Londonscopia

Articolo a cura del nostro inviato speciale a Londra, il guestblogger ipnosarcoma.

Benvenuti a quella che sarà la prima puntata di una lunga serie che è probabilmente già finita con questo articolo. Il titolo di questa non-rubrica si riferisce alla volontà di sondare in profondità le pareti interne dell’apparato digerente di Londra, al fine di verificarne eventuali masse tumorali.

Per questa puntata di una serie nata morta, andremo a esplorare le cavità del borough di Hackney, nell’East End. In particolare, dietro segnalazione di una persona dalla dubbia moralità (moralità? non offendiamo. NdR), mi accingerò a parlarvi di una piccola bottega degli orrori e delle meraviglie situata al numero 11 di Mare Street, a metà strada tra le stazioni di Hackney Central e Bethnal Green, ai confini quindi con il borough di Tower Hamlets.

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Il posto si chiama “The Last Tuesday Society”. Sulla vetrata dell’ingresso si può leggere: Those easily offended by death and decay should stay away . Hanno ragione. Se non vi piace vedere la morte e la decomposizione della materia organica dovreste tenervene alla larga e rimanere a casa. A vedere a ripetizione Cannibal Holocaust. Appena sotto una targhetta recita: This is not a brothel, there are no prostitutes at this address (“Questo non è un bordello, non ci sono prostitute a questo indirizzo”). Lo stesso avvertimento che si poteva leggere sulla porta d’ingresso della casa di Sebastian Horsley. Parleremo più avanti di costui. D’accordo, questo cartello diminuisce l’offerta, ma in ogni caso non ci dissuade, la promessa di esplorare un mondo “exotic, erotic & necrotic” è troppo allettante. Entriamo.

L’ingresso (riservato solo ai maggiori di 21 anni) non è gratuito, se si è intenzionati a varcare la soglia del primo spazio, dedicato all’allegro shopping, per accedere all’inconscio collettivo rimosso e riposto con cura nel piccolo museo all’interno. Due pound per entrare e fare qualche misera fotarella di straforo, cinque se vuoi bullarti con gli amici scrivendo un articolo su Bizzarro Bazar e scattare foto a iosa. Pago ed entro. Ne vale la pena.

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Le prime cose che rimangono impresse: gli animali impagliati. E non stiamo parlando dei soliti animali impagliati. Parliamo di autentiche iene, orsi, pipistrelli, gatti, cani e uccelli di varie dimensioni e razze. Questo per quanto riguarda gli animali meno inquietanti: basta fare pochi passi per vedere molto di più.

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Caprette a due teste. Talpe a due teste. Enormi roditori. Gatti volanti con grandi ali innestate. Teste di varano, di quelli giganti. E altro ancora. Ah, appena scendete le scale per arrivare alle due sale inferiori, non dimenticate di buttare un occhio (che poi conserveranno amorevolmente sotto formalina) al reparto delle offerte: in questo periodo hanno una selezione di pellicce scontate al 50%. Dopodiché, potrete tranquillamente usare la vostra tessera di Greenpeace come stuzzicadenti, per togliervi dalle gengive quei fastidiosi rimasugli di carne animale.

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Fra fenicotteri, teschi di uccelli di specie varie, ossi fossili d’orso (autenticati, a quanto dicono), tartarughe e armadilli, teste umane mozze e insanguinate (finte, mica sono pervertiti qui) che non trovereste neanche nel cassetto delle mutande di Tom Savini, e serpenti conservati in barattoli di marmellata, si arriva ad autentiche chicche del posto.

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Ad esempio, i cimeli legati alla controversa figura del succitato, sovraeccitato, Sebastian Horsley, al quale dedicherò un articolo che comparirà su Donna Moderna di un mese qualsiasi. Artista perverso e controverso, noto puttaniere orgoglioso di ciò, a sua volta collezionista di stravaganze da tutto il mondo, sperimentatore di un’autentica crocefissione senza ricorrere a nessun genere di anestetico, morto di overdose di speedball. Qui abbiamo l’onore di poter vedere diversi oggetti a lui appartenuti come, ad esempio, le sue scarpe vittoriane, i suoi occhiali da sole psichedelici color rapa rossa, e la siringa con cui si è iniettato la dose che lo ha portato alla morte nel suo appartamento a Soho. Pace all’anima sua, se mai ne ha avuta una. Ma andiamo avanti.

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In un’altra vetrina possiamo ammirare un autentico baculum di tricheco, che poi non è altro che l’osso del pene del suddetto animale. Se volete potete acquistarlo: niente dice “ti amo” come un articolo degenere del genere, anche se, ahimè, San Valentino è ormai passato.

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Non lontano entriamo nel campo del mito: preziosamente incorniciato, possiamo ammirare il dito indice mummificato di Pancho Villa. La leggenda vuole che la sua testa sia stata trafugata dalla tomba da un certo Capitano Emil L. Holmdahl per venderla a un eccentrico milionario. Già che c’erano, al noto rivoluzionario è stato asportato un dito, a lungo usato dalla popolazione messicana come reliquia. Un po’ come il Sacro Prepuzio di Gesù, sul quale non mi dilungherò per riverenza e per necessità di sintesi (e perché ne abbiamo già parlato in questo articolo, NdR).

