Visitatori dal futuro

Questo articolo è stato pubblicato originariamente su #ILLUSTRATI n. 42, Visitors.

Se potessimo comunicare, attraverso il tempo, con gli umani dell’anno 8113, riusciremmo a spiegarci?
E mettiamo il caso che ogni traccia della nostra attuale civiltà fosse stata cancellata: come potremmo far comprendere a questi lontani discendenti, a questi veri e propri alieni, il nostro presente?

Nel 1936 questa domanda prese forma nella mente del Dr. Thornwell Jacobs, allora preside della Oglethorpe University in Georgia, USA. Da qui la sua decisione di realizzare un compendio di tutto il sapere umano disponibile all’epoca. Ma c’è dell’altro: pensò che sarebbe stato opportuno fornire agli uomini del futuro un vasto assortimento di oggetti significativi, che potessero dare un’idea chiara degli usi e costumi del Ventesimo secolo.
L’impresa non era affatto semplice. Pensateci: cosa includereste nel vostro museo virtuale, per sintetizzare la storia della razza umana?

Con l’aiuto di Thomas K. Peters, fotografo, produttore cinematografico e inventore, il Dr. Jacobs passò tre anni a preparare la sua raccolta di materiali. La lista degli oggetti recuperati si faceva via via sempre più impressionante; includeva alcuni elementi che oggi potrebbero stupirci ma che evidentemente ai due curatori sembrava essenziale rendere noti agli uomini del nono millennio.

C’erano 600.000 pagine di testo in microfilm, 200 libri di narrativa, disegni di tutte le maggiori invenzioni meccaniche, una lista di sport e passatempi in voga durante il secolo scorso, pellicole che mostravano eventi storici e brani audio dei discorsi di Hitler, Mussolini, Roosevelt, Stalin. E ancora: fotografie aeree delle principali città del mondo, occhiali, dentiere, protesi artificiali per le braccia o le gambe, strumenti di navigazione, semi di fiori e piante, vestiti, macchine da scrivere… fino alle birre Budweiser, la carta di alluminio, la vaselina, le calze di nylon e i giocattoli di plastica.

I due uomini si dedicarono poi a sigillare in barattoli ermetici di acciaio e vetro questa montagna di oggetti, riempiendo di azoto alcuni dei recipienti per prevenire l’ossidazione dei materiali. Infine posizionarono il loro “museo”, contenente ben sei millenni di conoscenze umane, in una cripta negli scantinati del Phoebe Hearst Memorial Hall. Non dimenticarono di collocare un marchingegno chiamato Language Integrator proprio di fronte all’ingresso: sarebbe servito a insegnare l’inglese agli storici del futuro nel caso – piuttosto probabile – che la lingua di Shakespeare non fosse più in auge.

Il 25 maggio 1940, questa stanza venne ufficialmente chiusa. Una placca, fissata sull’enorme porta a tenuta stagna, specificava che non c’erano né oro né preziosi al suo interno. La prudenza non è mai troppa.

Lo strano e inaccessibile museo esiste ancora e, se tutto va per il verso giusto, rimarrà inviolato fino all’anno 8113, data indicata anche sull’iscrizione.
Già, ma perché proprio quest’anno?
Il Dr. Jacobs aveva considerato il 1936 come punto di mezzo di un’ipotetica linea del tempo e aveva raddoppiato il periodo già passato dalla nascita del calendario egizio, vale a dire 6177 anni.

Quella della Oglethorpe University fu la prima “capsula del tempo” mai costruita. L’idea ebbe vasta risonanza e seguirono molti altri tentativi di conservare l’identità e le conoscenze umane per il futuro, seppellendo simili campionari di ricordi e conoscenze.

Gli homo sapiens saranno ancora nei paraggi nell’anno 8113? Che aspetto avranno? E saranno davvero interessati a sapere come si viveva negli anni ’40 del Ventesimo secolo?
Più che le fantascientifiche visioni del futuro (utopiche o distopiche) che le capsule del tempo suggeriscono, il loro fascino risiede in quello che ci raccontano della loro stessa epoca. Un periodo ottimista, permeato da una fiducia nel progresso non ancora incrinata dalle catastrofi della Seconda guerra mondiale, dagli olocausti e dagli orrori nucleari, un’epoca ignara delle infinite tragedie a venire. Un tempo in cui si poteva ancora credere, con entusiasmo, di suscitare almeno un po’ di ammirazione e curiosità nei nostri discendenti.

Impossibile, oggi, pensare in termini umani a un futuro così distante. Già con la tecnologia in nostro possesso stiamo mutando, come specie, in modi insospettabili fino a poco tempo fa. Già stiamo modificando il sistema, ecologico e sociale, su una scala senza precedenti.
E se nonostante tutto vogliamo proprio immaginarci un “visitatore” dell’anno 8113… non è così insensato supporre che guardando a noi, suoi lontani antenati, lo vedremmo rabbrividire.

(Grazie, Masdeca!)

Cibi rituali napoletani

di Michelangelo Pascali

Tutti conoscono la cucina italiana, ma pochi sanno che diverse pietanze hanno anche un significato simbolico. Il guestblogger Michelangelo Pascali ci porta alla scoperta del valore metaforico di alcuni piatti partenopei.

