Il Circo delle Pulci

Un, due, tre!
All’erta gli elefanti in piedi
saltino le pulci avanti
attenti, passa il domatore!

Vinicio Capossela, I pagliacci (2000)

Pulci che tirano carrozze e palafreni, che si tuffano in un bicchiere d’acqua dall’alto di un trampolino, che si sfidano a duello con piccole spade, che addirittura si fanno sparare da un cannone in miniatura proprio come i più celebri proiettili umani.

Il circo ha sempre vissuto di estremi, di sfide impossibili, escludendo a priori soltanto l’ordinario. È naturale dunque che ai domatori classici – al cui volere si piegavano fiere pericolose ed enormi animali – facessero da contraltare altri domatori, che riuscivano a far compiere gesta eccezionali alle creature più microscopiche.
Per questo il Circo delle Pulci è uno dei più duraturi (e misconosciuti) numeri da sideshow di tutto il mondo.

Sgomberiamo innanzitutto il campo dalla domanda che inevitabilmente vi starete ponendo: in questi show le pulci ci sono davvero, o si tratta di un’illusione ottica?

La risposta breve è che sì, un tempo si usavano pulci vere; poi gradualmente il numero è scivolato nell’ambito dell’illusionismo.
Vale la pena però gustarsi la risposta lunga, cioè ripercorrere l’affascinante storia di questo strano circo entomologico – inventato, tra l’altro, da un italiano.

Breve storia del circo microscopico

Tutto ebbe inizio quando nel 1578 Mark Scalliot, un fabbro londinese, per dare prova della sua abilità costruì un minuscolo lucchetto in ferro, acciaio e ottone completo di chiave, per il peso complessivo di “un grano d’oro”. Forgiò poi una catenella d’oro composta di 43 anelli, così sottile da poter essere legata attorno al collo di una pulce. L’insetto si tirava appresso il lucchetto e la chiave.

Quasi due secoli dopo, replicando la trovata pubblicitaria di Scalliot, un orologiaio di nome Sobieski Boverick costruì una mini-carrozza in avorio “con sei figure di cavalli collegate a esso – un cocchiere sulla cassetta, un cane tra le sue gambe, quattro persone all’interno, due valletti sul retro e un postiglione sul cavallo di testa, i quali erano tutti trainati da una singola pulce”.

Negli anni ’30 dell’Ottocento, prendendo spunto da questi due predecessori, l’emigrato genovese Luigi Bertolotto impiegò per la prima volta i piccoli parassiti in un contesto circense, facendo esibire a Regent Street le sue pulci ammaestrate.
Come aveva già fatto Boverick, anche lui proponeva il numero della pulce che tirava una carrozza coi cavalli – elemento che sarebbe in seguito diventato un caposaldo del genere – ma il suo spettacolo si spingeva ben oltre: con il tipico gusto italiano per il teatro, Bertolotto aveva trasformato le sue pulci in veri e propri attori.

 

Aveva confezionato minuscoli abiti su misura, e dilettava il pubblico con diversi tableau viventi che coinvolgevano numerose pulci allo stesso tempo. C’era innanzitutto la scena araba che vedeva protagonista il Sultano, con il suo harem e le odalische; entravano poi gli emuli ematofagi di Don Chisciotte e Sancho Panza.
Uno dei momenti clou era quello in cui gli insetti proponevano una rilettura “tascabile” della battaglia di Waterloo, e gli spettatori impazzivano nel riconoscere Napoleone, il Duca di Wellington e il prussiano Blücher in uniforme. Un altro momento dello spettacolo era il ballo d’alta società, in cui una coppia di insetti vestiti in abiti sfarzosi danzavano accompagnati da un’orchestra di 12 elementi.
Il pubblico stupiva e rideva, perché la satira era evidente: ecco il bel mondo con i suoi fasti, reso di colpo buffo e infinitesimale; ecco i grandi eroismi guerreschi, impersonati dagli animali più infimi del creato. Perfino l’Imperatore poteva essere schiacciato con un dito.

Bertolotto divenne la prima (e ultima) vera superstar delle pulci; la sua fortuna fu tale che partì per un tour internazionale, stabilendosi infine in Canada. Cominciarono presto a spuntare imitatori, che non raggiunsero mai la sua fama ma diffusero la figura del domatore di pulci in tutto il mondo.
La varianti erano molte, e andavano dal baracchino da strada, in cui una semplice valigia serviva da palcoscenico su cui le pulci eseguivano stunt elementari, fino a versioni più elaborate.

L’ultimo grande impresario di pulci fu con tutta probabilità William Heckler, un circense che all’inizio del Novecento lasciò la carriera di “uomo forzuto” per dedicarsi a tempo pieno alle pulci. Dopo aver girato gli Stati Uniti in lungo e in largo, nel 1925 entrò a far parte, in pianta stabile, dell’Hubert’s Museum a Times Square, un vero e proprio freakshow.