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D’accordo, mi fermo qui, molte cose le vedrete nelle foto, altre vi invito ad andare a vederle di persona quando visiterete Londra. Da segnalare alcuni preziosi libri che si possono ammirare, fra i quali ho il piacere di ricordare: Oral sadism and the vegetarian personality, What to say when you talk to your self e Sex instructions for Irish farmers, il quale però, con mio disappunto, si riferisce al sesso fra gli animali e non con il fattore – niente romanticismi alla Vase de noche, meglio conosciuto ai fan come The pig fucking movie. Altre chicche da non perdere: la cacca in barattolo di alcune celebrità (sono aperte le donazioni), fra cui quella di Kylie Minogue e niente meno che quella di Amy Winehouse, che pare aver raggiunto ora quotazioni da capogiro. Avrete il coraggio di esaminarne l’autenticità?

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Ma il reperto per me più commovente è il foglio firmato da Maria de Silva. Sono sicuro che non ne avrete sentito parlare, perché probabilmente anche i suoi parenti faranno fatica a ricordarsi di lei. Maria è (era?) l’inserviente presso un certo Hill Club, e ci ha rilasciato una dichiarazione autografa che recita, in calligrafia tremolante: “Io, Maria de Silva, ho lavorato al Hill Club il 22 Agosto 2003, ho pulito la stanza usata dai Rolling Stones e ho trovato questi preservativi e questo Viagara”. Non Viagra, Viagara. E naturalmente, nella vetrina dedicata, possiamo ammirare il barattolo contenente i preservativi e la confezione di Viagra menzionati. È questo che più ci fa amare questo posto: come nella migliore tradizione delle wunderkammer, dei freakshow e degli exploitation movies che ci hanno fatto battere il cuore quando eravamo adolescenti, non è la veridicità a contare, è il tasto dell’inconscio che viene premuto. Consigliato a tutti i lettori di Bizzarro Bazar. Ricordatevi, però, che il negozio è aperto esclusivamente di sabato, dalle 12 alle 19, oppure su appuntamento. Per i dettagli vi rimando al sito ufficiale.

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La biblioteca delle meraviglie – IX

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S. Musitelli – M. Bossi – R. Allegri

STORIA DEI COSTUMI SESSUALI IN OCCIDENTE

(1999, Rusconi)

Quando Enkidu, l’animalesco “uomo primordiale” inviato dagli Dei, terrorizza le campagne con la sua bestiale presenza, contro di lui Gilgamesh non invia un esercito o degli assassini, bensì una prostituta. Arrivata nel luogo dove si trova Enkidu, la donna si spoglia e si offre alle sue voglie; Enkidu la possiede, e da quel momento le belve scappano da lui, le gazzelle si allontanano timorose – egli è divenuto umano, grazie alla prostituta che lo ha “civilizzato” tramite l’atto sessuale. È con questa orgogliosa rivendicazione del sesso come cultura prima ancora che natura che comincia l’affascinante storia della sessualità occidentale. Una storia piena di sorprese, a partire dall’antichità classica, greca e romana, molto differenti l’una dall’altra per abitudini e fissazioni erotiche, per poi continuare con l’età cristiana e la nascita della “repressione” della sessualità nel duplice Medioevo, fatto di amor cortese e cinture di castità, di peccati danteschi e delizie boccaccesche; passando poi per i libertini francesi, il Rinascimento che vede in ogni corte i “cornuti  indiavolati e i cornuti gentili”, ed arrivando infine alla liberazione sessuale degli anni ’70, il femminismo e l’orgoglio gay. Una storia della sessualità che è soprattutto storia dei costumi e della nostra stessa civiltà, perché perfino nel privato dell’alcova il modo in cui facciamo l’amore rispecchia i valori e gli ideali del nostro tempo.

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Laura Monferdini

IL CANNIBALISMO

(2000, Xenia Edizioni)

Il tabù per eccellenza, eppure diffuso in tutto il mondo in diversi tempi e modalità, è senza dubbio la pratica di cibarsi della carne di un proprio simile. Questo atto, rivestito di significati magici, rituali e addirittura giuridici (quando ad esempio veniva imposto come pena), si disvela in tutta la sua complessità simbolica attraverso le pagine del libro di Laura Monferdini: di grande interesse, perché distanti dalla nostra sensibilità, sono ovviamente quelle società in cui l’antropofagia veniva accettata e praticata regolarmente. Privato dello status di tabù perché iscritto in un sistema culturale ed etnografico ben preciso, il cannibalismo può divenire di volta in volta un atto iniziatico, di rafforzamento della virtù, oppure legato alle festività per il raccolto, oppure ancora vero e proprio rito in onore del defunto, come nel caso della consumazione delle ceneri paterne (patrofagia). Dalle cerimonie di casta azteche agli indios Tupinamba, si arriva infine al cannibalismo profano e “impazzito” dei serial killer contemporanei, ma anche in questi permane un elemento di ritualità, seppure deviata e perversa. Perché in fondo mangiare la carne di un uomo è sempre atto magico, volto ad interiorizzare le qualità del defunto. E se credete che oggi il cannibalismo sia esclusivamente un delitto e non abbia più il valore simbolico di un tempo, ripensate a quello che fanno (metaforicamente) migliaia di persone durante la comunione cristiana.

www.inbooki.com

Pee Gee Daniel

PHENOMENORAMA

(2013, inbooki)

Nel circo di Monsieur Korallo le “meraviglie umane” cominciano a sparire ad una ad una. Sarà forse colpa del favoloso Cincio Ciancio, il misterioso messia che i fenomeni da baraccone adorano come un Dio? Li ha forse rapiti per portarli nella terra promessa dei freak?

