Link, curiosità & meraviglie assortite – 19

“Che barba, che noia. Per fortuna c’è la nuova raccolta di link di Bizzarro Bazar.” (Foto: Tim Walker)

Lasciate perdere le granite: per combattere il caldo, niente di meglio che un bel po’ di link ghiacciati e agghiaccianti, direttamente dalla mia cella frigorifera!

  • James Hirst (1738-1829) come cavalcatura usava un toro che aveva ammaestrato; teneva volpi e orsi come animali domestici; costruì una carrozza di vimini così grande da contenere un letto matrimoniale e un’intera cantina di vino; installò una vela sul suo carro, in modo da navigare su strada, e alla prima curva finì volando attraverso la finestra di una sartoria; si salvò da un duello all’ultimo sangue mandando avanti un manichino al posto suo; si fece donare dozzine di giarrettiere dalle nobildonne inglesi in cambio del privilegio di entrare per un minuto nell’eccentrica bara che si era auto-costruito; rifiutò un invito del Re perché era troppo impegnato a insegnare a una lontra l’arte della pesca. (Io invece oggi ho passato l’aspirapolvere.)
  • Jason Shulman usa esposizioni lunghissime per fotografare interi film. Il risultato è spettacolare: un “riassunto” della pellicola in un’unica immagine, 130.000 fotogrammi compressi in un singolo scatto. “Ognuna di queste foto — dice Shulman — è il codice genetico di un film, il suo DNA visivo“. Ed è affascinante riconoscere i contorni delle inquadrature ricorrenti (che quindi restano impresse in maniera meno sfumata delle altre): i finestrini del furgoncino di Non aprite quella porta, le statiche scenografie di Méliès, i riflessi dei lampioni in Taxi Driver. E io personalmente non ci avevo mai riflettuto, ma i primi piani di Linda Lovelace in Gola profonda devono essere davvero tanti, per riuscire a far comparire quel volto fantasmatico… (Grazie, Eliana!)

  • Restiamo nell’ambito fotografico parlando delle manipolazioni di Giovanni Bortolani. Nella sua serie Fake Too Fake si diverte ad affettare e rimontare il corpo di bei modelli e modelle, come nell’esempio qui sopra. L’estetica della foto di moda incontra il bancone di macelleria, con risultati surreali e disturbanti.
  • Guai a parlare di masturbazione femminile: e allora parliamone.
    Un bell’articolo su L’Indiscreto racconta la storia dell’autoerotismo femminile, pratica un tempo considerata patologica e oggi indicata addirittura come terapia. Ma, ancora e comunque, guai a parlarne.
  • E già che ci siamo, perché non riguardare il bel cartone animato della Disney sulle mestruazioni?
  • Pensavo di aver trovato il gadget perfetto per l’estate, ma ho scoperto che è fuori produzione. Quindi niente spiaggia per me quest’anno. (Grazie, Marileda!)

  • Torni nel tuo villaggio natio, ma scopri che tutti quanti se ne sono andati o sono morti. Quindi, per rendere l’atmosfera del paesino fantasma meno creepy, cosa ti inventi? Ovvio: lo popoli di bambolotti di pezza a grandezza naturale che se ne stanno immobili e silenziosi nei campi, siedono sulle panchine, riempiono le aule scolastiche, aspettano l’autobus che non passerà. E dai ai fantocci le fattezze dei defunti. Uhm. La signora Ayano Tsukimi è tanto carina, intendiamoci, e la sua solitudine ha commosso il mondo, ma non ho ancora deciso se la sua opera sia davvero “allegra” e poetica, oppure grottesca e inquietante. Decidete voi.
  • Se avete voglia di una lettura un po’ impegnativa ma affascinante, c’è un bellissimo studio  di Giuditta Failli sull’irruzione del meraviglioso nella cultura medievale a partire dal XII secolo, tra mostri, armate di scheletri, apparizioni di demoni e spettri. Ecco la prima parte e la seconda parte. (Grazie, Pasifae!)

  • Cos’è questo strano schema qui sopra? È la dimostrazione che si può sempre uscire dagli schemi.
    Benvenuti nel mondo delle notazioni musicali eterodosse.
  • Ma d’altronde la musica è gioco, sperimentazione, alchimia nel vero senso del termine — usare gli elementi del mondo per trascenderli attraverso la manipolazione e la fusione dei loro suoni. A ricordarcelo arriva un altro grande anticonformista, Hermeto Pascoal, che in questo video è intento a suonare una laguna.
  • Me ne vado alla ricerca di un grande forse“, disse François Rabelais in punto di morte.
    Sto per intraprendere il mio ultimo viaggio, un grande salto nel buio“, mormorò Thomas Hobbes.
    Le ultime parole vanno bene per gli sciocchi che non hanno detto abbastanza in vita” profferì con l’estremo fiato Karl Marx.
    E voi, vi siete preparati un’ultima, romantica, memorabile frase? Be’, peccato che molto probabilmente non riuscirete a dirla. Ecco un interessante articolo su cosa si dice davvero in punto di morte, e perché potrebbe essere importante studiare il modo in cui si comunica durante gli ultimi istanti.
  • A proposito, una delle frasi che preferisco è quella pronunciata da John Sedgwick il 9 maggio 1864 durante la battaglia di Spotsylvania. L’eroico generale esortò i suoi soldati a non ritirarsi: “Mi vergogno di voi, scappare in questo modo. Non saprebbero colpire un elefante a questa distanza“.
    Manco aveva finito, che un proiettile lo raggiunse sotto l’occhio sinistro, stroncandolo sul colpo.

Sedgwick: 0 – Karma: 1.

  • La sempre ottima Nuri McBride sulla Great Stink of London, ovvero quell’epoca in cui il Tamigi era, nelle parole di un legislatore, “una pozza dello Stige, che puzza di orrore ineffabile e intollerabile“.
  • A proposito di profumi, avete presente quel buon odore che ha un prato tagliato di fresco?
    È perché ogni filo d’erba sta gridando in agonia. Prego, non c’è di che.
  • Almeno le foglie secche hanno smesso di soffrire, e l’artista Susanna Bauer le usa per cucire delle opere strabilianti.
  • Qui invece una serie di splendide illustrazioni ottocentesche di animali e gente che muore male.
  • Sinceramente, non credo che scriverò mai più un tweet all’altezza di questo.

  • È qui la festa?” Questi allegri e gioviali signori, intenti con ammirevole entusiasmo a farsi saltare fuori gli occhi dalle orbite coi coltelli, stanno celebrando l’Urs festival, manifestazione che si tiene ogni anno ad Ajmer nel Rajasthan per commemorare la morte del maestro sufi Moʿinoddin Cishti. Trovate altre foto della simpatica usanza in questo articolo.
  • E infine ecco un cortometraggio davvero meraviglioso, suggeritomi dall’amico Ferdinando Buscema. Gustatevelo, perché è il riassunto di tutto ciò che c’è di bello nell’uomo: la capacità di infondere senso alla vita a partire dalle cose minute, attraverso il lavoro e la creazione, la volontà di riconoscere l’universale anche negli  oggetti più umili e all’apparenza risaputi.

