Spionaggio a quattro zampe

Il gatto non offre servigi. Il gatto offre se stesso.
(William S. Burroughs, The Cat Inside, 1986)

Oggi, dopo Wikileaks e Snowden, siamo abituati a pensare allo spionaggio in termini di cyberwarfare: hacking delle comunicazioni, utilizzo di trojan e rilevamento di metadata, attacchi ai router esteri, utilizzo di droni di sorveglianza, sofisticati software, ecc.
Negli anni ’60 della Guerra Fredda, l’unico modo che c’era per ascoltare le conversazioni del nemico consisteva nel piazzare fisicamente delle cimici nel suo quartier generale.

Il problema era ovviamente che tutte le fazioni ascoltavano, e sapevano di essere ascoltate. Nessun agente si sarebbe messo a chiacchierare di argomenti top secret nelle sale di un palazzo governativo. Il metodo più sicuro rimaneva quello che abbiamo visto in decine di film — se si voleva discutere in tutta tranquillità, si usciva fuori dagli edifici.
Per i vari sistemi di intelligence era fondamentale dunque trovare una adeguata contromisura: ma come origliare una conversazione all’aperto senza destare sospetti?

Nel 1961 qualcuno al Directorate of Science and Technology della CIA ebbe l’illuminazione.
C’era una sola cosa a cui le spie nemiche, intente in una conversazione riservata, non avrebbero prestato attenzione: un gatto che si trovasse a passare di lì.
Nella speranza di aver trovato la svolta spionistica del secolo, la CIA lanciò un programma segretissimo chiamato “Acoustic Kitty”. Obbiettivo del progetto: creare dei cyber-gatti dotati di sistemi di sorveglianza, addestrarli a spiare, e infiltrarli al Cremlino.

Dopotutto, come scriveva Terry Pratchett, “è risaputo che un ingrediente vitale del successo è non sapere che ciò che stai tentando non può essere fatto“.

Dopo i primi anni di studi e progetti teorici, i ricercatori passarono ai test in vivo.
Impiantarono un microfono nel condotto uditivo di un gatto, una trasmittente con alimentatore, e un’antenna che si estendeva verso la coda dell’animale. Secondo la testimonianza dell’ex ufficiale CIA Victor Marchetti, “aprirono quel gatto, gli misero delle batterie, lo cablarono. Ne fecero una mostruosità“. Una mostruosità che però avrebbe permesso di registrare tutto quello che il micio era in grado di sentire.

Ma c’era un altro dettaglio, non proprio secondario, da risolvere. Il peloso agente in incognito si sarebbe dovuto avvicinare all’obbiettivo sensibile, senza lasciarsi distrarre lungo la strada — nemmeno da un intempestivo, proverbiale topolino. E tutti sanno che ammaestrare un gatto è un’ardua impresa.

Vennero dunque condotti alcuni esperimenti per controllare il gatto a distanza, in sostanza per telecomandarlo tramite impulsi elettrici (vi ricordate di José Delgado?). La cosa si rivelò più difficile del previsto, e i test si susseguirono per diversi anni senza risultati apprezzabili. I felini potevano essere “addestrati a muoversi per brevi distanze“; non esattamente un successo straordinario, nonostante i ricercatori cercassero di farlo passare per una “rimarchevole conquista scientifica“.
Alla fine, forse spazientiti, forse confidando in un inaspettato miracolo, gli agenti decisero di condurre una prova empirica sul campo. Spedirono il gatto nella sua prima, vera e propria missione.

Una bella mattina del 1966, due funzionari sovietici stavano seduti su una panchina proprio fuori dall’Ambasciata Russa a Washington, in Wisconsin Avenue, ignari di essere nel mirino di una delle più improbabili operazioni di spionaggio di sempre.
In una via adiacente, il primo gatto 007 della storia venne fatto scendere da un anonimo furgoncino.
Immaginatevi ora, all’interno del veicolo, diversi agenti della CIA, muniti di cuffie e radioriceventi, in trepida attesa. Dopo anni e anni di studi in laboratorio, era l’ora della verità: il metodo avrebbe funzionato? Sarebbero riusciti a pilotare il gatto nei pressi del target? Il micio avrebbe obbedientemente origliato la conversazione dei due uomini?

L’eccitazione, ahimé, durò ben poco.

Perché, fatti meno di dieci metri, l’Acoustic Kitty finì sotto le ruote di un taxi.
RIP Acoustic Kitty.

Con questo inglorioso incidente, dopo sei anni di ricerca pionieristica costata 20 milioni di dollari, il progetto Acoustic Kitty venne dichiarato un totale fallimento e abbandonato.
In un rapporto del Marzo 1967, declassificato nel 2001, si legge: “i fattori ambientali e di sicurezza nell’uso di questa tecnica in una reale situazione estera ci forzano a concludere che […] essa non sia pratica“.

Un’ultima nota: la storia del gatto investito dal taxi è stata raccontata dal già citato Victor Marchetti; nel 2013 Robert Wallace, ex direttore dell’Office of Technical Service, l’ha smentita, sostenendo che in realtà l’animale semplicemente non faceva ciò che i ricercatori avrebbero voluto. “L’equipaggiamento fu tolto dal gatto; il gatto venne ricucito una seconda volta, e in seguito visse una lunga e felice vita“.

A voi la scelta del finale che preferite.

Sogni di pietra

La pietra ci appare immota, immutabile, inviolata dalle tribolazioni degli esseri viventi.
Al di là del tempo, ha sempre rimandato all’idea della creazione.
Incastonate, inaccessibili, racchiuse nello scrigno naturale della roccia, restano in attesa d’essere scoperte quelle anomalie che abbiamo chiamato tesori: minerali dalla forma inaudita, dai colori inaspettati, dalla trasparenza ultraterrena.
Può accadere che, nel rompere la pietra, si scoprano disegni che sembrano opera ragionata. Vi si possono scorgere panorami, figure umane, città, piante, scogliere, flutti marini.

Chi ha nascosto dentro alla roccia queste fantasie? Una mano divina? O si tratta forse di visioni e paesaggi sognati dalla pietra stessa, e rimasti incisi nel suo cuore?

