Arte e meraviglia: L’Arca degli Esposti

Su queste pagine ho sempre dato ampio spazio alle arti visive, e anche chi segue il blog in maniera distratta sa bene quali sono i miei gusti in materia: prediligo un tipo di arte (preferibilmente figurativa, ma non solo) che sia in qualche modo crudele nei confronti dell’osservatore.
Non sto parlando delle finte e superficiali provocazioni della cosiddetta shock art; se uno vuole traumatizzarsi da solo, la rete è piena di immagini ben più estreme di quello che si può trovare in una galleria. Mi riferisco piuttosto al bisogno di essere scossi e intimamente toccati dall’opera, a una crudeltà in senso artaudiano: per raggiungere quel tipo di carica emozionale, l’artista deve avere una preparazione e una sensibilità del tutto particolari.

Se negli anni passati ho proposto di tanto in tanto qui sul blog alcuni artisti che mi avevano impressionato, adesso c’è una grossa novità.
Da quest’anno Bizzarro Bazar diventa davvero parte attiva nella promozione dell’arte “strana, macabra e meravigliosa”!

È nata infatti L’Arca degli Esposti, associazione artistico-culturale con sede a Palermo che ho fondato assieme alla curatrice Eliana Urbano Raimondi.
L’Arca ha come missione quella di dare visibilità a quegli artisti eccentrici ed “eretici” rispetto ai sistemi di massa.

Cito dalla presentazione sul sito:

Gli “esposti”, dunque, sono gli artisti promossi dall’associazione in virtù della loro indipendenza stilistica e dell’iconografia coraggiosa e unica che propongono. Esposti, in quanto selezionati per le mostre organizzate dall’associazione; esposti come i neonati illegittimi abbandonati sulle ruote degli ospedali; esposti perché hanno l’audacia di manifestare la propria posizione eterodossa rispetto alle mode di mercato.

Con tale intento quasi adottivo, L’Arca degli Esposti dichiara la propria vocazione alla custodia elitaria dei “mirabilia”: la stessa che ha dato linfa alle wunderkammer – nel logo simboleggiate dal nautilus, creatura marina la cui conchiglia è basata sull’infinita ruota/spirale di crescita aurea, itinerante per le acque come un vascello verso nuovi mondi.

L’Arca degli Esposti, come ho detto, ha sede a Palermo ma opera su tutto il territorio nazionale.
La nostra prima stagione autunnale parte il 12 ottobre con Il sogno di Circe, mostra collettiva che vedrà esposte nella sede palermitana una selezione di opere di Ettore Aldo Del Vigo, Adriano Fida e Fabio Timpanaro.

Quello che accomuna questi tre straordinari artisti contemporanei è la trasfigurazione onirica della figura umana; per questo, come nume tutelare, abbiamo evocato la Dea Circe e le sue visioni ipnagogiche che sfumano e trascendono la natura del corpo.
Ecco qualche esempio dalla loro produzione:

Il 14 novembre invece ci sposteremo a Roma nella sontuosa wunderkammer del mio amico Giano Del Bufalo, con cui ho organizzato in passato diversi eventi.


Qui per due settimane potrete ammirare la collettiva REQVIEM, mostra incentrata sulla morte e la corruzione del corpo.

In REQVIEM le opere pittoriche, scultoree e fotografiche di dieci artisti internazionali intratterranno un dialogo con le stranezze e le mirabilia presenti nella galleria.
La selezione di artisti è di alto profilo: Agostino Arrivabene, Philippe Berson, Nicola Bertellotti, Pablo Mesa Capella, Tiziana Cera Rosco, Pierluca Cetera, Gaetano Costa, Olivier De Sagazan, Sicioldr e Nicola Vinci.

Assieme con Eliana Urbano Raimondi — al cui brillante lavoro, sarò sincero, va la massima parte di credito per questo sogno divenuto realtà — abbiamo già in cantiere numerose mostre, convegni e seminari incentrati sulla cultura weird, dark e alternativa; stiamo anche cercando di portare per la prima volta in Italia alcuni grossi nomi, e devo dire che la prospettiva mi eccita molto… ma vi aggiornerò a tempo debito.

Per il momento vi invito a seguire le inziative dell’Arca sul sito internet, la pagina Facebook e il profilo Instagram; e, se siete nei paraggi, vi aspetto a questi primi due, fantastici appuntamenti!

I cannibali del Pantheon

Fra i sette peccati capitali, ce n’è uno per il quale gli abitanti di Roma — sia antichi che odierni — sono sempre stati famosi: il peccato di gola.

Una delle piazze romane associata per diversi secoli alle cibarie, agli intingoli e alle più svariate leccornie era quella della “Ritonna”, cioè la piazza antistante al Pantheon.
Qui in passato operavano numerose pizzicherie, ovvero quelle botteghe di prodotti alimentari venduti “a spizzico”, in piccole quantità. Uova, alici, sale, ma soprattutto formaggi e salumi, per i quali la piazza era rinomata. I pizzicagnoli non vendevano la loro merce soltanto all’interno di salumerie autorizzate, ma l’intero piazzale era regolarmente invaso e occupato da bancarelle, capannoni, baracchini ambulanti — insomma una sorta di caotico mercato all’aperto.

In periodo pasquale le salumerie allestivano anche delle barocche esposizioni, spettacolari paesaggi e scenografie create col cibo in modo da impressionare la folla con la loro opulenza. Ecco allora che in piazza cominciava una sorta di gara a costruire la più elaborata scultura di affettati, salsicce e formaggi.

Ne dà testimonianza il Belli nel 1833:

De le pizzicarie che ttutte fanno
la su’ gran mostra pe ppascua dell’ova,
cuella de Bbiascio a la Ritonna è st’anno
la ppiú mmejjo de Roma che sse trova.
Colonne de casciotte, che ssaranno
scento a ddí ppoco, arreggeno un’arcova
ricamata a ssarcicce, e llí cce stanno
tanti animali d’una forma nova.
Fra ll’antri, in arto, sc’è un Mosè de strutto,
cor bastone per aria com’un sbirro,
in cima a una Montaggna de presciutto;
e ssott’a llui, pe stuzzicà la fame,
sc’è un Cristo e una Madonna de bbutirro
drent’a una bbella grotta de salame.
(1)”Tra le salumerie che fanno grande esposizione per la Pasqua, quella di Biagio a piazza della Rotonda è quest’anno la migliore a Roma. Colonne di caciotte, che saranno cento a dir poco, reggono un arco decorato a salsicce, e lì ci sono tanti animali di forme nuove. Fra gli altri, in alto, c’è un Mosè di strutto, col bastone in aria come un poliziotto, in cima a una montagna di prosciutto; e sotto di lui, per stuzzicare la fame, ci sono un Cristo e una Madonna di burro dentro una bella grotta di salame.”

Gli fa eco Giggi Zanazzo nel 1908:

Ne le du’ sere der gioveddì e vennardi ssanto, li pizzicaroli romani aùseno a ffa’ in de le bbotteghe la mostra de li caci, de li preciutti, dell’òva e dde li salami. Certi ce metteno lo specchio pe’ ffa’ li sfonni, e ccert’antri cce fanno le grotte d’òva o dde salami, co’ ddrento er sepporcro co’ li pupazzi fatti de bbutiro, che sso’ ‘na bbellezza a vvedesse. E la ggente, in quela sera, uscenno da la visita de li sepporcri, va in giro a rimirà’ le mostre de li pizzicaroli de pòrso, che ffanno a ggara a cchi le pò ffa’ mmejo. (2)”Nelle due sere del giovedì e venerdì santo, i pizzicagnoli romani usano fare nelle botteghe la mostra dei caci, dei prosciutti, delle uova e dei salami. Certi ci mettono uno specchio come sfondo, e altri fanno grotte di uova o di salami, con dentro il sepolcro con i pupazzi fatti di burro che sono una bellezza da vedersi. E la gente, in quella sera, uscendo dalla visita al cimitero, va in giro a rimirare le mostre dei pizzicagnoli più in vista, che fanno a gara a chi le fa meglio.”

La tradizione delle cornucopie di cibo continuò fino a tempi recenti. Ma non tutti amavano quelle bancarelle e quelle botteghe; di fatto le autorità tornarono ciclicamente, già a partire dal 1400 e poi più volte nel corso dei secoli, a sgombrare la piazza con vari decreti e ingiunzioni.

Uno di questi episodi di ristabilimento del decoro ha lasciato traccia in una targa commemorativa risalente al 1823 ed esposta sul muro del civico 14 in Piazza della Rotonda, l’edificio proprio dirimpetto al Pantheon:

PAPA PIO VII NEL XXIII ANNO DEL SUO REGNO
A MEZZO DI UN’ASSAI PROVVIDA DEMOLIZIONE
RIVENDICÒ DALL’ODIOSA BRUTTEZZA L’AREA DAVANTI AL PANTHEON DI M. AGRIPPA
OCCUPATA DA IGNOBILI TAVERNE E
ORDINÒ CHE LA VISUALE FOSSE LASCIATA LIBERA IN LUOGO APERTO

Tra tutti i salumieri che operavano in questa zona, erano quelli originari di Norcia ad avere fama di macellai provetti, tanto che era un comune insulto quello di augurare all’avversario di finire “castrato da un norcino della Rotonda”.