 

Hatari

Articolo a cura della guestblogger Verina Romagna

L’edizione 2019 dell’Eurovision Song Contest è aperta, il pubblico agita le proprie bandiere in platea o collassa sul divano di casa grazie alla diretta televisiva: tutti sono storditi dai glitter, dai sorrisi di una schiera di bellocci canterini, dalle canzonette orecchiabili che ripetono ossessivamente love, love, love.
Viene il turno dell’Islanda, piccolo concorrente che non annovera troppi successi o sorprese, e all’improvviso il palco di dipinge di rosso sangue. Con un beat aspro e metallico, la scena si rivela: una gabbia, un gruppo di creature androgine vestite in pelle e latex; uno dei cantanti è steso come morente su una gradinata; l’altro non canta, urla. Con un growl che non è selvaggio o liberatorio, quanto piuttosto gelido e allucinato, le parole pronunciate sono HATRIÐ MUN SIGRA, “l’odio prevarrà”.

“Questo cos’è? E soprattutto, com’è potuto succedere?”, si domanda il pubblico dell’Eurovision.
Facciamo un passo indietro.


Quattro anni fa, in una luminosa sera d’estate, mentre il sole di mezzanotte splendeva, due ragazzi passeggiavano per Reykjavík contemplando l’ascesa del populismo, la rovina operata dal capitalismo e i crimini dell’individualismo crescente in Europa. La risposta logica, ovviamente, era una sola: Hatari.

Meet the band

Hatari dall’islandese si traduce come haters, “odiatori”. La band si autodefinisce un “premiato gruppo artistico performativo, anticapitalista, antisistema, industrial, techno-distopico, BDSM” modificando e aggiungendo a piacere gli aggettivi . Hatari è un progetto multimediale, presieduto da un’azienda nebulosa dal sospetto nome di Svikamylla ehf. (“Implacabile Truffa/Rete di Menzogne & Co.”).

Il progetto si fonda sulla band musicale che i due ragazzi del racconto, i cantanti Klemens Hannigan e Matthías Tryggvi Haraldsson, formano insieme al loro “batterista schiavo” Einar Hrafn Stefánsson. Al trio si aggiunge una variabile squadra di performer, ballerini, coreografi, visual artist e stilisti indipendenti responsabili di un curatissimo guardaroba fetish, nonché di una serie di tute da ginnastica con logo per i momenti di relax dei membri del gruppo.

La leggenda della fondazione di Hatari è una sfacciatissima e ironica mistificazione, regolarmente rifilata da Klemens e Matthías ai giornalisti, ma ci sono fatti inconfutabili: Hatari ha ricevuto davvero diversi premi, e la maggior parte del gruppo proviene effettivamente dall’Accademia d’Arte di Reykjavík. Matthías, coi suoi venticinque anni, ha già un riconoscimento come drammaturgo esordiente ed è particolarmente coinvolto nella stesura dei testi nichilisti delle canzoni di Hatari. Klemens è carpentiere e scenografo, Einar suona anche nella band indie-pop Vök.

Ma che genere di musica fa Hatari? Domanda difficile, soprattutto perché il gruppo si affretta a reinventare il proprio stile ogni volta che qualcuno rischia di capirlo. Se si chiede direttamente a Klemens o a Matthías, parte ancora un lungo elenco di aggettivi creati a soggetto, che inizia con parole quasi calzanti come “techno-punk”, prosegue con “pop”, “bondage” e “giorno del giudizio”, poi sfuma in “cabaret” e “bonanza”. Fra le influenze musicali dichiarate appaiono i Rammstein, i Die Antwoord, i Rage Against The Machine, gli Abba (“se fossero stati più marxisti“), le Spice Girls, Naomi Kline, Noam Chomsky, Donald Trump e Theresa May.

Di fatto le canzoni di Hatari hanno una base ritmica elettronica, arricchita dalla batteria live di Einar, e due voci a contrasto: il growl di Matthías per la parte principale e una parte melodica affidata al canto soave, implorante e lamentoso di Klemens. Un canto che diventa addirittura un falsetto nel brano Hatrið mun sigra presentato all’Eurovision.

La musica, comunque, è solo un elemento nella performance di Hatari, una singola espressione delle idee alla base del progetto: inscenare una distopia autoritaria fascistoide ambientata alla fine dell’umanità, smascherare l’implacabile truffa della vita quotidiana, smantellare il capitalismo… e magari vendere un po’ di CD e di t-shirt nel frattempo. Dopotutto, osservano i membri della band, “smantellare il capitalismo non è gratis“.

Il perno di Hatari è proprio la contraddizione, il paradosso, il contrasto. Il BDSM negli abiti e nella messa in scena è necessario, perché il BDSM “ti libera mentre allo stesso tempo ti costringe, come il capitalismo“.
Ma prima ancora il contrasto emerge dal dualismo tra i cantanti Klemens e Matthías, infinitamente giocato ed esibito, vero punto focale dell’intero progetto.

I personaggi di Hatari

Matthías, il leader del gruppo, interpreta il ruolo di dominatore nonché dittatore assoluto nella distopia di Hatari. È bruno, algido e imponente, e la sua voce ha un timbro solenne e cavernoso. Il tiranno Matthías è caratterizzato da rigidità, movimenti repressi e trattenuti, inespressività. Sul palco si muove a malapena e apostrofa il pubblico con pochi gesti controllati, secchi e teatrali, di ispirazione nazista. Le sue urla rabbiose scaturiscono da un volto granitico, assente, perso in un delirio di odio e autoaffermazione. Anche quando non sta cantando, Matthías mantiene la sua apatica compostezza; se pronuncia frasi ironiche e paradossali, lo fa evitando ogni accenno di ilarità.

Klemens è il braccio destro di Matthías, un innocente che il dittatore martirizza e sottomette. Si tratta di una vittima il cui tormento diviene oscena estasi: Klemens rappresenta il becchino compassionevole dell’umanità morente. È piccolo, biondo (o talvolta tinto di un rosso acceso), frizzante ed efebico. Come Matthías, espone la bislacca retorica di Hatari con la massima serietà, ma non segue la medesima autodisciplina. Nel linguaggio del corpo e nella gamma espressiva si ispira, a seconda dell’estro, a un’infinità di ruoli tradizionalmente femminili: l’angelo tenero e fragile, la smorfiosa lolita dallo sguardo sfacciato, la prostituta insofferente, la vamp sonnolenta e vorace.

Alle spalle di un Matthías impalato, Klemens barcolla senza pace lungo il palco e balla al ritmo delle canzoni. Le sue braccia si sollevano, le anche ondeggiano, il corpo si disarticola morbido mantenendo il bacino come centro di gravità. Tra costumi costumi succinti e gemiti orgasmici, Klemens diventa il portavoce dell’elemento erotico nella performance di Hatari: è luce, vita, sesso contro le tenebre e l’aridità di Matthías.

Einar, il batterista schiavo, è un personaggio muto. D’altronde indossa una maschera di pelle borchiata che nasconde la metà inferiore del volto, limitando le sue possibilità comunicative. Lenti a contatto anneriscono la sclera, o restringono la pupilla, sicché la fisionomia è irriconoscibile e risalta soltanto la sua statura gigantesca.

Durante le esibizioni Einar picchia sulla batteria con l’impassibilità di un metronomo, o fa volteggiare una mazza ferrata. O, ancora, veglia immobile alle spalle del gruppo e punta uno sguardo fisso sul pubblico, come un temibile Golem mascherato da sex toy. L’unica frase che ha pronunciato finora, con l’ausilio di una zip sulla bocca generosamente abbassata da Klemens, è il titolo profetico della canzone Hatrið mun sigra.

Completano il quadro alcuni ballerini che collaborano alle performance di Hatari: l’elegante e allampanato schiavo Sigurður Andrean Sigurgeirsson e le pallide, robotiche dominatrici Sólbjört Sigurðardóttir e Ástrós Guðjónsdóttir. Le ballerine non sono meno vestite degli uomini, e se pure capita che interagiscano con i performer maschi, non lo fanno mai in maniera allusiva: nelle coreografie di Hatari la sensualità rimane esclusivamente omoerotica e maschile.

