2017: un nuovo anno di meraviglie

Il capodanno, diciamolo, è una convenzione; eppure il significato ultimo di questa festa è dare conto delle stagioni, della ciclicità, ricordarci insomma che il Tempo è assieme continua fine e continuo inizio. Si ha l’impressione di voltare pagina, di poter ripartire da capo, concedendoci fantasticherie e speranze che fino al giorno prima erano soffocate. Il capodanno è il momento per sognare nuovi sogni.

Per quanto riguarda Bizzarro Bazar, il 2017 promette davvero di essere annus mirabilis: è in arrivo una cornucopia di novità.
Sulla maggior parte di questi progetti vige ancora il canonico segreto (che sorprese sarebbero, altrimenti?), ma tutto verrà svelato al momento debito nel corso dell’anno.

Una prima anticipazione è trapelata proprio ieri su Facebook.
Il format Cult+ della RSI (Radio e Televisione Svizzera) dedicherà alcune puntate della prossima stagione alla Roma macabra e curiosa: secondo voi, chi avranno interpellato come cicerone?

Lo stralunato Ronco (Stefano Roncoroni, ideatore del format), mi ha chiesto di introdurlo non soltanto al lato meno solare della Capitale e al patrimonio macabro italiano, ma anche nel sottobosco romano di cercatori, studiosi e artefici della meraviglia.
Una realtà sempre più presente, emersa — lo dico con un po’ di orgoglio — anche grazie a questo blog, che ha operato da catalizzatore, in particolare con la fortunata iniziativa dell’Accademia dell’Incanto. La troupe elvetica ha presenziato anche a uno degli incontri organizzati alla wunderkammer Mirabilia, intervistando relatori e partecipanti; sarà interessante scoprire cosa uno sguardo esterno ha intravisto nelle nostre passioni!
Potete seguire gli sviluppi sulla pagina Facebook di Cult+.

Ma ogni anno inizia anche con uno sguardo indietro.
Ecco allora che, in guisa di mio benvenuto al 2017, ho pensato di raccogliere in un e-book quattro anni di collaborazioni con la rivista d’arte Illustrati, edita da Logos.

The Illustrati Archives 2012-2016 è un’antologia che contiene tutti gli articoli firmati Bizzarro Bazar pubblicati finora sulle pagine della rivista, e mai comparsi qui sul blog.
Ecco uno scorcio di quello che vi attende:

Un abate sordomuto scolpisce in segreto un’opera monumentale; alcuni militari sopravvivono per sei anni intrappolati in un bunker; un uomo, da solo, causa più danni al pianeta di qualsiasi altro organismo nella storia del mondo. E ancora: pantaloni in pelle umana, formiche zombi, foreste maledette, mini dive del porno, strampalate teorie scientifiche, e il mistero del blu — il colore che per i Greci antichi non esisteva.

Tre euro per trenta piccole perle di meraviglia, da portare sempre con voi.
Potete acquistare l’e-book Kindle a questo link.
(La mia gratitudine a quanti sceglieranno in questo modo di sostenere il blog).

E ora al lavoro, a dissotterrare nuove stranezze, di cui la realtà non è certo avara.
Perché “più grande è l’isola della conoscenza, più lunga è la linea costiera della meraviglia“.

Link, curiosità & meraviglie assortite – V

Ecco un pacco regalo di strani spunti e suggerimenti di lettura che dovrebbe tenervi impegnati fino a Natale.

  • Vi ricorderete dell’amica Caitlin Doughty, fondatrice dell’Ordine della Buona Morte nonché autrice del best-seller Smoke Gets in Your Eyes. In passato l’avevo intervistata, avevo scritto un pezzo per l’Ordine, ed ero perfino volato a incontrarla a Philadelphia nel corso di tre giorni di conferenze.
    Caitlin è anche celebre per i suoi video ironici sulla cultura della morte. L’ultimo episodio è dedicato a una storia che, se seguite Bizzarro Bazar, vi è senza dubbio familiare: quella della “Suicida Punita” di Padova, divulgata per la prima volta nel mio libro Sua Maestà Anatomica.
    Con il consueto stile dissacrante, Caitlin riesce a far passare la domanda a mio avviso fondamentale: ha senso giudicare un simile episodio secondo l’etica contemporanea, o è meglio concentrarci su quello che ci racconta riguardo alla nostra storia e all’evoluzione della sensibilità nei confronti della morte?

  • Nel 1966 l’oceano portò sulle rive inglesi una misteriosa scatola: conteneva spade, candelabri, tonache rosse, e tutta una serie di simboli esoterici legati al mondo dell’occultismo. Qual era la funzione di quegli oggetti, e perché erano stati affidati alle onde?
  • E già che ci siamo, ecco una foto autoptica degli anni ’20, forse scattata in Belgio. Che le pipe fossero una strategia per proteggersi dagli odori?
    (Vista qui, grazie di nuovo Claudia!)

  • Sta per uscire un nuovo libro fotografico sull’evoluzione delle specie, che si preannuncia sontuoso. Le magnifiche fotografie di Robert Clark hanno però anche un sottofondo inquietante: “Alcuni scienziati che studiano l’evoluzione in tempo reale sono convinti che potremmo essere nel bel mezzo della sesta estinzione mondiale di massa, un imbuto di morte in slow-motion che lascerà il pianeta con una piccola frazione della sua attuale biodiversità. Una ragione per cui nessuno è in grado di prevedere come finirà — e chi sopravviverà — è che, per molti versi, la nostra stessa comprensione dell’evoluzione sta continuando ad evolversi“.
  • Ma non scoraggiatevi troppo per la fine del mondo: potrebbe essere tutta un’immensa illusione.
    Certo, l’idea è vecchia: i grandi messaggi spirituali, mitologici o artistici in fondo ci ripetono da millenni di non fidarci troppo dei nostri sensi, ci suggeriscono che c’è qualcosa di più oltre la realtà. Eppure fino ad ora nessuno aveva provato a dimostrarlo matematicamente. Fino ad ora.
    Un professore di scienze cognitive dell’Università della California ha elaborato un intrigante modello che sta facendo scalpore: la sua ipotesi è che la nostra percezione non abbia proprio nulla a che vedere con il mondo così com’è, là fuori; cioè che il nostro filtro sensoriale si sia evoluto non per restituirci un’immagine realistica delle cose, ma vantaggiosa. Qui un articolo sull’Atlantic, e qui un podcast in cui il prof fa seraficamente a pezzi tutto ciò che pensiamo di sapere sul mondo.
  • Tutte chiacchiere? E se vi dicessi che gli alieni ultra-evoluti potrebbero essere già tra di noi — senza nemmeno il bisogno di un corpo concreto, ma sotto forma di leggi della fisica?

Altre idee brillanti: la Goodyear nel 1961 sviluppò questi copertoni luminosi.

  • Il Blog of Wonders di Mariano Tomatis è praticamente il gemello meno morboso, ma più magico, di Bizzarro Bazar. Si può passare le giornate a scavare negli archivi, e riemergerne sempre con qualche pepita che ci era sfuggita le altre volte: a me per esempio è successo con questo post sul segreto “razzismo” di chi crede che i Maya siano arrivati dallo spazio. Giacobbo, take this.
  • Nei manoscritti medievali compaiono spesso degli omini oltremodo sfortunati, che avevano la funzione di illustrare tutte le ferite possibili e immaginabili. Ecco un articolo sulla storia e l’evoluzione di questa strana e un po’ fantozziana figura.

  • Guardare delle vernici colorate che si muovono nel latte? Non suona molto attraente, finché non vi prendete quattro minuti di pausa e vi lasciate ipnotizzare da Memories of Painting, di Thomas Blanchard.

  • Mi ricollego ancora alla fallacia dei sensi con alcune immagini dell’Aspidochelone (detto anche Zaratan), uno degli animali fantastici per cui stravedevo da bambino. L’idea di un mostro marino così grande da essere scambiato per un isola, e sul cui dorso cresce addirittura la vegetazione, ha avuto gran fortuna da Plinio alla letteratura moderna:

‘Un bel posto per gettare l’ancora, diceva. Un bel posto per un falò, diceva.’

