Arriva la Piccola Libreria Lunare!

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Da oggi apre i battenti la nostra Piccola Libreria Lunare!

L’idea nasce dalle sempre più numerose richieste, fra i commenti e nelle mail private, di indicazioni e suggerimenti bibliografici relativi ai temi trattati; quindi, perché non creare uno spazio virtuale per tutti gli amanti delle letture bizzarre?

Nella Piccola Libreria Lunare troverete un buon numero di testi, suddivisi secondo le diverse categorie del blog – Animali & Natura, Mondo Macabro, Meraviglie Umane, ecc. In alcuni casi si tratta di libri già segnalati nella rubrica La biblioteca delle meraviglie, ma per la maggior parte non ne abbiamo mai discusso direttamente qui.

Ci teniamo a chiarire subito che Bizzarro Bazar aderisce al programma di affiliazione di Amazon. Questo significa che se uno dei libri segnalati vi piace, e lo acquistate attraverso il link fornito (che contiene anche un codice identificativo univoco), una piccola percentuale del prezzo di copertina verrà riconosciuta a Bizzarro Bazar. Voi vi potrete godere il vostro libro e, allo stesso tempo, senza sovrapprezzi di alcun tipo, avrete aiutato il blog a tenersi in piedi e a continuare le ricerche.

Detto questo, la nostra speranza è che la Piccola Libreria non resti una pagina a senso unico (del tipo “Bizzarro Bazar consiglia”), ma possa diventare nel tempo, grazie ai vostri interventi nella sezione dei commenti, un vero e proprio punto di discussione, di scambio di informazioni e di confronto su strane letture, favolosi libercoli e letteratura non convenzionale.

Non vi resta che cominciare a esplorare la Piccola Biblioteca Lunare. Trovate il pulsante proprio sotto l’intestazione del blog (oppure cliccate qui). Questa nuova pagina sarà in continuo aggiornamento anche grazie ai vostri suggerimenti.

Buona lettura!

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Sade, diamante oscuro

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Dopo trent’anni di battaglie legali, il manoscritto delle 120 giornate di Sodoma del Marchese de Sade è ritornato in Francia. Si tratta di un rotolo di foglietti incollati l’uno all’altro, come un antico libro sacro (o, meglio, sacrilego…), lungo 12 metri e largo 11,5 centimetri, vergato in una calligrafia microscopica sul fronte e sul retro. Un’opera colossale, lunghissima, composta di nascosto dal Divin Marchese mentre si trovava prigioniero alla Bastiglia. E proprio durante l’assalto alla prigione, quel famoso 14 luglio del 1789, nel trambusto il manoscritto scomparve. Sade morirà convinto che l’opera che riteneva il suo capolavoro fosse andata perduta per sempre.
Il manoscritto, invece, ha percorso l’Europa fra rocambolesche peripezie (ben riassunte in questo articolo), fino alla notizia di pochi giorni fa dell’acquisto per 7 milioni da parte di una collezione privata e del suo probabile, prossimo inserimento all’interno della Bibliothèque Nationale. Questo significa che il libro – e di conseguenza il suo autore – saranno presto dichiarati patrimonio nazionale.

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Questo riconoscimento arriva nel duecentenario della morte dell’autore: tanto ci è voluto perché il mondo si accorgesse appieno del valore della sua opera. Sade ha pagato con il carcere e con l’infamia postuma la sua ricerca artistica, ed è per questo il caso più interessante di rimozione collettiva della storia della letteratura. La società occidentale non ha infatti potuto tollerare i suoi scritti e, soprattutto, le loro implicazioni filosofiche per ben due secoli.
Perché? Cosa contengono di tanto scandaloso le sue pagine?

Chiariamo innanzitutto che non sono le scene erotiche il problema: la tradizione letteraria libertina era già ben solida prima di Sade, e contava diversi libri che si possono certamente definire “crudeli”. Sade, in effetti, era un ben mediocre scrittore, dalla prosa ripetitiva e noiosa e dall’originalità linguistica limitata; ma anche questo è un elemento importante, come vedremo più avanti. Allora, perché tanta indignazione?
Ciò che risultava inaccettabile era la totale inversione filosofica operata da Sade: inversione dei valori, inversione teologica, inversione sociale. La visione sadiana, molto complessa e spesso ambigua, prende le mosse dall’idea del male.

Il problema del male attraversa secoli e secoli di filosofia e teologia cristiana (nel concetto di teodicea). Se Dio esiste, come può permettere che esista il male? A che fine? Perché non ha voluto creare un mondo privo di tentazioni e semplicemente buono?

Secondo gli illuministi, Dio non esiste. Esiste soltanto la Natura. Ma il bene e il male sono comunque chiaramente definiti, e per l’uomo tendere al bene è naturale.
Sade invece fa un passo ulteriore. Guardiamo, suggerisce, cosa succede nel mondo. I malvagi, i violenti, i crudeli, hanno una vita più prosperosa delle persone virtuose. Indulgono nel vizio, nei piaceri, a discapito delle persone deboli e virtuose. Questo significa che la Natura è dalla loro parte, che anzi trova giovamento dal loro comportamento, altrimenti punirebbe le loro azioni.
La Natura dunque è malvagia, e fare il male significa accordarsi al suo volere – cioè in realtà far cosa giusta. L’uomo, secondo Sade, tende al bene soltanto per abitudine, per educazione; ma la sua anima è nera e torbida, e al di fuori delle regole imposte dalla società l’uomo cercherà sempre e solo di soddisfare i suoi piaceri, trattando i suoi simili come oggetti, umiliandoli, sottomettendoli, torturandoli, distruggendoli.

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La ricerca di Sade è stata paragonata a quella di un mistico; ma laddove il mistico si dirige verso la luce, Sade cerca al contrario l’oscurità. Nessuno prima o dopo di lui ha mai osato scendere così in fondo alla parte tenebrosa dell’uomo, e paradossalmente egli vi riesce spingendo fino alle estreme conseguenze il pensiero razionalista. Torna alla mente il famoso dipinto di Goya, Il sonno della ragione genera mostri: leggendo Sade, si ha la netta impressione che sia invece la ragione stessa a crearli, se portata all’eccesso, fino a mettere in discussione i valori morali.

Ecco quindi l’ultima spiaggia: non solo non condannare più il male, ma addirittura promuoverlo e assumerlo come fine ultimo dell’esistenza umana. Ovviamente, dobbiamo ricordare che Sade passò in carcere la maggior parte della sua vita proprio per queste idee; così, man mano che gli anni passavano, egli diveniva sempre più amaro, furibondo e carico d’odio verso la società che l’aveva condannato. Non sorprende che i suoi scritti composti in prigionia siano quelli più sulfurei, più estremi, in cui Sade sembra prendere piacere a distruggere e scardinare qualsiasi codice morale. Ne risulta, come dicevamo, una totale inversione dei valori: la carità e la pietà sono sbagliate, la virtù porta sventure, l’omicidio è il bene supremo, ogni perversione e violenza umana non solo è scusata ma proposta come modello ideale di comportamento.
Ma ci credeva veramente? Era serio? Non lo sapremo mai con certezza, ed è questo che lo rende un enigma. Di sicuro possiamo solo dire che nei suoi scritti non c’è quasi traccia di umorismo.