Lo confessiamo: da bibliofili patologici, non siamo degli appassionati di ebook e affini. Ma ci sembra giusto segnalare questo Phenomenorama per più di un motivo: innanzitutto l’autore è giovane, promettente e va sostenuto. In secondo luogo il suo romanzo parla di freaks e circhi ambulanti nell’America della Grande Depressione del ’29 – un setting che è già di per sé affascinante e coinvolgente. Terzo, questo non è un ebook tradizionale, ma un “inbook”: si tratta di una forma sperimentale di lettura, per certi versi innovativa, che vuole farvi “immergere” maggiormente nel racconto. Alcune parti della storia sono visibili soltanto ai lettori maschi, altre soltanto alle femmine; certi capitoli si potranno leggere solo di giorno, con certe precise temperature, altri unicamente di sera o di notte (in sintonia con gli orari e il clima in cui si svolge quell’azione scenica); proseguendo nella storia potrete “sbloccare” degli approfondimenti sulla storia dei freakshow e nel finale, di fronte a un bivio, dovrete scegliere voi che piega prenderanno gli eventi. L’applicazione, per tablet e smartphone, e il romanzo sono scaricabili gratuitamente su questa pagina.

San Valentino all’aceto

Rom, Santa Maria in Cosmedin, Reliquien des Hl. Valentin

Ecco che, come ogni anno, è finalmente arrivato San Valentino (ritratto nella foto sopra). Il giorno degli innamorati, dei regalini, delle dichiarazioni, degli anelli, dei bigliettini e dei cioccolatini! Se non siete degli inguaribili cinici, e non soffrite di iperglicemia, potrebbe essere una bella festa.

Per tutti coloro che invece si sentono alieni a questo tipo di ricorrenze “comandate”, in cui sembra tassativo dare risalto ai buoni sentimenti, al pensiero positivo, e a una versione piuttosto consumistica e superficiale della vita e degli affetti, basti ricordare che fino a meno di un secolo fa esisteva un antidoto alle sdolcinature di San Valentino. Mentre tutti mandavano biglietti d’amore, voi avreste potuto inviare un biglietto d’odio.

Si tratta dei cosiddetti Vinegar Valantines (“biglietti di San Valentino all’aceto”), prodotti industrialmente dalla prima metà dell’Ottocento fino a metà del Novecento. I vinegar valentines erano il modo più crudele e scorretto di rifiutare un’avance sentimentale, ma non solo.

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Questi biglietti erano delle vere e proprie lettere anonime prestampate, studiate appositamente per sbeffeggiare o accusare il destinatario dei più comuni comportamenti ritenuti molesti. C’erano biglietti per persone grasse, per ubriaconi, per vecchi che si credevano latin lover, per ragazze vanitose, per coppiette che osavano (“con disgutoso cattivo gusto”) baciarsi per strada, e via dicendo.

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Alcune cartoline ci andavano giù veramente pesante, per i nostri standard odierni, addirittura arrivando a suggerire al destinatario di suicidarsi. Un biglietto degli anni ’50, indirizzato ai fissati della radio, recitava: “Tieni accesa quella cosa a volume così dannatamente alto che dovresti essere in catene! Spero che tu faccia esplodere le valvole, e poi… che ti faccia esplodere il cervello!”. Un altro lanciava in tono di sfida: “Dici di essere bravo a fare qualsiasi cosa! Quindi, avanti, mostrami le prove e fammi vedere quanto sei bravo a saltare giù dal tetto!”.

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Altri biglietti entravano nel vivo della relazione tra moglie e marito, prendendosi gioco di uno dei due coniugi. C’erano messaggi destinati a quei mariti accusati di essere delle “donnicciole” perché accudivano i figli o davano una mano nelle faccende domestiche (speriamo che sotto questo aspetto i tempi siano cambiati!); altri facevano aleggiare sulla coppia sospetti di possibili “corna” perché la moglie faceva troppo la civetta, o il marito troppo il cascamorto.

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I tipi di vinegar valantines erano pressoché infiniti: costavano poco, ed erano perfetti da spedire al professore rompiscatole, al boss in ufficio, ai vicini insopportabili, a chiunque tenesse un comportamento sconveniente. Al quadro d’insieme bisogna aggiungere inoltre questo dettaglio: nell’800, fino all’invenzione del francobollo, era chi riceveva una missiva che ne pagava il costo intero – quindi, oltre al danno, la beffa. In un certo senso, questi biglietti agivano come rinforzo delle norme sociali, bacchettando chi non era “conforme”, anche se talvolta i messaggi si velavano di un leggero tono di minaccia. Forse il loro vero ruolo era quello di valvola di sfogo: perfino la nostra cattiveria deve trovare un modo di venire incanalata.