La cultura napoletana mostra una densa simbologia che accompagna la preparazione e il consumo, soprattutto a scopo propiziatorio, di alcuni cibi durante le feste rituali, intensamente sentite e legate per lo più al passaggio delle stagioni e al percorso della vita. Feste antichissime, alcune delle quali successivamente cristianizzate.
Più precisamente, il significato simbolico dei cibi rituali può essere legato talora alla ciclicità della vita, talaltra all’eccezionalità di particolari momenti sociali.

Nella categoria dei “cibi della devozione” si inserisce a pieno diritto il bianco e duro torrone, che si mangia durante le festività dei morti, tra gli ultimi giorni di ottobre e i primi di novembre. Con le mandorle al suo interno vuole rappresentare le ossa dei defunti che vanno, secondo un’ottica antropofagica, assimilate dentro di sé (un po’ come succede con gli scheletri di zucchero messicani). Il cosiddetto torrone dei morti può assumere tradizionalmente anche una forma squadrata ricoperta di cacao scuro, che steso a rivestire la bianca pasta diventa così del tutto simile alla sagoma di un tavùto («bara»).

Le decorazioni romboidali della pastiera, dolce pasquale, richiamano invece i campi arati, alludendo, assieme al grano grosso che forma la sua base, alla venuta della stagione più mite e più affine alla vita.


La rinascita primaverile, dopo la “morte” dell’inverno, trova una sua rappresentazione anche nel casatiello, tradizionale rustico della Pasquetta, la cui lievitazione deve avvenire un’intera notte dal tramonto all’alba, e che si presenta a forma circolare bucata. Il richiamo qui è alla ciclicità del tempo, secondo la lettura tipica di una società legata alla terra (per certi versi distante dal messaggio finalistico proprio della religione cristiana); i formaggi e i salumi nell’interno rievocano ancora una volta i defunti sepolti nel terreno. Ma la vera particolarità sono le uova, che spuntano per metà dalla torta, protette da una “croce” di pasta: un elemento bizzarro, che non avrebbe ragione di esistere se non come allegoria della nascita, visto che le uova sono posizionate, per l’appunto, “da sotto la terra alla terra” o “dalla terra al cielo”.

Nel menu della vigilia partenopea “i cibi comandati si chiamano ancora ‘devozioni’, proprio come nei banchetti sacri dell’antica Grecia”, e “l’obbligo del mangiare di magro si rovescia nel suo contrario” (M. Niola, Il sacrificio del capitone, in Repubblica del 15 dicembre 2013).
Il tradizionale cenone natalizio segue la falsariga degli antichi pranzi funerari (con la presenza irrinunciabile di frutta secca e frutti di mare), e provvede alla consumazione delle scorte residue prima dell’anno nuovo, come ad esempio nella menestra maretata.

Ma il protagonista assoluto è il capitone, grossa anguilla femmina dalla peculiarissima riproduzione (dovuta ai suoi costumi migratori), legato simbolicamente all’Uroboro, dal greco οὐροβόρος. Questa somiglianza con il serpente, animale che in tantissime culture viene associato al tempo proprio per la sua capacità di comporre un cerchio, è nel caso del capitone associata anche all’acqua, elemento vitale per antonomasia.
Il capitone viene prima allevato in famiglia, per finire poi ucciso dai suoi componenti (in un rito che prevede la possibile “fuga” dell’animale), richiamando esplicitamente il sacrificio rituale intracomunitario.

Il capitone, ancora vivo, viene tagliato a pezzi e gettato in una padella colma di olio bollente, mentre ciascuna delle sue singole parti si contorce e si agita freneticamente: in questa preparazione, è come se si disaggregasse e incorporasse l’infinito ciclo mentre ancora esso si muove. L’equiparazione del capitone al serpente come allegoria del male appare invece propria di una simbologia più tarda e, in qualche modo, giustapposta.

Sugli struffoli, dolci in foggia di piccole sfere ricoperte di miele — ingrediente prezioso, tanto che il corpo di Gesù Bambino è indicato come “roccia che dà miele” —, canditi e diavulilli (piccolissimi confetti di vari colori), possiamo solo avanzare l’ipotesi che essi indichino, con il loro aspetto, una connessione con il piano stellare. Questi dolcetti si offrono infatti a Natale, un momento tanto importante per la cosmologia: il solstizio d’inverno è definito da Macrobio la “porta degli dei”, in quanto sotto il segno del Capricorno è possibile la comunicazione tra gli uomini e le divinità. È il momento in cui si dice siano nate diverse divinità solari, come il persiano Mitra, il semidio irlandese Cú Chulainn, il greco Apollo — protettore precristiano di Napoli, il cui tempio era situato proprio dove ora si trova il Duomo. E il Santo protettore Gennaro, il cui sangue è conservato proprio nel Duomo, è simbolicamente affine ad Apollo.
Ovviamente anche la Chiesa ha fissato in prossimità del solstizio la nascita di Cristo, in precedenza collocata al sei gennaio: il 21 dicembre la Terra registra la massima distanza dal Sole, per poi riavvicinarsi dopo tre giorni.

La sfogliatella (riccia), invece, allude evidentemente nella sua forma all’organo genitale femminile, la “valle di fuoco” (secondo la traduzione della parola napoletana di uso comune, e di origine greca). Essa ci riporta ai riti orgiastici, diffusi in quel di Napoli per oltre un millennio e mezzo dall’avvento del cristianesimo, che si svolgevano in numerosi luoghi particolari, tra cui le grotte del Chiatamone. Questo dolce era forse pensato proprio per fornire ai partecipanti un alto apporto energetico.