Scalata e scandalo all’Eurovision

E allora, come ha potuto questo freakshow arrivare all’Eurovision?
Il primo passo è stato vincere il Söngvakeppnin, la competizione musicale islandese che ogni anno decreta il rappresentante nazionale all’Eurovision.
La partecipazione della band a un concorso pop televisivo fa sensazione, non solo per il salto rispetto ai circuiti underground che finora ha frequentato il gruppo, ma anche perché Hatari in teoria si è appena sciolto – con tanto di concerto d’addio e di dichiarazione su Iceland Music News (il “più onesto canale informativo dell’Islanda”, in realtà un’altra loro compagnia fittizia). L’abbandono delle scene viene motivato con il fallimento del progetto, “per non essere riusciti ad abbattere il capitalismo nei due anni che ci eravamo dati“. E dura appena dieci giorni.
La partecipazione al Söngvakeppnin viene annunciata con un video promozionale pensato per rassicurare il pubblico pop della kermesse: il gruppo, sorridente in abiti borghesi (Einar per la prima volta senza maschera) si riunisce a mangiare una torta. Per rendere più intimo il quadretto famigliare, partecipano anche la figlioletta di Klemens e quella di Einar e Sólbjört, che nel privato sono fidanzati.
Hatari è diventata una band family-friendly e borghese? Non esattamente: il copione del video è identico alla campagna elettorale di Bjarni Benediktsson, politico controverso che si dedica al cake design per cercare di ripulire la sua immagine.

Quando, al momento della premiazione, Hatari trionfa cogliendo tutti di sorpresa, Matthías annuisce condiscendente e ripete il leitmotiv di Hatari: “Va tutto secondo il piano“. Il capitalismo verrà smantellato partendo dall’Eurovision, giacché avere Hatari come rappresentante nazionale provocherà perlomeno il crollo dell’economia islandese. È già pronta la lettera di scuse al governo, in caso di vittoria.

E quindi eccoli arrivati all’Eurovision, festival che sostiene, almeno negli intenti, la pace e l’amicizia fra i popoli. L’edizione del 2019 si svolge in Israele, a Tel Aviv, nello scenario di un’occupazione per niente pacifica e inclusiva.
Candidato ideale per sfruttare questo paradosso, già dalle prime esternazioni pubbliche Hatari diventa il concorrente scomodo. Il gruppo si presenta spalleggiato da uno sponsor immaginario, l’acqua gassata SodaDream – che riecheggia il nome della israeliana SodaStream ma che, viene precisato, al contrario di quest’ultima “non ha mai operato in nessun genere di territorio occupato“.
Compare un video in cui la band sfida il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu a un incontro di glíma (wrestling islandese), con in palio territori islandesi o israeliani da colonizzare a piacimento dal vincitore.

Nel cuore dell’EBU, l’Unione europea di radiodiffusione che organizza l’Eurovision, cresce l’ansia riguardo alle esibizioni e alle interviste di Hatari: quale sarà “il piano” di cui il gruppo continua a parlare? Non avranno forse in mente di violare le regole del concorso, che vietano di mostrare vessilli politici sul palco?
Ammonito dall’EBU, Hatari concorda di cambiare atteggiamento: passa a un look tamarro a tinte fluo ed evade qualunque intervista che (così afferma) possa essere interpretata politicamente, incluse domande sui propri cibi preferiti. D’altronde, il brano Hatrið mun sigra non vuole davvero incitare all’odio, bensì ispirare il medesimo spirito di unione che sta alla base dell’Eurovision: ricordatevi di amare, prima che la distopia di Hatari si avveri.

La tensione inizia a placarsi. In fondo Hatari è solo una cricca di simpatici burloni, i fenomeni da baraccone che non possono mancare a ogni edizione dell’Eurovision. Al gran finale della gara, è chiaro ormai che non combineranno niente, che “il piano” non esiste. Anche quell’idea di porre termine al capitalismo non è altro che uno scherzo.

Ma quando arriva il momento dell’attribuzione del punteggio in classifica, ecco che succede l’impensabile. Mentre il gruppo è nella green room dell’Eurovision, in diretta, un attimo prima di venire inquadrato Matthias scambia un rapido cenno con Klemens.
Quindi estrae da uno dei suoi kinky boots alcune sciarpe con la bandiera palestinese, che la band si è procurata di nascosto dai presidi militari israeliani.

Mentre viene annunciato il decimo posto per l’Islanda, tra i fischi del pubblico, la sicurezza irrompe per sequestrare le sciarpe. Nel frattempo sul profilo Instagram di Hatari compare una gigantesca bandiera della Palestina, mentre su YouTube viene pubblicato un nuovo videoclip girato nel deserto di Gerico, in collaborazione con l’artista gay palestinese Bashar Murad.

Intimità maschile, la provocazione definitiva

Al di là di questa trasparenza nello schieramento politico, e all’iconoclastia di ricordare proprio all’Eurovision che non viviamo nel migliore dei mondi possibili, Hatari assesta anche un’ultima provocazione – più sottile ma insidiosa, destinata a dividere e turbare perfino i fan. Si tratta della particolare sintonia emotiva e fisica fra Klemens e Matthías.

Nelle apparizioni pubbliche Klemens e Matthías coordinano perfettamente tra di loro gesti e parole, alternandosi o addirittura parlando in sincrono. Eppure talvolta la dinamica di dominazione e sottomissione esibita nelle performance musicali sembra quasi capovolgersi: durante le interviste è Klemens che, in una gag ormai divenuta di repertorio, sussurra qualcosa nell’orecchio del “padrone” Matthías, che poi si limita a riferire impassibile.

Ma non è nemmeno questa inversione dei ruoli a confondere davvero il pubblico, quanto piuttosto l’intimità tra i due personaggi.
Non di rado Klemens si appoggia contro Matthías e reclina la testa sulla sua spalla; Matthías, dal canto suo, tiene l’amico stretto al petto, lo avvolge fra le braccia con atteggiamento protettivo.


I due cantanti affermano di avere un rapporto speciale, intenso e di lunga data: Klemens sostiene e incoraggia lo stoico Matthías a esprimere tutto sé stesso, Matthías è invece lo scudo e il porto sicuro per quella “creatura emotiva senza freni“. Sono due opposti che sanno completarsi, il femminile e il maschile, lo Yin e lo Yang.
Eppure, e qui sta il dettaglio che fa esplodere i pregiudizi di genere, i due cantanti sono cugini, amici d’infanzia e soprattutto eterosessuali.

Le reazioni sono di sgomento. “Impossibile! Sono forse bisex? È tutta una messinscena? Devono per forza essere amanti!”
Sembra che il pubblico preferisca immaginare un incesto omosessuale, piuttosto che ammettere che tra due maschi eterosessuali possa esistere una simile fiducia e rilassatezza nel contatto fisico; l’affetto e la tenerezza che Klemens e Matthias mostrano durante le loro effusioni è un tabù ancora più forte della relazione omosessuale, e sembra mettere in discussione il tradizionale e fin troppo fragile concetto di mascolinità.

Ecco allora che a dispetto di tutto l’armamentario da trickster consumati, delle fumisterie parodistiche, e nonostante l’estetica cruda e tenebrosa, il vero messaggio di Hatari sta nella dinamica di gruppo proposta come vero e proprio antidoto. Sta nel darsi reciprocamente forza e coraggio, infondersi calma e sicurezza l’un l’altro, abbandonare consapevolmente il proprio corpo in mani altrui, amalgamare i lati più spregiudicati di ciascuno come fossero gli ingredienti di una torta “piena d’amore, ma un po’ appiccicosa“.

