10 anni di Bizzarro Bazar!

Oggi Bizzarro Bazar compie 10 anni.
Vorrei evitare le autocelebrazioni esagerate, ma un po’ ci sta perché è un bel traguardo — per tutti noi.

Agosto 2009.
Una stanza semibuia. Un trentenne scrive al computer.

Internet era un posto diverso, tanto da sembrare quasi un altro secolo.
Meno di due mesi prima era morto Michael Jackson, mandando in crash tutti i principali siti mondiali. Facebook stava cominciando a superare per numero di utenti il colosso MySpace. Con gli amici si comunicava tramite SMS — ma con parsimonia, perché costavano; in Italia forse una decina di persone stavano provando questa nuova diavoleria esoterica chiamata Whatsapp.
La rete faceva ben sperare. Si era convinti che internet fosse la chiave per migliorare le cose, annullando confini e distanze, promuovendo la solidarietà, forgiando una nuova umanità più connessa e dunque cooperativa.

Un elemento fondamentale per l’imminente rivoluzione sociale (tutti ne erano certi) sarebbero stati i blog, cioè i principali strumenti di comunicazione “dal basso”, in cui la cultura veniva democratizzata, messa gratuitamente a disposizione di tutti.
Se all’epoca ne aveste cercato uno dedicato al macabro e al meraviglioso, vi sareste imbattuti sicuramente nel glorioso Morbid Anatomy, allora al suo picco di popolarità; c’era qualche buon sito tematico ma poco altro, e comunque nulla in italiano.


Così quel pomeriggio del 20 agosto registrai su WordPress il nome di questo blog, scrissi un post di benvenuto (che per non prendersi sul serio citava i Monty Python), e inviai una mail a una decina di amici invitandoli a dare un’occhiata. La speranza era che almeno qualcuno di loro sarebbe rimasto interessato per un mesetto o due. Avevo bisogno di raccontare a qualcuno quanto incredibile, terribile e stupefacente mi sembrasse questa realtà che spesso diamo per scontata. Quanti tesori inaspettati si nascondano dietro alle cose che più ci atterriscono, se si ha la voglia di capire.

STACCO. Agosto 2019.
Una stanza semibuia, un quarantenne scrive al computer.

Il magico mondo di internet ha cambiato volto, non è più così magico. È quotidiano, risaputo.
In molti si sentono imbrigliati dai suoi ubiqui tentacoli che stritolano ogni cellula di tempo e di vita. Gli utenti sono divenuti clienti, e non occorre essere un hacker per sapere che la rete è piena di insidie, di trappole. Internet è oggi il mezzo privilegiato per chi vuole diffondere paura e odio, annullare il difforme e il diverso, rafforzare barriere e confini invece di superarli. A una prima occhiata sembrerebbe che il sogno sia stato ucciso.
Eppure io sono ancora qui, a scrivere sullo stesso blog. Internet è rimasto per tanti versi un posto straordinario in cui si organizzano iniziative inedite, si scoprono punti di vista differenti, in cui capita addirittura di cambiare idea.

Cosa c’entra tutto questo con un piccolo blog che parla di morte, tabù, freakshow, collezioni bizzarre e stranezze storiche?
In un certo senso credo che qui, io e voi, stiamo facendo resistenza. Non tanto politica — la polis è interessata a ciò che succede dentro o attorno alle mura cittadine — quanto più genericamente culturale. Una resistenza, potremmo dire, all’appiattimento, alla riduzione di complessità. Chi ama queste pagine è un individuo che predilige le domande alle risposte, e che vuole esplorare posti sempre più strani.

 

A dispetto delle incalcolabili ore spese a studiare, a scrivere, a rispondere a tutte le domande dei lettori (e a risolvere le magagne del server, grr!), Bizzarro Bazar è sempre rimasto gratuito, privo di pubblicità e di censure.
Con i suoi 850 post, nati anche dalle segnalazioni dei lettori, assomiglia ormai a una specie di mini-enciclopedia del meraviglioso. E a rileggere qua e là, vedo il mio stile affinarsi poco a poco grazie ai vostri consigli e alle vostre critiche.

