La web serie di Bizzarro Bazar: Episodio 3

Nel terzo episodio della web serie di Bizzarro Bazar parliamo di alcuni scienziati che hanno tentato di ibridare l’uomo con le scimmie, di un incredibile impermeabile fatto di budella, e del Prepuzio di Gesù Cristo.

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Scritto & condotto da Ivan Cenzi
Diretto da Francesco Erba
Prodotto da Ivan Cenzi, Francesco Erba, Theatrum Mundi & Onda Videoproduzioni

ILLUSTRATI GENESIS: Giornate 1 & 2

Sono andato in libreria e ho chiesto alla commessa, ‘Dov’è la sezione di auto-aiuto?’.
Mi ha risposto che se me l’avesse detto, avrebbe vanificato il mio intento.
(Steven Wright)

Quest’anno i sette numeri del magazine #ILLUSTRATI di Logos Edizioni si ispirano ognuno a una giornata della Genesi.
Anche la mia rubrica sulla rivista dovrà attenersi a questa linea; ho deciso quindi di proporre ai lettori sette lezioni di self-help, facendo il verso a quei libri e corsi di “crescita personale” che — nonostante siano spesso risibili — pare piacciano tanto.
In ogni numero partirò da un dettaglio risaputo per cercare di re-incantarlo, svelando un retroscena sorprendente che si cela dietro quella banalità.

Le prime due “giornate” sono già state pubblicate; ve le propongo qui, riunite in un post doppio.

Sette piccole lezioni per riscoprire il quotidiano.
Sette giorni per la Creazione… di una nuova prospettiva.

GIORNO 1 – E LA LUCE FU

Il dettaglio risaputo: Accendiamo la luce nella stanza: un gesto scontato, automatico, ripetuto ogni giorno. Nemmeno guardiamo più quell’interruttore, e la lampadina che illumina la stanza non è in fondo nulla di speciale.

Thomas Edison e George Westinghouse.

Il retroscena: L’elettricità trasmessa è detta a corrente continua (DC) quando procede soltanto in una direzione, o alternata (AC) quando il flusso scorre avanti e indietro, cambiando direzione molte volte al secondo. Alla fine degli anni ’80 dell’Ottocento, Thomas Edison aveva messo a punto il sistema a corrente continua, che era affidabile ma aveva un grosso problema: poteva viaggiare solo fino a un miglio dalla centrale che aveva prodotto l’energia elettrica. La corrente alternata di George Westinghouse, invece, poteva essere trasmessa economicamente su lunghe distanze, ma il sistema era ancora complesso, sperimentale e non ancora ben compreso dagli stessi ingegneri.
Per assicurarsi il nascente mercato, la compagnia di Edison e quella di Westinghouse avviarono una propaganda senza esclusione di colpi, battezzata dalla stampa la “Guerra delle correnti”. Ognuno dei due sosteneva che la sua soluzione fosse migliore e più sicura dell’altra; durante questa controversia un ingegnere elettrico di nome Harold Brown (di cui nessuno aveva sentito parlare prima di allora) decise di schierarsi lanciando una crociata anti-AC. Al fine di dimostrare la pericolosità della corrente alternata, pagò dei ragazzini perché catturassero centinaia di cani randagi dalle strade che poi lui uccise a uno a uno, collegandoli a un generatore del tipo usato da Westinghouse. A sentire lui, i risultati dimostravano senza ombra di dubbio i rischi connessi all’uso della AC – ma in realtà alla base del suo studio non c’era alcuna metodologia scientifica. Brown decise di organizzare una dimostrazione pubblica delle sue ‘scoperte’ e il 30 luglio 1888 somministrò a un cane diverse scariche di corrente continua fino a 1000 volt (per provare che l’animale sarebbe sopravvissuto). Quando invece gli trasmise una scarica di corrente alternata a 330 volt, l’animale morì con un ultimo, terribile latrato. Lo spettacolo fu però un boomerang per Brown, perché sortì l’unico effetto di scandalizzare il pubblico: non soltanto l’esperimento era inutilmente crudele, ma per di più, quando il cane aveva ricevuto la scossa fatale, era già esausto per quelle inflitte in precedenza – quindi la brutale messinscena non serviva affatto a dimostrare quale tipo di elettricità fosse più pericoloso. Così, quattro giorni più tardi, Brown ripeté la sua dimostrazione, uccidendo questa volta tre cani con una scarica di AC da 330 volt. Ma nemmeno questo tentativo valse a influenzare l’opinione pubblica, perché di lì a poco si scoprì che Harold Brown non era in realtà un ricercatore indipendente, ma era stato assoldato da Edison proprio per screditare il concorrente.
La Guerra delle correnti giunse all’apice quando nel 1890 lo stato di New York votò a favore della sostituzione dell’impiccagione con la sedia elettrica. Su pressione di Edison, venne deciso che la AC sarebbe diventata la “corrente della morte”. Un brutto colpo per Westinghouse, che però nel frattempo era riuscito ad assicurarsi il brevetto messo a punto da Nikola Tesla per un motore a induzione polifase. Grazie a questi e altri perfezionamenti tecnici, fu Westinghouse a vincere la battaglia e a ultimare, nel 1895, un’enorme centrale elettrica sulle cascate del Niagara.
Edison non si rassegnò mai alla sconfitta subita. Nel 1903 si offrì volontario per giustiziare con la corrente alternata l’elefantessa Topsy, colpevole a quanto si diceva di aver ucciso due guardiani del circo. Il 4 gennaio alle 2.45 pm il pachiderma venne fulminato con una scossa da 6600 volt, mentre le cineprese di Edison filmavano l’esecuzione. Ma nemmeno quest’ultimo, macabro exploit servì a mettere in cattiva luce la corrente alternata, che ormai era già diventata lo standard sia negli USA sia in Europa. E che ancora oggi accende le nostre lampadine.