La donchisciottesca lotta al capitalismo di Hatari è forse solo un’ennesima burla; eppure per combattere il mondo tossico e mortifero che il gruppo mette in scena gli unici strumenti sono l’empatia, la fiducia, il rispetto, i legami personali.
È sufficiente qualcuno che ci accetti, ci sostenga e – perché no – ci coccoli senza paura di risultare ridicolo o poco virile; qui risiede la forza per esprimere noi stessi.
E quando c’è espressione di sé, creatività, vitalità, allora l’odio non prevale.

ILLUSTRATI GENESIS: Giornata 4

Sette piccole lezioni per riscoprire il quotidiano.
Sette giorni per la Creazione… di una nuova prospettiva.

GIORNO 4 – IL SOLE, LA LUNA E LE STELLE

Il dettaglio risaputo: È l’alba. La sveglia suona come ogni mattina alle sette e mezzo: mentre dormivamo, il tempo ha continuato a scorrere. Ci siamo lasciati alle spalle un altro giorno e adesso dobbiamo alzarci, per affrontare il futuro che ci aspetta.

Il retroscena: Quando pensiamo allo scorrere del tempo, nella nostra testa visualizziamo una specie di strada o di nastro che si dipana all’interno di un paesaggio figurato. Davanti a noi c’è il futuro, e dietro il passato. Il tutto è in costante movimento: noi avanziamo sulla linea temporale (“ci stiamo avvicinando alla fine dell’anno”), ma in realtà il flusso è continuo e quindi anche lo scenario scivola inesorabilmente nella nostra direzione (“la fine dell’anno sta arrivando”).
Sia che l’osservatore si muova lungo il panorama, sia che il panorama gli venga incontro, parliamo sempre del tempo usando metafore spaziali. Ma sbaglieremmo a ritenere che queste nostre metafore siano le uniche possibili; gli antropologi e i linguisti che hanno studiato culture diverse si sono trovati a dover comprendere modelli temporali molto lontani dal nostro.
In numerose culture africane, per esempio, il tempo è relativo agli eventi. Dunque passa solo se sta succedendo qualcosa:

Gli europei sbagliano quando pensano che nelle società tradizionali africane le persone sedute sotto un albero senza far nulla stiano “sprecando tempo”. Quando gli africani non fanno nulla, non producono eventi, né marcatori di ritmo, né ‘tempo’. […] Quando la concezione del tempo è legata agli eventi, vuol dire che se non c’è evento non c’è tempo. Non c’è nulla da ‘sprecare’ e nulla da ‘risparmiare’. […] Una logica conseguenza è che il taxi-brousse (il bus che opera nella savana) partirà non a un momento prefissato del giorno, ma quando è pieno, quando ha abbastanza passeggeri che pagano il biglietto, così da permettere il viaggio. Allo stesso modo, una riunione comincerà “quando le persone (o la maggior parte di esse) sono arrivate”, non in un momento prestabilito su un orologio astratto. È l’evento – “è pieno” o “le persone sono arrivate” – che fa scattare l’azione, non un momento deciso secondo uno standard temporale misurabile.(1)

Non è universale nemmeno l’idea che il futuro stia davanti a noi e il passato dietro.
Per i malgasci è esattamente l’opposto: il futuro si trova alle spalle, e il passato davanti agli occhi. L’osservatore rimane fermo, e il tempo lo raggiunge da dietro. Quando i malgasci si fanno gli auguri di buon anno, l’espressione comune è arahaba fa tratry ny taona (“congratulazioni per essere stato raggiunto dal nuovo anno”).
In questo modello, il passato sta davanti agli occhi perché esso è conosciuto, dunque visibile; invece il futuro deve per forza essere dietro le spalle, perché nessuno può vederlo.

Un concetto simile è presente nella lingua aymara, parlata negli altopiani andini di Bolivia, Perù e Cile. Essa utilizza il termine nayra, che indica ciò che sta di fronte, per parlare del passato. Analogamente la parola ‘indietro’, qhipa, indica anche il futuro. Questa concezione deriva in parte

dalla forte enfasi che la lingua aymara pone sulla percezione visiva come fonte di conoscenza. Il linguaggio aymara distingue precisamente la fonte di conoscenza di ogni informazione riportata, imponendo grammaticalmente una distinzione tra conoscenza personale e non-personale, e contrassegnandole con un’inflessione verbale o apposite strutture sintattiche. […] Quindi, in aymara, se un oratore dice “Ieri mia madre ha cucinato le patate”, dovrà indicare se la fonte della conoscenza è personale o non-personale. L’oratore dovrà specificare se intendeva “Ha cucinato le patate, ma non l’ho vista farlo”.

E dunque non dovrebbe sorprendere scoprire che

chi parla la lingua aymara tende a parlare più spesso e in modo più dettagliato del passato che del futuro. Anzi, spesso gli anziani si rifiutano semplicemente di parlare del futuro, sulla base del fatto che si può dire poco o nulla di sensato al riguardo.(2)

La Quarta Lezione: L’idea del tempo è nata dall’alternarsi del sole e delle stelle, della luce e della notte. Come tutte le idee, è relativa e cambia a seconda dell’epoca storica, delle latitudini e del linguaggio. E allora perché non provare un piccolo esperimento? Dopo aver spento la vostra sveglia, immaginate che il nuovo giorno sia alle vostre spalle. Non potete affrontarlo perché non è di fronte a voi. Non potete sapere cosa porterà, ma sentite che è lì dietro, in agguato. L’idea fa un po’ paura, ma è anche liberatoria: non c’è altro da fare se non arrendersi, e lasciare che il futuro vi raggiunga.

Questo post è dedicato a due lettori del blog, Angela e Giuseppe, che da domani aspetteranno assieme il futuro pronto a sorprenderli alle spalle: vi auguro che sia spettacolare e pieno di meraviglia!
Le prime tre giornate di ILLUSTRATI GENESIS sono pubblicate qui e qui.

NOTE:
1) Ø. Dahl, “When The Future Comes From Behind: Malagasy and Other Time Concepts and Some Consequences For Communication”, in International Journal of Intercultural Relations, 19:2 (1995), pp. 197-209
2) R.E. Núñez ed E. Sweetser, “With the Future Behind Them: Convergent Evidence From Aymara Language and Gesture in the Crosslinguistic Comparison of Spatial Construals of Time”, in Cognitive Science, 30 (2006), pp. 401–450

Le mummie di Palermo: un dialogo silenzioso

Questo mio articolo è apparso originariamente sul primo numero, intitolato “Apocrifo Siciliano”, del libro-rivista Cariddi – Rivista Vorace, edito da Rossomalpelo Edizioni di Catania. La rivista esplora le innumerevoli versioni di una Sicilia dimenticata, occulta, sospesa tra le molteplici magie del fantastico e le illusioni della realtà — in un racconto collettivo al quale hanno partecipato giornalisti, scrittori, illustratori, critici letterari e fotografi per affrontare le mille facce della Sicilia.
Cariddi si trova in libreria (sul profilo FB Cariddi – Rivista Vorace trovate tutti i punti vendita che la ospitano), su Amazon e gli altri store online, oppure è possibile ordinarne una copia scrivendo una mail alla casa editrice.

