Alberto Martini, il maudit dell’arte italiana

Chi vive nel sogno è un essere superiore;
chi vive nella realtà uno schiavo infelice.
Alberto Martini, 1940

Alberto Giacomo Spiridione Martini (1876-1954) è stato uno degli artisti italiani più straordinari della prima metà del Novecento.
Fu autore di una vastissima produzione grafica che include incisioni, litografie, ex libris, acquerelli, biglietti da visita, cartoline, illustrazioni a corredo di libri e romanzi di vario genere (da Dante a D’annunzio, da Shakespeare a Victor Hugo, da Tassoni a Nerval).

Nato a Oderzo, studia disegno e pittura sotto la guida di suo padre Giorgio, professore di disegno all’Istituto Tecnico di Treviso. Influenzato inizialmente dal manierismo tedesco cinquecentesco di Dürer e Baldung, si spinge poi verso un simbolismo sempre più personale e raffinato, sostenuto da un bagaglio culturale e visivo d’eccezione. A soli 21 anni espone per la prima volta alla Biennale di Venezia; vi parteciperà per 14 anni consecutivi.
L’anno successivo, il 1898, mentre è a Monaco per collaborare con alcune riviste conosce il celebre critico d’arte napoletano Vittorio Pica che, impressionato dal suo stile, sarà per sempre il suo più convinto sostenitore. Pica lo ricorda così:

L’uomo, poco più che ventenne […] mi riuscì di prim’acchito simpatico nella riservatezza signorile, seppure un po’ fredda […], nell’eleganza sottile della persona, nel pallore del volto, in cui alla freschezza sensuale delle labbra rosse contrastava lo sguardo strano, fra acuto e astratto, fra disdegnoso e canzonatorio.

(in Alberto Martini: la vita e le opere 1876-1906, Oderzo Cultura)

Dopo aver disegnato 22 tavole per la storica edizione della Divina Commedia stampata nel 1902 dai fratelli Alinari a Firenze, a partire dal 1905 si dedica al ciclo di illustrazioni a china per i racconti di Edgar Allan Poe, che rimangono una delle vette della sua arte.
In questa serie, Martini fa sfoggio di una spiccata visionarietà, allontanandosi dalla minuziosa osservazione realistica dei primi lavori, e allo stesso tempo sviluppando una vena crudele ed estetizzante che ricorda Rops, Beardsley e Redon.

Durante la Prima Guerra Mondiale pubblica cinque serie di cartoline intitolate Danza Macabra Europea: si tratta di 54 litografie di propaganda satirica contro l’impero austroungarico, distribuite tra gli alleati. Ancora una volta Martini dimostra di possedere una fantasia grottesca senza freni, ed è anche in virtù di questi lavori che egli è oggi ritenuto un precursore del Surrealismo.

Amareggiato dalla scarsa considerazione di cui gode in Italia, si trasferisce a Parigi nel 1928. “Hanno giurato — scriverà nella sua autobiografia— di cancellarmi come pittore nella memoria degli italiani, impedendomi di presenziare nelle esposizioni e nel mercato italiano [….]. So bene che la mia pittura originale può dar noia agli scarabocchini ed ai criticonzoli miopi“.
A Parigi conosce il gruppo surrealista e sviluppa una serie di dipinti alla “maniera nera”, per poi passare negli anni successivi a un più acceso uso del colore (la “maniera chiara”) per cercare di carpire le visioni estatiche che lo posseggono.

La grande finestra del mio studio è aperta nella notte. In quel nero rettangolo passano i miei fantasmi e con loro amo conversare. Mi incitano a essere forte, indomito, eroico, mi sussurrano segreti e misteri che forse ti dirò. Moltissimi non crederanno e me ne duole per loro, perché chi non ha immaginazione vegeta in pantofole: vita comoda, ma non vita d’artista. Una notte senza stelle, in quel rettangolo nero mi vidi come in uno specchio. Mi vidi pallido, impassibile. E’ la mia anima, pensai, che ora specchia il mio volto nell’infinito e un giorno specchiò chissà quali mie sembianze, perché se l’anima è eterna non ha né principio né fine e noi non siamo ora che un suo differente episodio terreno. E questo pensiero rivelatore mi turbava […]. Assorto com’ero in questi intricati pensieri, trasalii sentendomi accarezzare in modo strano la mano che avevo posata sopra un libro aperto sotto una lampada. […] Mi voltai e vidi posata accanto alla mia mano una grande farfalla notturna che mi guardava battendo le ali. Anche tu, pensai, stai sognando e l’incantesimo dei tuoi immoti occhi di polvere mi vede un fantasma. Sì, notturna e bella visitatrice, sono un sognatore che crede nell’immortalità, o forse un fantasma del sogno eterno che chiamiamo vita.