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Teniamo però sempre a mente che a cambiare, con il passare del tempo, è anche il senso dell’umorismo; e talvolta rischiamo di prendere troppo sul serio qualcosa che la gente dell’epoca avrebbe riconosciuto subito come un semplice scherzo.

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P.S.: una volta ricevuto uno di questi biglietti “all’aceto”, era molto improbabile che il destinatario lo conservasse amorevolmente: la maggior parte delle cartoline finiva in pezzi, nel cestino. Questo significa che oggi i vinegar valantines ottocenteschi sono divenuti rarissimi oggetti da collezione.

(Scoperto via Collectors Weekly)

Intervista sul sesso estremo

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Come sapete, da settembre dello scorso anno Bizzarro Bazar ha l’onore di compilare ogni mese una rubrica fissa sulla splendida rivista Illustrati di Logos Edizioni.

Confessiamo che il tema del numero di febbraio, “l’arte della gioia e l’amore”, ci aveva posto qualche problema, visto che questo è un blog che si occupa principalmente del macabro e del meraviglioso. Alcune strane storie d’amore le abbiamo già affrontate (ad esempio qui), e non era il caso di ripetersi.

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Dunque, per celebrare San Valentino con il giusto gusto per il bizzarro, abbiamo pensato di intervistare Ayzad, una delle massime autorità italiane in campo di sesso estremo, BDSM e sessualità alternative, autore di BDSM – Guida per esploratori dell’erotismo estremo (2004-2009, Castelvecchi) e di XXX – Il dizionario del sesso insolito (2009 – Castelvecchi), entrambi testi consigliati dall’Associazione Italiana di Sessuologia e Psicologia Applicata e dall’Istituto di Evoluzione Sessuale.

L’intervista esclusiva affronta temi succulenti come la dipendenza da sesso, i rapporti di dominazione/sottomissione, passando per l’orgasmo dei ravanelli, i matrimoni gay e i danni provocati da Cinquanta sfumature di grigio. Il tutto condito con l’ironia e l’arguzia a cui Ayzad ha abituato i suoi lettori.

Illustrati è scaricabile in PDF e consultabile online sul sito ufficiale, e sarà disponibile gratuitamente nelle librerie dai primi di febbraio. Il sito ufficiale di Ayzad è invece un must per approfondire alcuni degli argomenti di cui abbiamo chiacchierato assieme.

Buon 2013!

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Ecco che si conclude un altro giro del nostro piccolo pianeta attorno alla sua stella, il Sole, e ne comincia uno nuovo, pieno di speranze, bellezza e strane meraviglie. Si vuotino gli otri, s’alzino i boccali e si dia inizio ai baccanali!

A chi, come noi, ha fatto della curiosità sacerdozio e dello stupore una filosofia di vita, dedichiamo questo video in cui Richard Feynman (fisico premio Nobel, bonghista, scassinatore di serrature, scrittore e cantastorie… nonché uno dei nostri eroi) ci spiega come lo stesso calice di vino con cui brindiamo l’anno nuovo sia ricolmo di misteri e appassionanti domande.

E, visto che parliamo di spunti di ispirazione, ecco la risposta di Bertrand Russell a chi gli chiedeva quali concetti valesse la pena tramandare alle generazioni future. Il pensatore, logico e matematico gallese distilla qui, con la gentilezza che lo contraddistingue, tutto il suo straordinario percorso filosofico in due concisi, semplici consigli: sarebbe bello se l’umanità intera, ad ogni capodanno, li includesse nella lista di buoni propositi per l’anno a venire. (Nota: attivate i sottotitoli nel video se non li vedete automaticamente)

Auguri a tutti da Bizzarro Bazar!

Buon compleanno! – III

Ebbene sì, la crisi del terzo anno è superata! Siamo entrati nel quarto anno di vita di Bizzarro Bazar!

Il nostro piccolo e strano blog è ormai saldamente assestato su una media di oltre 50.000 visite mensili (1.800 visite quotidiane). È una bella iniezione di ottimismo, soprattutto perché i nostri argomenti di nicchia e le tematiche talora difficili (e il successo al cinema di pellicole come I soliti idioti – il film) non lasciavano certo presagire un folto seguito: invece pare proprio che la curiosità e la voglia di stupirsi siano ancora vive e vegete.

Come ogni anno, ringraziamo i nostri aficionados che ci seguono, commentano gli articoli e ci scrivono mail sempre più numerose e ricche di spunti. Un grazie di cuore anche a tutti coloro che ci hanno segnalato argomenti che, per un motivo o per l’altro, non sono poi stati trattati: la lista è davvero sterminata, il tempo poco, e anche l’entusiasmo cambia a seconda di come tira il vento. Dopotutto, l’unico modo di essere onesti è parlare di ciò che ci appassiona al momento.