 

La prima volta non si scorda mai.
Appena entrato all’interno delle Catacombe dei Cappuccini, l’impressione fu quella di trovarmi di fronte a un gigantesco exercitus mortuorum, una spaventosa armata di revenant. Morti tutt’intorno dalla pelle arsa e rinsecchita, centinaia di bocche spalancate, mandibole abbassate da secoli di gravità, le orbite vuote eppure terribilmente espressive. La sensazione durò pochi secondi, perché in realtà nell’ipogeo regnava una pace così perfetta che lo sconcerto iniziale cedette il passo a un sentimento diverso: avvertii di essere un intruso.

Estraneo, in quanto uomo vivo in uno spazio sacro abitato dai morti; tutti coloro che scendono qui ammutoliscono di colpo. È il visitatore a sentirsi sotto scrutinio.
Io ero inoltre alieno a una cultura, quella siciliana, che dimostrava una familiarità con i suoi defunti inconcepibile per qualcuno nato e cresciuto al nord. La morte qui non era occultata dietro lastre di marmo, anzi: se ne faceva spettacolo. Esibito teatralmente, esposto come mirabilis – degno d’ammirazione – stava in bella mostra il vero rimosso del nostro tempo: il cadavere.

Un cadavere lavorato con cura dai frati, secondo un procedimento affinato nel tempo. Uno dei termini tecnici che gli antropologi usano per indicare il trattamento di scolatura e mummificazione delle salme è “tanatometamorfosi”, che rende bene l’idea della vera e propria trasformazione strutturale a cui viene sottoposto il corpo.
Una simile conservazione aveva peraltro costi non indifferenti, che solo i più abbienti potevano permettersi (anche in morte ci sono cittadini di prima e seconda classe). Ma questo non sorprende se si pensa alle innumerevoli, monumentali cittadelle dei morti, per innalzare le quali i vivi sono disposti a spendere fatiche e fortune ingenti. Quello che mi colpiva, mentre sfilavo davanti alle mummie, era che in questo caso l’investimento non era servito a costruire un fastoso mausoleo celebrativo quanto piuttosto a congelare, per quanto possibile, le fattezze del morto nel tempo.

Ecco, il tempo. Lì sotto scorreva in maniera diversa rispetto alla superficie, o forse non scorreva affatto. Sospeso, aveva smesso di divorare e trasfigurare la materia.
Indugiando sui volti antichi, sui logori vestiti, sulle mani avvizzite, risultava chiaro lo scopo di questa pratica: salvaguardare non la memoria del defunto, ma l’identità stessa.
Se in un ossario i morti sono tutti identici, il processo di mummificazione ha invece la virtù di rendere ogni corpo diverso dall’altro, di conferire ai resti una spiccata personalità – effetto ulteriormente amplificato quando la mummia indossa gli abiti che sfoggiava in vita.
Tra tutte le barriere che l’uomo ha innalzato nel donchisciottesco tentativo di negare l’impermanenza, questa è forse quella che più si avvicina al successo; è una strana strategia, perché invece di allontanare la morte, la si abbraccia fino a renderla parte della quotidianità. Così questi individui non erano mai veramente morti: i familiari potevano tornare a visitarli, a parlarci, se ne prendevano cura. Erano antenati che non avevano mai del tutto attraversato la soglia.

A poco a poco le mummie iniziarono a sembrarmi benevole – perfino solidali, come lo è sempre chi ha davvero coscienza della finitezza. I volti scheletrici, che potevano incutere timore, se osservati abbastanza a lungo apparivano sereni; tanto che non ero più così certo di compatire la loro condizione. Dentro di me cominciai una sorta di conversazione con la folla silenziosa, depositaria di un segreto inviolabile. Forse il loro sussurro, che dall’altra sponda tentava di raggiungermi, voleva rassicurarmi; forse raccontava la fine di ogni turbamento.

Quel dialogo muto e misterioso, iniziato allora, non si è mai più interrotto.
Qualche anno dopo tornai alle Catacombe assieme al fotografo Carlo Vannini. Restammo all’incirca una settimana in compagnia delle mummie, giorno e notte. Chi può dire se mi riconobbero? Da parte mia imparai a distinguerle una per una, a discernere ogni voce, poiché ancora mi chiamavano senza bisogno di parole.

Il mio primo libro, pubblicato per Logos Edizioni, fu proprio La Veglia Eterna.
In occasione della ristampa nel 2017 venne impreziosito da una prefazione del conservatore scientifico delle catacombe, il paleopatologo Dario Piombino-Mascali – il quale a sua volta, mentre scrivo, ha dato alle stampe quella che si preannuncia come la guida storico-scientifica definitiva sulle Catacombe, per i tipi di Kalòs Edizioni.
Dall’analisi delle mummie un paleopatologo è in grado di ricavare indizi sulle loro abitudini di vita, di risalire alla loro storia personale: a un esperto come lui, i corpi parlano davvero. Ma proprio adesso stanno parlando, ne sono certo, anche all’ennesima comitiva scesa nel fresco sottosuolo e incantata di fronte alla straordinaria visione.
Queste mummie, a cui mi lega un sentimento profondo e inesplicabile, mormorano a chiunque sappia davvero ascoltare.

La web serie di Bizzarro Bazar: Episodio 10

Nel decimo e ultimo episodio della web serie di Bizzarro Bazar: la psichedelica storia dei fautori della trapanazione cranica; un feticcio africano che nasconde un oscuro segreto; il Club con il rito di iniziazione più macabro del mondo.

E così siamo arrivati alla conclusione… per lo meno di questa prima stagione.
Ce ne sarà un’altra? Chi lo sa?

Per il momento godetevi l’ultima puntata e iscrivetevi al canale se non l’avete ancora fatto. Buona visione!

Scritto & condotto da Ivan Cenzi
Diretto da Francesco Erba
Prodotto da Ivan Cenzi, Francesco Erba, Theatrum Mundi & Onda Videoproduzioni

Cool 3D World

Internet ha coniato un nuovo vocabolario, ha dato vita alle sue proprie istanze espressive, ha perfino elaborato un tipo di umorismo senza precedenti. Anche per quanto riguarda il weird, la rete ha avuto una palestra d’eccezione: la app-piattaforma Vine, ormai defunta. Qui, soprattutto in virtù del limite di 6 secondi di durata consentita per i video, si è formata un’estetica inedita e molto complessa. Per risultare incisivo, un video così breve doveva per forza puntare su espedienti narrativi spiazzanti: così molti dei vine facevano un brillante uso del fuori-scena, dei riferimenti incrociati, del climax interrotto, nonché di shock e sorpresa.

Questo è l’humus in cui è nato Cool 3D World, progetto di enorme successo e assouta originalità firmato dal musicista e artista digitale newyorkese Brian Tessler e dal suo complice Jon Baken.

Tutti i video di Cool 3D World presentano situazioni stranianti, in cui mostruosi esseri compiono azioni esoteriche e incomprensibili. Attraverso la distorsione parossistica dei tratti somatici dei loro personaggi (stirati o compressi al limite delle possibilità della modellazione, con effetti che normalmente sarebbero considerati errori nell’animazione 3D classica) e grazie all’accumulo di situazioni illogiche, Tessler & Baken ci immergono in atmosfere malsane in cui tutto può succedere. In questo universo, un dettaglio sgradevole è sempre pronto a spalancare di colpo abissi mistico-psichedelici. Una realtà allucinata, esilarante, perturbante ma non priva di momenti in cui il delirio lascia il posto a qualche tocco di inaspettata poesia.