Se nel Medioevo i disegni all’interno della pietra erano probabilmente ritenuti una prova dell’esistenza dell’anima mundi, già all’inizio dell’epoca moderna erano stati declassati al rango di semplici curiosità.
I naturalisti del XVI e XVII Secolo, nelle loro wunderkammer e nei volumi dedicati alle meraviglie del mondo, catalogavano le figure scoperte nella pietra fra gli scherzi della Natura (lusus naturæ). Ricorda infatti Roger Callois (La scrittura delle pietre, Marietti, 1986):

I dotti, tra gli altri Aldrovandi e Kircher, suddividono queste meraviglie in generi e specie secondo l’immagine che riescono a leggervi: mori, vescovi, gamberi oppure corsi d’acqua, visi, piante, cani o anche pesci, testuggini, draghi, teste da morto, crocifissi, tutto quello che una fervida immaginazione si è compiaciuta di riconoscere e identificare. Non esiste in realtà né essere, né oggetto, né mostro, né monumento, né evento né spettacolo della natura, della storia, della favola o del sogno, nulla di cui uno sguardo incantato non possa intuire l’immagine dentro le chiazze, nei disegni, nei profili delle pietre.

È curioso notare, per inciso, come proprio questi “scherzi” siano stati più volte tirati in ballo nel lungo dibattito sul mistero dei fossili. Già Leonardo Da Vinci aveva intuito che le creature marine trovate pietrificate sulle cime dei monti erano avanzi di organismi viventi, ma nei secoli successivi si preferì invece pensare che i fossili non fossero altro che capricci della natura: se la pietra era capace di imitare una città, poteva benissimo creare dei simulacri di conchiglie o di esseri viventi. Solo alla metà del Settecento i fossili non vennero più considerati lusus naturæ.

Tra tutti i tipi di pierre à images (“pietre da immagini”), ce n’era una in cui il miracolo si ripeteva più spesso. Uno specifico tipo di marmo, che si estraeva nei dintorni di Firenze, era chiamato “pietra paesina” proprio perché non era raro ritrovare al suo interno delle venature che ricordavano dei paesaggi o perfino dei profili di città distrutte. Forse proprio la localizzazione toscana delle cave di paesina contribuì allo sviluppo, alla corte dei Medici, della prima vera scuola di pittura su supporto lapideo; altre botteghe specializzate in questo genere minore sorsero a Roma, in Francia e nei Paesi Bassi.

 

Oltre alla pietra paesina, che era perfetta per evocare paesaggi marini o desolazioni rupestri, erano anche molto usati l’alabastro (per suggestioni celestiali e angeliche) e la pietra di paragone, o lavagna, sfruttata per vedute notturne o per rappresentare l’incendio di una città.

Il tutto partiva, forse, dalle prove di olio su pietra di Sebastiano del Piombo, che avevano l’intento di rendere la pittura altrettanto durevole della scultura; ma i colori in realtà non resistevano per molto tempo sull’ardesia levigata, con buona pace della pretesa eternità di questo metodo. Sebastiano del Piombo, interessato a un tipo di ricerca “alta”e formalmente austera, abbandonò la tecnica, che ebbe invece un inaspettato successo nell’ambito delle bizzarrie dipinte — grazie anche al “gusto per la rarità, l’artificiosa bizzarria, ovvero per quell’ambiguo gioco allo scambio dei ruoli tra arte e natura che fu apprezzato in sommo grado sia dal Manierismo cinquecentesco che dall’età barocca” (A. Pinelli su Repubblica, 22 gennaio 2001).

Così molti pittori, anche insigni (Jacques Stella, Stefano della Bella, Alessandro Turchi detto l’Orbetto, Cornelis van Poelemburgh), iniziarono a sfruttare le venature della pietra per costruire vere e proprie stranezze pittoriche in bilico fra naturalia e artificialia.

Lasciandosi ispirare dallo scenario offerto dalla lastra di marmo, vi aggiungevano figure umane, imbarcazioni, alberi e altri dettagli. Talvolta bastava poco: era sufficiente un balconcino, la sagoma di una porta o di una finestra, ed ecco che il disegno di una città guadagnava un immediato realismo.

Johann König, Matieu Dubus, Antonio Carracci e altri utilizzano in tal modo gli ornamenti a nastro e la profondità luminosa dell’agata, le volute e le sinuosità dell’alabastro. Nei soggetti devoti, il pittore trae dalle sfumature profonde e traslucide il mistero di un chiarore lattiginoso e sovrannaturale oppure, se vuole rappresentare il paesaggio del Mar Rosso, deve solo popolare di vittime spaventate i vortici della terribile ondata già suggerita dalle venature della pietra.

Particolarmente versato questo eccentrico genere di opere, che fra il Cinquecento e il Settecento divennero il fulcro di un importante commercio, fu Filippo Napoletano.
Nel 1619 il pittore donò a Cosimo II de’ Medici sette storie di Santi dipinte su “pietra lustra detta alberese”, e alcune delle sue opere sono ancora oggi impressionanti per la modernità della composizione e la vivida forza espressiva.
Rimane straordinaria, per esempio, la figurazione delle Tentazioni di Sant’Antonio, “piccolo capolavoro [in cui] l’intervento dell’artista è ridotto al minimo, tutto il dramma spirituale del santo echeggia nella malinconia del paesaggio dai toni danteschi” (P. Gaglianò su ExibArt, 11 dicembre 2000).

Il fascino di una pietra che “imita” la realtà, regalando l’illusione di un teatro segreto, è ancora oggi inalterato, come spiega elegantemente Callois:

Tali simulacri, da molto tempo nascosti all’interno, appaiono quando le pietre vengono spaccate e ripulite. Sembrano rievocare ad una fantasia compiacente modelli in miniatura e immortali degli esseri e delle cose. Certamente solo il caso è all’origine del prodigio. Tutte le somiglianze sono del resto approssimative, incerte, talvolta lontane dal vero, decisamente arbitrarie. Non appena intuite, diventano però subito tiranniche o offrono più di quanto avevano promesso. Colui che le sa osservare vi scopre senza sosta nuovi dettagli che completano la presunta analogia. Immagini di questo tipo miniaturizzano a beneficio dell’interessato ogni oggetto del mondo, gliene riproducono per sempre una copia, che egli tiene nel cavo della mano, che può collocare a suo piacimento o chiudere in una vetrina. […] Chi possiede una simile meraviglia, prodotta, estratta e capitata nelle sue mani per uno straordinario insieme di casi, immagina volentieri che essa non sarebbe potuta giungere fino a lui senza lo speciale intervento del destino.

Immota, immutabile, inviolata dalle tribolazioni degli esseri viventi: è appropriato forse che la pietra, quando sogna, finisca per dare alla luce proprio questi paesaggi astratti e metafisici, di una bellezza aliena come quella della roccia stessa.

Diverse opere appartenenti alle collezioni Medicee sono visibili in un meraviglioso e poco noto museo di Firenze, quello dell’Opificio delle Pietre Dure.
La migliore raccolta fotografica sul tema è il catalogo
Bizzarrie di pietre dipinte (2000), a cura di M. Chiarini e C. Acidini Luchinat.