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La sua personalità era fiammeggiante e mai doma, perennemente inquieta e tormentata. Impulsivo, sessualmente iperattivo, anche la sua scrittura era febbrile e senza freno. Ne Le 120 giornate di Sodoma, Sade si propone di declinare tutte le possibili perversioni umane, tutte le violenze, catalogandole con precisione maniacale: un romanzo enciclopedico, colossale anche per dimensioni, compilato di straforo perché ad un certo punto le autorità gli proibirono penna, carta e calamaio. Sade arrivò a scriverlo con un pezzetto di legno utilizzando inchiostri di fortuna, e talvolta perfino con il proprio sangue, pur di non interrompere il flusso di pensieri e parole che da lui sgorgavano come un fiume in piena. Per un personaggio così, non esistevano le mezze misure.

La sua opera è contro tutto e tutti, di un nichilismo talmente disperato e terminale che nessuno ha mai avuto il coraggio di replicarla. È il nostro specchio nero, l’abisso che tanto temiamo: leggerlo significa confrontarsi con il male assoluto, la sua opera sfida continuamente qualsiasi nostra certezza. Scriveva Bataille: “L’essenza delle sue opere è la distruzione: non solamente la distruzione degli oggetti, delle vittime messe in scena [...] ma anche dell’autore e della sua stessa opera.”
La sua prosa, dicevamo, non è elegante né piacevole; ma credete davvero che, viste le premesse, a Sade interessasse essere raffinato? La sua opera non è pensata per essere bella, anzi. La bellezza non gli appartiene, lo disgusta, e quanto più rivoltanti sono le sue pagine, tanto più sono efficaci. Quello che gli interessa è mostrarci il marcio, l’osceno.

Ignoro l’arte di dipingere senza colori; quando il vizio si trova alla portata del mio pennello, lo traccio con tutte le sue tinte, tanto meglio se rivoltanti. (Aline e Vancour, 1795)

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È comprensibile quindi perché, a suo modo, Sade sia assolutamente unico in tutta la storia della letteratura. C’è bisogno anche di lui, c’è bisogno della sua crudeltà, è il nostro gemello oscuro, il rimosso e il negato che tornano a galla per perseguitarci. Possiamo rimanere scandalizzati dalle sue posizioni, anzi, dobbiamo scandalizzarci: è ciò che vorrebbe anche il Divin Marchese, in definitiva. Quello che gli artisti veri fanno da sempre è appunto proporci dei dilemmi, dei dubbi, delle crisi. E Sade è un problema dall’inizio alla fine, che ha spiazzato per lungo tempo anche gli studiosi. Bataille ha paragonato l’opera sadiana a un deserto roccioso, riassumendo splendidamente il senso di smarrimento che ci fa provare:

È vero che i suoi libri differiscono da ciò che abitualmente è considerato letteratura come una distesa di rocce deserte, priva di sorprese, incolore, differisce dagli ameni paesaggi, dai ruscelli, dai laghi e dai campi di cui ci dilettiamo. Ma quando potremo dire di essere riusciti a misurare tutta la grandezza di quella distesa rocciosa? [...] La mostruosità dell’opera di Sade annoia, ma questa noia stessa ne è il senso. (La letteratura e il Male, 1957)

All’inizio del ’900 Sade è stato finalmente riconosciuto come una figura a suo modo monumentale, e la sua riscoperta (ad opera di Apollinaire, e poi dei surrealisti) ha dominato l’intero XX Secolo e continua ad essere imprescindibile oggi. L’acquisto del manoscritto diviene quindi simbolico: dopo due secoli di oscurantismo, Sade rientra trionfalmente in Francia, con tutti gli onori e gli allori del caso. Ma sarà molto difficile, forse impossibile, che un testo come Le 120 giornate venga metabolizzato nello stesso modo in cui la nostra società riesce a inglobare e rendere inoffensivi tabù e controculture – si tratta davvero di un boccone troppo indigesto. Un grido di rivolta contro l’universo intero, in grado di resistere al tempo e alle sue rovine: un nero diamante che continua a diffondere la sua luce oscura.

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La biblioteca delle meraviglie – XII

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Domenico Vecchioni
I SIGNORI DELLA TRUFFA
L’uomo che vendette la Tour Eiffel e altre incredibili storie di impostura
(2009, Editoriale Olimpia)

Truffatori, specializzati nel plagiare e raggirare, falsari, mistificatori, criminali dell’alta finanza, scrocconi, bugiardi, sempre impegnati a scovare nuovi modi di sfruttare la dabbenaggine del prossimo e magari di soffiargli i risparmi di una vita: possiamo davvero provare della simpatia per questi personaggi? Forse sì, a patto che la truffa che hanno elaborato sia talmente ingegnosa e fantasiosa da non sembrare più una disonesta scorciatoia, ma una vera e propria opera d’arte.
Domenico Vecchioni, ambasciatore italiano a Cuba e scrittore esperto di spionaggio, si concentra in questo libro, dallo stile leggero e scorrevole, proprio su questo tipo di imbroglioni – quei truffatori che, grazie alla loro spavalda faccia tosta e a un’immaginazione fuori dal comune, portano a termine dei “colpi” davvero sorprendenti. Non si tratta certo di un’apologia dell’inganno, anzi: l’autore stesso ammette di aver tirato più di un sospiro di sollievo nel constatare che quasi tutte le truffe finiscono con una giusta punizione. Queste storie sanno però strappare più di una risata; forse a volte un tantino nervosa, perché non avremmo mai sospettato la quantità di espedienti tramite i quali noi stessi potremmo venire beffati.
Fra le vicende più incredibili si può citare quella del clown che si finse nipote del sultano di Costantinopoli e divenne Re d’Albania per due giorni (ma venne smascherato prima di mettere le mani sul tesoro reale e sull’harem che aveva prontamente ordinato di costruire); oppure il più grande pittore falsario di tutti i tempi che, “posseduto” dallo spirito di Vermeer, sfornava quadri del grande maestro olandese fino ad allora sconosciuti, talmente perfetti nello stile da venire acquistati ed esibiti da prestigiosi musei di Amsterdam e Rotterdam. E ancora: l’uomo che convinse trecento sprovveduti a vendere ogni loro avere per trasferirsi nella “Nuova Francia”, un’isola nel Pacifico che si sarebbe rivelata essere non esattamente il Paradiso terrestre pubblicizzato; l’uomo che appaltò lo smontaggio e lo smaltimento della Torre Eiffel agli industriali della siderurgia; l’uomo che inventava banche fittizie con tanto di comparse e attori nel ruolo di clienti, impiegati, guardie, per proporre investimenti fantasma; e molto altro ancora.
Il libro di Vecchioni è una strana esperienza. Testimonia dell’inesauribile inventiva umana; e anche se, in questi casi specifici, essa è incanalata verso obiettivi criminali ed eticamente condannabili, non si riesce a non sorridere di fronte a tanta geniale, visionaria fantasia.

