Il licantropo di Ansbach

Si stima che nel corso di soli trecento anni, dal XIV al XVII Secolo, in Europa siano state giustiziate fino a 100.000 persone accusate di essere lupi mannari.
A trovarsi sotto attacco da parte di queste creature soprannaturali furono in particolare Francia e Germania, paesi in cui le “epidemie” di licantropia causarono una vera e propria paura collettiva.
Il lupo mannaro poteva essere talvolta vittima di una maledizione, ma più frequentemente veniva additato come adoratore di Satana. Poiché il tramutarsi in lupo era considerato il risultato di arti magiche, i processi per licantropia ricadevano nel più ampio fenomeno della cosiddetta caccia alle streghe.
In tutta la storia degli episodi registrati di licantropia, ce n’è uno in particolare che è assolutamente degno di nota.

Nel 1685 il Principato di Ansbach comprendeva i dintorni dell’omonima cittadina bavarese; fu qui che un lupo cominciò ad attaccare le greggi e il bestiame. La minaccia divenne di colpo più seria quando l’animale uccise diversi bambini nel giro di pochi mesi.
Immediatamente si diffuse l’idea che non si trattasse di un normale lupo, bensì di un licantropo, sulla cui identità non potevano esserci dubbi: di recente infatti era finalmente morto il detestato Michael Leicht, Borgomastro di Ansbach (all’epoca una figura a metà strada tra il sindaco e il regnante), che per anni aveva assoggettato la cittadina al suo giogo crudele e fraudolento.

Si mormorava che l’odiato ufficiale pubblico fosse in realtà riuscito a sfuggire alla morte, trasferendo il suo spirito nel corpo di un lupo. C’era chi giurava di averlo intravisto mentre assisteva ai suoi stessi funerali; un volantino coevo mostra Michael Leicht che, sotto forma di lupo avvolto in un sudario di lino bianco, fa ritorno al suo vecchio appartamento terrorizzando i nuovi inquilini.

Cacciare il lupo sanguinario divenne dunque un imperativo non soltanto per proteggere i bambini da ulteriori carneficine, ma per liberare la città dall’ombra dello spirito del Borgomastro che infestava quei luoghi, e vendicare le angherie subite.

I cacciatori approntarono un Wolfsgrube. Questo “pozzo per lupi” consisteva in una buca, profonda circa tre o quattro metri, dalle pareti in pietra e ricoperta di rami e paglia, che veniva utilizzata per intrappolare le fiere. Sul fondo del pozzo si gettava della carne macellata, o più di frequente un’esca viva come una pecora, un maialino o un’oca. Il lupo, avvertendo l’odore della preda, si aggirava intorno alle sterpaglie fino a cadere nel pozzo e rimanere intrappolato.

Nel caso in questione, l’esca fu un gallo. Il lupo cadde nella buca e venne ucciso dai cacciatori.
Ma fu quello che successe dopo, a essere davvero interessante.

La carcassa dell’animale venne fatta sfilare per le strade della città, per segnalare che il pericolo era finalmente cessato. Gli uomini avevano avuto la meglio sulla bestia.

Ma, poiché questo non era un lupo ordinario, venne inscenato uno spettacolo ben più grottesco. Dopo averlo spellato, gli uomini tagliarono il muso all’animale e vi applicarono una maschera di cartone con le fattezze di Leicht; gli misero addosso una parrucca e un mantello, e lo impiccarono a una forca appositamente eretta su un colle lì vicino, in modo che fosse ben visibile.

Una poesia dell’epoca recita:

Io, lupo, bestia truce e divoratore di tanti bambini
che ho di gran lunga preferito a grasse pecore e manzi
un gallo mi ha ucciso, un pozzo è stato la mia morte.
Adesso sono appeso alla forca, io, per il ludibrio di tutte le genti
In quanto spirito e lupo ho infastidito gli uomini
Quanto bene mi sta, che adesso la gente dice:
Ah! Tu, maledetto spirito che sei entrato nel lupo,
Penzoli dalla forca travestito in sembianze da uomo
Questo è il giusto compenso, il dono che ti sei guadagnato;
Questo ti sei meritato, la forca è la tua tomba.
Prendi questa mancia, perché hai divorato i figli degli uomini
Come una bestia furiosa e feroce, vero mangiatore di bambini.”

La punizione riservata a questa bestia demoniaca è più sottile di quanto sembri a prima vista, perché in realtà ricopre una duplice valenza simbolica.

Da una parte, privare il lupo della sua pelliccia e sostituirla con abiti umani significava dimostrare a Satana che le sue astuzie non avevano funzionato. Gli abitanti di Ansbach avevano saputo riconoscere l’uomo sotto il pelo dell’animale; l’avvertimento era dunque rivolto al Diavolo stesso – ecco la fine che fanno i tuoi servitori, da queste parti! – e aveva un chiaro intento apotropaico.

Dall’altra parte, c’era un innegabile aspetto politico. Questa era una sorta di esecuzione “per procura” del vecchio regnante; i popolani, che non erano riusciti a rovesciare l’oppressore mentre era in vita, lo facevano post mortem.
Ci si può domandare: si trattava forse di un monito per il nuovo Borgomastro, affinché rigasse dritto? O c’era proprio lui, il novello regnante, dietro questa messinscena? Un simile gesto eclatante poteva essere un buon modo per guadagnarsi la fiducia degli abitanti, prendendo le distanze dalla tirannia del suo predecessore.
In ogni caso il messaggio politico era chiaro, perfino per chi non avesse creduto nei lupi mannari: questo atto sanciva la fine di un’epoca buia.

Come dimostra questo episodio, sbaglieremmo a bollare i processi per licantropia come cieca isteria di massa, fomentata dalla superstizione. Per quanto nascessero senz’altro dalle paure legate a un periodo di grandi epidemie, nonché di instabilità economica, politica e sociale, i processi per licantropia comportavano talvolta livelli di lettura stratificati, tutt’altro che inconsapevoli.
Mentre i tribunali condannavano al rogo centinaia di persone, gli intellettuali dibattevano su come fosse possibile che un uomo si trasformasse in lupo. Ed erano già sorprendentemente consci che il vero problema stava nel separare la leggenda dalla realtà.

Per esempio uno dei più acuti trattati sul tema, il Discorso sulla licantropia (1599) di Jean Beauvoys de Chauvincourt, rintraccia le origini del lupo mannaro nella mitologia greca, spendendo diverse pagine a fare distinzioni tra quelle che erano certamente allegorie fantastiche inventate dagli antichi, e quei casi che invece potevano nascondere un fondo di verità.

Ma qual era esattamente questa realtà? Cosa accadeva durante un episodio di licantropia? Possiamo davvero sostenere razionalmente, si domanda Beauvoys, che un uomo abbia la facoltà magica di mutare la propria forma fisica?
La questione più delicata, poi, era di ordine teologico. Come poteva Satana trasformare ciò che Dio aveva creato, sostituendosi a lui in una sorta di “seconda creazione”? Attribuirgli un simile potere non era ammissibile, visto che soltanto l’Altissimo poteva tramutare l’acqua in vino, la moglie di Lot in sale, o la verga di Mosè in serpente.

Nel suo trattato Beauvoys escogita una soluzione estremamente ingegnosa, un vero gioiello di equilibrismo, per uscire dall’impasse.
Visto che sostenere una trasformazione sostanziale dell’uomo in lupo lo porterebbe pericolosamente vicino a posizioni blasfeme o quantomeno eretiche, opta per una doppia illusione demoniaca.

La prima illusione colpisce proprio i licantropi: Satana, “grazie alla sua pura e semplice sottigliezza, penetrando dentro i loro corpi e occupando i loro organi interni, come vero possessore di questi, li persuade di ciò che vuole. Turbando la loro fantasia e facoltà di immaginazione, fa loro credere di essere bestie brutali, generando in loro gli stessi desideri e attrazioni di queste ultime, fino ad avere ordinarie frequentazioni carnali con quelle della loro specie”. Quindi il lupo mannaro non è altro che un uomo perduto e ingannato dal diavolo; il suo corpo non si ricopre veramente di pelo, le sue unghie non si trasformano in artigli né i suoi denti in zanne. Tutto avviene nella sua testa (un’idea straordinaria, se si pensa che qualcosa di simile alla psichiatria comincerà a nascere solo due secoli dopo).