Link, curiosità & meraviglie assortite – V

Ecco un pacco regalo di strani spunti e suggerimenti di lettura che dovrebbe tenervi impegnati fino a Natale.

  • Vi ricorderete dell’amica Caitlin Doughty, fondatrice dell’Ordine della Buona Morte nonché autrice del best-seller Smoke Gets in Your Eyes. In passato l’avevo intervistata, avevo scritto un pezzo per l’Ordine, ed ero perfino volato a incontrarla a Philadelphia nel corso di tre giorni di conferenze.
    Caitlin è anche celebre per i suoi video ironici sulla cultura della morte. L’ultimo episodio è dedicato a una storia che, se seguite Bizzarro Bazar, vi è senza dubbio familiare: quella della “Suicida Punita” di Padova, divulgata per la prima volta nel mio libro Sua Maestà Anatomica.
    Con il consueto stile dissacrante, Caitlin riesce a far passare la domanda a mio avviso fondamentale: ha senso giudicare un simile episodio secondo l’etica contemporanea, o è meglio concentrarci su quello che ci racconta riguardo alla nostra storia e all’evoluzione della sensibilità nei confronti della morte?

  • Nel 1966 l’oceano portò sulle rive inglesi una misteriosa scatola: conteneva spade, candelabri, tonache rosse, e tutta una serie di simboli esoterici legati al mondo dell’occultismo. Qual era la funzione di quegli oggetti, e perché erano stati affidati alle onde?
  • E già che ci siamo, ecco una foto autoptica degli anni ’20, forse scattata in Belgio. Che le pipe fossero una strategia per proteggersi dagli odori?
    (Vista qui, grazie di nuovo Claudia!)

  • Sta per uscire un nuovo libro fotografico sull’evoluzione delle specie, che si preannuncia sontuoso. Le magnifiche fotografie di Robert Clark hanno però anche un sottofondo inquietante: “Alcuni scienziati che studiano l’evoluzione in tempo reale sono convinti che potremmo essere nel bel mezzo della sesta estinzione mondiale di massa, un imbuto di morte in slow-motion che lascerà il pianeta con una piccola frazione della sua attuale biodiversità. Una ragione per cui nessuno è in grado di prevedere come finirà — e chi sopravviverà — è che, per molti versi, la nostra stessa comprensione dell’evoluzione sta continuando ad evolversi“.
  • Ma non scoraggiatevi troppo per la fine del mondo: potrebbe essere tutta un’immensa illusione.
    Certo, l’idea è vecchia: i grandi messaggi spirituali, mitologici o artistici in fondo ci ripetono da millenni di non fidarci troppo dei nostri sensi, ci suggeriscono che c’è qualcosa di più oltre la realtà. Eppure fino ad ora nessuno aveva provato a dimostrarlo matematicamente. Fino ad ora.
    Un professore di scienze cognitive dell’Università della California ha elaborato un intrigante modello che sta facendo scalpore: la sua ipotesi è che la nostra percezione non abbia proprio nulla a che vedere con il mondo così com’è, là fuori; cioè che il nostro filtro sensoriale si sia evoluto non per restituirci un’immagine realistica delle cose, ma vantaggiosa. Qui un articolo sull’Atlantic, e qui un podcast in cui il prof fa seraficamente a pezzi tutto ciò che pensiamo di sapere sul mondo.
  • Tutte chiacchiere? E se vi dicessi che gli alieni ultra-evoluti potrebbero essere già tra di noi — senza nemmeno il bisogno di un corpo concreto, ma sotto forma di leggi della fisica?

Altre idee brillanti: la Goodyear nel 1961 sviluppò questi copertoni luminosi.

  • Il Blog of Wonders di Mariano Tomatis è praticamente il gemello meno morboso, ma più magico, di Bizzarro Bazar. Si può passare le giornate a scavare negli archivi, e riemergerne sempre con qualche pepita che ci era sfuggita le altre volte: a me per esempio è successo con questo post sul segreto “razzismo” di chi crede che i Maya siano arrivati dallo spazio. Giacobbo, take this.
  • Nei manoscritti medievali compaiono spesso degli omini oltremodo sfortunati, che avevano la funzione di illustrare tutte le ferite possibili e immaginabili. Ecco un articolo sulla storia e l’evoluzione di questa strana e un po’ fantozziana figura.

  • Guardare delle vernici colorate che si muovono nel latte? Non suona molto attraente, finché non vi prendete quattro minuti di pausa e vi lasciate ipnotizzare da Memories of Painting, di Thomas Blanchard.

  • Mi ricollego ancora alla fallacia dei sensi con alcune immagini dell’Aspidochelone (detto anche Zaratan), uno degli animali fantastici per cui stravedevo da bambino. L’idea di un mostro marino così grande da essere scambiato per un isola, e sul cui dorso cresce addirittura la vegetazione, ha avuto gran fortuna da Plinio alla letteratura moderna:

‘Un bel posto per gettare l’ancora, diceva. Un bel posto per un falò, diceva.’

  • Ma la vera sorpresa è scoprire che lo Zaratan esiste sul serio, sebbene in miniatura:

  • Saddam Hussein, poco dopo il sessantesimo compleanno, si fece togliere 27 litri di sangue che venne usato per calligrafare una versione del Corano di 600 pagine.
    Un manoscritto scomodo, tanto che ora le autorità non sanno bene cosa farsene.
  • Due segnalazioni natalizie, in caso voleste rendere i vostri addobbi un po’ più minacciosi: 1) un set di palline per l’albero decorate con le facce di celebri serial killer, nell’ordine: Charles Manson, Ted Bundy, Jeffrey DahmerEd Gein e H. H. Holmes; 2) un Babbo Natale omicida. Fate capire ai vostri ospiti che le festività vi stressano, e che potrebbero scatenare in voi impulsi incontrollati. Se volete acquistare questi simpatici oggettini, di raffinatissimo gusto, cliccate sull’immagine per aprire il relativo negozio Etsy.  Non c’è di che.

  • Infine, se siete a corto di idee per i regali di Natale, e vi vedete proprio costretti a ripiegare sul solito libro, almeno fate in modo che non sia il solito libro. Ecco quattro esempi puramente casuali…
    Buone feste e alla prossima!

(Click sull’immagine per accedere al bookshop)

Link, curiosità & meraviglie assortite – IV

Essendo assorbito dai lavori dell’Accademia dell’Incanto, appena avviati, mi perdonerete se ripiego su una nuova raccolta di stranezze, sempre e comunque di prima scelta.

