Cibi rituali napoletani

di Michelangelo Pascali

Tutti conoscono la cucina italiana, ma pochi sanno che diverse pietanze hanno anche un significato simbolico. Il guestblogger Michelangelo Pascali ci porta alla scoperta del valore metaforico di alcuni piatti partenopei.

La cultura napoletana mostra una densa simbologia che accompagna la preparazione e il consumo, soprattutto a scopo propiziatorio, di alcuni cibi durante le feste rituali, intensamente sentite e legate per lo più al passaggio delle stagioni e al percorso della vita. Feste antichissime, alcune delle quali successivamente cristianizzate.
Più precisamente, il significato simbolico dei cibi rituali può essere legato talora alla ciclicità della vita, talaltra all’eccezionalità di particolari momenti sociali.

Nella categoria dei “cibi della devozione” si inserisce a pieno diritto il bianco e duro torrone, che si mangia durante le festività dei morti, tra gli ultimi giorni di ottobre e i primi di novembre. Con le mandorle al suo interno vuole rappresentare le ossa dei defunti che vanno, secondo un’ottica antropofagica, assimilate dentro di sé (un po’ come succede con gli scheletri di zucchero messicani). Il cosiddetto torrone dei morti può assumere tradizionalmente anche una forma squadrata ricoperta di cacao scuro, che steso a rivestire la bianca pasta diventa così del tutto simile alla sagoma di un tavùto («bara»).

Le decorazioni romboidali della pastiera, dolce pasquale, richiamano invece i campi arati, alludendo, assieme al grano grosso che forma la sua base, alla venuta della stagione più mite e più affine alla vita.


La rinascita primaverile, dopo la “morte” dell’inverno, trova una sua rappresentazione anche nel casatiello, tradizionale rustico della Pasquetta, la cui lievitazione deve avvenire un’intera notte dal tramonto all’alba, e che si presenta a forma circolare bucata. Il richiamo qui è alla ciclicità del tempo, secondo la lettura tipica di una società legata alla terra (per certi versi distante dal messaggio finalistico proprio della religione cristiana); i formaggi e i salumi nell’interno rievocano ancora una volta i defunti sepolti nel terreno. Ma la vera particolarità sono le uova, che spuntano per metà dalla torta, protette da una “croce” di pasta: un elemento bizzarro, che non avrebbe ragione di esistere se non come allegoria della nascita, visto che le uova sono posizionate, per l’appunto, “da sotto la terra alla terra” o “dalla terra al cielo”.

Nel menu della vigilia partenopea “i cibi comandati si chiamano ancora ‘devozioni’, proprio come nei banchetti sacri dell’antica Grecia”, e “l’obbligo del mangiare di magro si rovescia nel suo contrario” (M. Niola, Il sacrificio del capitone, in Repubblica del 15 dicembre 2013).
Il tradizionale cenone natalizio segue la falsariga degli antichi pranzi funerari (con la presenza irrinunciabile di frutta secca e frutti di mare), e provvede alla consumazione delle scorte residue prima dell’anno nuovo, come ad esempio nella menestra maretata.

Ma il protagonista assoluto è il capitone, grossa anguilla femmina dalla peculiarissima riproduzione (dovuta ai suoi costumi migratori), legato simbolicamente all’Uroboro, dal greco οὐροβόρος. Questa somiglianza con il serpente, animale che in tantissime culture viene associato al tempo proprio per la sua capacità di comporre un cerchio, è nel caso del capitone associata anche all’acqua, elemento vitale per antonomasia.
Il capitone viene prima allevato in famiglia, per finire poi ucciso dai suoi componenti (in un rito che prevede la possibile “fuga” dell’animale), richiamando esplicitamente il sacrificio rituale intracomunitario.

Il capitone, ancora vivo, viene tagliato a pezzi e gettato in una padella colma di olio bollente, mentre ciascuna delle sue singole parti si contorce e si agita freneticamente: in questa preparazione, è come se si disaggregasse e incorporasse l’infinito ciclo mentre ancora esso si muove. L’equiparazione del capitone al serpente come allegoria del male appare invece propria di una simbologia più tarda e, in qualche modo, giustapposta.

Sugli struffoli, dolci in foggia di piccole sfere ricoperte di miele — ingrediente prezioso, tanto che il corpo di Gesù Bambino è indicato come “roccia che dà miele” —, canditi e diavulilli (piccolissimi confetti di vari colori), possiamo solo avanzare l’ipotesi che essi indichino, con il loro aspetto, una connessione con il piano stellare. Questi dolcetti si offrono infatti a Natale, un momento tanto importante per la cosmologia: il solstizio d’inverno è definito da Macrobio la “porta degli dei”, in quanto sotto il segno del Capricorno è possibile la comunicazione tra gli uomini e le divinità. È il momento in cui si dice siano nate diverse divinità solari, come il persiano Mitra, il semidio irlandese Cú Chulainn, il greco Apollo — protettore precristiano di Napoli, il cui tempio era situato proprio dove ora si trova il Duomo. E il Santo protettore Gennaro, il cui sangue è conservato proprio nel Duomo, è simbolicamente affine ad Apollo.
Ovviamente anche la Chiesa ha fissato in prossimità del solstizio la nascita di Cristo, in precedenza collocata al sei gennaio: il 21 dicembre la Terra registra la massima distanza dal Sole, per poi riavvicinarsi dopo tre giorni.

La sfogliatella (riccia), invece, allude evidentemente nella sua forma all’organo genitale femminile, la “valle di fuoco” (secondo la traduzione della parola napoletana di uso comune, e di origine greca). Essa ci riporta ai riti orgiastici, diffusi in quel di Napoli per oltre un millennio e mezzo dall’avvento del cristianesimo, che si svolgevano in numerosi luoghi particolari, tra cui le grotte del Chiatamone. Questo dolce era forse pensato proprio per fornire ai partecipanti un alto apporto energetico.

Di carattere squisitamente profano appare infine l’inscindibile binomio di chiacchiere e sanguinaccio. La forma delle prime ricorda le lingue (o i cartigli su cui, nei dipinti e nei bassorilievi, erano impresse le parole di chi era rappresentato). Il secondo invece era originariamente a base di sangue di maiale.
Durante il Carnevale, unica vera festa profana rimanente, questa accoppiata di dolci suona come una specie di invito all’omertà: avverte e diffida dal contaminare con logiche ordinarie la carica sovversiva di questo rito che è per eccellenza egualitario (le maschere occultano l’identità individuale, rendendo irriconoscibili ma anche indistinguibili i presenti).
Quel che accade a Carnevale, insomma, lì deve rimanere confinato — pena “affogare le lingue nel sangue”.

Link, curiosità & meraviglie assortite – VI

Fatevi avanti! Nuova raccolta di notizie weird dal mondo, storie improbabili e fatti curiosi per fare i saputelli con gli amici! Garantiti per rompere il ghiaccio alle feste!

  • Avete visto quanto carini e ciccini sono i pipistrelli della frutta? Quanto vi piacerebbe avere un cuccioletto così, che fa le sue faccine buffe mentre gli offrite pezzetti di anguria o di banana?
    Un’esperta di pipistrelli spiega in questo illuminante articolo tutti i motivi per cui tenere questi mammiferi come animali domestici sia in realtà una pessima idea.
    Non solo per ragioni etiche (praticamente rovinereste la loro esistenza) ed economiche (mantenerli costa, e più di quanto immaginiate); ma soprattutto perché, nonostante quei meravigliosi musetti da rubacuori, i pipistrelli — come posso dire — non seguono esattamente il nostro galateo.
    Mentre sono a testa in giù, si spargono la propria urina per tutto il corpo per puzzare appropriatamente. Defecano in continuazione. E soprattutto fanno sempre sesso — etero e omo, vaginale, orale e anale, e chi più ne ha più ne metta. Se li tenete da soli, i maschi si dedicheranno testardamente all’auto-fellatio. Cercheranno di accoppiarsi anche con voi.
    E se ancora pensate “Be’, insomma, cosa vuoi che sia”, vi ricordo che stiamo parlando di questo.
    La prossima volta che un vostro amico posta un video di pipistrelli coccolosi su un social, linkategli pure questa foto. Non c’è di che.
  • Sesso + animali è un binomio che offre sempre intrattenimento assicurato. Prendete ad esempio il ragno Latrodectus: dopo aver copulato, il maschio si offre volontariamente in sacrificio per essere divorato dalla femmina, a beneficio della futura prole. E non è l’unico ad aver compreso i vantaggi evolutivi del cannibalismo.
  • A Rennes in Francia, sotto un convento, sono stati ritrovati più di 1.380 corpi datati dal XIV al XVIII secolo. Uno di essi apparteneva a una nobildonna, Louise de Quengo, Signora di Brefeillac; assieme a lei, nella bara, è stato trovato il cuore di suo marito sigillato in un contenitore di piombo. La ricerca su queste sepolture, pubblicata di recente, potrebbe riscrivere quello che pensavamo della mummificazione in epoca rinascimentale. Ecco due articoli, in italiano e in inglese.