Rispetto ad altri artisti provenienti dal “weird side” di internet, quello che contraddistingue il duo di Cool 3D World è la cura per l’aspetto visivo, sempre volutamente in bilico tra il professionale e l’amatoriale, e per il reparto sonoro curato da Tessler.
Il risultato è una versione animata della letteratura weird di questo millennio, cioè quella Bizarro Fiction di cui avevo parlato in questo post; ogni nuovo video pubblicato alza l’asticella del precedente per follia e — pur nell’evidente tentativo di confezionare il prodotto perfetto per diventare virale — la ricerca di Cool 3D World non si appiattisce mai in una meccanica ripetitiva.

Oggi Cool 3D World è un canale YouTube, un account Instagram e una pagina Facebook. Di recente Tessler & Baken hanno anche siglato una partnership con Adult Swim, cominciando a sperimentare formati più lunghi.
Se non conoscete ancora questo universo nonsense e grottesco, ecco una selezione di alcuni dei loro migliori lavori.

La web serie di Bizzarro Bazar: Episodio 9

Nel nono episodio della web serie di Bizzarro Bazar: l’incredibile storia dell’acqua tonica; un commovente manufatto funebre; la misteriosa “sabbia urlante” del deserto.

Se la puntata vi piace iscrivetevi al canale, e soprattutto passate parola. Buona visione!

Scritto & condotto da Ivan Cenzi
Diretto da Francesco Erba
Prodotto da Ivan Cenzi, Francesco Erba, Theatrum Mundi & Onda Videoproduzioni

Il pene di Napoleone

Al Museo della Storia della Medicina a Parigi è conservata la trousse di strumenti chirurgici utilizzata per eseguire l’autopsia sul cadavere di Napoleone a Sant’Elena.
Ma pochi sanno che quei bisturi, probabilmente, l’hanno anche evirato.

Negli ultimi mesi a Sant’Elena, Napoleone soffriva di lancinanti dolori di stomaco. Sir Hudson Lowe, il governatore dell’isola sotto il cui controllo Bonaparte era stato confinato, aveva sminuito il tutto come una lieve anemia. Eppure il 5 maggio 1821 Bonaparte morì.
L’autopsia condotta il giorno successivo dal medico personale di Napoleone, Francesco Carlo Antommarchi, rivelò che a ucciderlo era stato un tumore allo stomaco, aggravato da grossa ulcere (anche se sulle effettive cause di morte sono stati avanzati dei sospetti).
Ma durante l’esame autoptico Antommarchi si prese, a quanto pare, qualche libertà.

Francesco Carlo Antommarchi

Il cuore venne estratto e messo sotto spirito; teoricamente avrebbe dovuto essere recapitato a Parma alla seconda moglie dell’Imperatore, Maria Luisa. In realtà quest’ultima non doveva essere particolarmente interessata a un simile pegno d’amore, visto che a pochi mesi dalla morte di Napoleone si era già sposata con il suo amante.
Anche lo stomaco, l’organo canceroso responsabile della morte, venne asportato e conservato in liquido. Antommarchi eseguì dunque il calco del volto di Bonaparte, a partire dal quale produsse in seguito la famosa maschera mortuaria ancora oggi conservata al Musée de l’Armée.

Ma a questo punto il medico marsigliese decise di impossessarsi di un ulteriore, macabro trofeo: recise il pene di Napoleone.
Le motivazioni di Antommarchi per questo taglio extra non sono chiare. Secondo alcuni era una sorta di vendetta per i maltrattamenti che aveva dovuto subire, negli ultimi mesi, da parte dell’irascibile Napoleone; secondo altri, il dottore (che sarebbe stato un uomo ignorante e privo di rispetto) l’aveva fatto semplicemente con l’intenzione di ricavarne qualche profitto.

Ma forse non fu nemmeno Antommarchi a prelevare il pruriginoso reperto. Trent’anni più tardi, nel 1852, il Mamelucco Ali (ovvero Louis-Étienne Saint-Denis, fedelissimo valletto di Napoleone) pubblicò un memoriale nella Revue des Mondes. Nel testo, Ali attribuiva a sé stesso e al cappellano che aveva somministrato l’estrema unzione a Bonaparte, l’Abate Angelo Paolo Vignali, la responsabilità della mutilazione. Affermò infatti che lui e Vignali avevano rimosso alcune non meglio specificate “porzioni” del cadavere di Napoleone durante l’autopsia.

Tutte queste storie sono piuttosto dubbie; appare improbabile che una simile menomazione potesse passare inosservata. All’autopsia di Napoleone erano presenti cinque medici inglesi, tre ufficiali inglesi e tre francesi. Dopo l’imbalsamazione, il fido cameriere Marchand lo vestì con l’uniforme. Possibile che nessuno si fosse accorto della virilità mancante sul corpo del “piccolo caporale”?

Fatto sta che magari non proprio “il” pene di Napoleone, ma “un” pene di Napoleone cominciò a circolare in Europa.
Chiunque fosse stato a reciderlo materialmente, alla fine fu il cappellano Vignali che lo portò con sé in Corsica insieme ad altri ricordi più convenzionali (documenti e lettere varie, qualche pezzo d’argenteria, una ciocca di capelli, un paio di pantaloni alla zuava, ecc.), e l’organo passò ai suoi eredi quando Vignali morì in un sanguinoso regolamento di conti nel 1828. Rimase per quasi un secolo in famiglia, e venne infine venduto all’asta nel 1916, in blocco assieme all’intera collezione, a un anonimo compratore. Nel catalogo il pene era descritto con un eufemismo: “tendine mummificato”.

Dopo essere stato acquistato dalla famosa libreria antiquaria Maggs di Londra, il lotto venne rivenduto nel 1924 al collezionista di Filadelfia Abraham Simon Wolf Rosenbach, il quale tre anni più tardi lo espose al Museo di Arte Francese a New York. Qui il pene di Napoleone, per la prima e unica volta visibile al grande pubblico, venne descritto da un giornalista come una “striscetta malmessa di cuoio per lacci da scarpe, o un’anguilla avvizzita”.

Nel 1944 Rosenbach cedette nuovamente la collezione, che continuò a passare di mano in mano. Ma nonostante il valore storico di questi cimeli, il mercato si dimostrava sempre meno interessato e la collezione Vignali rimase invenduta a diverse aste. Nel 1977 venne per la maggior parte acquisita dal governo francese e destinata a raggiungere i resti di Napoleone a Les Invalides. Non il pene, però, che i francesi si rifiutarono di riconoscere. Fu John K. Lattimer, urologo americano, a comprarlo per 4000 dollari. Sembra che volesse toglierlo definitivamente dalla circolazione affinché non venisse ridicolizzato.

L’urologo aveva ammassato un’impressionante collezione di macabre curiosità storiche – dal colletto insanguinato che il Presidente Lincoln indossava la notte del suo omicidio a teatro, a una delle capsule di veleno usate da Göring per suicidarsi. Lattimer tenne per anni l’infame “tendine mummificato” in una valigia sotto il letto, protetto da sguardi morbosi, e rifiutò sempre qualsiasi offerta di acquisto. Lo sottopose però ai raggi X, e quel pezzetto di carne si rivelò essere effettivamente un pene umano.

Dopo la morte di Lattimer, avvenuta nel 2007, sua figlia cominciò a riorganizzare l’incredibile collezione con un faticoso processo di archiviazione.
Il pene è ancora conservato all’interno della collezione: Tony Perrottet, autore del libro Napoleon’s Privates, è tra i pochissimi che hanno avuto occasione di vederlo di persona. “Era una cosa abbastanza incredibile da vedere. Eccolo lì: il pene di Napoleone, adagiato sul cotone, disposto in maniera piuttosto raffinata, ed era molto piccolo, parecchio raggrinzito, lungo circa un pollice e mezzo. Era come il dito di un bambino”.
Ecco il video del momento in cui lo scrittore si è trovato finalmente faccia a faccia con gli illustri genitali:

All’epoca Perrottet non aveva il permesso di filmare il reperto, ma nel 2015 in occasione di alcuni reading dal suo libro ha tirato fuori dal cilindro una presunta replica, che potete ammirare qui sotto.