  • Vi ricordate il mio articolo sulle mummie affumicate? Ulla Lohmann ha documentato per la prima volta il processo di mummificazione di un anziano del villaggio, che la fotografa aveva conosciuto quand’era ancora in vita. La storia della rispettosa ostinazione con cui la Lohmann è riuscita a farsi accettare dalla tribù, e le spettacolari fotografie che ha scattato, sono su National Geographic.

  • Pire collettive che bruciavano per giorni e giorni appestando l’aria, denti strappati ai caduti per costruire le dentiere dei vivi, ossa usate come fertilizzante: benvenuti nel feroce mondo di chi doveva pulire i campi di battaglia durante le guerre napoleoniche. (Scoperto via Prismo)
  • A tre miglia dalla costa di Miami c’è un vero cimitero sottomarino. Certo, non saranno molti i parenti che prenderanno lezioni di scuba diving per venirvi a porgere un ultimo saluto; ma in compenso la vostra tomba si ricoprirà di bellissimi coralli.

  • Avreste mai immaginato di veder comparire su queste pagine Giancarlo Magalli? L’episodio di cui il presentatore è stato recentemente protagonista è però un brillante esempio di memento mori come forza sovversiva: in questo caso, la spettacolare irruzione è avvenuta proprio in uno dei tanti momenti di televisione anestetica — quella che conforta e ottunde con il miraggio della vincita, del premio che arriva senza fatica, della cuccagna distribuita a casaccio da una sorte benigna. La sconfitta è ironica e definitiva: “l’orologio a questo punto mi sembra inutile…
    (Grazie, Silvia!)

  • Come essere sicuri che un morto sia veramente morto? Nell’800 la questione era tutto fuorché scontata. Ecco perché c’era chi aveva l’ingrato compito di tirare la lingua ai cadaveri, chi provava a infilarsi le dita della salma nelle orecchie, e chi ai corpi stesi nell’obitorio somministrava dei clisteri di tabacco… soffiando attraverso un tubo.
  • E se i Monty Python, nella loro canzone dei filosofi che descrive i giganti del pensiero come alcolizzati terminali, fossero andati vicini alla verità? Un interessante long read sulla relazione fra la filosofia occidentale e l’uso delle sostanze psicotrope.
  • Per chi non l’avesse ancora vista, c’è una crudele radiografia che disintegra il mantra autoconsolatorio ho-solo-le-ossa-grosse.

  • L’uomo sbarcherà su Marte, presto o tardi. Presto, probabilmente. Ma oltre alla vita, sul Pianeta Rosso porteremo anche un’altra novità: la morte. Cosa succede a un cadavere nell’atmosfera marziana, in assenza di insetti, saprofaghi e batteri? Dovremmo seppellirlo, cremarlo o compostarlo? Se l’è chiesto Sarah Laskow su AtlasObscura.
  • Per finire, ecco una splendida serie di foto intitolata Wilder Mann. Attraversando in lungo e in largo l’Europa, il fotografo francese Charles Fréger ha documentato decine di maschere rurali. Inquietanti e suggestive, queste figure pagane sopravvivono al passare del tempo, e da secoli continuano ad annunciare ogni anno l’arrivo dell’inverno.

L’Accademia dell’Incanto

Finalmente è arrivato il momento di svelarvi il progetto sul quale ho concentrato i miei sforzi per buona parte di quest’anno.

Tutto ha avuto inizio da un luogo, un curioso segreto incastonato nel cuore di Roma, a due passi dal Circo Massimo. Probabilmente il mio rifugio preferito in tutta la capitale: la wunderkammer Mirabilia, una “camera delle meraviglie” allestita secondo la filosofia e il gusto delle collezioni cinquecentesche antesignane dei moderni musei.

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Giraffe e leoni tassidermizzati, opere d’arte di alto profilo e rarità da tutto il mondo sono stati raccolti nel corso di molti anni di ricerche e avventure dal proprietario, Giano Del Bufalo, giovane collezionista di cui vi avevo già parlato in questo post.

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Questa bottega barocca in cui la bellezza si sposa con il macabro e il meraviglioso è diventata per me il luogo privilegiato in cui ritirarmi a sognare dopo una giornata faticosa.
Date le premesse, era solo una questione di tempo prima che nascesse l’idea di una collaborazione fra Bizzarro Bazar e Mirabilia.

E ormai ci siamo.
Il 9 ottobre, nel perfetto contesto di questa galleria, aprirà i battenti l’Accademia dell’Incanto.

Quello che assieme a Giano abbiamo progettato è un centro culturale alternativo, inedito nello scenario italiano, ritagliato su misura per gli amanti dell’insolito.
L’Accademia ospiterà una nutrita serie di appuntamenti con scienziati, letterati, artisti e studiosi il cui lavoro si snoda lungo i sentieri meno battuti della realtà: si spazierà dalla mummificazione ai libri magici, dall’anatomia patologica alla letteratura gotica, dalla storia della sessualità all’incontro con alcuni degli artisti più originali del panorama contemporaneo.

Potete facilmente intuire come questo progetto mi stia particolarmente a cuore, in quanto si tratta di una trasposizione fisica del lavoro sviluppato da tempo su questo blog. Ma il privilegio di immaginare questa sua “irruzione” nel mondo concreto mi è stato concesso soltanto dall’amichevole disponibilità dei numerosi spiriti affini incontrati negli anni proprio grazie a Bizzarro Bazar.
Confesso di essere rimasto sorpreso e quasi intimidito dall’entusiasmo di queste figure straordinarie, per cui nutro una stima assolutamente incondizionata: docenti universitari, illustratori, registi, prestigiatori e collezionisti di stranezze hanno tutti risposto in maniera calorosa alla mia call for action che si riassume nell’ambizioso proposito di “rieducare lo sguardo alla vertigine dello stupore”.

Rivolgo un simile appello anche a voi amici del blog: spargete la voce, diffondete la buona novella e soprattutto partecipate numerosi se potete. Sarà un’occasione unica per ascoltare, confrontarsi, discutere, per conoscere di persona gli eccezionali relatori, per allenare i muscoli del sogno… ma soprattutto per trovarci l’un l’altro.

Così, infatti, ci piace pensare all’Accademia dell’Incanto: come a un avamposto di frontiera, in cui la grande famiglia di pionieri e appassionati del meraviglioso abbia finalmente modo di radunarsi; in cui si intreccino itinerari e scoperte; e dal quale, infine, ciascuno possa incamminarsi verso nuove esplorazioni.

mirabilia

Sul sito ufficiale dell’Accademia troverete presto tutti i dettagli relativi ai prossimi eventi e alle modalità di adesione.
L’Accademia dell’Incanto è anche su Facebook, Twitter e Instagram.
Keep the World Weird!