(A. Martini, Vita d’artista, manoscritto, 1939-1940)

In ristrettezze economiche, Martini torna a Milano nel 1934. Continuerà il suo incessante e multiforme percorso artistico lungo gli ultimi vent’anni della sua vita, senza mai ottenere il successo sperato. Si spegne l’8 novembre 1954. Oggi le sue spoglie giacciono insieme a quelle della moglie Maria Petringa nel cimitero di Oderzo.

Il fatto che a Martini non sia mai stata tributata la collocazione che gli spetterebbe nel panorama dell’arte italiana di inizio secolo è forse da imputare alla sua predilezione per i temi grotteschi e per le atmosfere lugubri (è purtroppo risaputa la mala reputazione che il fantastico ha scontato, e sconta, nel nostro paese). Non giovò nemmeno l’eclettismo della sua produzione, che rifuggeva da qualsiasi etichetta o facile categorizzazione: l’originalità, che giustamente egli riteneva un punto di forza, fu paradossalmente ciò che lo costrinse a rimanere “un artista periferico e occulto, continuando ad aggirarsi, come un’anima dannata, tra le zone inesplorate della storia dell’arte” (Barbara Meletto, Alberto Martini: L’anima nera dell’arte).

Eppure la sua figura è fortemente emblematica del passaggio culturale tra il decadentismo romantico ottocentesco e le nuove, più oscure urgenze deflagrate assieme al primo conflitto mondiale. Al pari del suo contemporaneo Alfred Kubin, con il quale condivise l’immaginario irreale e il tratto macabro, Martini si fece portavoce di quelle tensioni esistenziali che sarebbero poi sfociate nel surrealismo e nella metafisica.

L’interpretazione delle allegorie satiriche di alcune cartoline della Danza Macabra Europea si può trovare qui e qui.
La Pinacoteca Civica di Oderzo è dedicata ad Alberto Martini e prosegue gli studi sulla sua opera.

12 commenti a Alberto Martini, il maudit dell’arte italiana

  1. Livio ha detto:

    Grandissimo artista! “È purtroppo risaputa la mala reputazione che il fantastico ha scontato, e sconta, nel nostro paese”… Vera verità! Andrebbe riscoperto…
    Ottimo articolo

  2. Marta ha detto:

    Ricordo la mia prima raccolta di Poe, con le illustrazioni di Martini. Facevano quasi più paura dei racconti…

    • bizzarrobazar ha detto:

      Senza contare che la farfalla-ninfa figurava anche su uno dei volumi di racconti di Lovecraft editi a inizio anni 90 da Mondadori, a cura di Giuseppe Lippi.

  3. Giulietta ha detto:

    Tre anni fa Visitai la pinacoteca ad Oderzo, molto interessante, la consiglio. L’autoritratto è meraviglioso, ed anche altre opere mi hanno stregata, per esempio il bacio.

  4. stefano ha detto:

    Martini, Artista ingiustamente dimenticato. Pur in altro genere mi ricorda un altro grande dimenticato, Antonio Rubino, sanremese, 1880/1964, noto come illustratore per bambini, settore nel quale eccelle per originalità, ma che raggiunge, in alcune tavole, evidentemente destinate ad un pubblico adulto, una seducente sensualità visionaria…. Se non lo conosci ti manderò alcune immagini via mail…

  5. Piero ha detto:

    Mi sembra che il mostro centrale della tavola “Il suicidio europeo” sia identico al mostro del film “Predator”, o meglio, Predator è identico al disegno di Martini.

  6. Giacomo ha detto:

    Grazie per il bell’articolo, un artista che ancora non conoscevo. Inoltre mi hai fornito un più che papabile nome per un ipotetico figlio maschio: Spiridione! Non dovrebbe avere omonimo a scuola!

  7. […] je découvre très tardivement l’œuvre de Alberto Martini (en italien), un peintre précurseur du surréalisme. Combien d’autres merveilles de ce style est-ce que […]

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