  • Ma la vera sorpresa è scoprire che lo Zaratan esiste sul serio, sebbene in miniatura:

  • Saddam Hussein, poco dopo il sessantesimo compleanno, si fece togliere 27 litri di sangue che venne usato per calligrafare una versione del Corano di 600 pagine.
    Un manoscritto scomodo, tanto che ora le autorità non sanno bene cosa farsene.
  • Due segnalazioni natalizie, in caso voleste rendere i vostri addobbi un po’ più minacciosi: 1) un set di palline per l’albero decorate con le facce di celebri serial killer, nell’ordine: Charles Manson, Ted Bundy, Jeffrey DahmerEd Gein e H. H. Holmes; 2) un Babbo Natale omicida. Fate capire ai vostri ospiti che le festività vi stressano, e che potrebbero scatenare in voi impulsi incontrollati. Se volete acquistare questi simpatici oggettini, di raffinatissimo gusto, cliccate sull’immagine per aprire il relativo negozio Etsy.  Non c’è di che.

  • Infine, se siete a corto di idee per i regali di Natale, e vi vedete proprio costretti a ripiegare sul solito libro, almeno fate in modo che non sia il solito libro. Ecco quattro esempi puramente casuali…
    Buone feste e alla prossima!

(Click sull’immagine per accedere al bookshop)

Una sfortunata esecuzione

Il volume Celebrated trials of all countries, and remarkable cases of criminal jurisprudence (1835) raccoglie 88 resoconti di fatti di sangue e curiosi processi.
Diversi aneddoti sono interessanti, ma una doppia impiccagione avvenuta nel 1807 è particolarmente stupefacente per gli inattesi effetti collaterali che provocò.

Il 6 novembre 1802 John Cole Steele, proprietario di un deposito di acqua di lavanda, stava viaggiando da Bedfont, alla periferia di Londra, alla sua casa di Strand. Era notte fonda e il commerciante, non avendo trovato una carrozza, camminava da solo.
La luna era appena sorta, quando Steele fu accerchiato da tre uomini che si nascondevano nei cespugli. Erano John Holloway e Owen Haggerty — due piccoli criminali che vivevano di espedienti, continuamente dentro e fuori dal carcere; assieme a loro, il complice Benjamin Hanfield, reclutato qualche ora prima a una locanda.
E proprio Hanfield si sarebbe rivelato l’anello debole. Quattro anni più tardi, su promessa amnistia per altri reati, avrebbe vividamente raccontato agli inquirenti la scena a cui aveva assistito quella notte:

Vedemmo un uomo venire verso di noi e, avvicinatici, gli ordinammo di fermarsi, cosa che fece immediatamente. Holloway gli passò attorno, e gli disse di darci i soldi. Lui rispose che li avremmo avuti, e che sperava che non gli avremmo fatto del male. [Steele] mise una mano in tasca, e diede i soldi a Haggerty. Io gli chiesi il portafoglio. Lui rispose che non ne aveva uno. Holloway insistette che doveva avere un portafoglio e che se non gliel’avesse consegnato, l’avrebbe steso a terra. A quel punto io gli presi le gambe. Holloway stava alla sua testa, e giurò che se avesse gridato gli avrebbe spaccato il cervello. [Steele] ripeté che sperava che non lo avremmo maltrattato. Haggerty si mise a perquisirlo quando [Steele] fece qualche resistenza, e si divincolò così tanto che finimmo dall’altra parte della strada. Si mise a gridare forte, e siccome stava arrivando una carrozza, Holloway disse “Attenti, farò star zitto io questo bastardo”, e immediatamente gli inferse diversi violenti colpi sulla testa e sul corpo. [Steele] lanciò un pesante grugnito, e si allungò senza vita. Io mi allarmai, e dissi, “John, l’hai ucciso”. Holloway replicò che era una bugia, che era solo stordito. Io dissi che non sarei rimasto più a lungo, e subito partii verso Londra, lasciando Holloway e Haggerty con il corpo. Arrivai a Hounslow, e mi fermai alla fine della città per quasi un’ora. Holloway e Haggerty arrivarono, e dissero che avevano finito il lavoro, e come prova mi misero in mano il cappello del morto. […] Io dissi a Holloway che era stato un affare crudele, e che mi dispiaceva avervi partecipato in alcun modo. Girammo per una strada, e tornammo a Londra. Mentre camminavamo, chiesi a Holloway se avesse preso il portafogli. Lui rispose che non importava, perché siccome avevo rifiutato di condividere il pericolo, non avrei condiviso il bottino. Arrivammo al Black Horse di Dyot Street, ci facemmo mezza pinta di gin, e ci lasciammo.

Una rapina finita male, dunque, come ce ne sono tante. Holloway e Haggerty l’avrebbero di certo passata liscia: le investigazioni non portarono a nulla per quattro anni, finché Hanfield non si mise a spifferare tutto.
I due vennero arrestati grazie alle deposizioni di Hanfield , nonostante si fossero dichiarati innocenti, la giuria emise il verdetto di morte per entrambi gli imputati: Holloway e Haggerty sarebbero stati impiccati un lunedì, il 22 febbraio 1807.
Durante tutta la notte di domenica, i condannati continuarono a gridare la loro estraneità ai fatti, lacerando “la terribile calma della mezzanotte“.

La mattina del 22 febbraio 1807, i due vennero portati al patibolo di Newgate. Assieme a loro sarebbe stata impiccata anche Elizabeth Godfrey, colpevole di aver accoltellato il suo vicino di casa Richard Prince.
Tre esecuzioni in contemporanea: era uno spettacolo raro, da non perdere. Per questo motivo circa 40.000 persone si erano radunate per assistere all’evento, stipate in ogni centimetro di spazio fuori da Newgate e davanti all’Old Bailey.

Haggerty fu il primo a salire sulla forca, silenzioso e rassegnato. Il boia, William Brunskill, gli coprì il capo con il cappuccio di tela bianca. Poi fu il turno di Holloway, che invece perse il suo sangue freddo, e cominciò a urlare “Sono innocente, innocente, per Dio!”, mentre il suo volto veniva coperto con il sacco. Infine anche la tremante Elizabeth Godfrey fu fatta accomodare accanto agli altri due.
Alla fine delle preghiere, il prete fece cenno al carnefice di compiere la sua opera.
Alle 8.15 circa, le botole si aprirono sotto ai piedi dei condannati. Haggerty e Holloway morirono sul colpo, mentre la donna si agitò convulsamente per qualche tempo prima di spirare. “Dying hard“, morire difficile, era il modo di dire all’epoca.

Ma i tre non sarebbero stati le uniche vittime di quella fredda mattinata di morte: la folla, d’un tratto, cominciò a muoversi come un’immensa marea fuori controllo.

La pressione della folla era tale che prima che i malfattori apparissero, numerose persone urlavano in vano per sfuggirvi: il tentativo aumentava soltanto la confusione. Diverse donne di bassa statura, che erano state così imprudenti da inoltrarsi nella folla, erano in una penosa situazione: le loro grida erano terribili. Alcune fra loro, che gli uomini non riuscirono più a proteggere, caddero e vennero calpestate a morte. Fu così anche per molti uomini e ragazzi. Ovunque c’erano grida continue di “Assassinio! Assassinio!” in particolare dalle spettatrici e dai bambini, alcuni dei quali furono visti spirare senza possibilità della minima assistenza, poiché tutti erano intenti a preservare la propria stessa vita. La scena più toccante fu vista a Green-Arbour Lane, quasi all’opposto del patibolo. La deplorevole catastrofe che accadde in quel punto venne ricondotta al fatto che mentre due uomini vendevano torte al pubblico, a uno di loro cadde il cesto, e una parte della folla, ignara di quello che era successo e al tempo stesso pressata, cadde sul cesto e sull’uomo che stava raccogliendolo con le torte che conteneva. Coloro che caddero una volta non poterono alzarsi mai più, vista la pressione esercitata dalla folla. In questo punto fatale, un uomo di nome Herrington fu gettato a terra mentre aveva in braccio il suo figlio più giovane, un bel giovinetto di circa dodici anni. Il pargolo fu presto calpestato a morte; il padre si riprese, anche se ricoperto di lividi, e finì tra i feriti al St. Bartholomew’s Hospital.

Il passo seguente è particolarmente agghiacciante:

Una donna, che era stata così avventata da portare con sé il figlioletto al seno, fu tra gli uccisi: mentre cadeva, forzò il bambino fra le braccia dell’uomo vicino a lei, chiedendogli in nome del Cielo di salvargli la vita; l’uomo, accorgendosi di necessitare di tutta la sua fatica per rimanere in vita, lanciò l’infante lontano da sé, il quale fu fortunosamente preso al volo da un altro uomo che, parimenti trovando difficile assicurarsi la salvezza, se ne sbarazzò allo stesso modo. Il bambino venne di nuovo preso da una persona, la quale trovò il modo di lottare fino a un carro, sotto il quale depose il bambino fino a che il pericolo non era passato, e la folla dispersa.