Qui per pochi dollari si potevano ammirare Prince Randian l’uomo bruco (che avrebbe poi recitato in Freaks di Tod Browning), Olga la donna barbuta, Suzie la ragazza dalla pelle di elefante, nonché l’incantatrice di serpenti Principessa Sahloo. Un’altra, più piccola principessa si esibiva nella cantina del museo: Princess Rajah, la pulce che interpretava il ruolo di danzatrice orientale nel circo del Professor Heckler.

Oltre alle tradizionali imprese atletiche, come saltare nel cerchio o calciare un pallone, le pulci di Heckler sapevano suonare uno xilofono (che si diceva fosse fatto di unghie tagliate), fare numeri da giocoliere con piccole palline, e inscenare incontri di boxe su un ring in miniatura. Heckler continuò a far lavorare il suo mini-cast fino agli anni ’50: all’apice del successo il suo show poteva fruttare più di $250 al giorno, l’equivalente odierno di 3000 €.

L’infernale disciplina, ovvero: Come ti ammaestro una pulce

Le pulci dell’uomo, a dispetto delle fastidiose punture e del fatto che possono divenire pericolosi vettori di peste e altre malattie, sono in realtà degli insetti davvero straordinari.

Immaginate di poter saltare più di 90 metri in verticale, scavalcando con un balzo la Statua della Libertà, e 230 metri in orizzontale. Questa, in proporzione, è l’abilità della pulex irritans.
I muscoli delle zampe posteriori non sono i soli responsabili dell’incredibile forza propulsiva: essi infatti preparano il salto comprimendo e distorcendo lentamente un cuscinetto elastico composto di resilina, che durante questa fase di “carica” viene tenuto bloccato da un tendine e può così immagazzinare l’energia muscolare. Al momento del salto, il tendine scatta liberando il cuscinetto. La pulce decolla con una vertiginosa accelerazione di 100 volte la forza di gravità. Sempre per fare un paragone con l’uomo, pensate che una persona può sopportare un’accelerazione verticale di soli 5g prima di svenire.

Già solo da queste brevi informazioni si comprende come il primo e il principale problema che un ammaestratore doveva risolvere fosse convincere le pulci a non saltare via dalla scena.

A tale scopo gli insetti venivano tenuti a lungo in una provetta, finché a forza di testate sul vetro non imparavano che saltare non conveniva. Un rimedio più drastico poteva essere quello di incollarle sul palcoscenico o legarle a qualche oggetto, ma questo poteva funzionare solo per quegli elementi del “cast” che dovevano rimanere fermi (ad esempio i suonatori d’orchestra).
Per tutte le altre pulci, che dovevano compiere azioni più complesse, si doveva selezionare quelle che mostravano un carattere più docile (di solito le femmine); la briglia veniva assegnata solo a quelle più lente, destinate a tirare carrozze e carretti, mentre le più vispe diventavano giocatori di calcio o tuffatori. Tutto questo, ovviamente, se dobbiamo credere alla letteratura dell’epoca sull’argomento.

Fatto sta che per costringere questi piccoli stuntman a eseguire le loro acrobazie si utilizzavano varie tecniche – trucchi che, a essere sinceri, è un po’ difficile chiamare “ammaestramento”.
Se lo si guarda dal punto di vista della pulce, il circo appare infatti come un luogo di tortura e terrore, in cui un sadico e gigantesco carceriere obbliga i prigionieri a un’interminabile sequela di sevizie.

Le pulci da traino erano imbrigliate con un sottilissimo filo di stoffa o di metallo passato attorno al capo; una volta posizionato, questo cordoncino sarebbe rimasto lì per tutta la vita dell’insetto. La difficoltà stava anche nell’esercitare la giusta pressione di legatura, perché se il filo veniva stretto troppo la pulce non poteva più deglutire, e moriva.
Alle pulci spadaccine si incollavano invece due piccoli pezzi di metallo agli arti anteriori; naturalmente gli insetti cercavano di liberarsene, scuotendo invano le zampette, dando così l’impressione di duellare tra di loro.


I calciatori erano selezionati tra le pulci che saltavano più in alto: la pallina imbevuta di repellente per insetti (spesso olio di citronella, o un disinfettante come il Listerine) veniva spinta verso di loro mentre erano tenuti verticali, ed essi la respingevano con uno scatto delle zampe posteriori.
Simile il trucco usato per le pulci giocoliere che, fissate o incollate sulla schiena, zampe all’aria, cercavano di liberarsi della pallina tossica che veniva piazzata sopra di loro, finendo per per farla roteare in aria.

