Link, curiosità & meraviglie assortite – 17

La fotomodella Monique Van Vooren gioca a bowling col suo canguro (1958).

Torna la rubrica culturale bizzarra, che vi propone le migliori letture bislacche e una nuova riserva di aneddoti macabri per rompere il ghiaccio alle feste.
Ma prima, un paio di veloci aggiornamenti.

Innanzitutto, per chi se lo fosse perso, agevolo il servizio del Venerdì di Repubblica dedicato alla web serie di Bizzarro Bazar, che debutterà sul mio canale YouTube il 27 gennaio (vi siete iscritti, vero?). Potete cliccare sull’immagine qui sotto per aprire il PDF con l’articolo completo.

In secondo luogo, sabato 19 sarò ad Albano Laziale, ospite della compagnia teatrale Tempo di Mezzo: qui presenterò il mio talk Un terribile incanto, questa volta impreziosito dagli esperimenti di mentalismo di Max Vellucci. Sarà una bella serata dedicata al meraviglioso, al macabro e soprattutto all’arte di “cambiare prospettiva”. Questo è il link per le prenotazioni.

E partiamo subito con i link e le curiosità.

  • Negli anni 80 alcuni boscaioli stavano tagliando un tronco quando trovarono qualcosa di straordinario: un segugio perfettamente mummificato all’interno del tronco. Il cane doveva essersi infilato nell’albero attraverso un buco nelle radici, magari all’inseguimento di uno scoiattolo, e si era arrampicato sempre più in alto fino a rimanere incastrato. L’albero, una quercia bianca americana, l’aveva preservato grazie alla presenza di tannini nel tronco. Oggi Stuckie (questo il nomignolo assegnato al cane) è l’ospite più famoso del Southern Forest World, piccolo museo forestale a Waycross, Georgia. (Grazie, Matthew!)

  • Restiamo in Georgia, dove evidentemente le sorprese non mancano. Abbattendo un muro in una casa che a inizio ‘900 aveva ospitato uno studio dentistico, sono saltati fuori migliaia di denti nascosti dentro la parete. Ma la cosa davvero straordinaria è che questo è già il terzo ritrovamento del genere. Tanto che qualcuno si chiede se infilare nel muro i denti cavati ai pazienti non fosse una pratica comune fra gli odontoiatri. (Grazie, Riccardo!)
  • Lo stato di Washington, invece, potrebbe essere il primo a legalizzare il compostaggio umano.
  • L’artista Tim Klein si è accorto che i puzzle sono spesso tagliati con lo stesso stampo, quindi i pezzi sono intercambiabili. Questo gli permette di hackerare le immagini originarie, creando degli ibridi che avrebbero fatto la gioia di artisti surrealisti come Max Ernst o Réné Magritte. (via Pietro Minto)

  • L’armonioso mondo dei nostri amici animali, ep. 547: da un po’ di tempo le mantidi religiose hanno cominciato ad attaccare i colibrì, e altre specie di uccelli, per mangiarne il cervello.
  • Secondo uno studio della NASA, c’è stato un momento in cui la terra era ricoperta di piante che, invece di essere verdi, erano viola.
  • Il 9 agosto di quest’anno cade il cinquantesimo anniversario di uno degli omicidi più infami della storia: il massacro di Bel Air compiuto dagli adepti di Charles Manson. Aspettiamoci dunque un profluvio di morbosità mascherate da commemorazioni.
    Oltre al film diretto da Tarantino che uscirà a luglio, ci sono in preparazione almeno altre due pellicole sulla strage. Nel frattempo a Beverly Hills sono già stati messi all’asta vestiti, accessori ed effetti personali di Sharon Tate. La morte di una bella donna, che secondo Poe era “l’argomento più poetico del mondo“, nel caso della Tate è diventata merce di voyeurismo glamour, feticizzazione estrema. Le foto dell’omicidio hanno fatto il giro del mondo, la tomba in cui è sepolta (abbracciando il bambino che non ha mai potuto conoscere) è tra le più visitate, e la sua figura è per sempre inscindibile da quella di vittima femminile perfetta: giovane, dalle brillanti prospettive, ma soprattutto famosa, bellissima, e incinta.
  • Ed ecco una ipnotica danza in assenza di gravità:

  • Nel frattempo, zitti zitti, gli attori più celebri di Hollywood si stanno facendo scansionare la faccia in 3D, in modo da continuare a recitare (e a guadagnare i milioni) anche dopo la morte.
  • Nelle foreste del Kentucky un cacciatore ha sparato a un cervo a due teste. Solo che quella aggiuntiva mica era sua, ma di un altro cervo ormai putrefatto. Quindi le opzioni sono due: o il povero animale da chissà quanto tempo se ne andava in giro con questa schifezza putrefatta incastrata fra le corna, senza riuscire a liberarsene; oppure — ed è quello che mi piace pensare — siamo di fronte al più cattivo gangster cervide della storia. (Grazie, Aimée!)

  • Le illustrazioni del Dr. Frank Netter, realizzate su commissione per aziende farmaceutiche e per gli opuscoli da sala d’aspetto, sono tra le più bizzarre e stranianti immagini mediche mai realizzate.
  • Ecco un’idea di business straordinaria: per soli 50$, questa signorina promette di comparire al vostro funerale, ma rimanendo un po’ lontano, con un ombrello nero sia che piova o che ci sia il sole, in modo che la gente pensi che avevate un segreto oscuro e interessante.
  • Chi è stato il primo a utilizzare la stampa con caratteri mobili? Gutenberg, giusto? Sbagliato.
  • Sally Hewett è un’artista britannica che ricama a mano corpi imperfetti. Sono dettagli anatomici, per la maggior parte femminili, che recano cicatrici di operazioni chirurgiche, ostentano asimmetrie, modificazioni corporali, scarificazioni, mastectomie o semplici segni dell’età.
    L’amore per questa carne scolpita dalla vita e dal tempo, unito all’eleganza del medium utilizzato, rendono questi lavori di una bellezza commovente. Qui trovate il sito ufficiale, qui il profilo Instagram, e qui una bella intervista in cui Sally spiega perché include in ogni suo lavoro un pezzetto di filo che apparteneva a sua nonna. (Grazie, Silvia!)

Jules Talrich, tra anatomia e luna park

Qualche tempo fa ho scritto di quelle particolari epifanie che mettono in correlazione diversi punti della nostra mappa mentale che credevamo distanti tra loro, quelle convergenze inaspettate tra storie e personaggi apparentemente non correlati.

Eccone un’altra di incredibile: che cos’hanno in comune il cadavere preservato del filosofo inglese Jeremy Bentham (1), il celebre studio di Duchenne sulle espressioni del volto (2), il Museo dei luna park di Parigi (3) e le cere anatomiche (4)?

La congiuntura in questo caso è un solo uomo: Jules Talrich, nato a Parigi nel 1826.

La famiglia Talrich proveniva da Perpignan, nei Pirenei. Lì il nonno di Jules, Thadée, era stato capo chirurgo all’ospedale; sempre lì suo padre, Jacques, aveva operato come chirurgo militare per poi trasferirsi a Parigi, due anni prima che nascesse Jules.
Fin da bambino, dunque, Jules crebbe a contatto con la medicina e la pratica anatomica. Suo padre infatti, era diventato celebre per la fabbricazione di modelli in cera; questa sua fama gli aveva valso il posto di ceroplasta ufficiale alla Facoltà di Medicina di Parigi nel 1824. Possiamo immaginare il piccolo Jules che scorrazza per il laboratorio del padre, e che guarda il genitore con ammirazione mentre lavora ai suoi scorticati in cera.

Quando aveva solo 6 anni, nel 1832, Jules vide probabilmente il padre modellare la testa di Jeremy Bentham.
Il famoso filosofo utilitarista aveva infatti deciso, un paio d’anni prima di morire, che il suo corpo avrebbe dovuto essere dissezionato pubblicamente, imbalsamato ed esposto in una teca. Ma il processo di mummificazione della sua testa, eseguito da un anatomista amico di Bentham, Southwood Smith, non aveva dato i risultati previsti: il volto era diventato scuro e rinsecchito, e venne giudicato eccessivamente macabro. Così a Jacques Talrich – la cui fama di ceroplasta era tale da oltrepassare la Manica – era stata commissionata una testa in cera che riproducesse alla perfezione le fattezze di Bentham. La cosiddetta “auto icon” è ancora oggi esposta in un corridoio dello University College di Londra.