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Paul Koudounaris
HEAVENLY BODIES
Cult treasures & spectacular Saints from the Catacombs
(2013, Thames & Hudson)

In questa rubrica abbiamo raramente consigliato dei libri per cui non esista una traduzione italiana. Questo è uno dei casi che fa eccezione, perché il suo valore è inestimabile.
Dall’autore di Empire of Death (volume presto diventato cult), ecco Heavenly Bodies, un excursus attraverso alcune delle più belle e inquietanti reliquie cristiane. Si tratta di santi i cui corpi, riesumati, vennero spediti in diverse parti d’Europa (Germania, Austria e Svizzera principalmente) per essere adornati e adorati.

- Bürglen, Switzerland, detail of the skull St. Maximus inside armored helmet. One of two surviving skeletons of saints taken from the Roman Catacombs as presumed martyrs and decorated in armor in Switz -

Wil, Katakombenheiliger Pankratius / Foto 2010 - Wil, Switzerland, upper body of St. Pancratius. The relic of a presumed martyr from the Roman Catacombs arrived in the city's church of St. Nicholas in the 1670s. The relic was considered miraculous. -

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Corpi miracolosi, venerati, sacri. Rivestiti d’oro, di gemme, di gioielli, inglobati in raffinati e fantastici vestiti. La sontuosità degli orpelli contrasta con la commovente staticità dei cadaveri, tanto da imbarazzare la Chiesa stessa, che cercò di distruggerli o occultarli; eppure, molti di questi santi addobbati sono visibili ancora oggi.

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Le splendide fotografie costituiscono il valore principe di questa pubblicazione: rubini e pietre preziose adornano teschi e scheletri, i cadaveri sembrano indicare ad un tempo stesso la caducità e l’eternità dello splendore della fede, e in tutto questo brillare di diademi e decorazioni vediamo ancora una possibile negazione della morte, un’esaltazione simbolica del corpo che risorgerà vittorioso.

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Specchiarsi nell’Ombra

(Articolo a cura della nostra guestblogger Jennifer Bertasini)

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Ovunque andrai, sarò con te,

sempre, sino alla fine dei tuoi giorni.

E, allora, mi poserò sulla tua tomba.

(de Musset, La nuit de décembre)

C’è un corvo, posato su una pietra tombale; un giovane uomo si china sulla lapide su cui sono incisi i versi di de Musset: il ritratto del defunto si specchia negli occhi del curvo visitatore. I loro lineamenti coincidono alla perfezione.

Questa la scena finale de Lo studente di Praga (1913), sperimentale film horror in bianco e nero basato su uno script di Hanns Heinz Ewers. La silhouette del giovane appena sepolto e della sua ombra aberrante coincidono con quella di Balduin, studente spadaccino che, dilapidato il patrimonio in notturne dissolutezze, baratta il suo riflesso con una somma ingente di denaro, firmando un contratto con Scapinelli – novello demonio oscarwildiano – e sancendo, così, la sua disfatta. Tra eteree contesse annegate, ballerine caucasiche e duelli da drammatica operetta, si consumano delitti e incomprensioni: il colpevole non può che essere il riflesso di Balduin, incarnante la materializzazione dei suoi antichi disagi esistenziali e della scissione interiore che gl’impedisce, tra l’altro, di vivere una soddisfacente intimità con la sua amata. Impossibile sfuggire a colpe pregresse, né al proprio lato istintivo (che può finire per guidarci, indipendentemente dalla ragione): dopo un incontro rivelatore col suo doppio, nelle suggestive vesti del vetturino della carrozza su cui Balduin sta viaggiando, il giovane spara al phàsma, all’apparizione. Prevedibilmente, è dalle sue stesse arterie che il sangue finisce per fluire; un ghignante Scapinelli strappa il contratto sul cadavere.

Tangibile, all’interno della pellicola, l’influsso di Hoffmann (La storia del riflesso perduto), ma la letteratura Otto-Novecentesca appare ampiamente costellata di opere analoghe, in cui la perdita dell’ombra, la fuga del riflesso e lo sdoppiamento rappresentano la cedevolezza dell’autocontrollo rispetto alle pulsioni, e i personaggi appaiono in balia di terrificanti Doppelgänger che agiscono in loro vece, portandoli alla morte, o – soluzione ancor più aberrante! – a forme terribili di psicosi e follia.

Si pensi ai testi di Chamisso (Storia meravigliosa di Peter Schlemil), Andersen (L’ombra), Jean Paul (Espero), Richard Dehmel (Masken), Ferdinand Raimund (Il re delle Alpi e il misantropo), Oscar Wilde (Il ritratto di Dorian Gray), Poe (William Wilson), Dostoevskij (Il sosia). La personalità di ognuno di questi autori era venata da disturbi psichici, nervosi, sessuali, aggravati dall’abuso d’alcool e d’oppiacei; tratto in comune: frequenti allucinazioni sulla scissione di sé. Jean Paul, ad esempio, si perdeva in solipsistiche elucubrazioni sull’Io, rabbrividendo d’orrore nel non riuscire a riconoscersi riflesso nelle iridi di un interlocutore; Maupassant tremò nell’osservare se stesso strisciare notturnamente all’interno della sua camera al fine di dettare nuovi appunti; Goethe intercettò l’inquietante figura del Sé del futuro cavalcargli incontro lungo il sentiero per Drusenheim; Chamisso, trascinatosi a letto in seguito a una notte brava, accusò il colpo di trovarvi il suo doppio e di esser costretto a convenire che Quello fosse il reale se stesso; in Eines Nachts, Poritzky cedette alla superstizione infantile di osservare il proprio riflesso nello specchio a mezzanotte: perso nei ricordi della giovinezza, la sua figura parve sdoppiarsi tra passato e presente, sino a che il poeta non inorridì innanzi all’improvvisa realizzazione del suo terrificante invecchiamento.

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Il terrore d’impazzire, di perdere il controllo della propria coscienza, sembrano dunque essere alla radice del timore della perdita dell’ombra, del pensiero di un doppio libero d’agire indipendentemente dalla nostra volontà, della cessione del proprio riflesso agli altri – demoni, solitamente, che essendo originariamente loro stessi ombre, al pari di spiriti, spettri, elfi e maghi, desiderano averne altre per sé. Ed è questo, dunque, il germe del terrore primigenio: non possedere un’ombra implicherebbe l’astrazione dal mondo sensibile, quello dei vivi. Solo le anime (si pensi a leggende persiane, o allo stesso Inferno dantesco) e i morti, giacendo, non proiettano mobili riflessi.

Di qui il fiorire di leggende e superstizioni, contemporanee, antiche, esotiche o tribali. Per l’assenza di ombre al suo interno, il sacro recinto degli Arcadi (il Liceo), era assimilato al regno dei morti: chi osava avventurarvisi sarebbe deceduto entro un anno. La stessa sorte toccherebbe, secondo credenze diffuse presso popoli germanici e slavi, nonché presso gli ebrei, a chi durante particolari ricorrenze (la Vigilia di Natale, S. Silvestro, Sukkot, l’intervallo tra Natale e l’Epifania) non proietta alcuna ombra sui muri o ne mostra una sdoppiata; chi possiede un’ombra debole o incerta verrebbe invece considerato malato, e dovrebbe quindi essere esposto al sole per richiamare l’energia – il doppio – sfuggente.