Per quanto riguarda i musicisti e i danzatori, un articolo del 1891 descrive nel dettaglio lo spettacolo. Due pulci “ballerine” sono incollate ciascuna a un estremo di un pezzetto di carta dorata:

Sono posizionate in posizione opposta – una guarda da una parte, l’altra guarda dall’altra. Legate così, sono piazzate in una specie di arena sopra a un carillon; a un’estremità del carillon c’è l’orchestra composta da pulci, ognuna legata alla sua sedia, e con la riproduzione di uno strumento musicale attaccato alle zampe. Il carillon viene fatto suonare, l’ammaestratore tocca ognuno dei musicisti con un bastoncino, e tutti cominciano a gesticolare e agitarsi, come se stessero eseguendo un’elaborata partitura. Le due pulci attaccate alla carta dorata avvertono le vibrazioni del carillon sotto di loro, e cominciano a correre in tondo, più veloce che possono. Questo è chiamato il Valzer delle Pulci.

Per bilanciare tutto questo orrore, ricordiamo che l’ammaestratore di pulci nutriva personalmente con il suo sangue tutti i suoi preziosi professionisti. Per i parassiti si trattava di una vita di certo movimentata, ma almeno la cena non mancava mai.

Now you see me, now you don’t:
pulci illusorie e Zeitgeist

Non esiste, a quanto pare, un’ampia letteratura in materia di pulci finte.
Certo è che i circhi-delle-pulci-senza-pulci cominciarono ad affiancarsi a quelli autentici già a partire dagli anni ’30. Questa traslazione che portò il numero circense verso l’ambito dell’illusionismo e della magia arrivò a compimento negli anni ’50, quando cominciarono ad apparire versioni particolarmente elaborate del trucco. 

Michael Bentine, uno dei membri del gruppo comico britannico The Goons, ne proponeva una in cui le pulci inesistenti sembravano spingere palline lungo piani inclinati, saltare su un tavolo ricoperto di sabbia (l’illusione era data dallo sbuffo che si sollevava a ogni salto), salire una scala “premendo” un gradino alla volta, e tuffarsi in un bicchiere d’acqua. Altri finti ammaestratori usavano magneti e fili per far cadere gli ostacoli presumibilmente colpiti dalle pulci, trucchi elettrici o meccanici per azionare i trapezi o far avanzare le pulci equilibriste sul filo; alcuni mentalisti sfruttavano persino le invisibili “pulci telepatiche” per leggere nel pensiero degli spettatori.

Oggi abbiamo notizia di un solo circo che ancora utilizza le pulci vere: si tratta del Floh Circus, che fa la sua apparizione ogni anno all’Oktoberfest.
Il resto dei pochi circhi in circolazione sono tutti basati sull’illusione: uno dei più famosi è l’Acme Miniature Flea Circus, gestito da Adam Gertsacov. A sentire lui, questo tipo di spettacolo è il più puro e adatto ai nostri tempi, proprio perché si basa sull’incertezza:

La gente guarda e dice, ‘Cosa sto vedendo veramente?’ Questo mi piace. Non hai davvero visto un circo di pulci se non sei stato raggirato dall’imbonitore. Sarebbe interessante vedere delle vere pulci ammaestrate, ma solo per tre o quattro minuti. Non è abbastanza, al giorno d’oggi, quando puoi cercare gli insetti su Google e vederli che si accoppiano, da vicino e in dettaglio. Il mio show sta tutto nella bravura nell’intrattenere.

Forse questi finti circhi delle pulci fanno appello a un tipo di ingenuità che non esiste più.
Eppure è vero che, in un’epoca in cui la nostra visione è continuamente messa sotto scacco, questi ingannevoli marchingegni assumono un significato simbolico inaspettato. Sono pensati per divertire in maniera innocua, ma si basano sullo stesso principio dei ben più minacciosi deep fake e di tutte le narrative di odio e paura che ci vengono propinate quotidianamente: ogni illusione funziona davvero solo se vogliamo crederci.

E mentre Gertsacov e i suoi colleghi continuano a sostenere la superiorità dell’arte affabulatoria rispetto alla mera realtà, le pulci – quelle vere – ringraziano.

La maggior parte delle informazioni in questo articolo provengono da Dr Richard Wiseman, Staging a Flea Circus, che contiene molte altre curiosità (ad esempio sul difficoltoso approvvigionamento di pulci), e da Ernest B. Furgurson, A Speck of Showmanship, in The American Scholar, 3 giugno 2011.
Una buona directory di studio sulle pulci e sulla loro storia è The Flea Circus Research Library.