Approfittiamo dell’occasione per dirvi, a voce bassa e di nascosto, che è in arrivo una bella novità, di cui potremo svelare i dettagli solo fra qualche giorno… ma via, non un altro indugio, bando alle ciance, un brindisi e parta un altro giro di giostra! Che sia propizio a tutti i lettori di Bizzarro Bazar!

Il mondo perirà per carenza non di meraviglie, ma di meraviglia. (John B. S. Haldane)

Keep The World Weird!

La biblioteca delle meraviglie – VIII

Angela Carter
LA CAMERA DI SANGUE
(1984-95, Feltrinelli, f.c.)

Femminista innamorata del simbolo, del mito e del fiabesco barocco, Angela Carter è stata una delle voci più distinte e originali della letteratura britannica del Novecento. I suoi romanzi e racconti vengono talvolta inseriti nella vaga definizione di “realismo magico”, in ragione dell’irruzione del fantastico nel contesto realistico, ma la scrittura della Carter unisce alla piacevolezza dell’affabulazione una complessa stratificazione di rimandi culturali che la avvicinano per certi versi al postmoderno. Non fanno eccezione queste fiabe classiche, rilette dalla Carter alla luce di una sensibilità moderna che ha metabolizzato stimoli distanti ed eclettici (la tradizione orale, i maudits francesi, Sade, la psicanalisi, ecc.).

Le favole reinventate ne La camera di sangue (fra le altre, Cappuccetto Rosso, Il gatto con gli stivali, la Bella e la Bestia, ecc.) sono di volta in volta crudeli, comiche, inquietanti o suggestive, ma sempre costruite alla luce di una particolare ironia che ne esalta i sottotesti sessuali o sessisti.

Il femminismo di Angela Carter, per quanto radicale, non è certamente manicheo ma pare anzi ambiguamente affascinato dalle figure maschili oppressive e dominanti (davvero esclusivamente per “denunciarle”?). In questo senso la vera e propria perla di questa antologia rimane il racconto d’apertura che dà il titolo alla raccolta, una rilettura libera della favola di Barbablù. La raffinatezza della descrizione dei sentimenti della sposa-bambina “acquistata” e segregata dal marito-orco è tra i punti più alti del libro: l’attrazione e la repulsione si confondono in modo quasi impercettibile nell’insicurezza virginale della protagonista. La prima notte di nozze avviene in una imponente camera del castello in cui il marito ha fatto istallare una dozzina di specchi – indicando la folla di ragazzine riflesse, esclama soddisfatto: “Guarda, me ne sono procurato un intero harem!”. Poi la deflorazione, ed ecco che con l’arrivo del sangue si disvela la maschera della sessualità come aggressione; sarà sempre il sangue a guidare come un filo rosso la protagonista alla scoperta del vero volto dell’assassino collezionista di mogli; e il sogno idilliaco si trasformerà in incubo proprio con l’apertura della porta proibita, la segreta del nero desiderio maschile, fatto di crudeltà e dominazione.

Per un’analisi del testo, rimandiamo a questa pagina.

Jacques Chessex
L’ULTIMO CRANIO DEL MARCHESE DI SADE
(2012, Fazi Editore)

Il libro postumo di Chessex esce in Italia a quasi tre anni dalla morte dell’autore svizzero, avvenuta per attacco cardiaco nel corso di una conferenza. E L’ultimo cranio ha certamente qualcosa di profetico, perché parla di uno scrittore che sta per morire: si tratta del famigerato Donatien Alphonse François de Sade, quel “divino marchese” che con il passare del tempo diviene una figura sempre più centrale nella cultura occidentale. La prima parte del romanzo racconta gli ultimi mesi di vita di Sade rinchiuso nel manicomio di Charenton, ormai minato nella salute a causa dei continui eccessi. La sua agonia è lenta e dolorosa: proprio lui, che ha passato gran parte della sua vita in cella, è ora costretto a fare i conti con un’altra prigione, quella della carne che va disfacendosi. Emorragie, coliche, tosse asmatica, obesità e sincopi lo rendono ancora più blasfemo e intrattabile del solito. In preda a uno sconfinato cupio dissolvi, Sade è ormai maniacalmente ossessionato dalle sue dissolutezze. La seconda parte del romanzo traccia invece la storia del suo cranio, che attraversa l’Europa e i secoli ritornando in superficie di tanto in tanto, e portando con sé un’aura magica di malvagità e sciagure. Come una vera e propria reliquia al contrario, il cranio diviene il simbolo beffardo di un ateismo che ha bisogno di martiri e di santi tanto quanto le religioni che disprezza. Questa duplicità rimanda evidentemente al celebre saggio di Klossowski Sade prossimo mio, in cui l’autore sottolinea più volte che l’ateismo del Marchese aveva necessità di una religione da vilipendere, e in definitiva anche il Sade di Chessex brucia di furia sovrumana, quasi divina. L’ultimo cranio, nonostante le accuse di pornografia e immoralità (oltre al sesso, il libro contiene anche qualche blasfemia esplicita), sorprende per la sostanziale pacatezza del linguaggio e i toni riflessivi che contrastano con la rabbia del protagonista: Chessex compone qui una misurata e matura vanitas, che ci parla della dissoluzione finale da cui non può scappare nemmeno un animo indomito.