Di carattere squisitamente profano appare infine l’inscindibile binomio di chiacchiere e sanguinaccio. La forma delle prime ricorda le lingue (o i cartigli su cui, nei dipinti e nei bassorilievi, erano impresse le parole di chi era rappresentato). Il secondo invece era originariamente a base di sangue di maiale.
Durante il Carnevale, unica vera festa profana rimanente, questa accoppiata di dolci suona come una specie di invito all’omertà: avverte e diffida dal contaminare con logiche ordinarie la carica sovversiva di questo rito che è per eccellenza egualitario (le maschere occultano l’identità individuale, rendendo irriconoscibili ma anche indistinguibili i presenti).
Quel che accade a Carnevale, insomma, lì deve rimanere confinato — pena “affogare le lingue nel sangue”.

2017: un nuovo anno di meraviglie

Il capodanno, diciamolo, è una convenzione; eppure il significato ultimo di questa festa è dare conto delle stagioni, della ciclicità, ricordarci insomma che il Tempo è assieme continua fine e continuo inizio. Si ha l’impressione di voltare pagina, di poter ripartire da capo, concedendoci fantasticherie e speranze che fino al giorno prima erano soffocate. Il capodanno è il momento per sognare nuovi sogni.

Per quanto riguarda Bizzarro Bazar, il 2017 promette davvero di essere annus mirabilis: è in arrivo una cornucopia di novità.
Sulla maggior parte di questi progetti vige ancora il canonico segreto (che sorprese sarebbero, altrimenti?), ma tutto verrà svelato al momento debito nel corso dell’anno.

Una prima anticipazione è trapelata proprio ieri su Facebook.
Il format Cult+ della RSI (Radio e Televisione Svizzera) dedicherà alcune puntate della prossima stagione alla Roma macabra e curiosa: secondo voi, chi avranno interpellato come cicerone?

Lo stralunato Ronco (Stefano Roncoroni, ideatore del format), mi ha chiesto di introdurlo non soltanto al lato meno solare della Capitale e al patrimonio macabro italiano, ma anche nel sottobosco romano di cercatori, studiosi e artefici della meraviglia.
Una realtà sempre più presente, emersa — lo dico con un po’ di orgoglio — anche grazie a questo blog, che ha operato da catalizzatore, in particolare con la fortunata iniziativa dell’Accademia dell’Incanto. La troupe elvetica ha presenziato anche a uno degli incontri organizzati alla wunderkammer Mirabilia, intervistando relatori e partecipanti; sarà interessante scoprire cosa uno sguardo esterno ha intravisto nelle nostre passioni!
Potete seguire gli sviluppi sulla pagina Facebook di Cult+.

Ma ogni anno inizia anche con uno sguardo indietro.
Ecco allora che, in guisa di mio benvenuto al 2017, ho pensato di raccogliere in un e-book quattro anni di collaborazioni con la rivista d’arte Illustrati, edita da Logos.

The Illustrati Archives 2012-2016 è un’antologia che contiene tutti gli articoli firmati Bizzarro Bazar pubblicati finora sulle pagine della rivista, e mai comparsi qui sul blog.
Ecco uno scorcio di quello che vi attende:

Un abate sordomuto scolpisce in segreto un’opera monumentale; alcuni militari sopravvivono per sei anni intrappolati in un bunker; un uomo, da solo, causa più danni al pianeta di qualsiasi altro organismo nella storia del mondo. E ancora: pantaloni in pelle umana, formiche zombi, foreste maledette, mini dive del porno, strampalate teorie scientifiche, e il mistero del blu — il colore che per i Greci antichi non esisteva.

Tre euro per trenta piccole perle di meraviglia, da portare sempre con voi.
Potete acquistare l’e-book Kindle a questo link.
(La mia gratitudine a quanti sceglieranno in questo modo di sostenere il blog).

E ora al lavoro, a dissotterrare nuove stranezze, di cui la realtà non è certo avara.
Perché “più grande è l’isola della conoscenza, più lunga è la linea costiera della meraviglia“.

Link, curiosità & meraviglie assortite – V

Ecco un pacco regalo di strani spunti e suggerimenti di lettura che dovrebbe tenervi impegnati fino a Natale.

  • Vi ricorderete dell’amica Caitlin Doughty, fondatrice dell’Ordine della Buona Morte nonché autrice del best-seller Smoke Gets in Your Eyes. In passato l’avevo intervistata, avevo scritto un pezzo per l’Ordine, ed ero perfino volato a incontrarla a Philadelphia nel corso di tre giorni di conferenze.
    Caitlin è anche celebre per i suoi video ironici sulla cultura della morte. L’ultimo episodio è dedicato a una storia che, se seguite Bizzarro Bazar, vi è senza dubbio familiare: quella della “Suicida Punita” di Padova, divulgata per la prima volta nel mio libro Sua Maestà Anatomica.
    Con il consueto stile dissacrante, Caitlin riesce a far passare la domanda a mio avviso fondamentale: ha senso giudicare un simile episodio secondo l’etica contemporanea, o è meglio concentrarci su quello che ci racconta riguardo alla nostra storia e all’evoluzione della sensibilità nei confronti della morte?