Il momento dell’esecuzione di Topsy.

La Prima Lezione: La corrente è “cosa buona e giusta”, perfino essenziale, ma è costata il sacrificio di molti animali caduti in maniera insensata solo per vincere una guerra di brevetti. Questo ci suggerisce un pensiero un po’ scomodo ma essenziale – il fatto che spesso a una luce corrisponda un’ombra, e che per ogni chiarore sia inevitabile una parte di oscurità. Come canta Bob Dylan, “dietro ogni cosa bella, c’è stato qualche tipo di dolore”.

 

GIORNO 2 – IL FIRMAMENTO

Il dettaglio risaputo: Usciamo la mattina per andare al lavoro, buttiamo un’occhiata veloce al cielo, per controllare se c’è qualche nuvola. Sappiamo chi siamo e cosa dobbiamo fare. Ogni sera rientriamo a casa mentre comincia a fare buio, proprio quando appaiono le prime stelle. Alle stelle, alla loro assurdità, non pensiamo. Abbiamo lavorato, dunque sappiamo chi siamo.

Campo ultra profondo di Hubble, 2014.

Il retroscena: È facile dimenticarsi che l’universo rimane un mistero assoluto. Che forma ha, com’è iniziato, come finirà, cosa c’era prima, cosa verrà in seguito: questi sono essenzialmente campi di speculazione.
Nonostante l’enorme quantità di dati raccolti e analizzati, e a dispetto delle molte teorie sviluppate, astrofisici e cosmologi non di rado rimangono interdetti di fronte a ciò che vedono. Si potrebbe dire che in astronomia la sorpresa è la norma.
La materia che riusciamo a osservare, attraverso i nostri telescopi e gli altri strumenti di rilevazione, si comporta talvolta in modo così imprevisto che per spiegarne le dinamiche è necessario ipotizzare l’esistenza di qualcos’altro.
In altre parole, visto che quello che osserviamo “non torna”, dev’esserci qualcosa di più – e non si tratta di poca cosa, stiamo parlando del 95% in più: gli studiosi, cioè, hanno congetturato che quanto possiamo vedere costituisca soltanto il 5% dell’intero universo.

