nelle danze macabre ognuno degli scheletri rappresenta la propria specifica vanagloria, ciascuno esibisce il suo patetico orgoglio mondano, il suo grado nobiliare, con la convinzione incrollabile d’essere principe o pecoraio.

Nonostante tutti gli stratagemmi escogitati per renderla simbolica, per motivarla, la morte è ancora l’innesco che fa crollare il castello di carte. Il cadavere è il vero osceno incurabile perché non comunica, non lavora e non produce, né conosce buone maniere.
In quest’ottica allora la nave dei folli, ben più capiente di quanto sospettato, non imbarca soltanto i viziosi e i peccatori ma l’umanità intera: rappresenta l’assurdità dell’esistenza che la morte depriva di senso. Di fronte a questa realtà, il diverso, il deviante non esistono più.

A renderci pazzi è dunque il presagio: quello dell’inevitabilità del naufragio.
La perdita della ragione, cioè, avviene nel momento in cui ci si rende conto che il crederci separati dalla natura è stata una sublime illusione. “L’umanità – nelle parole di Brechtè tenuta in vita dagli atti bestiali”. E con un atto bestiale, muore.

L’occhio luccicante (glittering eye) del vecchio marinaio di Coleridge ha il bagliore di chi ha intravisto la verità: egli ha scoperto quanto labile sia il confine tra la nostra pretesa razionalità e i mostri, gli spettri, la dannazione, l’animalità, ed è condannato a raccontarlo per sempre.

L’umanità resa folle dalla visione della morte è quella dei disperati della zattera della Medusa; e la grande intuizione di Géricault, al fine di studiare la gamma dei colori della carne, fu di procurarsi e portare nel suo studio degli autentici arti mozzati e teste umane – riduzione dell’uomo a taglio di macelleria.

Nonostante nel dipinto ultimato l’orrore sia controbilanciato dalla speranza (la goletta salvifica avvistata all’orizzonte), non fu certo quest’ultima ad accendere l’interesse dell’artista, né ad alimentare le successive polemiche. Il fulcro qui è la carne oscena, il cannibalismo, l’atto animalesco, il Panico che irrompe e assedia, il naufragio come orgia in cui ogni ordine precipita.

Acqua, acqua ovunque”: è pazzo chi si crede sano e sensato, ma diventa pazzo chi si rende conto della mancanza di senso, della caducità del mondo… In questo dilemma senza soluzione sta tutto il dramma dell’uomo fin dai tempi dell’Ecclesiaste, nell’impossibilità di operare una scelta razionale.

Da questa follia non si può guarire, da questa nave non si può scendere.
Non resta altro, forse, che abbracciare l’assurdo, emozionarsi per l’avventurosa traversata, e restare attoniti di fronte all’antico cielo stellato.

Das Narrenschiff di Brant è disponibile online nell’edizione originale tedesca, in una traduzione inglese del 1874 in due volumi (1 & 2), oppure per l’acquisto su Amazon.

13 commenti a La Nave dei Folli: esilio del diverso, e altri naufragi

  1. Giacomo ha detto:

    Complimenti come sempre Ivan, un pezzo davvero emozionante.

  2. Livio ha detto:

    Non che gli altri articoli fossero da meno, ma questo è uno di quelli ai massimi livelli, vuoi per le implicazioni storiche, artistiche… Veramente straordinario.

    • bizzarrobazar ha detto:

      Grazie Livio, sono riflessioni che avevo ‘sotto pelle’ da un po’ senza trovare la forma giusta. 🙂

  3. gery ha detto:

    Concordo con Livio, articolo veramente, veramente bello!

  4. gery ha detto:

    Non è un esempio culturalmente di spessore come quelli riportati nell’articolo, ma mi è tornata in mente la scena di un film d’animazione di Takahata. In questa scena sono presenti dei tanuki (i cani-procioni protagonisti di molte leggende Giapponesi) che non essendo in grado di trasformarsi in esseri umani e quindi non potendo vivere in mezzo a loro, una notte di balli e alcol, s’imbarcano in una nave che li porta via con se. Metafora della morte di chi non ha saputo adattarsi al progredire della “società civile”.