  • Nel 1966 l’oceano portò sulle rive inglesi una misteriosa scatola: conteneva spade, candelabri, tonache rosse, e tutta una serie di simboli esoterici legati al mondo dell’occultismo. Qual era la funzione di quegli oggetti, e perché erano stati affidati alle onde?
  • E già che ci siamo, ecco una foto autoptica degli anni ’20, forse scattata in Belgio. Che le pipe fossero una strategia per proteggersi dagli odori?
    (Vista qui, grazie di nuovo Claudia!)

  • Sta per uscire un nuovo libro fotografico sull’evoluzione delle specie, che si preannuncia sontuoso. Le magnifiche fotografie di Robert Clark hanno però anche un sottofondo inquietante: “Alcuni scienziati che studiano l’evoluzione in tempo reale sono convinti che potremmo essere nel bel mezzo della sesta estinzione mondiale di massa, un imbuto di morte in slow-motion che lascerà il pianeta con una piccola frazione della sua attuale biodiversità. Una ragione per cui nessuno è in grado di prevedere come finirà — e chi sopravviverà — è che, per molti versi, la nostra stessa comprensione dell’evoluzione sta continuando ad evolversi“.
  • Ma non scoraggiatevi troppo per la fine del mondo: potrebbe essere tutta un’immensa illusione.
    Certo, l’idea è vecchia: i grandi messaggi spirituali, mitologici o artistici in fondo ci ripetono da millenni di non fidarci troppo dei nostri sensi, ci suggeriscono che c’è qualcosa di più oltre la realtà. Eppure fino ad ora nessuno aveva provato a dimostrarlo matematicamente. Fino ad ora.
    Un professore di scienze cognitive dell’Università della California ha elaborato un intrigante modello che sta facendo scalpore: la sua ipotesi è che la nostra percezione non abbia proprio nulla a che vedere con il mondo così com’è, là fuori; cioè che il nostro filtro sensoriale si sia evoluto non per restituirci un’immagine realistica delle cose, ma vantaggiosa. Qui un articolo sull’Atlantic, e qui un podcast in cui il prof fa seraficamente a pezzi tutto ciò che pensiamo di sapere sul mondo.
  • Tutte chiacchiere? E se vi dicessi che gli alieni ultra-evoluti potrebbero essere già tra di noi — senza nemmeno il bisogno di un corpo concreto, ma sotto forma di leggi della fisica?

Altre idee brillanti: la Goodyear nel 1961 sviluppò questi copertoni luminosi.

  • Il Blog of Wonders di Mariano Tomatis è praticamente il gemello meno morboso, ma più magico, di Bizzarro Bazar. Si può passare le giornate a scavare negli archivi, e riemergerne sempre con qualche pepita che ci era sfuggita le altre volte: a me per esempio è successo con questo post sul segreto “razzismo” di chi crede che i Maya siano arrivati dallo spazio. Giacobbo, take this.
  • Nei manoscritti medievali compaiono spesso degli omini oltremodo sfortunati, che avevano la funzione di illustrare tutte le ferite possibili e immaginabili. Ecco un articolo sulla storia e l’evoluzione di questa strana e un po’ fantozziana figura.

  • Guardare delle vernici colorate che si muovono nel latte? Non suona molto attraente, finché non vi prendete quattro minuti di pausa e vi lasciate ipnotizzare da Memories of Painting, di Thomas Blanchard.

  • Mi ricollego ancora alla fallacia dei sensi con alcune immagini dell’Aspidochelone (detto anche Zaratan), uno degli animali fantastici per cui stravedevo da bambino. L’idea di un mostro marino così grande da essere scambiato per un isola, e sul cui dorso cresce addirittura la vegetazione, ha avuto gran fortuna da Plinio alla letteratura moderna:

‘Un bel posto per gettare l’ancora, diceva. Un bel posto per un falò, diceva.’

  • Ma la vera sorpresa è scoprire che lo Zaratan esiste sul serio, sebbene in miniatura:

  • Saddam Hussein, poco dopo il sessantesimo compleanno, si fece togliere 27 litri di sangue che venne usato per calligrafare una versione del Corano di 600 pagine.
    Un manoscritto scomodo, tanto che ora le autorità non sanno bene cosa farsene.
  • Due segnalazioni natalizie, in caso voleste rendere i vostri addobbi un po’ più minacciosi: 1) un set di palline per l’albero decorate con le facce di celebri serial killer, nell’ordine: Charles Manson, Ted Bundy, Jeffrey DahmerEd Gein e H. H. Holmes; 2) un Babbo Natale omicida. Fate capire ai vostri ospiti che le festività vi stressano, e che potrebbero scatenare in voi impulsi incontrollati. Se volete acquistare questi simpatici oggettini, di raffinatissimo gusto, cliccate sull’immagine per aprire il relativo negozio Etsy.  Non c’è di che.

  • Infine, se siete a corto di idee per i regali di Natale, e vi vedete proprio costretti a ripiegare sul solito libro, almeno fate in modo che non sia il solito libro. Ecco quattro esempi puramente casuali…
    Buone feste e alla prossima!

(Click sull’immagine per accedere al bookshop)

Speciale: Francesco Busani

Sono ormai diversi anni che mi interesso di illusionismo.
Intendiamoci, non ho neanche mai provato a far sparire un fazzoletto: quello che mi intriga è la portata simbolica del gioco di prestigio, lo scarto di prospettiva che opera, ma soprattutto il potere performativo di rendere instabile il confine tra realtà e finzione. La capacità dell’illusionista di toglierci il terreno sotto i piedi senza ricorrere a tanti giri di parole teorici, con un semplice gesto.
Eppure più si studia, più ci si accorge che a rendere possibile la magia è ancora e sempre la storia che si sta raccontando. Che sia sotterranea o esplicita, la narrativa rimane il vero meccanismo dell’incanto (o dell’inganno).