Proprio perché l’uomo è solo, ha così terribilmente bisogno di simboli. Di un cranio, di amuleti, di oggetti di scongiuro. La consapevolezza vertiginosa della fine dell’individuo nella morte. A ogni istante, la rovina. Forse bisognerebbe considerare la passione per un cranio, e singolarmente per un cranio stregato, come una manifestazione disperata di amore di sè e del mondo già perduto“.

La biblioteca delle meraviglie – VII

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Concita De Gregorio

COSÌ È LA VITA – Imparare a dirsi addio

(2011, Einaudi)

Ancora un libro sulla morte, ma questa volta è una piccola gemma del tutto particolare. Una reazione, una ribellione etica e morale quella che anima Concita De Gregorio in questo libro a tratti doloroso, a tratti dolcissimo: la rivolta contro la scomparsa della vecchiaia e della morte dalle nostre quotidianità. La voglia, anzi, la necessità di essere in grado di rispondere alle domande dei nostri bambini: “a quanti anni si muore?”, “ma si muore per sempre?”, “mamma, per favore, potrei morire io prima di te?”. Perché molto spesso sono gli adulti, ad essere impreparati. E così la De Gregorio cerca di trovare un senso sul filo dei ricordi, di vari funerali sorprendenti che hanno trasformato il momento del dolore in occasione di vita e di meraviglia. Di fronte ad un mondo che predica l’estetica dell’eterna giovinezza, avere la possibilità di invecchiare è divenuta ormai una questione di dignità: e così lo è anche imparare il senso della perdita, accettare la possibile sconfitta, e insegnare anche questo ai bambini.

“Penso a Stefania Sandrelli morente che, ne La prima cosa bella, chiede a suo figlio se ha bisogno di mutande, calzini. Poi sospira: “Però ci siamo tanto divertiti”. È una fatica, raccontarsela tutta, ma una grande soddisfazione, un sollievo e una cura. Un’avventura magnifica. Ci siamo tanto divertiti, si dice sempre alla fine”.

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Christian Uva

IL TERRORE CORRE SUL VIDEO

(2008, Rubbettino Editore)

Il sottotiolo del libro di Christian Uva è Estetica della violenza dalle BR ad Al Quaeda. È l’immaginario del terrore che quotidianamente si riversa nelle nostre case attraverso TV, internet, telefonini: il crollo dell’11 Settembre, le minacce dei jihadisti, le esecuzioni sommarie, le decapitazioni degli ostaggi, l’impiccagione di Saddam Hussein ripresa con un videofonino, i video-messaggi di Bin Laden, le foto delle torture di Abu Ghraib, e via dicendo. Un fiume di immagini feroci che costellano e modificano il nostro stesso modo di vedere e interpretare il mondo. Christian Uva analizza il mutare nel tempo di questo genere di audiovisivi iperrealisti, e ne scandaglia l’estetica e la composizione semiotica. Scopriamo così i messaggi nascosti, inaspettati, che quelle immagini elettroniche contengono; capiamo come agiscono a livello visivo, qual è l’idea registica che sta alla base; e comprendiamo quanto l’utilizzo di questi filmati sia paragonabile a un’arma vera e propria, che si infiltra nelle più piccole crepe del nostro immaginario.

Il più misterioso dei libri

Immaginate di trovare, sepolto fra gli innumerevoli tomi custoditi gelosamente all’interno di una biblioteca gesuita, un misterioso manoscritto antico. Immaginate che questo manoscritto sia redatto in una lingua incomprensibile, o forse crittografato affinché soltanto gli iniziati siano in grado di leggerlo. Immaginate che sia corredato da fantastiche illustrazioni a colori di piante che non esistono, diagrammi di pianeti sconosciuti, strani marchingegni e strutture a vasche comunicanti in cui esseri femminili stanno immersi in liquidi scuri… e poi diagrammi intricati, agglomerati di petali, tubi, bizzarre ampolle, simboli raffiguranti cellule o esseri proteiformi…

Questo non è l’inizio di un film o di un romanzo. Questo è quello che accadde veramente a Wilfrid Voynich, mercante di libri rari, nel 1912, quando acquistò dal Collegio gesuita di Mondragone un lotto di libri antichi. Da quasi un secolo il cosiddetto “manoscritto Voynich” sconcerta gli esperti, impenetrabile a qualsiasi tentativo di decifrazione, e il dibattito sulla sua autenticità non è ancora giunto a conclusione.