Uno dei fenomeni più complessi da interpretare è l’espansione dell’universo.
Subito dopo l’esplosione iniziale, il cosmo è cresciuto in maniera rapidissima; ma la gravità esercitata dalle galassie tra di loro ha agito da freno e, come un palloncino quando è ormai gonfio, il cosmo ha cominciato a rallentare la sua espansione. Questa decelerazione faceva supporre agli astronomi che in un futuro lontanissimo tutto si sarebbe fermato e raffreddato. Questa era la fine prospettata per l’universo a meno che, raggiunto un certo punto, il processo non si fosse invertito portando al cosiddetto Big Crunch (il movimento opposto al Big Bang).
Questa visione rimase pressoché immutata per tutto lo scorso secolo, finché nel 1998 due diversi team di scienziati, indipendentemente l’uno dall’altro, arrivarono a una scoperta sconcertante. Sembra che l’universo abbia continuato a rallentare la sua espansione per circa metà della sua vita. Ma poi, 6 o 7 miliardi di anni fa, a sorpresa ha ricominciato ad accelerare. Oggi le galassie schizzano via in ogni direzione molto più velocemente di un tempo. Com’è possibile che d’un tratto abbiano preso a muoversi così in fretta? Cosa le sta spingendo alla deriva?
Dato che non c’è alcuna spiegazione apparente, gli astronomi hanno ipotizzato che esista una forza che non vediamo, chiamata energia oscura, responsabile di questa accelerazione. Se questa forza motrice esiste, deve trattarsi di un’energia di entità straordinaria per sviluppare la pressione necessaria a spostare intere galassie. Per far “tornare i conti”, l’energia oscura dovrebbe costituire circa il 68% dell’intera energia del cosmo; se a questa aggiungiamo la materia oscura (altra massa la cui esistenza abbiamo dovuto presupporre), ecco che si arriva a quel 95% – la percentuale dell’universo formata da elementi costitutivi che non si palesano nemmeno ai migliori dei nostri strumenti.
L’idea che là fuori, tutto intorno al nostro piccolo pianeta, vi sia un’immensa e invisibile ‘forza’ oscura che gioca a biglie con le galassie potrebbe inquietare gli animi più sensibili. Ma nemmeno l’alternativa è molto rassicurante. Infatti quegli studiosi che rifiutano l’ipotesi dell’energia oscura sostengono qualcosa di ancora più paradossale, almeno per la mente del profano: in realtà il cosmo non starebbe affatto accelerando, ma sarebbe il tempo a rallentare. Secondo questa interpretazione, l’accelerazione sarebbe solo un’illusione ottica percepita da un osservatore che, come noi, si trovi all’interno di uno spaziotempo che sta lentamente fermandosi.

Ma le cose sono in realtà ancora più bizzarre. Dobbiamo infatti considerare che quanto detto finora parte dal presupposto che le leggi fisiche siano sempre identiche, immutabili; e fino a poco tempo fa tutto lasciava supporre che il cosmo avesse sempre ‘funzionato’ alla medesima maniera. Poi, nel 2010, uno studio australiano ha messo in discussione questo assunto. Alcune misurazioni effettuate dal Very Large Telescope Project dell’ESO sembrerebbero mostrare una variazione nel tempo della cosiddetta costante di struttura fine – un parametro fondamentale dell’elettromagnetismo che, come suggerisce il nome stesso, dovrebbe rimanere invariato. Questa scoperta, se confermata, implicherebbe che le leggi universali della fisica (gravità, tempo, spazio, velocità della luce, ecc.) non sono forse così universali, ma potrebbero cambiare nel tempo o magari perfino a seconda della ‘zona’ dell’universo.

La Seconda Lezione: Viviamo in una specie di grande enigma, un paradosso in cui l’unica certezza è l’assenza di certezze. Se non capiamo nemmeno in che razza di strano posto siamo capitati, come possiamo sapere sempre con convinzione quello che dobbiamo o non dobbiamo fare, cos’è giusto e cosa sbagliato? Forse, come ricordava Chuang-Tzu, a essere sicuri di tutto sono solo gli stolti, che “credono d’essere desti, e sanno minuziosamente se sono principi o pecorai”. E che, tornati a casa dal lavoro, non hanno dubbi su chi sono, su cosa ci si aspetta da loro, né pensano mai all’assurdità delle stelle.

La web serie di Bizzarro Bazar: Episodio 2

Nel secondo episodio della serie web di Bizzarro Bazar: mummie officiali e derivati del corpo umano usati in medicina; un misterioso artista; un teatro ricavato dalla carcassa di una balena.