Quando il mentalista Francesco Busani ha accettato di partecipare all’inaugurazione dell’Accademia dell’Incanto, ho studiato la sua performance nei minimi dettagli.
Non tanto per scoprire i suoi trucchi — esercizio tutto sommato sterile e destinato alla delusione, perché come insegna Teller, “il segreto più grande dietro la messa in scena di un effetto magico che inganni in modo efficace è quello di realizzarlo con un metodo il più brutto possibile”.
No, il suo trucco migliore lo conoscevo già: sapevo che, prima di tutto, Busani è un eccezionale storyteller (uno storyteller “con gli effetti speciali”, come ama definirsi). Così mi sono concentrato sul modo in cui egli tirava i fili della sua narrazione. E sono rimasto con un sorriso stampato sul volto per l’intero show.
Perché durante un suo spettacolo succede qualcosa di strano: tutti ci rendiamo conto razionalmente che le storie fantastiche che Busani racconta sono, almeno in parte, frutto di fantasia; ma non sappiamo fino a che punto, e ci accorgiamo con sorpresa che esiste un’incontrollabile parte di noi che è disposta a crederci.

Un solo esempio: Busani ha raccontato la storia di due monete seppellite per anni assieme a un morto, sugli occhi del cadavere. Con l’aiuto di una spettatrice che si è offerta volontaria dal pubblico, in una routine che non vi svelo, le monete hanno dimostrato di aver acquisito virtù esoteriche e misteriose, a causa del prolungato contatto con la salma.
A colpirmi non è stato soltanto l’effetto finale, pure strabiliante, bensì un altro dettaglio a cui magari pochi hanno prestato attenzione: a chiusura del suo gioco, Francesco ha consegnato le monete nel palmo della spettatrice, e quest’ultima con uno scatto immediato e del tutto involontario ha tirato indietro le mani per non toccarle.

Ecco, quando quelle due monete sono cadute rumorosamente sul tavolo ho compreso quale eccezionale narratore fosse Francesco Busani.

Gran parte del fascino deriva proprio dal fatto che egli fa il “verso”, per così dire, a medium e sensitivi. Possiamo guardare con superiorità chi si affida a cartomanti e maghi, ma con un semplice gioco di prestigio raccontato nella giusta maniera Busani ci dimostra quanto il mito sia ancora intrinsecamente e inconsciamente efficace sulla nostra mente. E non è solo una lezione di umiltà: è anche a suo modo un tributo alla potenza della sconfinata fantasia umana.

Non mi sono dunque lasciato sfuggire l’occasione, la mattina successiva, di fargli qualche domanda in più sulla sua professione.

Partiamo dalla domanda inevitabile: quando e come hai cominciato a interessarti al paranormale da una parte, e all’illusionismo dall’altra?

Il mio è un percorso piuttosto anomalo per un mentalista. Non mi sono formato nei club magici o negli ambienti dove si ritrovano i prestigiatori, ma arrivo nel mondo della ricerca sul paranormale e sull’occulto, che ho coltivato fin da quando, a circa 12 anni, mi sono spaventato durante una seduta spiritica. In quel momento ho capito che l’unico modo per esorcizzare le mie paure era capire se potevano realmente esistere sistemi per contattare l’aldilà.
Successivamente mi sono interessato anche alle facoltà ESP, a figure di sensitivi e medium e ai casi di cronaca misteriosi. Durante tutti questi anni ho visitato luoghi infestati, cimiteri, castelli, ho visto all’opera sensitivi, cartomanti e anche qualche medium. Ho partecipato a ritiri spirituali, ascoltato decine di testimonianze relative a situazioni paranormali, letto centinaia di libri scritti sia da scettici che da believer. Visto che la maggior parte delle persone di cui sentivo o leggevo le testimonianze erano in buona fede, ho cominciato a chiedermi come mai io, assieme ad altre migliaia di ricercatori, non riuscissi a verificare alcunché di particolare.
Questo percorso è proseguito in parallelo con quello religioso di cattolico praticante fino ai ventiquattro anni, quando sono giunto alla conclusione che non esistono prove oggettive e scientifiche di fenomenologie paranormali. In quel preciso momento mi sono staccato anche dal percorso religioso che avevo mantenuto fino a quel momento solo per motivi sociali.
Infine ho scoperto che esistevano illusionisti che, utilizzando perlopiù tecniche derivate dai medium, “simulavano” i prodigi delle sedute spiritiche. Da lì al mentalismo il passo è stato breve.

Ti definisci “scettico al 100%”, eppure a fini scenici utilizzi tutto l’armamentario simbolico dell’occultismo e del paranormale. Non c’è una contraddizione?