Il libro sembra una sorta di compendio o catalogo biologico-naturalistico. I lunghi elenchi e indici numerati fanno riferimento alle illustrazioni ed evidentemente le analizzano con descrizioni meticolose. Il problema, se davvero si tratta di un’enciclopedia naturalistica, è che non sappiamo a quale natura si riferisca, visto che le piante disegnate a vividi colori non sono note ad alcun botanico. Anche i diagrammi che sembrano riferirsi all’astronomia (sarebbero riconoscibili alcuni segni zodiacali) lasciano interdetti gli studiosi. Ora, crittografare una lingua è possibile, ma crittografare un’immagine è davvero un’opera inaudita. Forse potremmo capire qualcosa in più se sapessimo chi è l’autore del manoscritto…

Un’analisi agli infrarossi avrebbe evidenziato una firma, in seguito cancellata: “Jacobi a Tepenece”. Questa firma sarebbe dunque quella di Jacobus Horcicki, alchimista del 1600 alla corte dell’imperatore Rodolfo II. Questo controverso sovrano, personaggio malinconico e schivo, interessato più all’occultismo e all’arte che alla politica, costruì la più grande wunderkammer del suo tempo, ammassando e catalogando oggetti meravigliosi da tutto il mondo, testi esoterici e dipinti dal valore inestimabile. Secondo molti studiosi era talmente ossessionato dalle arti oscure che il manoscritto Voynich potrebbe essere il risultato di una complessa truffa ai suoi danni. L’imperatore, come in molti sapevano, era disposto a sborsare somme enormi per acquistare testi magici ed alchemici. E allora perché non fabbricarne uno, dalla lingua incomprensibile, dalle immagini fantastiche, per impressionarlo e spillargli un bel po’ di quattrini? Forse gli anonimi truffatori avevano inizialmente firmato la loro opera con il nome dell’alchimista più famoso, Jacobus Horcicki appunto, per poi ritornare sui loro passi e cancellarlo, considerandolo un azzardo troppo rischioso?

La tesi del falso è supportata in gran parte dagli studi crittografici: nonostante non sia mai stato decifrato, nel linguaggio utilizzato nel manoscritto ci sono alcuni indizi che “puzzano” di bufala. La struttura sintattica, ad esempio, sembrerebbe semplicissima, fin troppo elementare; alcune parole, poi, vengono spesso ripetute consecutivamente, in alcuni casi addirittura per quattro volte. Eppure nessun esperto è riuscito a scoprire quale sia il metodo con cui il libro è stato composto, visto che non vi è utilizzato nessuno dei sistemi crittografici che sappiamo essere noti all’epoca.

All’inizio del 2011 è stata finalmente condotta un’analisi al carbonio-14 per datare il manoscritto. E, come c’era da aspettarsi, ecco l’ennesima sorpresa! Il manoscritto risale a un periodo compreso fra il 1404 e il 1438, e quindi è ben più antico di quanto finora ritenuto. Purtroppo questa scoperta non mette il punto finale alle discussioni…

Infatti le analisi al radiocarbonio non possono essere effettuate sugli inchiostri, ma soltanto sulle pagine. Se gli anonimi truffatori seicenteschi fossero riusciti a procurarsi un po’ di carta originale del 1400 su cui scrivere, allora la loro burla metterebbe nel sacco anche le nostre tecnologie.

Il mistero del manoscritto Voynich resiste dunque al passare del tempo. Ma da oggi anche voi, crittografi dilettanti, potrete cimentarvi nella decifrazione, perché il libro è stato finalmente pubblicato online per la consultazione gratuita. E se proprio non ambite ad essere i primi a svelare l’enigma, vi consigliamo ugualmente di sfogliarlo, anche soltanto per lasciarvi conquistare dal fascino che queste pagine emanano. Perché, diciamocelo sinceramente, gran parte dei cosiddetti “misteri” valgono soprattutto per le emozioni e la poesia che ci regalano finché restano insondabili e imperscrutabili… simboli mitici di ciò che sta al di là della nostra comprensione. E il manoscritto Voynich, che sia un falso oppure no, è capace di gettarci nell’incanto dell’ignoto.

Le scansioni delle pagine dell’intero manoscritto si trovano su questo sito. Questa invece è la pagina di Wikipedia, che riassume bene le varie ipotesi, teorie e ricerche nate attorno al libro.

James G. Ballard

Oggi è l’anniversario della nascita di uno degli ultimi giganti della fantascienza, James Ballard, spentosi nel 2009 all’età di 79 anni. Non soltanto autore di fantascienza, in realtà, perché Ballard la fantascienza l’ha sempre usata come pretesto, l’ha rivoltata come un calzino e l’ha piegata a suo piacimento. Non era interessato alla scoperta di mondi e galassie distanti, ma allo spazio interiore, alle supernove mentali e ai buchi neri dell’animo umano. Esploratore dissacrante dei miti dell’immaginario moderno, Ballard ne ha saputo sottolineare gli aspetti psicopatologici in epoche ancora non sospette. Dopo di lui non guarderemo mai più allo stesso modo un raccordo autostradale, una chirurgia estetica, l’omicidio Kennedy, un incidente d’auto, un centro balneare fuori stagione…

In ricordo, riportiamo qui un suo pezzo celeberrimo.

Ciò in cui credo, di James G. Ballard  

Credo nel potere che ha l’immaginazione di plasmare il mondo, di liberare la verità dentro di noi, di cacciare la notte, di trascendere la morte, di incantare le autostrade, di propiziarci gli uccelli, di assicurarsi la fiducia dei folli.