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Scritto & condotto da Ivan Cenzi
Diretto da Francesco Erba
Prodotto da Ivan Cenzi, Francesco Erba, Theatrum Mundi & Onda Videoproduzioni

La carne e il sogno: anatomia del surrealismo

Qualche giorno fa sono stato invitato a parlare al Roma Tatttoo Museum nell’ambito di Creative Mornings, evento culturale che si tiene ogni mese in tutto il mondo; si tratta di una colazione gratuita e informale abbinata a una conferenza su un tema stabilito globalmente, lo stesso per tutte le 196 città in cui si svolge l’iniziativa. Il tema di gennaio era SURREAL, e ho dunque deciso di parlare dei rapporti tra anatomia e surrealismo. Ecco la trascrizione riveduta del mio discorso.

Bruxelles, 1932.
Nei pressi della stazione ferroviaria si tiene l’annuale Foire du Midi, che raduna nella capitale tutti i luna park itineranti che girano il Belgio.


Il nostro protagonista è quest’uomo, di poco più di trent’anni, che si aggira tra le giostre e le varie attrazioni finché il suo sguardo non viene catturato da un poster che pubblicizza il museo anatomico del Dottor Spitzner.

Il Dottor Spitzner in realtà non è nemmeno un dottore, ma un anatomista che ha provato a mettere in piedi un museo a Parigi; non ci è riuscito, e si è messo a viaggiare con il luna park. La sua collezione, dietro la facciata pedagogica (il museo sulla carta dovrebbe informare la popolazione dei rischi relativi alle malattie veneree o all’abuso di alcol), è pensata soprattutto per stuzzicare il voyeurismo degli spettatori.


La prima cosa che attira l’attenzione del nostro uomo è una bellissima donna addormentata realizzata in cera: un meccanismo le fa sollevare e abbassare il petto come se stesse respirando. L’uomo paga il biglietto ed entra nel baraccone. Ma una volta superate le tende di velluto rosso, si presenta ai suoi occhi una visione di meraviglia e orrore. Cere patologiche mostrano i danni della sifilide, corpi mostruosi come quelli dei gemelli Tocci uniti alla vita, scene di operazioni chirurgiche. Donne vengono operate da mani “fantasma”, prive di braccia o corpi. La stessa Venere dormiente vista all’entrata viene smontata sotto gli occhi del pubblico, organi dopo organo, in una specie di spettacolare dissezione.

 

Quell’uomo è sconvolto, e la visione del museo Spitzner cambierà per sempre la sua vita.
Il nostro protagonista, infatti, si chiama Paul Delvaux ed è un pittore che fino a quel momento ha realizzato paesaggi bucolici post-impressionisti, francamente poco personali.

Dopo la sua visita al museo Spitzner, invece, la sua arte prenderà una strada del tutto differente.
I suoi quadri divengono visioni oniriche, in cui quasi tutti gli elementi sembrano rimandare a quel trauma originario o, meglio, a quell’epifania originaria. Gli strani non-luoghi in cui sono calate le figure sembrano sospesi a metà strada fra i paesaggi metafisici di De Chirico e le scenografie fintamente neoclassiche delle fiere di paese; i quadri sono popolati di veneri dormienti e nudi femminili dall’erotismo freddo e ieratico; vi si affollano di decine di scheletri; senza contare che proprio la stazione del treno diventerà un altro chiodo fisso dell’artista.

Riguardo a quell’esperienza Delvaux dichiarerà, molti anni dopo:

Quella atmosfera inquietante, perfino un po’ morbosa, l’insolito di quella esposizione di cere anatomiche in un luogo dove per elezione esplodono la gioia, il rumore, le luci, la giovialità […] Tutto ciò ha lasciato delle tracce profonde per moltissimo tempo nella mia vita. La scoperta del museo Spitzner mi ha fatto virare completamente nella mia concezione della pittura.