  • Restando in tema, ecco un ottimo articolo su alcune fra le meno note mummie italiane: quelle di Mosampolo.
  • E ancora riguardo ai patrimoni italiani che raramente finiscono sotto i riflettori, ecco un bell’articolo su BBC Culture riguardo le Catacombe di San Gaudioso a Napoli, i cui affreschi mostrano una sorta di danza macabra ma con un dettaglio sconcertante: là dove ora si trovano dei buchi, al posto del volto, un tempo erano posizionate delle teste essiccate e dei veri teschi.
  • Cambiamo scenario. Immaginate un futuro alla Blade Runner: un enorme cartellone pubblicitario, delle incredibili dimensioni di 1 km², orbita intorno alla Terra rischiarando le notti con le sue luci elettriche colorate, come una seconda luna, sponsorizzando una bibita gassata o l’ultima marca di shampoo. Per ora ce lo siamo evitati, ma non vuol dire che qualcuno non ci abbia pensato. Ecco la pagina Wiki dedicata allo space advertising.
  • Già che parliamo di spazio, l’ottimo pezzo The Coming Amnesia ipotizza un futuro in cui le galassie saranno così distanti l’una dall’altra da non essere più visibili con alcun telescopio. Questo vuol dire che gli abitanti del futuro saranno convinti che l’unica galassia esistente sia la loro, e non potranno mai arrivare a teorizzare qualcosa come il Big Bang. Ma un attimo: e se qualcosa di simile fosse già successo? Se qualche dettaglio fondamentale per comprendere la natura del cosmo fosse già scomparso per sempre, impedendoci di avere un quadro completo?
  • Per insegnare in maniera intuitiva cos’è il contrappunto, il programmatore Stephen Malinowski di Berkeley crea delle grafiche in cui le varie linee melodiche sono suddivise per colori. E di colpo diviene chiara anche per chi non conosce la musica quale sia la meravigliosa complessità di una fuga per organo di Bach:

  • E per finire in bellezza, non appena avete 10 minuti liberi vi consiglio di tuffarvi nelle atmosfere poetiche e fantastiche di Goutte d’Or, corto franco-danese in stop-motion diretto da Christophe Peladan. Un’ironica storia di pirati non-morti che, sapendo bene di non poter competere con i blockbuster caraibici, fa di necessità virtù e si permette qualche malizia tutta francese.

Le nozze fantasma

Cina, provincia di Shanxi, nella parte settentrionale della Repubblica.
All’inizio del 2016, il capo della polizia della contea di Hongtong dà l’allarme: nel triennio precedente sono stati accertati almeno una dozzina di furti di cadavere all’anno. Le salme disseppellite e trafugate sono tutte di giovani donne, e la tendenza è talmente in crescita che molte famiglie preferiscono inumare i membri femminili vicino alle loro case, piuttosto che in luoghi più appartati. Altri fanno ricorso a tombe in cemento, installano telecamere a circuito chiuso, assoldano guardie o costruiscono delle grate attorno al sito di sepoltura, proprio come si faceva nell’Inghilterra dei body snatchers. Sembra che in alcune parti della provincia il corpo di una ragazza morta in giovane età non sia mai troppo al sicuro.
Cosa c’è dietro a questo trend inquietante?

Questi episodi di furto di cadavere sono collegati a un’antichissima tradizione che si pensava abbandonata da molto tempo: l’usanza dei “matrimoni nell’aldilà”.
La morte di un maschio giovane e celibe è considerata un evento che porta sfortuna all’intera famiglia: l’anima del ragazzo infatti non trova pace, senza una compagna.
Per questo i familiari, nell’intento di trovare una sposa per il defunto, si affidano a degli intermediari che si occupano di metterli in contatto con altre famiglie le quali hanno, a loro volta, recentemente perso una figlia. I due giovani deceduti vengono dunque sposati mediante un rito apposito e seppelliti assieme, per il sollievo di entrambe le famiglie.
Questo tipo di matrimoni sembra risalga alla dinastia Qin (221-206 a.C.) anche se le fonti principali attestano la pervasività della pratica a partire dalla dinastia Han (206 a.C.-220 d.C.).

Il problema è che, visti gli ingenti guadagni derivanti da un simile traffico, alcuni di questi “agenti di matrimonio” non si fanno scrupoli ad agire in clandestinità per dissotterrare le preziose fanciulle: talvolta, per rivendere i corpi, fingono di essere parenti della morta, ma in altri casi trovano famiglie in lutto che sono semplicemente disposte a pagare pur di trovare una sposa al loro caro estinto, chiudendo un occhio sulla provenienza del cadavere.

Fino a qualche anno fa i “matrimoni fantasma” si svolgevano utilizzando delle simboliche figurine di bambù, vestite con abiti tradizionali; oggi che il benessere è aumentato si arriva a spendere anche 100.000 yuan (equivalenti a circa 15.000 euro) per un cadavere fresco di fanciulla. Anche dei resti umani più vecchi, ricomposti con filo di ferro, possono valere intorno agli 800 euro. D’altronde sono proprio gli anziani dei villaggi ad ammonire le nuove generazioni: per scacciare la sfortuna non c’è niente di meglio che un’autentica salma.
Nonostante la pratica sia stata dichiarata illegale nel 2006, il business è talmente lucrativo che gli arresti si moltiplicano e si ha notizia almeno di due omicidi compiuti al fine di rivendere il corpo della vittima.

Se a primo sguardo questa tradizione ci può sembrare macabra e insensata, soffermiamoci un attimo sulle possibili motivazioni.
Nella provincia in cui si concentrano gli episodi, un grande numero di ragazzi maschi lavorano nelle miniere di carbone dove gli incidenti sul lavoro sono tristemente frequenti. La maggioranza di questi giovani costituiscono la sola prole avuta da una coppia, a causa della politica del figlio unico attuata dal governo cinese fino al 2013.
Oltre ai motivi legati alla superstizione, dunque, c’è anche una componente psicologica importante: immaginate il sollievo se, nel processo di elaborazione del lutto, poteste ancora fare qualcosa per rendere felice il vostro caro estinto. Ecco, il “matrimonio degli spiriti” agisce proprio da compensazione per la perdita di un ragazzo amato, morto magari lavorando per supportare la famiglia.

I matrimoni fra due defunti, o fra una persona viva e una morta, non sono peraltro prerogativa della Cina. In Francia le nozze postume (svolte solitamente quando una donna perde in modo prematuro il fidanzato) vengono regolarmente richieste facendo ricorso al Presidente della Repubblica, che ha il compito di rilasciare il permesso. Lo scopo è quello di riconoscere eventuali figli concepiti prima del decesso, ma vi possono essere anche motivazioni puramente emotive. In effetti è relativamente lunga la lista dei paesi che hanno visto casi di matrimoni in cui uno o entrambi i gli sposi non erano più in vita.

Infine, una piccola curiosità.
Nel celebre film di Tim Burton La sposa cadavere (2005), ispirato a una leggenda secolare (se ne può trovare un’incarnazione romantica anche nell’antologia Fantasmagoriana, nel racconto Die Todtenbraut di F. A. Schulze), è un anello infilato quasi per gioco su un arbusto a sancire l’inconsapevole fidanzamento dell’oltretomba.
Assai simile a quel ramoscello, all’apparenza innocuo, è il “trabocchetto” usato a Taiwan quando muore una giovane donna ancora nubile: i familiari piazzano per strada dei pacchetti rossi contenenti soldi dei morti, oppure una ciocca di capelli o delle unghie della morta. Il primo uomo a raccogliere il pacchetto è tenuto a sposare la giovinetta deceduta, pena un’indicibile sventura. Potrà poi prendere nuovamente moglie, ma dovrà riverire per sempre la sposa “fantasma” come la sua prima, vera moglie.

Questi rituali si rendono necessari quando un individuo accede all’aldilà prematuramente, senza aver eseguito un rito di passaggio fondamentale come il matrimonio (quindi senza aver completato il “corretto” percorso della sua vita). Come spesso accade nelle usanze funebri, la pratica ricopre una funzione benefica e apotropaica sia per il gruppo sociale dei vivi che per il defunto stesso.
Viene cioè scongiurata da una parte la sfortuna che potrebbe colpire i parenti; si viene a creare “per procura” quel legame tra due diverse famiglie che sarebbe mancato in assenza di un vero e proprio matrimonio; e ad un tempo ci si assicura anche che l’anima lasci questo mondo in pace, e non si avventuri per il suo ultimo viaggio indossando il marchio di una disgraziata solitudine.