In un secondo momento, grazie a unguenti, colliri, creme polveri e pozioni che somministra a questi suoi schiavi, il demonio è in grado di creare allucinazioni anche in chi ha la sventura di incontrare il lupo mannaro: “tale è l’odore e l’aria infettata da queste porcherie che non si contentano soltanto di agire sul suo paziente, ma sono così veementi, da agire anche sui sensi esterni degli spettatori, impadronendosi dei loro occhi i quali, turbati da questo veleno, si persuadono che queste trasformazioni siano reali”.

Ecco allora che, a un livello più superficiale, il lupo mannaro rappresenta il pericolo dell’abbandonarsi agli istinti bestiali perdendo la propria umanità; è una figura morale che illustra cosa succede a rinnegare la luce divina, e più in generale è segno di recessione alla barbarie, di perdita del logos.

Ma il fatto più spaventoso e inquietante è che il licantropo confonde e capovolge le comuni categorie di senso. Secondo Beauvoys, come abbiamo visto, la sua condizione è insieme soprannaturale (c’è lo zampino di Satana) e assolutamente terrena (nessuna trasformazione, l’uomo resta uomo, ancorché abbrutito). Allo stesso modo, il lupo di Ansbach è privato della sua pelle reale, reputata finta, e gli si fa indossare una faccia d’uomo, riconosciuta come la sua natura autentica.

La carica destabilizzante del licantropo risiede dunque in questa dimensione di mistero epistemologico — il lupo mannaro è un gioco di prestigio, un’illusione; è sia vero che falso.

Link, curiosità & meraviglie assortite – 16

La meravigliosa foto qui sopra mostra un gruppo di artiste irlandesi della Metropolitan School of Art di Dublino, tra cui Margaret Clarke ed Estella Solomons (via BiblioCuriosa).
E partiamo subito con l’abituale infornata di link e stranezze!

  • Questa qui sopra è la tuta da sommozzatore più antica del mondo. Si trova nel museo di Raahe in Finlandia, e risale al Settecento. Veniva usata per brevi camminate sott’acqua, per riparare le chiglie delle navi. Adesso, invece, “si immerge nei vostri incubi” (cit. Stefano Castelli).
  • Capolavori riscoperti: i fumetti cristiani degli anni Settanta in cui i peccatori vengono redenti dagli eroi evangelizzatori. “La Croce è più potente del coltellino a serramanico!” (Grazie, Gigio!)

  • Sulla facciata del Municipio di Colonia c’è una statua del vescovo Corrado di Hochstaden. La severità della sua figura di ecclesiastico non stupisce; è quello che sta sotto al piedestallo che lascia sbigottiti.

La figura impegnata in un’oscena auto-fellatio è da ricollegare ai classici marginalia medievali, che non di rado includevano situazioni grottesche e bizzarre poste “a margine”, appunto, dell’opera principale — che poteva essere un libro, un affresco, un dipinto o, come in questo caso, un complesso scultoreo.
Visto che simili figure compaiono su un buon numero di chiese, principalmente in Francia, Spagna e Germania, sul loro significato si è speculato molto: non si tratterebbe di retaggi pagani o di simboli di fertilità, ma di allegorie salvifiche più complesse, come sostiene questo libro (in inglese, ma ne esiste anche uno in francese esclusivamente dedicato alla Bretagna). Al di là delle congetture, risulta chiaro come la distinzione tra sacro e profano in epoca medievale non fosse così netta e univoca come saremmo portati a credere.

  • Restiamo in pieno Medio Evo. Quando nel 1004 la nipote dell’Imperatore bizantino si azzardò a usare per la prima volta una forchetta a tavola, causò un putiferio e l’atto venne condannato dal clero come blasfemo. (A riprova di quanto la nobildonna avesse offeso l’Altissimo, quest’ultimo la fece morire di peste.)
  • Morto anch’egli, da ben 3230 anni, ma con tutte le carte in regola: ecco il passaporto egiziano rilasciato nel 1974 alla mummia di Ramses II, in modo che potesse volare fino a Parigi senza intoppi al check in. [EDIT: si tratta in realtà di un divertente falso, come fatto notare da Gabriel nei commenti]

  • Detesto quando chiedo un semplice cappuccino, ma il barista deve fare il fenomeno.
  • L’artista Alex Eckman-Lawn aggiunge dei concreti e disturbanti “livelli” di lettura al volto umano. (Grazie, Anastasia!)
  • Un altro artista, Arngrímur Sigurðsson, ha illustrato diverse figure tradizionali del folklore islandese in un libro intitolato Duldýrasafnið, che tradotto significa più o meno “Il Museo degli Esseri Nascosti”. Il volume è praticamente introvabile online, ma potete vedere molti evocativi dipinti sul sito ufficiale e soprattutto in questo articolo. (Grazie, Luca!)
  • Altro che Formula Uno! Ecco la gara automobilistica definitiva!

  • Se amate i videogiochi e odiate i lunedì (pardon, il capitalismo), non perdetevi questo pezzone di Mariano Tomatis.
  • Ricordate il mio vecchio post sulle maschere mortuarie? Pia Interlandi è un’artista che le realizza ancora oggi.
  • E per finire, facciamo un salto sulla parte sommersa del porno, in particolare quella dei video di belle ragazze che rimangono invischiate — per finta — nella colla a presa rapida. Se ne trovano a dozzine, e per un buon motivo: si tratta di un peculiare feticismo di immobilizzazione (ben riassunto in questo breve articolo) che unisce la classica venerazione del piede femminile, la sensualità della colla (?) e l’eccitazione un po’ sadica di assistere agli inutili tentativi della vittima di liberarsi. Col bel vantaggio di non violare le policy di YouTube cui contenuti espliciti.

Stupri, molestie e #MeToo animali

Articolo apparso originariamente su #ILLUSTRATI n. 52 — Delitti Bestiali

Lo stupro, oltre a essere un crimine, è un atto moralmente repellente.
Ma ha una sua motivazione evoluzionistica?

Prima di scandalizzarci per questa domanda, ricordiamo che essa è solo apparentemente scomoda, perché anche se si arrivasse a dimostrare che lo stupro riveste una qualche utilità ai fini della continuazione della specie, questo non cambierebbe di una virgola la dimensione etica del problema; di fatto le società umane hanno da tempo immemorabile messo in pratica tutta una serie di regole proprio per evitare che sia la cosiddetta “legge della giungla” a governare i rapporti sociali. La nostra cultura e le nostre leggi sono pensate anche per tutelare il debole contro i soprusi del più forte, che invece nello stato naturale avrebbe la meglio.
Detto questo, rispondere alla domanda non è semplice. Generalizzando si può affermare che, almeno in natura, lo stupro deriva effettivamente da stimoli adattivi ed evoluzionistici; eppure non sempre si rivela una strategia riproduttiva vincente.

Il sesso non consensuale tra gli animali è abbastanza raro, ma ciò non significa che non ne esistano declinazioni anche particolarmente violente.
La lontra marina maschio forza la compagna al rapporto sessuale infliggendole danni anche gravi perché, non riuscendosi ad aggrapparsi al suo pelo scivoloso e bagnato, le artiglia o le morde il muso ferendola a sangue. Uno stupratore particolarmente violento, osservato dagli studiosi nella baia di Monterey in California, ha fatto annegare la femmina durante il rapporto; ne ha poi trascinato in mare il cadavere per giorni, finché non ha trovato la vittima successiva.
Fin dal XVII secolo è noto che il maschio del germano reale (la classica anatra dalla sgargiante testa verde, che troviamo nei laghetti dei parchi cittadini) organizza degli stupri collettivi. Quando un gruppo di una decina di maschi cattura una femmina, spesso la stupra fino alla morte. La violenza di branco è talmente diffusa che quasi un’anatra femmina su dieci finisce i suoi giorni in questo modo terribile.