Essere scettici e mentalisti non è per nulla un contraddizione: anzi forse è vero il contrario. I più grandi performer, da Derren Brown a Silvan solo per citarne due conosciuti in Italia, sono dichiaratamente scettici. E d’altronde se qualcuno possedesse doti paranormali, non avrebbe bisogno né di definirsi mentalista, né di mantenere il segreto sulle sue tecniche… né probabilmente di esibirsi per soldi!
La mia scelta stilistica, nella maggior parte dei miei spettacoli, è quella di utilizzare contesti e narrazioni che richiamano il mondo dell’occulto e dello spiritismo. Il mentalista è un intrattenitore – non dimentichiamolo – e la sua performance consiste nel sospendere l’incredulità nello spettatore. Questo processo avviene per gradi.
All’inizio di un mio show lo spettatore è cosciente che sta assistendo ad uno spettacolo. Poi, passo dopo passo, uso varie tecniche ed effetti per traghettare lo spettatore verso uno stato di dubbio sempre più profondo, fino a quando non è più in grado di capire dove finisce la finzione e inizia la realtà.

Nei tuoi spettacoli ti poni in maniera radicalmente differente rispetto ai classici mentalisti che sfoggiano “superpoteri” e abilità psichiche sovrumane: spesso si ha la sensazione che tu voglia rimanere un po’ in disparte, come se la tua funzione fosse quella del catalizzatore e del testimone di eventi inspiegabili, piuttosto che il loro diretto artefice. In altre parole, eviti programmaticamente l’effetto “et voilà!”.
Quanto è difficile per un performer questa rimozione dell’ego? Non rischia di diminuire l’impatto dei tuoi trucchi?

Penso che il mentalismo raggiunga il suo effetto più dirompente quando è il pubblico stesso a realizzare dei prodigi. Lo spettatore si aspetta che un illusionista possa stupirlo, ma non che sarà stupito da se stesso.
Questo scarto, seppure non sempre attuabile, è a parer mio l’ultimo gradino della trasmissione della meraviglia al pubblico, quello più alto. Infatti io spesso ci arrivo per gradi. Ad esempio in uno spettacolo scritto da me e dall’amico Luca Speroni, abile mentalista e copywriter, accadeva che ogni effetto magico fosse un passo per far acquisire al pubblico (tutto il pubblico in sala!) i poteri tipici delle guaritrici magiche che ancora oggi esistono nell’Appennino Tosco-Emiliano. Attraverso alcuni riti e un percorso ascetico ogni spettatore che saliva sul palco si trovava ad avere questi poteri sempre più amplificati.
Oppure prendi il mio intervento durante una conferenza/spettacolo con il collettivo Wu Ming e Mariano Tomatis (esiste un video della performance su YouTube): sono riuscito a far gridare a tutto il pubblico una parola che lo spettatore sul palcoscenico aveva soltanto pensato. L’effetto è stato stranissimo: le persone tra il pubblico si guardavano l’un l’altro divertite e si chiedevano come potesse essere accaduto.
Detto questo, non esiste un “modo corretto” per trasmettere lo stupore al pubblico: ogni performer deve trovare il proprio. Il mentalista-superuomo in determinati casi potrebbe far pesare troppo la sua abilità e risultare altezzoso, ma è anche vero che ci sono colleghi preparatissimi che rivestono in modo magistrale il personaggio del mentalista con poteri da X-Men.
Dipende anche dalla situazione. Lo spostamento dell’attenzione sullo spettatore funziona bene con un pubblico non troppo numeroso, ma spesso di fronte a platee più ampie, ad esempio negli spettacoli aziendali, rimango invece vestito dell’abito tipico del mentalista.

Al di là dei tuoi spettacoli di bizarre magic, hai sviluppato un’originale declinazione di mentalismo one-to-one. Come cambia il tuo lavoro quando ti trovi di fronte a un solo spettatore? Quali libertà ti puoi permettere, e a quali devi rinunciare?

Amo in particolar modo il contesto one-to-one, mi consente di esibirmi in ambienti e ambiti in cui spesso sarebbe impossibile realizzare uno spettacolo. Lavorare davanti a un solo spettatore è una bella sfida, sia psicologicamente che tecnicamente: sono indispensabili grande empatia, capacità di improvvisazione e sicurezza. La libertà che ti puoi permettere è quella di “affidare” allo spettatore stesso una parte dell’effetto, vale a dire che è lui che ne elabora e ne gestisce il senso, il significato speciale che un gioco può ricoprire rispetto alla sua sfera personale. Di contro, parlavamo di egocentrismo del performer: ecco, nel one-to-one devi assolutamente scordartelo, va messo da parte e soprattutto dal punto di vista etico bisogna rinunciare alla tentazione del potere quasi illimitato che quel ruolo, in quel momento, ti consentirebbe di avere.

Nel libro Magia a tu per tu racconti nel dettaglio come sei arrivato a costruire i tuoi effetti migliori, e in generale risulta evidente il perfezionismo nello studiare ogni minimo dettaglio della performance. Ti spingi perfino a dare suggerimenti minuziosi sulla logistica, su come posizionare o preparare la scena, eccetera. Eppure una delle cose che mi ha più colpito sono i passaggi in cui, di contro, parli dell’importanza dell’improvvisazione: quei preziosi momenti in cui – magari per quello che potrebbe sembrare a prima vista un incredibile colpo di fortuna – il numero travalica l’intento originario, e diventa qualcosa di più, sorprendendo perfino te stesso. Questo tipo di “fiuto” che ti permette di volgere la casualità a tuo favore, ho il sospetto che nasca proprio dalla meticolosità della preparazione, dall’esperienza. In che misura lasci la porta aperta all’imprevisto?

