Link, curiosità & meraviglie assortite – 2

Da domani sarò all’Università di Winchester per partecipare alle giornate di studio interdisciplinari dedicate a “Morte, arte e anatomia“. Nell’ambito delle conferenze, parlerò di memento mori in relazione alla Cripta dei Cappuccini di Roma, già esplorata assieme ad altri ossari religiosi italiani nel mio Mors Pretiosa.
Nell’attesa di raccontarvi qualcosa dell’evento, e dei miei successivi giorni a Londra, vi lascio qualche curiosità da assaporare.

  • La SynDaver Labs, già responsabile di un cadavere sintetico per autopsie di cui avevo parlato in questo post, ha realizzato una versione canina per la formazione di chirurghi veterinari. Anche questo cagnolino, come il suo analogo umano, può respirare, sanguinare e perfino morire.

  • Anche se fosse farlocca, questa è una delle notizie più gustose degli ultimi tempi: a Sculcoates, East Yorks, alcuni ghost hunters visitano un cimitero ottocentesco e ad un tratto sentono strani e inquietanti lamenti. Monaci fantasma che si aggirano fra le lapidi? Presenze demoniache che infestano il luogo sacro? Niente di tutto questo. Nel cimitero, di nascosto, si sta girando un porno.
  • Parlando di strani posti in cui fare l’amore, perché non all’interno di una balena? È successo negli anni ’30 al Museo di Storia Naturale di Gothenburg, dove è presente l’unica balena blu completamente tassidermizzata, e al cui interno è stato ricavato un lounge con tanto di panche e tappeti. Dopo che una coppia è stata sorpresa in atteggiamenti intimi, il cetaceo è stato purtroppo chiuso al pubblico.

  • A margine dei manoscritti medievali si trovano spesso dei conigli intenti in improbabili battaglie e crudeltà diverse. Perché? Secondo questo articolo, si trattava essenzialmente di satira.

  • Se vi sembrano bizzarri i conigli battaglieri, aspettate di vedere i gatti con i razzi sulla schiena, raffigurati in alcuni codici miniati cinquecenteschi. Se ne parla sul National Geographic.

  • Un ultimo enigma iconografico. Qual è il senso delle strane litografie cinquecentesche in cui un satiro “scandaglia” le parti intime di una donna con il filo a piombo? Lo svela un approfondito e bellissimo studio.

  • Vite avventurose: Violet Constance Jessop era una cameriera e infermiera di cabina, sopravvissuta nel 1911 all’incidente della nave Olympia. E nel 1912 sopravvisse anche all’affondamento del Titanic. E nel 1916 all’affondamento del Britannic.

Peti sovversivi e ani musicali

Chi mi legge da un po’ conosce il mio amore per le storie non convenzionali, e la mia testarda convinzione che se si scava a fondo in qualsiasi argomento, per quanto all’apparenza inopportuno, è possibile incontrare piccole illuminazioni.
In questo post tenteremo assieme un ennesimo esercizio di equilibrismo. Partendo da una domanda che a tutta prima suona ridicola: può la flatulenza fornirci qualche intuizione sulla natura umana?

Un articolo del Petit Journal del 1 maggio 1894 descriveva “un artista più o meno lirico le cui melodie, canzoni senza parole, non vengono esattamente dal cuore. Per rendergli giustizia dobbiamo dire che egli è il pioniere di qualcosa di interamente originale, mentre libera dal profondo dei suoi calzoni quei gorgheggi che altri, gli occhi rivolti al cielo, proiettano verso il soffitto“.
Il sensazionale performer di cui parlava il quotidiano parigino era Joseph Pujol, celebre con il nome d’arte Le Pétomane.


Marsigliese di nascita, e all’epoca non ancora trentasettenne, Pujol aveva inizialmente proposto i suoi spettacoli nel Sud della Francia, a Cette, Béziers, Nîmes, Toulouse e Bordeaux per sbarcare infine a Parigi, dove si esibì per diversi anni al Moulin Rouge.
Il suo show di enorme successo si basava interamente sulle sue straordinarie abilità nell’emettere peti: era capace di imitare i suoni dei svariati strumenti musicali, colpi di cannone, tuoni; di modulare numerose melodie popolari, come La Marsigliese, Au clair de la lune, O sole mio; di spegnere candele con un colpo d’aria da 30 centimetri di distanza; di suonare flauti e ocarine collegati con un tubo al suo posteriore, dal quale poteva anche agevolmente fumare una sigaretta.
Forte di un successo sempre crescente a cavallo fra il XIX e il XX secolo, si esibì pefino di fronte al Principe di Galles, e anche Freud si recò a uno dei suoi spettacoli (sebbene più interessato alle reazioni del pubblico che all’artista in sé).


Pujol aveva scoperto la sua peculiare dote per caso a tredici anni, durante una nuotata nel Mediterraneo della sua Costa Azzurra. Avvertito di colpo un freddo penetrante all’intestino, era tornato di corsa in spiaggia e all’interno di una cabina aveva scoperto che il suo ano aveva per qualche motivo incamerato una buona quantità di acqua marina. Sperimentando negli anni, Pujol si era specializzato ad aspirare anche l’aria; non poteva trattenerla a lungo, ma il suo bizzarro talento gli aveva assicurato la notorietà tra i coetanei prima, e più tardi fra i commilitoni del suo battaglione.
Una volta assurto agli onori del palcoscenico, famoso e celebrato, Pujol venne anche esaminato da diversi medici interessati a studiarne l’anatomia e la fisiologia. Gli articoli di medicina sono un tipo di letteratura che personalmente adoro leggere, ma pochi sono così gustosi come l’articolo pubblicato nel 1892 sulla Semaine médicale dal dott. Marcel Badouin con il titolo Un cas extraordinaire d’aspiration rectale et d’anus musical (“Un caso straordinario di aspirazione rettale e di ano musicale”). Se masticate il francese, lo potete trovate qui.
Nell’articolo si scopre fra l’altro che una delle abilità (mai proposta nei suoi spettacoli per motivi di decenza) era sedersi su una bacinella d’acqua, aspirarla e spruzzarla con un forte getto fino a 5 metri di distanza.

La fine della carriera di Joseph Pujol coincise con l’inizio della Prima Guerra Mondiale. Resosi conto dell’inaudita disumanità del conflitto, Pujol decise che la sua arte ridicola e un po’ vergognosa non aveva più motivo di esistere in un momento talmente crudele, e si ritirò per sempre dalle scene a fare il panettiere, come suo padre prima di lui, fino alla morte nel 1945.
Per molto tempo la sua figura venne rimossa, quasi fosse un imbarazzo per la borghesia e gli intellettuali francesi che avevano riso fino a poco tempo prima delle esibizioni di questo strano guitto. Se ne tornò a parlare soltanto dopo la metà del XX secolo, in particolare con una biografia edita da Pauvert e con il film Il Petomane (1983) di Pasquale Festa Campanile, interpretato con la consueta vena comico-amara da Ugo Tognazzi (film peraltro mai distribuito in Francia).