Tra i “peggiori elementi” del regno animale vanno annoverate di certo le cimici dei letti. I maschi conficcano il loro organo sessuale, simile a un pugnale o una lancia, in una qualsiasi parte del corpo femminile. Questa aggressione, non a caso definita “inseminazione traumatica”, ha lo scopo di rilasciare lo sperma nel sangue della vittima. Entrato in circolazione, esso raggiunge una sorta di organo accumulatore dove viene utilizzato per la fecondazione delle uova, appena la femmina riesce a cibarsi del sangue umano, oppure viene digerito sotto forma di proteine. Ma i maschi delle cimici non si fermano neppure di fronte a individui dello stesso sesso: trafiggono anche loro, iniettando i propri spermatozoi che raggiungono il condotto spermatico del maschio colpito. Quando questo, a sua volta, violenterà una femmina, le trasmetterà inconsapevolmente lo sperma del suo aggressore.
L’entomologo Howard Ewans, piuttosto disgustato dallo spettacolo, ha scritto: “dinanzi alla rappresentazione di questa schiera di cimici dei letti che si divertono aspettando il prossimo pasto a base di sangue – cioè copulando a piacere e indipendentemente dal sesso e trasmettendosi reciprocamente attraverso lo sperma sostanze nutritive –, al confronto Sodoma sembra il Vaticano” (citato in M. Miersch, La bizzarra vita sessuale degli animali, Newton Compton 1999).

Eppure, come dicevamo, non sempre queste aggressioni giovano alla specie. Fino a poco tempo fa, gli studiosi supponevano che i due sessi avessero sempre un fine riproduttivo comune; recentemente però si è cominciato a considerare l’ipotesi di un conflitto sessuale, causato da un’evoluzione non perfettamente allineata tra i due sessi. Il maschio, per esempio, può ricercare una maggiore frequenza di copula per aumentare le possibilità di trasmissione del suo corredo genetico, mentre la femmina tende a ridurre lo stress fisico derivante dall’accoppiamento al fine di garantire una nidiata più sana. Le due strategie, evidentemente, non vanno a braccetto.
Così anche la frenesia sessuale delle cimici dei letti, a lungo andare, ha effetti controproducenti: la frequenza degli accoppiamenti non è ottimale per il mantenimento della fertilità della femmina, anzi le continue ‘pugnalate’ ne riducono la longevità e il successo riproduttivo.

Lo stupro esiste anche tra i nostri parenti più stretti, i primati – in particolare è diffusissimo tra gli oranghi. Ma, proprio come è avvenuto nelle nostre società, anche alcune specie hanno adottato delle contromisure.
Presso i catta, i colobo rossi, i macachi e gli ateli, le femmine si organizzano in gruppi anti-stupro capaci di tenere a bada i maschi più irrequieti, e addirittura di allontanare dal branco gli individui sgraditi. Un vero e proprio #MeToo delle scimmie, che conferma come anche in natura i due sessi abbiano talvolta un rapporto conflittuale.

Arriva “London Mirabilia”!

Il 10 Ottobre uscirà il mio nuovo libro, London Mirabilia: Viaggio nell’insolito incanto.

Edito come sempre da Logos Edizioni e ancora una volta arricchito dalle splendide fotografie di Carlo Vannini, il libro è il secondo volume della Collana Mirabilia, che propone guide alternative alle più celebri mete turistiche di tutto il mondo, pensate espressamente per gli esploratori del bizzarro.

Questa volta io e Carlo ci siamo avventurati nel cuore di Londra, alla ricerca dei luoghi più strani e meravigliosi da condividere con i lettori.
Dalla cartella stampa:

Non bisogna lasciarsi ingannare dal cliché del cielo perennemente plumbeo, o dal fantasma dei moralismi vittoriani, né limitarsi a vedere nella sobria e classica architettura londinese un’espressione della severità anglosassone. Ben più di altre metropoli, infatti, Londra è una sconfinata moltitudine che vive di contrasti.
Solo qui – forse proprio per reazione al congenito, misurato contegno – hanno potuto fiorire l’iconoclastia dandy, la scorrettezza senza tabù del British humour, le esplosioni estatiche di Blake e il nichilismo punk. Solo qui i più avveniristici palazzi si innalzano senza vergogna di fianco a filari di villette a schiera o ad antiche chiese. E solo qui si può contemplare un tramonto su una caotica stazione ferroviaria, e sentirsi “in paradiso”, come recita Waterloo Sunset dei Kinks, forse la più bella canzone che sia mai stata dedicata alla città.

LONDON MIRABILIA propone un’immersione negli inaspettati colori, nelle contraddizioni e negli splendori meno noti della City.
17 location eccentriche ed eleganti attendono il lettore che – accompagnato dai testi Ivan Cenzi, l’esploratore del bizzarro, e dalle suggestive fotografie di Carlo Vannini – potrà visitare i più reconditi musei, ammirando di volta in volta la delicatezza di antichi ventagli istoriati o la terribile maestosità delle macchine da guerra che conquistarono il cielo e il mare.
Sorseggerà l’immancabile pinta di real ale in un classico pub londinese che conserva macabre reliquie di una vicenda straordinaria; scoprirà sontuose dimore arabescate dissimulate dietro a facciate ordinarie, e collezioni fluorescenti di insegne al neon; si aggirerà tra le lapidi inghiottite dalla vegetazione nei romantici cimiteri inglesi; varcherà la soglia di interni fiabeschi e di autentiche wunderkammer moderne.

Potete già prenotare la vostra copia a questo link, scontata se acquistata in bundle assieme a Paris Mirabilia. Disponibile anche in inglese.

In attesa che London Mirabilia sbarchi nelle librerie, vi lascio con un assaggio di quello che potrete trovare all’interno della guida.

Link, curiosità & meraviglie assortite – 15

  • Cogito, ergo… memento mori“: il busto in gesso che vedete qui sopra rappresenta Cartesio, con teschio incorporato e calotta rimovibile. Fa parte della collezione di gessi anatomici dell’École des Beaux-Arts di Parigi, ed è stato scolpito nel 1913 da Paul Richer, professore di anatomia artistica originario di Chartres. Il vero teschio di Cartesio ha una storia piuttosto bizzarra, che ho raccontato anni fa in questo post.
  • Una testimonianza straordinaria su una condizione di cui probabilmente non avete mai sentito parlare: l’afantasia, ovvero l’incapacità di immaginare e di visualizzare oggetti, situazioni, persone o sensazioni “con l’occhio della mente”. Articolo assolutamente da leggere.
  • XV secolo: sono molto diffusi i reliquiari contenenti il latte della Vergine. Ma San Bernardino non ci sta, e si lancia in una gustosissima invettiva.
  • Un bel pezzo di Jen Aitken sui necrologi, e più in generale sulla terminologia relativa alla morte e al fine vita:
    La morte non è una guerra. Quando parliamo di “lunga battaglia”, “combattere” o “sfidare” “valorosamente” e “coraggiosamente”, stiamo trasformando la morte in qualcosa di malvagio che possiamo “vincere”. La morte non è un fallimento. È inevitabile. Le persone non vengono “sconfitte”, semplicemente muoiono.
  • I libertini esistono ancora? Qual era la relazione tra libero amore e libero pensiero? Cosa accomuna Lord Byron a George Best?
  • Ecco qui sotto un caldo, confortevole e morbidissimo nido preparato da un gufo delle nevi. Un nido composto interamente di lemming morti.

  • Nel 1973 tre donne e cinque uomini finsero di avere allucinazioni per scoprire se gli psichiatri si sarebbero accorti che in realtà erano sani di mente. Risultato: finirono ricoverati in 12 diversi ospedali. Così il pionieristico esperimento Rosenhan scosse le fondamenta della pratica psichiatrica.
  • Non sapete cosa regalare alla nonna? I servizi da tè di Ronit Baranga fanno al caso vostro.