Luca Cableri, il cercatore di meraviglie

Luca Cableri è un uomo divorato da una sconfinata passione.
Gallerista e collezionista, studia la storia delle wunderkammer da decenni; eppure quando ne parla, i suoi occhi si illuminano ancora. Chi si ostina a voler cercare la meraviglia, lo fa anche perché rifiuta di dimenticare lo sguardo del bambino — del bambino che era, del bambino che tutti siamo stati.

La più spettacolare creazione di Luca è Theatrum Mundi, una wunderkammer atipica e originale che si trova in pieno centro storico ad Arezzo.
Appena varcata la soglia della galleria, si entra in uno spazio straniante: sotto le bellissime volte affrescate del palazzo signorile che ospita questa collezione, si possono ammirare meraviglie antiche e moderne — scheletri di dinosauri e tute spaziali, edizioni originali del Monstorum historia dell’Aldrovandi e forchette per il cannibalismo rituale, tassidermie esotiche e installazioni di design contemporaneo.

Questi accostamenti “eretici” tra oggetti di museologia classica e rimandi alla cultura pop non sono affatto arbitrari, ma seguono una filologia che vuole dar conto dell’evoluzione che il concetto stesso di meraviglia ha subìto attraverso i secoli. Se il coccodrillo imbalsamato appeso al soffitto era un tempo una vera e propria icona dello stupore (nessuna wunderkammer poteva dirsi completa senza un coccodrillo o un dente di narvalo!), il collezionista moderno non può ignorare le declinazioni attuali di meraviglia: ecco perché Theatrum Mundi propone anche reperti dell’era spaziale, o cimeli relativi alle arti più giovani, come il cinema.

Luca insegue questa sua estetica con spirito surrealista e un po’ irriverente, esponendo per esempio una maschera sciamanica di fianco a quella utilizzata nel film The Mask con Jim Carrey.

Theatrum Mundi testimonia quindi l’attualità del concetto di wunderkammer, e ha il grande merito di proporre un tentativo di svecchiamento. Con questo suo personale modo di infondere nuova vita al collezionismo di curiosità, Luca sta anche invitandoci a cercare il nostro.

A ottobre ho invitato Luca a parlare all’Accademia dell’Incanto, presso la galleria di Giano Del Bufalo; e nonostante tutte le nostre serate abbiano avuto un ottimo riscontro, il suo talk ha registrato il tutto esaurito nel giro di poche ore dall’apertura delle prenotazioni.
Visto l’interesse, ho pensato dunque di fargli qualche domanda per Bizzarro Bazar, anche a beneficio di chi non ha potuto partecipare alla sua lezione su come si “reinventa” una wunderkammer.

Ricordi com’è iniziata tua passione per le camere delle meraviglie?

Tutto è iniziato da piccolissimo, mio padre mi portava al fiume dove incominciai a raccogliere sassi e bastoncini dalle forme strane e quasi aliene; poi ci fu l’epoca delle conchiglie, e in seguito, in età adolescenziale, mi cimentai con i collage, ritagliando dalle riviste le figure più bizzarre che colpivano la mia immaginazione.
All’università scoprii il concetto di wunderkammer e ne rimasi affascinato, mi documentai parecchio, incominciai a visitare mostre e musei… e così oggi faccio il raccoglitore di meraviglie.

Credo che il tuo lavoro sulla galleria Theatrum Mundi abbia soprattutto il merito di smentire un assioma che molti danno per scontato: che il collezionismo di wunderkammer sia un sottogenere dell’antiquariato. Capita che i tuoi abbinamenti fra pezzi antichi e moderni facciano storcere il naso ai puristi?

La galleria Theatrum Mundi di Arezzo, che ho aperto con il mio socio Iacopo Briano, è stato un grande “azzardo ragionato” in un periodo di crisi non solo economica ma anche per l’antiquariato classico. Pensare di proporre meteoriti, tute spaziali, dinosauri, maschere precolombiane, sarcofagi egizi o oggetti originali del cinema è stato veramente innovativo, e quando si propone qualcosa di nuovo c’è sempre chi ti guarda con sospetto o ti critica. Tutto ciò che non si conosce o scardina la normalità all’inizio fa paura, destabilizza. Però molti antiquari classici, dopo aver storto il naso in un primo periodo, hanno incominciato ad apprezzare il nostro approccio alle wunderkammer. C’è anche l’indubbio vantaggio di poter esporre nella stessa stanza, con disinvoltura, un busto romano e la tuta originale di Batman, una maschera rituale della Nuova Guinea e un quadro d’arte contemporanea. L’importante è che gli oggetti siano messi in condizione di “parlare” tra loro.

Esiste davvero un’idea — un concetto unico, ben definito — di wunderkammer? C’è un elemento che può definire una collezione come “appartenente” a questo specifico genere di collezionismo?

L’elemento fondamentale che deve assolutamente caratterizzare la wunderkammer è ovviamente la meraviglia: gli oggetti devono essere stupefacenti, che sia per il loro aspetto, la storia o la loro funzione.
Furono i Principi e l’alta nobiltà i primi a racchiudere in una stanza tutte le curiosità dell’epoca per poter sorprendere i loro attoniti ed increduli ospiti.
Se consideriamo dunque il concetto classico di wunderkammer (nato dalle kunstkammer del Quattrocento per poi conoscere nel Sedicesimo secolo la massima espansione in tutta Europa) la caratteristica fondamentale era la presenza di quattro categorie. I naturalia erano oggetti della natura provenienti dalle Indie, dalle Americhe o dall’Africa. Pensa allo stupore degli europei di fronte al primo rinoceronte o alla giraffa. I mirabilia erano invece oggetti creati dall’uomo — pensiamo ai grandi lavori di oreficeria con cui gli artigiani creavano figure fantastiche e preziose. Con exotica si indicava tutto quello che veniva da lontano, oltre le colonne d’Ercole: i costumi dei nativi, la loro produzione artistica. E infine c’erano gli scientifica, oggetti della nuova scienza, astrolabi, mappamondi, cannocchiali, automi.
Nel XXI secolo, rimangono ancora valide queste categorie per poter parlare di stanza delle meraviglie, ma io ho voluto attualizzarle. Così includo nei naturalia anche dinosauri o fossili, nei mirabilia i prop originali dei film come la maschera di Dart Fener o la corazza del gladiatore di Russel Crowe; negli exotica, che in un mondo globalizzato come il nostro hanno perso la loro connotazione originale, trovano posto le meteoriti; e negli scientifica tutto quello che è legato alla conquista spaziale, come un pezzo di una navicella o una tuta spaziale che ha veramente viaggiato nel cosmo.
I miei sono solo degli esempi, ognuno è libero di creare la sua personale wunderkammer a seconda della sua personalità, gusto, cultura e inclinazioni collezionistiche. L’importante secondo me è non scordare le quattro categorie, altrimenti il tutto si riduce a un insieme eterogeneo di oggetti.

Nella mia esperienza, più cerchi la meraviglia, più la meraviglia ti viene incontro: le situazioni in cui ci si ritrova sono spesso paradossali o surreali. Qual è l’ultima cosa strana che ti è capitato di fare, in relazione alla tua collezione?

Anni fa comprai a Parigi un manichino-reliquario, il Niombo della statuaria Bwendè, un grande fantoccio antropomorfo fatto di tessuto e paglia. Mi piaceva la sua forma bizzarra e i tatuaggi dipinti sul busto. Inoltre aveva una storia pazzesca, si narrava che questi oggetti contenessero al loro interno i resti di un defunto sciamano che con le sue braccia faceva da tramite tra le divinità e il popolo.
Misi l’oggetto in catalogo, e qualche tempo fa mi chiamò un collezionista dal sud della Francia. Mi disse di essere interessato al Niombo ad una sola condizione: che all’interno dovevano esserci le ossa, perché altrimenti voleva dire che si trattava solo di un falso decorativo, creato apposta per i turisti creduloni degli anni cinquanta.
Presi il manichino e mi recai all’ospedale di Arezzo, in reparto radiografie. Tra la curiosità e l’ilarità generale facemmo i raggi X, incominciammo a scandagliare dai piedi per risalire alla testa senza risultato… poi all’ improvviso con grande sorpresa e stupore comparve l’agognato osso. Evviva!

Avventurarsi in questo tipo di ricerche ha, sempre per quanto mi riguarda, un ulteriore “appeal”, ed è il fattore umano. Le persone che si conoscono mentre si insegue un pezzo, un particolare oggetto. Alcuni tra i collezionisti sono eccentrici quanto le loro collezioni! Qual è la persona più curiosa che hai incontrato?