E proprio su Piazza della Rotonda operavano nel 1638 due norcini, marito e moglie, le cui salsicce erano le più buone di tutte.
Da tutti quartieri della città la gente accorreva a comprarle: erano perfino troppo sublimi e prelibate.

Così cominciò a spargersi la voce che la coppia di macellai nascondesse un segreto. Cosa mettevano nelle salsicce, per renderle così gustose? E come mai qualcuno giurava di aver visto dei clienti bene in carne, paffuti e rotondetti, entrare nella bottega e non farne più ritorno?

La diceria giunse infine alle orecchie del capitano di giustizia, il quale avviò un’indagine e durante le perquisizioni furono effettivamente trovate delle ossa umane nello scantinato della macelleria.
Il Papa Urbano VIII, al secolo Maffeo Vincenzo Barberini, condannò a morte i due norcini proprio davanti al Pantheon: vennero uccisi, sgozzati e squartati con l’ascia da un altro sopraffino maestro nell’arte della macelleria, il boia pontificio.

Questa è la storia che si racconta, e che rimase viva nella memoria dei romani. L’immaginario venne talmente impressionato dal fattaccio, che ancora nel 1905 esso rispuntava di tanto in tanto nelle poesie vernacolari, come ad esempio in questa A proposito de li scheletri aritrovati a la Rotonna (M. D’Antoni, in Marforio, IV, 308 – 1 Luglio 1905):

Ammappeli e che straccio de corata
che ciaveveno que’ li du’ norcini:
attaccaveno l’ommeni a l’ancini
come se fa a ’na bestia macellata.

La carne umana doppo stritolata
l’insaccaveno, e li, que’ l’assassini
faceveno sarcicce, codichini,
vennennola pe’ carne prelibbata.

Saranno stati boja anticamente
a mettese a insaccà la carne umana:
però so’ più bojaccia ’nder presente.

Perchè mò ce sò certi amico caro,
che ar posto de’ la carne un po’ cristiana,
Ce schiaffeno er cavallo cor somaro!! (3)”Caspita che stomaco avevano quei due norcini: attaccavano gli uomini agli uncini come si fa di una bestia macellata. La carne umana poi, macinata, la insaccavano e quegli assassini ne facevano salsicce, cotechini, vendendola come carne prelibata. Anticamente saranno pure stati dei delinquenti quelli che insaccavano la carne umana: ma lo sono ancor di più nel presente. Perché adesso ce ne sono alcuni, amico caro, che al posto della carne cristiana, mischiano quella di cavallo con quella di somaro!”

Dovremmo notare a questo punto che l’intera vicenda potrebbe essere solo una leggenda metropolitana.

La storia del macellaio che spaccia carne umana per carne di maiale è infatti un tipo di leggenda urbana molto antica e piuttosto diffusa: l’ha analizzata la sempre bravissima Sofia Lincos assieme a Giuseppe Stilo in una approfondita ricerca divisa in tre parti (prima, seconda e terza).

Cercando verifiche nelle cronache giudiziarie del tempo, sono riuscito a trovare un unico accenno alla vicenda dei norcini cannibali. Si trova in un testo del 1883 di David Silvagni, che al riguardo cita però alcuni fascicoli manoscritti dell’abate Benedetti:

Tali fascicoli portano il titolo (appostovi dall’abate) di Fatti antichi avvenuti in Roma, e riguardano la storia dei più famosi misfatti e delle più celebri giustizie, cominciando dal processo dei Cenci, del quale ve ne è un’altra copia più antica ma identica. Ed è importante leggere questi fedeli racconti di fatti atroci e di più atroci giustizie che dallo scrittore vengono narrati colla stessa calma e semplicità colla quale oggi il cronista d’un giornale annuncerebbe una rappresentazione al teatro. […] E tanta è la riserva che sembra essersi imposto il diarista, che non si trova una parola di indignazione neppure nel racconto più sanguinoso che si rinvenga nei manoscritti. Difatti con tutta calma è narrata la «esecuzione di giustizia comandata da Papa Urbano VIII l’anno 1638 eseguita nella piazza della Rotonda, nella quale furono accoppati, scannati e squartati due empî scellerati norcini che condivano la carne porcina con la carne umana».

D. Silvagni, La corte e la società romana
nei secoli XVIII e XIX
(Vol II p. 96-98, 1883)

L’abate Benedetti era vissuto alla fine del Settecento, quindi un secolo dopo il presunto incidente. Ma per come ci viene descritta la sua prosa, così austera e imparziale, propenderei per l’idea che si stesse appoggiando a qualche registro, piuttosto che riportando una semplice diceria.

Si tratta dunque di fatti veri oppure di una leggenda, magari nata esagerando degli avvenimenti reali?

Non abbiamo una risposta definitiva. In ogni caso, la storia dei due norcini del Pantheon rappresenta un ironico monito a non indulgere nell’ingordigia, vizio capitale della Capitale; monito caduto, ahimè, nel vuoto, se è vero che i romani, da sempre buone forchette, baratterebbero volentieri le lusinghe del paradiso per un buon piatto di carbonara.

Note   [ + ]

1. ”Tra le salumerie che fanno grande esposizione per la Pasqua, quella di Biagio a piazza della Rotonda è quest’anno la migliore a Roma. Colonne di caciotte, che saranno cento a dir poco, reggono un arco decorato a salsicce, e lì ci sono tanti animali di forme nuove. Fra gli altri, in alto, c’è un Mosè di strutto, col bastone in aria come un poliziotto, in cima a una montagna di prosciutto; e sotto di lui, per stuzzicare la fame, ci sono un Cristo e una Madonna di burro dentro una bella grotta di salame.”
2. ”Nelle due sere del giovedì e venerdì santo, i pizzicagnoli romani usano fare nelle botteghe la mostra dei caci, dei prosciutti, delle uova e dei salami. Certi ci mettono uno specchio come sfondo, e altri fanno grotte di uova o di salami, con dentro il sepolcro con i pupazzi fatti di burro che sono una bellezza da vedersi. E la gente, in quella sera, uscendo dalla visita al cimitero, va in giro a rimirare le mostre dei pizzicagnoli più in vista, che fanno a gara a chi le fa meglio.”
3. ”Caspita che stomaco avevano quei due norcini: attaccavano gli uomini agli uncini come si fa di una bestia macellata. La carne umana poi, macinata, la insaccavano e quegli assassini ne facevano salsicce, cotechini, vendendola come carne prelibata. Anticamente saranno pure stati dei delinquenti quelli che insaccavano la carne umana: ma lo sono ancor di più nel presente. Perché adesso ce ne sono alcuni, amico caro, che al posto della carne cristiana, mischiano quella di cavallo con quella di somaro!”

10 anni di Bizzarro Bazar!

Oggi Bizzarro Bazar compie 10 anni.
Vorrei evitare le autocelebrazioni esagerate, ma un po’ ci sta perché è un bel traguardo — per tutti noi.

Agosto 2009.
Una stanza semibuia. Un trentenne scrive al computer.

Internet era un posto diverso, tanto da sembrare quasi un altro secolo.
Meno di due mesi prima era morto Michael Jackson, mandando in crash tutti i principali siti mondiali. Facebook stava cominciando a superare per numero di utenti il colosso MySpace. Con gli amici si comunicava tramite SMS — ma con parsimonia, perché costavano; in Italia forse una decina di persone stavano provando questa nuova diavoleria esoterica chiamata Whatsapp.
La rete faceva ben sperare. Si era convinti che internet fosse la chiave per migliorare le cose, annullando confini e distanze, promuovendo la solidarietà, forgiando una nuova umanità più connessa e dunque cooperativa.

Un elemento fondamentale per l’imminente rivoluzione sociale (tutti ne erano certi) sarebbero stati i blog, cioè i principali strumenti di comunicazione “dal basso”, in cui la cultura veniva democratizzata, messa gratuitamente a disposizione di tutti.
Se all’epoca ne aveste cercato uno dedicato al macabro e al meraviglioso, vi sareste imbattuti sicuramente nel glorioso Morbid Anatomy, allora al suo picco di popolarità; c’era qualche buon sito tematico ma poco altro, e comunque nulla in italiano.


Così quel pomeriggio del 20 agosto registrai su WordPress il nome di questo blog, scrissi un post di benvenuto (che per non prendersi sul serio citava i Monty Python), e inviai una mail a una decina di amici invitandoli a dare un’occhiata. La speranza era che almeno qualcuno di loro sarebbe rimasto interessato per un mesetto o due. Avevo bisogno di raccontare a qualcuno quanto incredibile, terribile e stupefacente mi sembrasse questa realtà che spesso diamo per scontata. Quanti tesori inaspettati si nascondano dietro alle cose che più ci atterriscono, se si ha la voglia di capire.

STACCO. Agosto 2019.
Una stanza semibuia, un quarantenne scrive al computer.