  • David Nebreda, classe 1952, è affetto da schizofrenia fin dall’età di 19 anni. Invece di sottoporsi alle cure mediche, si è ritirato da eremita in un appartamento di due stanze, senza contatti con il mondo esterno, praticando l’astinenza sessuale e costringendosi a lunghi digiuni. La sua unica arma per combattere i dèmoni è una macchina fotografica: i suoi autoritratti sono, certamente, la rappresentazione di un inferno mentale — ma anche uno squarcio di luce al fondo di questo abisso; paiono quasi immortalare la catarsi nell’atto di compiersi, e a dispetto della loro natura estrema e disturbante sembrano celebrare un’autentica vittoria sulla carne. Nebreda si riappropria del dolore, e lo trascende attraverso l’arte. Potete vedere alcune sue fotografie qui e qui.
  • La femme fatale, vestita in modo glamour e diabolicamente letale, è un mito letterario e cinematografico: nella realtà, le assassine riescono a essere invisibili proprio giocando sulle aspettative culturali e mantenendo un profilo decisamente sobrio.
  • Sempre parlando dell’immaginario legato alla figura femminile, c’è un topos della fantascienza raramente preso in considerazione: le donne in provetta. Che l’ossessiva presenza di quest’immagine abbia a che fare con l’oggettificazione del femmineo, con un certo feticismo, con un inconscio desiderio maschile di costringere, recludere e dominare la donna? A scorrere il centinaio di esempi raccolti sulla pagina Sci-Fi Women in Tubes, qualche dubbio viene. (Grazie, Mauro!)

  • Ho sempre sostenuto che muffe e funghi siano esseri superiori. Ad esempio gli organismi mucillaginosi nelle foto qui sopra, chiamati Stemonitis fusca, sembrano in grado di sfidare la gravità. Il mio primo articolo per la rivista Illustrati, anni fa, era dedicato all’incredibile Cordyceps unilateralis, un parassita capace di controllare il corpo e la mente dell’ospite che attacca. E di recente ho trovato la foto qui sotto, che mostra cosa succede quando un Cordyceps si impianta nel corpo di una tarantola. Altro che Cthulhu! I funghi, gente! I funghi sono i veri padroni dell’Universo! E sono anche buoni nel risotto!

  • Non hai mai pensato a un tatuaggetto? / La tua amica sfoggia un tatuaggetto / Corri corri a farti un tatuaggetto…“, recita una canzone di Elio e le Storie Tese. Di certo è passata l’epoca in cui tatuarsi era appannaggio dei reietti sociali, dei carcerati, dei delinquenti. Ma la storia di questo tipo di body art non sarebbe stata la stessa senza le donne tatuate che si esibivano nei freakshow. Wikipedia (inglese) ha una bella pagina al riguardo, e qui trovate un’intervista a un’esperta che ha studiato la vita di queste artiste. Come colonna sonora durante la lettura, si consiglia il pirotecnico cavallo di battaglia di Groucho Marx, Lydia The Tattooed Lady.
  • Può un armadietto del Settecento lasciarvi a bocca aperta? Be’, guardate il video qui sotto.

  • L’ultima aggiunta alla lista dei candidati per il mio Museo del Fallimento è il brasiliano Adelir Antônio de Carli, noto come Padre Baloeiro (“il prete dei palloncini”). Carli intendeva raccogliere fondi per costruire una cappella per i camionisti di Paranaguá; così, per pubblicizzare la sua causa, il 20 aprile 2008 legò una sedia a 1000 palloncini gonfiati con l’elio e prese il volo di fronte a giornalisti e curiosi. Dopo aver raggiunto i 6000 metri di altitudine scomparve tra le nuvole.
    Passò un mese e mezzo prima che la parte inferiore del suo corpo venisse ritrovata, a 100 km dalla costa.

  • La passionata è un pezzo di Guy Marchand che ebbe grande successo nel 1966. E che dimostra due sorprendenti verità: 1- i tormentoni estivi spagnoleggianti esistevano già allora; 2- i suddetti tormentoni portavano a evidenti disturbi della personalità. Cosa che peraltro fanno anche oggi. (Grazie, Gigio!)

  • Due neuroscienziati costruiscono una specie di casco che eccita i lobi temporali di chi lo indossa, con l’intento di studiare l’effetto di una leggera stimolazione magnetica sulla creatività. E i soggetti del test si mettono a vedere angeli, parenti deceduti, e a parlare con Dio. È forse la scoperta destinata a spiegare le estasi mistiche, le esperienze paranormali, il senso stesso del sacro? O si tratta di un mezzo di comunicazione con una realtà invisibile? Nessuna delle due, perché la verità è un po’ più deludente: tutti i tentativi di replicare l’esperimento non hanno rilevato effetti particolari. Però rimane una buona idea per un romanzo. Ecco la pagina Wiki italiana sul casco di Dio, ma quella inglese è più completa.
  • Il California Institute of Abnormalarts è un nightclub a tema sideshow situato a North Hollywood (Los angeles) che ospita eventi di burlesque, concerti underground, spettacoli di freakshow e proiezioni cinematografiche. Ma se avete paura dei clown, forse è meglio che stiate alla larga: nel locale è presente il famoso cadavere imbalsamato di Achile Chatouilleu, un pagliaccio che chiese di essere sepolto nel suo costume di scena e con il viso truccato.
    Certo, per essere morto nel 1912 è conservato fin troppo bene (sarà mica un’altra di quelle finte meraviglie per cui erano celebri i sideshow di una volta?). Comunque sia, l’effetto è grottesco e decisamente inquietante…

  • Vi lascio infine con l’immagine intitolata The Crossing, opera del fotografo naturalista Ryan Peruniak. Tutti i suoi lavori sono spettacolari, come potete vedere dando un’occhiata al suo sito ufficiale, ma trovo questo scatto particolarmente poetico.
    Ecco il suo ricordo del momento:
    All’inizio di aprile nelle Montagne Rocciose, la neve ricopre ancora i picchi maestosi mentre sulle vette più basse si è sciolta così come i laghi e i fiumi. Stavo camminando sulla sponda quando vidi una forma scura sul fondo del fiume. Il mio primo pensiero fu che un cervo doveva essere caduto attraverso il ghiaccio, quindi mi avvicinai per investigare… e in quel momento vidi la lunga coda. Mi ci volle qualche momento per capire cosa stavo vedendo… un puma adulto riverso serenamente sul letto del fiume, una vittima del ghiaccio sottile.

La legge della lingua

Articolo apparso originariamente su #ILLUSTRATI n. 50 – Il posto delle balene

La cittadina costiera di Eden, in Australia, era nell’Ottocento uno degli epicentri della baleneria. Si affacciava (e si affaccia ancora) sull’insenatura di Twofold Bay, dove tra l’inverno e la primavera faceva la sua comparsa la balena franca australe, in vista dell’accoppiamento.

Questo enorme cetaceo si muove a rilento, la sua stazza gli preclude scatti e guizzi. Era dunque la preda perfetta per i balenieri, in grado di ottenere molti barili d’olio da un solo mammifero; durante una sola stagione di caccia, se ne catturavano fino a 22 esemplari, assicurando così alle famiglie di Eden una rendita sufficiente per tutto l’anno.
Ma ogni inverno, assieme alle balene, arrivavano anche i branchi di orche assassine, e volevano la stessa cosa dei pescatori.

Inizialmente questi ultimi, avvertendo la competizione, cercarono di scacciarle.
A quanto si dice, però, le cose cambiarono a partire dal 1840 circa, quando i balenieri cominciarono a reclutare come arpionieri alcuni aborigeni della tribù Thaua. Questi nativi, infatti, si erano dedicati alla caccia delle balene per migliaia di anni prima che arrivassero gli europei, e avevano stretto un “patto” con le orche.

Quando le orche intercettavano un gruppo di balene in migrazione, le accerchiavano spingendole fin dentro al golfo di Twofold Bay, vicino alla costa. Qui un’orca maschio, il capobranco, nuotava fino al molo per allertare i balenieri, saltando e schiaffeggiando l’acqua con la coda. Gli uomini balzavano sulle barche e avevano gioco facile nell’arpionare e uccidere le balene. In cambio dell’aiuto ricevuto, i balenieri instaurarono la cosiddetta “legge della lingua”: legavano la carcassa della balena appena uccisa a una barca o a una boa, e la lasciavano in acqua tutta la notte in modo che le orche potessero reclamare la loro parte del bottino – vale a dire, le enormi labbra e la lingua del cetaceo con cui pasteggiare. Il resto del corpo, contenente il grasso e le ossa preziosi per i pescatori, non veniva toccato.