Sicuramente un collezionista americano con la passione per i minerali e i fossili. Una sera, durante una fiera mi invitò nel suo immenso ranch vicino a Tucson in Arizona e mi fece vedere la sua sterminata collezione. Rimasi strabiliato per la vastità e qualità degli oggetti, aveva praticamente tutto!
Dopo cena ci sedemmo all’aperto ad ammirare un meraviglioso cielo stellato sorseggiando una birra. A quelle latitudini, nel deserto e senza alcun inquinamento luminoso, la volta celeste sembra più vicina e più bella.
Lui ad un certo punto mi confida il suo sogno proibito: mi dice che c’è un minerale che ancora non possiede. Allora io chiedo quale sia, e lui mi indica la luna. Voleva un vero pezzo di luna. Incominciai una frenetica ricerca e trovai nell’est Europa un piccolo frammento donato da un presidente americano ad un ambasciatore… per poi scoprire a malincuore che era proibito fare commercio di materiale lunare. Allora ripiegai su uno straordinario frammento di meteore lunare per assecondare la richiesta del mio interlocutore.
Lui non si demoralizzò, anzi mi disse che negli anni seguenti avrebbe contattato degli ingeneri della Nasa in pensione, per farsi costruire un razzo privato che potesse atterrare sulla luna, prelevare un pezzetto e ritornare sulla terra!

Al di là delle diverse possibilità economiche, tutti i collezionisti che incontriamo sono così: eterni sognatori.
È per questo che spesso ricordo mio padre, che quand’ero ragazzo mi diceva: “sono curioso di sapere cosa farai da grande”… Ecco, oggi posso dire in tutta franchezza che sono orgoglioso di essere un “wunderkammerista”, un cercatore dell’impossibile e del meraviglioso!

Ecco il sito ufficiale di Theatrum Mundi.

L’homunculus in noi

L’homunculus di Paracelso, frutto di complicate ricette alchemiche, è una figura allegorica che ha affascinato per secoli l’immaginario collettivo. La sua fortuna ha presto travalicato l’ambito alchemico, e l’homunculus è stato preso a prestito dalla letteratura (Goethe, per fare un solo esempio), dalla psicologia (ne scrisse Jung), dal cinema (la meravigliosa, ironica scena di Pretorius ne La sposa di Frankenstein del 1935), e dal mondo dell’illustrazione (penso qui in particolare all’amico Stefano Bessoni). Ancora oggi evidentemente l’homunculus non ha perso il suo appeal: i misteriosi video postati su YouTube da un utente russo, che mostrerebbero alcuni strani esseri proteiformi nati proprio da improbabili procedimenti, hanno totalizzato in poco tempo decine di milioni di visualizzazioni.

Eppure non è dell’homunculus classico, più o meno metaforico, che vorrei parlare qui, bensì dell’utilizzo che di questo termine si fa in patologia.
Sì, perché a vostra insaputa un abbozzo di figura umana in miniatura potrebbe nascondersi nel vostro stesso corpo.
Benvenuti nel territorio in cui il fantastico fa irruzione nell’anatomia.

Facciamo un passo indietro, cominciamo proprio dall’inizio della vita.
La cellula fecondata (zigote) è al principio solo una; ma comincia subito a dividersi, a generare nuove cellule che proliferano, si trasformano, migrano. Dopo due settimane circa, le diverse popolazioni cellulari si organizzano in tre zone principali (foglietti germinativi), ognuna delle quali ha un compito preciso – ciascuna è preposta cioè alla formazione di un determinato tipo di struttura. I tre strati specializzati creano man mano le varie conformazioni anatomiche, costituendo la pelle, i nervi, le ossa, gli organi, gli apparati e così via. Questa metamorfosi, questo progressivo “affiorare” dell’ordine si conclude quando il feto è sviluppato in pieno.

Talvolta può però accadere che lo stesso processo, per qualche motivo, si attivi nuovamente anche in un individuo adulto.
È come se alcune cellule, vittime di chissà quale insondabile allucinazione, credessero di trovarsi ancora nello stadio embrionale: iniziano così a intessere nuove strutture, crescite abnormi chiamate teratomi, che assomigliano proprio ai derivati delle prime differenziazioni germinali.

Le cellule impazzite si mettono a produrre capelli, ossa, denti, unghie, talvolta materia cerebrale o tiroidea, persino occhi interi. A livello istologico questi tumori, generalmente di tipo benigno, possono essere solidi, contenuti all’interno di cisti, oppure un misto delle due cose.

In casi molto rari la crescita del teratoma può essere così altamente differenziata da assumere una forma antropomorfa, ancorché rudimentale. Sono i cosiddetti teratomi fetiformi (homunculus).

I report clinici relativi a questa anomalia patologica hanno davvero una qualità perturbante, cronenberghiana: un homunculus trovato nel 2003 all’interno di un teratoma ovarico in una donna vergine di 25 anni mostrava la presenza di cervello, spina dorsale, orecchie, denti, tiroide, ossa, intestini, trachea, tessuto fallico e un occhio al centro della fronte.
Nel 2005 un’altra massa fetiforme aveva capelli e arti abbozzati, con dita e unghie. Un homunculus riportato nel 2006 presentava un arto superiore, e due inferiori comprensivi di piedi e dita. Nel 2010 un’altra massa mostrava un piede dalle dita fuse assieme, peli, ossa e midollo. Nel 2015 in una paziente di 13 anni venne riscontrato un teratoma fetiforme con peli, arti vestigiali, un rudimentale tubo digestivo e una formazione cranica contenente meningi e tessuto nervoso.

Cosa spinge alcune cellule a cercare di creare una nuova, impossibile vita? E, in definitiva, siamo sicuri che quel minuscolo feto incompleto in realtà non si trovasse lì fin dal principio?
Tra le molte ipotesi avanzate, infatti, vi è anche quella che sostiene che gli homunculi (difficili da studiare proprio in ragione della loro rarità in letteratura scientifica) non siano dei veri e propri tumori, quanto piuttosto le vestigia di un gemello parassita, inglobato in periodo embrionale nel corpo del fratello. Più che di teratomi, dunque, sarebbe più corretto parlare di casi di fetus in fetu.

Ma in prevalenza i due fenomeni sono considerati distinti.
Per distinguere l’uno dall’altro ci si basa sull’esistenza o meno di una colonna vertebrale (presente nel fetus in fetu ma non nel teratoma), sulla localizzazione (i teratomi si riscontrano prevalentemente nei pressi dell’apparato riproduttivo, mentre i fetus in fetu nel retroperitoneo) e sulla zigosità (i teratomi spesso si presentano differenziati dai tessuti circostanti, quasi fossero gemelli “fraterni” del loro ospite, mentre il fetus in fetu sarebbe omozigote).

Studiare queste formazioni anomale potrebbe fornire informazioni utili per la comprensione dello sviluppo umano e della partenogenesi (fondamentale per le ricerche sulle staminali).
Ma un aspetto intrigante rimane proprio la loro natura problematica. Come dicevo, ogni volta che i medici si ritrovano di fronte a un homunculus, il dilemma è sempre come categorizzarlo: teratoma o gemello parassita? Struttura “affiorata” a posteriori, o forma che stava lì dal principio?

È interessante osservare che questa stessa incertezza, questo dubbio per ben 23 secoli ha riguardato anche gli embrioni normali. Il dibattito verteva su un’analoga questione: i feti sorgono dal nulla, o sono preesistenti?
È l’antica diatriba fra i sostenitori dell’epigenesi e del preformismo, ovvero tra chi affermava che le forme dell’embrione “emergessero” dalla materia indistinta, e chi sosteneva che esse fossero già contenute nel seme.
Se già Aristotele, studiando gli embrioni di pollo, aveva ipotizzato che le strutture fisiche del nascituro prendessero consistenza a poco a poco, guidate dall’anima, nel XVIII secolo questa teoria venne messa in discussione dal preformismo. Secondo gli entusiasti di questa tesi (sostenuta tra l’altro da studiosi del calibro di Leibniz, Spallanzani e Diderot) l’embrione era già perfettamente formato ab ovo, così piccolo da non poter essere visto ad occhio nudo; durante lo sviluppo, esso si limitava a crescere in dimensioni, proprio come avrebbe continuato a fare anche dopo la nascita.
Da dove veniva questa idea? Una parte importante l’aveva sicuramente giocata un celeberrimo disegno di Nicolaas Hartsoeker, fra i primi scienziati ad avere osservato il liquido seminale al microscopio, nonché convinto assertore dell’esistenza di minuscoli feti già completi, nascosti all’interno della testa degli spermatozoi.
E Hartsoeker a sua volta aveva preso ispirazione proprio dalle famose immagini alchemiche dell’homunculus.

In un certo senso, gli homunculi nati dalle provette degli alchimisti e quelli studiati dagli anatomopatologi non sono poi così differenti. Gli uni come gli altri sono simboli degli enigmi dello sviluppo, del mistero fondamentale della nascita e della vita. Immagini in miniatura del problema ontologico che da sempre assilla l’umanità: appariamo dal caos indistinto, oppure il nostro cuore e il nostro animo esistevano già, da qualche parte, in qualche modo, prima di nascere?