Un mentalista deve saper cogliere ogni situazione che si crea durante la performance, e volgerla a proprio favore. Non di rado, sia sul palco che in one-to-one, un’informazione ricevuta dallo spettatore permette di creare una variazione che risulta molto più potente dell’effetto magico programmato che, a quel punto, passa in secondo piano e può essere accantonato.
Chiaramente ogni improvvisazione, sia in ambito musicale che teatrale o illusionistico, necessita di una perfetta conoscenza della materia: da qui la maniacale preparazione di tutta l’impalcatura che deve sorreggere una mia performance.
Questa caratteristica di cambiare repentinamente traiettoria è anche una delle differenze che si notano tra gli illusionisti ed i sensitivi: i primi solitamente propongono allo spettatore uno schema che rimane invariato indipendentemente da ciò che lo spettatore comunica (volontariamente o involontariamente). Al contrario i sensitivi, dai quali io prendo ispirazione, sono estremamente opportunisti e se colgono uno spiraglio da cui possono trarre maggior stupore lo utilizzano al volo. Certo, è molto meno faticoso proporre una routine magica in modo “meccanico”, ma penso che la seconda strada porti a risultati eccezionali, e regali grande soddisfazione anche allo spettatore.

Qual è il tuo consiglio d’oro per qualcuno che volesse muovere i primi passi sulla strada del mentalismo?

Vorresti conseguire il brevetto di volo in una scuola dove nessun insegnante ha mai volato? Piuttosto rischioso… Eppure in questi anni ho visto nascere corsi di mentalismo tenuti da performer che non hanno mai fatto uno show in vita loro. Analoga situazione per i libri e i corsi online: hanno la pretesa di spiegare tecniche ed effetti, ma del loro ideatore non trovi traccia. Hai un bel cercare uno show del “docente” per andare a vederlo in scena, è tutto inutile: mai una foto di lui sul palco, mai una recensione. Ecco perché consiglio di frequentare lezioni e corsi tenuti da mentalisti che lavorano sul serio a contatto con il pubblico, che fanno davvero spettacolo.
Diverso è il discorso per i libri di storia dell’illusionismo, di storytelling e di principi generali: in Italia abbiamo scrittori riconosciuti in tutto il mondo, uno per tutti Mariano Tomatis che con il suo ambizioso progetto Mesmer – Lezioni di mentalismo ha realizzato una vera e propria enciclopedia relativa alla storia del mentalismo partendo dal ‘700.

Anche il mestiere ideale ha sempre qualche lato frustrante. C’è qualche aspetto del tuo lavoro che proprio non ti va giù?

La frustrazione inizia quando non si è più in grado di esprimere se stessi dal punto di vista artistico. Per questo motivo cerco sempre di rinnovarmi, e presentare testi che siano stimolanti per me, prima ancora che per il pubblico. Per ora non ho incontrato aspetti negativi, forse perché il mentalismo, pur essendo la mia professione, non riesco ancora a considerarlo un lavoro: rimane sempre la più grande delle mie passioni.

Ecco il sito ufficiale di Francesco Busani.

Booksigning 2016

Quest’anno si moltiplicano le occasioni per incontrarci.

Sua Maestà Anatomica sarà presentato ufficialmente all’Università di Padova il 22 Novembre. Ecco la cartolina dell’evento:


Ma non è tutto. Oltre all’ormai consueto appuntamento al Lucca Comics & Games (mi troverete lì già da domani, allo stand Logos, E137 Napoleone), sarò presente anche a Firenze il 3 novembre per conversare con Claudio Romo, autore di Nueva Carne — senza contare ovviamente tutti gli incontri romani dell’Accademia dell’Incanto.

Se volete farvi autografare la copia di un libro, scambiare quattro chiacchiere su argomenti di cui non riuscite mai a parlare con nessuno (perché come-fanno-a-piacerti-certe-cose) o anche solo passare per un saluto, ecco uno specchietto riassuntivo dei miei prossimi impegni.
Vi aspetto!

Link, curiosità & meraviglie assortite – IV

Essendo assorbito dai lavori dell’Accademia dell’Incanto, appena avviati, mi perdonerete se ripiego su una nuova raccolta di stranezze, sempre e comunque di prima scelta.

  • Vi ricordate il mio articolo sulle mummie affumicate? Ulla Lohmann ha documentato per la prima volta il processo di mummificazione di un anziano del villaggio, che la fotografa aveva conosciuto quand’era ancora in vita. La storia della rispettosa ostinazione con cui la Lohmann è riuscita a farsi accettare dalla tribù, e le spettacolari fotografie che ha scattato, sono su National Geographic.

  • Pire collettive che bruciavano per giorni e giorni appestando l’aria, denti strappati ai caduti per costruire le dentiere dei vivi, ossa usate come fertilizzante: benvenuti nel feroce mondo di chi doveva pulire i campi di battaglia durante le guerre napoleoniche. (Scoperto via Prismo)
  • A tre miglia dalla costa di Miami c’è un vero cimitero sottomarino. Certo, non saranno molti i parenti che prenderanno lezioni di scuba diving per venirvi a porgere un ultimo saluto; ma in compenso la vostra tomba si ricoprirà di bellissimi coralli.

  • Avreste mai immaginato di veder comparire su queste pagine Giancarlo Magalli? L’episodio di cui il presentatore è stato recentemente protagonista è però un brillante esempio di memento mori come forza sovversiva: in questo caso, la spettacolare irruzione è avvenuta proprio in uno dei tanti momenti di televisione anestetica — quella che conforta e ottunde con il miraggio della vincita, del premio che arriva senza fatica, della cuccagna distribuita a casaccio da una sorte benigna. La sconfitta è ironica e definitiva: “l’orologio a questo punto mi sembra inutile…
    (Grazie, Silvia!)