Una carcassa di balena fotografata nel 1908: qui le orche avevano già divorato lingua e labbra.

Per gli abitanti di Eden, le orche divennero compagne irrinunciabili: venivano liberate non appena rimanevano impigliate nelle reti da pesca e si racconta che allontanassero perfino i pericolosi squali dalle fragili scialuppe dei balenieri.
L’orca maschio che interagiva maggiormente con gli uomini richiamando la loro attenzione era lunga sette metri e pesava circa sei tonnellate: divenne nota con il soprannome di Old Tom.

Un baleniere, e Old Tom sullo sfondo.

Questa cooperazione durò per quasi un secolo.
Nel 1923 un certo John Logan, allevatore in pensione, uscì a caccia assieme a George Davidson, baleniere di terza generazione. Come era solito fare, Old Tom spinse verso di loro una piccola balena, che gli uomini uccisero. Ma si avvicinava una tempesta, e la stagione era stata davvero magra: Logan, temendo che quella potesse essere l’ultima balena dell’anno, decise di infrangere per la prima (e unica) volta la legge della lingua.
Usò il suo arpione per spingere lontano dalla preda Old Tom, che giustamente pretendeva il suo compenso. Con un colpo male assestato, senza volerlo davvero, Logan finì per strappare un paio di denti alla povera orca. Quando Old Tom, ferito, nuotò via dalla barca, Logan mormorò: “Oh Dio, cos’ho fatto?”

Le gengive di Old Tom si infettarono e negli anni successivi l’orca fece sempre più fatica ad alimentarsi; il 18 settembre 1930 venne trovata spiaggiata vicino a Eden, morta di stenti e di fame.
Da quel momento il suo branco scomparve per non fare più ritorno.

Oggi, lo scheletro di Old Tom è esposto all’Eden Killer Whale Museum, a perenne ricordo della bizzarra, ma fruttuosa, alleanza tra gli uomini e le orche assassine.

Link, curiosità & meraviglie assortite – 14

  • Il 19 giugno è morta Koko, la gorilla che sapeva utilizzare la lingua dei segni, dipingeva e amava i gattini. Ma Koko non è stata l’unico primate in grado di comunicare con gli umani; il primo, storico tentativo di “far parlare” una scimmia si svolse in maniera piuttosto catastrofica, come ho raccontato in questo vecchio post.
  • Avete bisogno di bacarozzi, farfalle, blatte, millepiedi, lucciole, api, o qualsiasi altro insetto per il film che state girando? C’è questo signore che crea degli ultrarealistici prop cinematografici entomologici, scritturati anche dalle più grandi produzioni hollywoodiane. (Grazie, Federico!)
  • Se pensate che le pompette enlarge-your-penis che vi propongono nelle email di spam siano una trovata recente, eccone una del XIX° secolo (tratta da Albert Moll, Handbuch der Sexualwissenschaften, 1921).

  • I funerali del Ghana hanno goduto di una certa popolarità su internet per via delle pittoresche bare fatte a forma di vari strumenti e oggetti (io ne avevo parlato nella seconda parte di questo articolo), ma c’è un problema: ultimamente i rituali sono diventati talmente complicati e ossessivi che i corpi dei defunti vengono sepolti dopo mesi, o perfino diversi anni, dalla morte.
  • Questo tweet.
  • 1865: durante la conquista del Matterhorn, una strana e sconvolgente apparizione si verifica. Con tutta probabilità si tratta di un rarissimo evento atmosferico, ma mettetevi nei panni degli scalatori che hanno appena perso quattro dei loro compagni cercando di raggiungere la vetta, e vedono un arco e due enormi croci fluttuare nel cielo sopra la nebbia.
  • La strana bellezza dei dagherrotipi rovinati dal passare del tempo.

  • Cosa c’è di così strano in queste foto di un tizio che sta preparando dei taco per una cenetta tra amici?
    Niente, a parte il fatto che la carne proviene dal suo piede sinistro, amputato a seguito di un incidente.

Pensateci: perdete una gamba, provate a chiederla indietro dopo l’operazione, e ve la danno. Prima di cremarla, perché non assaggiarne una fettina? Dopotutto si tratta della vostra gamba, del vostro piede, non fate male a nessuno, e vi togliete una curiosità. Cannibalismo etico.
È quanto ha deciso di provare un giovane uomo, invitando alla degustazione alcuni amici “dalla mente aperta“. Poi, a distanza di due anni, si è deciso a raccontare su Reddit come si è svolta la serata. I tacos a base di carne umana sembra siano stati piuttosto apprezzati, tranne da uno dei commensali (che, nelle parole del protagonista, “mi ha dovuto sputare su un tovagliolo“).
L’esperimento, condotto peraltro nei limiti della legalità visto che negli Stati Uniti non esiste una legge che proibisca il cannibalismo, com’era prevedibile ha suscitato reazioni viscerali; il celebre auto-cannibale è stato perfino intervistato da Vice. E ha affermato che questa piccola pazzia l’ha aiutato piscologicamente a superare il trauma: “mangiare il mio piede è stato un modo divertente, strano e interessante per voltare pagina“.

  • Visto che parliamo di disgusto: una nuova ricerca ha determinato che le cose che ci fanno schifo sono organizzate in sei categorie principali. Ai primi posti, non è una sorpresa, si posizionano le ferite infette e le istanze legate all’igiene (puzza, escrementi, ecc.), probabilmente perché segnalano situazioni in cui il nostro organismo è in pericolo di contrarre malattie.
  • Qualcuno ha ordinato nuvole di gambero?
    A Qingdao, in Cina, dal cielo è caduto l’equivalente di un’intera pescheria (sotto, qualche foto). E ancora oggi le piogge di animali restano un bell’enigma.

EDIT: Quest’ultima foto è falsa (non le altre).

  • In Svezia c’è una sindrome misteriosa: colpisce esclusivamente i bambini figli di rifugiati sovietici che sono in attesa del verdetto riguardo il loro permesso di soggiorno.
    Viene chiamata “Sindrome da Rassegnazione”: lo spettro del rimpatrio forzato, lo stress di non comprendere la lingua e le estenuanti trafile burocratiche spingono questi bambini prima all’apatia, poi alla catatonia e infine al coma. All’inizio dell’epidemia si sospettava una clamorosa messinscena, ma i medici hanno compreso che questa grave alterazione psicologica è tutt’altro che una finzione; il coma può durare anche due anni, avere recidive, e l’effetto domino ha fatto sì che tra il 2015 e il 2016 si siano registrati ben 169 episodi.
    Ecco un articolo che approfondisce questa drammatica patologia, e un più veloce riassunto su Wired. (Grazie, David!)

Anatomia del corsetto.

  • Simulatore di bombe atomiche: decidete dove sganciare l’ordigno, il tipo e i kilotoni, se farlo esplodere al suolo o in aria. Poi inorridite, e scoprite gli effetti.
  • Mari Katayama è un’artista giapponese. Fin da piccola ha cominciato a cucire oggetti particolari, incorporando conchiglie e gioielli nelle sue creazioni. Affetta da ectrodattilia, all’età di nove anni ha subito l’amputazione di entrambe le gambe. Oggi il suo corpo è entrato a far parte dei suoi progetti, e i suoi autoritratti sono di una bellezza a mio parere sconvolgente. Ecco alcuni dei suoi lavori.
    (Sito ufficiale, Instagram)

Quando gli studenti di medicina organizzavano delle goliardate mica male. (Tratto da questo libro meraviglioso.)

  • Il grande scheletro che vedete sulla sinistra, qui sotto, è quello del gigante irlandese Charles Byrne (1761–1783), e appartiene allo Hunterian Museum di Londra. Si tratta del reperto più discusso dell’intera collezione anatomica, e per un buon motivo: quando era ancora in vita, Byrne aveva chiaramente espresso il desiderio che le sue spoglie venissero gettate in mare, e che per nessun motivo fossero mai messe in mostra in un museo — un’idea che lo orripilava.
    Quando Byrne morì, gli amici organizzarono il suo funerale nella città costiera di Margate, ignorando che la cassa conteneva soltanto pietre: l’anatomista William Hunter aveva pagato un becchino perché rubasse il prezioso cadavere del gigante. Da allora, lo scheletro è rimasto esposto al museo e, nonostante abbia certamente contribuito agli studi sull’acromegalia e il gigantismo, è sempre stato un pezzo “scomodo” dal punto di vista etico.
    Ecco la notizia: pare che, approfittando di una chiusura triennale per restauri, il comitato scientifico del museo stia valutando un’eventuale sepoltura dei resti ossei di Byrne. Se così fosse, si tratterebbe di una decisione spartiacque nel campo dell’esposizione museale etica di resti umani.