Piccola appendice anatomo-patologica (e anche un po’ genetica)
di Claudia Manini, MD

I teratomi sono tumori a cellule germinali composti da una mescolanza di tessuti derivati da due o più foglietti embrionali (ectoderma, mesoderma ed endoderma) in combinazione variabile.
Nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di tumori benigni ad insorgenza prevalente nelle gonadi. I teratomi, più frequentemente, sono composti da tessuti maturi, ovvero come quelli che compongono il corpo umano nella vita extrauterina, ma qualche volta possono contenere anche tessuti immaturi (embrionali o fetali) ed in questo caso più facilmente possono avere un comportamento biologico maligno.
L’origine dei teratomi, data la loro bizzarra morfologia, è da sempre materia di interesse, speculazioni e dispute scientifiche. La teoria partenogenetica che ne indica l’origine dalle cellule germinali dopo una prima divisione meiotica è oggi la più ampiamente accreditata, sostenuta da evidenze citogenetiche. Le altre due teorie suggerivano rispettivamente l’origine da blastomeri segregati agli stadi iniziali di sviluppo embrionale, o da residui embrionali, e sono ormai state abbandonate.
La teoria partenogenetica è supportata dalla distribuzione anatomica dei teratomi lungo le linee di migrazione delle cellule germinali primordiali; dal fatto che insorgono durante l’età riproduttiva (dato epidemiologico-osservazionale ma anche sperimentale su animale); e da evidenze citogenetiche che hanno dimostrato differenze genotipiche tra il tessuto teratomatoso che è omozigote e il genotipo eterozigote dei tessuti dell’ospite.
Le cellule germinali sono le uniche che, attraverso un meccanismo che si chiama “meiosi”, danno origine ai gameti, ovvero alla cellula uovo ed allo spermatozoo, cioè cellule che contengono solo metà del patrimonio genetico della cellula di origine (per questo dette aploidi).
Dalla fusione del patrimonio genetico aploide dei due gameti, dopo la fecondazione, origina una cellula con un patrimonio genetico “diploide” che continuando a dividersi darà origine ad un nuovo individuo con un genotipo eterozigote in quanto originato da due patrimoni genetici di individui diversi che si sono fusi.
Le cellule che compongono un teratoma hanno invece un patrimonio genetico identico tra i due set di 23 coppie di cromosomi.
I teratomi quindi, anche quando sorprendentemente diano forma a strutture fetiformi, sono un fenomeno diverso rispetto al fetus in fetu e rientrano nell’ambito della patologia tumorale e non malformativa.
Il che nulla toglie al fascino che la loro osservazione esercita e ad un certo sgomento quando ci si soffermi a riflettere sulle potenzialità differenziative di una singola cellula germinale.
Fonti
Kurman JR et al., Blaustein’s pathology of the female genital tract, Springer 2011
Prat J., Pathology of the ovary, Saunders 2004

2017: un nuovo anno di meraviglie

Il capodanno, diciamolo, è una convenzione; eppure il significato ultimo di questa festa è dare conto delle stagioni, della ciclicità, ricordarci insomma che il Tempo è assieme continua fine e continuo inizio. Si ha l’impressione di voltare pagina, di poter ripartire da capo, concedendoci fantasticherie e speranze che fino al giorno prima erano soffocate. Il capodanno è il momento per sognare nuovi sogni.

Per quanto riguarda Bizzarro Bazar, il 2017 promette davvero di essere annus mirabilis: è in arrivo una cornucopia di novità.
Sulla maggior parte di questi progetti vige ancora il canonico segreto (che sorprese sarebbero, altrimenti?), ma tutto verrà svelato al momento debito nel corso dell’anno.

Una prima anticipazione è trapelata proprio ieri su Facebook.
Il format Cult+ della RSI (Radio e Televisione Svizzera) dedicherà alcune puntate della prossima stagione alla Roma macabra e curiosa: secondo voi, chi avranno interpellato come cicerone?

Lo stralunato Ronco (Stefano Roncoroni, ideatore del format), mi ha chiesto di introdurlo non soltanto al lato meno solare della Capitale e al patrimonio macabro italiano, ma anche nel sottobosco romano di cercatori, studiosi e artefici della meraviglia.
Una realtà sempre più presente, emersa — lo dico con un po’ di orgoglio — anche grazie a questo blog, che ha operato da catalizzatore, in particolare con la fortunata iniziativa dell’Accademia dell’Incanto. La troupe elvetica ha presenziato anche a uno degli incontri organizzati alla wunderkammer Mirabilia, intervistando relatori e partecipanti; sarà interessante scoprire cosa uno sguardo esterno ha intravisto nelle nostre passioni!
Potete seguire gli sviluppi sulla pagina Facebook di Cult+.

Ma ogni anno inizia anche con uno sguardo indietro.
Ecco allora che, in guisa di mio benvenuto al 2017, ho pensato di raccogliere in un e-book quattro anni di collaborazioni con la rivista d’arte Illustrati, edita da Logos.

The Illustrati Archives 2012-2016 è un’antologia che contiene tutti gli articoli firmati Bizzarro Bazar pubblicati finora sulle pagine della rivista, e mai comparsi qui sul blog.
Ecco uno scorcio di quello che vi attende:

Un abate sordomuto scolpisce in segreto un’opera monumentale; alcuni militari sopravvivono per sei anni intrappolati in un bunker; un uomo, da solo, causa più danni al pianeta di qualsiasi altro organismo nella storia del mondo. E ancora: pantaloni in pelle umana, formiche zombi, foreste maledette, mini dive del porno, strampalate teorie scientifiche, e il mistero del blu — il colore che per i Greci antichi non esisteva.

Tre euro per trenta piccole perle di meraviglia, da portare sempre con voi.
Potete acquistare l’e-book Kindle a questo link.
(La mia gratitudine a quanti sceglieranno in questo modo di sostenere il blog).

E ora al lavoro, a dissotterrare nuove stranezze, di cui la realtà non è certo avara.
Perché “più grande è l’isola della conoscenza, più lunga è la linea costiera della meraviglia“.

Link, curiosità & meraviglie assortite – V

Ecco un pacco regalo di strani spunti e suggerimenti di lettura che dovrebbe tenervi impegnati fino a Natale.

  • Vi ricorderete dell’amica Caitlin Doughty, fondatrice dell’Ordine della Buona Morte nonché autrice del best-seller Smoke Gets in Your Eyes. In passato l’avevo intervistata, avevo scritto un pezzo per l’Ordine, ed ero perfino volato a incontrarla a Philadelphia nel corso di tre giorni di conferenze.
    Caitlin è anche celebre per i suoi video ironici sulla cultura della morte. L’ultimo episodio è dedicato a una storia che, se seguite Bizzarro Bazar, vi è senza dubbio familiare: quella della “Suicida Punita” di Padova, divulgata per la prima volta nel mio libro Sua Maestà Anatomica.
    Con il consueto stile dissacrante, Caitlin riesce a far passare la domanda a mio avviso fondamentale: ha senso giudicare un simile episodio secondo l’etica contemporanea, o è meglio concentrarci su quello che ci racconta riguardo alla nostra storia e all’evoluzione della sensibilità nei confronti della morte?

  • Nel 1966 l’oceano portò sulle rive inglesi una misteriosa scatola: conteneva spade, candelabri, tonache rosse, e tutta una serie di simboli esoterici legati al mondo dell’occultismo. Qual era la funzione di quegli oggetti, e perché erano stati affidati alle onde?
  • E già che ci siamo, ecco una foto autoptica degli anni ’20, forse scattata in Belgio. Che le pipe fossero una strategia per proteggersi dagli odori?
    (Vista qui, grazie di nuovo Claudia!)

  • Sta per uscire un nuovo libro fotografico sull’evoluzione delle specie, che si preannuncia sontuoso. Le magnifiche fotografie di Robert Clark hanno però anche un sottofondo inquietante: “Alcuni scienziati che studiano l’evoluzione in tempo reale sono convinti che potremmo essere nel bel mezzo della sesta estinzione mondiale di massa, un imbuto di morte in slow-motion che lascerà il pianeta con una piccola frazione della sua attuale biodiversità. Una ragione per cui nessuno è in grado di prevedere come finirà — e chi sopravviverà — è che, per molti versi, la nostra stessa comprensione dell’evoluzione sta continuando ad evolversi“.
  • Ma non scoraggiatevi troppo per la fine del mondo: potrebbe essere tutta un’immensa illusione.
    Certo, l’idea è vecchia: i grandi messaggi spirituali, mitologici o artistici in fondo ci ripetono da millenni di non fidarci troppo dei nostri sensi, ci suggeriscono che c’è qualcosa di più oltre la realtà. Eppure fino ad ora nessuno aveva provato a dimostrarlo matematicamente. Fino ad ora.
    Un professore di scienze cognitive dell’Università della California ha elaborato un intrigante modello che sta facendo scalpore: la sua ipotesi è che la nostra percezione non abbia proprio nulla a che vedere con il mondo così com’è, là fuori; cioè che il nostro filtro sensoriale si sia evoluto non per restituirci un’immagine realistica delle cose, ma vantaggiosa. Qui un articolo sull’Atlantic, e qui un podcast in cui il prof fa seraficamente a pezzi tutto ciò che pensiamo di sapere sul mondo.
  • Tutte chiacchiere? E se vi dicessi che gli alieni ultra-evoluti potrebbero essere già tra di noi — senza nemmeno il bisogno di un corpo concreto, ma sotto forma di leggi della fisica?