Il magico mondo di internet ha cambiato volto, non è più così magico. È quotidiano, risaputo.
In molti si sentono imbrigliati dai suoi ubiqui tentacoli che stritolano ogni cellula di tempo e di vita. Gli utenti sono divenuti clienti, e non occorre essere un hacker per sapere che la rete è piena di insidie, di trappole. Internet è oggi il mezzo privilegiato per chi vuole diffondere paura e odio, annullare il difforme e il diverso, rafforzare barriere e confini invece di superarli. A una prima occhiata sembrerebbe che il sogno sia stato ucciso.
Eppure io sono ancora qui, a scrivere sullo stesso blog. Internet è rimasto per tanti versi un posto straordinario in cui si organizzano iniziative inedite, si scoprono punti di vista differenti, in cui capita addirittura di cambiare idea.

Cosa c’entra tutto questo con un piccolo blog che parla di morte, tabù, freakshow, collezioni bizzarre e stranezze storiche?
In un certo senso credo che qui, io e voi, stiamo facendo resistenza. Non tanto politica — la polis è interessata a ciò che succede dentro o attorno alle mura cittadine — quanto più genericamente culturale. Una resistenza, potremmo dire, all’appiattimento, alla riduzione di complessità. Chi ama queste pagine è un individuo che predilige le domande alle risposte, e che vuole esplorare posti sempre più strani.

 

A dispetto delle incalcolabili ore spese a studiare, a scrivere, a rispondere a tutte le domande dei lettori (e a risolvere le magagne del server, grr!), Bizzarro Bazar è sempre rimasto gratuito, privo di pubblicità e di censure.
Con i suoi 850 post, nati anche dalle segnalazioni dei lettori, assomiglia ormai a una specie di mini-enciclopedia del meraviglioso. E a rileggere qua e là, vedo il mio stile affinarsi poco a poco grazie ai vostri consigli e alle vostre critiche.

Di questo percorso, portato avanti con passione e qualche sacrificio, è un’evoluzione fondamentale la web serie che ha debuttato quest’anno su YouTube. Ci abbiamo investito tanto impegno, tante risorse, e la vostra risposta è stata entusiasta.
Molti di voi hanno espresso la speranza che si facesse una seconda stagione, quindi eccoci al punto: per la prima volta Bizzarro Bazar chiama alle armi il suo esercito di pazzi ed eretici freak!

Abbiamo iniziato una campagna di crowdfunding su produzionidalbasso.com per finanziare la nuova stagione.
Ecco a voi il video di presentazione del progetto:

Questa è l’unica possibilità che abbiamo al momento per tenere in vita la serie web italiana più anomala e fuori dal coro. Ma in realtà significa molto di più.
Se ci aiuterete, quella che vedrà la luce non sarà più “la serie di Bizzarro Bazar”, ma la vostra serie.

La pagina della nostra campagna è a QUESTO LINK.
Shortlink da copiare e condividere con gli amici:   bit.ly/bizzarrobazar

Nota: per noi il metodo migliore per ricevere una donazione è mediante carta di credito/bonifico, perché PayPal ci salassa con commissioni molto alte, ma shhhh, io non vi ho detto niente. 😉

Grazie a tutti per questi dieci anni incredibili, grazie a chi sarà così generoso da donare qualcosa nelle sue possibilità… e a chi spammerà senza vergogna il progetto tra i conoscenti.

Ancora e sempre, vive la résistance — in altre parole,

Lezioni di anatomia

Il cadavere in scena

Frontespizio della Fabrica di Vesalio (1543).

Andrea Vesalio (di cui ho scritto già a più riprese) è stato fra i principali iniziatori della disciplina anatomica.
Un aspetto che non viene spesso considerato è l’influenza che il frontespizio del suo seminale De Humani Corporis Fabrica ha avuto sulla storia dell’arte.

Vesalio fu probabilmente il primo, e certo il più celebre fa gli studiosi di medicina, a farsi ritrarre nell’atto di dissezionare un cadavere: era ovviamente un calcolato affronto alla prassi universitaria del tempo, in cui l’anatomia si imparava esclusivamente dai libri. Qualsiasi lezione era appunto una lectio, consisteva cioè nella lettura pedissequa degli antichi testi galenici, reputati infallibili.
Con quel frontespizio, vero e proprio inno alla ricognizione empirica, Vesalio stava invece affermando qualcosa di rivoluzionario: stava dicendo che per capire come funzionavano, i corpi bisognava aprirli, bisognava guardarci dentro.

Johannes Vesling, Syntagma Anatomicum (1647).

Giulio Cesare Casseri, Tabulae Anatomicae (1627, qui dall’edizione di Francoforte, 1656)

Ecco allora che, dopo le iniziali resistenze e controversie, la comunità medica abbracciò la dissezione come principale strumento didattico. E se fino a quel momento si era idolatrato Galeno, non ci volle molto perché Vesalio prendesse il suo posto, e diventasse un must farsi ritrarre sui frontespizi dei trattati nell’atto di emulare le autopsie del nuovo maestro.

Una lezione di anatomia, Scuola di Bartolomeo Passarotti (1529-1592)

Frontespizio commissionato da John Banister (ca. 1580)

Nonostante qualche predecessore, come i due esempi cinquecenteschi qui sopra, il tema della “lezione d’anatomia” diventò un motivo artistico ricorrente nel Seicento, in particolare nell’ambito universitario olandese.
Nella ritrattistica di gruppo, la cui funzione era quella di immortalare i maggiori anatomisti dell’epoca, divenne di moda raffigurare questi luminari nell’atto di sezionare un cadavere.

Michiel Jansz van Miereveld, Lezione di anatomia del Dottor Willem van der Meer (1617)

Il riferimento alla pratica settoria, però, non era semplicemente un dato realistico. Era soprattutto un modo per rimarcare l’autorità e lo status sociale dei soggetti dipinti: è evidente il compiacimento degli anatomisti nel farsi ritrarre nel bel mezzo di un atto che impressionava e affascinava la gente comune.

Nicolaes Eliaszoon Pickenoy, Lezione di osteologia del Dottor Sebastiaes Egbertsz (1619)

Le dissezioni nei teatri anatomici erano spesso pubbliche, veri e propri spettacoli (talvolta messi in scena con tanto di orchestra) in cui il Dottore era il protagonista assoluto.
Bisogna anche ricordare che la figura dell’anatomista rimaneva ammantata da un’aura di mistero, più simile a un filosofo depositario di esoteriche conoscenze piuttosto che al semplice e risaputo medico. In effetti l’anatomista non si degnava nemmeno di eseguire operazioni chirurgiche – per quello c’erano i chirurghi, o i barbieri; il suo ruolo era cartografare l’interno del corpo, come un vero e proprio esploratore, e svelarne i segreti più reconditi e inaccessibili.

Christiaen Coevershof, Lezione di anatomia del Dottor Zacheus de Jager (1640)

Tra tutte le lezioni di anatomia che punteggiano la storia dell’arte, le più celebri rimangono senza dubbio quelle di Rembrandt, che peraltro costituirono il primo grosso ingaggio della sua carriera ad Amsterdam. La Gilda dei Chirurghi commissionava questo tipo di quadri per poi sfoggiarli nella sala comune. Rembrandt ne dipinse uno nel 1632 e un secondo nel 1656 (parzialmente andato distrutto, ma di cui rimane la porzione centrale).

Rembrandt, Lezione di anatomia del Dottor Nicolaes Tulp (1632)

Sulla lezione del Dottor Tulp sono state scritte infinite pagine, anche perché il quadro è colmo di molteplici dettagli seminascosti. La scena raffigurata diviene teatrale, spazio di azione drammatica in cui il ritratto di gruppo non è più statico: ogni personaggio è mostrato in una posa specifica, intento a volgere il suo sguardo in una precisa direzione. Grazie a un utilizzo già sapiente della luce Rembrandt sfrutta il cadavere come repoussoir, cioè elemento d’attrazione che spinge di colpo l’osservatore “dentro” il quadro. E il corpo senza vita sembra fare da contraltare al protagonista assoluto del quadro: il Dottor Tulp, leggermente scentrato, è talmente importante da meritarsi una sorgente di luce a sé stante.
Forse il dettaglio più ironico per noi è quel libro aperto, sulla destra: è facile intuire quale sia il testo consultato durante la lectio. A stare sul leggio ora non è più Galeno, ma Vesalio.

Particolare del volto illuminato del Dottor Tulp.

L’umbra mortis, l’ombra che cala sugli occhi del morto.

L’ombelico del cadavere forma la “R” di Rembrandt.

Dettaglio del libro.

Particolare dei tendini.

Si è discusso a lungo perfino su come sia  stata raffigurata la dissezione, e sulla supposta implausibilità di una lezione anatomica che cominci dai tendini del braccio invece che dalla classica apertura della parete toracica e dall’eviscerazione. D’altronde un anatomista rinomato come Tulp non si sarebbe mai abbassato a eseguire la dissezione con le sue mani, ma avrebbe delegato un assistente; l’intento di messa in scena è evidente. Gli stessi dubbi di inattendibilità anatomica/storica sono stati avanzati per la successiva lezione anatomica dipinta da Rembrandt, quella del Dottor Deyman, in cui le membrane del cervello non sarebbero rappresentate in modo corretto.