  • Come in un romanzo giallo: spunta il diario segreto ritrovato scritto sul retro delle assi di un pavimento in un castello francese, contenente storie criminali e torbidi intrighi di paese. (Grazie, Lighthousely!)
  • La lettura più simpatica degli ultimi tempi ci è gentilmente offerta dal grande Thomas Morris, che ha scovato un delizioso report medico del 1852. Riassumo per chi non mastica l’inglese: un signore, sposato con figli ma segretamente dedito all’onanismo più sfrenato, prova innanzitutto di inserire un pezzo di pene di toro all’interno del suo pene, tramite l’uretra. Il pezzo di carne però si incastra, e il gentleman deve ricorrere all’aiuto del medico per estrarlo. Non contento del risultato, decide qualche tempo dopo di infilarsi un tubo di 28 centimetri attraverso lo stesso pertugio, ma la sonda gli scivola tra le dita, scomparendo dentro di lui; prima che si riesca a operarlo, il ferro finisce per lacerargli la vescica e perdersi nell’addome. Una fine ingloriosa, oppure orgogliosamente libertina, decidete voi.
    A me ha ricordato un vecchio adagio: “non fare mai niente che non vorresti essere trovato morto mentre lo stai facendo“.

E con questo è tutto, alla prossima!

Mocafico, Haeckel, Blaschka e la congiuntura della meraviglia

In questo post vorrei parlarvi di tre diverse, particolari scoperte fatte a distanza di anni.

∼ 2009 ∼

Avevo appena aperto, o stavo per aprire, questo blog. Nel corso delle mie ricerche notturne, ricordo di essere rimasto impressionato dal lavoro di un fotografo italiano specializzato in nature morte: Guido Mocafico.
In particolare mi avevano colpito – ovvia affinità di gusto – i suoi scatti ispirati alle vanitas olandesi del XVI e XVII secolo: le fotografie mostravano un uso straordinariamente raffinato della luce e della composizione (potevano quasi passare per dei dipinti), ma non era tutto.

In questa serie superlativa, Mocafico riproponeva molti motivi classici che rimandano alla caducità dell’esistenza (l’homo bulla, la clessidra, la candela che si consuma, ecc.) con un gusto e un’attenzione filologica ineccepibili; i dettagli tradivano la rigorosa e approfondita preparazione, lo studio meticoloso che sottendeva ogni fotografia.

Archiviai queste suggestive fotografie, riproponendomi di parlarne prima o poi sul blog. Una promessa mai mantenuta, fino ad ora.

∼ 2017 ∼

L’anno scorso Taschen ha pubblicato una sontuosa, gigantesca edizione dei lavori di Ernst Haeckel.
Lo scienziato tedesco, vissuto a cavallo tra Ottocento e Novecento, è una figura d’eccezione: biologo marino, naturalista, filosofo, fu tra i maggiori divulgatori dell’evoluzione darwiniana in Germania. Scoprì e catalogò migliaia di nuove specie, ma soprattutto le rappresentò in centinaia di coloratissime illustrazioni.

Il volumone di Taschen, pagina dopo pagina, è una meraviglia continua. Un’immersione in un mondo sconosciuto e alieno – il nostro mondo, popolato da microorganismi dalla bellezza mozzafiato, meduse di rara grazia, esseri viventi di ogni foggia e struttura.

È una doppia esperienza estetica: siamo sbigottiti da una parte dalla fantasia della natura, e dall’altra dalla bravura dell’artista.
Confesso che quando lo sfoglio mi succede spesso di tralasciare, volutamente, le indicazioni tassonomiche: dopo un po’ le categorie, le nomenclature inventate dagli uomini sembrano perdere di significato, ed è preferibile perdersi nella pura contemplazione di quelle forme perfette, intricate, inusuali, esuberanti.

∼ 2018 ∼

Londra, Natural History Museum, un paio di settimane fa.
Eccomi lì, imbambolato per mezz’ora buona a fissare il modello di un radiolario, un organismo unicellulare presente nel placton. Nel buio della sala, la luce proveniente dall’alto mette in risalto l’intricata fattura del modellino. Il livello di dettaglio, la fragilità dei sottilissimi pseudopodi e la capacità di rendere la texture traslucida del protozoo sono sconvolgenti.

La particolarità dell’oggetto in questione è il materiale con cui è costruito, cioè il vetro: si tratta di un modello realizzato nell’Ottocento dai mastri vetrai Leopold e Rudolph Blaschka.
E questo è soltanto uno tra migliaia e migliaia di simili capolavori creati dai due artisti di Dresda.

I Blaschka erano una famiglia boema di artigiani vetrai, e Leopold nacque ereditando i geni di diverse generazioni di soffiatori di vetro. Particolarmente dotato fin da ragazzo, realizzò decorazioni e occhi di vetro per molti anni, fino a quando nel giro di poco tempo perse, a causa del colera, sua moglie, suo figlio e suo padre. Distrutto dal dolore, si imbarcò alla volta dell’America ma la nave fu costretta in mare per due settimane per l’assenza di vento. Durante questo arresto forzato, nel periodo più tetro della sua vita, Leopold venne salvato dalla meraviglia: una notte rivolse i suoi occhi all’oceano scuro, e di colpo notò “lampeggianti raggi di luce, come circondati da migliaia di scintille, che formavano veri e propri agglomerati di fuoco e altri intensi puntini luminosi, come stelle specchiate”. Il ricordo del magico spettacolo a cui aveva assistito non lo abbandonò mai più.

Anni dopo, tornato a Dresda e risposatosi, cominciò a creare dei fiori di vetro, come passatempo; le sue orchidee erano così perfettamente realizzate che attirarono l’attenzione del principe Camille de Rohan prima, e in seguito del direttore del Museo di Storia Naturale. Quest’ultimo commissionò a Leopold dodici modelli di anemoni di mare; e fu così che, memore degli invertebrati visti risplendere quella notte dalla nave in bonaccia, Leopold cominciò a dedicarsi ai modelli scientifici. In breve i modelli marini Blaschka – e i fiori in vetro – divennero famossissimi; Leopold, affiancato dal figlio Rudolph, collaborò con tutti i più importanti musei. Dopo la sua morte, Rudolph continuò l’opera con una perfezione tecnica ancora più raffinata, producendo per l’erbario dell’Università di Harvard 4.400 modelli di piante.
Gli animali marini realizzati da padre e figlio in totale furono circa 10.000.

La loro maestria era tale da non essere mai più replicata da alcun artigiano. “Molte personescriveva Leopold nel 1889 – credono che mio figlio ed io possediamo qualche segreta attrezzatura che ci permette di realizzare velocemente il vetro in queste forme, ma non è così. Abbiamo tatto. Mio figlio Rudolf ne ha più di quanto ne abbia io, perché è mio figlio, e il tatto aumenta di generazione in generazione”.

∼ Convergenze ∼

A volte succede che alcuni nostri interessi, a prima vista indipendenti l’uno dall’altro, si rivelino a sorpresa correlati. È come se, nella mappa delle nostre passioni, scoprissimo un passaggio segreto tra due aree che immaginavamo distinte, un punto “B” che collega i punti “A” e “C”.

In questo caso, per me il punto “A” è stato Guido Mocafico, l’autore della suggestiva serie di fotografie intitolata Vanités; scoperto anni fa e colpevolmente dimenticato.
Haeckel era, retrospettivamente, il mio punto “C”.
E non avrei mai pensato di mettere in relazione l’uno all’altro, prima che comparisse nella mia mappa mentale il punto “B”, vale a dire i modelli in vetro dei Blaschka.