Altri si salvarono fortunosamente, come riporta The Annual Register del 1807:

Un giovanotto […] era caduto […] ma aveva tenuto la testa scoperta, e si era fatto strada sopra ai cadaveri, che giacevano in un mucchio alto quanto la folla, finché non fu in grado di arrampicarsi sulle teste della gente fino a un lampione, da cui entrò nella finestra del primo piano di Mr. Hazel, fabbricante di candele di sego, all’Old Bailey; era molto malconcio, e avrebbe sofferto lo stesso destino del suo compagno, se non fosse stato posseduto da grande forza.

La turba impazzita lasciò una scena di devastazione apocalittica.

Dopo che i corpi furono tirati giù dalle corde, e il patibolo rimosso dal cortile dell’Old Bailey, i marescialli e gli sceriffi liberarono le strade dov’era successa la catastrofe, quando quasi un centinaio persone, morte o in stato di incoscienza, furono trovate sulle strade. […] Una madre fu vista mentre portava via il corpo senza vita di suo figlio; […] un giovane marinaio era rimasto ucciso dall’altra parte di Newgate, per soffocamento; in una piccola sacca che portava c’era una buona quantità di pane e formaggio, e si pensa che fosse venuto da lontano per assistere all’esecuzione. […] Fino alle quattro di pomeriggio, la maggior parte delle case adiacenti contenevano feriti, che vennero poi portati via dai loro amici sulle barelle o in carrozze a pagamento. Al Bartholomew’s Hospital, dopo che i cadaveri furono spogliati e lavati, vennero ordinati in una sala, coperti da lenzuoli, e i loro vestiti furono posti come cuscini sotto le teste; i loro volti erano scoperti, e c’era un corrimano al centro della stanza; le persone che erano ammesse allo scioccante spettacolo, e che ne identificarono molti, entravano da una parte e ritornavano dall’altra. Fino alle due, gli ingressi dell’ospedale furono assediati da madri che piangevano i loro figli! mogli che piangevano i mariti! e sorelle i loro fratelli! e vari individui, i loro parenti e amici!

C’è però un ultimo colpo di scena in tutta questa storia: c’è un’alta probabilità che Holloway e Haggerty fossero davvero innocenti.
Henfield, il testimone chiave, potrebbe infatti aver mentito al fine di vedersi prosciolto dalle sue imputazioni.

L’avvocato difensore James Harmer (lo stesso che, per inciso, ispirerà Charles Dickens per il suo Great Expectations), pur sicuro inizialmente della colpevolezza degli imputati, continuò a investigare dopo la loro morte e finì per cambiare parere, pubblicando addirittura un pamphlet a sue spese per denunciare l’errore della giuria. Tra le altre cose, Harmer scoprì che Hanfield aveva già provato il trucchetto in precedenza, quando era stato accusato di diserzione nel 1805: aveva tentato di confessare una rapina per evitare la punizione marziale.
La Corte stessa era consapevole della probabilità che i veri criminali non fossero mai stati puniti, visto che nel 1820, 13 anni dopo la rovinosa impiccagione, dell’omicidio di Steele venne accusato un certo John Ward, poi prosciolto per mancanza di prove (cfr. Linda Stratmann in Middlesex Murders).

In un solo giorno la giustizia aveva causato la morte di decine e decine di innocenti — inclusi i condannati.
Davvero una delle più sfortunate esecuzioni che Londra avesse mai visto.

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Ho già scritto di condanne capitali finite male nel mio articolo sul boia maldestro; sempre al riguardo su Bizzarro Bazar trovate anche questo post sulla stampa dell’epoca specializzata in racconti di esecuzioni.

Adam and Eve Raised Cain

Sappiamo tutti quanto sia faticoso per un talento emergere, in ambito artistico. Per questo nel mio piccolo ho cercato, di tanto in tanto, di dar voce a giovani autori che ritengo promettenti: qualcuno fra loro ha continuato la carriera con exploit superlativi, come nel caso di Fulvio Risuleo, di cui avevo segnalato il lavoro e che ha in seguito vinto il primo premio della “Semaine de la Critique” al Festival di Cannes.
Dico questo non per vantarmi d’averci visto lungo, ma con la segreta speranza che Bizzarro Bazar possa rivelarsi di buon auspicio anche in futuro: in particolare oggi vorrei presentarvi un curioso cortometraggio in stop motion che a mio avviso è un vero gioiello.

Si tratta di Adam and Eve Raised Cain, scritto, diretto, animato e montato da Francesco Erba, classe 1986, originario di Bergamo.
Prima di parlare del corto assieme al suo autore, vi consiglio di prendervi una ventina di minuti e lasciarvi assorbire dalle cupe, disturbanti atmosfere del film.

Il cortometraggio, come avete visto, si apre con una dichiarazione d’amore per i B-movies di fantascienza anni ’50 (i mostri giganti radioattivi di Jack Arnold, Roger Corman o Bert I. Gordon), e più avanti viene omaggiato anche il padre del cinema fantastico, Georges Méliès.
Ma il vero referente sembra essere il cinema di genere degli anni ’80, i film horror di Carpenter, Hooper e Cronenberg. Sono strizzatine d’occhio evidenti, e (cosa sempre più rara) perfettamente inserite nel contesto: la passione del protagonista per i monster movies, ad esempio, diventa un artificio drammatico cruciale nella scena della vendita dei giocattoli, un momento che segna psicologicamente il piccolo Albert.
Ogni citazionismo, anche quando non è fine a se stesso, comporta però inevitabilmente il rischio di incrinare l’identificazione dello spettatore, di portarlo per così dire “fuori” dalla pellicola, di inficiare l’impatto emotivo. Forse anche in virtù della natura sanguigna e dolorosa dei temi trattati, Francesco Erba invece compie il piccolo miracolo di creare una connessione ancora più forte con il suo personaggio: è come se, attraverso il filtro del cinema americano con cui è cresciuta la generazione Eighties, il trauma di Albert diventasse più riconoscibile, più umano – a dispetto delle sue sembianze grezze di pupazzo animato a passo uno.

Francesco respira e vive di cinema, fin da bambino. Come poteva dunque raccontare una storia di paura e amore, se non ripensando ai film che l’hanno spaventato e fatto innamorare?
Questa è a mio avviso l’ammirevole sottigliezza di Adam and Eve Raised Cain, una sensibilità che dispiace non trovare più spesso nelle varie “operazioni nostalgia”.
Dietro alla facciata di film d’animazione, dietro l’intrattenimento, Erba sta dipingendo un mondo di solitudine e di gabbie mentali. E quando utilizza stilemi vintage, non li sta lanciando come noccioline per titillare i riflessi pavloviani dei cinefili: li sta usando perché per lui restano il modo migliore (forse l’unico) per raccontare davvero le ferite e le angosce del suo protagonista carnefice-vittima.

Ho rivolto a Francesco Erba qualche domanda sul suo lavoro.

Qual è la genesi del progetto, e come sei arrivato a realizzarlo?

Il concept di Adam and Eve era uno dei tanti sepolti nella cartella “idee” sul mio laptop. Dopo aver passato molto tempo a lavorare con e per altri, ho deciso che era venuto il momento di girare nuovamente qualcosa di mio. Frugando nella cartella (e scartate tutte le idee sopra il milione di euro!), il soggetto che rimase era una versione in live action di Adam and Eve.
Ho iniziato a lavorarci sopra, ad inserire nuovi elementi e a focalizzare meglio la struttura fino a che ho capito cosa realmente stavo raccontando: il mio era un film sulla prigionia, intesa in tutte le sue possibili accezioni.

Finito lo script è cominciata a ronzarmi nel cervello l’idea che questo film potesse – dovesse – essere realizzato in stop motion: quale estremizzazione era più azzeccata del raccontare questa “prigionia” attraverso dei pupazzi rinchiusi dentro a una scatola di legno di 1,5 m x 1 m?

Sapevo benissimo che realizzare questo film in stop motion, così come l’avevo in mente e con le risorse di cui disponevo, mi avrebbe “rubato” almeno 2 anni di lavoro e di vita. Ci sarebbe stato prima lo storyboard completo, lo studio sui personaggi e i disegni preparatori, la costruzione di scenografie e props, lo sculpting dei pupazzi e il mold making, i piccoli test di movimento e infine diverse settimane di riprese chiuso in una stanza buia. E poi gli effetti digitali e l’integrazione degli occhi degli attori “in carne ed ossa” sui pupazzi di lattice, lavoro che necessariamente andava fatto frame by frame

Insomma, facendo appello a tutto il mio masochismo, ho cominciato a girare e alla fine ho scoperto che ero stato addirittura ottimista. Per completare il cortometraggio ci ho messo quasi tre anni e mezzo!