Rembrandt, Lezione di anatomia del Dottor Deyman (1656)

Ma, al di là delle licenze artistiche, Rembrandt impartì una sua propria “lezione” (pittorica, in questo caso) che fece innumerevoli proseliti.

Cornelis De Man, Lezione di anatomia del Dottor Cornelis Isaacz.’s Gravenzande (1681)

Jan van Neck, Lezione di anatomia del Dottor Frederik Ruysch (1683)

Un’altra curiosità è nascosta nella Lezione di anatomia del Dottor Frederik Ruysch di Jan van Neck. Anche di Ruysch e dei suoi straordinari preparati ho già scritto altrove: qui ricordo soltanto che quella figura che sembra un paggetto e che esibisce uno scheletrino fetale, sulla destra del quadro, altri non è se non la figlia dell’anatomista, Rachel Ruysch. La ragazzina aiutava il padre nelle dissezioni e nelle preservazioni anatomiche, cucendo anche pizzi e merletti per i suoi celeberrimi preparati. Raggiunta l’età adulta, Rachel lasciò da parte i cadaveri per diventare un’apprezzata pittrice floreale.

Dettaglio di Rachel Ruysch.

Un secolo dopo il celebre ritratto di Tulp, Cornelis Troost mostra un atteggiamento del tutto diverso riguardo al soggetto.

Cornelis Troost, Lezione di anatomia del Dottor Willem Roëll (1728)

A proposito del quadro scrive de Raadt:

Quest’opera appartiene al periodo di transizione che porta dall’umanesimo al modernismo […]. A giudicare dalla mancanza d’interesse nei volti degli studenti, l’illuminante lezione anatomica non genera alcuna meraviglia nei suoi studenti. Al contrario, la posizione piuttosto precaria del cadavere mostra una misura di disprezzo. I personaggi sono vestiti come aristocratici francesi con le loro parrucche incipriate, ostentando ricchezza e potere.

Anon., William Cheselden dà una dimostrazione anatomica a sei spettatori (ca. 1730/1740)

Nella versione del tema realizzata da Tibout Regters, qui sotto, il cadavere addirittura scompare quasi del tutto: rimane soltanto una testa sezionata, sulla destra, e sembra giusto un accessorio da sfoggiare con noncuranza; è l’ingombrante pomposità dei professori che ora domina la scena.

Tibout Regters, Lezione di anatomia del Dottor Petrus Camper (1758)

Il razionalismo e il materialismo dell’epoca dei Lumi cedettero il passo, nell’Ottocento, a un approccio in buona parte influenzato dalla letteratura romantica, a riprova che la scienza è inevitabilmente connessa con l’immaginario del proprio tempo.

Tra le varie discipline fu soprattutto l’anatomia a risentire di questo fascino letterario, che in realtà era bidirezionale. Da una parte gli scrittori gotici e romantici (gli Scapigliati su tutti) guardavano all’anatomia come al perfetto connubio di fascino morboso e algida scientificità, un nuovo stilema di “positivismo macabro”; e dal canto loro gli anatomisti divennero sempre più consci di essere considerati “eroi” decadenti, e i testi medici del tempo sono spesso colmi di svolazzi poetici ed evidenti ambizioni artistiche.

Thomas Eakins, La Clinica Gross (1875)

Thomas Eakins, La Clinica Agnew (1889)

Questa tendenza infulenzò anche la rappresentazione delle lezioni anatomiche. I due quadri qui sopra dell’americano Thomas Eakins, rispettivamente del 1875 e 1889, non sono strettamente dissezioni perché mostrano in realtà delle operazioni chirurgiche. Eppure il concetto è lo stesso: vediamo un luminare che impressiona con le sue prodezze chirurgiche ilpubblico assiepato nell’ombra. L’utilizzo della luce sottolinea la grandiosa severità di queste figure eroiche, eppure l’intento è anche quello di sottolineare le innovazioni che essi hanno sostenuto. Il dottor Gross viene infatti mostrato nell’atto di curare un’osteomielite del femore con una procedura conservativa – quando fino a pochi anni prima si sarebbe fatto ricorso a un’amputazione; nel secondo quadro, dipinto quattordici anni dopo il primo, possiamo riconoscere come si fosse iniziato a comprendere l’importanza della prevenzione delle infezioni (il teatro chirurgico è luminoso, pulito, e i chirurghi indossano tutti il camice).

Georges Chicotot, Il Professor Poirier che verifica una dissezione (1886)

Di crudo realismo, ma con accenti di “fantastico involontario”, è un quadro del 1886 opera del medico e artista Georges Chicotot. Qui il pubblico è sparito, e l’anatomista è mostrato da solo nel suo studio. Un cadavere è appeso per il collo come carne da macello, fra ossa sugli scaffali e chiazze purpuree di sangue che imbrattano la tovaglia e il grembiule. Impossibile non pensare al Frankenstein di Mary Shelley.

Enrique Simonet Lombardo, Anatomia del cuore (1890)

Ma l’Ottocento, con la sua tensione tra romanticismo e razionalità, è tutto idealmente racchiuso in questa Anatomia del cuore dello spagnolo Enrique Simonet. Dipinto nel 1890, è il perfetto riassunto della doppia anima del Diciannovesimo secolo, poiché è interamente giocato sugli opposti. Mascolino e femmineo, oggettività e soggettività, vita e morte, giovinezza e vecchiaia, ma anche il bianco del cadavere a contrasto con la figura nera dell’anatomista. Anche qui non c’è più alcun pubblico, si tratta di una dimensione molto intima. Il professore, da solo in un’anonima sala settoria, osserva il cuore che ha appena prelevato dal petto della bellissima fanciulla come se stesse contemplando un mistero. Il cuore, organo prediletto dai romantici, è qui rappresentato del tutto fuor di metafora, concreto e sanguinoso; eppure ancora sembra racchiudere il segreto di ogni cosa.

J.H. Lobley, Lezioni di anatomia a St Dunstan’s (1919)

Con l’arrivo del Novecento il topos della lezione di anatomia andò via via sfumando, e le raffigurazioni “serie” diventarono sempre più scarse. Eppure il filone non scomparve: finì contaminato dal citazionismo postmoderno quando non trasformato in esplicita parodia. In particolare fu il Dottor Tulp ad assurgere al ruolo di vera e propria icona, protagonista – e talvolta vittima – di fantasiose reinvenzioni.

Édouard Manet, Lezione di anatomia del dottor Tulp, copia da Rembrandt (1856)

Gaston La Touche, Anatomia dell’amore (19??)

Georges Léonnec, Lezione di anatomia del Professor Cupido (1918)

Se già nel 1856 Manet aveva rivisitato alla maniera impressionista il celebre quadro, La Touche aveva immaginato un’ironica Anatomia dell’amore, e Léonnec faceva il verso a Rembrandt con i suoi cupidi, in realtà è nell’ultimo quarto del Ventesimo secolo che Tulp cominciò ad apparire un po’ ovunque, nei fumetti, in televisione (anche il nostro Stefano Bessoni ne propose una rilettura in un mediometraggio del 1993).

Astérix e l’Indovino (1973) Goscinny-Uderzo

Stefano Bessoni, Tulp (55′, 1993)

Con l’avvento di internet il successo del famoso Dottore si allargò sempre più, mentre la sua figura veniva photoshoppata, replicata e riproposta all’infinito.
Un po’ come era accaduto alla Monna Lisa, deturpata dai baffi di Duchamp, Tulp è ormai diventato il punto di riferimento per chiunque voglia fare dell’umorismo nero e scorretto.

Tulp in versione Lego.

Hillary White, The Anatomy Lesson of Dr. Bird (2010)

FvrMate, The Anatomy Lesson of Dr. Nicholaes Tulp, (2016)

HANGBoY, The Anatomy Lesson (2016)

L’arte contemporanea, d’altronde, utilizza sempre più frequentemente l’interno del corpo come elemento sovversivo e ironico. Il fatto che Tulp sia ancora un protagonista “pop” dell’immaginario mondiale dimostra l’enorme influenza del quadro di Rembrandt; e di Vesalio che, con il suo frontespizio, diede inizio al filone della lezione anatomica, lasciando così un segno profondo nella storia delle arti visive.

Questo articolo è uno spin-off di un mio precedente post sui rapporti tra anatomia e surrealismo.

“Più luminoso di mille soli”: l’uomo che entrò nell’acceleratore di particelle

Tutti quanti abbiamo sentito parlare degli acceleratori di particelle, se non altro in occasione della “scoperta” del bosone di Higgs qualche anno fa.
E ci sono soltanto due domande che noi profani ci facciamo, a proposito di questi macchinari:

1. Ma cosa diamine sono gli acceleratori, e come funzionano?
2. Cosa succede se infilo la mano in un acceleratore di particelle acceso?

Ok, magari la seconda domanda me la sono fatta solo io.