Altre idee brillanti: la Goodyear nel 1961 sviluppò questi copertoni luminosi.

  • Il Blog of Wonders di Mariano Tomatis è praticamente il gemello meno morboso, ma più magico, di Bizzarro Bazar. Si può passare le giornate a scavare negli archivi, e riemergerne sempre con qualche pepita che ci era sfuggita le altre volte: a me per esempio è successo con questo post sul segreto “razzismo” di chi crede che i Maya siano arrivati dallo spazio. Giacobbo, take this.
  • Nei manoscritti medievali compaiono spesso degli omini oltremodo sfortunati, che avevano la funzione di illustrare tutte le ferite possibili e immaginabili. Ecco un articolo sulla storia e l’evoluzione di questa strana e un po’ fantozziana figura.

  • Guardare delle vernici colorate che si muovono nel latte? Non suona molto attraente, finché non vi prendete quattro minuti di pausa e vi lasciate ipnotizzare da Memories of Painting, di Thomas Blanchard.

  • Mi ricollego ancora alla fallacia dei sensi con alcune immagini dell’Aspidochelone (detto anche Zaratan), uno degli animali fantastici per cui stravedevo da bambino. L’idea di un mostro marino così grande da essere scambiato per un isola, e sul cui dorso cresce addirittura la vegetazione, ha avuto gran fortuna da Plinio alla letteratura moderna:

‘Un bel posto per gettare l’ancora, diceva. Un bel posto per un falò, diceva.’

  • Ma la vera sorpresa è scoprire che lo Zaratan esiste sul serio, sebbene in miniatura:

  • Saddam Hussein, poco dopo il sessantesimo compleanno, si fece togliere 27 litri di sangue che venne usato per calligrafare una versione del Corano di 600 pagine.
    Un manoscritto scomodo, tanto che ora le autorità non sanno bene cosa farsene.
  • Due segnalazioni natalizie, in caso voleste rendere i vostri addobbi un po’ più minacciosi: 1) un set di palline per l’albero decorate con le facce di celebri serial killer, nell’ordine: Charles Manson, Ted Bundy, Jeffrey DahmerEd Gein e H. H. Holmes; 2) un Babbo Natale omicida. Fate capire ai vostri ospiti che le festività vi stressano, e che potrebbero scatenare in voi impulsi incontrollati. Se volete acquistare questi simpatici oggettini, di raffinatissimo gusto, cliccate sull’immagine per aprire il relativo negozio Etsy.  Non c’è di che.

  • Infine, se siete a corto di idee per i regali di Natale, e vi vedete proprio costretti a ripiegare sul solito libro, almeno fate in modo che non sia il solito libro. Ecco quattro esempi puramente casuali…
    Buone feste e alla prossima!

(Click sull’immagine per accedere al bookshop)

Una sfortunata esecuzione

Il volume Celebrated trials of all countries, and remarkable cases of criminal jurisprudence (1835) raccoglie 88 resoconti di fatti di sangue e curiosi processi.
Diversi aneddoti sono interessanti, ma una doppia impiccagione avvenuta nel 1807 è particolarmente stupefacente per gli inattesi effetti collaterali che provocò.

Il 6 novembre 1802 John Cole Steele, proprietario di un deposito di acqua di lavanda, stava viaggiando da Bedfont, alla periferia di Londra, alla sua casa di Strand. Era notte fonda e il commerciante, non avendo trovato una carrozza, camminava da solo.
La luna era appena sorta, quando Steele fu accerchiato da tre uomini che si nascondevano nei cespugli. Erano John Holloway e Owen Haggerty — due piccoli criminali che vivevano di espedienti, continuamente dentro e fuori dal carcere; assieme a loro, il complice Benjamin Hanfield, reclutato qualche ora prima a una locanda.
E proprio Hanfield si sarebbe rivelato l’anello debole. Quattro anni più tardi, su promessa amnistia per altri reati, avrebbe vividamente raccontato agli inquirenti la scena a cui aveva assistito quella notte:

Vedemmo un uomo venire verso di noi e, avvicinatici, gli ordinammo di fermarsi, cosa che fece immediatamente. Holloway gli passò attorno, e gli disse di darci i soldi. Lui rispose che li avremmo avuti, e che sperava che non gli avremmo fatto del male. [Steele] mise una mano in tasca, e diede i soldi a Haggerty. Io gli chiesi il portafoglio. Lui rispose che non ne aveva uno. Holloway insistette che doveva avere un portafoglio e che se non gliel’avesse consegnato, l’avrebbe steso a terra. A quel punto io gli presi le gambe. Holloway stava alla sua testa, e giurò che se avesse gridato gli avrebbe spaccato il cervello. [Steele] ripeté che sperava che non lo avremmo maltrattato. Haggerty si mise a perquisirlo quando [Steele] fece qualche resistenza, e si divincolò così tanto che finimmo dall’altra parte della strada. Si mise a gridare forte, e siccome stava arrivando una carrozza, Holloway disse “Attenti, farò star zitto io questo bastardo”, e immediatamente gli inferse diversi violenti colpi sulla testa e sul corpo. [Steele] lanciò un pesante grugnito, e si allungò senza vita. Io mi allarmai, e dissi, “John, l’hai ucciso”. Holloway replicò che era una bugia, che era solo stordito. Io dissi che non sarei rimasto più a lungo, e subito partii verso Londra, lasciando Holloway e Haggerty con il corpo. Arrivai a Hounslow, e mi fermai alla fine della città per quasi un’ora. Holloway e Haggerty arrivarono, e dissero che avevano finito il lavoro, e come prova mi misero in mano il cappello del morto. […] Io dissi a Holloway che era stato un affare crudele, e che mi dispiaceva avervi partecipato in alcun modo. Girammo per una strada, e tornammo a Londra. Mentre camminavamo, chiesi a Holloway se avesse preso il portafogli. Lui rispose che non importava, perché siccome avevo rifiutato di condividere il pericolo, non avrei condiviso il bottino. Arrivammo al Black Horse di Dyot Street, ci facemmo mezza pinta di gin, e ci lasciammo.

Una rapina finita male, dunque, come ce ne sono tante. Holloway e Haggerty l’avrebbero di certo passata liscia: le investigazioni non portarono a nulla per quattro anni, finché Hanfield non si mise a spifferare tutto.
I due vennero arrestati grazie alle deposizioni di Hanfield , nonostante si fossero dichiarati innocenti, la giuria emise il verdetto di morte per entrambi gli imputati: Holloway e Haggerty sarebbero stati impiccati un lunedì, il 22 febbraio 1807.
Durante tutta la notte di domenica, i condannati continuarono a gridare la loro estraneità ai fatti, lacerando “la terribile calma della mezzanotte“.

La mattina del 22 febbraio 1807, i due vennero portati al patibolo di Newgate. Assieme a loro sarebbe stata impiccata anche Elizabeth Godfrey, colpevole di aver accoltellato il suo vicino di casa Richard Prince.
Tre esecuzioni in contemporanea: era uno spettacolo raro, da non perdere. Per questo motivo circa 40.000 persone si erano radunate per assistere all’evento, stipate in ogni centimetro di spazio fuori da Newgate e davanti all’Old Bailey.

Haggerty fu il primo a salire sulla forca, silenzioso e rassegnato. Il boia, William Brunskill, gli coprì il capo con il cappuccio di tela bianca. Poi fu il turno di Holloway, che invece perse il suo sangue freddo, e cominciò a urlare “Sono innocente, innocente, per Dio!”, mentre il suo volto veniva coperto con il sacco. Infine anche la tremante Elizabeth Godfrey fu fatta accomodare accanto agli altri due.
Alla fine delle preghiere, il prete fece cenno al carnefice di compiere la sua opera.
Alle 8.15 circa, le botole si aprirono sotto ai piedi dei condannati. Haggerty e Holloway morirono sul colpo, mentre la donna si agitò convulsamente per qualche tempo prima di spirare. “Dying hard“, morire difficile, era il modo di dire all’epoca.

Ma i tre non sarebbero stati le uniche vittime di quella fredda mattinata di morte: la folla, d’un tratto, cominciò a muoversi come un’immensa marea fuori controllo.