Link, curiosità & meraviglie assortite – III

Nuova miscellanea di link interessanti e fatti bizzarri.

  • C’è un gruppo di famiglie italiane che diversi anni fa ha deciso di provare a vivere sugli alberi. Nel 2010 il giornalista vicentino Antonio Gregolin ha visitato questi misteriosi “eremiti” (non così reclusi, però, quanto si potrebbe pensare) firmando un meraviglioso reportage sul loro villaggio arboricolo.

  • Un interessante long read sul disgusto, sugli errori cognitivi in cui ci fa incappare, e su come potrebbe aver contribuito alla nascita della morale, della politica, delle leggi — in sostanza, alla creazione delle società umane.
  • Siete pronti per un viaggio musicale nel tempo e nello spazio? Su questo sito potete scegliere un paese del mondo e una decade dal 1900 ad oggi, e scoprire quali erano le hit discografiche del periodo. Organizzate il vostro itinerario/playlist con un taxi virtuale fissando tappe inconcepibilmente distanti tra loro: potreste partire dalle prime registrazioni di canti tradizionali della Tanzania, saltare alla disco coreana degli anni ’80, e approdare al caldo pop psichedelico norvegese anni ’60. Attenzione, crea dipendenza.
  • Parlando di tempo, è davvero un enigma come questa campagna di crowdfunding non abbia raggiunto l’obiettivo di finanziare la creazione dell’orologio minimalista definitivo. Sarebbe stato un accessorio perfetto per filosofi, e ritardatari.
  • L’ultimo numero della rivista Illustrati ha un titolo, e un tema, evocativo, “Cerchi di luce”. Nel mio contributo, racconto il Nord Est esoterico della mia adolescenza: L’unico chakra.
  • Durante la terribile alluvione che di recente ha colpito la Louisiana, alcune bare sono venute a galla. Una visione surreale, ma non del tutto inedita: ecco un mio vecchio post sullo Holt Cemetery di New Orleans, dove ciclicamente riaffiorano le ossa dei morti.

  • Restiamo nel cosiddetto Pelican State, dove per scongiurare la sfortuna ci si può sempre affidare agli incantesimi tradizionali, ormai diventati anche un business per turisti: ecco i cinque migliori negozi di armamentari voodoo di New Orleans.
  • Chi mi segue da un po’ mi avrà probabilmente sentito parlare di “meraviglia nera“, cioè della necessità di restituire alla meraviglia il suo dominio originario sulla tenebra. Un bell’articolo sulla filosofia dello stupore pubblicato da DoppioZero ribadisce il concetto: “lo stupore originario, il thauma non è sempre e soltanto un momento di grazia, un sentimento positivo: possiede una dimensione di orrore e di angoscia che prova chi si trova a contatto con una realtà ignota, sconosciuta, diversa, così altra da provocare turbamento e angoscia“.
  • Quali sono le mummie più antiche del mondo? Quelle dei Faraoni d’Egitto?
    Sbagliato. Le mummie dei Chinchorro, ritrovate nel deserto di Atacama tra Cile e Perù, sono antecedenti a quelle egiziane. E non di un secolo o due: di duemila anni.
    (Grazie, Cristina!)

  • Qualche giorno fa Wu Ming 1 mi ha segnalato un articolo su The Atlantic riguardo un imminente trapianto di testa: in realtà la notizia non è nuova, dato che il neurochirurgo torinese Sergio Canavero fa discutere di sé ormai da qualche anno. Su Bizzarro Bazar avevo trattato i trapianti di testa in un vecchio articolo, e se non ho mai parlato di Canavero, è perché tutta la faccenda in realtà suona molto sospetta.
    Riassumo velocemente la questione: nel 2013 Canavero crea un piccolo terremoto in ambito scientifico dichiarando realizzabile entro il 2017 il trapianto di testa (o meglio, di corpo) sull’essere umano. Il suo progetto HEAVEN/Gemini (Head Anastomosis Venture with Cord Fusion) si propone di superare le difficoltà relative al ricollegamento dei tronconi di midollo utilizzando delle “colle” fusogene come il glicole polietilenico (PEG) o il chitosano per indurre l’unione tra le cellule del donatore e quelle del ricevente. Questo permetterebbe di fornire un nuovo corpo, più sano, a chi sta morendo a causa di una qualsiasi malattia (con l’ovvia eccezione delle patologie cerebrali).
    Non essendo stato preso sul serio, Canavero ci riprova a inizio 2015, annunciando in seguito di aver trovato un volontario per la complessa operazione, il trentenne russo Valery Spiridonov affetto da una malattia genetica incurabile. La comunità scientifica, ancora una volta, bolla le sue teorie come infondate, fantascientifiche e pericolose: la tecnologia dei trapianti ha fatto passi da gigante negli ultimi anni, è vero, ma secondo gli esperti siamo ancora ben lontani dal poter affrontare una simile impresa sull’uomo — anche ammesso di soprassedere ai relativi dilemmi etici.
    A inizio di quest’anno, infine, Canavero annuncia di aver fatto progressi: con il supporto di un’équipe cinese, avrebbe testato con successo la sua procedura sui topi e perfino su una scimmia, facendo trapelare qualche video e qualche foto d’impatto.
    Come si può facilmente capire, la storia è però tutt’altro che cristallina. Canavero si sta distanziando sempre più dalla comunità scientifica, e sembra particolarmente insofferente nei confronti del sistema di peer-review, il quale (accidenti!) non gli permette di pubblicare le sue ricerche senza che esse siano vagliate e valutate a priori; anche l’annuncio dei suoi esperimenti sui topi e le scimmie è arrivato senza il supporto di alcuna pubblicazione. In sostanza, Canavero si è dimostrato molto abile a suscitare l’interesse dei media (divulgando la sua avanzatissima tecnica in TV, sui giornali e perfino a un paio di TEDx con l’ausilio di… pittoreschi e italianissimi spaghetti), e nel tempo è riuscito a costruirsi un’immagine di scienziato genialoide e un po’ matto, un Frankenstein visionario che potrebbe aver trovato la panacea di tutti i mali — se soltanto gli ottusi colleghi lo stessero ad ascoltare. Al contempo egli appare poco a suo agio con le regole deontologiche della scienza, e preferisce continuare a lanciare appelli ai “filantropi privati” di tutto il mondo, in cerca di qualche mecenate disposto a sborsare i 12 milioni e mezzo necessari per tentare l’esperimento d’avanguardia.
    Insomma, guardando questa vicenda è un po’ difficile non pensare a noti copioni analoghi. Mai dire mai, però: rimaniamo in attesa della prossima puntata, e nel frattempo…
  • …non resta che (ri)guardarsi  The Thing With Two Heads (1972), diretto dal genio dell’exploitation Lee Frost.
    Questa chicca ai confini del trash racconta le tragicomiche avventure di un chirurgo facoltoso e razzista — interpretato da un Ray Milland ormai giunto alla fase più ingloriosa della carriera — il quale, prossimo alla morte, elabora un complesso piano per far trapiantare la propria testa su un corpo sano; ma finisce per risvegliarsi attaccato alla spalla di un uomo di colore condannato a morte che è determinato a provare la sua innocenza. Inseguimenti, gag sconclusionate e situazioni deliranti, per uno dei film più weird di sempre.