La scelta della stop motion è stata limitante o ti ha, al contrario, accordato più libertà? Quali sono state le sfide più ardue da superare nella realizzazione del corto?

La stop motion, che io non reputo UNA tecnica, ma LA tecnica di animazione per eccellenza, ha un fascino indiscutibile, che trascende il tempo e le innovazioni tecnologiche. Ma è anche una gran stronza!
Se da un lato, anche con budget molto contenuti, ti consente una libertà artistica totale, la stop motion non fa certo sconti su tempi di ripresa, modalità di ripresa, ricostruzioni scenografiche in scala (a volte fino ad arrivare alla miniaturizzazione). Ogni aspetto va pensato con largo anticipo, calcolato e calibrato con precisione e molto spesso bypassato con un po’ di astuzia e ingegno: non posso muovere la macchina da presa, quindi costruisco uno slider millimetrato per i movimenti, eccetera.

Tutti questi “limiti”, a parer mio, soccombono di fronte al risultato finale, a quello che puoi creare con questa tecnica incredibile. Prendi i film prodotti da Laika oggi: ci insegnano che la stop motion, pur essendo ormai molto vecchia e quasi coetanea del cinema stesso, non ha limiti se non quelli dettati dal budget o dalla creatività.

Adam and Eve mi sembra inserirsi in una vena molto attuale di nostalgia per gli anni 80 (Super 8, Stranger Things, l’episodio San Junipero in Black Mirror, ecc.). Ci sono dei film in particolare a cui ti sei ispirato? Qualche “nume tutelare” che avevi in mente scrivendo la sceneggiatura?

Il corto è stato girato nell’ormai lontano 2011, prima di questa nuova ondata di nostalgia per il cinema degli anni ‘80 e ‘90 (almeno ho scelto di metterlo online al momento giusto!). Inevitabilmente, dentro al corto sono finiti molti stilemi appartenenti ai film con cui io sono cresciuto, che fanno parte del mio DNA; sono dei riferimenti da cui non riesco a prescindere.

In realtà anche i referenti cinematografici derivanti dal mio imprinting sono racchiusi, come tutto il resto della storia, in un sistema di scatole cinesi. Oltre al cinema ‘80 e ‘90 ho voluto inserire dei richiami ai film da cui a loro volta i registi di quegli anni hanno preso ispirazione e che hanno talvolta saccheggiato a piene mani, cioè il cinema di mostri degli anni ’50. Esasperando ancora di più, come tutto il cortometraggio cerca di fare in ogni suo aspetto, mi sono permesso di spingermi ancora più indietro, omaggiando addirittura Méliès.

A volte ai registi viene chiesto di descrivere in modo immediato lo stile che vogliono raggiungere. La mia risposta, fin dall’inizio, era: “pensa a Rob Zombie che gira un film in stop motion”. Uno stile rude, cattivo, graffiante e a volte repulsivo, che si doveva riconoscere in ogni aspetto della realizzazione.
Ma ovviamente stavo semplificando. Se ripenso a tutti gli autori da cui ho preso ispirazione, rischia di sembrare un elenco del telefono senza capo né coda, eppure all’interno del mondo di opposti ed estremi di Adam and Eve per me questi nomi trovano un senso: Carpenter, Cronenberg, Jackson, Spielberg, Selick, Park Chan-wook, Harryhausen, Quay, Svankmajer, Peter Lord e la Aardman, la Laika… tutti hanno influenzato in maniera creativa la genesi e il mio approccio al cortometraggio.

Il film affronta temi estremamente adulti: fobie, alienazione, violenza familiare, gravidanze indesiderate, disperazione. Eppure il tutto è filtrato da un’evidente ironia: la tecnica di animazione artigianale e gli omaggi all’immaginario del cinema americano fanno sì che il film sia un’esperienza di “secondo livello”. Personalmente trovo che quest’ambiguità sia una delle forze del progetto. Ma nei tuoi intenti, Adam and Eve andrebbe preso come puro intrattenimento, o considerato più seriamente?

Questo è uno degli aspetti della “ricerca” che nel mio piccolo, con tutta l’umiltà possibile, tento di portare avanti con il mio lavoro. Una delle costanti che si può ritrovare in ciò che ho fatto finora, dai corti ai videoclip, dalla puntata pilota per una serie per bambini al lungometraggio su cui sto lavorando, è la ricerca del limite e dell’equilibrio nell’accostamento di due estremi opposti.

Usare la stop motion (che dal pubblico medio è normalmente riconosciuta come una tecnica “per bambini”) per raccontare una storia da adulti, fare un film adulto sulla prigionia, sull’alienazione e sulle fobie con dei pupazzi di lattice, è già un abbinamento forte. “Imprigionare” dentro ai pupazzi gli occhi di un attore “vero” e rinchiuderlo nei limiti che questo causa inevitabilmente, per me costituisce un’esasperazione ulteriore di questo concetto. Se poi immagini anche me stesso, animatore, incastrato in posizione strane e “prigioniero” di una piccola stanzetta buia, il discorso diventa davvero vertiginoso!

E l’intrattenimento? Be’, non appartengo di certo alla schiera di coloro che riconoscono al cinema il potere di salvare il mondo, ma di certo lo rende un posto un pochino più bello. Il cinema per me non deve dare risposte, ma solo stimolare domande e creare emozioni. Se vuoi qualche risposta importante forse ti serve di più un biglietto per il museo, che per il cinema.
Secondo questa filosofia Adam and Eve è certamente un film da prendere come esperienza visiva e non solo come percorso di ricerca: che sia concepito anche come intrattenimento puro mi pare evidente dalle sequenze in cui entro “fisicamente” dentro il cervello del protagonista per mostrare il suo passato.

Questo cortometraggio dev’essersi rivelato una vera e propria palestra. Continuerai sulla strada dell’animazione? Quali sono le novità in arrivo?

Sto ultimando il mio primo lungometraggio in live action: qui la mia ricerca personale si è evoluta ancora di più, costruendo un film narrativamente e stilisticamente formato da un documentario d’inchiesta, un mockumentary e un film “tradizionale”.
Porto avanti da un po’ di mesi anche il lavoro su una serie in animazione con pupazzi per bambini di 5/6 anni in cui credo davvero molto e che mi ha dato la possibilità di sperimentare cose nuove con un diverso tipo di animazione.

Quanto alla stop motion, il suo “richiamo” è fortissimo, nonostante gli enormi sacrifici che Adam and Eve ha richiesto. Mi piacerebbe un giorno riuscire a girare una mia particolare versione horror di Peter Pan o un altro piccolo cortometraggio incentrato su Tesla ed Edison.
Il mio lavoro spesso si basa sull’interazione umana e sulla mediazione… e ti confesso che talvolta rimpiango di non essere chiuso da solo in una stanzetta piccola e buia, a spostare fotogramma per fotogramma la testa del mio pupazzo!

Ecco la pagina Facebook di Adam and Eve Raised Cain.

La scacchiera e la Nera Signora

Pochi giochi si prestano alla metafora filosofica come gli scacchi.
Le due armate, una oscura e l’altra luminosa, si affrontano da millenni in eterno scontro. Una lotta astratta, di perfezione matematica, in cui il “terribile amore per la guerra” dell’Uomo viene iscritto in una griglia ortogonale solo superficialmente rassicurante.
La scacchiera nasconde infatti un’impossibile vertigine combinatoria, un’infinità di varianti. Tocca non lasciarsi ingannare dall’apparente semplicità dello schema (la stima delle possibili partite è un numero da capogiro), e ricordarsi del Faraone che accettando di pagare un chicco di grano sulla prima casella e di raddoppiarlo per le successive si ritrovò sul lastrico.

La battaglia dei 32 pezzi sulle 64 caselle ha ispirato, al di là delle ovvie allegorie marziali, diversi componimenti poetici che tracciano un’analogia tra la scacchiera e l’universo intero, e tra le pedine e la condizione umana.
La più antica e celebre è una delle quartine del Rubaiyyát di ʿUmar Khayyām (1048–1131):

Sotto specie di verità, non di metafora,
noi siamo dei pezzi da gioco, e il cielo è il giocatore.
Giochiamo una partita sulla scacchiera di giorni e notti,
e ad uno ad uno ce ne torniamo nella cassetta del Nulla.