Di questo percorso, portato avanti con passione e qualche sacrificio, è un’evoluzione fondamentale la web serie che ha debuttato quest’anno su YouTube. Ci abbiamo investito tanto impegno, tante risorse, e la vostra risposta è stata entusiasta.
Molti di voi hanno espresso la speranza che si facesse una seconda stagione, quindi eccoci al punto: per la prima volta Bizzarro Bazar chiama alle armi il suo esercito di pazzi ed eretici freak!

Abbiamo iniziato una campagna di crowdfunding su produzionidalbasso.com per finanziare la nuova stagione.
Ecco a voi il video di presentazione del progetto:

Questa è l’unica possibilità che abbiamo al momento per tenere in vita la serie web italiana più anomala e fuori dal coro. Ma in realtà significa molto di più.
Se ci aiuterete, quella che vedrà la luce non sarà più “la serie di Bizzarro Bazar”, ma la vostra serie.

La pagina della nostra campagna è a QUESTO LINK.
Shortlink da copiare e condividere con gli amici:   bit.ly/bizzarrobazar

Nota: per noi il metodo migliore per ricevere una donazione è mediante carta di credito/bonifico, perché PayPal ci salassa con commissioni molto alte, ma shhhh, io non vi ho detto niente. 😉

Grazie a tutti per questi dieci anni incredibili, grazie a chi sarà così generoso da donare qualcosa nelle sue possibilità… e a chi spammerà senza vergogna il progetto tra i conoscenti.

Ancora e sempre, vive la résistance — in altre parole,

Lezioni di anatomia

Il cadavere in scena

Frontespizio della Fabrica di Vesalio (1543).

Andrea Vesalio (di cui ho scritto già a più riprese) è stato fra i principali iniziatori della disciplina anatomica.
Un aspetto che non viene spesso considerato è l’influenza che il frontespizio del suo seminale De Humani Corporis Fabrica ha avuto sulla storia dell’arte.

Vesalio fu probabilmente il primo, e certo il più celebre fa gli studiosi di medicina, a farsi ritrarre nell’atto di dissezionare un cadavere: era ovviamente un calcolato affronto alla prassi universitaria del tempo, in cui l’anatomia si imparava esclusivamente dai libri. Qualsiasi lezione era appunto una lectio, consisteva cioè nella lettura pedissequa degli antichi testi galenici, reputati infallibili.
Con quel frontespizio, vero e proprio inno alla ricognizione empirica, Vesalio stava invece affermando qualcosa di rivoluzionario: stava dicendo che per capire come funzionavano, i corpi bisognava aprirli, bisognava guardarci dentro.

Johannes Vesling, Syntagma Anatomicum (1647).

Giulio Cesare Casseri, Tabulae Anatomicae (1627, qui dall’edizione di Francoforte, 1656)

Ecco allora che, dopo le iniziali resistenze e controversie, la comunità medica abbracciò la dissezione come principale strumento didattico. E se fino a quel momento si era idolatrato Galeno, non ci volle molto perché Vesalio prendesse il suo posto, e diventasse un must farsi ritrarre sui frontespizi dei trattati nell’atto di emulare le autopsie del nuovo maestro.

Una lezione di anatomia, Scuola di Bartolomeo Passarotti (1529-1592)

Frontespizio commissionato da John Banister (ca. 1580)

Nonostante qualche predecessore, come i due esempi cinquecenteschi qui sopra, il tema della “lezione d’anatomia” diventò un motivo artistico ricorrente nel Seicento, in particolare nell’ambito universitario olandese.
Nella ritrattistica di gruppo, la cui funzione era quella di immortalare i maggiori anatomisti dell’epoca, divenne di moda raffigurare questi luminari nell’atto di sezionare un cadavere.