Pujol in realtà non fu né il primo né l’ultimo petomane. Fra i suoi precursori un certo Roland the Farter, vissuto in Inghilterra nel XII secolo, che si guadagnò ben 30 acri di terreno e un’enorme tenuta in cambio dei suoi servigi di buffone per Re Enrico II. Continuò per contratto ad eseguire di fronte al sovrano, ad ogni giorno di Natale, “unum saltum et siffletum et unum bumbulum” (un salto, un fischio e un peto).
Ma il più antico petomane professionista di cui ci è giunta notizia è il giullare medievale Braigetóir, attivo in Irlanda, immortalato anche nella tavola più famosa del libro di John Derricke The Image of Irelande, with a Discoverie of Woodkarne (1581).

L’unico a tentare di replicare in tempi moderni gli exploit di Pujol è l’inglese Paul Oldfield, conosciuto come Mr. Methane, che oltre ad apparire a Britain’s Got Talent ha inciso un album e lanciato un’app per dispositivi Android. Se cercate qualche suo video su YouTube, noterete come purtroppo i tempi siano cambiati dalla distinta signorilità dell’unico film muto esistente di Pujol.


Torniamo ora alla domanda posta all’inizio del post. Cosa ci racconta la storia di Pujol, e dei petomani in generale? Qual è il motivo del loro successo? Perché la scorreggia ci fa ridere?

La flatulenza, come il resto delle espressioni corporali legate al disgusto, è un tabù culturale. Questo significa che il divieto che la riguarda è variabile nel tempo e nello spazio, acquisito, non naturale: è qualcosa, per intenderci, che non è innato ma ci viene insegnato fin da piccoli (e infatti sappiamo di quali “schifezze” siano capaci i bambini).
Gli antropologi collegano questo orrore per i fluidi e le emanazioni corporee alla paura di un’eredità animalesca, pre-civilizzata; la paura cioè di vederci nuovamente primitivi, di veder crollare quell’ideale borghese di dignità e pulizia sotto la spinta di un residuo di bestialità. È lo stesso motivo per cui le società civili rifiutano progressivamente la crudeltà, ritenuta tratto “inumano”.
La cosa davvero interessante è che storicamente si può rintracciare, seppure convenzionalmente, la nascita di questa famiglia di tabù: il processo di civilizzazione (e dunque l’innalzamento di questa frontiera o barriera sociale) viene fatto risalire ai secoli XVI e XVII — che non a caso videro affermarsi il successo del Galateo, il trattato di etichetta di Monsignor Della Casa.
In questo periodo, all’uscita dal Medioevo, la cultura occidentale comincia a porre regole di comportamento per limitare e codificare ciò che è ritenuto rispettabile.

Nel tempo però il tabù (come ha ricordato Freud) viene avvertito come un peso e una costrizione. Così la società ricerca o crea determinati ambiti in cui sia accettabile, per un breve lasso di tempo, operare uno “strappo alla regola”, evadere la disciplina. Si tratta dello stesso meccanismo sociale che stava dietro alle blasfeme inversioni carnascialesche, accettate solo in quanto precisamente limitate a uno specifico periodo dell’anno.

Allo stesso modo, le esibizioni di Pujol erano sfoghi liberatori possibili soltanto su un palcoscenico teatrale, nel contesto satirico del cabaret. Incrinando per lo spazio di un’ora la facciata idealistica del gentiluomo, e contrapponendogli l’uomo fisiologico, l’osceno della carne e i suoi imbarazzi, Pujol sembrava a un primo livello sbeffeggiare le convenzioni borghesi (come farà ad esempio Buñuel nella famosa scena del pranzo nel Fantasma della Libertà del 1974).
Se così fosse, se il suo spettacolo fosse stato semplicemente sovversivo, avrebbe recato offesa e sarebbe stato etichettato come spregevole; il suo successo invece sembra indicare un’altra direzione.

È assai più plausibile che Pujol, con i suoi modi affettati e raffinati in contrasto con i boccacceschi rumori intestinali, si ponesse come una sorta di maschera, di burattino, di innocuo saltimbanco: grazie a questa distanza, egli poteva probabilmente mettere in scena un vero e proprio rituale catartico. Il pubblico rideva delle sue impudiche prodezze, ma segretamente riusciva a ridere anche di se stesso, della natura indecente del proprio corpo. E magari ad accettare un po’ di più anche i propri difetti repressi.

Ecco dunque l’intuizione che forse ci regala questo breve, “disdicevole” excursus: ogni volta che sghignazziamo di fronte a un peto in un film, o a una volgare battuta di toilet humor, stiamo mettendo in atto una difesa e assieme un esorcismo nei confronti della realtà che più fatichiamo ad ammettere; quella di appartenere ancora, e comunque, al regno animale.

I neonati prematuri di Coney Island

Un tempo, sulla midway dei circhi o dei Luna Park, fra l’odore di hot dog e le grida degli imbonitori, si potevano vedere straordinarie attrazioni secondarie, dai mangiatori di fuoco alle donne barbute, dalle ballerine elettriche alle mostruosità più esotiche (ne abbiamo parlato ad esempio qui e qui).
Eppure, oltre al fascino che ancora esercita su di noi quest’epoca di ingenua meraviglia, c’è un’altra e meno conosciuta ragione per cui dovremmo essere grati alle vecchie fiere itineranti: fra coloro che stanno leggendo queste righe, quasi uno su dieci è vivo anche grazie ai sideshow.

Questa è la strana storia di come i Luna Park, e la caparbietà di un medico visionario, contribuirono a salvare milioni di vite umane.

Fino alla fine dell’800, i bambini nati prematuri non avevano pressoché alcuna possibilità di sopravvivenza. Gli ospedali non disponevano di unità neonatali in grado di assicurare cure efficaci per il problema, dunque i prematuri venivano ridati ai genitori affinché li portassero a casa — in pratica, a morire. Con ogni evidenza, Dio aveva deciso che quei bambini non fossero destinati a sopravvivere.
Nel 1878 un celebre ostetrico parigino, il Dr. Étienne Stéphane Tarnier, visitò una mostra chiamata Jardin d’Acclimation in cui veniva esibito anche un innovativo metodo di allevamento del pollame in ambiente riscaldato da un sistema idraulico, inventato da un impiegato dello Zoo di Parigi; immediatamente, il medico pensò di applicare lo stesso sistema ai neonati prematuri e commissionò la costruzione di una scatola che permettesse di condizionare la temperatura dell’ambiente in cui il bambino si trovava.
Dopo le prime, positive sperimentazioni all’Ospedale di Maternità di Parigi, ben presto l’incubatore fu dotato di una campanella che suonava quando la temperatura si alzava troppo.
Il suo braccio destro, Pierre Budin, sviluppò ulteriormente il concetto dell’incubatore di Tarnier, studiando da una parte come isolare e proteggere i fragili neonati dalle malattie infettive, e dall’altra ricercando le modalità e le quantità corrette di alimentazione di un bimbo prematuro.

Ma nonostante i buoni risultati, la comunità medica stentava a riconoscere l’utilità degli incubatori. Si trattava principalmente di una riserva dettata dalla mentalità dell’epoca: come ricordato, riguardo i bambini prematuri l’atteggiamento era piuttosto fatalista, e la morte dei piccoli più deboli era considerata inevitabile fin dall’alba dei tempi.