Link, curiosità & meraviglie assortite – 19

“Che barba, che noia. Per fortuna c’è la nuova raccolta di link di Bizzarro Bazar.” (Foto: Tim Walker)

Lasciate perdere le granite: per combattere il caldo, niente di meglio che un bel po’ di link ghiacciati e agghiaccianti, direttamente dalla mia cella frigorifera!

  • James Hirst (1738-1829) come cavalcatura usava un toro che aveva ammaestrato; teneva volpi e orsi come animali domestici; costruì una carrozza di vimini così grande da contenere un letto matrimoniale e un’intera cantina di vino; installò una vela sul suo carro, in modo da navigare su strada, e alla prima curva finì volando attraverso la finestra di una sartoria; si salvò da un duello all’ultimo sangue mandando avanti un manichino al posto suo; si fece donare dozzine di giarrettiere dalle nobildonne inglesi in cambio del privilegio di entrare per un minuto nell’eccentrica bara che si era auto-costruito; rifiutò un invito del Re perché era troppo impegnato a insegnare a una lontra l’arte della pesca. (Io invece oggi ho passato l’aspirapolvere.)
  • Jason Shulman usa esposizioni lunghissime per fotografare interi film. Il risultato è spettacolare: un “riassunto” della pellicola in un’unica immagine, 130.000 fotogrammi compressi in un singolo scatto. “Ognuna di queste foto — dice Shulman — è il codice genetico di un film, il suo DNA visivo“. Ed è affascinante riconoscere i contorni delle inquadrature ricorrenti (che quindi restano impresse in maniera meno sfumata delle altre): i finestrini del furgoncino di Non aprite quella porta, le statiche scenografie di Méliès, i riflessi dei lampioni in Taxi Driver. E io personalmente non ci avevo mai riflettuto, ma i primi piani di Linda Lovelace in Gola profonda devono essere davvero tanti, per riuscire a far comparire quel volto fantasmatico… (Grazie, Eliana!)

  • Restiamo nell’ambito fotografico parlando delle manipolazioni di Giovanni Bortolani. Nella sua serie Fake Too Fake si diverte ad affettare e rimontare il corpo di bei modelli e modelle, come nell’esempio qui sopra. L’estetica della foto di moda incontra il bancone di macelleria, con risultati surreali e disturbanti.
  • Guai a parlare di masturbazione femminile: e allora parliamone.
    Un bell’articolo su L’Indiscreto racconta la storia dell’autoerotismo femminile, pratica un tempo considerata patologica e oggi indicata addirittura come terapia. Ma, ancora e comunque, guai a parlarne.
  • E già che ci siamo, perché non riguardare il bel cartone animato della Disney sulle mestruazioni?
  • Pensavo di aver trovato il gadget perfetto per l’estate, ma ho scoperto che è fuori produzione. Quindi niente spiaggia per me quest’anno. (Grazie, Marileda!)

  • Torni nel tuo villaggio natio, ma scopri che tutti quanti se ne sono andati o sono morti. Quindi, per rendere l’atmosfera del paesino fantasma meno creepy, cosa ti inventi? Ovvio: lo popoli di bambolotti di pezza a grandezza naturale che se ne stanno immobili e silenziosi nei campi, siedono sulle panchine, riempiono le aule scolastiche, aspettano l’autobus che non passerà. E dai ai fantocci le fattezze dei defunti. Uhm. La signora Ayano Tsukimi è tanto carina, intendiamoci, e la sua solitudine ha commosso il mondo, ma non ho ancora deciso se la sua opera sia davvero “allegra” e poetica, oppure grottesca e inquietante. Decidete voi.
  • Se avete voglia di una lettura un po’ impegnativa ma affascinante, c’è un bellissimo studio  di Giuditta Failli sull’irruzione del meraviglioso nella cultura medievale a partire dal XII secolo, tra mostri, armate di scheletri, apparizioni di demoni e spettri. Ecco la prima parte e la seconda parte. (Grazie, Pasifae!)

  • Cos’è questo strano schema qui sopra? È la dimostrazione che si può sempre uscire dagli schemi.
    Benvenuti nel mondo delle notazioni musicali eterodosse.
  • Ma d’altronde la musica è gioco, sperimentazione, alchimia nel vero senso del termine — usare gli elementi del mondo per trascenderli attraverso la manipolazione e la fusione dei loro suoni. A ricordarcelo arriva un altro grande anticonformista, Hermeto Pascoal, che in questo video è intento a suonare una laguna.
  • Me ne vado alla ricerca di un grande forse“, disse François Rabelais in punto di morte.
    Sto per intraprendere il mio ultimo viaggio, un grande salto nel buio“, mormorò Thomas Hobbes.
    Le ultime parole vanno bene per gli sciocchi che non hanno detto abbastanza in vita” profferì con l’estremo fiato Karl Marx.
    E voi, vi siete preparati un’ultima, romantica, memorabile frase? Be’, peccato che molto probabilmente non riuscirete a dirla. Ecco un interessante articolo su cosa si dice davvero in punto di morte, e perché potrebbe essere importante studiare il modo in cui si comunica durante gli ultimi istanti.
  • A proposito, una delle frasi che preferisco è quella pronunciata da John Sedgwick il 9 maggio 1864 durante la battaglia di Spotsylvania. L’eroico generale esortò i suoi soldati a non ritirarsi: “Mi vergogno di voi, scappare in questo modo. Non saprebbero colpire un elefante a questa distanza“.
    Manco aveva finito, che un proiettile lo raggiunse sotto l’occhio sinistro, stroncandolo sul colpo.