© 2017 Robert Hradil, Monika Majer/ProStudio22.ch

Comunque, per quanto riguarda il punto n.1, il sito ufficiale del CERN risponde così:

Un acceleratore spinge particelle cariche, come protoni o elettroni, ad alta velocità, vicina alla velocità della luce. Vengono quindi fatte scontrare con un bersaglio o con altre particelle che circolano nella direzione opposta. Studiando queste collisioni, i fisici sono in grado di sondare il mondo dell’infinitamente piccolo.
Quando le particelle hanno energia sufficiente, accade un fenomeno che sfida l’immaginazione: l’energia della collisione si trasforma in materia sotto forma di nuove particelle, la più massiccia delle quali esisteva nell’Universo primordiale. Questo fenomeno è descritto dalla famosa equazione di Einstein E = mc2, secondo la quale la materia è una forma concentrata di energia, e le due sono intercambiabili.

Per quanto riguarda la seconda domanda, da una veloce ricerca viene fuori che non sono affatto l’unico ignorante che se la pone: su internet, appena uno dice di lavorare a un acceleratore viene sommerso dalle richieste di chi non vede l’ora di farsi investire da un fascio di protoni nella speranza di acquisire dei superpoteri.

Perfino alcuni fisici del CERN hanno provato a rispondere all’annosa questione della mano nell’acceleratore, nei primi 4 minuti di questo video.
Eppure, vuoi perché sapranno anche tutto di fisica ma non sono medici, vuoi perché si tratta di una domanda troppo infantile e frivola, i luminari sembrano cadere dalle nuvole e i loro tentativi di rispondere si possono riassumere in un imbarazzato “non lo sappiamo”. (Possibile che non si siano preparati una risposta migliore? Nessuno ha mai fatto loro domande sceme?)

Poco male comunque, perché sulla delicata questione l’unico scienziato della cui risposta mi fiderei ciecamente non sta al CERN, ma in Russia.
Si tratta di Anatoli Bugorski, e non ha messo la mano dentro un acceleratore di particelle acceso… ci ha infilato tutta la testa.

© Sergey Velichkin – TASS

Il 13 luglio del 1978 Bugorski stava ispezionando il sincrotrone U-70 all’Istituto di fisica ad alta energia nella città di Protvino.
Inaugurato nel 1967, questo acceleratore circolare dal perimetro di 1,5 km aveva detenuto per cinque anni il record del mondo per l’altissima energia del suo fascio (quel “70” infatti indica i gigaelectronvolt che raggiunge nella fase finale); e ancora oggi è il più potente di tutta la Russia.

Ispezionare una bestia del genere non è come aprire il cofano e controllare il motore dell’auto – nonostante per chi scrive siano due attività ugualmente esoteriche. Per eseguire la manutenzione, quella mattina, Burgoski doveva infilarsi nel circuito dell’acceleratore. Prima di scendere aveva dunque avvisato la centrale di controllo di spegnere il raggio, nei cinque minuti successivi.
Era arrivato alla sala sperimentale con un minuto o due di anticipo, ma non ci aveva fatto caso perché aveva trovato la porta aperta; inoltre il segnale di sicurezza era spento, segno che il macchinario non era più in funzione. “Che bravi, che efficienti, i ragazzi alla centrale – avrà pensato – hanno già fermato tutto, sapendo che stavo arrivando”.

I ragazzi nella sala di controllo.

Bello tranquillo, si decise quindi ad aprire l’acceleratore.
Quello che non sapeva era che la porta era stata lasciata socchiusa per sbaglio; e che la lampadina del segnale di pericolo si era appena fulminata.

© Sergey Velichkin – TASS

Appena sbirciò all’interno del corridoio, la sua testa venne trapassata all’istante da un fascio di protoni di 2×3 millimetri di grandezza, sparato a una velocità vertiginosa.
Burgoski vide un flash “più luminoso di mille soli”, mentre il raggio entrava dalla parte posteriore del cranio e in una frazione di secondo bruciava una linea retta attraverso il suo cervello, uscendo in prossimità della narice sinistra.
Il tutto fu troppo veloce perché Burgoski avvertisse dolore; ma non abbastanza veloce (almeno, questo voglio immaginare) da impedirgli di imprecare mentalmente contro gli addetti alla sicurezza.

Burgoski venne portato in infermeria, e nel giro di poco tempo la metà del volto colpita si gonfiò a dismisura. Il raggio aveva trapassato il suo orecchio medio, e la ferita continuava a friggergli pian piano i nervi della faccia. Ma il problema vero erano le radiazioni.
In quel millesimo di secondo, Bugorski era stato esposto a una dose di radiazioni pari a 200.000/300.000 röntgen, vale a dire una dose 300 volte maggiore della quantità letale.

Per gli scienziati questo sfortunato dottorando era diventato di colpo un caso di studio interessante.
Dato per spacciato, venne trasferito d’urgenza in una clinica a Mosca, per essere posto sotto osservazione durante quelli che, presumibilmente, sarebbero stati i suoi ultimi giorni di vita. Arrivarono studiosi da tutte le parti per guardarlo morire, perché nessuno prima di lui era mai stato vittima di un fascio di radiazioni così concentrato, come ricorda un articolo su The Atlantic:

la particolarità nel caso di Bugorski era che le radiazioni erano concentrate lungo un sottile fascio attraverso la testa, piuttosto che essere distribuite ampiamente a causa di ricadute radioattive, come nel caso di molte vittime del disastro di Chernobyl o del bombardamento di Hiroshima. Nell’incidente di Bugorski, i tessuti particolarmente vulnerabili, come il midollo osseo e il tratto gastrointestinale, potrebbero essere stati in larga parte risparmiati. Ma dove il raggio colpì la testa di Bugorski, depositò una quantità oscena di energia di radiazione, centinaia di volte maggiore di una dose letale.

Eppure, a dispetto di qualsiasi previsione, Burgoski non morì.
In seguito all’incidente perse totalmente l’udito dall’orecchio sinistro (rimpiazzato da un acufene), soffrì per il resto della vita di crisi epilettiche, e di un’emiparesi facciale. Ma a parte questi danni, permanenti ma non letali, recuperò del tutto la salute: nel giro di 18 mesi tornò al lavoro, completò il dottorato e continuò la carriera di scienziato e coordinatore sperimentale.
Non poté parlare della sua disavventura fino alla fine degli anni ’80, per via del segreto di stato che copriva tutte le informazioni anche solo lontanamente connesse con il nucleare. Burgoski è ancora vivo e vegeto all’età di 77 anni.

Insomma, magari la sua storia non risponde esattamente alla nostra puerile domanda su cosa succederebbe alla nostra mano nell’acceleratore, ma ci può dare un’idea approssimativa.
Come riassume il Professor Michael Merrifield nel video citato:

Il Circo delle Pulci

Un, due, tre!
All’erta gli elefanti in piedi
saltino le pulci avanti
attenti, passa il domatore!

Vinicio Capossela, I pagliacci (2000)

Pulci che tirano carrozze e palafreni, che si tuffano in un bicchiere d’acqua dall’alto di un trampolino, che si sfidano a duello con piccole spade, che addirittura si fanno sparare da un cannone in miniatura proprio come i più celebri proiettili umani.

Il circo ha sempre vissuto di estremi, di sfide impossibili, escludendo a priori soltanto l’ordinario. È naturale dunque che ai domatori classici – al cui volere si piegavano fiere pericolose ed enormi animali – facessero da contraltare altri domatori, che riuscivano a far compiere gesta eccezionali alle creature più microscopiche.
Per questo il Circo delle Pulci è uno dei più duraturi (e misconosciuti) numeri da sideshow di tutto il mondo.

Sgomberiamo innanzitutto il campo dalla domanda che inevitabilmente vi starete ponendo: in questi show le pulci ci sono davvero, o si tratta di un’illusione ottica?

La risposta breve è che sì, un tempo si usavano pulci vere; poi gradualmente il numero è scivolato nell’ambito dell’illusionismo.
Vale la pena però gustarsi la risposta lunga, cioè ripercorrere l’affascinante storia di questo strano circo entomologico – inventato, tra l’altro, da un italiano.

Breve storia del circo microscopico

Tutto ebbe inizio quando nel 1578 Mark Scalliot, un fabbro londinese, per dare prova della sua abilità costruì un minuscolo lucchetto in ferro, acciaio e ottone completo di chiave, per il peso complessivo di “un grano d’oro”. Forgiò poi una catenella d’oro composta di 43 anelli, così sottile da poter essere legata attorno al collo di una pulce. L’insetto si tirava appresso il lucchetto e la chiave.

Quasi due secoli dopo, replicando la trovata pubblicitaria di Scalliot, un orologiaio di nome Sobieski Boverick costruì una mini-carrozza in avorio “con sei figure di cavalli collegate a esso – un cocchiere sulla cassetta, un cane tra le sue gambe, quattro persone all’interno, due valletti sul retro e un postiglione sul cavallo di testa, i quali erano tutti trainati da una singola pulce”.

Negli anni ’30 dell’Ottocento, prendendo spunto da questi due predecessori, l’emigrato genovese Luigi Bertolotto impiegò per la prima volta i piccoli parassiti in un contesto circense, facendo esibire a Regent Street le sue pulci ammaestrate.
Come aveva già fatto Boverick, anche lui proponeva il numero della pulce che tirava una carrozza coi cavalli – elemento che sarebbe in seguito diventato un caposaldo del genere – ma il suo spettacolo si spingeva ben oltre: con il tipico gusto italiano per il teatro, Bertolotto aveva trasformato le sue pulci in veri e propri attori.