Michiel Jansz van Miereveld, Lezione di anatomia del Dottor Willem van der Meer (1617)

Il riferimento alla pratica settoria, però, non era semplicemente un dato realistico. Era soprattutto un modo per rimarcare l’autorità e lo status sociale dei soggetti dipinti: è evidente il compiacimento degli anatomisti nel farsi ritrarre nel bel mezzo di un atto che impressionava e affascinava la gente comune.

Nicolaes Eliaszoon Pickenoy, Lezione di osteologia del Dottor Sebastiaes Egbertsz (1619)

Le dissezioni nei teatri anatomici erano spesso pubbliche, veri e propri spettacoli (talvolta messi in scena con tanto di orchestra) in cui il Dottore era il protagonista assoluto.
Bisogna anche ricordare che la figura dell’anatomista rimaneva ammantata da un’aura di mistero, più simile a un filosofo depositario di esoteriche conoscenze piuttosto che al semplice e risaputo medico. In effetti l’anatomista non si degnava nemmeno di eseguire operazioni chirurgiche – per quello c’erano i chirurghi, o i barbieri; il suo ruolo era cartografare l’interno del corpo, come un vero e proprio esploratore, e svelarne i segreti più reconditi e inaccessibili.

Christiaen Coevershof, Lezione di anatomia del Dottor Zacheus de Jager (1640)

Tra tutte le lezioni di anatomia che punteggiano la storia dell’arte, le più celebri rimangono senza dubbio quelle di Rembrandt, che peraltro costituirono il primo grosso ingaggio della sua carriera ad Amsterdam. La Gilda dei Chirurghi commissionava questo tipo di quadri per poi sfoggiarli nella sala comune. Rembrandt ne dipinse uno nel 1632 e un secondo nel 1656 (parzialmente andato distrutto, ma di cui rimane la porzione centrale).

Rembrandt, Lezione di anatomia del Dottor Nicolaes Tulp (1632)

Sulla lezione del Dottor Tulp sono state scritte infinite pagine, anche perché il quadro è colmo di molteplici dettagli seminascosti. La scena raffigurata diviene teatrale, spazio di azione drammatica in cui il ritratto di gruppo non è più statico: ogni personaggio è mostrato in una posa specifica, intento a volgere il suo sguardo in una precisa direzione. Grazie a un utilizzo già sapiente della luce Rembrandt sfrutta il cadavere come repoussoir, cioè elemento d’attrazione che spinge di colpo l’osservatore “dentro” il quadro. E il corpo senza vita sembra fare da contraltare al protagonista assoluto del quadro: il Dottor Tulp, leggermente scentrato, è talmente importante da meritarsi una sorgente di luce a sé stante.
Forse il dettaglio più ironico per noi è quel libro aperto, sulla destra: è facile intuire quale sia il testo consultato durante la lectio. A stare sul leggio ora non è più Galeno, ma Vesalio.

Particolare del volto illuminato del Dottor Tulp.

L’umbra mortis, l’ombra che cala sugli occhi del morto.

L’ombelico del cadavere forma la “R” di Rembrandt.

Dettaglio del libro.

Particolare dei tendini.

Si è discusso a lungo perfino su come sia  stata raffigurata la dissezione, e sulla supposta implausibilità di una lezione anatomica che cominci dai tendini del braccio invece che dalla classica apertura della parete toracica e dall’eviscerazione. D’altronde un anatomista rinomato come Tulp non si sarebbe mai abbassato a eseguire la dissezione con le sue mani, ma avrebbe delegato un assistente; l’intento di messa in scena è evidente. Gli stessi dubbi di inattendibilità anatomica/storica sono stati avanzati per la successiva lezione anatomica dipinta da Rembrandt, quella del Dottor Deyman, in cui le membrane del cervello non sarebbero rappresentate in modo corretto.

Rembrandt, Lezione di anatomia del Dottor Deyman (1656)

Ma, al di là delle licenze artistiche, Rembrandt impartì una sua propria “lezione” (pittorica, in questo caso) che fece innumerevoli proseliti.