Credo nelle mie ossessioni, nella bellezza degli scontri d’auto, nella pace delle foreste sommerse, negli orgasmi delle spiagge deserte, nell’eleganza dei cimiteri di automobili, nel mistero dei parcheggi multipiano, nella poesia degli hotel abbandonati.

Credo nelle rampe in disuso di Wake Island, che puntano verso il Pacifico della nostra immaginazione.

Credo nel fascino misterioso di Margaret Thatcher, nella curva delle sue narici e nella lucentezza del suo labbro inferiore; nella malinconia dei coscritti argentini feriti; nei sorrisi tormentati del personale delle stazioni di rifornimento; nel mio sogno che Margaret Thatcher sia accarezzata da un giovane soldato argentino in un motel dimenticato, sorvegliato da un benzinaio tubercolotico.

Credo nella bellezza di tutte le donne, nella perfidia della loro immaginazione che mi sfiora il cuore; nell’unione dei loro corpi disillusi con le illusorie sbarre cromate dei banconi dei supermarket; nella loro calda tolleranza per le mie perversioni.

Credo nella morte del domani, nell’esaurirsi del tempo, nella nostra ricerca di un tempo nuovo, nei sorrisi di cameriere di autostrada e negli occhi stanchi dei controllori di volo in aeroporti fuori stagione.

Credo negli organi genitali degli uomini e delle donne importanti, nelle posture di Ronald Reagan, di Margaret Thatcher e della principessa Diana, negli odori dolciastri emessi dalle loro labbra mentre fissano le telecamere di tutto il mondo.

Credo nella pazzia, nella verità dell’inesplicabile, nel buon senso delle pietre, nella follia dei fiori, nel morbo conservato per la razza umana dagli astronauti di Apollo.

Credo nel nulla. Credo in Max Ernst, Delvaux, Dalì, Tiziano, Goya, Leonardo, Vermeer, De Chirico, Magritte, Redon, Dürer, Tanguy, Facteur Cheval, torri di Watts, Böcklin, Francis Bacon e in tutti gli artisti invisibili rinchiusi nei manicomi del pianeta.

Credo nell’impossibilità dell’esistenza, nell’umorismo delle montagne, nell’assurdità dell’elettromagnetismo, nella farsa della geometria, nella crudeltà dell’aritmetica, negli intenti omicidi della logica.

Credo nelle donne adolescenti, nel potere di corruzione della postura delle loro gambe, nella purezza dei loro corpi scompigliati, nelle tracce delle loro pudenda lasciate nei bagni di motel malandati.

Credo nei voli, nell’eleganza dell’ala e nella bellezza di ogni cosa che abbia mai volato, nella pietra lanciata da un bambino che porta via con sé la saggezza di statisti e ostetriche.

Credo nella gentilezza del bisturi, nella geometria senza limiti dello schermo cinematografico, nell’universo nascosto nei supermarket, nella solitudine del sole, nella loquacità dei pianeti, nella nostra ripetitività, nell’inesistenza dell’universo e nella noia dell’atomo.

Credo nella luce emessa dai videoregistratori nelle vetrine dei grandi magazzini, nell’intuito messianico delle griglie del radiatore delle automobili esposte, nell’eleganza delle macchie d’olio sulle gondole dei 747 parcheggiati sulle piste catramate dell’aeroporto.

Credo nella non-esistenza del passato, nella morte del futuro e nelle infinite possibilità del presente.

Credo nello sconvolgimento dei sensi in Rimbaud, William Burroughs, Huysmans, Genet, Celine, Swift, Defoe, Carroll, Coleridge, Kafka.

Credo nei progettisti delle piramidi, dell’Empire State Building, del Führerbunker di Berlino, delle rampe di lancio di Wake Island.

Credo negli odori corporali della principessa Diana.

Credo nei prossimi cinque minuti. Credo nella storia dei miei piedi.

Credo nell’emicrania, nella noia dei pomeriggi, nella paura dei calendari, nella perfidia degli orologi.

Credo nell’ansia, nella psicosi, nella disperazione.Credo nelle perversioni, nelle infatuazioni per alberi, principesse, primi ministri, stazioni di rifornimento in disuso (più belle del Taj Mahal), nuvole e uccelli.

Credo nella morte delle emozioni e nel trionfo dell’immaginazione.

Credo in Tokyo, Benidorm, La Grande Motte, Wake Island, Eniwetok, Dealey Plaza.

Credo nell’alcolismo, nelle malattie veneree, nella febbre e nell’esaurimento.

Credo nel dolore.

Credo nella disperazione. Credo in tutti i bambini.

Credo nelle mappe, nei diagrammi, nei codici, negli scacchi, nei puzzle, negli orari aerei, nelle segnalazioni d’aeroporto.

Credo a tutti i pretesti.

Credo a tutte le ragioni.

Credo a tutte le allucinazioni. Credo a tutta la rabbia.

Credo a tutte le mitologie, ricordi, bugie, fantasie, evasioni.

Credo nel mistero e nella malinconia di una mano, nella gentilezza degli alberi, nella saggezza della luce.

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