Fu così che Budin si decise a spedire un suo collaboratore, il Dr. Martin Couney, all’Esposizione Mondiale di Berlino nel 1896. Couney, il vero protagonista della nostra storia, era un personaggio fuori dal comune: al di là delle sue competenze di ostetrico, aveva uno sviluppato carisma e la verve di un vero animale da palcoscenico; queste sue doti si rivelarono, come vedremo, fondamentali per la riuscita della sua missione.
Couney, al fine di creare un po’ di clamore e diffondere meglio la novità, ebbe l’idea di esporre negli incubatori dei bambini prematuri in carne ed ossa. Dimostrando una notevole faccia tosta, chiese direttamente all’Imperatrice Augusta Vittoria di poter utilizzare alcuni infanti dell’Ospedale di Carità di Berlino. Il favore gli fu accordato, visto che comunque i neonati erano destinati a morte certa.
Però nessuno dei bambini alloggiati negli incubatori morì, e l’esposizione di Couney, intitolata Kinderbrutanstalt (“vivaio di bambini”) ebbe un’eco clamorosa in tutta la città.

Il successo si ripeté a Londra l’anno seguente, all’Esibizione di Earl’s Court (Couney totalizzò 3600 visitatori al giorno), e nel 1898 all’Esposizione Trans-Mississippi ad Omaha, Nebraska. Nel 1900 tornò a Parigi, all’Esposizione Mondiale, e nel 1901 alla Pan-American a Buffalo, NY.

L'edificio costruito per gli incubatori a Buffalo.

L’edificio costruito per ospitare gli incubatori a Buffalo.

Gli incubatori all’Esposizione di Buffalo.

Negli Stati Uniti, però, c’era una resistenza ancora maggiore nell’accettare questa innovazione e implementarla negli ospedali.
C’è da sottolineare che nonostante Couney stesse esibendo un’invenzione medica, lo stand con gli incubatori veniva (con suo grande disappunto) invariabilmente relegato nelle aree destinate al divertimento invece che nella sezione scientifica.
Fu forse per questo motivo che nel 1903 Couney prese una coraggiosa decisione.

Gli americani pensavano che quella non fosse altro che una trovata da circo? Bene, allora avrebbe dato loro l’intrattenimento che volevano. Ma a pagamento.

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Couney si trasferì definitivamente a New York, e aprì una nuova attrazione al parco di divertimenti stabile di Coney Island. Per i 40 anni successivi, ogni estate, il medico esibì bambini prematuri nei suoi incubatori, al costo di entrata di un quarto di dollaro. Il pubblico affluiva numeroso per contemplare quei bambini estremamente sottopeso, gracili e indifesi, che dormivano nelle loro scatole di vetro temperate. “Mio Dio, guarda che piccolo!“, si sentiva esclamare dalla folla, mentre la gente scorreva lungo la ringhiera che la teneva separata dalla corsia di incubatori, infilati l’uno dietro all’altro.

 
Couney, per enfatizzare le dimensioni minute dei suoi neonati, cominciò a ricorrere anche a trucchi da vero e proprio imbonitore: se il bimbo non era abbastanza minuscolo, aumentava le coperte che lo avvolgevano per farlo apparire più piccolo. L’infermiera  Madame Louise Recht, al fianco di Couney fin dalle primissime esibizioni a Parigi, di tanto in tanto infilava il suo anello sul braccio dei neonati, per dimostrare quanto fossero sottili i loro polsi: peccato che l’anello fosse in realtà di dimensioni sproporzionate anche per il dito dell’infermiera.

Madame Louise Recht con uno dei neonati.

Madame Louise Recht con uno dei neonati.

Bambino prematuro con al polso l’anello dell’infermiera.

L’attività di Couney, che presto si allargò a contare due centri di incubazione (uno a Luna Park e uno a Dreamland), può sembrare ai nostri occhi piuttosto cinica. Eppure non era affatto così.
I bambini ospitati nelle sue attrazioni erano stati rifiutati dagli ospedali della città, e consegnati ai genitori che non avevano speranze di vederli sopravvivere; il “Doctor Incubator” prometteva alle famiglie di curarli senza alcuna spesa da parte loro, a patto di poterli esporre al pubblico. I 25 centesimi che il pubblico pagava per vedere i neonati coprivano interamente le elevate spese di incubazione e di alimentazione dei piccoli, garantendo addirittura un modesto margine di guadagno per Couney e i suoi collaboratori. In questo modo, i genitori avevano un’opportunità di salvare il proprio bambino senza sborsare un soldo, e Couney poteva continuare la sua opera di sensibilizzazione sull’importanza e l’efficacia del metodo.
Cosa più unica che rara nell’America di inizio secolo, Couney non faceva nemmeno distinzioni di razza, esibendo neonati di colore a fianco di neonati dalla pelle chiara. I suoi incubatori annoverarono fra i loro “ospiti” anche la figlia prematura di Couney stesso, Hildegarde, che più tardi divenne infermiera e affiancò il padre nella gestione dell’attrazione.

Infermiere con bambini alla Fiera Mondiale di Flushing, NY. Al centro la figlia di Couney, Hildegarde.

Oltre ai suoi due stabilimenti di Coney Island (uno dei quali rimase distrutto nel terribile incendio del 1911), Couney continuò a portare in tour per tutti gli Stati Uniti i suoi incubatori, da Chicago a St. Louis a San Francisco.
In quarant’anni di attività Couney trattò circa 8000 bambini e salvò almeno 6500 vite; ma la sua instancabile ostinazione nel divulgare l’incubatore ebbe effetti ben più vasti. I suoi sforzi, sul lungo termine, contribuirono all’apertura delle prime unità ospedaliere di cura intensiva neonatale, oggi presenti in tutto il mondo.

Dopo un picco di popolarità a inizio secolo, sul finire degli anni ’30 il sucesso degli incubatori di Couney cominciò a calare. Si trattava di un’attrazione ormai vecchia e risaputa.
Quando il primo reparto per bambini prematuri venne inaugurato al Cornell’s New York Hospital, nel 1943, Couney confidò a suo nipote: “la mia opera è conclusa“. Dopo 40 anni di quella che aveva sempre considerato propaganda a fin di bene, chiuse definitivamente la sua attività a Coney Island.

Martin Arthur Couney (1870–1950).

La maggior parte delle informazioni presenti in questo post provengono dallo studio più approfondito sull’argomento, ad opera del Dr. William A. Silverman (Incubator-Baby Side Shows, in Pediatrics, 1979).

(Grazie, Claudia!)

Il Tè delle Muse

Te delle muse

Domenica 22 novembre alle ore 16 presso i bellissimi Musei Civici di Reggio Emilia, parlerò di meraviglie macabre assieme allo storico Carlo Baja Guarienti.