Secondo Frazer (Il ramo d’oro), presso gli abitanti delle Isole Salomone vige il divieto di calpestare l’ombra del re – pena la morte, per oltraggio al corpo dello sovrano stesso -, mentre Ambonya e Uliase evitano di uscire a mezzogiorno, quando il sole, perpendicolare, rende le ombre evanescenti (ed è proprio a quell’ora che il guerriero leggendario Tukaitawa, per i Mangaiani, venne assassinato, in quanto la sua forza variava d’intensità a seconda della definizione del suo umbratile doppio, a sua volta dipendente dall’inclinazione del sole).

Per il primitivo, l’ombra è infatti un’entità tangibile e reale, in grado d’agire indipendentemente, o addirittura di prendere il controllo sulla coscienza, nei sogni e nelle visioni, prima di distaccarsi definitivamente dal corpo al momento del trapasso. E dove sceglie di rifugiarsi, allora, questa mobile e ambigua entità? Sulle pareti di una tomba egizia, forse, dipinta in colori sgargianti per non essere dimenticata. Oppure in una dimensione alternativa, tramutandosi, magicamente, in ciò che religiosamente si definisce anima.

Ed è appunto per il timore di perderla anzitempo che gli Zulù evitano di riflettersi nelle torbide paludi, che non restituirebbero chiaramente i loro lineamenti, e gli antichi Greci interpretavano il sognare il proprio eìdolon – separato da sé – come presagio di morte; per la stessa ragione – preservare l’anima dalla fuga – in alcune regioni tedesche vige l’usanza di velare gli specchi qualora vi sia un morto in casa: l’ombra potrebbe continuare a dimorare nella superficie riflettente, e scorgere due morti – quello reale e il suo riflesso – implicherebbe l’imminente decesso di un altro familiare.

Sia in Oriente che in Occidente si sono registrati, nel corso dei secoli, gustosi aneddoti inerenti al riconoscimento – anche giuridico – dell’ombra quale entità solida e materiale: l’antico diritto germanico prevedeva che un servo, offeso da un uomo libero, potesse rivalersi sulla sua ombra, mentre sotto l’imperatore Massimiliano era incluso, tra le pene più aspre, l’assassinio rituale di un’ombra tramite vanghe. Plutarco, infine, riferisce che il re Bochoris d’Egitto, trovatosi a giudicare il caso di un uomo che aveva goduto dei favori di un’etera durante il sonno, stabilì che la somma pattuita venisse versata dal doppio del reo – l’ombra, appunto – agente nel sogno.

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Un’ombra come riflesso in grado d’agire indipendentemente dalla volontà, dunque, capace d’incarnare il lato oscuro, istintivo, pulsionale d’ogni uomo. Perdere l’ombra, in quest’accezione, o cederla ad altri, pur attraverso il dono d’un cammeo, uno scatto fotografico, un ritratto – a cui le popolazioni tribali, non a caso, si sottraggono – assume la sinistra valenza di una terribile perdita di coscienza o di controllo e, di conseguenza, può essere alla base del timore di morire o l’orrore d’impazzire. Orrore e timore più o meno esplicitati e riconosciuti, più o meno inconsci e striscianti, ravvisabili nel substrato delle etnie più disparate, abili nel trascendere le differenze culturali, oltrepassando i limiti – limiti così labili! – del Tempo e dello Spazio.

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La biblioteca delle meraviglie – XI

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ANATOMIE – Storia culturale del corpo umano

(2013, Rizzoli)

Restiamo sempre sorpresi quando leggiamo che, per gli antichi, la sede delle emozioni non era il cuore o il cervello, ma il fegato. Ci coglie infatti il sospetto che il modo in cui guardiamo al nostro stesso corpo sia influenzato dalla cultura in cui siamo cresciuti. Ma la profondità e la portata di questa verità ci sfugge quotidianamente.

L’aspetto più stupefacente, leggendo questa densa ma appassionante “storia culturale del corpo umano”, è scoprire di pagina in pagina quante cose diamo per scontate: dal valore imprescindibile che assegniamo alla testa, all’importanza del nostro naso, all’ignoranza pressoché totale sui nostri organi interni, “esoterici” e in un certo senso inquietanti, l’autore ci conduce attraverso un percorso che si snoda dall’antichità ad oggi, fra difficili scoperte, clamorose smentite ed errori stupefacenti.

I primi anatomisti si scoprirono “esploratori” di una sconosciuta geografia interna, fino ad allora nascosta, e cominciarono a dare il proprio nome ad organi, appendici, insenature e “isole” proprio come i conquistatori di un Nuovo Mondo. Ma questa ricognizione non è ancora finita, e il libro di Aldersey-Williams svela con stile preciso e piacevole come non soltanto la scienza ma anche le belle arti, la letteratura e perfino il linguaggio facciano della forma umana un oggetto complesso, sfaccettato, che partendo dalle proporzioni ideali di Leonardo Da Vinci cerca oggi una perfezione ancora maggiore, un affrancamento dalla vecchiaia e dalla morte le cui suggestioni ricordano il mito di Frankenstein. Una storia variegata, che dalla lezione di Tulp di Rembrandt alle sopracciglia di Mona Lisa, dagli esperimenti di Mengele ai moderni impianti biomeccanici ci racconta quanto mutevole, ibrido ed essenzialmente indefinibile sia questo corpo che abitiamo.

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(2013, Taschen)

Sempre nell’ambito delle scienze anatomiche, è interessante considerare come la scienza odierna utilizzi dei modelli tecnologici per rapportarsi alle varie parti del corpo: il cuore come pompa meccanica, il cervello come computer, il sistema osteo-muscolare come perfetta macchina in movimento, e via dicendo. Questo tipo di metafore sono state spesso criticate come fuorvianti, soprattutto dai fautori di una visione più olistica della medicina, ma accostare il meccanico e l’organico ha sicuramente il pregio di spiegare in maniera chiara il funzionamento di un determinato sistema, anche ai non addetti ai lavori.

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Lo aveva compreso perfettamente Fritz Kahn, classe 1888, ginecologo, scrittore, artista, che a partire dagli anni ’20 si dedicò alla divulgazione scientifica in maniera completamente inedita ed originale. Cosciente dell’importanza delle immagini nell’educazione, Kahn si prefissò il compito di rendere finalmente visibili e comprensibili i processi fisiologici creando delle analogie con qualcosa di familiare: i processi industriali. Ecco allora che nella sua illustrazione più celebre, L’uomo come palazzo industriale, il corpo è rappresentato come una serie di luoghi di lavoro moderni, organizzati in catene di montaggio, pannelli di controllo, circuiti, macchinari. Nel tempo Kahn affinerà queste metafore architettoniche e industriali, con una capacità e una fantasia per l’accostamento analogico che ha dell’incredibile.

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Ad ogni pagina di questo sontuoso volume che ripercorre l’intera carriera di Kahn, ci si trova di fronte a nuove invenzioni iconografiche, trovate surrealiste, connessioni improbabili, sempre però concepite con spirito divulgativo, per ridurre la complessità e rendere i processi vitali accessibili al pubblico più vasto.