  5. Matteo ha detto:

    Veramente interessante questo articolo! Complimenti! Il cadavere è l’allegoria dell’introspezione incomprensibile. Il folle è il terrore dell’autoanalisi.

    • bizzarrobazar ha detto:

      Il cadavere conserva ancora i tratti umani, per questo inquieta. “Introspezione incomprensibile”, o meglio impossibile, dato che la morte non si può immaginare senza ricorrere in qualche modo a un io che osserva.

  6. Megatheriya ha detto:

    Grazie grazie grazie! Sempre molto interessanti i tuoi articoli, ma questo mi ha veramente spiazzato, forse perché proprio qualche giorno fa mi era tornata alla mente l’immagine della Narrenschiff e avevo proprio fatto un accostamento con l’ “inevitabilità del naufragio” della Ballata del vecchio marinaio. Devo dire, questo articolo mi ha commosso. Complimenti!

  7. Antonello ha detto:

    Esaltante! Mi complimento e ringrazio. Seguo il Bazar da anni. Per curiosità, per sete di cultura, per avidità di stimoli, per il bisogno di “amici”, per narcisismo, per…
    Oggi si è dato uno di quei momenti in cui l’impressione netta è di aver assistito al raggiungimento di una vetta. Con articoli come questo l’autore conduce il lettore in là, molto in là.
    Del tutto immune al protagonismo on line e alla pratica del commento, oggi per la prima volta in oltre vent’anni di navigazione web non ho resistito.
    In aggiunta: i Nexus 6 tornavano (o torneranno a novembre del prossimo anno) sulla Terra (dov’erano banditi) dirottando un vascello nell’Extramondo ed uccidendone l’equipaggio. Varie le conseguenze di quell’attacco. La più interessante, a mio avviso, consiste nell’innescarsi del dubbio: l’agente deputato al “ritiro” dei replicanti perde la certezza della propria umanità. Il controllore avverte di essere oggetto dell’attenzione da parte del potere oltre che uno dei suoi modi di attuarsi. La logica e la politica del bando contiene un implicito elemento di rischio per lo stesso potere che lo ha emesso?

    • bizzarrobazar ha detto:

      Grazie per i complimenti. Si potrebbe dire che ogni rimosso torni prima o poi a galla, freudianamente. C’è una famosa massima di Burroughs (uno che sull’ossessione del controllo aveva riflettuto tutta la vita) che recita: “The Mark you can’t beat is the Mark inside” – traducibile più o meno con “l’allocco che non puoi fregare è quello che sta dentro di te”; ma la frase gioca anche sul doppio senso di mark come “marchio” indelebile. Il concetto è che siamo vittime dei nostri stessi raggiri, sia a livello psicologico che sociale. In questo senso l’esilio del diverso è affine al concetto del capro espiatorio: crediamo di allontanare l’impuro, mentre in realtà stiamo bandendo la parte di noi stessi che rifiutiamo. In antropologia ci sono pagine bellissime su come la società “sceglie” appropriatamente il capro espiatorio – dev’essere diverso da noi, ma non troppo, e simile, ma non troppo, altrimenti non vi è purificazione. Affinché il sacrificio abbia effetto bisogna potersi immedesimare nella vittima, in quanto incarnazione di ciò che ci fa paura in noi stessi. Ecco perché, come giustamente dici, c’è sempre un aspetto problematico in ogni nuova, metaforica nave che carichiamo di pazzi o disadattati. Forse in fondo si tratta dell’ennesima illusione di controllo; il potere esercita un distanziamento da qualcosa – il “marchio” dentro di noi – di cui in verità è impossibile liberarsi.

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