Sedgwick: 0 – Karma: 1.

  • La sempre ottima Nuri McBride sulla Great Stink of London, ovvero quell’epoca in cui il Tamigi era, nelle parole di un legislatore, “una pozza dello Stige, che puzza di orrore ineffabile e intollerabile“.
  • A proposito di profumi, avete presente quel buon odore che ha un prato tagliato di fresco?
    È perché ogni filo d’erba sta gridando in agonia. Prego, non c’è di che.
  • Almeno le foglie secche hanno smesso di soffrire, e l’artista Susanna Bauer le usa per cucire delle opere strabilianti.
  • Qui invece una serie di splendide illustrazioni ottocentesche di animali e gente che muore male.
  • Sinceramente, non credo che scriverò mai più un tweet all’altezza di questo.

  • È qui la festa?” Questi allegri e gioviali signori, intenti con ammirevole entusiasmo a farsi saltare fuori gli occhi dalle orbite coi coltelli, stanno celebrando l’Urs festival, manifestazione che si tiene ogni anno ad Ajmer nel Rajasthan per commemorare la morte del maestro sufi Moʿinoddin Cishti. Trovate altre foto della simpatica usanza in questo articolo.
  • E infine ecco un cortometraggio davvero meraviglioso, suggeritomi dall’amico Ferdinando Buscema. Gustatevelo, perché è il riassunto di tutto ciò che c’è di bello nell’uomo: la capacità di infondere senso alla vita a partire dalle cose minute, attraverso il lavoro e la creazione, la volontà di riconoscere l’universale anche negli  oggetti più umili e all’apparenza risaputi.

 

Hatari

Articolo a cura della guestblogger Verina Romagna

L’edizione 2019 dell’Eurovision Song Contest è aperta, il pubblico agita le proprie bandiere in platea o collassa sul divano di casa grazie alla diretta televisiva: tutti sono storditi dai glitter, dai sorrisi di una schiera di bellocci canterini, dalle canzonette orecchiabili che ripetono ossessivamente love, love, love.
Viene il turno dell’Islanda, piccolo concorrente che non annovera troppi successi o sorprese, e all’improvviso il palco di dipinge di rosso sangue. Con un beat aspro e metallico, la scena si rivela: una gabbia, un gruppo di creature androgine vestite in pelle e latex; uno dei cantanti è steso come morente su una gradinata; l’altro non canta, urla. Con un growl che non è selvaggio o liberatorio, quanto piuttosto gelido e allucinato, le parole pronunciate sono HATRIÐ MUN SIGRA, “l’odio prevarrà”.

“Questo cos’è? E soprattutto, com’è potuto succedere?”, si domanda il pubblico dell’Eurovision.
Facciamo un passo indietro.


Quattro anni fa, in una luminosa sera d’estate, mentre il sole di mezzanotte splendeva, due ragazzi passeggiavano per Reykjavík contemplando l’ascesa del populismo, la rovina operata dal capitalismo e i crimini dell’individualismo crescente in Europa. La risposta logica, ovviamente, era una sola: Hatari.

Meet the band

Hatari dall’islandese si traduce come haters, “odiatori”. La band si autodefinisce un “premiato gruppo artistico performativo, anticapitalista, antisistema, industrial, techno-distopico, BDSM” modificando e aggiungendo a piacere gli aggettivi . Hatari è un progetto multimediale, presieduto da un’azienda nebulosa dal sospetto nome di Svikamylla ehf. (“Implacabile Truffa/Rete di Menzogne & Co.”).

Il progetto si fonda sulla band musicale che i due ragazzi del racconto, i cantanti Klemens Hannigan e Matthías Tryggvi Haraldsson, formano insieme al loro “batterista schiavo” Einar Hrafn Stefánsson. Al trio si aggiunge una variabile squadra di performer, ballerini, coreografi, visual artist e stilisti indipendenti responsabili di un curatissimo guardaroba fetish, nonché di una serie di tute da ginnastica con logo per i momenti di relax dei membri del gruppo.