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Oggi che siamo abituati all’infografica, nei testi scolastici come nelle riviste scientifiche, nei manuali di istruzioni come nei giornali, possiamo comprendere ancora meglio l’importanza di questo pioniere dalla fantasia sfrenata, spinto da una incontenibile voglia di condividere con tutti le meraviglie dell’anatomia umana.

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Buon compleanno! – IV

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Si spengono le quattro candeline sulla torta di Bizzarro Bazar, e si entra nel quinto anno di attività del blog!

Come sempre prendiamo a pretesto questa ricorrenza per qualche ringraziamento: il più caloroso va a tutti quei lettori che commentano, discutono anche animatamente, condividono gli articoli, e soprattutto si prendono il tempo di inviare mail, segnalazioni e messaggi di sostegno. Il secondo ringraziamento, non per questo meno sentito, va a chi semplicemente legge queste pagine, e basta.

Il terzo ringraziamento lo merita Giusy, il nostro curatore editoriale che scandaglia pazientemente gli articoli alla ricerca di errori di battitura e refusi. È ora che anche lei sappia chi è il vero responsabile di tali refusi ed errori:

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Infine, un grazie particolare ad AnnaMabi, che ha realizzato appositamente per noi la bella ed estiva illustrazione qui sotto. Anche con il solleone… Keep The World Weird!

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La biblioteca delle meraviglie – X

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Evertrip
TEGUMENTA
(2013, Edizioni Esperidi – www.tegumenta.it)

Oggi tutti leggono libri. Si legge tantissimo, spesso tomi di centinaia e centinaia di pagine, basta guardarsi in giro in spiaggia. Non è della quantità che dovremmo preoccuparci, ma della qualità. E se il panorama editoriale mainstream, in Italia, è avvilente, spesso anche quello underground non è migliore: i piccoli editori, che non se la passano benissimo, sono disposti a pubblicare qualsiasi cosa a pagamento. Quindi, oggi tutti scrivono libri.

Il problema di chi si immagina di saper scrivere, come risulta spesso evidente fin dalle righe iniziali, è che l’autore non è mai stato innanzitutto un vero lettore – dettaglio che l’avrebbe forse portato a cimentarsi con timore ed umiltà maggiori nell’arte letteraria, per amore e rispetto dei maestri che venera. Il difetto che maggiormente opprime questi “nuovi autori” è l’assoluta mancanza di una forma: talvolta un embrione di idea può anche far capolino fra le pagine, ma l’amore per la ricerca espressiva è un sentimento che davvero pochi sembrano conoscere o coltivare.

Per questo motivo salutiamo come un’insperata sorpresa il libriccino di Evertrip, al secolo Paolo Ferrante, classe 1984. Un libro che ricorda i surrealisti, a tratti le poesie di Arrabal, le sperimentazioni di Burroughs o del Ballard degli anni ’70. Il suo “dizionario emozionale” è un brillante tentativo di far respirare assieme parole e immagini (illustrazioni di cui l’autore stesso è responsabile), cercando costantemente la forma più inaspettata per setacciare le dialettiche interne di un rapporto sentimentale.

Ed è proprio la forma a farsi contenuto, perché Tegumenta si presenta a una prima occhiata come un dizionario minimo, in cui ogni lettera contiene soltanto uno o due vocaboli o locuzioni; all’asetticità del glossario si somma la propensione scientifico-clinica del linguaggio, che si propone di descrivere con piglio analitico le correlazioni fra sentimenti e anatomia.

Ma, ed è questo lo scarto poetico più interessante, ecco che di colpo l’oggettività delle “definizioni” subisce una deviazione improvvisa: passa, imprevedibile, dalla terza alla seconda persona singolare, rivolgendosi direttamente all’oggetto/soggetto del desiderio; fino a che, tra etimi implausibili (intriganti per lo sfaglio di senso che operano), distorsioni della realtà e sottili invenzioni iconografiche, tra involuzioni e rivoluzioni, è il linguaggio stesso ad implodere.

Ad esempio ecco che la definizione di bezoario diviene d’un tratto il simbolo per esprimere la vertigine sentimentale:

BEZOAR: 1. s.n. agglomerato di fibre vegetali (fibrobezoari) o di peli animali (tricobezoari) che si forma nello stomaco dell’uomo a seguito dell’ingestione abnorme di tali componenti. Nello stomaco genera uno stato di infiammazione cronico, seguito da lesioni sanguinanti della mucosa.
2. ti sento vera come il panico, infatti scivolo, scivolo nello stagno, ho le stoppie in gola, scivolo e non sono ancora pazzo, l’acqua è fredda e sembra un suicidio [...]

Alla voce “epidermide” leggiamo:

EPIDERMIDE: s.f. lo strato morbido che ti separa dalle mie mani, situato fra la mia lingua e il tuo sangue.

In Tegumenta si percepisce la presenza di una “voce narrante”: è quella di un personaggio (mai esplicitato, visto che forse si confonde in parte con l’Autore) che potremmo definire il Catalogatore Psichico, ossessionato da un’impresa impossibile: quella di costruire un manuale per orientarsi fra gli strazi fisici, i dolori dell’anima e le convulsioni emotive che accompagnano ogni passione erotica. E se qua e là, in virtù degli slanci poetici e dei non detti, si riesce ad intravvedere il bagliore di un’illuminazione, ciò che rimane di tutto questo tortuoso classificare ogni piccolo moto dello spirito è il sentimento di impotenza al cospetto di misteri più grandi dell’umana comprensione: il corpo, la carne e le sue inconcepibili escrescenze, e l’amore che ne emerge come il più inspiegabile e irrazionale dei fenomeni.

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D. von Schaewen, J. Maizels, A. Taschen
FANTASY WORLDS
(1999, Taschen)

Fra gli splendidi volumi illustrati della Taschen, questo è uno fra i più preziosi. Un viaggio attraverso i cinque continenti, alla scoperta dei luoghi più affascinanti  e “incantati”: opere d’arte multiformi, barocche, oppure infantili, ma sempre sorprendenti. Il libro ci guida fra palazzi di conchiglie, bestiari fantastici scolpiti nelle falesie, parchi delle meraviglie, strane abitazioni dall’aspetto alieno, e si sofferma sui più interessanti esempi di outsider art. Molto spesso, infatti, dietro queste bizzarrie architettoniche si cela la mente di una sola persona, assillata dal “progetto di una vita”, e che partendo da materiali riciclati e umili ha saputo costruire qualcosa di unico. Sia che cerchiate qualche meta turistica fuori dalle classiche mappe, o che preferiate starvene sprofondati nel divano a fantasticare, questo libro è un compagno perfetto.

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Bloody Murders

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Quando state entrando ad un concerto, o a uno spettacolo teatrale, vi viene consegnato il programma della serata. Una cosa simile accadeva, in Inghilterra, anche per un tipo particolare di spettacolo pubblico: le esecuzioni capitali.