La nostra chiacchierata si inserisce nella serie di incontri chiamata Il Tè delle Muse: titolo a mio avviso splendido, perché l’ironico richiamo all’etimologia del “museo” sottolinea la sua originaria funzione di luogo di incantamento e ispirazione. Non esiste dunque spazio migliore per parlare di quella che ho chiamato spesso la meraviglia nera; da anni su queste pagine propongo di superare i pregiudizi che la parola “macabro” può generare, e di comprendere che molte delle curiosità ritenute “morbose” possano invece rivelarsi passioni nobili e per certi versi necessarie. Si parlerà di esotismo, di nuove tendenze, di wunderkammer e di punti di intersezione fra l’arte, la scienza e il sacro.

Ecco la pagina ufficiale dell’evento.

La meraviglia nera – un’intervista

Ormai conoscete la mia ammirazione per Mariano Tomatis, storico e teorico dell’illusionismo che con i suoi libri e il suo Blog of Wonders si dedica da sempre al reality hacking: gli esperimenti, le suggestioni e le illuminazioni che propone mettono in discussione la realtà come la conosciamo, spingendoci ad addentrarci in una dimensione magica e sconosciuta.

Recentemente ho avuto occasione di parlare con Mariano sui temi della meraviglia nera e del suo potere sovversivo. È online l’audio della nostra chiacchierata, che tocca temi quali la figura del trickster nelle cosmogonie dei Nativi Americani, lo “scandalo” del Qoelet, la crudeltà e l’osceno, i Cafés maudits, i freakshow, David Lynch e Werner Herzog, la collana Bizzarro Bazar, le wunderkammer e la bellezza della morte.

Potete ascoltare l’audiointervista qui.

Il Diavolo e i Sette Nani

Un pallido sole era appena sorto quella mattina, quando un soldato bussò alla porta dell’Angelo. Non avrebbe mai disturbato il suo sonno, se non fosse stato certo di portargli una scoperta davvero eccezionale. Udita la novità, l’Angelo si vestì in men che non si dica e si affrettò verso i cancelli, gli occhi brucianti di trepidazione.
Era il 19 maggio 1944, ad Auschwitz-Birkenau, e Josef Mengele stava per incontrare la più grande famiglia di nani di cui si avesse notizia.

Gli Ovitz erano originari di Rozavlea, un villaggio nel distretto di Maramureș in Transilvania (Romania). Il loro patriarca era il rabbi itinerante Shimson Eizik Ovitz, affetto da pseudoacondroplasia, una forma di nanismo; nell’arco di due matrimoni egli aveva avuto dieci figli, di cui sette affetti dalla sua stessa malattia genetica. Cinque di loro erano femmine, e due maschi.
Il nanismo impediva i lavori manuali e faticosi: come risolvere il paradosso di una famiglia così numerosa in cui la forza lavoro era però quasi inesistente? Gli Ovitz decisero di rimanere il più uniti possibile, e si dedicarono all’unica attività che avrebbe garantito una vita decorosa a tutti loro: lo spettacolo.

Fondarono quindi la “Lilliput Troupe”, uno show itinerante in cui si esibivano soltanto i sette fratelli e sorelle nani; gli altri membri della famiglia, di media statura, operavano dietro le quinte occupandosi della stesura degli sketch, dei costumi o lavorando come manager per ottenere nuovi ingaggi. Il loro show di due ore consisteva principalmente in numeri musicali, in cui la famiglia proponeva le hit del momento suonando strumenti costruiti su misura (piccole chitarre, viole, violini, fisarmoniche). Per quindici anni girarono con enorme successo tutta l’Europa centrale, unico spettacolo di soli nani nella storia dell’intrattenimento, finché l’ombra scura del Nazismo non li raggiunse.

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Gli Ovitz, sulla carta, erano destinati a morire. Innanzitutto perché erano ebrei osservanti; e in secondo luogo perché erano “malformati”, e secondo il programma di eutanasia chiamato Aktion T4 le loro erano “vite indegne di essere vissute” (Lebensunwertes Leben). All’epoca del loro arrivo ad Auschwitz, erano in dodici. Il più giovane era un bambino di 18 mesi.

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Josef Mengele, soprannominato l’Angelo della Morte (Todesengel), è rimasto una delle figure più tristemente celebri di quegli inimmaginabili anni di terrore. Nei racconti dei sopravvissuti, il suo personaggio è senza dubbio il più enigmatico e spiazzante: uomo colto e raffinato, doppia laurea in antropologia e medicina, affascinante come un divo di Hollywood, Mengele possedeva un secondo volto, fatto di violenza e crudeltà, capace di affiorare in maniera del tutto disinvolta. A quanto si racconta, poteva portare zucchero ai bambini nel campo nomadi, suonare il violino per loro e, poco dopo, iniettare nel loro cuore del cloroformio su un tavolo di laboratorio o compiere personalmente un’esecuzione di massa a colpi di pistola. In qualità di medico del campo, spesso iniziava la giornata stando sulla banchina e decidendo con un colpo d’occhio e un gesto della mano chi fra i nuovi deportati era destinato al campo o a essere eliminato nelle camere a gas.
Era nota la sua ossessione per i gemelli, che secondo le sue ricerche e quelle del suo mentore Otmar von Verschuer (sempre bene informato delle attività del suo pupillo), avrebbero racchiuso i segreti definitivi dell’eugenetica. Mengele condusse esperimenti umani di ineguagliato sadismo, infettando individui sani con varie malattie, eseguendo dissezioni a paziente vivo e senza anestesia, iniettando inchiostro negli occhi per provare a renderli più “ariani”, sperimentando veleni e bruciando i genitali delle sue cavie con l’acido. Mengele non era uno scienziato pazzo che operava di nascosto, come si era inizialmente creduto, ma era spalleggiato dall’élite della comunità scientifica tedesca: essi godevano sotto il III Reich di inusitata libertà, a patto che dimostrassero che le loro ricerche fossero relative alla costruzione di una razza superiore di combattenti – uno dei chiodi fissi di Hitler.

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“Ora ho lavoro per vent’anni”, esclamò Mengele. Appena vide la famiglia Ovitz, dispose immediatamente che venissero risparmiati e collocati in baracche privilegiate, in cui avrebbero ricevuto razioni di cibo più abbondanti e goduto di migliore igiene. Era particolarmente interessato al fatto che la famiglia comprendesse sia individui di media statura che affetti da nanismo, così ordinò che anche i membri “normali” fossero salvati dalle camere a gas. A quel punto, anche alcuni altri prigionieri dello stesso villaggio degli Ovitz dichiararono di essere loro parenti (e gli Ovitz si guardarono bene dal tradirli), e vennero spostati assieme a loro.

In cambio di una vita relativamente più agiata rispetto agli altri internati – non erano stati rasati a zero, né costretti ad abbandonare i propri vestiti – gli Ovitz vennero sottoposti a una serie di esperimenti. Mengele prelevava regolarmente ingenti campioni di sangue (anche dal piccolo di 18 mesi).