La leggenda della fondazione di Hatari è una sfacciatissima e ironica mistificazione, regolarmente rifilata da Klemens e Matthías ai giornalisti, ma ci sono fatti inconfutabili: Hatari ha ricevuto davvero diversi premi, e la maggior parte del gruppo proviene effettivamente dall’Accademia d’Arte di Reykjavík. Matthías, coi suoi venticinque anni, ha già un riconoscimento come drammaturgo esordiente ed è particolarmente coinvolto nella stesura dei testi nichilisti delle canzoni di Hatari. Klemens è carpentiere e scenografo, Einar suona anche nella band indie-pop Vök.

Ma che genere di musica fa Hatari? Domanda difficile, soprattutto perché il gruppo si affretta a reinventare il proprio stile ogni volta che qualcuno rischia di capirlo. Se si chiede direttamente a Klemens o a Matthías, parte ancora un lungo elenco di aggettivi creati a soggetto, che inizia con parole quasi calzanti come “techno-punk”, prosegue con “pop”, “bondage” e “giorno del giudizio”, poi sfuma in “cabaret” e “bonanza”. Fra le influenze musicali dichiarate appaiono i Rammstein, i Die Antwoord, i Rage Against The Machine, gli Abba (“se fossero stati più marxisti“), le Spice Girls, Naomi Kline, Noam Chomsky, Donald Trump e Theresa May.

Di fatto le canzoni di Hatari hanno una base ritmica elettronica, arricchita dalla batteria live di Einar, e due voci a contrasto: il growl di Matthías per la parte principale e una parte melodica affidata al canto soave, implorante e lamentoso di Klemens. Un canto che diventa addirittura un falsetto nel brano Hatrið mun sigra presentato all’Eurovision.

La musica, comunque, è solo un elemento nella performance di Hatari, una singola espressione delle idee alla base del progetto: inscenare una distopia autoritaria fascistoide ambientata alla fine dell’umanità, smascherare l’implacabile truffa della vita quotidiana, smantellare il capitalismo… e magari vendere un po’ di CD e di t-shirt nel frattempo. Dopotutto, osservano i membri della band, “smantellare il capitalismo non è gratis“.

Il perno di Hatari è proprio la contraddizione, il paradosso, il contrasto. Il BDSM negli abiti e nella messa in scena è necessario, perché il BDSM “ti libera mentre allo stesso tempo ti costringe, come il capitalismo“.
Ma prima ancora il contrasto emerge dal dualismo tra i cantanti Klemens e Matthías, infinitamente giocato ed esibito, vero punto focale dell’intero progetto.

I personaggi di Hatari

Matthías, il leader del gruppo, interpreta il ruolo di dominatore nonché dittatore assoluto nella distopia di Hatari. È bruno, algido e imponente, e la sua voce ha un timbro solenne e cavernoso. Il tiranno Matthías è caratterizzato da rigidità, movimenti repressi e trattenuti, inespressività. Sul palco si muove a malapena e apostrofa il pubblico con pochi gesti controllati, secchi e teatrali, di ispirazione nazista. Le sue urla rabbiose scaturiscono da un volto granitico, assente, perso in un delirio di odio e autoaffermazione. Anche quando non sta cantando, Matthías mantiene la sua apatica compostezza; se pronuncia frasi ironiche e paradossali, lo fa evitando ogni accenno di ilarità.

Klemens è il braccio destro di Matthías, un innocente che il dittatore martirizza e sottomette. Si tratta di una vittima il cui tormento diviene oscena estasi: Klemens rappresenta il becchino compassionevole dell’umanità morente. È piccolo, biondo (o talvolta tinto di un rosso acceso), frizzante ed efebico. Come Matthías, espone la bislacca retorica di Hatari con la massima serietà, ma non segue la medesima autodisciplina. Nel linguaggio del corpo e nella gamma espressiva si ispira, a seconda dell’estro, a un’infinità di ruoli tradizionalmente femminili: l’angelo tenero e fragile, la smorfiosa lolita dallo sguardo sfacciato, la prostituta insofferente, la vamp sonnolenta e vorace.

Alle spalle di un Matthías impalato, Klemens barcolla senza pace lungo il palco e balla al ritmo delle canzoni. Le sue braccia si sollevano, le anche ondeggiano, il corpo si disarticola morbido mantenendo il bacino come centro di gravità. Tra costumi costumi succinti e gemiti orgasmici, Klemens diventa il portavoce dell’elemento erotico nella performance di Hatari: è luce, vita, sesso contro le tenebre e l’aridità di Matthías.