(citato in H. Palouzié e C. Ducourau, De la collection Fontana à la collection Spitzner, In Situ [En ligne], n.31, 2017)

Ma perché Delvaux è rimasto talmente toccato dalla visione dell’interno del corpo umano?
Nel Dittatore dello stato libero di Bananas (1971), Woody Allen si risveglia dopo aver preso una botta in testa, si tocca la ferita e guardandosi le dita esclama: “Sangue! Dovrebbe essere dentro!”. Credo non esista una definizione più sintetica dell’anatomia come rimosso freudiano.


Quello che sta dentro al corpo dovrebbe rimanere fuori scena (osceno). Non dovremmo mai vederlo, perché altrimenti significa che qualcosa è andato storto. L’interno del nostro corpo è un territorio misconosciuto e un tabù – e più avanti vedremo anche perché.
Quindi certo, c’è la fascinazione per l’osceno, soprattutto per un uomo come Delvaux che proviene da una famiglia rigida e puritana; una mescolanza di impulsi erotici e di morte.


Ma c’è di più: quelle cere hanno qualcosa che va al di là della realtà. Quello di cui Delvaux ha fatto esperienza è il surrealismo dell’anatomia.
In effetti quando entriamo in un museo anatomico, accediamo a una dimensione totalmente aliena, spiazzante, assurda.

Non stupisce dunque che i surrealisti, a cui Delvaux era vicino, abbiano sfruttato l’anatomia per destabilizzare: il surrealismo è alla perenne ricerca di questo tipo di elementi e di esperienze che liberino e facciano esplodere l’inconscio.
E il surrealismo ha anche una fascinazione per la morte, a partire dal Poisson soluble, la silloge a opera di Breton che accompagna il Manifesto (l’idea di un “pesce solubile” può far sorridere, ma è in verità disperatamente drammatica) o dal celebre gioco creativo del “cadavere squisito”.
D’altronde nel Manifesto del Surrealismo è scritto a chiare lettere: “Il surrealismo v’introdurrà nella Morte, che è una società segreta”.

Ecco allora che Max Ernst nei suoi collage per Una settimana di bontà utilizza spesso ritagli di illustrazioni anatomiche; Roland Topor taglia e spella i suoi personaggi con crudeltà sadiana, per portare alla luce l’inconscio minaccioso e mostruoso che si agita sotto la pelle; Réné Magritte copre il volto dei suoi due amanti con un panno, come fossero già cadaveri sul tavolo autoptico, donando così alla coppia un aspetto funereo.

Ma è soprattutto Hans Bellmer a fare dell’anatomia il fulcro del suo lucido universo espressivo, dapprima con la serie di foto delle bambole artigianali scomponibili, mediante le quali reinventa il corpo femminile; e in seguito con le sue acqueforti dove i vari dettagli anatomici si fondono e si confondono in nuove configurazioni di carne e di sogno. Tutta l’arte di Bellmer è ossessivamente e feticisticamente tesa a scoprire quale sia l’algoritmo che rende il corpo femminile così seducente (l’algebra del desiderio, secondo la sua stessa definizione).

Nel ciclo di litografie intitolato Rose ouverte la nuit, in cui una ragazza solleva la pelle del ventre per scoprire gli organi interni, Bellmer rimanda direttamente all’iconografia delle terrecotte o delle cere anatomiche, e delle tavole dei primi trattati di medicina.

Quest’idea che il corpo umano sia un territorio da esplorare e cartografare deriva direttamente dagli albori della disciplina anatomica. Il primo a spalancare a fini di studio questo spazio segreto, in maniera davvero programmatica, fu Vesalio. Di lui ho scritto spesso, e rimando a questo articolo per comprendere la portata della sua rivoluzione.


Eppure nonostante tutto, anche dopo Vesalio i sensi di colpa legati all’atto della dissezione non diminuiscono – aprire un corpo umano è ancora visto come un atto sacrilego.
A questi sensi di colpa, secondo diversi studiosi, è da attribuire la “vivificazione” degli écorché, gli scorticati rappresentati nelle tavole anatomiche, che vengono mostrati in pose plastiche come se fossero vivi e vegeti – un’iconografia mutuata in parte da quella dei santi che esibiscono le mutilazioni del martirio.