Resoconti scritti di medici deportati gettano ulteriore luce sulle infinite misurazioni e comparazioni antropologiche tra gli Ovitz e i loro vicini di casa, che Mengele aveva scambiato per appartenenti alla famiglia. I dottori prelevarono midollo osseo, estrassero denti sani, strapparono capelli e ciglia, e svolsero test psicologici e ginecologici su tutti loro.
Le quattro donne nane sposate furono sottoposte ad attento scrutinio ginecologico. Le ragazze minorenni del gruppo erano terrificate dalla fase successiva dell’esperimento: temevano che Mengele le accoppiasse con i maschi nani e trasformasse i loro uteri in veri e propri laboratori, per vedere quale progenie ne sarebbe risultata. Si sapeva che Mengele l’aveva già fatto con altri soggetti sperimentali.

(Koren & Negev, The dwarfs of Auschwitz)

In tutto questo, l’Angelo bianco manteneva un rapporto volutamente ambiguo con la famiglia, in continuo equilibrio fra la spietata crudeltà e l’inaspettata gentilezza. D’altronde, se aveva raccolto centinaia di gemelli e poteva permettersi di sacrificarli quando voleva (si racconta di sette coppie di gemelli uccisi in una sola notte), aveva soltanto una famiglia di nani.
Eppure gli Ovitz non coltivavano finte speranze: erano consci che, nonostante i privilegi, sarebbero morti lì.

Invece vissero abbastanza a lungo da vedere la liberazione di Auschwitz il 27 gennaio 1945. Camminarono per ben sette mesi per tornare al loro villaggio, ma trovarono la loro casa completamente saccheggiata; quattro anni più tardi emigrarono in Israele, e ricominciarono i loro spettacoli fino a quando non si ritirarono dalle scene nel 1955.

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Mengele, com’è noto, scappò in Sudamerica sotto falso nome e nei suoi oltre trent’anni da fuggitivo la sua leggenda crebbe a dismisura, amplificandone le già terribili gesta fino a identificarlo con una sorta di demonio che gettava  bambini vivi nel forno e uccideva per semplice divertimento. Diversi resoconti ne restituiscono una versione meno esagerata e colorita, ma non per questo meno inquietante: gli esperimenti umani condotti a Birkenau (e, nello stesso periodo, in Cina all’interno della famigerata Unità 731) sono fra gli esempi più agghiaccianti di una ricerca scientifica che si stacca completamente dalla questione etica.

L’ultima appartenente alla famiglia, Perla Ovitz, si spense nel 2001. Fino alla fine continuò a raccontare la storia della sua famiglia, racchiudendo in una sola frase tutta l’impotenza e la dolorosa assurdità di una simile vicenda, impossibile da spiegare a se stessa e al mondo: “mi sono salvata per grazia del diavolo“.

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Per approfondire:

Un estratto video dal documentario The Seven Dwarfs of Auschwitz (acquistabile e scaricabile qui) , in cui è presente anche uno stralcio del racconto di Perla Ovitz.
Giants: The Dwarfs of Auschwitz (Koren&Negev, 2013) è la principale ricerca sulla famiglia Ovitz, basata sulla testimonianza di Perla Ovitz e decine di altri superstiti.
Children of the Flames: Dr. Josef Mengele and the Untold Story of the Twins of Auschwitz (Lagnado e Dekel, 1992) racconta degli esperimenti di Mengele sui gemelli, con interviste a innumerevoli sopravvissuti.
– Il video in cui il figlio di Mengele, Rolf, racconta del suo incontro con il padre – che non aveva mai conosciuto e che viveva in incognito in Brasile.
La verità su Cândido Godói, paesino del Brasile con un’inaspettata incidenza di parti gemellari, in cui negli anni ’60 si aggirava uno strano medico tedesco: Mengele ha continuato i suoi esperimenti in Sud America?

Buon compleanno ! – VI

BBMoss

Oggi cade il sesto anniversario di Bizzarro Bazar.

Anche quest’anno non è stato avaro: fino ad ora abbiamo ospitato storie di disertori travestiti da donna, misteriose scritte sui cavalcavia, cocktail a base di dita umane, feroci ammutinamenti, babbuini ferrovieri, laboratori di crocifissione, postini folli, martiri, santi, cannibali, automi, teste rimpicciolite e teschi celebri. E, ovviamente, la tomba di Gesù Cristo in Giappone.
Da poco il blog è diventato bilingue (avete notato le piccole bandiere in alto?), quindi ora potete segnalare i nostri post anche ai vostri amici anglofoni.

Nel frattempo, è in preparazione il terzo volume della Collana Bizzarro Bazar, che sarà disponibile a breve: dopo La Veglia Eterna e De Profundis, il nuovo libro concluderà questa “trilogia”  sui luoghi sacri italiani in cui è possibile un contatto diretto con la morte e con i resti umani.

Colgo l’occasione, come al solito, per ringraziare i lettori che con i commenti e le segnalazioni contribuiscono a mantenere vivo questo spazio. E un grazie davvero speciale a coloro che hanno deciso di effettuare una donazione tramite PayPal: sono la dimostrazione che anche in Italia si può cominciare a pensare diversamente, sostenendo in maniera diretta il lavoro che ci sta a cuore.

Gli auguri, quindi, non ce li facciamo da soli: li rivolgiamo alla piccola “comunità” indipendente sorta nel tempo attorno a Bizzarro Bazar, e composta da appassionati di stranezze, cercatori di meraviglie, collezionisti di sogni ed esploratori dell’incanto.

Keep The World Weird!

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Yamanaka Manabu

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Dove ci sono uomini
troverai mosche
e Buddha
(Kobayashi Issa)

Chiunque percorra un autentico cammino spirituale dovrà confrontarsi con il lato oscuro, osceno, terribile della vita. Questo è il sottinteso della parabola agiografica che vede il Buddha, Siddhartha Gautama, uscire di nascosto dal suo idilliaco palazzo reale e scoprire con meraviglia e angoscia l’esistenza del dolore (dukkha), che accomuna tutti gli esseri viventi.

Il fotografo giapponese Yamanaka Manabu da 25 anni esplora territori liminali o ritenuti tabù, alla ricerca della scintilla divina. Il suo intento, nonostante la crudezza degli scatti, non è certo quello di provocare un facile shock: piuttosto, lo sforzo che si può leggere nelle sue opere è tutto incentrato sulla scoperta della trascendenza anche in ciò che normalmente, e superficialmente, potrebbe provocare ripugnanza.

Gyahtei: Yamanaka Manabu Photographs è la collezione dei suoi lavori, organizzati in sei serie di fotografie. I sei capitoli si concentrano su altrettanti soggetti “non allineati”, rimossi, reietti, ignorati: sono dedicati rispettivamente a bambini di strada, senzatetto, persone affette da malattie che provocano deformità, anziani, feti abortiti, e carcasse di animali.

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L’approccio di Manabu è ammirevolmente rigoroso e rispettoso. Le sue non sono foto sensazionalistiche, né ambigue, e ambiscono invece a catturare degli attimi in cui il Buddha risplende attraverso questi corpi sbagliati, emarginati, rifiutati. Con la tipica essenzialità della declinazione giapponese del buddhismo (zen), i soggetti sono perlopiù ritratti su sfondo bianco – e il bianco è il colore del lutto, in Giappone, e sottile riferimento all’impermanenza. Sono foto rarefatte ed essenziali, che lasciano al nostro sguardo il compito di cercare un significato, se mai riusciremo a trovarlo.