Buon compleanno! – VII

Il sette è probabilmente, fra tutti i numeri, il più ricco e denso di significati simbolici.
Numero sacro per molte tradizioni (dall’Ebraismo al Cristianesimo, da Pitagora all’Islam, dal Buddhismo allo Scintoismo), indica la perfezione di un ciclo che si compie e l’armonia degli opposti. Sette sono sia le virtù che i peccati, sette le meraviglie del mondo, sette i cieli, sette i mari, sette i chakra o i Re di Roma…
Da oggi — più prosaicamente, ma non senza gaudio e giubilo — sette sono anche gli anni di vita di questo blog!

Quindi, quali sorprese si profilano all’orizzonte?


La prima è l’arrivo imminente del nuovo libro della Collana Bizzarro Bazar, un volume la cui gestazione si è rivelata particolarmente lunga — ma ci sono buoni motivi per il tempo speso a prepararlo, come avrò modo di spiegare al momento del lancio ufficiale a settembre.

La seconda succosa novità è il “progetto segreto” che nel corso degli ultimi mesi ha assorbito la maggior parte dei miei sforzi: si tratta di un’iniziativa a cui tengo talmente che per me è davvero faticoso resistere all’impulso di parlarvene. Ma preferisco posticipare ancora di due o tre settimane la rivelazione dell’occulto disegno, quando finalmente sarà tutto perfetto… tenetevi pronti!

Nel frattempo, il pretesto di questo traguardo virtuale mi serve in realtà per ringraziarvi ancora una volta, e “grazie” non si dice mai troppo spesso. A voi che leggete, commentate e mi scrivete in privato, va tutta la mia riconoscenza per l’affetto e l’entusiasmo di cui sono stato testimone in questi primi sette anni di stranezze e meraviglie.

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Un elefante sul patibolo

I manifesti dello Sparks World Famous Shows, che venivano affissi nelle piccole cittadine del Sud degli Stati Uniti un paio di giorni prima che il circo vi arrivasse, si mostrano piuttosto anomali per chi abbia un minimo di dimestichezza con la cartellonistica circense di inizio secolo.
Laddove ci si aspetterebbero titoloni roboanti, claim pubblicitari enfatici ed iperbolici, il circo Sparks — in maniera fin troppo dimessa — si definiva uno spettacolo “morale, piacevole e istruttivo“; invece di sbandierare meraviglie inaudite, sosteneva di “non aver mai tradito una promessa” e pubblicizzava i suoi “25 anni di rapporto onesto con il pubblico“.

Il motivo per cui il proprietario Charlie Sparks si limitava a sottolineare la trasparenza e la correttezza della sua impresa, era che non aveva molto altro su cui puntare per attirare le folle. A dispetto del buon nome di Sparks (tra gli impresari più rispettabili e reputati) il suo era in definitiva un circo di seconda categoria. Era composto da una dozzina di carrozzoni, contro i quarantadue del suo principale rivale nel stati del Sud, il John Robinson’s Circus. Sparks aveva cinque elefanti, Robinson dodici. Ed entrambi ovviamente nemmeno si sognavano di competere con il numero uno, il Barnum & Bailey, e la sua impressionante carovana composta da ben ottantaquattro carrozze.
Così, lo Sparks World Famous Shows si teneva alla larga dalle città più grosse e vivacchiava raggiungendo i piccoli centri, ignorati dai circhi più famosi, là dove per gli abitanti perfino le sue attrazioni sarebbero state meglio di niente.

Nonostante il circo Sparks fosse in crescita “non spettacolare, ma lenta e sicura“, in quegli anni non offriva ancora granché: qualche foca ammaestrata, qualche clown, cavalieri e ginnasti, il ben poco memorabile “Uomo che Cammina sulla Sua Testa“, e alcune statue viventi come quelle che oggi restano ad aspettare una monetina nelle piazze.
L’unica vera risorsa di Charlie Sparks, il fiore all’occhiello messo in bella mostra sui manifesti, era Mary.

Pubblicizzata come “7 centimetri più alta di Jumbo” (il celeberrimo elefante del circo Barnum), Mary era un pachiderma indiano di cinque tonnellate in grado di suonare diverse melodie soffiando nei corni, e di giocare a baseball come pitcher in una delle più amate routine del suo spettacolo. Mary costituiva la principale fonte di introito per Charlie Sparks, che la adorava per motivi economici ma anche, per così dire, sentimentali: era il solo elemento del suo circo che fosse davvero di classe superiore, il suo appiglio per sognare di entrare nella storia dell’intrattenimento.
E in un certo senso è proprio a causa di Mary se Sparks è ancora oggi ricordato, anche se non nel modo che egli avrebbe sospettato o voluto.

L’11 settembre 1916 Sparks piantò le tende a St. Paul, una cittadina mineraria della Clinch River Valley in Virginia. Fu proprio quel giorno che un addetto delle pulizie presso l’hotel locale, tale Walter “Red” Eldridge, decise che ne aveva abbastanza di spazzare pavimenti, e si unì al circo. Nonostante Red avesse una storia di vagabondaggio alle spalle, e non sapesse evidentemente nulla di elefanti, venne incaricato di guidare i pachidermi durante la parata che Sparks organizzava per le strade della città il pomeriggio prima degli spettacoli.
Il giorno seguente il circo si spostò a Kingsport, Tennessee, dove Mary sfilò tranquilla per la strada principale fino a quando gli elefanti vennero portati verso un fosso ad abbeverarsi. E qui le testimonianze si fanno contraddittorie: quello che sappiamo per certo è che Red inferse a Mary un colpo di bastone di troppo, facendo infuriare la bestia.
L’elefante, imbizzarrito, afferrò il custode novellino con la proboscide e lo lanciò in aria. Quando il corpo atterrò, Mary prese a calpestarlo e infine schiacciò la testa di Red Eldridge con una zampa. “E sangue e cervella e tutto il resto schizzarono ovunque sulla strada“, nelle parole di un testimone.