Quest’idea di Dio che muove gli uomini a suo piacimento sulle caselle è già piuttosto inquietante; Jorge Luis Borges la moltiplicò in una regressione ad infinitum, con una geniale struttura “a cannocchiale”, domandandosi se perfino Dio non fosse pezzo inconsapevole di una scacchiera più ampia:

E il re cortese, il sinistro alfiere
la regina irriducibile, la rigida torre, l’accorto pedone
sopra questo spazio bianco e nero
si cercano e si scelgono
in una muta accanita battaglia.

Non sanno che la mano precisa di un giocatore
governa quel destino
non sanno che una legge ineluttabile
decide il loro prigioniero capriccio.
Ma anche il giocatore (Omar Khayyam lo ricorda)
è prigioniero di un’altra scacchiera
di notti nere e di accecanti giorni.

Dio muove il giocatore
che muove il pezzo.
Ma quale dio, dietro Dio,
questa trama ordisce
di polvere e di tempo, di sogno e di agonia?

Questa partita cosmica ci interroga naturalmente sulla questione del libero arbitrio, ma si iscrive anche nel più ampio contesto del memento mori e della Morte livellatrice. Che siamo Re o Alfieri, torri o semplici pedine; che si combatta per i Bianchi o per i Neri; che il nostro esercito vinca o perda — il vero esito della battaglia è comunque segnato. Si finirà tutti riposti nella cassetta dei pezzi, nella “fossa comune del tempo“.

Non sorprende dunque che la Morte personificata si sia a più riprese seduta alla scacchiera con l’Uomo.

Nelle raffigurazioni più antiche lo scheletro era dipinto come crudele e pericoloso, pronto a ghermire l’ignaro passante con la violenza; a partire dal tardo medioevo con la Danza Macabra (e la possibile fusione con la figura bretone di Ankou, inquietante ma non malevola) ritroviamo invece lo scheletro disarmato e pacifico, perfino danzante, in una festa carnascialesca che, se da un lato ricorda l’inevitabile destino, funge anche da esorcismo.

Che la Morte concedesse una partita a scacchi, dunque, si accordava con quest’idea più positiva rispetto ai temi iconografici antecedenti (trionfo, Giudizio Universale, incontro con i vivi, ecc.). Di più: il fatto che il Mietitore potesse ora essere addirittura sfidato, suggerisce la nascita di un atteggiamento tipico del pensiero rinascimentale.


Anche nelle raffigurazioni della partita a scacchi con la Morte infatti, come nella Danza Macabra, non ci sono

allusioni o simboli che direttamente riportino il pensiero alla presenza apocalittica della religione o alla necessità dei suoi riti; non ci sono elementi che suggeriscano per esempio la necessità di ricevere, nell’atto finale, gli estremi conforti di un sacerdote o l’assoluzione come viatico per l’al di là, sottolineando così ancor di più il senso d’impotenza dell’uomo. È un uomo, quello ritratto nelle figurazioni di Danza Macabra, che si vede inserito nel mondo e riconosce di essere artefice del cambiamento della sua realtà, non solo quella personale ma anche quella sociale, in una prospettiva storica.

(A. Tanfoglio, Lo spettacolo della morte… Quaderni di estetica e mimesi del bello nell’arte macabra in Europa, Vol. 4, 1985)

Quello che fa le sue mosse contro la Morte, quindi, non è già più un uomo medievale, ma moderno.
Più tardi a questo gioco verrà sconfitto il Diavolo stesso: secondo il folklore, lo scacchista cinquecentesco Paolo Boi (detto Il Siracusano) giocò un giorno una partita con un misterioso sconosciuto che fuggì inorridito nel momento in cui sulla scacchiera i pezzi disegnarono la forma di una croce…

Ma l’episodio forse più interessante risale a tempi molto recenti, al 1985.
Un certo Dr. Wolfgang Eisenbeiss e un suo conoscente decisero di organizzare una partita a scacchi del tutto particolare: si sarebbe disputata tra due grandi maestri, uno vivo e uno morto.
Lo svolgimento del gioco sarebbe stato possibile grazie a Robert Rollans, un medium “affidabile” e profano degli scacchi (per non inquinare il risultato).
La strana combriccola trovò presto il giocatore vivo disposto a tentare l’esperimento, il grande maestro internazionale Viktor Korchnoi; fu un po’ più complicato mettersi in contatto con lo sfidante, ma il 15 giugno la tenzone fu accettata dallo spirito di Géza Maróczy, morto più di trent’anni prima il 29 maggio 1951.
Anche comunicare le mosse e le contromosse fra i due avversari, tramite la scrittura automatica del sensitivo, prese più tempo del previsto. La partita durò ben 7 anni e 8 mesi, finché il fantasma di Maróczy non gettò la spugna, alla sua 47esima mossa.

Questa partita “soprannaturale” testimonia come il valore simbolico degli scacchi sia sopravvissuto al passare dei secoli.
Uno dei giochi più antichi del mondo continua a fornire ispirazione alla fantasia umana, dalla letteratura (Attraverso lo specchio di Carroll è costruito su un enigma scacchistico) alla pittura, dalla scultura alla misteriologia (potevano gli scacchi non avere un ruolo anche nella mitologia di Rennes-le-Château?).
E di volta in volta i 64 quadrati sono stati usati ad emblema di schermaglie amorose, di sfide politiche, o della grande guerra fra il Bianco e il Nero, quella con se stessi, che ha luogo sulla scacchiera dell’anima.

Si tratta in definitiva di un fascino ambiguo, duplice.
La scacchiera propone un campo di battaglia finito, certo, razionalista. La vita come un insieme di decisioni strategiche, di leggi e movimenti prevedibili. Ci piace pensare che la partita abbia un suo rigore e un senso logico.
Eppure ogni gioco è precario, e c’è sempre la possibilità che il vero “finale di partita” ci colga impreparati, a tradimento, come successe al Faraone:

CLOV (sguardo fisso, voce bianca):
Finita, è finita, sta per finire, sta forse per finire.
(Pausa).
I chicchi si aggiungono ai chicchi a uno a uno, e un giorno, all’improvviso, c’è il mucchio, un piccolo mucchio, l’impossibile mucchio.

(Grazie, Mauro!)

La Suicida punita

Questo articolo è apparso originariamente in lingua inglese sul sito Death & The Maiden, che esplora i rapporti fra le donne e la morte.

Padova, 1863.

Una mattina, sotto un cielo color cenere, una giovane ragazza saltò nelle acque fangose del fiume che scorreva proprio dietro all’ospedale cittadino. Non conosciamo il suo nome, soltanto che lavorava come cucitrice, che aveva diciotto anni, e che il suo suicidio era con tutta probabilità dovuto a una delusione d’amore.
Un triste ma anonimo episodio, uno di quelli che la Storia è incline a dimenticare – se non fosse accaduto, per così dire, nel posto e nel momento “giusti”.

La città di Padova era sede di una delle più antiche Università della storia, ed era riconosciuta anche come la culla dell’anatomia. Fra gli altri, vi avevano insegnato medicina il grande Vesalio, Morgagni e Falloppio; nel 1595 Girolamo Fabrici d’Acquapendente vi aveva fatto costruire il primo teatro anatomico stabile, all’interno del Palazzo del Bo.
Nel 1863, la cattedra di Anatomia Patologica era occupata da Lodovico Brunetti (1813-1899), il quale, come molti anatomisti del tempo, aveva messo a punto un suo personale metodo per preservare gli esemplari anatomici: la tannizzazione. Il processo consisteva nell’essiccare i campioni e iniettarli poi con acido tannico; si trattava di una procedura lunga e difficile (e come tale non avrà infatti molta fortuna dopo di lui), ma nonostante ciò dava risultati qualitativamente straordinari. Ho avuto l’opportunità di saggiare la consistenza di alcuni suoi preparati, e ancora oggi mantengono meglio di altri le dimensioni naturali, l’elasticità e la morbidezza dei tessuti originari.
Ma torniamo alla nostra storia.

Quando Brunetti seppe del suicidio della giovane, chiese che gli fosse portato il corpo, per i suoi esperimenti.
Per prima cosa realizzò un calco in gesso del volto e della parte superiore del busto. Poi rimosse tutta la pelle dalla testa e dal collo, facendo particolare attenzione a preservare la bella chioma dorata della ragazza. Si accinse infine a trattare la pelle, sgrassandola con etere solforico e fissandola con la formula di acido tannico di sua invenzione. Una volta salvata la pelle dalla putrefazione, la stese sul calco in gesso che riproduceva i tratti somatici della giovane donna, e aggiunse alla sua creazione occhi in vetro e orecchie di gesso.