  • Come essere sicuri che un morto sia veramente morto? Nell’800 la questione era tutto fuorché scontata. Ecco perché c’era chi aveva l’ingrato compito di tirare la lingua ai cadaveri, chi provava a infilarsi le dita della salma nelle orecchie, e chi ai corpi stesi nell’obitorio somministrava dei clisteri di tabacco… soffiando attraverso un tubo.
  • E se i Monty Python, nella loro canzone dei filosofi che descrive i giganti del pensiero come alcolizzati terminali, fossero andati vicini alla verità? Un interessante long read sulla relazione fra la filosofia occidentale e l’uso delle sostanze psicotrope.
  • Per chi non l’avesse ancora vista, c’è una crudele radiografia che disintegra il mantra autoconsolatorio ho-solo-le-ossa-grosse.

  • L’uomo sbarcherà su Marte, presto o tardi. Presto, probabilmente. Ma oltre alla vita, sul Pianeta Rosso porteremo anche un’altra novità: la morte. Cosa succede a un cadavere nell’atmosfera marziana, in assenza di insetti, saprofaghi e batteri? Dovremmo seppellirlo, cremarlo o compostarlo? Se l’è chiesto Sarah Laskow su AtlasObscura.
  • Per finire, ecco una splendida serie di foto intitolata Wilder Mann. Attraversando in lungo e in largo l’Europa, il fotografo francese Charles Fréger ha documentato decine di maschere rurali. Inquietanti e suggestive, queste figure pagane sopravvivono al passare del tempo, e da secoli continuano ad annunciare ogni anno l’arrivo dell’inverno.

L’Accademia dell’Incanto

Finalmente è arrivato il momento di svelarvi il progetto sul quale ho concentrato i miei sforzi per buona parte di quest’anno.

Tutto ha avuto inizio da un luogo, un curioso segreto incastonato nel cuore di Roma, a due passi dal Circo Massimo. Probabilmente il mio rifugio preferito in tutta la capitale: la wunderkammer Mirabilia, una “camera delle meraviglie” allestita secondo la filosofia e il gusto delle collezioni cinquecentesche antesignane dei moderni musei.

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Giraffe e leoni tassidermizzati, opere d’arte di alto profilo e rarità da tutto il mondo sono stati raccolti nel corso di molti anni di ricerche e avventure dal proprietario, Giano Del Bufalo, giovane collezionista di cui vi avevo già parlato in questo post.

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Questa bottega barocca in cui la bellezza si sposa con il macabro e il meraviglioso è diventata per me il luogo privilegiato in cui ritirarmi a sognare dopo una giornata faticosa.
Date le premesse, era solo una questione di tempo prima che nascesse l’idea di una collaborazione fra Bizzarro Bazar e Mirabilia.

E ormai ci siamo.
Il 9 ottobre, nel perfetto contesto di questa galleria, aprirà i battenti l’Accademia dell’Incanto.

Quello che assieme a Giano abbiamo progettato è un centro culturale alternativo, inedito nello scenario italiano, ritagliato su misura per gli amanti dell’insolito.
L’Accademia ospiterà una nutrita serie di appuntamenti con scienziati, letterati, artisti e studiosi il cui lavoro si snoda lungo i sentieri meno battuti della realtà: si spazierà dalla mummificazione ai libri magici, dall’anatomia patologica alla letteratura gotica, dalla storia della sessualità all’incontro con alcuni degli artisti più originali del panorama contemporaneo.

Potete facilmente intuire come questo progetto mi stia particolarmente a cuore, in quanto si tratta di una trasposizione fisica del lavoro sviluppato da tempo su questo blog. Ma il privilegio di immaginare questa sua “irruzione” nel mondo concreto mi è stato concesso soltanto dall’amichevole disponibilità dei numerosi spiriti affini incontrati negli anni proprio grazie a Bizzarro Bazar.
Confesso di essere rimasto sorpreso e quasi intimidito dall’entusiasmo di queste figure straordinarie, per cui nutro una stima assolutamente incondizionata: docenti universitari, illustratori, registi, prestigiatori e collezionisti di stranezze hanno tutti risposto in maniera calorosa alla mia call for action che si riassume nell’ambizioso proposito di “rieducare lo sguardo alla vertigine dello stupore”.

Rivolgo un simile appello anche a voi amici del blog: spargete la voce, diffondete la buona novella e soprattutto partecipate numerosi se potete. Sarà un’occasione unica per ascoltare, confrontarsi, discutere, per conoscere di persona gli eccezionali relatori, per allenare i muscoli del sogno… ma soprattutto per trovarci l’un l’altro.

Così, infatti, ci piace pensare all’Accademia dell’Incanto: come a un avamposto di frontiera, in cui la grande famiglia di pionieri e appassionati del meraviglioso abbia finalmente modo di radunarsi; in cui si intreccino itinerari e scoperte; e dal quale, infine, ciascuno possa incamminarsi verso nuove esplorazioni.

mirabilia

Sul sito ufficiale dell’Accademia troverete presto tutti i dettagli relativi ai prossimi eventi e alle modalità di adesione.
L’Accademia dell’Incanto è anche su Facebook, Twitter e Instagram.
Keep the World Weird!