Cornelis De Man, Lezione di anatomia del Dottor Cornelis Isaacz.’s Gravenzande (1681)

Jan van Neck, Lezione di anatomia del Dottor Frederik Ruysch (1683)

Un’altra curiosità è nascosta nella Lezione di anatomia del Dottor Frederik Ruysch di Jan van Neck. Anche di Ruysch e dei suoi straordinari preparati ho già scritto altrove: qui ricordo soltanto che quella figura che sembra un paggetto e che esibisce uno scheletrino fetale, sulla destra del quadro, altri non è se non la figlia dell’anatomista, Rachel Ruysch. La ragazzina aiutava il padre nelle dissezioni e nelle preservazioni anatomiche, cucendo anche pizzi e merletti per i suoi celeberrimi preparati. Raggiunta l’età adulta, Rachel lasciò da parte i cadaveri per diventare un’apprezzata pittrice floreale.

Dettaglio di Rachel Ruysch.

Un secolo dopo il celebre ritratto di Tulp, Cornelis Troost mostra un atteggiamento del tutto diverso riguardo al soggetto.

Cornelis Troost, Lezione di anatomia del Dottor Willem Roëll (1728)

A proposito del quadro scrive de Raadt:

Quest’opera appartiene al periodo di transizione che porta dall’umanesimo al modernismo […]. A giudicare dalla mancanza d’interesse nei volti degli studenti, l’illuminante lezione anatomica non genera alcuna meraviglia nei suoi studenti. Al contrario, la posizione piuttosto precaria del cadavere mostra una misura di disprezzo. I personaggi sono vestiti come aristocratici francesi con le loro parrucche incipriate, ostentando ricchezza e potere.

Anon., William Cheselden dà una dimostrazione anatomica a sei spettatori (ca. 1730/1740)

Nella versione del tema realizzata da Tibout Regters, qui sotto, il cadavere addirittura scompare quasi del tutto: rimane soltanto una testa sezionata, sulla destra, e sembra giusto un accessorio da sfoggiare con noncuranza; è l’ingombrante pomposità dei professori che ora domina la scena.

Tibout Regters, Lezione di anatomia del Dottor Petrus Camper (1758)

Il razionalismo e il materialismo dell’epoca dei Lumi cedettero il passo, nell’Ottocento, a un approccio in buona parte influenzato dalla letteratura romantica, a riprova che la scienza è inevitabilmente connessa con l’immaginario del proprio tempo.

Tra le varie discipline fu soprattutto l’anatomia a risentire di questo fascino letterario, che in realtà era bidirezionale. Da una parte gli scrittori gotici e romantici (gli Scapigliati su tutti) guardavano all’anatomia come al perfetto connubio di fascino morboso e algida scientificità, un nuovo stilema di “positivismo macabro”; e dal canto loro gli anatomisti divennero sempre più consci di essere considerati “eroi” decadenti, e i testi medici del tempo sono spesso colmi di svolazzi poetici ed evidenti ambizioni artistiche.

Thomas Eakins, La Clinica Gross (1875)

Thomas Eakins, La Clinica Agnew (1889)

Questa tendenza infulenzò anche la rappresentazione delle lezioni anatomiche. I due quadri qui sopra dell’americano Thomas Eakins, rispettivamente del 1875 e 1889, non sono strettamente dissezioni perché mostrano in realtà delle operazioni chirurgiche. Eppure il concetto è lo stesso: vediamo un luminare che impressiona con le sue prodezze chirurgiche ilpubblico assiepato nell’ombra. L’utilizzo della luce sottolinea la grandiosa severità di queste figure eroiche, eppure l’intento è anche quello di sottolineare le innovazioni che essi hanno sostenuto. Il dottor Gross viene infatti mostrato nell’atto di curare un’osteomielite del femore con una procedura conservativa – quando fino a pochi anni prima si sarebbe fatto ricorso a un’amputazione; nel secondo quadro, dipinto quattordici anni dopo il primo, possiamo riconoscere come si fosse iniziato a comprendere l’importanza della prevenzione delle infezioni (il teatro chirurgico è luminoso, pulito, e i chirurghi indossano tutti il camice).