La pressione della folla era tale che prima che i malfattori apparissero, numerose persone urlavano in vano per sfuggirvi: il tentativo aumentava soltanto la confusione. Diverse donne di bassa statura, che erano state così imprudenti da inoltrarsi nella folla, erano in una penosa situazione: le loro grida erano terribili. Alcune fra loro, che gli uomini non riuscirono più a proteggere, caddero e vennero calpestate a morte. Fu così anche per molti uomini e ragazzi. Ovunque c’erano grida continue di “Assassinio! Assassinio!” in particolare dalle spettatrici e dai bambini, alcuni dei quali furono visti spirare senza possibilità della minima assistenza, poiché tutti erano intenti a preservare la propria stessa vita. La scena più toccante fu vista a Green-Arbour Lane, quasi all’opposto del patibolo. La deplorevole catastrofe che accadde in quel punto venne ricondotta al fatto che mentre due uomini vendevano torte al pubblico, a uno di loro cadde il cesto, e una parte della folla, ignara di quello che era successo e al tempo stesso pressata, cadde sul cesto e sull’uomo che stava raccogliendolo con le torte che conteneva. Coloro che caddero una volta non poterono alzarsi mai più, vista la pressione esercitata dalla folla. In questo punto fatale, un uomo di nome Herrington fu gettato a terra mentre aveva in braccio il suo figlio più giovane, un bel giovinetto di circa dodici anni. Il pargolo fu presto calpestato a morte; il padre si riprese, anche se ricoperto di lividi, e finì tra i feriti al St. Bartholomew’s Hospital.

Il passo seguente è particolarmente agghiacciante:

Una donna, che era stata così avventata da portare con sé il figlioletto al seno, fu tra gli uccisi: mentre cadeva, forzò il bambino fra le braccia dell’uomo vicino a lei, chiedendogli in nome del Cielo di salvargli la vita; l’uomo, accorgendosi di necessitare di tutta la sua fatica per rimanere in vita, lanciò l’infante lontano da sé, il quale fu fortunosamente preso al volo da un altro uomo che, parimenti trovando difficile assicurarsi la salvezza, se ne sbarazzò allo stesso modo. Il bambino venne di nuovo preso da una persona, la quale trovò il modo di lottare fino a un carro, sotto il quale depose il bambino fino a che il pericolo non era passato, e la folla dispersa.

Altri si salvarono fortunosamente, come riporta The Annual Register del 1807:

Un giovanotto […] era caduto […] ma aveva tenuto la testa scoperta, e si era fatto strada sopra ai cadaveri, che giacevano in un mucchio alto quanto la folla, finché non fu in grado di arrampicarsi sulle teste della gente fino a un lampione, da cui entrò nella finestra del primo piano di Mr. Hazel, fabbricante di candele di sego, all’Old Bailey; era molto malconcio, e avrebbe sofferto lo stesso destino del suo compagno, se non fosse stato posseduto da grande forza.

La turba impazzita lasciò una scena di devastazione apocalittica.

Dopo che i corpi furono tirati giù dalle corde, e il patibolo rimosso dal cortile dell’Old Bailey, i marescialli e gli sceriffi liberarono le strade dov’era successa la catastrofe, quando quasi un centinaio persone, morte o in stato di incoscienza, furono trovate sulle strade. […] Una madre fu vista mentre portava via il corpo senza vita di suo figlio; […] un giovane marinaio era rimasto ucciso dall’altra parte di Newgate, per soffocamento; in una piccola sacca che portava c’era una buona quantità di pane e formaggio, e si pensa che fosse venuto da lontano per assistere all’esecuzione. […] Fino alle quattro di pomeriggio, la maggior parte delle case adiacenti contenevano feriti, che vennero poi portati via dai loro amici sulle barelle o in carrozze a pagamento. Al Bartholomew’s Hospital, dopo che i cadaveri furono spogliati e lavati, vennero ordinati in una sala, coperti da lenzuoli, e i loro vestiti furono posti come cuscini sotto le teste; i loro volti erano scoperti, e c’era un corrimano al centro della stanza; le persone che erano ammesse allo scioccante spettacolo, e che ne identificarono molti, entravano da una parte e ritornavano dall’altra. Fino alle due, gli ingressi dell’ospedale furono assediati da madri che piangevano i loro figli! mogli che piangevano i mariti! e sorelle i loro fratelli! e vari individui, i loro parenti e amici!

C’è però un ultimo colpo di scena in tutta questa storia: c’è un’alta probabilità che Holloway e Haggerty fossero davvero innocenti.
Henfield, il testimone chiave, potrebbe infatti aver mentito al fine di vedersi prosciolto dalle sue imputazioni.

L’avvocato difensore James Harmer (lo stesso che, per inciso, ispirerà Charles Dickens per il suo Great Expectations), pur sicuro inizialmente della colpevolezza degli imputati, continuò a investigare dopo la loro morte e finì per cambiare parere, pubblicando addirittura un pamphlet a sue spese per denunciare l’errore della giuria. Tra le altre cose, Harmer scoprì che Hanfield aveva già provato il trucchetto in precedenza, quando era stato accusato di diserzione nel 1805: aveva tentato di confessare una rapina per evitare la punizione marziale.
La Corte stessa era consapevole della probabilità che i veri criminali non fossero mai stati puniti, visto che nel 1820, 13 anni dopo la rovinosa impiccagione, dell’omicidio di Steele venne accusato un certo John Ward, poi prosciolto per mancanza di prove (cfr. Linda Stratmann in Middlesex Murders).

In un solo giorno la giustizia aveva causato la morte di decine e decine di innocenti — inclusi i condannati.
Davvero una delle più sfortunate esecuzioni che Londra avesse mai visto.

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Ho già scritto di condanne capitali finite male nel mio articolo sul boia maldestro; sempre al riguardo su Bizzarro Bazar trovate anche questo post sulla stampa dell’epoca specializzata in racconti di esecuzioni.

Adam and Eve Raised Cain

Sappiamo tutti quanto sia faticoso per un talento emergere, in ambito artistico. Per questo nel mio piccolo ho cercato, di tanto in tanto, di dar voce a giovani autori che ritengo promettenti: qualcuno fra loro ha continuato la carriera con exploit superlativi, come nel caso di Fulvio Risuleo, di cui avevo segnalato il lavoro e che ha in seguito vinto il primo premio della “Semaine de la Critique” al Festival di Cannes.
Dico questo non per vantarmi d’averci visto lungo, ma con la segreta speranza che Bizzarro Bazar possa rivelarsi di buon auspicio anche in futuro: in particolare oggi vorrei presentarvi un curioso cortometraggio in stop motion che a mio avviso è un vero gioiello.

Si tratta di Adam and Eve Raised Cain, scritto, diretto, animato e montato da Francesco Erba, classe 1986, originario di Bergamo.
Prima di parlare del corto assieme al suo autore, vi consiglio di prendervi una ventina di minuti e lasciarvi assorbire dalle cupe, disturbanti atmosfere del film.

Il cortometraggio, come avete visto, si apre con una dichiarazione d’amore per i B-movies di fantascienza anni ’50 (i mostri giganti radioattivi di Jack Arnold, Roger Corman o Bert I. Gordon), e più avanti viene omaggiato anche il padre del cinema fantastico, Georges Méliès.
Ma il vero referente sembra essere il cinema di genere degli anni ’80, i film horror di Carpenter, Hooper e Cronenberg. Sono strizzatine d’occhio evidenti, e (cosa sempre più rara) perfettamente inserite nel contesto: la passione del protagonista per i monster movies, ad esempio, diventa un artificio drammatico cruciale nella scena della vendita dei giocattoli, un momento che segna psicologicamente il piccolo Albert.
Ogni citazionismo, anche quando non è fine a se stesso, comporta però inevitabilmente il rischio di incrinare l’identificazione dello spettatore, di portarlo per così dire “fuori” dalla pellicola, di inficiare l’impatto emotivo. Forse anche in virtù della natura sanguigna e dolorosa dei temi trattati, Francesco Erba invece compie il piccolo miracolo di creare una connessione ancora più forte con il suo personaggio: è come se, attraverso il filtro del cinema americano con cui è cresciuta la generazione Eighties, il trauma di Albert diventasse più riconoscibile, più umano – a dispetto delle sue sembianze grezze di pupazzo animato a passo uno.

Francesco respira e vive di cinema, fin da bambino. Come poteva dunque raccontare una storia di paura e amore, se non ripensando ai film che l’hanno spaventato e fatto innamorare?
Questa è a mio avviso l’ammirevole sottigliezza di Adam and Eve Raised Cain, una sensibilità che dispiace non trovare più spesso nelle varie “operazioni nostalgia”.
Dietro alla facciata di film d’animazione, dietro l’intrattenimento, Erba sta dipingendo un mondo di solitudine e di gabbie mentali. E quando utilizza stilemi vintage, non li sta lanciando come noccioline per titillare i riflessi pavloviani dei cinefili: li sta usando perché per lui restano il modo migliore (forse l’unico) per raccontare davvero le ferite e le angosce del suo protagonista carnefice-vittima.