Perché, ecco la quadratura: per costruire i loro incredibili invertebrati in vetro, Leopold e suo figlio Rudolph si ispirarono, tra gli altri, proprio alle stampe di Haeckel.
E immaginate la mia sorpresa nello scoprire che tutte le migliori fotografie dei modelli Blaschka, quelle che avete potuto vedere in questo articolo, sono firmate da… Guido Mocafico.
A mia insaputa, negli anni in cui avevo perso di vista il suo lavoro, il fotografo ha infatti dedicato ai modelli Blaschka alcune spettacolari serie, visibili sul suo sito ufficiale.

Tra i fantastici microorganismi di Haeckel e le mie amate vanitas ho sempre avvertito un legame stretto. La loro intima connessione, forse, è stata intuita anche da Mocafico nella sua ricerca estetica.
La meraviglia per le creature del mondo è anche stupore di fronte alla loro impermanenza.
In fondo, siamo tutti – esseri umani, animali, piante, ecosistemi, forse la realtà stessa – dei bellissimi, ma fragili, capolavori di vetro.

Link, curiosità & meraviglie assortite – 13

GIF art di Colin Raff

Gli ultimi tempi sono stati abbastanza densi, sulla scia della pubblicazione de Il pietrificatore.
Permettetemi un breve riassunto. 1) Sul Venerdì di Repubblica è uscito un bell’articolo a cura di Giulia Villoresi che prende le mosse dal libro per spaziare poi a più ampio raggio sulla nuova estetica del macabro, riservando delle belle parole a questo blog. 2) Sono stato ospitato dal sito svizzero Ossarium per la serie Death Expert of the Month, e rispondendo a una delle tre domande previste dal format ho raccontato un episodio tragico che mi ha particolarmente fatto riflettere. 3) Ho anche partecipato a The Death Hangout, podcast + serie YouTube in cui ho chiacchierato per mezz’ora a ruota libera assieme ai due conduttori Olivier e Keith, discutendo di musei e luoghi perturbanti, del significato simbolico dei resti umani, della crudeltà e bestialità della morte, ecc. 4) Infine le fotografie di Carlo Vannini sono servite da spunto alla bravissima Claudia Crobatia di A Course In Dying per le sue ottime considerazioni sulla curiosità morbosa, ma feconda, della generazione cresciuta con siti come Rotten.com.

E partiamo subito con i link, ma non prima di aver ripassato un classico, weirdissimo sketch dei Monty Python del 1972, in cui si immagina un film sull’idillio dei “bei tempi andati” della upper class inglese… diretto però da Sam Peckinpah, regista in quegli anni molto controverso per la violenza dei suoi western.

https://www.youtube.com/watch?v=LeYznvQvnsY

  • Il blog Rocaille — dedicato alla Bellezza che si nasconde nell’oscurità — è uno dei miei spazi virtuali preferiti. E di recente Annalisa ha visitato la wunderkammer Theatrum Mundi (di cui avevo parlato anch’io), che è uno dei miei spazi concreti preferiti. Per cui, figuratevi, la delizia è stata doppia.
  • Un’altra cara amica per cui nutro incondizionata ammirazione è la “cacciatrice di reliquie” Elizabeth Harper, che gestisce il sito All The Saints You Should Know. Qualche giorno fa è uscito un suo articolo davvero eccezionale sulle processioni della Settimana Santa a Zamora, in Spagna: durante le lunghe giornate dedicate alla celebrazione della morte di Cristo, ha assistito a un paradossale allentarsi dei freni sessuali inibitori. Ma è davvero un paradosso? Forse no, se l’erotismo, come affermato da Georges Bataille, non è altro che un’anticipazione della morte stessa, che annulla i nostri confini individuali. Ecco perché è così strettamente collegato all’estasi, e al sacro.

  • Visto che parliamo di Bataille: nella sua oscena Storia dell’occhio c’è un indimenticabile passaggio in cui la protagonista Simone si infila fra le gambe il bulbo oculare strappato al cadavere di un prete (l’incisione qui sopra, ispirata alla scena in questione, è di Bellmer).
    Un’immagine estrema e ributtante, quella della vagina oculata, ma a suo modo archetipica, e rappresentativa della complessa analogia occhio/uovo che attraversa tutto il racconto.
    Seguendo il medesimo accostamento tra creazione (“dare alla luce”) e visione, c’è chi ha inserito nei genitali femminili una macchina fotografica stenopeica. Il blog Brainoise ce ne parla in un affascinante articolo: diversi artisti hanno infatti provato a usare questi rudimentali e artigianali apparecchi in una fusione cronenberghiana con il corpo umano.
  • Per inciso, uno dei primi articoli postati su Bizzarro Bazar era dedicato proprio alle macchine stenoscopiche di Wayne Martin Belger, che contenevano al loro interno materiale organico e resti umani.
  • Il pittore Toru Kamei dipinge delle bellissime nature morte o, per meglio dire, non-proprio-morte. Eccone qualcuna:

  • Intervallo ridanciano: noi italiani, quando in rete si parla di ricette, sappiamo essere davvero esasperanti. Qualcuno prova a mettere un po’ di carne di pollo negli spaghetti e 3, 2, 1!, viene immediatamente subissato di commenti indignati, se non proprio di coloriti e maccheronici insulti. Al riguardo trovate un bell’articolo e un esilarante account Twitter.

  • Questo qui sopra è uno scheletrino mummificato ritrovato 15 anni fa nel deserto di Atacama in Cile. In tanti hanno sperato si trattasse di un alieno. I test del DNA hanno rivelato una verità più terrena, e più commovente.
  • Una tipica mattinata in Australia: ti svegli, ancora assonnato metti giù i piedi dal letto e ti accorgi che una delle pantofole è scomparsa. Dove accidenti sarà finita? Sei sicuro di averla lasciata lì ieri sera, di fianco all’altra. Sei anche abbastanza sicuro che ieri sera, in camera da letto, non c’era quel pitone di tre metri.

  • Sempre in Australia, una famigliola in gita in spiaggia ha scoperto il più antico messaggio in una bottiglia mai ritrovato.
  • Nel frattempo il grande Mariano Tomatis si è messo alla ricerca del tesoro della mitica città perduta di Rama, sulle pendici del Rocciamelone, basandosi su un vecchio e oscuro saggio esoterico di fine Ottocento. I misteri della Valsusa sono scandagliati nel suo nuovo libro bifronte, scritto assieme a assieme a Davide Gastaldo e Filo Sottile: Il codice Dell’Oro/Roc Maol e Mompantero. Potete scoprire i retroscena nello speciale dedicato alla strana pubblicazione.
  • In a Parallel Universe è una serie di fotografie di Eli Rezkallah che ribaltano umoristicamente alcune pubblicità sessiste degli anni ’50.

  • C’è una buona probabilità che conosciate il Mardi Gras di New Orleans, la parata di carnevale con i celebri carri colorati e i costumi appariscenti. Meno nota è la sua versione più viscerale, che si tiene in diverse comunità Cajun della Louisiana del sud: il courir de Mardi Gras. Maschere inquietanti di antichissima tradizione che sbeffeggiano i vestiti dei nobili e del clero, eserciti di burloni indisciplinati che portano il caos per le strade e che vengono frustati da capitani a cavallo, polli sacrificali rincorsi per i campi ricoperti di fango… ecco alcune meravigliose foto in bianco e nero dell’eccentrica manifestazione. (Grazie, Elisa!)

  • Esistono numerose vanitas “metamorfiche”, che contengono al loro interno un teschio visibile soltanto se si guarda l’immagine da una certa distanza. Questa qui sotto è in assoluto la mia preferita, per via dell’inusuale vista laterale e della perfetta sintesi di Eros e Thanatos; qualcuno sa chi è l’artista? [EDIT: si tratta di Bernhard Gutmann, 1905, “In the midst of life we are in death”. Grazie Roberto!]