L’evidente emozione mostrata da Perrottet nel video è comprensibile: l’autore ha dichiarato che per lui il pene di Napoleone è una sorta di simbolo “di tutto ciò che c’è di interessante nella storia. In un certo senso unisce amore, morte e sesso, tragedia e farsa”. E di sicuro tutti questi elementi contribuiscono a spiegare il fascino che proviamo per una simile reliquia, al tempo stesso comica, macabra, oscena e pruriginosa. Eppure c’è anche qualcos’altro.

Il corpo di un uomo che – nel bene e nel male – ha cambiato in maniera così incisiva la storia del mondo possiede un’aura quasi magica. Perché allora il pensiero che esso possa essere stato profanato in modo così irrispettoso ci provoca una inconfessabile, ambigua soddisfazione? Perché Lattimer temeva che mostrare quel piccolo pene avvizzito e mummificato l’avrebbe esposto alla derisione pubblica?

Forse perché quel pezzetto di carne è un capolavoro di ironia, un contrappasso perfetto.
Come riassumeva senza peli sulla lingua il comico americano George Carlin,

gli uomini sono terrorizzati all’idea che i loro cazzi siano inadeguati e quindi devono competere tra loro per sentirsi meglio con se stessi e poiché la guerra è la competizione definitiva, in pratica gli uomini si uccidono a vicenda per migliorare la propria autostima. Non occorre essere uno storico o uno scienziato politico per vedere all’opera la politica estera di chi-ha-il-cazzo-più-grosso.

George Carlin, Jammin’ In New York (1992)

Il controverso tweet del Presidente degli Stati Uniti (03/01/2018) su chi detenga il “bottone nucleare” più grosso.

D’altro canto la reliquia ci ricorda anche che Napoleone era mortale, dopotutto, e riporta la sua figura alla concretezza di un cadavere sul tavolo autoptico. Il pene mummificato fa le veci di quell’hominem te memento (“Ricordati che sei solo un uomo”) che veniva ripetuto all’orecchio dei generali romani di rientro da un trionfo, perché non si montassero la testa, o al sic transit che il protodiacono pronunciava al passaggio in San Pietro del neoeletto Papa (“allo stesso modo passa la gloria del mondo”).

Quel lembo di pelle rattrappita e rinsecchita è assieme un simbolo di vanitas, e uno sberleffo al machismo tipico del condottiero o del grande regnante. Ripete alle nostre orecchie che il Re — o l’Imperatore, in questo caso — è nudo.
Peggio: è nudo, morto, e privato della sua virilità.

Una parte delle informazioni contenute in questo articolo provengono dal bel libro di Bess Lovejoy Rest In Pieces: The Curious Fates of Famous Corpses (2014).
Al Museo della Storia della Medicina di Parigi è dedicato un capitolo del mio
Paris Mirabilia – Viaggio nell’insolito incanto.
Il libro di Tony Perrottet Napoleon’s Privates: 2,500 Years of History Unzipped è essenzialmente una collezione di aneddoti piccanti su famosi personaggi storici. Tra questi, uno in particolare è pertinente. Durante la Seconda Guerra Mondiale, Stalin avrebbe chiesto a Winston Churchill di aiutare l’armata russa con un problema di “seria carenza di preservativi”. Il primo ministro britannico fece preparare una partita speciale di preservativi extra-large, e li spedì in Russia con la dicitura “Made in Britain – Medium“. Di fronte a questo lampante esempio di politica estera, George Carlin sarebbe rimasto deliziato.

La web serie di Bizzarro Bazar: Episodio 8

Nell’ottavo episodio della web serie di Bizzarro Bazar: le storie più straordinarie di persone nate con arti in soprannumero; un crocifisso in cera che nasconde un segreto; due casi speculari di mimetismo animale.

Se la puntata vi piace iscrivetevi al canale, e soprattutto passate parola. Buona visione!

Scritto & condotto da Ivan Cenzi
Diretto da Francesco Erba
Prodotto da Ivan Cenzi, Francesco Erba, Theatrum Mundi & Onda Videoproduzioni

Rita Fanari: l’ultima dei nani

ACCORRETE! ACCORRETE! Il grande fenomeno della natura, la donna più piccola del mondo, alta 70 cm, di 57 anni, del peso di 5 Kg. RITA FANARI, UXELLUS. Essa è cieca dall’età di 14 anni eppure infila l’ago, cuce e tutto ciò alla presenza del pubblico. Risponde a qualsiasi interrogazione. Tutti i giorni a tutte le ore si può vedere questo gran fenomeno.

Così recitava nel 1907 il cartellone pubblicitario che annunciava il debutto sulla scena di Rita Fanari. Purtroppo non si trattava di un palcoscenico prestigioso, ma di un baraccone alla fiera di Santa Reparata nel paese di Usellus (Oristano), all’epoca uno sperduto comune della Sardegna che contava poco più di un migliaio di anime.
Rita divideva il cartellone – e forse anche la scena – con un agnello bicefalo tassidermizzato: possiamo immaginare che chi aveva realizzato il poster l’avesse aggiunto perché dubitava che la minuscola donna, da sola, sarebbe stata in grado di catturare lo sguardo dei passanti… Insomma, già dal principio la carriera della piccola Rita non si preannunciava certo stellare.

Rita Fanari era nata il 26 gennaio 1850 da Appolonia Pilloni e Placito Fanari. Affetta da nanismo ipofisario, la vista l’aveva abbandonata durante l’adolescenza; aveva sempre vissuto assieme ai suoi genitori fino a quando nel 1900, forse in seguito alla loro scomparsa, era stata accolta ormai cinquantenne dalla famiglia di Raimondo Orrù. Quest’uomo, colto e benestante, fece di lei una figura a suo modo conosciuta, esponendola in varie fiere e feste paesane tra cui anche quella di Santa Croce a Oristano.
Poiché non aveva mai trovato marito, Rita era solita comparire in scena indossando l’abito tradizionale usellese di bagadia manna (nubile in età avanzata), e nel tempo si guadagnò una notorietà sufficiente da entrare perfino nel linguaggio popolare: quando qualcuno cantava con voce stridula, si usava dileggiarlo dicendo “mi paris Arrita Fanài cantendi!” (“Sembri Rita Fanari che canta!”).

Rita si spense nel 1913. La sua vita potrebbe sembrare umile, trascurabile come la sua stessa statura. Una donnina piccola e cieca, sopravvissuta grazie all’interessamento di un possidente terriero che però la costringeva ad esibirsi nelle feste di piazza: figura poco degna di nota, buona tutt’al più per chi si interessa di folklore locale. Una degli “ultimi”, quelli di cui la Storia non si cura di tramandare memoria.

Eppure a ben guardare la sua vicenda è significativa per più di un motivo. Non soltanto si tratta dell’unica donna sarda di cui abbiamo notizia che, affetta da nanismo, abbia dato spettacolo di sé; Rita Fanari era anche un caso piuttosto anomalo per l’Italia di quegli anni. Cerchiamo di capire perché.