Georges Chicotot, Il Professor Poirier che verifica una dissezione (1886)

Di crudo realismo, ma con accenti di “fantastico involontario”, è un quadro del 1886 opera del medico e artista Georges Chicotot. Qui il pubblico è sparito, e l’anatomista è mostrato da solo nel suo studio. Un cadavere è appeso per il collo come carne da macello, fra ossa sugli scaffali e chiazze purpuree di sangue che imbrattano la tovaglia e il grembiule. Impossibile non pensare al Frankenstein di Mary Shelley.

Enrique Simonet Lombardo, Anatomia del cuore (1890)

Ma l’Ottocento, con la sua tensione tra romanticismo e razionalità, è tutto idealmente racchiuso in questa Anatomia del cuore dello spagnolo Enrique Simonet. Dipinto nel 1890, è il perfetto riassunto della doppia anima del Diciannovesimo secolo, poiché è interamente giocato sugli opposti. Mascolino e femmineo, oggettività e soggettività, vita e morte, giovinezza e vecchiaia, ma anche il bianco del cadavere a contrasto con la figura nera dell’anatomista. Anche qui non c’è più alcun pubblico, si tratta di una dimensione molto intima. Il professore, da solo in un’anonima sala settoria, osserva il cuore che ha appena prelevato dal petto della bellissima fanciulla come se stesse contemplando un mistero. Il cuore, organo prediletto dai romantici, è qui rappresentato del tutto fuor di metafora, concreto e sanguinoso; eppure ancora sembra racchiudere il segreto di ogni cosa.

J.H. Lobley, Lezioni di anatomia a St Dunstan’s (1919)

Con l’arrivo del Novecento il topos della lezione di anatomia andò via via sfumando, e le raffigurazioni “serie” diventarono sempre più scarse. Eppure il filone non scomparve: finì contaminato dal citazionismo postmoderno quando non trasformato in esplicita parodia. In particolare fu il Dottor Tulp ad assurgere al ruolo di vera e propria icona, protagonista – e talvolta vittima – di fantasiose reinvenzioni.

Édouard Manet, Lezione di anatomia del dottor Tulp, copia da Rembrandt (1856)

Gaston La Touche, Anatomia dell’amore (19??)

Georges Léonnec, Lezione di anatomia del Professor Cupido (1918)

Se già nel 1856 Manet aveva rivisitato alla maniera impressionista il celebre quadro, La Touche aveva immaginato un’ironica Anatomia dell’amore, e Léonnec faceva il verso a Rembrandt con i suoi cupidi, in realtà è nell’ultimo quarto del Ventesimo secolo che Tulp cominciò ad apparire un po’ ovunque, nei fumetti, in televisione (anche il nostro Stefano Bessoni ne propose una rilettura in un mediometraggio del 1993).

Astérix e l’Indovino (1973) Goscinny-Uderzo

Stefano Bessoni, Tulp (55′, 1993)

Con l’avvento di internet il successo del famoso Dottore si allargò sempre più, mentre la sua figura veniva photoshoppata, replicata e riproposta all’infinito.
Un po’ come era accaduto alla Monna Lisa, deturpata dai baffi di Duchamp, Tulp è ormai diventato il punto di riferimento per chiunque voglia fare dell’umorismo nero e scorretto.

Tulp in versione Lego.