Nelle tavole anatomiche del Sei-Settecento questa tendenza diviene talmente visionaria da sfociare in una sorta di fantastico involontario (cfr. R. Caillois, Nel cuore del fantastico, 1965).
Un esempio eclatante è l’illustrazione seguente (dalla Historia de la composicion del cuerpo humano di Valverde, 1556) che mostra un cadavere sezionato che a sua volta ne disseziona un altro: surrealismo ante litteram, fantasia macabra di livello straordinario.

Del problema estetico si era coscienti già all’epoca: due tra i più grandi anatomisti di fine Seicento, Govert Bidloo e Frederik Ruysch, furono acerrimi nemici proprio perché avevano idee diametralmente opposte sull’estetica giusta da dare alla disciplina anatomica.


Bidloo, nei suoi trattati, aveva preteso delle illustrazioni che fossero il più realistiche possibile. La dissezione vi era mostrata in maniera del tutto concreta, con tanto di corpi legati e spilli per il fissaggio delle parti. La visione era tutto tranne che idealizzata, anzi il realismo veniva spinto all’estremo in una tavola in cui è addirittura inclusa una mosca che si posa sul cadavere.

Dall’altra parte la sensibilità di Ruysch era quella tipica delle wunderkammer, e così come egli abbelliva i suoi preparati animali con composizioni di coralli e conchiglie, così faceva anche con i preparati umani per renderli più gradevoli all’occhio.

Le sue preparazioni anatomiche erano artistiche, quando non apertamente allegoriche; rimangono celebri i suoi diorami, oggi purtroppo andati perduti, realizzati interamente a partire da materiali organici (calcoli usati come rocce, arterie e vene essiccate a fare da alberi, scheletrini fetali che si asciugano le lacrime su fazzoletti ricavati dalle meningi, ecc.).

Spesso le parti preservate venivano impreziosite di pizzi e merletti che cuciva la figlioletta di Ruysch, Rachel, la quale fin dalla tenera età aiutava il padre nelle sue dissezioni (tanto da venire immortalata con uno scheletro in mano, sulla destra, nella Lezione di Anatomia del Dottor Frederik Ruysch di Jan van Neck).

Si può dire che Ruysch fosse un anatomista ma anche uno showman (antesignano quindi di quel Dottor Spitzner il cui museo tanto colpì Delvaux), abile nel rendere spettacolare la sua arte in modo da riscuotere maggiore successo nelle corti europee. E in un certo senso fu lui a vincere la disputa con Bidloo, perché la qualità surreale delle illustrazioni anatomiche rimase pressoché incontrastata fino all’avvento del positivismo.

Se torniamo al Novecento, però, le cose cambiano radicalmente a partire dalla metà del secolo. Due conflitti globali hanno minato la fiducia nell’uomo e nella storia; si comincia a sfaldare la società tradizionale, la tecnologia entra nelle case e il lavoro si meccanizza sempre di più. Emerge dunque un sempre più pressante problema identitario, che coinvolge per forza di cose anche il corpo.


Se negli anni ’30 Fritz Kahn (qui sopra) poteva ancora vedere l’anatomia in maniera ingegneristica, come una macchina perfetta, nella seconda metà del secolo tutto vacilla. Il corpo si fa più mutevole, indefinito, fluido, come nelle lastre dipinte da Xia Xiaowan, che cambiano a seconda della prospettiva, rendendo l’anatomia incerta.

A partire dagli anni 60/70, la ricerca identitaria passa attraverso la riappropriazione del corpo come tavolozza per raccontare sé stessi, come materia espressiva: è l’avvento della body art e della customizzazzione del corpo (chirurgia plastica, tatuaggi, piercing).
Il corpo diviene preda di ibridazioni tra organico e meccanico, mentre la visione oscilla tra distopiche fusioni di carne e metallo come in Tetsuo o i film Cronenberg – e profezie cyberpunk, fino alla tragica disumanizzazione della società ormai completamente meccanizzata dipinta da Tetsuya Ishida.

In barba ai millenaristi, però, il mondo non finisce né nel 2000 né nel tanto temuto 2012. La società continua a mutare, e l’ibridazione è un concetto ormai entrato nell’immaginario; così un artista come Nunzio Paci può utilizzarlo non più in ottica distopica, ma per rispondere alle preoccupazioni ecologiche dimostrando l’intima comunione e la continuità con la natura, intersecando l’anatomia umana con il regno animale e vegetale; come fa peraltro anche Kate McDowell nelle sue ceramiche.