Ogni serie di fotografie ha necessitato di 4 o 5 anni di lavoro per vedere la luce. Quella intitolata “Arakan” è emblematica: “Una mattina, incontrai una persona vestita di stracci che camminando lentamente emetteva un odore pungente. Aveva lo sguardo fisso verso un posto lontano, occhi raminghi e fuori fuoco. Cominciai di mattino presto, in bicicletta, cercandoli fra strade affollate e parchi pubblici. Appena li trovavo, chiedevo loro “Per favore, lasciatemi scattare una foto”. Ma non acconsentivano a farsi ritrarre così facilmente. L’idea li disgustava, e io li inseguivo e continuavo a chiedere il permesso ancora e ancora. Ho continuato a seguirli senza curarmi dei loro sputi e dei loro pugni, finché la pazienza veniva meno. Allora finalmente mi concedevano di fotografarli“.
Dopo 4 anni di ricerche, e centinaia di foto, Manabu ha selezionato 16 scatti che a suo parere mostrano degli esseri al confine fra l’umano e la condizione di Risveglio. “Sono sicuro che queste persone meritano di essere chiamate Arakan, titolo riservato a colui il quale recide i legami della carne ed è assiduo nel praticare l’austerità“.

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Nella sua sincera indagine sul significato dell’esistenza non poteva mancare la contemplazione della morte. Il suo racconto della ricognizione su una carcassa di cane illustra perfettamente il processo che sottende il suo lavoro.

Nel mio tentativo di comprendere la “morte”, ho deciso di guardare il corpo morto di un cane regolarmente, sulla costa. 

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    – L’ho accarezzato sulla testa, domandandomi se la sua vita fosse stata felice.

Giorno 2
– La sua faccia sembrava triste. Ho sentito l’odore diventare più forte.

Giorno 5
– Molti corvi si sono assiepati sul posto, a beccare i suoi occhi e il suo ano.

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Giorno 7
Il suo corpo era gonfio, e sangue e pus ne uscivano. Nuvole di mosche su di lui, e l’odore divenne terribile.

Giorno 10
– La bocca era infestata di larve, e il corpo si era gonfiato del doppio. Quando ho toccato il corpo, era caldo. Pensando che il corpo avesse in qualche modo ripreso vita, mi sentii ispirato e giunsi le mani verso di esso.

Giorno 12
– La pelle dell’addome si era lacerata, e molte larve erano visibili all’interno. Mi sentii deluso quando scoprii che il calore era causato dallo sfregamento degli insetti. Pensai che la “morte” è brutta e dolorosa.

Giorno 15
– Si poteva vedere l’osso da una parte della pelle strappata della faccia. Il corpo divenne sottile come quello di una mummia. L’odore divenne meno penetrante. Il corpo morto sembrava bello come un’immagine di creta, e scattai alcune fotografie.

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– Le larve erano scomparse, e la testa, gli arti e il corpo erano completamente smembrati. Sembrava che nessuna creatura avrebbe potuto mangiarne ancora. In effetti di fronte a questa scena sentii che il cane era veramente morto.

Giorno 32
– Soltanto piccoli pezzi di osso bianco sono rimasti, e sembrano sprofondare nella terra.

Giorno 49
– L’erba nuova è cresciuta sul posto, e l’esistenza del cane è scomparsa.

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Ma forse la sua serie più toccante è quella intitolata “Jyoudo” (la casa del Bodhisattva).
Qui siamo confrontati con il volto più crudele della malattia – sindromi genetiche o rare, alle quali alcuni esseri umani sono destinati fin dalla nascita. Senza mai cedere alla tentazione del dettaglio fastidioso, Manabu colleziona degli scatti al contrario pietosi e commoventi, volutamente asciutti. Qui la condizione umana e la sua insensatezza trovano un perfetto compimento: uomini e donne segnati dalla disgrazia, “forse per via di cattive azioni nelle vite passate, o soltanto perché sono pateticamente sfortunati“.

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Il confronto con queste estreme situazioni di malattia è, come sempre in Manabu, molto umano. “In una casa di riposo ho incontrato una giovane ragazza. Non era altro che pelle e ossa, a stento capace di respirare mentre stava distesa. Perché è nata così, e che insegnamento dovremmo trarre da un simile fatto? Per capire il significato della sua esistenza, non potevo fare altro che fotografarla.
Persone che gradualmente diventano più piccole mentre il loro corpo esaurisce tutta l’acqua, persone i cui corpi si putrefanno mentre la loro pelle si stacca e le loro fattezze diventano rosse e gonfie, persone le cui teste pian piano si espandono a causa dell’acqua che si raccoglie all’interno, persone con piedi e mani assurdamente grandi, e via dicendo. Ho incontrato e fotografato molti individui simili, che vivono con malattie inspiegabili, senza speranza di cura. Eppure, perfino in questo stato, quando li guardavo senza farmi vincere dalla paura, vedevo quanto le loro vite fossero veramente naturali. Cominciai a sentire la presenza di Bodhisattva all’interno dei loro corpi. Queste persone erano l’ “Incarnazione del Bodhisattva”, i figli di Dio.

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Quando un artista, un fotografo in questo caso, decide di esplorare programmaticamente tutto ciò che in questo mondo è terribile e ancora in attesa di significato, il confronto con la vecchiaia è inevitabile. D’altronde i quattro dolori riconosciuti dal Buddha, in quella famosa e improvvisata uscita da palazzo, sono proprio la nascita, la vecchiaia, la malattia e la morte. Quindi i corpi nudi di persone anziane, in attesa del sacrificio ultimo, rappresentano la naturale prosecuzione della ricerca di Manabu. Pelle avvizzita e segnata dal tempo, anime splendenti anche se piegate dal peso degli anni.

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E infine ecco la serie dedicata ai feti abortiti o nati morti. “Per una ragione imperscrutabile, non ogni vita è benvenuta in questo mondo. Eppure per uno sfuggente attimo questo piccolo embrione, a cui è stata negata l’ammissione prima ancora che lanciasse il suo primo grido, ha sollecitato in me un’immagine eterna della sua perfetta bellezza.”

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Quelle di Yamanaka Manabu sono visioni difficili, dure, sconcertanti; forse non siamo più abituati a un’arte che non si fermi alla superficie, che non si nasconda dietro il manierismo o lo sfoggio del “bello”. E qui, invece, siamo di fronte a una vera e propria meditazione sul non-bello (ovvero asubha, ne avevamo parlato in questo articolo).
Nell’apparente semplicità della composizione queste opere ci parlano di una ricerca di verità, di senso, che è senza tempo e senza confini. Fotografie che si interrogano sull’esistenza del dolore. E che cercano di catturare quell’attimo in cui, attraverso e oltre il velo della sofferenza, si può intravvedere l’infinito.

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Ecco il sito ufficiale di Yamanaka Manabu.