Hillary White, The Anatomy Lesson of Dr. Bird (2010)

FvrMate, The Anatomy Lesson of Dr. Nicholaes Tulp, (2016)

HANGBoY, The Anatomy Lesson (2016)

L’arte contemporanea, d’altronde, utilizza sempre più frequentemente l’interno del corpo come elemento sovversivo e ironico. Il fatto che Tulp sia ancora un protagonista “pop” dell’immaginario mondiale dimostra l’enorme influenza del quadro di Rembrandt; e di Vesalio che, con il suo frontespizio, diede inizio al filone della lezione anatomica, lasciando così un segno profondo nella storia delle arti visive.

Questo articolo è uno spin-off di un mio precedente post sui rapporti tra anatomia e surrealismo.

“Più luminoso di mille soli”: l’uomo che entrò nell’acceleratore di particelle

Tutti quanti abbiamo sentito parlare degli acceleratori di particelle, se non altro in occasione della “scoperta” del bosone di Higgs qualche anno fa.
E ci sono soltanto due domande che noi profani ci facciamo, a proposito di questi macchinari:

1. Ma cosa diamine sono gli acceleratori, e come funzionano?
2. Cosa succede se infilo la mano in un acceleratore di particelle acceso?

Ok, magari la seconda domanda me la sono fatta solo io.

© 2017 Robert Hradil, Monika Majer/ProStudio22.ch

Comunque, per quanto riguarda il punto n.1, il sito ufficiale del CERN risponde così:

Un acceleratore spinge particelle cariche, come protoni o elettroni, ad alta velocità, vicina alla velocità della luce. Vengono quindi fatte scontrare con un bersaglio o con altre particelle che circolano nella direzione opposta. Studiando queste collisioni, i fisici sono in grado di sondare il mondo dell’infinitamente piccolo.
Quando le particelle hanno energia sufficiente, accade un fenomeno che sfida l’immaginazione: l’energia della collisione si trasforma in materia sotto forma di nuove particelle, la più massiccia delle quali esisteva nell’Universo primordiale. Questo fenomeno è descritto dalla famosa equazione di Einstein E = mc2, secondo la quale la materia è una forma concentrata di energia, e le due sono intercambiabili.

Per quanto riguarda la seconda domanda, da una veloce ricerca viene fuori che non sono affatto l’unico ignorante che se la pone: su internet, appena uno dice di lavorare a un acceleratore viene sommerso dalle richieste di chi non vede l’ora di farsi investire da un fascio di protoni nella speranza di acquisire dei superpoteri.

Perfino alcuni fisici del CERN hanno provato a rispondere all’annosa questione della mano nell’acceleratore, nei primi 4 minuti di questo video.
Eppure, vuoi perché sapranno anche tutto di fisica ma non sono medici, vuoi perché si tratta di una domanda troppo infantile e frivola, i luminari sembrano cadere dalle nuvole e i loro tentativi di rispondere si possono riassumere in un imbarazzato “non lo sappiamo”. (Possibile che non si siano preparati una risposta migliore? Nessuno ha mai fatto loro domande sceme?)

Poco male comunque, perché sulla delicata questione l’unico scienziato della cui risposta mi fiderei ciecamente non sta al CERN, ma in Russia.
Si tratta di Anatoli Bugorski, e non ha messo la mano dentro un acceleratore di particelle acceso… ci ha infilato tutta la testa.

© Sergey Velichkin – TASS

Il 13 luglio del 1978 Bugorski stava ispezionando il sincrotrone U-70 all’Istituto di fisica ad alta energia nella città di Protvino.
Inaugurato nel 1967, questo acceleratore circolare dal perimetro di 1,5 km aveva detenuto per cinque anni il record del mondo per l’altissima energia del suo fascio (quel “70” infatti indica i gigaelectronvolt che raggiunge nella fase finale); e ancora oggi è il più potente di tutta la Russia.