Charlie Sparks si ritrovò in un attimo nel peggiore degli incubi.
Senza contare la morte di un suo dipendente in una pubblica strada — non esattamente uno spettacolo “morale” e “istruttivo” — il vero problema era che l’intero tour si trovava ora in serio pericolo: quale delle prossime cittadine avrebbe accettato di ospitare un elefante fuori controllo?
La folla domandava a gran voce che l’animale fosse soppresso e Sparks, a malincuore, comprese che se voleva salvare ciò che rimaneva della sua attività, Mary andava sacrificata e, con lei, i suoi personali sogni di grandezza.
Ma uccidere un elefante non è così semplice.

Il primo ovvio tentativo fu fatto sparandole cinque colpi di fucile. I pachidermi però si chiamano così per un buon motivo: la spessa barriera della pelle non lasciava entrare i proiettili in profondità e, nonostante il dolore, Mary non crollò. (D’altronde quando nel 1994 Tyke, un elefante di 3,6 tonnellate, uccise il suo domatore impazzando poi per le strade di Honolulu, ci vollero 86 colpi per fermarlo. Tyke divenne un simbolo delle lotte contro la crudeltà sugli animali nei circhi, anche grazie allo straziante filmato della sua fine).
Qualcuno a quel punto suggerì di provare a eliminare Mary usando l’elettricità, un metodo utilizzato più di dieci anni prima per uccidere l’elefante Topsy a Coney Island. Ma nei paraggi non c’era modo di produrre una quantità di corrente sufficiente all’esecuzione.
Fu deciso dunque che Mary sarebbe stata impiccata.

Il patibolo adeguato a reggere un simile peso si trovava nei cantieri ferroviari della vicina cittadina di Erwin, dove c’era una gru capace di sollevare interi vagoni per posizionarli sulle rotaie.
Charlie Sparks, conscio di essere sul punto di perdere un animale che valeva circa 20.000 dollari, era risoluto a trarre il massimo dalla tragica situazione. Nel brevissimo tempo che occorse per trasferire Mary da Kingsport a Erwin, aveva già trasformato la pubblica esecuzione del suo elefante in un evento.

Il 13 settembre, in un cupo pomeriggio di pioggia e nebbia, una folla di più di 2.500 persone si radunò allo scalo ferroviario. I bambini stavano in prima fila per assistere alla straordinaria impresa.
Mary fu condotta all’improvvisata forca, e incatenata per una zampa alle rotaie mentre gli uomini armeggiavano per passare una catena attorno al suo collo. Fissarono poi la catena alla gru, misero in moto l’argano, e l’impiccagione ebbe inizio.
In teoria il peso del suo corpo avrebbe dovuto spezzarle il collo in breve tempo. Ma l’agonia di Mary era destinata a non essere veloce e indolore: nella concitazione del momento, qualcuno si era dimenticato di liberare la zampa dell’animale, che era ancora legata ai binari.

Quando cominciarono a sollevarla — ricordava una testimone — udii le ossa e i legamenti schioccare nella sua gamba“; gli uomini liberarono in fretta e furia la zampa, ma a quel punto la catena che sospendeva Mary per il collo si ruppe con uno schiocco metallico.

L’elefante crollò a terra e rimase lì seduto, incapace di muoversi perché nella caduta il suo bacino si era rotto.

La folla, ignara che Mary fosse ormai ferita e paralizzata, fu presa dal panico nel vedere l’elefante “assassino” libero da ogni catena. Mentre tutti correvano a nascondersi, uno dei manovali si arrampicò sulla schiena dell’animale e applicò al suo collo una catena più pesante.
La gru ricominciò quindi a sollevare nuovamente l’elefante, e questa volta la catena resse.
Dopo la morte, Mary venne lasciata a penzolare per mezz’ora. Il suo enorme corpo fu poi seppellito in una grande tomba scavata poco più avanti lungo i binari.

L’esecuzione di Mary, e la foto della sua impiccagione, ebbero un largo successo sulla stampa. Ma se pensate che gli articoli dell’epoca raccontassero la strana storia con particolare emozione o partecipazione, vi sbagliate. Per i contemporanei le vicende di Mary erano poco più che una classica bizzarria di provincia.
D’altronde si era abituati a ben altro. Sempre a Erwin, in quegli anni, un uomo di colore era stato bruciato vivo su una pira formata con le traversine della ferrovia.

Oggi gli abitanti di questa tranquilla cittadina del Tennessee sono comprensibilmente stanchi di essere associati a una bizzarra e infelice pagina di storia della loro città — a un episodio peraltro risalente a un secolo fa.
Eppure, ancora adesso, qualche straniero di passaggio rivolge loro la risaputa, sgradevole domanda.
Non è qui che avete impiccato un elefante?

Un approfondito libro sulla storia di Mary è The Day They Hung the Elephant di Charles E. Price. Su Youtube potete trovare un breve documentario intitolato Hanging Over Erwin: The Execution of Big Mary.

La mia settimana di meraviglie inglesi – I

L’Inghilterra, a dispetto della dolcezza con cui vi si profilano le mansuete colline o del verde piacevole delle sue campagne, ha sempre avuto ai miei occhi un che di funereo.

Una simile impressione così fumosa e irrazionale, ne sono conscio, non è altro che un’indifendibile generalizzazione; né posso peraltro impedire che sorga in me ogni volta che ritorno oltremanica.
Sarà a causa delle romantiche rovine dei conventi che caratterizzano il paesaggio fin dai tempi dello scisma, o per via del cielo di plumbea fama, o il ricordo dei lutti vittoriani; ma sospetto che a suggerirmi questa segreta affinità di un intero paese con la morte siano stati proprio gli Inglesi conosciuti negli anni, che sembravano combattere con le armi dell’ironia una congenita, filosofica rassegnazione.
John Cleese ha spesso sbeffeggiato nei suoi sketch la rispettosa severità anglosassone, la paura di ferire o ferirsi se si lascia libero corso ai sentimenti — lo stesso comportamento trattenuto che però trova il suo contraltare nella crudeltà del British humour, nelle abbacinanti esplosioni estatiche di Blake, nell’iconoclastia dandy o nel nichilismo punk. E così, per quanto faccia, non mi scrollo di dosso la sensazione che quello inglese sia un popolo che ragiona più d’altri, o forse con meno distrazioni, sulla vanitas, e che anzi dalla consapevolezza della futilità (perfino riguardo alle convenzioni sociali) sia in grado di trarre alimento per una sotterranea vena sovversiva.