Ma qualcosa non andava.
L’anatomista si accorse che in diversi punti la pelle era lacerata. Erano gli strappi lasciati dagli uncini, usati dagli uomini per trascinare il corpo fuori dall’acqua, sull’argine del fiume.
Brunetti, che evidentemente doveva essere un perfezionista, ricorse allora a un’ingegnosa trovata per mascherare quei segni.

Piantò dei rametti vicino al busto e vi attorcigliò attorno dei serpenti tannizzati, posizionando attentamente i rettili come se stessero divorando il viso della ragazza. Fece colare un po’ di cera rossa per simulare degli spruzzi di sangue, ed ecco fatto: una perfetta allegoria della punizione riservata all’Inferno a coloro che avevano commesso il peccato mortale del suicidio.

Chiamò questa sua composizione La suicida punita.

Se questo fosse quanto, Brunetti potrebbe sembrare una sorta di psicopatico, e il suo lavoro sarebbe inaccettabile e spaventoso, sotto qualsiasi prospettiva etica.
Ma la storia non finisce qui.
Dopo aver completato il suo capolavoro, la prima cosa che fece Brunetti fu mostrarlo ai genitori della ragazza.
E qui le cose prendono una piega davvero inaspettata.
Perché i genitori della morta, invece di essere scioccati e orripilati, gli presentarono i loro complimenti per la precisione mostrata nel riprodurre le fattezze della loro figliola.
Sono riuscito a conservare la sua fisionomia tanto perfettamente – annotava orgoglioso Brunetti – che tutti hanno potuto riconoscerla”.

Ma aspettate, c’è di più.
Quattro anni più tardi, apriva a Parigi l’Esposizione Universale, e Brunetti chiese all’Università di assegnargli dei fondi per portare la sua Suicida punita in Francia. Ci aspetteremmo qualche tipo di imbarazzo da parte dell’Accademia, e invece non vi furono problemi a finanziare il viaggio a Parigi.
All’Esposizione Universale migliaia di spettatori, provenienti da tutto il mondo per ammirare le ultime innovazioni tecnologiche e scientifiche, videro la Suicida punita. Cosa pensate che successe a Brunetti allora? Il suo lavoro causò forse uno scandalo, venne forse criticato o esecrato?
Non proprio. Vinse il Grand Prix per le Arti e i Mestieri.

Se a questo punto avvertite una leggera vertigine, be’, probabilmente fate bene.
Considerando questa sconcertante storia, rimaniamo con due opzioni soltanto: o tutti nel mondo intero, Brunetti incluso, erano palesemente pazzi; oppure dev’esserci un enorme scarto di percezione fra il nostro sguardo sulla morte e quello della gente dell’epoca.
Mi colpisce sempre come non ci sia bisogno di allontanarsi troppo sull’asse temporale per provare questo tipo di vertigine: gli eventi di cui parliamo risalgono a meno di 150 anni fa, eppure fatichiamo a capire come ragionavano i nostri bis-bisnonni.
Certo, gli antropologi ci ricordano che la rimozione culturale della morte e la medicalizzazione del cadavere sono processi avvenuti in tempi relativamente recenti, cominciati all’incirca a inizio Novecento. Ma finché non ci troviamo faccia a faccia con un “oggetto” difficile come questo, non riusciamo veramente ad afferrare la distanza abissale che ci separa dai nostri antenati, l’intensità di questo cambiamento di sensibilità.
La Suicida punita è, in questo senso, un complesso e meraviglioso indizio di come i confini culturali e i tabù possano variare nell’arco di un brevissimo periodo di tempo.
Perfetto esempio di intersezione fra arte (che incontri o meno il nostro gusto moderno), anatomia (serviva in fin dei conti a illustrare una tecnica conservativa) e sacro (in quanto allegoria dell’Aldilà), è uno dei reperti più impegnativi tra i molti ancora visibili nel Museo “Morgagni” di Anatomia Patologica di Padova.

Il volto anonimo di questa giovane ragazza, fissato per sempre in un’agonia tormentata nella sua teca di vetro, non può non suscitare una risposta emotiva fortissima. Ci forza a considerare molte essenziali questioni relative al nostro passato, al nostro stesso rapporto con la morte, al modo in cui intendiamo trattare i nostri morti in futuro, all’etica dell’esposizione museale di resti umani, e via dicendo.
Proprio in virtù della ricchezza e fecondità dei dilemmi che pone, mi piace pensare che la sua morte non sia stata del tutto vana.

Al Museo “Morgagni” di Anatomia Patologica di Padova è dedicato l’ultimo libro della Collana Bizzarro Bazar, Sua Maestà Anatomica. Tutte le foto sono di Carlo Vannini. La storia della “suicida punita” è stata portata alla luce per la prima volta da F. Zampieri, A. Zanatta e M. Rippa Bonati su Physis, XLVIII(1-2):297-338, 2012.

Link, curiosità & meraviglie assortite – IV

Essendo assorbito dai lavori dell’Accademia dell’Incanto, appena avviati, mi perdonerete se ripiego su una nuova raccolta di stranezze, sempre e comunque di prima scelta.

  • Vi ricordate il mio articolo sulle mummie affumicate? Ulla Lohmann ha documentato per la prima volta il processo di mummificazione di un anziano del villaggio, che la fotografa aveva conosciuto quand’era ancora in vita. La storia della rispettosa ostinazione con cui la Lohmann è riuscita a farsi accettare dalla tribù, e le spettacolari fotografie che ha scattato, sono su National Geographic.

  • Pire collettive che bruciavano per giorni e giorni appestando l’aria, denti strappati ai caduti per costruire le dentiere dei vivi, ossa usate come fertilizzante: benvenuti nel feroce mondo di chi doveva pulire i campi di battaglia durante le guerre napoleoniche. (Scoperto via Prismo)
  • A tre miglia dalla costa di Miami c’è un vero cimitero sottomarino. Certo, non saranno molti i parenti che prenderanno lezioni di scuba diving per venirvi a porgere un ultimo saluto; ma in compenso la vostra tomba si ricoprirà di bellissimi coralli.

  • Avreste mai immaginato di veder comparire su queste pagine Giancarlo Magalli? L’episodio di cui il presentatore è stato recentemente protagonista è però un brillante esempio di memento mori come forza sovversiva: in questo caso, la spettacolare irruzione è avvenuta proprio in uno dei tanti momenti di televisione anestetica — quella che conforta e ottunde con il miraggio della vincita, del premio che arriva senza fatica, della cuccagna distribuita a casaccio da una sorte benigna. La sconfitta è ironica e definitiva: “l’orologio a questo punto mi sembra inutile…
    (Grazie, Silvia!)

  • Come essere sicuri che un morto sia veramente morto? Nell’800 la questione era tutto fuorché scontata. Ecco perché c’era chi aveva l’ingrato compito di tirare la lingua ai cadaveri, chi provava a infilarsi le dita della salma nelle orecchie, e chi ai corpi stesi nell’obitorio somministrava dei clisteri di tabacco… soffiando attraverso un tubo.
  • E se i Monty Python, nella loro canzone dei filosofi che descrive i giganti del pensiero come alcolizzati terminali, fossero andati vicini alla verità? Un interessante long read sulla relazione fra la filosofia occidentale e l’uso delle sostanze psicotrope.
  • Per chi non l’avesse ancora vista, c’è una crudele radiografia che disintegra il mantra autoconsolatorio ho-solo-le-ossa-grosse.

  • L’uomo sbarcherà su Marte, presto o tardi. Presto, probabilmente. Ma oltre alla vita, sul Pianeta Rosso porteremo anche un’altra novità: la morte. Cosa succede a un cadavere nell’atmosfera marziana, in assenza di insetti, saprofaghi e batteri? Dovremmo seppellirlo, cremarlo o compostarlo? Se l’è chiesto Sarah Laskow su AtlasObscura.
  • Per finire, ecco una splendida serie di foto intitolata Wilder Mann. Attraversando in lungo e in largo l’Europa, il fotografo francese Charles Fréger ha documentato decine di maschere rurali. Inquietanti e suggestive, queste figure pagane sopravvivono al passare del tempo, e da secoli continuano ad annunciare ogni anno l’arrivo dell’inverno.