Ho rivolto a Francesco Erba qualche domanda sul suo lavoro.

Qual è la genesi del progetto, e come sei arrivato a realizzarlo?

Il concept di Adam and Eve era uno dei tanti sepolti nella cartella “idee” sul mio laptop. Dopo aver passato molto tempo a lavorare con e per altri, ho deciso che era venuto il momento di girare nuovamente qualcosa di mio. Frugando nella cartella (e scartate tutte le idee sopra il milione di euro!), il soggetto che rimase era una versione in live action di Adam and Eve.
Ho iniziato a lavorarci sopra, ad inserire nuovi elementi e a focalizzare meglio la struttura fino a che ho capito cosa realmente stavo raccontando: il mio era un film sulla prigionia, intesa in tutte le sue possibili accezioni.

Finito lo script è cominciata a ronzarmi nel cervello l’idea che questo film potesse – dovesse – essere realizzato in stop motion: quale estremizzazione era più azzeccata del raccontare questa “prigionia” attraverso dei pupazzi rinchiusi dentro a una scatola di legno di 1,5 m x 1 m?

Sapevo benissimo che realizzare questo film in stop motion, così come l’avevo in mente e con le risorse di cui disponevo, mi avrebbe “rubato” almeno 2 anni di lavoro e di vita. Ci sarebbe stato prima lo storyboard completo, lo studio sui personaggi e i disegni preparatori, la costruzione di scenografie e props, lo sculpting dei pupazzi e il mold making, i piccoli test di movimento e infine diverse settimane di riprese chiuso in una stanza buia. E poi gli effetti digitali e l’integrazione degli occhi degli attori “in carne ed ossa” sui pupazzi di lattice, lavoro che necessariamente andava fatto frame by frame

Insomma, facendo appello a tutto il mio masochismo, ho cominciato a girare e alla fine ho scoperto che ero stato addirittura ottimista. Per completare il cortometraggio ci ho messo quasi tre anni e mezzo!

La scelta della stop motion è stata limitante o ti ha, al contrario, accordato più libertà? Quali sono state le sfide più ardue da superare nella realizzazione del corto?

La stop motion, che io non reputo UNA tecnica, ma LA tecnica di animazione per eccellenza, ha un fascino indiscutibile, che trascende il tempo e le innovazioni tecnologiche. Ma è anche una gran stronza!
Se da un lato, anche con budget molto contenuti, ti consente una libertà artistica totale, la stop motion non fa certo sconti su tempi di ripresa, modalità di ripresa, ricostruzioni scenografiche in scala (a volte fino ad arrivare alla miniaturizzazione). Ogni aspetto va pensato con largo anticipo, calcolato e calibrato con precisione e molto spesso bypassato con un po’ di astuzia e ingegno: non posso muovere la macchina da presa, quindi costruisco uno slider millimetrato per i movimenti, eccetera.

Tutti questi “limiti”, a parer mio, soccombono di fronte al risultato finale, a quello che puoi creare con questa tecnica incredibile. Prendi i film prodotti da Laika oggi: ci insegnano che la stop motion, pur essendo ormai molto vecchia e quasi coetanea del cinema stesso, non ha limiti se non quelli dettati dal budget o dalla creatività.

Adam and Eve mi sembra inserirsi in una vena molto attuale di nostalgia per gli anni 80 (Super 8, Stranger Things, l’episodio San Junipero in Black Mirror, ecc.). Ci sono dei film in particolare a cui ti sei ispirato? Qualche “nume tutelare” che avevi in mente scrivendo la sceneggiatura?

Il corto è stato girato nell’ormai lontano 2011, prima di questa nuova ondata di nostalgia per il cinema degli anni ‘80 e ‘90 (almeno ho scelto di metterlo online al momento giusto!). Inevitabilmente, dentro al corto sono finiti molti stilemi appartenenti ai film con cui io sono cresciuto, che fanno parte del mio DNA; sono dei riferimenti da cui non riesco a prescindere.

In realtà anche i referenti cinematografici derivanti dal mio imprinting sono racchiusi, come tutto il resto della storia, in un sistema di scatole cinesi. Oltre al cinema ‘80 e ‘90 ho voluto inserire dei richiami ai film da cui a loro volta i registi di quegli anni hanno preso ispirazione e che hanno talvolta saccheggiato a piene mani, cioè il cinema di mostri degli anni ’50. Esasperando ancora di più, come tutto il cortometraggio cerca di fare in ogni suo aspetto, mi sono permesso di spingermi ancora più indietro, omaggiando addirittura Méliès.

A volte ai registi viene chiesto di descrivere in modo immediato lo stile che vogliono raggiungere. La mia risposta, fin dall’inizio, era: “pensa a Rob Zombie che gira un film in stop motion”. Uno stile rude, cattivo, graffiante e a volte repulsivo, che si doveva riconoscere in ogni aspetto della realizzazione.
Ma ovviamente stavo semplificando. Se ripenso a tutti gli autori da cui ho preso ispirazione, rischia di sembrare un elenco del telefono senza capo né coda, eppure all’interno del mondo di opposti ed estremi di Adam and Eve per me questi nomi trovano un senso: Carpenter, Cronenberg, Jackson, Spielberg, Selick, Park Chan-wook, Harryhausen, Quay, Svankmajer, Peter Lord e la Aardman, la Laika… tutti hanno influenzato in maniera creativa la genesi e il mio approccio al cortometraggio.

Il film affronta temi estremamente adulti: fobie, alienazione, violenza familiare, gravidanze indesiderate, disperazione. Eppure il tutto è filtrato da un’evidente ironia: la tecnica di animazione artigianale e gli omaggi all’immaginario del cinema americano fanno sì che il film sia un’esperienza di “secondo livello”. Personalmente trovo che quest’ambiguità sia una delle forze del progetto. Ma nei tuoi intenti, Adam and Eve andrebbe preso come puro intrattenimento, o considerato più seriamente?

Questo è uno degli aspetti della “ricerca” che nel mio piccolo, con tutta l’umiltà possibile, tento di portare avanti con il mio lavoro. Una delle costanti che si può ritrovare in ciò che ho fatto finora, dai corti ai videoclip, dalla puntata pilota per una serie per bambini al lungometraggio su cui sto lavorando, è la ricerca del limite e dell’equilibrio nell’accostamento di due estremi opposti.

Usare la stop motion (che dal pubblico medio è normalmente riconosciuta come una tecnica “per bambini”) per raccontare una storia da adulti, fare un film adulto sulla prigionia, sull’alienazione e sulle fobie con dei pupazzi di lattice, è già un abbinamento forte. “Imprigionare” dentro ai pupazzi gli occhi di un attore “vero” e rinchiuderlo nei limiti che questo causa inevitabilmente, per me costituisce un’esasperazione ulteriore di questo concetto. Se poi immagini anche me stesso, animatore, incastrato in posizione strane e “prigioniero” di una piccola stanzetta buia, il discorso diventa davvero vertiginoso!

E l’intrattenimento? Be’, non appartengo di certo alla schiera di coloro che riconoscono al cinema il potere di salvare il mondo, ma di certo lo rende un posto un pochino più bello. Il cinema per me non deve dare risposte, ma solo stimolare domande e creare emozioni. Se vuoi qualche risposta importante forse ti serve di più un biglietto per il museo, che per il cinema.
Secondo questa filosofia Adam and Eve è certamente un film da prendere come esperienza visiva e non solo come percorso di ricerca: che sia concepito anche come intrattenimento puro mi pare evidente dalle sequenze in cui entro “fisicamente” dentro il cervello del protagonista per mostrare il suo passato.

Questo cortometraggio dev’essersi rivelato una vera e propria palestra. Continuerai sulla strada dell’animazione? Quali sono le novità in arrivo?

Sto ultimando il mio primo lungometraggio in live action: qui la mia ricerca personale si è evoluta ancora di più, costruendo un film narrativamente e stilisticamente formato da un documentario d’inchiesta, un mockumentary e un film “tradizionale”.
Porto avanti da un po’ di mesi anche il lavoro su una serie in animazione con pupazzi per bambini di 5/6 anni in cui credo davvero molto e che mi ha dato la possibilità di sperimentare cose nuove con un diverso tipo di animazione.

Quanto alla stop motion, il suo “richiamo” è fortissimo, nonostante gli enormi sacrifici che Adam and Eve ha richiesto. Mi piacerebbe un giorno riuscire a girare una mia particolare versione horror di Peter Pan o un altro piccolo cortometraggio incentrato su Tesla ed Edison.
Il mio lavoro spesso si basa sull’interazione umana e sulla mediazione… e ti confesso che talvolta rimpiango di non essere chiuso da solo in una stanzetta piccola e buia, a spostare fotogramma per fotogramma la testa del mio pupazzo!

Ecco la pagina Facebook di Adam and Eve Raised Cain.