Ispezionare una bestia del genere non è come aprire il cofano e controllare il motore dell’auto – nonostante per chi scrive siano due attività ugualmente esoteriche. Per eseguire la manutenzione, quella mattina, Burgoski doveva infilarsi nel circuito dell’acceleratore. Prima di scendere aveva dunque avvisato la centrale di controllo di spegnere il raggio, nei cinque minuti successivi.
Era arrivato alla sala sperimentale con un minuto o due di anticipo, ma non ci aveva fatto caso perché aveva trovato la porta aperta; inoltre il segnale di sicurezza era spento, segno che il macchinario non era più in funzione. “Che bravi, che efficienti, i ragazzi alla centrale – avrà pensato – hanno già fermato tutto, sapendo che stavo arrivando”.

I ragazzi nella sala di controllo.

Bello tranquillo, si decise quindi ad aprire l’acceleratore.
Quello che non sapeva era che la porta era stata lasciata socchiusa per sbaglio; e che la lampadina del segnale di pericolo si era appena fulminata.

© Sergey Velichkin – TASS

Appena sbirciò all’interno del corridoio, la sua testa venne trapassata all’istante da un fascio di protoni di 2×3 millimetri di grandezza, sparato a una velocità vertiginosa.
Burgoski vide un flash “più luminoso di mille soli”, mentre il raggio entrava dalla parte posteriore del cranio e in una frazione di secondo bruciava una linea retta attraverso il suo cervello, uscendo in prossimità della narice sinistra.
Il tutto fu troppo veloce perché Burgoski avvertisse dolore; ma non abbastanza veloce (almeno, questo voglio immaginare) da impedirgli di imprecare mentalmente contro gli addetti alla sicurezza.

Burgoski venne portato in infermeria, e nel giro di poco tempo la metà del volto colpita si gonfiò a dismisura. Il raggio aveva trapassato il suo orecchio medio, e la ferita continuava a friggergli pian piano i nervi della faccia. Ma il problema vero erano le radiazioni.
In quel millesimo di secondo, Bugorski era stato esposto a una dose di radiazioni pari a 200.000/300.000 röntgen, vale a dire una dose 300 volte maggiore della quantità letale.

Per gli scienziati questo sfortunato dottorando era diventato di colpo un caso di studio interessante.
Dato per spacciato, venne trasferito d’urgenza in una clinica a Mosca, per essere posto sotto osservazione durante quelli che, presumibilmente, sarebbero stati i suoi ultimi giorni di vita. Arrivarono studiosi da tutte le parti per guardarlo morire, perché nessuno prima di lui era mai stato vittima di un fascio di radiazioni così concentrato, come ricorda un articolo su The Atlantic:

la particolarità nel caso di Bugorski era che le radiazioni erano concentrate lungo un sottile fascio attraverso la testa, piuttosto che essere distribuite ampiamente a causa di ricadute radioattive, come nel caso di molte vittime del disastro di Chernobyl o del bombardamento di Hiroshima. Nell’incidente di Bugorski, i tessuti particolarmente vulnerabili, come il midollo osseo e il tratto gastrointestinale, potrebbero essere stati in larga parte risparmiati. Ma dove il raggio colpì la testa di Bugorski, depositò una quantità oscena di energia di radiazione, centinaia di volte maggiore di una dose letale.

Eppure, a dispetto di qualsiasi previsione, Burgoski non morì.
In seguito all’incidente perse totalmente l’udito dall’orecchio sinistro (rimpiazzato da un acufene), soffrì per il resto della vita di crisi epilettiche, e di un’emiparesi facciale. Ma a parte questi danni, permanenti ma non letali, recuperò del tutto la salute: nel giro di 18 mesi tornò al lavoro, completò il dottorato e continuò la carriera di scienziato e coordinatore sperimentale.
Non poté parlare della sua disavventura fino alla fine degli anni ’80, per via del segreto di stato che copriva tutte le informazioni anche solo lontanamente connesse con il nucleare. Burgoski è ancora vivo e vegeto all’età di 77 anni.

Insomma, magari la sua storia non risponde esattamente alla nostra puerile domanda su cosa succederebbe alla nostra mano nell’acceleratore, ma ci può dare un’idea approssimativa.
Come riassume il Professor Michael Merrifield nel video citato: