Jules Talrich, tra anatomia e luna park

Qualche tempo fa ho scritto di quelle particolari epifanie che mettono in correlazione diversi punti della nostra mappa mentale che credevamo distanti tra loro, quelle convergenze inaspettate tra storie e personaggi apparentemente non correlati.

Eccone un’altra di incredibile: che cos’hanno in comune il cadavere preservato del filosofo inglese Jeremy Bentham (1), il celebre studio di Duchenne sulle espressioni del volto (2), il Museo dei luna park di Parigi (3) e le cere anatomiche (4)?

La congiuntura in questo caso è un solo uomo: Jules Talrich, nato a Parigi nel 1826.

La famiglia Talrich proveniva da Perpignan, nei Pirenei. Lì il nonno di Jules, Thadée, era stato capo chirurgo all’ospedale; sempre lì suo padre, Jacques, aveva operato come chirurgo militare per poi trasferirsi a Parigi, due anni prima che nascesse Jules.
Fin da bambino, dunque, Jules crebbe a contatto con la medicina e la pratica anatomica. Suo padre infatti, era diventato celebre per la fabbricazione di modelli in cera; questa sua fama gli aveva valso il posto di ceroplasta ufficiale alla Facoltà di Medicina di Parigi nel 1824. Possiamo immaginare il piccolo Jules che scorrazza per il laboratorio del padre, e che guarda il genitore con ammirazione mentre lavora ai suoi scorticati in cera.

Quando aveva solo 6 anni, nel 1832, Jules vide probabilmente il padre modellare la testa di Jeremy Bentham.
Il famoso filosofo utilitarista aveva infatti deciso, un paio d’anni prima di morire, che il suo corpo avrebbe dovuto essere dissezionato pubblicamente, imbalsamato ed esposto in una teca. Ma il processo di mummificazione della sua testa, eseguito da un anatomista amico di Bentham, Southwood Smith, non aveva dato i risultati previsti: il volto era diventato scuro e rinsecchito, e venne giudicato eccessivamente macabro. Così a Jacques Talrich – la cui fama di ceroplasta era tale da oltrepassare la Manica – era stata commissionata una testa in cera che riproducesse alla perfezione le fattezze di Bentham. La cosiddetta “auto icon” è ancora oggi esposta in un corridoio dello University College di Londra.

Fu dunque così che il giovane Jules crebbe circondato da modelli in cera, e partecipando al fianco del padre alle dissezioni sui cadaveri nella Facoltà di Medicina. Poco più che ragazzo, cominciò a lavorare come prosettore, cioè sezionando e preparando i pezzi anatomici per le lezioni all’Università; in laboratorio, imparò presto l’arte di replicare con la cera le più intricate strutture ossee, muscolari e vascolari del corpo umano.

Quando Jacques morì nel 1851, Jules Talrich ereditò l’impresa di famiglia e proseguì, com’era naturale, l’attività. Nel 1862 venne nominato ceroplasta all’Università, lo stesso posto che suo padre aveva occupato per tanti anni; proprio come suo padre, anche Jules divenne rinomato per i suoi modelli anatomici in cera o gesso, sia normali che patologici, che per la loro squisita fattura vennero commissionati ed esibiti in diversi musei e riscossero un enorme successo in diverse Esposizioni Universali.

Oltre alla vasta produzione scientifica, la Maison Talrich forniva servizi in campo funebre, modellando maschere funerarie o ricostruendo volti eccellenti come quello del Cardinale Richelieu realizzato a partire dalla sua testa imbalsamata. L’abilità del ceroplasta francese si rivelò utile anche in alcuni casi criminologici, ad esempio per identificare il cadavere di una donna tagliato a metà, trovato nella Senna nel 1876. Le cere di Talrich erano richieste inoltre in ambito religioso, e la ditta realizzò diverse, importanti effigi in cera di santi e martiri.

Talrich però influenzò in qualche misura anche il mondo dell’intrattenimento e delle fiere itineranti. All’inizio del 1866 aprì sui Grands Boulevards il “Musée Français”, un museo delle cere sull’impronta del celebre Madame Tussauds di Londra.

L’esposizione proposta da Talrich aveva un taglio marcatamente popolare: al piano superiore si potevano vedere personaggi letterari, storici e mitologici (da Adamo ed Eva a Don Chisciotte, da Ercole a Vesalio) mentre con un supplemento di 5 franchi si poteva accedere al piano sotterraneo, attraverso una stretta scala a chiocciola. Qui, nella studiata semioscurità da “camera degli orrori”, si trovavano le attrazioni più morbose – scene di tortura, cere patologiche e via dicendo. La visita terminava con l’illusione del “decapitato parlante”, brevettato dal professor Pepper (lo stesso inventore del Pepper’s ghost di cui ho parlato qui); peccato che il pubblico comprese presto che l’effetto era realizzato nascondendo il corpo di un attore dietro a due specchi, e in breve tempo per la folla il vero divertimento diventò il lancio di palline di carta sulla testa del povero figurante.

Che un rinomato e serio ceroplasta, con posto fisso all’Università, si dedicasse a questo genere di intrattenimento popolare non deve stupire più di tanto. Il suo museo, in effetti, si inseriva in un più ampio movimento che nella seconda metà del Diciannovesimo secolo aveva portato l’anatomia all’interno dei circhi e dei luna park itineranti, in bilico tra educazione scientifica e sensazionalismo.

In quegli anni tra le attrazioni secondarie delle fiere di paese si contava sempre anche un museo delle cere. Qui erano raggruppate

le figure pedagogiche che dovevano fornire informazioni sulle popolazioni lontane e sui misteri della procreazione, spiegare perché bisognava lavarsi e non bere troppo, mostrare come difendersi dalle malattie veneree e dalle ambiguità della consanguineità. Era una morale illustrata, ma anche l’occasione di lustrarsi gli occhi in buona coscienza, di farsi voyeur per virtù. Un riassunto delle perversità della civilizzazione borghese.

(A. de Baecque, “Tristes cires”, Libération, 13 luglio 2001)

Una strana e ambigua commistione di scienza e spettacolo:

i musei anatomici itineranti trovarono posto nelle fiere, a fianco dei padiglioni di divulgazione scientifica, dei musei delle cere storiche e degli altri diorami, manifestazioni del passaggio dalla cultura alta alla cultura popolare. Questi nuovi tipi di musei si differenziavano dai musei pedagogici universitari per il loro scopo e per il tipo di pubblico a cui erano destinati: contrariamente a questi ultimi, dovevano toccare il grande pubblico delle fiere itineranti come attrazioni lucrative, il che spiega la natura spettacolare di alcuni pezzi. Eppure, non persero mai del tutto la loro vocazione pedagogica, sebbene ritradotta in senso moralizzatore, come testimoniano le collezioni di “igiene sociale”.

(H. Palouzié, C. Ducourau, “De la collection Fontana à la collection Spitzner,
l’aventure des cires anatomiques de Paris à Montpellier
”, in In Situ n. 31, 2017)

Il Musée Français ebbe vita breve, e Talrich fu costretto a chiudere dopo meno di due anni di attività; nel 1876, aprì un secondo museo, questa volta più scientifico (ancorché non del tutto privo di attrazioni voyeuristiche) nei pressi di Montmartre. Qui erano esposti quasi 300 modelli patologici, e alcune cere etnologiche.


Ma oltre ai suoi propri musei, Jules Talrich fornì cere e gessi per tutta una serie di altre collezioni – sia stabili che itineranti – come il Musée Grevin, il Grand Panopticum de l’Univers o il famosissimo Museo Spitzner.
In effetti, buona parte dei pezzi che circolavano nei luna park erano stati realizzati da Talrich; e alcune di queste cere anatomiche, assieme a dei veri preparati patologici e teratologici, sono oggi conservate in un “gabinetto segreto” all’interno del Musée des Arts Forains ai Pavillons de Bercy di Parigi. (Questo museo, interamente dedicato alle fiere itineranti, è a mio avviso uno dei luoghi più meravigliosi del mondo e, ça va sans dire, l’ho incluso nel mio Paris Mirabilia).

Jules Talrich andò in pensione nel 1903, ma i suoi nipoti continuarono l’attività ancora per qualche tempo. Jules e suo padre Jacques sono ricordati come i più grandi ceroplasti francesi, assieme a Jean-Baptiste Laumonier (1749-1818), Jules Baretta (1834-1923) e Charles Jumelin (1848-1924).

Per concludere, l’ultima curiosità – nonché l’ultima “congiuntura”.

Di Jules Talrich ci rimangono diverse fotografie per un motivo particolare. Appassionato di fisiognomica e frenologia, Jules si era infatti prestato nel 1861 agli esperimenti di Guillaume Duchenne sulle espressioni facciali collegate alle emozioni (di cui ho parlato in questo post). Gli scatti che ritraevano Talrich furono inclusi da Duchenne nel suo Mécanisme de la physionomie humaine, pubblicato l’anno seguente.

Ma il bel volto di Jules, dagli iconici mustacchi, è visibile anche in alcuni écorché in gesso, a cui Talrich fornì le sue stesse fattezze: se per vezzo d’artista, o come simbolica meditazione sulla sua stessa mortalità, non lo sapremo mai.

(Grazie, calliroe!)

4 commenti a Jules Talrich, tra anatomia e luna park

  1. Brittany ha detto:

    Just received my bundle of all 5 books. Amazing customer service, amazing books. They came in only 3 days from Italy to America !

    Just wanted to let you know how much I adore you and your work! 😊

  2. Livio ha detto:

    FANTASTICO!

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.