La strage degli albini

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Quest’anno in Tanzania si terranno le elezioni.
Di conseguenza, quest’anno si innalzerà il numero di bambini albini che verranno uccisi e fatti a pezzi.

Il nesso fra i due eventi è costituito dalla stregoneria africana, che permea la società tanzaniana a quasi tutti i livelli, e a cui molti dei candidati faranno ricorso per vincere ai seggi elettorali. Infatti nonostante ogni villaggio in Tanzania possa vantare una chiesa, una moschea o entrambe, questo non significa che gli abitanti abbiano abbandonato le credenze tradizionali.

Di fatto, risulta evidente che, per quanto formalmente vi sia una presa di distanza nei confronti della stregoneria, nella pratica essa sia a tutt’oggi fortemente radicata nel pensiero tanzaniano.
Sussiste l’idea che l’insuccesso, la malattia e la morte possano dipendere da azioni malefiche, e questo ha permesso al guaritore tradizionale, il mganga wa kienyeji, di sopravvivere ed operare ancora intensamente, nonostante la presenza di una legislazione coloniale ancora attiva che dovrebbe condannare la sua attività, e un Sistema Sanitario pensato per raggiungere in maniera capillare anche le zone rurali.
(A. Baldassarre, Gravidanza e parto nell’ospedale di Tosamaganga, Tanzania, 2013)

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Al di là dei giudizi facili e riduttivi sulla superstizione, l’ignoranza o l’arretratezza del cosiddetto Terzo Mondo, è importante comprendere che se la stregoneria è ancora così viva, è perché assolve a una funzione sociale ben precisa: quella del controllo delle pulsioni e dell’istituzione di un codice di condotta reputato appropriato – quindi, essenzialmente, è uno di quegli elementi che cementano e tengono assieme l’identità della società.

Con i discorsi di stregoneria e le azioni pratiche dirette contro la stregoneria, la società mantiene viva la capacità di osservarsi preoccupata.
(A. Bellagamba, L’Africa e la stregoneria: Saggio di antropologia storica, 2008).

In Tanzania, la magia (sia benevola che malevola) è praticata ma allo stesso tempo temuta e condannata. Questo stigma dà origine ad una complessa serie di conseguenze. Un uomo che si arrichisce troppo in fretta, ad esempio, viene sospettato di essere uno stregone; quindi in generale le persone cercano di nascondere, o perlomeno condividere con il gruppo, la propria fortuna – appunto per non essere accusati di stregoneria, ma anche per evitare di provocare l’invidia altrui, che porterebbe a nuovi sortilegi e malefici. Evidentemente questo meccanismo diventa problematico quando ad esempio una donna incinta si sente costretta a nascondere la gravidanza per non suscitare le gelosie delle amiche, oppure nel caso più eclatante delle violenze di cui parliamo qui: la strage degli albini che ormai da decenni si consuma, purtroppo senza grande clamore mediatico.

Worshippers carry oil lanterns during a night time procession through the streets of Benin's main city of Cotonou,

Il 2015 è partito male: a febbraio Yohana Bahati, un neonato albino di un anno del distretto di Chato nella Tanzania settentrionale, è stato strappato dalle braccia della madre da cinque uomini armati di machete. La donna è finita in ospedale con multiple ferite alle braccia e al volto per aver cercato di difendere il figlioletto; il cadavere del bambino è stato ritrovato pochi giorni più tardi, senza braccia e né gambe. Nel dicembre precedente era sparita una bambina albina di 4 anni, che non è stata più ritrovata.

L’albinismo è diffuso nell’Africa sub-sahariana più che altrove: se in Occidente colpisce una persona su 20.000, in Tanzania l’anomalia genetica arriva a toccare la percentuale di un individuo su 1.400.
Sono quasi un centinaio gli albini assassinati negli ultimi quindici anni, ma le cifre ovviamente si riferiscono soltanto ai casi scoperti e denunciati. E soprattutto non tengono conto di tutte le vittime che sono sopravvissute alle mutilazioni.
Il macabro listino dei prezzi di questa caccia all’albino fa rabbrividire. Secondo un report delle Nazioni Unite, in Tanzania le diverse parti del corpo (orecchie, lingua, naso, genitali e arti) da utilizzare nei rituali di stregoneria possono arrivare a valere 75.000 euro; la pelle sul mercato nero è venduta dai 1.500 ai 7.000 euro. L’anno scorso in Kenya è stato arrestato un uomo che cercava di vendere un albino ancora vivo, per la somma di 250.000 dollari. Secondo le credenze, i poteri magici degli albini sono molteplici: le loro ossa sono in grado di togliere il malocchio; con un loro braccio si può localizzare l’oro in una miniera; con i seni e i genitali si preparano pozioni contro l’infecondità; ultimamente pare si sia diffusa addirittura l’idea che stuprare una donna albina potrebbe curare l’AIDS… e via dicendo.

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Emmanuel Festo

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Nel 2009, un attivista ha dichiarato all’agenzia AFP: “Sappiamo che gli informatori che identificano un albino vulnerabile possono ricevere un compenso di 100 dollari, sappiamo che gli assassini vengono pagati migliaia di dollari, ma non è chiaro chi siano i reali consumatori; stiamo parlando di un grosso business, e c’è corruzione nella polizia e nei tribunali, ecco perché le uccisioni continuano“.

Nonostante la situazione sia tutt’altro che rosea, di fronte alle pressioni internazionali forse qualcosa si sta muovendo: proprio il mese scorso, trentadue stregoni e più di duecento guaritori tradizionali, secondo la BBC, sono stati arrestati dalla polizia tanzaniana – segnando forse un’inversione di marcia rispetto alla precedente riluttanza delle autorità ad intervenire sulla questione. Intanto, diverse iniziative sono sorte per cercare di dare una voce a questo eccidio, come ad esempio l’audiolibro sociale italiano Ombra Bianca (fra i testimonial, anche diversi premi Nobel, Papa Francesco, il Dalai Lama). Il film White Shadow (2013), opera prima di Noaz Deshe premiata a Venezia con il Leone del Futuro, racconta la vita difficile di un ragazzino albino in Tanzania, fra discriminazioni e violenze.

Il corpo del gigante

Abbiamo spesso raccontato le vicende degli appartenenti alla grande famiglia delle meraviglie umane, quelle persone uniche e particolari che chiamiamo freaks – ma nell’accezione affettuosa, per rivendicarne la diversità come valore e orgoglio.
Come accade per le vite di molti freaks, anche quella di Edouard Beaupré cominciò in maniera del tutto comune e senza alcun presagio di un futuro straordinario. Nato il 9 gennaio del 1881, Edouard fu il primo bambino ad essere battezzato nella minuscola comunità di Willow Bunch, nelle praterie canadesi, che ancora oggi conta meno di trecento abitanti.

Era il più vecchio dei ben venti figli di Florestine Piché e Gaspard Beaupré, e per i primi tre anni di vita non mostrò segni particolari; ma le cose sarebbero cambiate. Presto il bambino cominciò a crescere a una velocità davvero incredibile: a nove anni era già alto 1,83 metri. Il corpo del ragazzo continuava a ingrandirsi, ad aumentare costantemente in peso e altezza, senza che si potesse arginare questo sviluppo portentoso.