Sua Maestà Anatomica

Il quarto libro della Collana Bizzarro Bazar, edita da Logos, è finalmente qui.

Se i primi tre volumi affrontavano i luoghi sacri italiani in cui è ancora possibile un contatto fisico con i defunti, questo nuovo lavoro rivolge lo sguardo a un altro genere di “tempio” per i resti umani: il museo anatomico. Un tempio dove a essere celebrati sono i progressi della conoscenza, il funzionamento e la fabrica, la struttura del corpo — l’investigazione della nostra stessa sostanza.

Ma il Museo Morgagni di Padova, in cui potrete addentrarvi grazie alle meravigliose fotografie di Carlo Vannini, non è un semplice museo di anatomia, bensì di anatomia patologica.
Dimenticatevi le consuete architetture interne di organi, ossa e tessuti: qui la carne è impazzita. In questi preparati, conservati a secco, in liquido o tannizzati secondo il procedimento inventato da Lodovico Brunetti, è la inconcepibile vitalità del morbo che diviene protagonista.

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Vero e proprio archivio biologico della malattia, la collezione del Museo Morgagni è una sorta di macchina del tempo che ci permette di osservare deformazioni e patologie ormai debellate; di fronte alle teche e alle vetrine ci troviamo a fissare il nostro sguardo sulle infinite, strazianti modalità con cui il nostro corpo può fallire.
Un luogo inestimabile per la Storia che racchiude, che è quella delle vittime, vite spese per avanzare nella scoperta, così come degli uomini che alla malattia hanno voluto dare battaglia, dei pionieri della scienza medica, del loro impegno e della loro perseveranza. Fra i tesori che custodisce, infine, ci sono diversi straordinari punti d’incontro fra anatomia e arte.

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Il percorso intrapreso in Sua Maestà Anatomica è stato per me particolarmente intenso, a livello emotivo, anche per motivi personali; perché quando ho cominciato a lavorarci, più di due anni fa, la malattia — che fino ad allora era rimasto un concetto astratto — mi aveva appena raggiunto con tutta la sua forza destabilizzante. Così il museo, e la scrittura, si sono trasformati per me in un viaggio iniziatico nel mistero della carne, nei suoi stupori e nelle sue incertezze.
L’ossimoro nel sottotitolo, quell’oscuro splendore, è la più concisa espressione che ho trovato per riassumere il duplice stato d’animo che vivevo durante lo studio della collezione.
Le membra incise dalla sofferenza, i volti ancora espressivi nell’ambra della formalina, le impossibili fantasie delle cellule in preda alla furia: tutto questo mi ha portato a confrontarmi con l’idea di un morbo ambivalente. Da una parte siamo avvezzi a demonizzare la malattia; ma, con la stessa sorpresa di chi impara che il Satana biblico è in realtà un “avversario” dialettico, si rimane spiazzati nello scoprire come il morbo non sia mai soltanto un nemico. Il suo valore risiede nelle necessarie domande che ci rivolge. Mi sono così lasciato incantare dalla sua bellezza terribile, e interrogare dalla vertigine di senso che apre. Sono convinto che la stessa fertile inquietudine che io ho provato sia il sentimento ineluttabile per chiunque varchi la soglia di questo museo.

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Il volume, realizzato in stretta collaborazione con l’Università di Padova, è arricchito dalle schede di museologia e storia a cura di Alberto Zanatta (antropologo e curatore del Museo di Anatomia Patologica), Fabio Zampieri (ricercatore in storia della medicina), Maurizio Rippa Bonati (professore associato in storia della medicina) e Gaetano Thiene (professore ordinario in anatomia patologica).

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Potete acquistare Sua Maestà Anatomica nel bookstore di Bizzarro Bazar su Libri.it.

L’Accademia dell’Incanto

Finalmente è arrivato il momento di svelarvi il progetto sul quale ho concentrato i miei sforzi per buona parte di quest’anno.

Tutto ha avuto inizio da un luogo, un curioso segreto incastonato nel cuore di Roma, a due passi dal Circo Massimo. Probabilmente il mio rifugio preferito in tutta la capitale: la wunderkammer Mirabilia, una “camera delle meraviglie” allestita secondo la filosofia e il gusto delle collezioni cinquecentesche antesignane dei moderni musei.

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Giraffe e leoni tassidermizzati, opere d’arte di alto profilo e rarità da tutto il mondo sono stati raccolti nel corso di molti anni di ricerche e avventure dal proprietario, Giano Del Bufalo, giovane collezionista di cui vi avevo già parlato in questo post.

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Questa bottega barocca in cui la bellezza si sposa con il macabro e il meraviglioso è diventata per me il luogo privilegiato in cui ritirarmi a sognare dopo una giornata faticosa.
Date le premesse, era solo una questione di tempo prima che nascesse l’idea di una collaborazione fra Bizzarro Bazar e Mirabilia.

E ormai ci siamo.
Il 9 ottobre, nel perfetto contesto di questa galleria, aprirà i battenti l’Accademia dell’Incanto.

Quello che assieme a Giano abbiamo progettato è un centro culturale alternativo, inedito nello scenario italiano, ritagliato su misura per gli amanti dell’insolito.
L’Accademia ospiterà una nutrita serie di appuntamenti con scienziati, letterati, artisti e studiosi il cui lavoro si snoda lungo i sentieri meno battuti della realtà: si spazierà dalla mummificazione ai libri magici, dall’anatomia patologica alla letteratura gotica, dalla storia della sessualità all’incontro con alcuni degli artisti più originali del panorama contemporaneo.

Potete facilmente intuire come questo progetto mi stia particolarmente a cuore, in quanto si tratta di una trasposizione fisica del lavoro sviluppato da tempo su questo blog. Ma il privilegio di immaginare questa sua “irruzione” nel mondo concreto mi è stato concesso soltanto dall’amichevole disponibilità dei numerosi spiriti affini incontrati negli anni proprio grazie a Bizzarro Bazar.
Confesso di essere rimasto sorpreso e quasi intimidito dall’entusiasmo di queste figure straordinarie, per cui nutro una stima assolutamente incondizionata: docenti universitari, illustratori, registi, prestigiatori e collezionisti di stranezze hanno tutti risposto in maniera calorosa alla mia call for action che si riassume nell’ambizioso proposito di “rieducare lo sguardo alla vertigine dello stupore”.

Rivolgo un simile appello anche a voi amici del blog: spargete la voce, diffondete la buona novella e soprattutto partecipate numerosi se potete. Sarà un’occasione unica per ascoltare, confrontarsi, discutere, per conoscere di persona gli eccezionali relatori, per allenare i muscoli del sogno… ma soprattutto per trovarci l’un l’altro.

Così, infatti, ci piace pensare all’Accademia dell’Incanto: come a un avamposto di frontiera, in cui la grande famiglia di pionieri e appassionati del meraviglioso abbia finalmente modo di radunarsi; in cui si intreccino itinerari e scoperte; e dal quale, infine, ciascuno possa incamminarsi verso nuove esplorazioni.

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Sul sito ufficiale dell’Accademia troverete presto tutti i dettagli relativi ai prossimi eventi e alle modalità di adesione.
L’Accademia dell’Incanto è anche su Facebook, Twitter e Instagram.
Keep the World Weird!

“Rimanemmo stupefatti”: l’anatomia arriva in Giappone

Immaginate di vivere in un paese il cui governo decida di proibire la conoscenza di qualsiasi scoperta scientifica proveniente dall’estero.
Ancora peggio: immaginate di vivere in questo ipotetico paese, proprio mentre nel mondo sta avendo luogo la più grande rivoluzione dello scibile umano mai avvenuta nella storia, uno sconvolgimento che sta cambiando il modo di concepire il cosmo — ma di cui ignorate i dettagli, che vi sono preclusi per legge.

Questo era probabilmente l’incubo degli uomini di scienza nel Giappone del sakoku, la politica protezionista istituita dallo shogunato Tokugawa. Messa in atto intorno al 1640, ufficialmente per fermare l’avanzata del Cristianesimo dopo la rivolta di Shimabara, questa linea di severe restrizioni era pensata in realtà per controllare il commercio: in particolare, ciò che fece lo Shogun fu vietare del tutto l’accesso e lo scambio soprattutto a Portoghesi e Spagnoli, che considerava pericolosi viste le loro mire coloniali e missionarie in Sud America. Soltanto a Cina, Corea e Olanda venne infine garantita la possibilità di compravendita. Unici Europei a cui era consentito commerciare con il Giappone, stanziati nell’enclave di Dejima, gli Olandesi stabilirono con il Sol Levante rapporti economici e culturali di enorme importanza per più di due secoli, fino a quando la politica del sakoku non finì definitivamente e ufficialmente nel 1866.