 

Aveva confezionato minuscoli abiti su misura, e dilettava il pubblico con diversi tableau viventi che coinvolgevano numerose pulci allo stesso tempo. C’era innanzitutto la scena araba che vedeva protagonista il Sultano, con il suo harem e le odalische; entravano poi gli emuli ematofagi di Don Chisciotte e Sancho Panza.
Uno dei momenti clou era quello in cui gli insetti proponevano una rilettura “tascabile” della battaglia di Waterloo, e gli spettatori impazzivano nel riconoscere Napoleone, il Duca di Wellington e il prussiano Blücher in uniforme. Un altro momento dello spettacolo era il ballo d’alta società, in cui una coppia di insetti vestiti in abiti sfarzosi danzavano accompagnati da un’orchestra di 12 elementi.
Il pubblico stupiva e rideva, perché la satira era evidente: ecco il bel mondo con i suoi fasti, reso di colpo buffo e infinitesimale; ecco i grandi eroismi guerreschi, impersonati dagli animali più infimi del creato. Perfino l’Imperatore poteva essere schiacciato con un dito.

Bertolotto divenne la prima (e ultima) vera superstar delle pulci; la sua fortuna fu tale che partì per un tour internazionale, stabilendosi infine in Canada. Cominciarono presto a spuntare imitatori, che non raggiunsero mai la sua fama ma diffusero la figura del domatore di pulci in tutto il mondo.
La varianti erano molte, e andavano dal baracchino da strada, in cui una semplice valigia serviva da palcoscenico su cui le pulci eseguivano stunt elementari, fino a versioni più elaborate.

L’ultimo grande impresario di pulci fu con tutta probabilità William Heckler, un circense che all’inizio del Novecento lasciò la carriera di “uomo forzuto” per dedicarsi a tempo pieno alle pulci. Dopo aver girato gli Stati Uniti in lungo e in largo, nel 1925 entrò a far parte, in pianta stabile, dell’Hubert’s Museum a Times Square, un vero e proprio freakshow.

Qui per pochi dollari si potevano ammirare Prince Randian l’uomo bruco (che avrebbe poi recitato in Freaks di Tod Browning), Olga la donna barbuta, Suzie la ragazza dalla pelle di elefante, nonché l’incantatrice di serpenti Principessa Sahloo. Un’altra, più piccola principessa si esibiva nella cantina del museo: Princess Rajah, la pulce che interpretava il ruolo di danzatrice orientale nel circo del Professor Heckler.

Oltre alle tradizionali imprese atletiche, come saltare nel cerchio o calciare un pallone, le pulci di Heckler sapevano suonare uno xilofono (che si diceva fosse fatto di unghie tagliate), fare numeri da giocoliere con piccole palline, e inscenare incontri di boxe su un ring in miniatura. Heckler continuò a far lavorare il suo mini-cast fino agli anni ’50: all’apice del successo il suo show poteva fruttare più di $250 al giorno, l’equivalente odierno di 3000 €.

L’infernale disciplina, ovvero: Come ti ammaestro una pulce

Le pulci dell’uomo, a dispetto delle fastidiose punture e del fatto che possono divenire pericolosi vettori di peste e altre malattie, sono in realtà degli insetti davvero straordinari.

Immaginate di poter saltare più di 90 metri in verticale, scavalcando con un balzo la Statua della Libertà, e 230 metri in orizzontale. Questa, in proporzione, è l’abilità della pulex irritans.
I muscoli delle zampe posteriori non sono i soli responsabili dell’incredibile forza propulsiva: essi infatti preparano il salto comprimendo e distorcendo lentamente un cuscinetto elastico composto di resilina, che durante questa fase di “carica” viene tenuto bloccato da un tendine e può così immagazzinare l’energia muscolare. Al momento del salto, il tendine scatta liberando il cuscinetto. La pulce decolla con una vertiginosa accelerazione di 100 volte la forza di gravità. Sempre per fare un paragone con l’uomo, pensate che una persona può sopportare un’accelerazione verticale di soli 5g prima di svenire.

Già solo da queste brevi informazioni si comprende come il primo e il principale problema che un ammaestratore doveva risolvere fosse convincere le pulci a non saltare via dalla scena.

A tale scopo gli insetti venivano tenuti a lungo in una provetta, finché a forza di testate sul vetro non imparavano che saltare non conveniva. Un rimedio più drastico poteva essere quello di incollarle sul palcoscenico o legarle a qualche oggetto, ma questo poteva funzionare solo per quegli elementi del “cast” che dovevano rimanere fermi (ad esempio i suonatori d’orchestra).
Per tutte le altre pulci, che dovevano compiere azioni più complesse, si doveva selezionare quelle che mostravano un carattere più docile (di solito le femmine); la briglia veniva assegnata solo a quelle più lente, destinate a tirare carrozze e carretti, mentre le più vispe diventavano giocatori di calcio o tuffatori. Tutto questo, ovviamente, se dobbiamo credere alla letteratura dell’epoca sull’argomento.

Fatto sta che per costringere questi piccoli stuntman a eseguire le loro acrobazie si utilizzavano varie tecniche – trucchi che, a essere sinceri, è un po’ difficile chiamare “ammaestramento”.
Se lo si guarda dal punto di vista della pulce, il circo appare infatti come un luogo di tortura e terrore, in cui un sadico e gigantesco carceriere obbliga i prigionieri a un’interminabile sequela di sevizie.

Le pulci da traino erano imbrigliate con un sottilissimo filo di stoffa o di metallo passato attorno al capo; una volta posizionato, questo cordoncino sarebbe rimasto lì per tutta la vita dell’insetto. La difficoltà stava anche nell’esercitare la giusta pressione di legatura, perché se il filo veniva stretto troppo la pulce non poteva più deglutire, e moriva.
Alle pulci spadaccine si incollavano invece due piccoli pezzi di metallo agli arti anteriori; naturalmente gli insetti cercavano di liberarsene, scuotendo invano le zampette, dando così l’impressione di duellare tra di loro.


I calciatori erano selezionati tra le pulci che saltavano più in alto: la pallina imbevuta di repellente per insetti (spesso olio di citronella, o un disinfettante come il Listerine) veniva spinta verso di loro mentre erano tenuti verticali, ed essi la respingevano con uno scatto delle zampe posteriori.
Simile il trucco usato per le pulci giocoliere che, fissate o incollate sulla schiena, zampe all’aria, cercavano di liberarsi della pallina tossica che veniva piazzata sopra di loro, finendo per per farla roteare in aria.

Per quanto riguarda i musicisti e i danzatori, un articolo del 1891 descrive nel dettaglio lo spettacolo. Due pulci “ballerine” sono incollate ciascuna a un estremo di un pezzetto di carta dorata:

Sono posizionate in posizione opposta – una guarda da una parte, l’altra guarda dall’altra. Legate così, sono piazzate in una specie di arena sopra a un carillon; a un’estremità del carillon c’è l’orchestra composta da pulci, ognuna legata alla sua sedia, e con la riproduzione di uno strumento musicale attaccato alle zampe. Il carillon viene fatto suonare, l’ammaestratore tocca ognuno dei musicisti con un bastoncino, e tutti cominciano a gesticolare e agitarsi, come se stessero eseguendo un’elaborata partitura. Le due pulci attaccate alla carta dorata avvertono le vibrazioni del carillon sotto di loro, e cominciano a correre in tondo, più veloce che possono. Questo è chiamato il Valzer delle Pulci.

Per bilanciare tutto questo orrore, ricordiamo che l’ammaestratore di pulci nutriva personalmente con il suo sangue tutti i suoi preziosi professionisti. Per i parassiti si trattava di una vita di certo movimentata, ma almeno la cena non mancava mai.

Now you see me, now you don’t:
pulci illusorie e Zeitgeist

Non esiste, a quanto pare, un’ampia letteratura in materia di pulci finte.
Certo è che i circhi-delle-pulci-senza-pulci cominciarono ad affiancarsi a quelli autentici già a partire dagli anni ’30. Questa traslazione che portò il numero circense verso l’ambito dell’illusionismo e della magia arrivò a compimento negli anni ’50, quando cominciarono ad apparire versioni particolarmente elaborate del trucco. 

Michael Bentine, uno dei membri del gruppo comico britannico The Goons, ne proponeva una in cui le pulci inesistenti sembravano spingere palline lungo piani inclinati, saltare su un tavolo ricoperto di sabbia (l’illusione era data dallo sbuffo che si sollevava a ogni salto), salire una scala “premendo” un gradino alla volta, e tuffarsi in un bicchiere d’acqua. Altri finti ammaestratori usavano magneti e fili per far cadere gli ostacoli presumibilmente colpiti dalle pulci, trucchi elettrici o meccanici per azionare i trapezi o far avanzare le pulci equilibriste sul filo; alcuni mentalisti sfruttavano persino le invisibili “pulci telepatiche” per leggere nel pensiero degli spettatori.