Einar, il batterista schiavo, è un personaggio muto. D’altronde indossa una maschera di pelle borchiata che nasconde la metà inferiore del volto, limitando le sue possibilità comunicative. Lenti a contatto anneriscono la sclera, o restringono la pupilla, sicché la fisionomia è irriconoscibile e risalta soltanto la sua statura gigantesca.

Durante le esibizioni Einar picchia sulla batteria con l’impassibilità di un metronomo, o fa volteggiare una mazza ferrata. O, ancora, veglia immobile alle spalle del gruppo e punta uno sguardo fisso sul pubblico, come un temibile Golem mascherato da sex toy. L’unica frase che ha pronunciato finora, con l’ausilio di una zip sulla bocca generosamente abbassata da Klemens, è il titolo profetico della canzone Hatrið mun sigra.

Completano il quadro alcuni ballerini che collaborano alle performance di Hatari: l’elegante e allampanato schiavo Sigurður Andrean Sigurgeirsson e le pallide, robotiche dominatrici Sólbjört Sigurðardóttir e Ástrós Guðjónsdóttir. Le ballerine non sono meno vestite degli uomini, e se pure capita che interagiscano con i performer maschi, non lo fanno mai in maniera allusiva: nelle coreografie di Hatari la sensualità rimane esclusivamente omoerotica e maschile.

Scalata e scandalo all’Eurovision

E allora, come ha potuto questo freakshow arrivare all’Eurovision?
Il primo passo è stato vincere il Söngvakeppnin, la competizione musicale islandese che ogni anno decreta il rappresentante nazionale all’Eurovision.
La partecipazione della band a un concorso pop televisivo fa sensazione, non solo per il salto rispetto ai circuiti underground che finora ha frequentato il gruppo, ma anche perché Hatari in teoria si è appena sciolto – con tanto di concerto d’addio e di dichiarazione su Iceland Music News (il “più onesto canale informativo dell’Islanda”, in realtà un’altra loro compagnia fittizia). L’abbandono delle scene viene motivato con il fallimento del progetto, “per non essere riusciti ad abbattere il capitalismo nei due anni che ci eravamo dati“. E dura appena dieci giorni.
La partecipazione al Söngvakeppnin viene annunciata con un video promozionale pensato per rassicurare il pubblico pop della kermesse: il gruppo, sorridente in abiti borghesi (Einar per la prima volta senza maschera) si riunisce a mangiare una torta. Per rendere più intimo il quadretto famigliare, partecipano anche la figlioletta di Klemens e quella di Einar e Sólbjört, che nel privato sono fidanzati.
Hatari è diventata una band family-friendly e borghese? Non esattamente: il copione del video è identico alla campagna elettorale di Bjarni Benediktsson, politico controverso che si dedica al cake design per cercare di ripulire la sua immagine.

Quando, al momento della premiazione, Hatari trionfa cogliendo tutti di sorpresa, Matthías annuisce condiscendente e ripete il leitmotiv di Hatari: “Va tutto secondo il piano“. Il capitalismo verrà smantellato partendo dall’Eurovision, giacché avere Hatari come rappresentante nazionale provocherà perlomeno il crollo dell’economia islandese. È già pronta la lettera di scuse al governo, in caso di vittoria.

E quindi eccoli arrivati all’Eurovision, festival che sostiene, almeno negli intenti, la pace e l’amicizia fra i popoli. L’edizione del 2019 si svolge in Israele, a Tel Aviv, nello scenario di un’occupazione per niente pacifica e inclusiva.
Candidato ideale per sfruttare questo paradosso, già dalle prime esternazioni pubbliche Hatari diventa il concorrente scomodo. Il gruppo si presenta spalleggiato da uno sponsor immaginario, l’acqua gassata SodaDream – che riecheggia il nome della israeliana SodaStream ma che, viene precisato, al contrario di quest’ultima “non ha mai operato in nessun genere di territorio occupato“.
Compare un video in cui la band sfida il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu a un incontro di glíma (wrestling islandese), con in palio territori islandesi o israeliani da colonizzare a piacimento dal vincitore.

Nel cuore dell’EBU, l’Unione europea di radiodiffusione che organizza l’Eurovision, cresce l’ansia riguardo alle esibizioni e alle interviste di Hatari: quale sarà “il piano” di cui il gruppo continua a parlare? Non avranno forse in mente di violare le regole del concorso, che vietano di mostrare vessilli politici sul palco?
Ammonito dall’EBU, Hatari concorda di cambiare atteggiamento: passa a un look tamarro a tinte fluo ed evade qualunque intervista che (così afferma) possa essere interpretata politicamente, incluse domande sui propri cibi preferiti. D’altronde, il brano Hatrið mun sigra non vuole davvero incitare all’odio, bensì ispirare il medesimo spirito di unione che sta alla base dell’Eurovision: ricordatevi di amare, prima che la distopia di Hatari si avveri.