Come dicevamo, il Giappone rischiava dunque di rimanere tagliato fuori dal progresso scientifico, iniziato appena un secolo prima in quel fatidico anno di Nostro Signore 1543, quando Copernico aveva pubblicato il De revolutionibus orbium coelestium e Vesalio la sua Fabrica — due testi che scardinarono in un sol colpo ciò che stava sopra e dentro l’uomo.
Se l’incubo paventato all’inizio non si concretizzò mai, fu grazie ai ricercatori del movimento Rangaku, i quali si imposero di studiare attentamente tutto quel che gli Olandesi portavano in Giappone.
Nonostante per i primi ottant’anni di isolamento la gran parte dei libri occidentali fossero banditi, le idee continuarono a circolare e a poco a poco la “quarantena” della cultura si allentò: poterono essere tradotte in giapponese opere fondamentali di ottica, chimica, geografia, scienze meccaniche e mediche.
Nella prima metà del XIX secolo esistevano già scuole Rangaku, le versioni dall’Olandese di testi occidentali erano molto diffuse e l’interazione fra scienziati giapponesi e stranieri molto più comune.

Gli studi medici vennero riconosciuti fin da subito come un campo in cui lo scambio culturale era davvero essenziale.
All’epoca in Giappone la medicina si rifaceva alla tradizione cinese, basata su una visione religiosa/spirituale del corpo, nella quale la conoscenza esatta dell’anatomia non era considerata necessaria. La dissezione umana era proibita, secondo i dettami del Confucianesimo, e i medici che davvero volevano conoscere l’interno di un corpo umano dovevano desumere le loro informazioni sezionando lontre, cani e scimmie.

La prima autopsia, su un criminale condannato alla pena capitale, avvenne nel 1754 ad opera di Yamawaki Tōyō. La dissezione vera e propria venne svolta da un assistente, perché per le classi più elevate era ancora tabù toccare dei resti umani.
Di colpo, si scoprì che l’interno di un corpo umano era molto più simile alle raffigurazioni degli Olandesi che non a quelle contenute negli antichi testi di medicina tradizionale cinese. Il resoconto dell’autopsia firmato da Yamawaki creò un terremoto in ambito scientifico; nel suo libro egli sosteneva strenuamente l’approccio empirico, posizione inaudita per il tempo:

Le teorie possono venire ribaltate, ma come possono deludere le cose materiali? Quando si stimano più le teorie che la realtà anche il più saggio fra gli uomini non può che sbagliare. Quando le cose materiali sono investigate e le teorie si basano su questo, perfino un uomo di intelligenza comune può agire correttamente.

(cit. in Bob T. Wakabayashi, Modern Japanese Thought)

Nel 1758, uno studente di Yamawaki, Kōan Kuriyama, effettuò la seconda dissezione nella storia del Giappone e fu anche il primo medico a tagliare un corpo umano con le sue proprie mani, senza delegare il compito a un assistente.

Sugita Genpaku fu un altro medico che rimase sconvolto nel constatare come le illustrazioni dei “barbari” occidentali fossero più accurate dei consueti diagrammi cinesi. Nel suo memoriale Rangaku Koto Hajime (“Inizio degli Studi Olandesi”, 1869), racconta di quando assieme ad altri medici dissezionò il cadavere di una donna di nome Aochababa, impiccata a Kyoto nel quartiere di Kozukappara (oggi Aeakawa) nel 1771. Prima di iniziare l’autopsia esaminarono un testo di anatomia occidentale, il Ontleedkundige Tafelen di Johann Adam Kulmus:

Ryotaku aprì il libro e ci spiegò, secondo quello che aveva appreso a Nagasaki, i vari organi come il polmone chiamato “long” in olandese, il cuore chiamato “hart”, lo stomaco chiamato “maag” e la milza chiamata “milt”. Sembravano così differenti dalle immagini nei libri anatomici cinesi che molti di noi erano piuttosto scettici sulla loro verità, finché non osservammo sul serio gli organi reali. […] Comparando le cose che vedevamo con le illustrazioni nel libro olandese che io e Ryotaku avevamo con noi, fummo meravigliati nel constatare il loro perfetto coincidere. Non c’era traccia né della divisione in sei lobi e due auricole nei polmoni, né dei tre lobi sinistri e due destri nel fegato, come era spiegato nei testi antichi. E ancora, la posizione e la forma degli intestini e dello stomaco erano molto differenti dalle descrizioni tradizionali. [Anche le ossa] non erano affatto come venivano raffigurate nei libri antichi, ma erano esattamente come nel libro olandese. Rimanemmo completamente stupefatti.

(1771: Green Tea Hag, the beginning of Dutch Learning)

Genpaku spese i successivi tre anni a tradurre il testo olandese che l’aveva talmente impressionato. L’impresa venne portata avanti senza alcuna conoscenza della lingua né dizionari a disposizione, a forza di interpretazioni, deduzioni e discussioni con altri medici che erano stati in contatto con gli Europei a Nagasaki. Il mastodontico lavoro di Genpaku, simile a una vera e propria decrittazione, venne infine pubblicato nel 1774.
Il Kaitai Shinsho era il primo libro giapponese illustrato di anatomia moderna.

Mano a mano che la medicina tradizionale importata dalla Cina impallidiva di fronte all’efficacia e alla precisione delle conoscenze che arrivavano dall’Europa, anche in Giappone la pratica della dissezione divenne sempre più diffusa.

In questo contesto va inserito il vero capolavoro del periodo, il Kaibo Zonshishu (1819), un rotolo contenente 83 illustrazioni anatomiche realizzate dal Dottor Yasukazu Minagaki.
Minagaki, nato a Kyoto nel 1785, studiò alla scuola pubblica e in seguito divenne medico in una clinica nella sua città; ma era anche un artista di enorme talento rispetto ai suoi predecessori, così decise di dipingere in maniera scrupolosa i risultati di una quarantina di autopsie a cui aveva presenziato. Il rotolo faceva parte di una corrispondenza fra Minagaki e il dottore olandese Philipp Franz von Siebold, che lodò gli ammirevoli disegni del collega giapponese.

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In rete si trovano diversi articoli sul Kaibo Zonshishu, e quasi tutti sostengono che Minagaki sia evidentemente distante dall’iconografia classicista degli écorché europei — quei modelli scorticati che mostravano le interiora restando in pose plastiche, da scultura greca. I cadaveri sezionati qui sono invece dipinti con crudo realismo, il sangue gocciolante dalle labbra, i loro volti contorti in una smorfia d’agonia.

In realtà, questa idea non è del tutto esatta.
In Europa, infatti, agli écorché si affiancavano illustrazioni di un verismo spesso perturbante già dal XVI secolo: basta guardare la dissezione della testa di Johann Dryander, addirittura pre-Vesaliana e molto simile a quella di Minagaki, le spietate tavole anatomiche dell’olandese Bidloo nel suo Anatomia Hvmani Corporis (1685), o i cadaveri di donne gravide di William Hunter che fecero gran scalpore nel 1774.
Questi predecessori occidentali ispirarono Minagaki, proprio come avevano già influenzato il Kaitai Shinsho. Un esempio per tutti:

La raffigurazione dei tendini del piede nel Kaibo Zonshishu

…era ispirata a questa tavola del Kaitai Shinsho, la quale a sua volta…

…era tratta da questa illustrazione di Govand Bidloo (Ontleding des menschelyken lichaams, Amsterdam, 1690).

Comunque, al di là delle considerazioni di carattere estetico, il Kaibo Zonshishu rimane probabilmente il compendio autoptico più accurato e vividamente realistico mai dipinto nell’epoca Edo, tanto da essere dichiarato patrimonio culturale nel 2003.

Quando finalmente vennero aperte le frontiere, grazie al lavoro di traduzione e diffusione culturale operato dalla comunità Rangaku, il Giappone poté mettersi velocemente al passo con il resto del mondo.
E diventare, in meno di un secolo, uno dei paesi leader nella tecnologia d’avanguardia.

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Potete consultare il Kaitai Shinsho qui, e leggere l’incredibile storia della sua traduzione qui. A questa pagina molte altre bellissime immagini sull’evoluzione dell’illustrazione anatomica in Giappone.
(Grazie, Marco!)