Oggi abbiamo notizia di un solo circo che ancora utilizza le pulci vere: si tratta del Floh Circus, che fa la sua apparizione ogni anno all’Oktoberfest.
Il resto dei pochi circhi in circolazione sono tutti basati sull’illusione: uno dei più famosi è l’Acme Miniature Flea Circus, gestito da Adam Gertsacov. A sentire lui, questo tipo di spettacolo è il più puro e adatto ai nostri tempi, proprio perché si basa sull’incertezza:

La gente guarda e dice, ‘Cosa sto vedendo veramente?’ Questo mi piace. Non hai davvero visto un circo di pulci se non sei stato raggirato dall’imbonitore. Sarebbe interessante vedere delle vere pulci ammaestrate, ma solo per tre o quattro minuti. Non è abbastanza, al giorno d’oggi, quando puoi cercare gli insetti su Google e vederli che si accoppiano, da vicino e in dettaglio. Il mio show sta tutto nella bravura nell’intrattenere.

Forse questi finti circhi delle pulci fanno appello a un tipo di ingenuità che non esiste più.
Eppure è vero che, in un’epoca in cui la nostra visione è continuamente messa sotto scacco, questi ingannevoli marchingegni assumono un significato simbolico inaspettato. Sono pensati per divertire in maniera innocua, ma si basano sullo stesso principio dei ben più minacciosi deep fake e di tutte le narrative di odio e paura che ci vengono propinate quotidianamente: ogni illusione funziona davvero solo se vogliamo crederci.

E mentre Gertsacov e i suoi colleghi continuano a sostenere la superiorità dell’arte affabulatoria rispetto alla mera realtà, le pulci – quelle vere – ringraziano.

La maggior parte delle informazioni in questo articolo provengono da Dr Richard Wiseman, Staging a Flea Circus, che contiene molte altre curiosità (ad esempio sul difficoltoso approvvigionamento di pulci), e da Ernest B. Furgurson, A Speck of Showmanship, in The American Scholar, 3 giugno 2011.
Una buona directory di studio sulle pulci e sulla loro storia è The Flea Circus Research Library.

Link, curiosità & meraviglie assortite – 19

“Che barba, che noia. Per fortuna c’è la nuova raccolta di link di Bizzarro Bazar.” (Foto: Tim Walker)

Lasciate perdere le granite: per combattere il caldo, niente di meglio che un bel po’ di link ghiacciati e agghiaccianti, direttamente dalla mia cella frigorifera!

  • James Hirst (1738-1829) come cavalcatura usava un toro che aveva ammaestrato; teneva volpi e orsi come animali domestici; costruì una carrozza di vimini così grande da contenere un letto matrimoniale e un’intera cantina di vino; installò una vela sul suo carro, in modo da navigare su strada, e alla prima curva finì volando attraverso la finestra di una sartoria; si salvò da un duello all’ultimo sangue mandando avanti un manichino al posto suo; si fece donare dozzine di giarrettiere dalle nobildonne inglesi in cambio del privilegio di entrare per un minuto nell’eccentrica bara che si era auto-costruito; rifiutò un invito del Re perché era troppo impegnato a insegnare a una lontra l’arte della pesca. (Io invece oggi ho passato l’aspirapolvere.)
  • Jason Shulman usa esposizioni lunghissime per fotografare interi film. Il risultato è spettacolare: un “riassunto” della pellicola in un’unica immagine, 130.000 fotogrammi compressi in un singolo scatto. “Ognuna di queste foto — dice Shulman — è il codice genetico di un film, il suo DNA visivo“. Ed è affascinante riconoscere i contorni delle inquadrature ricorrenti (che quindi restano impresse in maniera meno sfumata delle altre): i finestrini del furgoncino di Non aprite quella porta, le statiche scenografie di Méliès, i riflessi dei lampioni in Taxi Driver. E io personalmente non ci avevo mai riflettuto, ma i primi piani di Linda Lovelace in Gola profonda devono essere davvero tanti, per riuscire a far comparire quel volto fantasmatico… (Grazie, Eliana!)

  • Restiamo nell’ambito fotografico parlando delle manipolazioni di Giovanni Bortolani. Nella sua serie Fake Too Fake si diverte ad affettare e rimontare il corpo di bei modelli e modelle, come nell’esempio qui sopra. L’estetica della foto di moda incontra il bancone di macelleria, con risultati surreali e disturbanti.
  • Guai a parlare di masturbazione femminile: e allora parliamone.
    Un bell’articolo su L’Indiscreto racconta la storia dell’autoerotismo femminile, pratica un tempo considerata patologica e oggi indicata addirittura come terapia. Ma, ancora e comunque, guai a parlarne.
  • E già che ci siamo, perché non riguardare il bel cartone animato della Disney sulle mestruazioni?
  • Pensavo di aver trovato il gadget perfetto per l’estate, ma ho scoperto che è fuori produzione. Quindi niente spiaggia per me quest’anno. (Grazie, Marileda!)

  • Torni nel tuo villaggio natio, ma scopri che tutti quanti se ne sono andati o sono morti. Quindi, per rendere l’atmosfera del paesino fantasma meno creepy, cosa ti inventi? Ovvio: lo popoli di bambolotti di pezza a grandezza naturale che se ne stanno immobili e silenziosi nei campi, siedono sulle panchine, riempiono le aule scolastiche, aspettano l’autobus che non passerà. E dai ai fantocci le fattezze dei defunti. Uhm. La signora Ayano Tsukimi è tanto carina, intendiamoci, e la sua solitudine ha commosso il mondo, ma non ho ancora deciso se la sua opera sia davvero “allegra” e poetica, oppure grottesca e inquietante. Decidete voi.
  • Se avete voglia di una lettura un po’ impegnativa ma affascinante, c’è un bellissimo studio  di Giuditta Failli sull’irruzione del meraviglioso nella cultura medievale a partire dal XII secolo, tra mostri, armate di scheletri, apparizioni di demoni e spettri. Ecco la prima parte e la seconda parte. (Grazie, Pasifae!)

  • Cos’è questo strano schema qui sopra? È la dimostrazione che si può sempre uscire dagli schemi.
    Benvenuti nel mondo delle notazioni musicali eterodosse.
  • Ma d’altronde la musica è gioco, sperimentazione, alchimia nel vero senso del termine — usare gli elementi del mondo per trascenderli attraverso la manipolazione e la fusione dei loro suoni. A ricordarcelo arriva un altro grande anticonformista, Hermeto Pascoal, che in questo video è intento a suonare una laguna.
  • Me ne vado alla ricerca di un grande forse“, disse François Rabelais in punto di morte.
    Sto per intraprendere il mio ultimo viaggio, un grande salto nel buio“, mormorò Thomas Hobbes.
    Le ultime parole vanno bene per gli sciocchi che non hanno detto abbastanza in vita” profferì con l’estremo fiato Karl Marx.
    E voi, vi siete preparati un’ultima, romantica, memorabile frase? Be’, peccato che molto probabilmente non riuscirete a dirla. Ecco un interessante articolo su cosa si dice davvero in punto di morte, e perché potrebbe essere importante studiare il modo in cui si comunica durante gli ultimi istanti.
  • A proposito, una delle frasi che preferisco è quella pronunciata da John Sedgwick il 9 maggio 1864 durante la battaglia di Spotsylvania. L’eroico generale esortò i suoi soldati a non ritirarsi: “Mi vergogno di voi, scappare in questo modo. Non saprebbero colpire un elefante a questa distanza“.
    Manco aveva finito, che un proiettile lo raggiunse sotto l’occhio sinistro, stroncandolo sul colpo.

Sedgwick: 0 – Karma: 1.

  • La sempre ottima Nuri McBride sulla Great Stink of London, ovvero quell’epoca in cui il Tamigi era, nelle parole di un legislatore, “una pozza dello Stige, che puzza di orrore ineffabile e intollerabile“.
  • A proposito di profumi, avete presente quel buon odore che ha un prato tagliato di fresco?
    È perché ogni filo d’erba sta gridando in agonia. Prego, non c’è di che.
  • Almeno le foglie secche hanno smesso di soffrire, e l’artista Susanna Bauer le usa per cucire delle opere strabilianti.
  • Qui invece una serie di splendide illustrazioni ottocentesche di animali e gente che muore male.
  • Sinceramente, non credo che scriverò mai più un tweet all’altezza di questo.

  • È qui la festa?” Questi allegri e gioviali signori, intenti con ammirevole entusiasmo a farsi saltare fuori gli occhi dalle orbite coi coltelli, stanno celebrando l’Urs festival, manifestazione che si tiene ogni anno ad Ajmer nel Rajasthan per commemorare la morte del maestro sufi Moʿinoddin Cishti. Trovate altre foto della simpatica usanza in questo articolo.
  • E infine ecco un cortometraggio davvero meraviglioso, suggeritomi dall’amico Ferdinando Buscema. Gustatevelo, perché è il riassunto di tutto ciò che c’è di bello nell’uomo: la capacità di infondere senso alla vita a partire dalle cose minute, attraverso il lavoro e la creazione, la volontà di riconoscere l’universale anche negli  oggetti più umili e all’apparenza risaputi.