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Tutto sommato Edouard era ancora un giovane di bella presenza, dolce e gentile, abilissimo nel cavalcare e il cui sogno era quello di diventare un giorno un cowboy. Ma la sorte non era decisamente dalla sua parte: un giorno, mentre tentava di domare un cavallo imbizzarrito, l’animale gli assestò un violento calcio e lo zoccolo lo prese in pieno volto, spezzandogli il setto nasale.

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Il gigante era ormai anche sfigurato. Su pressione dei genitori si decise quindi a intraprendere la strada dello spettacolo, facendo leva sul suo fisico fuori dall’ordinario, in modo da aiutare economicamente la famiglia.
Edouard cominciò a girare il Canada e gli Stati Uniti, e la sua popolarità crebbe finché non venne ingaggiato addirittura dal Barnum & Bailey, il più grande e celebre dei carrozzoni circensi.

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Il gigantismo spesso porta con sé problemi alle ossa e alla muscolatura, e non è raro che a dispetto della stazza i giganti siano in realtà molto fragili e deboli. Questo però non era il caso di Edouard Beaupré, che faceva della prestanza fisica il fulcro del suo show: egli accentrava, per così dire, due differenti figure classiche del sideshow in un unico performer – era al tempo stesso un gigante e un “uomo forzuto” (strongman).
Il suo spettacolo consisteva in varie prove di forza e sollevamento di pesi. Ma era il colpo di scena finale che lasciava invariabilmente il pubblico attonito e senza fiato. Edouard faceva chiamare sulla pista uno dei suoi amati cavalli. Raccontava, scherzando, di come da ragazzo avesse abbandonato il sogno di fare il cowboy perché anche in sella al cavallo più alto le sue gambe toccavano il terreno; così ora utilizzava l’animale per tenersi in forma… detto questo, Edouard si chinava sotto il cavallo e, caricandoselo sulle spalle, alzava la bestia da terra. Un sollevamento da più di 400 chili.

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Il 25 marzo del 1901 Edouard, seppure sfibrato da una malattia che l’anno successivo avrebbe scoperto essere tubercolosi, incontrò in un match di wrestling Louis Cyr, l’uomo che ancora oggi viene considerato il più forte mai vissuto – capace di sollevare 227 chilogrammi con un dito e quasi due tonnellate sulla schiena. Per l’occasione Edouard venne misurato ufficialmente, la sua altezza era di 2,37 metri. L’incontro sul ring durò pochissimo: il gigante venne sconfitto in un battibaleno perché non si azzardò nemmeno a toccare il grande campione. A detta di chi lo conosceva bene probabilmente Edouard, vista la sua natura gentile, aveva troppa paura di fare male all’avversario.

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Il 3 luglio del 1904, alla Fiera Mondiale di Saint Louis, dopo la sua consueta performance, Beaupré crollò a terra. La continua crescita, che non accennava a fermarsi, e la tubercolosi avevano avuto la meglio sul suo fisico causandogli un’emorragia polmonare. Portato all’ospedale in fin di vita, Edouard ebbe appena il tempo di mormorare quanto fosse triste morire così giovane e lontano dai suoi genitori. Così la vita del celebre Willow Bunch Giant si spense, ad appena 23 anni di età.
Ma la sua storia non finisce qui.

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Un certo Dr. Gradwohl eseguì l’autopsia sul suo corpo, e come ci si poteva aspettare trovò un tumore all’ipofisi che probabilmente aveva causato il gigantismo di Edouard. Dopodiché il corpo venne affidato alle cure di una ditta di pompe funebri, Eberle & Keyes, per essere imbalsamato e preparato per la sepoltura. La salma avrebbe dovuto essere rispedita nel paesino natale di Edouard, ma il manager del circo, William Burke, convinse la famiglia Beaupré che i costi sarebbero stati troppo elevati, e che Edouard avrebbe avuto una degna sepoltura anche lì dove si trovava. I genitori acconsentirono, ignari del fatto che Burke in realtà non aveva alcuna intenzione di sborsare nemmeno un dollaro. Dopo aver fatto credere alla famiglia che il funerale aveva avuto luogo e che loro figlio era sepolto nel cimitero di St. Louis, Burke tagliò la corda e ripartì con il circo per un’altra città, lasciando il cadavere all’agenzia funebre.

I gestori dell’agenzia, furiosi per non essere stati pagati, decisero di rientrare delle spese sostenute per l’imbalsamazione esponendo il corpo del gigante in vetrina. La cosa non durò molto, perché dopo qualche giorno la polizia intimò loro di rimuoverlo dalla pubblica vista. A questo punto comincia l’odissea del cadavere di Edouard, venduto inizialmente a uno showman itinerante, poi riportato a Montréal da un amico della famiglia Beaupré, Pascal Bonneau. Qui venne esibito per sei mesi all’Eden Museum di Rue St. Laurent, una specie di squallido museo delle cere; eppure per vedere il gigante si formavano file di spettatori così lunghe da bloccare la strada.
Verso il 1907 il cadavere diventa proprietà del Montréal Circus, altra realtà in decadenza. Esposta su un catafalco, la salma imbalsamata rimane facile preda dell’umidità, che la rovina, finché il circo non va in bancarotta. Accusati di “esibizione abusiva di cadavere”, i proprietari abbandonano le spoglie di Edouard in un capannone del parco cittadino di Bellerive.
Sono dei bambini a scoprirlo, con orrore, mentre giocano.

Enorme corpo di uomo trovato dai bambini a Bellerive Park – una verdeggiante ma povera parte della città. Il dottore locale è stato chiamato, e mi ha notificato che era in presenza di un gigante umano. La condizione dei resti non è specificata. Ho acquistato questa scoperta incredibile con grandi speranze per la ricerca e l’esame. Il dottore mi ha chiesto furtivamente quanto può costare un simile tesoro. Gli ho detto di portarmi il cadavere, in un sacco.” Così annotava sul suo diario il Dr. Louis-Napoléon Délorme, appassionato di deformità, che pagò 25 dollari per il corpo di Edouard. Viste le povere condizioni della salma, procedette a mummificarla definitivamente, e la usò per diverse dissezioni con i suoi studenti dell’Università di Montréal. Infine il gigante trovò una nuova sistemazione, sotto vetro, alla Facoltà di Medicina.

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Lì rimase fino agli anni ’70, quando Ovila Lespérance, nipote di Edouard Beaupré, chiese all’Università di restituire alla famiglia i resti del gigante di Willow Bunch. Nel 1989 il comitato accademico acconsentì alla cremazione delle spoglie di Edouard, che finalmente il 7 luglio 1990 vennero inumate nella piccola cittadina canadese: oggi una statua a grandezza naturale ricorda le fattezze di Beaupré, e i turisti possono anche confrontare i propri piedi con l’orma di una scarpa del gigante gentile. Che, dopo 85 anni di peripezie, ha finalmente trovato riposo.

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La maggior parte delle informazioni contenute in questo articolo provengono da The Anatomy of Edouard Beaupré, di Sarah Kathryn York.

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