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Nel XVIII e XIX Secolo, infatti, alcune stamperie e case editrici inglesi si erano specializzate in un particolare prodotto letterario. Venivano generalmente chiamati Last Dying Speeches (“ultime parole in punto di morte”) o Bloody Murders (“sanguinosi omicidi”), ed erano dei fogli stampati su un verso solo, di circa 50×36 cm di grandezza. Venivano venduti per strada, per un penny o anche meno, nei giorni precedenti un’esecuzione annunciata; quando arrivava il gran giorno, veniva preparata spesso un’edizione speciale per le folle che si assiepavano attorno al patibolo.

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Sull’unica facciata stampata si potevano trovare tutti i dettagli più scabrosi del crimine commesso, magari un resoconto del processo, e anche delle accattivanti illustrazioni (un ritratto del condannato, o del suo misfatto, ecc.). Usualmente il testo si concludeva con un piccolo brano in versi, spacciato per “le ultime parole” del condannato, che ammoniva i lettori a non seguire questo funesto esempio se volevano evitare una fine simile.

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La vita di questi foglietti non si esauriva nemmeno con la morte del condannato, perché nei giorni successivi all’esecuzione ne veniva stampata spesso anche una versione aggiornata con le ultime parole pronunciate dal condannato – vere, stavolta -, il racconto del suo dying behaviour (“comportamento durante la morte”) o altre succulente novità del genere.

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I Bloody Murders erano un ottimo business, appannaggio di poche stamperie di Londra e delle maggiori città inglesi: costavano poco, erano semplici e veloci da preparare, e alcune incisioni (ad esempio la figura di un impiccato in controluce) potevano essere riutilizzate di volta in volta. Il successo però dipendeva dalla tempestività con cui questi volantini venivano fatti circolare.

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Questi foglietti erano pensati per un target preciso, le classi medie e basse, e facevano leva sulla curiosità morbosa e sui toni iperbolici per attirare i loro lettori. Era un tipo di letteratura che anche le famiglie più povere potevano permettersi; e possiamo immaginarle, raccolte attorno al tavolo dopo cena, mentre chi tra loro sapeva leggere raccontava ad alta voce, per il brivido e il diletto di tutti, quelle violente e torbide vicende.

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La Harvard Law School Library è riuscita a collezionare più di 500 di questi rarissimi manifesti, li ha digitalizzati e messi online. Consultabili gratuitamente, possono essere ricercati secondo diversi parametri (per crimine, anno, città, parole chiave, ecc.) sul sito del Crime Broadsides Project.

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Il sesso fuori dalla pagina

In amore gli scritti volano e le parole restano.

(E. Flaiano)

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La critica ha spesso analizzato lo stile e il senso (allegorico, filosofico) delle più celebri scene erotiche descritte dai maestri della letteratura. Ma qui vorremmo dedicarci a una riflessione sulla faccia più nascosta degli autori, sulla loro sessualità “fuori” dalla letteratura, dalla pagina scritta.
Le peripezie sessuali di Henry Miller a Parigi ci sono ben note, perché egli stesso ne ha reso conto con dovizia di dettagli nei suoi romanzi più celebri. Ma cosa sappiamo dell’approccio al sesso di altri grandi scrittori? Di quali segreti inconfessabili o piccole manie siamo a conoscenza?

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Alcune loro gesta amatorie sono celebri. Lord Byron, stando a quanto si racconta, riuscì a dormire con 250 donne in un solo anno. Con la sua amante Caroline Lamb vi fu (pare) perfino uno scambio di peli pubici inviati via posta.
Nella categoria dei sessuomani, alcuni biografi inseriscono Stendhal, in virtù delle sue numerosissime relazioni amorose, della sua sensualità esaltata e di alcune curiose pagine autobiografiche in cui, ad esempio, ci regala la ricetta per mantenere duratura un’erezione: basterebbe strofinarsi l’alluce destro con un unguento di ceneri di tarantola. Un altro fenomenale amatore si dice fosse Balzac, e un aneddoto recita così: alla signora che gli chiedeva se fosse vero, come si vociferava, che egli era in grado di avere un’erezione “a comando”, Balzac rispose aprendo la giacca, e dicendo semplicemente “Controlli pure”.
A supporto di questi racconti c’è l’enorme scandalo che suscitò a fine ’800 la statua che di Balzac realizzò Rodin, nella quale il grande autore viene ritratto con una lunga vestaglia e, sotto il drappeggio, sembra tenere in mano il proprio pene eretto.

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Siamo in un territorio spesso e volentieri circonfuso dall’alone della leggenda, e sarebbe bene non dimenticarlo quando ad esempio ci imbattiamo in qualche pagina che associa per esempio Francis Scott Fitzgerald al feticismo del piede: l’intera storia nasce dall’interpretazione tendenziosa – ad opera di un biografo evidentemente interessato allo scandalo – delle parole della sua segretaria, orripilata in seguito nello scoprire che le sue dichiarazioni erano state distorte per sostenere una teoria simile.

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Esistono poi casi in cui viene male interpretata l’ironia di certe frasi: un esempio celebre, Benjamin Franklin e la sua supposta parafilia gerontofila (l’attrazione sessuale per le persone anziane). Nella realtà Franklin, che era un accanito donnaiolo ma anche fine umorista, satirico e goliardico, scrisse una lettera a Cadwaller Colden, in cui argomentava i motivi per cui è preferibile scegliersi una moglie vecchia, invece che una bella e giovane. Nei primi punti Franklin asserisce che la conversazione con le donne di una certa età è molto più piacevole, perché conoscono il mondo; che quando una donna non è più bella, cerca di diventare buona; che le femmine anziane sono più prudenti e discrete, e via dicendo. Per quanto riguarda il sesso, Franklin vi arriva al punto 5:

In ogni animale che cammina eretto, il declino dei fluidi che riempiono i muscoli appare prima nelle parti alte: il viso diventa flaccido e rugoso per primo; poi il collo; e poi i seni e le braccia; le parti basse continuano ad essere fresche come sempre, fino alla fine. Quindi se coprissi tutta la parte superiore con un cesto, e guardassi soltanto quello che c’è sotto il busto, ti sarebbe impossibile distinguere fra due donne qual è la vecchia o la giovane. E poiché nell’oscurità tutti i gatti sono grigi, il piacere delle gioie corporali con una donna vecchia è almeno uguale, se non frequentemente superiore, visto che ogni talento con la pratica può migliorare.

Fare attenzione a distinguere il mito dalla storia è ancora più essenziale quando si affronta un “maledetto” come Sade, la cui sulfurea opera viene troppo spesso confusa con la sua turbolenta, ma infinitamente più innocua, biografia. Nella realtà, pur avendo inventato per i suoi libri proibiti il più sconcertante e sconvolgente campionario di crudeltà mai vergato su pagina, nella vita reale non mise in pratica se non una minima parte delle sue fantasie. Due sono gli “scandali” a sfondo sessuale del Divin Marchese, che secondo le testimonianze coinvolsero una mendicante e alcune prostitute, drogate da Sade con dei confetti alla cantaride, frustate e sodomizzate. Per l’epoca, la flagellazione era pratica comune fra i giochi sessuali, e infatti fu per sodomia che il Marchese venne condannato. Ma le sue incarcerazioni senza fine sono in realtà da ascriversi principalmente ai suoi scritti, ritenuti osceni, e per i quali pagherà passando 30 dei suoi 74 anni di vita da una prigione all’altra, fino all’internamento nel manicomio di Charenton. Certo che, almeno a giudicare dalle lettere scritte in cella all’amata/odiata moglie, a cui rimproverava di avergli procurato un godemichet (dildo) troppo piccolo, la sua vigorosa sessualità e l’ossessione anale non lo abbandonarono mai.