 

Le mummie di Palermo: un dialogo silenzioso

Questo mio articolo è apparso originariamente sul primo numero, intitolato “Apocrifo Siciliano”, del libro-rivista Cariddi – Rivista Vorace, edito da Rossomalpelo Edizioni di Catania. La rivista esplora le innumerevoli versioni di una Sicilia dimenticata, occulta, sospesa tra le molteplici magie del fantastico e le illusioni della realtà — in un racconto collettivo al quale hanno partecipato giornalisti, scrittori, illustratori, critici letterari e fotografi per affrontare le mille facce della Sicilia.
Cariddi si trova in libreria (sul profilo FB Cariddi – Rivista Vorace trovate tutti i punti vendita che la ospitano), su Amazon e gli altri store online, oppure è possibile ordinarne una copia scrivendo una mail alla casa editrice.

 

La prima volta non si scorda mai.
Appena entrato all’interno delle Catacombe dei Cappuccini, l’impressione fu quella di trovarmi di fronte a un gigantesco exercitus mortuorum, una spaventosa armata di revenant. Morti tutt’intorno dalla pelle arsa e rinsecchita, centinaia di bocche spalancate, mandibole abbassate da secoli di gravità, le orbite vuote eppure terribilmente espressive. La sensazione durò pochi secondi, perché in realtà nell’ipogeo regnava una pace così perfetta che lo sconcerto iniziale cedette il passo a un sentimento diverso: avvertii di essere un intruso.

Estraneo, in quanto uomo vivo in uno spazio sacro abitato dai morti; tutti coloro che scendono qui ammutoliscono di colpo. È il visitatore a sentirsi sotto scrutinio.
Io ero inoltre alieno a una cultura, quella siciliana, che dimostrava una familiarità con i suoi defunti inconcepibile per qualcuno nato e cresciuto al nord. La morte qui non era occultata dietro lastre di marmo, anzi: se ne faceva spettacolo. Esibito teatralmente, esposto come mirabilis – degno d’ammirazione – stava in bella mostra il vero rimosso del nostro tempo: il cadavere.

Un cadavere lavorato con cura dai frati, secondo un procedimento affinato nel tempo. Uno dei termini tecnici che gli antropologi usano per indicare il trattamento di scolatura e mummificazione delle salme è “tanatometamorfosi”, che rende bene l’idea della vera e propria trasformazione strutturale a cui viene sottoposto il corpo.
Una simile conservazione aveva peraltro costi non indifferenti, che solo i più abbienti potevano permettersi (anche in morte ci sono cittadini di prima e seconda classe). Ma questo non sorprende se si pensa alle innumerevoli, monumentali cittadelle dei morti, per innalzare le quali i vivi sono disposti a spendere fatiche e fortune ingenti. Quello che mi colpiva, mentre sfilavo davanti alle mummie, era che in questo caso l’investimento non era servito a costruire un fastoso mausoleo celebrativo quanto piuttosto a congelare, per quanto possibile, le fattezze del morto nel tempo.

Ecco, il tempo. Lì sotto scorreva in maniera diversa rispetto alla superficie, o forse non scorreva affatto. Sospeso, aveva smesso di divorare e trasfigurare la materia.
Indugiando sui volti antichi, sui logori vestiti, sulle mani avvizzite, risultava chiaro lo scopo di questa pratica: salvaguardare non la memoria del defunto, ma l’identità stessa.
Se in un ossario i morti sono tutti identici, il processo di mummificazione ha invece la virtù di rendere ogni corpo diverso dall’altro, di conferire ai resti una spiccata personalità – effetto ulteriormente amplificato quando la mummia indossa gli abiti che sfoggiava in vita.
Tra tutte le barriere che l’uomo ha innalzato nel donchisciottesco tentativo di negare l’impermanenza, questa è forse quella che più si avvicina al successo; è una strana strategia, perché invece di allontanare la morte, la si abbraccia fino a renderla parte della quotidianità. Così questi individui non erano mai veramente morti: i familiari potevano tornare a visitarli, a parlarci, se ne prendevano cura. Erano antenati che non avevano mai del tutto attraversato la soglia.

A poco a poco le mummie iniziarono a sembrarmi benevole – perfino solidali, come lo è sempre chi ha davvero coscienza della finitezza. I volti scheletrici, che potevano incutere timore, se osservati abbastanza a lungo apparivano sereni; tanto che non ero più così certo di compatire la loro condizione. Dentro di me cominciai una sorta di conversazione con la folla silenziosa, depositaria di un segreto inviolabile. Forse il loro sussurro, che dall’altra sponda tentava di raggiungermi, voleva rassicurarmi; forse raccontava la fine di ogni turbamento.

Quel dialogo muto e misterioso, iniziato allora, non si è mai più interrotto.
Qualche anno dopo tornai alle Catacombe assieme al fotografo Carlo Vannini. Restammo all’incirca una settimana in compagnia delle mummie, giorno e notte. Chi può dire se mi riconobbero? Da parte mia imparai a distinguerle una per una, a discernere ogni voce, poiché ancora mi chiamavano senza bisogno di parole.

Il mio primo libro, pubblicato per Logos Edizioni, fu proprio La Veglia Eterna.
In occasione della ristampa nel 2017 venne impreziosito da una prefazione del conservatore scientifico delle catacombe, il paleopatologo Dario Piombino-Mascali – il quale a sua volta, mentre scrivo, ha dato alle stampe quella che si preannuncia come la guida storico-scientifica definitiva sulle Catacombe, per i tipi di Kalòs Edizioni.
Dall’analisi delle mummie un paleopatologo è in grado di ricavare indizi sulle loro abitudini di vita, di risalire alla loro storia personale: a un esperto come lui, i corpi parlano davvero. Ma proprio adesso stanno parlando, ne sono certo, anche all’ennesima comitiva scesa nel fresco sottosuolo e incantata di fronte alla straordinaria visione.
Queste mummie, a cui mi lega un sentimento profondo e inesplicabile, mormorano a chiunque sappia davvero ascoltare.

La web serie di Bizzarro Bazar: Episodio 10

Nel decimo e ultimo episodio della web serie di Bizzarro Bazar: la psichedelica storia dei fautori della trapanazione cranica; un feticcio africano che nasconde un oscuro segreto; il Club con il rito di iniziazione più macabro del mondo.

E così siamo arrivati alla conclusione… per lo meno di questa prima stagione.
Ce ne sarà un’altra? Chi lo sa?

Per il momento godetevi l’ultima puntata e iscrivetevi al canale se non l’avete ancora fatto. Buona visione!

Scritto & condotto da Ivan Cenzi
Diretto da Francesco Erba
Prodotto da Ivan Cenzi, Francesco Erba, Theatrum Mundi & Onda Videoproduzioni

Cool 3D World

Internet ha coniato un nuovo vocabolario, ha dato vita alle sue proprie istanze espressive, ha perfino elaborato un tipo di umorismo senza precedenti. Anche per quanto riguarda il weird, la rete ha avuto una palestra d’eccezione: la app-piattaforma Vine, ormai defunta. Qui, soprattutto in virtù del limite di 6 secondi di durata consentita per i video, si è formata un’estetica inedita e molto complessa. Per risultare incisivo, un video così breve doveva per forza puntare su espedienti narrativi spiazzanti: così molti dei vine facevano un brillante uso del fuori-scena, dei riferimenti incrociati, del climax interrotto, nonché di shock e sorpresa.

Questo è l’humus in cui è nato Cool 3D World, progetto di enorme successo e assouta originalità firmato dal musicista e artista digitale newyorkese Brian Tessler e dal suo complice Jon Baken.

Tutti i video di Cool 3D World presentano situazioni stranianti, in cui mostruosi esseri compiono azioni esoteriche e incomprensibili. Attraverso la distorsione parossistica dei tratti somatici dei loro personaggi (stirati o compressi al limite delle possibilità della modellazione, con effetti che normalmente sarebbero considerati errori nell’animazione 3D classica) e grazie all’accumulo di situazioni illogiche, Tessler & Baken ci immergono in atmosfere malsane in cui tutto può succedere. In questo universo, un dettaglio sgradevole è sempre pronto a spalancare di colpo abissi mistico-psichedelici. Una realtà allucinata, esilarante, perturbante ma non priva di momenti in cui il delirio lascia il posto a qualche tocco di inaspettata poesia.

Rispetto ad altri artisti provenienti dal “weird side” di internet, quello che contraddistingue il duo di Cool 3D World è la cura per l’aspetto visivo, sempre volutamente in bilico tra il professionale e l’amatoriale, e per il reparto sonoro curato da Tessler.
Il risultato è una versione animata della letteratura weird di questo millennio, cioè quella Bizarro Fiction di cui avevo parlato in questo post; ogni nuovo video pubblicato alza l’asticella del precedente per follia e — pur nell’evidente tentativo di confezionare il prodotto perfetto per diventare virale — la ricerca di Cool 3D World non si appiattisce mai in una meccanica ripetitiva.

Oggi Cool 3D World è un canale YouTube, un account Instagram e una pagina Facebook. Di recente Tessler & Baken hanno anche siglato una partnership con Adult Swim, cominciando a sperimentare formati più lunghi.
Se non conoscete ancora questo universo nonsense e grottesco, ecco una selezione di alcuni dei loro migliori lavori.