Tra tutte le malformazioni congenite, il nanismo ha sempre suscitato una particolare attenzione nel corso dei secoli. Le persone affette da questo deficit della crescita, spesso reputate segno di buon auspicio e di fortuna (quando non vere e proprie incarnazioni divine, come pare fosse il caso tra gli Egizi), godevano non di rado di alti favori ed erano richiestissime in tutte le corti europee. Possedere e addirittura “collezionare” nani divenne una vera ossessione per molti regnanti, da Sigismondo Augusto II a Caterina de’ Medici fino allo Zar Pietro il Grande – che nel 1710 organizzò le scandalose “nozze dei nani”di cui ho parlato in questo articolo.

L’esibizione pubblica di Rita Fanari non dovrebbe quindi sorprenderci più di tanto, soprattutto se pensiamo alla fortuna che avevano le meraviglie umane nei circhi e nei luna park itineranti di mezzo mondo. Il tipico spettacolo dei freakshow americani consisteva esattamente in quello che faceva la Fanari: la persona deforme sedeva sul palco, pronta a soddisfare le curiosità e le domande degli spettatori (“Risponde a qualsiasi interrogazione“, sottolineava il poster di Rita).

Eppure ai primi del Novecento nel nostro paese la situazione era diversa rispetto al resto del mondo. Soltanto nei circhi italiani, infatti, la figura del nano si era evoluta in quella del “bagonghi”.

L’origine di questo termine è incerta, e secondo alcune fonti proviene dal cognome di un venditore di caldarroste bolognese, alto 70 centimetri, che nel 1890 venne scritturato dal Circo Guillaume. Comunque sia, il nomignolo ben presto diventò d’uso comune per indicare una figura unica nel mondo circense. Il bagonghi non era infatti un semplice pagliaccio di piccola statura, ma un artista completo:

Il bagonghi non si limita […] a esibire la propria deformità; recita, fa piroette, giochi di destrezza e di parole, e ha quindi bisogno, come qualsiasi attore o clown, di talento, dedizione e lunga pratica della propria arte. Deve però anche essere, sin dall’inizio, mostruoso e afflitto, vale a dire patetico. C’è persino una mitologia spicciola, cara ai giornalisti italiani, che insiste nel considerare tutti i bagonghi delle vittime del proprio ruolo.

(L. Fiedler, Freaks. Miti e immagini dell’io segreto, 1978)

Qualche esempio: il bagonghi Giuseppe Rambelli, detto Golia, era equilibrista nonché capace di spettacolari evoluzioni in sella a un cavallo; il faentino Andrea Bernabè, nato nel 1850, si esibiva come acrobata al tappeto, prestigiatore, giocoliere; Giuseppe Bignoli, classe 1892 – senz’altro il più famoso bagonghi della storia – era considerato uno dei migliori cavallerizzi acrobatici tout court, tanto da essere conteso da numerosi circhi.

Giuseppe Bignoli (1893-1939)

Nel dopoguerra divennero famosi tra gli altri Francesco Medori e Mario Bolzanella, entrambi impiegati nel Circo Togni; il primo, abile cascatore, morì cercando di domare un terribile incendio nel 1951; il secondo salì agli onori delle cronache quando sposò Lina Traverso, anch’ella di piccola statura, e soprattutto quando le nozze fecero ingelosire lo scimpanzé del circo che graffiò la sposa in volto. Una scena comica e grottesca che è in linea con l’immaginario del bagonghi, il quale

può essere considerato come una sorta di Arlecchino che nasce tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, e che diventa in breve tempo un personaggio tipico, come lo erano stati quelli della commedia dell’arte. Quella del “bagonghi” è quindi una sorta di maschera moderna che nasce e si sviluppa all’interno del mondo circense italiano per poi diffondersi a livello mondiale.

(M. Fini, Fenomeni da baraccone. Miti e avventure dei grandi circensi italiani, Italica Edizioni, 2013)

Ritornando alla nostra Rita Fanari, ecco allora che la sua carriera di “grande fenomeno della natura” risulta decisamente inusuale e fuori tempo massimo per un’epoca in cui il pubblico preferiva già l’esibizione della diversità (declinata cioè in modalità teatrale e coreografica) alla sua semplice esposizione.

Il fatto che il suo show fosse più rudimentale di quelli proposti nel resto d’Italia era senz’altro dovuto al contesto rurale, e alla cecità di Rita. Un handicap che, per quanto sbandierato nella pubblicità come un dubbio valore aggiunto, in realtà non le permetteva di sfoggiare altra abilità se non quella di infilare l’ago e mettersi a cucire. Uno spettacolo non proprio pirotecnico, già vecchio prima di iniziare.
Rita era per forza di cose ultima tra i molti nani di successo, uomini e donne di piccola statura come lei che in quegli anni facevano faville sulle piste dei circhi e talvolta si arricchivano enormemente (“ho fatto un pozzo di quattrini” scrisse Bignoli nell’ultima lettera). Tagliata fuori dai grandi circuiti, e afflitta da una disabilità invalidante, la sua fortuna fu molto più dimessa; tanto che la sua stessa esistenza sarebbe stata di certo dimenticata se qualche anno fa l’omonimo discendente del suo benefattore, il Dott. Raimondo Orru, non ne avesse rintracciato i sommi capi negli archivi di famiglia.

Ma le stesse contingenze che le impedirono di stare al passo con i tempi la resero anche “ultima” in senso più significativo. Forse proprio a causa della rustica cornice agro-pastorale, la sua messa in scena era di stampo molto antico. In effetti il suo potrebbe essere stato l’ultimo caso storico in Italia di persona affetta da nanismo esposta al pubblico come semplice lusus naturae, esotico “scherzo della natura”, prodigio da ostentare e mettere in mostra.
Sulla terraferma, l’abbiamo visto, le cose stavano già cambiando. I nani, per primi fra tutti i “diversi”, dovevano dimostrare di voler superare la propria condizione, dar prova di abilità e coraggio, compiere gesta eccezionali.
Con quest’idea, e con la definitiva patologizzazione delle anomalie fisiche avvenuta nel Novecento, si perderà del tutto l’aura mitologica che circondava il corpo difforme, e si affermerà lo sguardo di commiserazione/ammirazione. Oggi il far spettacolo della disabilità è accettato soltanto in queste due modalità – la tragedia, motore delle maratone di beneficienza, oppure l’exemplum di eroica vittoria sui propri “limiti”, aneddoto inspirational, motivational, life-affirming.

È impossibile sapere precisamente come i compaesani considerassero Rita all’epoca. Era oggetto di scherno o di meraviglia?
L’unico elemento a nostra disposizione, quel cartellone pubblicitario del 1907, la mostra in definitiva come una creatura mirabile di per sé. In questo senso Rita era un pezzo di passato, perché si presentava allo sguardo pubblico solo per ciò che era. L’ultima dei nani dei tempi andati, che affascinavano senza bisogno di acrobazie: non necessitava d’altro che sé stessa, della sua straordinaria figura per metà anziana e per metà bambina, per essere ritenuta degna almeno del prezzo di un biglietto.

Sull’etica dello sguardo sulla disabilità, il pietismo e l’ammirazione, si veda il mio articolo Freaks: disabilità e sguardo.
Desidero ringraziare Stefano Pisu, perché tutte le informazioni su Rita Fanari presenti in questo articolo provengono un suo bellissimo post, che vi invito a leggere, sulla pagina Facebook dell’Associazione culturale Julia Augusta di Usellus.
Le immagini del cartellone sono riprodotte per gentile concessione di Raimondo Orru; le sue ricerche biografiche su Rita sono incluse nel libro Usellus. Costume popolare e matrimonio (Edizioni Grafica del Parteolla, 2000).