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Alcuni autori hanno apertamente parlato delle proprie inclinazioni in materia di sesso. Fra le parafilie confesse, possiamo citare con sicurezza quella di Jean-Jacques Rousseau, a cui piaceva essere sculacciato (il termine moderno di questa pratica è spanking), e che nelle Confessioni faceva risalire l’origine di questa sua ossessione alla governante della sua infanzia:

La Signorina Lambercier, nostra tutrice, esercitava in tutto su di noi l’autorità di una madre, anche per infliggerci la punizione classica data ai bambini… Chi avrebbe mai detto che questa disciplina infantile, ricevuta all’età di otto anni dalle mani di una donna di trenta, dovesse influenzar così tanto le mie propensioni, i miei desideri, tutte le mie passioni per il resto dell’esistenza… Cadere ai piedi d’una padrona imperiosa ed esser messo sulle sue ginocchia, del tutto inerme e scoperto a lei, obbedendo ai suoi ordini ed implorando perdono, sono stati per me i godimenti più squisiti; e più il mio sangue s’è infiammato sforzandosi in fervide fantasie e più ho acquisito l’aspetto d’un amante piagnucolante.

Fra gli scrittori che non facevano segreto delle proprie fissazioni sessuali ricordiamo ad esempio Cartesio, attratto dalle donne affette da strabismo; André Pieyre de Mandiargues, che andava orgoglioso delle sue due anime – una sadica e una masochista – e le cui inclinazioni crudeli hanno intriso di poetica sensualità gran parte della sua migliore produzione; Bruno Schulz, autore delle Botteghe Color Cannella, il cui spirito masochistico-feticista risulta evidente in diverse sue pagine sulle “veneri ucraine” ma soprattutto nelle illustrazioni che egli stesso realizzava, e in cui si autoritraeva schiacciato e calpestato sotto i piedi di bellissime donne.

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E, ovviamente, Charles Bukowski, lo “sporcaccione ubriaco” per eccellenza, che non ha mai celato la sua simpatia per le situazioni più volgari, disperate e “ai margini”, come risulta evidente nella sua poesia La donna ideale:

il sogno di un uomo
è una puttana con un dente d’oro
e il reggicalze,
profumata
con ciglia finte
rimmel
orecchini
mutandine rosa
l’alito che sa di salame
tacchi alti
calze con una piccolissima smagliatura
sul polpaccio sinistro,
un po’ grassa,
un po’ sbronza,
un po’ sciocca e un po’ matta
che non racconta barzellette sconce
e ha tre verruche sulla schiena
e finge di apprezzare la musica sinfonica
e che si ferma una settimana
solo una settimana
e lava i piatti e fa da mangiare
e scopa e fa i pompini
e lava il pavimento della cucina
e non mostra le foto dei suoi figli
né parla del marito o ex-marito
di dove è andata a scuola o di dove è nata
o perché l’ultima volta è finita in prigione
o di chi è innamorata,
si ferma solo una settimana
solo una settimana
e fa quello che deve fare
poi se ne va e non torna più indietro

a prendere l’orecchino dimenticato sul comò.

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Bukowski

Ma c’è chi invece ha tenuto debitamente nascosta la propria parafilia, salvo essere postumamente “scoperto”. Parliamo per esempio di James Joyce, le cui lettere passionali ed esplicite alla moglie Nora sono riemerse soltanto di recente. Si tratta di una corrispondenza violentemente oscena, anche se allo stesso tempo mirabilmente delicata e colma d’amore. Nella furia erotica di queste lettere si evince un’inclinazione di Joyce per tutto ciò che è lurido, estremo, a tratti rivoltante, e trovano spazio parafilie come ad esempio la petofilia:

Mia dolce puttanella, Nora, ho fatto come mi hai detto, cara mia piccola sporcacciona.
Le parti del tuo corpo che fanno sconcezze sono quelle che mi piacciono di più, ma preferisco il sedere, amore, alle poppe, perché fa una cosa così sporca.
Io penso, Nora, che riconoscerei dovunque le tue scoregge. Scommetto le riconoscerei perfino in una stanza piena di donne che scoreggiano. Fanno un rumore da ragazza, non come certe mogli ciccione che immagino scoreggino umido e ventoso. Le tue sono improvvise, secche e sporche come le farebbe una ragazza spiritosa, per gioco, di notte, in dormitorio. Spero proprio che la mia Nora voglia farmele sul viso, sì che io possa anche odorarle.
Buona notte, piccola Nora scoreggiante.

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Questa lettera del 1909 (che non è certo fra le più spinte – le altre le trovate in lingua originale qui) è stata venduta all’asta da Sotheby’s per 350.000 euro. L’episodio ha avviato un dibattito critico sulla liceità della pubblicazione postuma di una parte così intima della vita di uno scrittore, per quanto importante. È davvero necessario conoscere questi dettagli per comprendere meglio il lavoro di un artista? Non si tratta forse di puro e semplice voyeurismo, di gossip, di un sensazionalismo che ci allontana, invece che avvicinarci, al vero intento dell’opera dello scrittore?

Questo tipo di discussioni è in realtà una versione più piccante, in quanto esacerbata dal contesto “proibito” dei dettagli in questione, del vecchio dibattito sull’Opera e l’Autore. Secondo la scuola semiologica della seconda metà del ’900, qualsiasi testo va analizzato isolandolo dalle informazioni para-testuali che abbiamo a disposizione (come ad esempio le vicende biografiche dell’autore), perché il suo valore deve consistere unicamente in se stesso. Secondo l’esperienza di molti altri critici, invece, non si può apprezzare intimamente un’opera se non abbiamo elementi che ci permettano di comprendere meglio l’umanità di chi vi sta dietro, il carattere e la personalità dell’autore. Se amo un quadro, mi piacerebbe sapere chi l’ha dipinto, come ha vissuto, in cosa credeva… e forse, sì, anche come amava.

In questo senso, qualsiasi dettaglio può contare, e anche scoprire i vizi e le manie della sessualità – che rimane una delle fondamentali espressioni dell’individuo – non può che gettare un’ulteriore luce sulla personalità (se non sull’opera) dei grandi autori. Quando questa sessualità non fosse aneddotica o amplificata dai toni scandalistici, potrebbe aprire uno spiraglio più intimo sulla visione della vita e del mondo degli scrittori che hanno cambiato e influenzato la letteratura.

Purtroppo, però, sono pochi quegli artisti che hanno parlato apertamente della propria sfera sessuale, autorizzando in questo modo che essa entrasse a far parte della discussione sulla loro opera. E allora il dilemma etico rimane.

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Londonscopia

Articolo a cura del nostro inviato speciale a Londra, il guestblogger ipnosarcoma.