La tensione inizia a placarsi. In fondo Hatari è solo una cricca di simpatici burloni, i fenomeni da baraccone che non possono mancare a ogni edizione dell’Eurovision. Al gran finale della gara, è chiaro ormai che non combineranno niente, che “il piano” non esiste. Anche quell’idea di porre termine al capitalismo non è altro che uno scherzo.

Ma quando arriva il momento dell’attribuzione del punteggio in classifica, ecco che succede l’impensabile. Mentre il gruppo è nella green room dell’Eurovision, in diretta, un attimo prima di venire inquadrato Matthias scambia un rapido cenno con Klemens.
Quindi estrae da uno dei suoi kinky boots alcune sciarpe con la bandiera palestinese, che la band si è procurata di nascosto dai presidi militari israeliani.

Mentre viene annunciato il decimo posto per l’Islanda, tra i fischi del pubblico, la sicurezza irrompe per sequestrare le sciarpe. Nel frattempo sul profilo Instagram di Hatari compare una gigantesca bandiera della Palestina, mentre su YouTube viene pubblicato un nuovo videoclip girato nel deserto di Gerico, in collaborazione con l’artista gay palestinese Bashar Murad.

Intimità maschile, la provocazione definitiva

Al di là di questa trasparenza nello schieramento politico, e all’iconoclastia di ricordare proprio all’Eurovision che non viviamo nel migliore dei mondi possibili, Hatari assesta anche un’ultima provocazione – più sottile ma insidiosa, destinata a dividere e turbare perfino i fan. Si tratta della particolare sintonia emotiva e fisica fra Klemens e Matthías.

Nelle apparizioni pubbliche Klemens e Matthías coordinano perfettamente tra di loro gesti e parole, alternandosi o addirittura parlando in sincrono. Eppure talvolta la dinamica di dominazione e sottomissione esibita nelle performance musicali sembra quasi capovolgersi: durante le interviste è Klemens che, in una gag ormai divenuta di repertorio, sussurra qualcosa nell’orecchio del “padrone” Matthías, che poi si limita a riferire impassibile.

Ma non è nemmeno questa inversione dei ruoli a confondere davvero il pubblico, quanto piuttosto l’intimità tra i due personaggi.
Non di rado Klemens si appoggia contro Matthías e reclina la testa sulla sua spalla; Matthías, dal canto suo, tiene l’amico stretto al petto, lo avvolge fra le braccia con atteggiamento protettivo.


I due cantanti affermano di avere un rapporto speciale, intenso e di lunga data: Klemens sostiene e incoraggia lo stoico Matthías a esprimere tutto sé stesso, Matthías è invece lo scudo e il porto sicuro per quella “creatura emotiva senza freni“. Sono due opposti che sanno completarsi, il femminile e il maschile, lo Yin e lo Yang.
Eppure, e qui sta il dettaglio che fa esplodere i pregiudizi di genere, i due cantanti sono cugini, amici d’infanzia e soprattutto eterosessuali.

Le reazioni sono di sgomento. “Impossibile! Sono forse bisex? È tutta una messinscena? Devono per forza essere amanti!”
Sembra che il pubblico preferisca immaginare un incesto omosessuale, piuttosto che ammettere che tra due maschi eterosessuali possa esistere una simile fiducia e rilassatezza nel contatto fisico; l’affetto e la tenerezza che Klemens e Matthias mostrano durante le loro effusioni è un tabù ancora più forte della relazione omosessuale, e sembra mettere in discussione il tradizionale e fin troppo fragile concetto di mascolinità.

Ecco allora che a dispetto di tutto l’armamentario da trickster consumati, delle fumisterie parodistiche, e nonostante l’estetica cruda e tenebrosa, il vero messaggio di Hatari sta nella dinamica di gruppo proposta come vero e proprio antidoto. Sta nel darsi reciprocamente forza e coraggio, infondersi calma e sicurezza l’un l’altro, abbandonare consapevolmente il proprio corpo in mani altrui, amalgamare i lati più spregiudicati di ciascuno come fossero gli ingredienti di una torta “piena d’amore, ma un po’ appiccicosa“.

La donchisciottesca lotta al capitalismo di Hatari è forse solo un’ennesima burla; eppure per combattere il mondo tossico e mortifero che il gruppo mette in scena gli unici strumenti sono l’empatia, la fiducia, il rispetto, i legami personali.
È sufficiente qualcuno che ci accetti, ci sostenga e – perché no – ci coccoli senza paura di risultare ridicolo o poco virile; qui risiede la forza per esprimere noi stessi.
E quando c’è espressione di sé, creatività, vitalità, allora l’odio non prevale.