  • In Vermont le case di campagna hanno spesso una finestra storta, che all’apparenza non ha alcuna utilità pratica. Forse però serve per scoraggiare eventuali streghe che si trovassero a svolazzare da quelle parti.
  • Mi è un po’ impazzito il Twitter da quando ho postato le foto di questa superba capra, diffusa principalmente in Siria e Libano. La razza è il risultato di un’attenta selezione genetica e ha vinto svariati concorsi di bellezza per ruminanti. E scommetto che questa maliarda farebbe strage di cuori anche nella taverna di Guerre Stellari.

  • Infine, vorrei lasciarvi con un regalo che spero sia gradito: ho creato una playlist su Spotify per tutti i lettori di Bizzarro Bazar.
    Un’offerta musicale molto eterogenea, ma con un comune denominatore che in definitiva è lo stesso del blog: la meraviglia. Che si tratti di un pezzo indie sperimentale, una melodia dark, una polka squinternata e indiavolata, un brano nostalgico, un vecchio blues sulla morte, una rivisitazione ironica e weird di qualche tema classico, oppure di outsider music suonata da senzatetto e personaggi devianti, questa è musica in grado di sorprendere l’ascoltatore, trasportarlo in paesaggi sonori insoliti, talvolta farlo uscire dalla zona di comfort.
    Ogni brano è stato selezionato per un motivo preciso che potrei anche esporvi in maniera didascalica — ma non lo farò. Vi lascerò il piacere della scoperta, e anche la libertà di indovinare la ragione che mi ha spinto a includere questo o quest’altro.
    La playlist consiste di oltre 8 ore di musica (e continuerò ad aggiungerne), il che dovrebbe garantire a chiunque di trovare qualcosina di stimolante, che magari faccia da spunto a nuove ricerche e scoperte. Buon ascolto!

Link, curiosità & meraviglie assortite – 12

Eli Bowen “la Meraviglia Senza Gambe”, con famiglia al completo, vi dà il benvenuto a questa nuova raccolta di notizie e stranezze dal mondo! Partiamo senza indugi!

  • Qui sopra nella foto, Walt Disney illustra il suo progetto per delle maschere di Topolino… un po’ particolari.
  • I globster sono misteriosi ammassi gelatinosi di origine organica che vengono ritrovati di tanto in tanto sulle spiagge di tutto il mondo. Qui la spiegazione di cosa sono davvero.

  • Una soluzione per mettere d’accordo vegani, vegetariani e carnivori? La bio-economia post-animale, e tra le altre cose punta a far “crescere” la carne in laboratorio a partire da cellule staminali.
    Un metodo del tutto indolore per gli animali, che potrebbero finalmente vivere le loro vite tranquilli, senza che si debba rinunciare a una bella bistecca, a un bicchiere di latte, a un uovo in camicia. E non si tratterebbe di prodotti alternativi ma proprio del medesimo prodotto, sviluppato in maniera tra l’altro più sostenibile rispetto all’agricoltura lineare (che ha dimostrato di essere problematica per quantità di terreno, sostanze chimiche, pesticidi, risorse energetiche, acqua impiegata, lavoro necessario, e gas serra emessi).
    Prendete per esempio il tanto controverso foie gras: in futuro potrebbe venire prodotto a partire dalle cellule staminali contenute sulla punta di una piuma d’oca. Sembra fantascienza, ma il primo foie gras da laboratorio è già realtà, e questo giornalista l’ha assaggiato in anteprima.
    Restano soltanto due scogli: da una parte occorre ridurre i costi della tecnica, ancora troppo alti per un utilizzo su larga scala (ma non ci vorrà molto tempo); dall’altra, c’è il piccolo dettaglio che si tratta di una vera e propria rivoluzione culturale, oltre che agricola. Bisognerà scoprire come reagiranno gli allevatori tradizionali, e soprattutto se i consumatori abituali di carne saranno disposti a provare i nuovi prodotti cruelty-free.

  • La città di Branau am Inn, in Austria, è tristemente nota per aver dato i natali a un certo dittatore di nome Adolf. Ma andrebbe ricordata, invece, per un’altra storia: quella di Hans Steininger, borgomastro che il 28 settembre del 1567 venne ucciso dalla sua stessa barba. Una lanugine folta e prodigiosamente lunga, che gli risultò fatale durante un grande incendio: nella concitazione della fuga dalle fiamme, il sindaco Hans dimenticò di arrotolare i suoi due metri di barba e metterseli in tasca, come faceva abitualmente, vi inciampò e precipitò giù per le scale spezzandosi il collo.
    Dato che nel ‘500 non esistevano ancora i Darwin Awards, i concittadini eressero una bella lapide sul fianco della chiesa e conservarono la barba assassina, ancora oggi visibile nel museo civico di Branau. Come monito, suppongo, per quelli che fanno gli originali a tutti i costi.

  • Ma se pensate che le morti imbecilli siano un’esclusiva umana, sentite questa: “a causa dell’umidità dell’ambiente e della lentezza con cui un bradipo si muove, nella sua pelliccia crescono dei vegetali. Questo, in combinazione con la vista scarsa, fa sì che alcuni bradipi afferrino il proprio stesso braccio, credendolo un ramo d’albero, e cadano verso morte certa.” (via Seriously Strange)

  • E ancora, come non citare quel genio di un roditore che si infilò in una trappola per topi vecchia di 155 anni esposta in un museo?
  • Sei sempre così ombroso e depresso, dicevano.
    Perché non impari a suonare uno strumento musicale, così ti rilassi e ti diverti?, dicevano.
    Li ho accontentati.

  • L’Olandese Volante del XX° secolo si chiama SS Baychimo, una nave cargo incagliatasi nei ghiacci dell’Alaska nel 1931 e abbandonata. Per i trentotto anni successivi il relitto fantasma è stato avvistato in diverse occasioni; c’è anche chi è riuscito a salire a bordo, ma ogni volta la Baychimo è sempre riuscita a sfuggire senza farsi ricatturare. (Grazie, Stefano!)
  • La terribile storia di “El Negro”, ovvero quando i cercatori di curiosità naturali nelle colonie non spedivano indietro in Europa soltanto pelli di animali, ma anche di esseri umani che avevano dissotterrato di notte dalle loro tombe.

  • Visto che parliamo di resti umani, otto anni fa veniva organizzata la più grande mostra itinerante di mummie (45 in totale). Non avete avuto la fortuna di vederla? Neanch’io. Ma ecco un po’ di belle foto.
  • Quando il senso estetico giapponese permea ogni più minuscolo dettaglio: date un’occhiata a queste due pagine tratte da un manoscritto del tardo Diciassettesimo secolo, che mostrano i vari tipi di design per i wagashi (dolcetti tipici serviti durante la cerimonia del tè). Food porn ante litteram.
  • Alcuni ricercatori dell’Università del Wisconsin e dell’Università del Maryland hanno creato dei brani musicali espressamente studiati per piacere ai gatti, con frequenze e suoni che dovrebbero essere, almeno in teoria, “felino-centrici“. Le tracce si possono acquistare, anche se a dire la verità i sample proposti non sembrano aver impressionato particolarmente i miei gatti. Ma quei due sono schizzinosi e viziati.
  • Un articolo di due anni fa, purtroppo ancora attuale: le persone transgender faticano ad essere riconosciute come tali perfino da morte.

“Quasi pronta caro, mi metto due perle e usciamo.”

  • Tra i musei più bizzarri, un posto di rilievo va tributato al Museum of Broken Relationships. Consiste di oggetti, donati dal pubblico stesso, che stanno a simboleggiare una relazione sentimentale ormai terminata: la collana di perle che un fidanzato violento aveva regalato alla sua ragazza per farsi perdonare gli ultimi abusi; un’ascia usata da una donna per sfasciare tutto il mobilio di una ex; i volumi di Proust che un marito leggeva ad alta voce a sua moglie — con le ultime 200 pagine ancora intonse, perché la loro relazione è finita prima del libro. Va be’, ma quale storia dura più a lungo della Recherche? (via Futility Closet)

In chiusura, vi ricordo che sabato 17 sarò a Bologna presso la libreria-wunderkammer Mirabilia (via de’ Carbonesi 3/e) per presentare il nuovo libro della Collana Bizzarro Bazar. Con me anche il fotografo Carlo Vannini e Alberto Carli, curatore della Collezione Anatomica Paolo Gorini. Vi aspetto!