Benvenuti a quella che sarà la prima puntata di una lunga serie che è probabilmente già finita con questo articolo. Il titolo di questa non-rubrica si riferisce alla volontà di sondare in profondità le pareti interne dell’apparato digerente di Londra, al fine di verificarne eventuali masse tumorali.

Per questa puntata di una serie nata morta, andremo a esplorare le cavità del borough di Hackney, nell’East End. In particolare, dietro segnalazione di una persona dalla dubbia moralità (moralità? non offendiamo. NdR), mi accingerò a parlarvi di una piccola bottega degli orrori e delle meraviglie situata al numero 11 di Mare Street, a metà strada tra le stazioni di Hackney Central e Bethnal Green, ai confini quindi con il borough di Tower Hamlets.

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Il posto si chiama “The Last Tuesday Society”. Sulla vetrata dell’ingresso si può leggere: Those easily offended by death and decay should stay away . Hanno ragione. Se non vi piace vedere la morte e la decomposizione della materia organica dovreste tenervene alla larga e rimanere a casa. A vedere a ripetizione Cannibal Holocaust. Appena sotto una targhetta recita: This is not a brothel, there are no prostitutes at this address (“Questo non è un bordello, non ci sono prostitute a questo indirizzo”). Lo stesso avvertimento che si poteva leggere sulla porta d’ingresso della casa di Sebastian Horsley. Parleremo più avanti di costui. D’accordo, questo cartello diminuisce l’offerta, ma in ogni caso non ci dissuade, la promessa di esplorare un mondo “exotic, erotic & necrotic” è troppo allettante. Entriamo.

L’ingresso (riservato solo ai maggiori di 21 anni) non è gratuito, se si è intenzionati a varcare la soglia del primo spazio, dedicato all’allegro shopping, per accedere all’inconscio collettivo rimosso e riposto con cura nel piccolo museo all’interno. Due pound per entrare e fare qualche misera fotarella di straforo, cinque se vuoi bullarti con gli amici scrivendo un articolo su Bizzarro Bazar e scattare foto a iosa. Pago ed entro. Ne vale la pena.

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Le prime cose che rimangono impresse: gli animali impagliati. E non stiamo parlando dei soliti animali impagliati. Parliamo di autentiche iene, orsi, pipistrelli, gatti, cani e uccelli di varie dimensioni e razze. Questo per quanto riguarda gli animali meno inquietanti: basta fare pochi passi per vedere molto di più.

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Caprette a due teste. Talpe a due teste. Enormi roditori. Gatti volanti con grandi ali innestate. Teste di varano, di quelli giganti. E altro ancora. Ah, appena scendete le scale per arrivare alle due sale inferiori, non dimenticate di buttare un occhio (che poi conserveranno amorevolmente sotto formalina) al reparto delle offerte: in questo periodo hanno una selezione di pellicce scontate al 50%. Dopodiché, potrete tranquillamente usare la vostra tessera di Greenpeace come stuzzicadenti, per togliervi dalle gengive quei fastidiosi rimasugli di carne animale.

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Fra fenicotteri, teschi di uccelli di specie varie, ossi fossili d’orso (autenticati, a quanto dicono), tartarughe e armadilli, teste umane mozze e insanguinate (finte, mica sono pervertiti qui) che non trovereste neanche nel cassetto delle mutande di Tom Savini, e serpenti conservati in barattoli di marmellata, si arriva ad autentiche chicche del posto.

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Ad esempio, i cimeli legati alla controversa figura del succitato, sovraeccitato, Sebastian Horsley, al quale dedicherò un articolo che comparirà su Donna Moderna di un mese qualsiasi. Artista perverso e controverso, noto puttaniere orgoglioso di ciò, a sua volta collezionista di stravaganze da tutto il mondo, sperimentatore di un’autentica crocefissione senza ricorrere a nessun genere di anestetico, morto di overdose di speedball. Qui abbiamo l’onore di poter vedere diversi oggetti a lui appartenuti come, ad esempio, le sue scarpe vittoriane, i suoi occhiali da sole psichedelici color rapa rossa, e la siringa con cui si è iniettato la dose che lo ha portato alla morte nel suo appartamento a Soho. Pace all’anima sua, se mai ne ha avuta una. Ma andiamo avanti.

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In un’altra vetrina possiamo ammirare un autentico baculum di tricheco, che poi non è altro che l’osso del pene del suddetto animale. Se volete potete acquistarlo: niente dice “ti amo” come un articolo degenere del genere, anche se, ahimè, San Valentino è ormai passato.

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Non lontano entriamo nel campo del mito: preziosamente incorniciato, possiamo ammirare il dito indice mummificato di Pancho Villa. La leggenda vuole che la sua testa sia stata trafugata dalla tomba da un certo Capitano Emil L. Holmdahl per venderla a un eccentrico milionario. Già che c’erano, al noto rivoluzionario è stato asportato un dito, a lungo usato dalla popolazione messicana come reliquia. Un po’ come il Sacro Prepuzio di Gesù, sul quale non mi dilungherò per riverenza e per necessità di sintesi (e perché ne abbiamo già parlato in questo articolo, NdR).

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D’accordo, mi fermo qui, molte cose le vedrete nelle foto, altre vi invito ad andare a vederle di persona quando visiterete Londra. Da segnalare alcuni preziosi libri che si possono ammirare, fra i quali ho il piacere di ricordare: Oral sadism and the vegetarian personality, What to say when you talk to your self e Sex instructions for Irish farmers, il quale però, con mio disappunto, si riferisce al sesso fra gli animali e non con il fattore – niente romanticismi alla Vase de noche, meglio conosciuto ai fan come The pig fucking movie. Altre chicche da non perdere: la cacca in barattolo di alcune celebrità (sono aperte le donazioni), fra cui quella di Kylie Minogue e niente meno che quella di Amy Winehouse, che pare aver raggiunto ora quotazioni da capogiro. Avrete il coraggio di esaminarne l’autenticità?

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Ma il reperto per me più commovente è il foglio firmato da Maria de Silva. Sono sicuro che non ne avrete sentito parlare, perché probabilmente anche i suoi parenti faranno fatica a ricordarsi di lei. Maria è (era?) l’inserviente presso un certo Hill Club, e ci ha rilasciato una dichiarazione autografa che recita, in calligrafia tremolante: “Io, Maria de Silva, ho lavorato al Hill Club il 22 Agosto 2003, ho pulito la stanza usata dai Rolling Stones e ho trovato questi preservativi e questo Viagara”. Non Viagra, Viagara. E naturalmente, nella vetrina dedicata, possiamo ammirare il barattolo contenente i preservativi e la confezione di Viagra menzionati. È questo che più ci fa amare questo posto: come nella migliore tradizione delle wunderkammer, dei freakshow e degli exploitation movies che ci hanno fatto battere il cuore quando eravamo adolescenti, non è la veridicità a contare, è il tasto dell’inconscio che viene premuto. Consigliato a tutti i lettori di Bizzarro Bazar. Ricordatevi, però, che il negozio è aperto esclusivamente di sabato, dalle 12 alle 19, oppure su appuntamento. Per i dettagli vi rimando al sito ufficiale.

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