L’immaginario anatomico e scientifico continua a mantenere una sua carica disturbante nei dipinti dello spagnolo Dino Valls, i cui personaggi sono vittime di esoterici esperimenti, continuamente sottoposti a esami invasivi, mentre gli occhi velati di lacrime suggeriscono una dimensione tragica, ancestrale e ripetuta.

Un fotografo come Joel-Peter Witkin ha usato il corpo – sia il corpo imperfetto e difforme dei freak, che il corpo anatomizzato, cioè letteralmente tagliato a pezzi – per rappresentare in maniera estetizzante la bellezza dell’anima. Fervente cattolico, Witkin è davvero convinto che tutto sia illuminato, e la sua ricerca è di matrice mistica. Cercando il divino anche in ciò che ci spaventa o ci fa inorridire, punta a far emergere la nostra sostanziale identità con Dio. Questo è in fondo il significato di una delle sue opere più controverse, The Kiss, in cui le due metà di una testa sezionata si baciano: amare è riconoscere il divino nell’altro, e ogni bacio non è altro che Dio che ama sé stesso. (Qui trovate la mia intervista a Witkin.)

Più propriamente surrealista è il lavoro del siciliano Valerio Carrubba, interessante in particolare perché avvicina il medium pittorico al contenuto anatomico: i suoi quadri sono infatti dipinti in diverse versioni l’una sopra l’altra, aggiungendo livelli di pittura come fossero strati epidermici, soltanto l’ultimo dei quali resta visibile.

Che l’anatomia abbia ancora un suo potere sovversivo lo testimonia l’uso diffuso che ne fa la corrente del surrealismo pop, spesso creando un contrasto tra immagini fanciullesche e laccate al disvelamento anatomico.

Anche il nostro Stefano Bessoni fa frequente riferimento all’anatomia, in particolare in uno dei suoi ultimi lavori che è dedicato proprio alla figura di Rachel, la già citata figlia di Ruysch.

Sempre in questa vena satirica e ribelle si iscrive il lavoro del graffiti artist Nychos che anatomizza, fa a pezzi e mostra le interiora delle icone sacre della cultura popolare.
Un po’ lo stesso trattamento che Jessica Harrison riserva alle porcellane della nonna, mentre Fernando Vicente utilizza il concetto di vanitas per parodiare l’immaginario sensuale delle pin up.

E proprio il corpo della donna, il più soggetto a imperativi estetici e pressioni sociali, è il fulcro del lavoro di Sally Hewett, che nelle sue creazioni di cucito si concentra sui dettagli anatomici normalmente ritenuti antiestetici – cicatrici chirurgiche, cellulite, smagliature – per riaffermare la bellezza dell’imperfezione.

L’autopsia, il “guardare con i propri occhi”, è il primo passo della conoscenza empirica.
Ma guardare al proprio corpo comporta una presa di coscienza dolorosa e difficile: significa riconoscerne anche la mortalità. In effetti la famosa massima iscritta nel tempio di Apollo a Delfi, “Conosci te stesso“, era essenzialmente un memento mori (come evidenzia anche il mosaico del Convento di San Gregorio sull’Appia). Significava “conosci chi sei, capisci dunque i tuoi limiti, ricordati della tua finitezza”.

Questa è forse la ragione per cui il sangue “dovrebbe essere dentro”, e il paesaggio interiore fatto di organi, masse adipose, tessuti vascolarizzati ci sembra ancora così poco familiare, così disgustoso, così surreale. Non vogliamo pensarci perché ci ricorda la spiacevole realtà della nostra limitatezza di animali mortali.

Ma la nostra stessa identità non può prescindere da questo corpo, per quanto esso sia fallibile e caduco; e il nostro rifiuto dell’anatomia, a sua volta, è esattamente il motivo per cui gli artisti continueranno a pescare proprio lì, nell’immaginario anatomico.
Perché l’arte migliore è quella sovversiva, quella che – nella definizione attribuita a Banksy – rassicura chi è disturbato e disturba chi si sente al sicuro.