Ecco perché recarmi a parlare di memento mori in Inghilterra mi è sembrato in un certo senso naturale fin dal principio.
All’Università di Winchester si è radunata un’eterogenea folla di accademici (medievalisti, storici della medicina, anatomisti, paleopatologi, esperti di letteratura o di pittura) e di artisti, tutti interessati alle relazioni fra morte, arte e anatomia.

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Questi tre giorni di memorabile fermento intellettuale hanno, per così dire, carburato una mente già per sua natura sovraeccitata.
Sono arrivato quindi in uno stato di aumentata percezione al mio appuntamento con Londra che, quasi a voler smentire i preconcetti di cui parlavo all’inizio, mi ha accolto con un sole intenso e con il blu cristallino fra i tetti dei palazzi. Eppure i giorni trascorsi nella capitale si sono dimostrati un prolungamento, e un approfondimento, delle meditazioni iniziate a Winchester.

La prima, dovuta visita, è stata chiaramente alla Wellcome Collection. Questo museo, fondato nel 2007, mi è particolarmente caro perché affronta, un po’ come faccio talvolta su queste pagine, le intersezioni fra scienza, arte e sacro. Nella collezione permanente si possono ammirare bambole anatomiche, memento mori, resti umani come ad esempio una celebre mummia peruviana vecchia di 5-7 secoli; ma anche sandali da fachiro, teste rimpicciolite, cinture di castità e oggetti religiosi.

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Un’affascinante esibizione temporanea intitolata States of mind: Tracing the edges of consciousness introduce il visitatore al mistero del sé, di ciò che chiamiamo “coscienza”, attraverso i territori liminali dell’incubo, del sonnambulismo e del suo contrario — la paralisi ipnagogica —, fino alle spiagge inesplorate dello stato vegetativo. Nell’ultima sala apprendo con un brivido come recenti studi suggeriscano che i pazienti sospesi fra la vita e la morte potrebbero essere ben più coscienti di quanto immaginato finora.


Il Grant Museum of Zoology, a 5 minuti a piedi dalla Wellcome Collection, è l’unico museo zoologico universitario rimasto nella capitale. Lo spazio aperto al pubblico non è molto grande, ma è stipato all’inverosimile con migliaia di esemplari che coprono l’intero spettro del regno animale. Scheletri, preparati in liquido e tassidermie restano muti — ma eloquenti — testimoni della vertigine della biodiversità.

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Altri 10 minuti di cammino, e raggiungo il numero 1 di Scala Street, dove si apre quello che probabilmente è il più particolare e suggestivo museo londinese: il Pollock’s Toy Museum.

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La visita procede salendo strette scale, passando all’interno di stanze e corridoi, in una sorta di labirinto che si dipana su più piani attraverso due diverse case, una costruita alla fine dell’Ottocento e l’altra risalente addirittura al secolo precedente. Ovunque, giocattoli antichi: bambole, soldatini, modelli di treni, peluche, cavalli a dondolo, pupazzi e caleidoscopi.
Venendo dal Museo di Zoologia, non posso impedirmi di pensare a quanto il gioco sia un’attività fondamentale per il mammifero uomo. Ma quello che potrebbe essere soltanto un curioso excursus nella storia e nelle diverse tipologie di giocattoli si trasforma ben presto in qualcos’altro.

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Sommersi dall’incredibile quantità di dettagli, di fronte alle teche affollate da centinaia di pupazzi logorati dal tempo, ci si trova facilmente in preda a una vaga inquietudine. E non si tratta nemmeno di quella fobia che alcuni provano di fronte al vitreo sguardo delle bambole vecchie; è una sottile, antica malinconia.

Che ne è stato dei bambini che hanno stretto quegli orsacchiotti, inscenato storie fantastiche sui teatrini di cartone o spalancato gli occhi di fronte a una lanterna magica?

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Forse è soltanto una suggestione dovuta ai giorni appena trascorsi fra animate discussioni riguardo ai simboli e ai simulacri della morte; forse sono ancora una volta i miei preconcetti.
Ma perfino in un museo dedicato al divertimento infantile, è il senso dell’impermamenza a trionfare.

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(Questo articolo continua qui)

Link, curiosità & meraviglie assortite – II

Da domani sarò all’Università di Winchester per partecipare alle giornate di studio interdisciplinari dedicate a “Morte, arte e anatomia“. Nell’ambito delle conferenze, parlerò di memento mori in relazione alla Cripta dei Cappuccini di Roma, già esplorata assieme ad altri ossari religiosi italiani nel mio Mors Pretiosa.
Nell’attesa di raccontarvi qualcosa dell’evento, e dei miei successivi giorni a Londra, vi lascio qualche curiosità da assaporare.

  • La SynDaver Labs, già responsabile di un cadavere sintetico per autopsie di cui avevo parlato in questo post, ha realizzato una versione canina per la formazione di chirurghi veterinari. Anche questo cagnolino, come il suo analogo umano, può respirare, sanguinare e perfino morire.

  • Anche se fosse farlocca, questa è una delle notizie più gustose degli ultimi tempi: a Sculcoates, East Yorks, alcuni ghost hunters visitano un cimitero ottocentesco e ad un tratto sentono strani e inquietanti lamenti. Monaci fantasma che si aggirano fra le lapidi? Presenze demoniache che infestano il luogo sacro? Niente di tutto questo. Nel cimitero, di nascosto, si sta girando un porno.
  • Parlando di strani posti in cui fare l’amore, perché non all’interno di una balena? È successo negli anni ’30 al Museo di Storia Naturale di Gothenburg, dove è presente l’unica balena blu completamente tassidermizzata, e al cui interno è stato ricavato un lounge con tanto di panche e tappeti. Dopo che una coppia è stata sorpresa in atteggiamenti intimi, il cetaceo è stato purtroppo chiuso al pubblico.

  • A margine dei manoscritti medievali si trovano spesso dei conigli intenti in improbabili battaglie e crudeltà diverse. Perché? Secondo questo articolo, si trattava essenzialmente di satira.

  • Se vi sembrano bizzarri i conigli battaglieri, aspettate di vedere i gatti con i razzi sulla schiena, raffigurati in alcuni codici miniati cinquecenteschi. Se ne parla sul National Geographic.

  • Un ultimo enigma iconografico. Qual è il senso delle strane litografie cinquecentesche in cui un satiro “scandaglia” le parti intime di una donna con il filo a piombo? Lo svela un approfondito e bellissimo studio.

  • Vite avventurose: Violet Constance Jessop era una cameriera e infermiera di cabina, sopravvissuta nel 1911 all’incidente della nave Olympia. E nel 1912 sopravvisse anche all’affondamento del Titanic. E nel 1916 all’affondamento del Britannic.