Fu dunque così che il giovane Jules crebbe circondato da modelli in cera, e partecipando al fianco del padre alle dissezioni sui cadaveri nella Facoltà di Medicina. Poco più che ragazzo, cominciò a lavorare come prosettore, cioè sezionando e preparando i pezzi anatomici per le lezioni all’Università; in laboratorio, imparò presto l’arte di replicare con la cera le più intricate strutture ossee, muscolari e vascolari del corpo umano.

Quando Jacques morì nel 1851, Jules Talrich ereditò l’impresa di famiglia e proseguì, com’era naturale, l’attività. Nel 1862 venne nominato ceroplasta all’Università, lo stesso posto che suo padre aveva occupato per tanti anni; proprio come suo padre, anche Jules divenne rinomato per i suoi modelli anatomici in cera o gesso, sia normali che patologici, che per la loro squisita fattura vennero commissionati ed esibiti in diversi musei e riscossero un enorme successo in diverse Esposizioni Universali.

Oltre alla vasta produzione scientifica, la Maison Talrich forniva servizi in campo funebre, modellando maschere funerarie o ricostruendo volti eccellenti come quello del Cardinale Richelieu realizzato a partire dalla sua testa imbalsamata. L’abilità del ceroplasta francese si rivelò utile anche in alcuni casi criminologici, ad esempio per identificare il cadavere di una donna tagliato a metà, trovato nella Senna nel 1876. Le cere di Talrich erano richieste inoltre in ambito religioso, e la ditta realizzò diverse, importanti effigi in cera di santi e martiri.

Talrich però influenzò in qualche misura anche il mondo dell’intrattenimento e delle fiere itineranti. All’inizio del 1866 aprì sui Grands Boulevards il “Musée Français”, un museo delle cere sull’impronta del celebre Madame Tussauds di Londra.

L’esposizione proposta da Talrich aveva un taglio marcatamente popolare: al piano superiore si potevano vedere personaggi letterari, storici e mitologici (da Adamo ed Eva a Don Chisciotte, da Ercole a Vesalio) mentre con un supplemento di 5 franchi si poteva accedere al piano sotterraneo, attraverso una stretta scala a chiocciola. Qui, nella studiata semioscurità da “camera degli orrori”, si trovavano le attrazioni più morbose – scene di tortura, cere patologiche e via dicendo. La visita terminava con l’illusione del “decapitato parlante”, brevettato dal professor Pepper (lo stesso inventore del Pepper’s ghost di cui ho parlato qui); peccato che il pubblico comprese presto che l’effetto era realizzato nascondendo il corpo di un attore dietro a due specchi, e in breve tempo per la folla il vero divertimento diventò il lancio di palline di carta sulla testa del povero figurante.

Che un rinomato e serio ceroplasta, con posto fisso all’Università, si dedicasse a questo genere di intrattenimento popolare non deve stupire più di tanto. Il suo museo, in effetti, si inseriva in un più ampio movimento che nella seconda metà del Diciannovesimo secolo aveva portato l’anatomia all’interno dei circhi e dei luna park itineranti, in bilico tra educazione scientifica e sensazionalismo.

In quegli anni tra le attrazioni secondarie delle fiere di paese si contava sempre anche un museo delle cere. Qui erano raggruppate

le figure pedagogiche che dovevano fornire informazioni sulle popolazioni lontane e sui misteri della procreazione, spiegare perché bisognava lavarsi e non bere troppo, mostrare come difendersi dalle malattie veneree e dalle ambiguità della consanguineità. Era una morale illustrata, ma anche l’occasione di lustrarsi gli occhi in buona coscienza, di farsi voyeur per virtù. Un riassunto delle perversità della civilizzazione borghese.

(A. de Baecque, “Tristes cires”, Libération, 13 luglio 2001)

Una strana e ambigua commistione di scienza e spettacolo:

i musei anatomici itineranti trovarono posto nelle fiere, a fianco dei padiglioni di divulgazione scientifica, dei musei delle cere storiche e degli altri diorami, manifestazioni del passaggio dalla cultura alta alla cultura popolare. Questi nuovi tipi di musei si differenziavano dai musei pedagogici universitari per il loro scopo e per il tipo di pubblico a cui erano destinati: contrariamente a questi ultimi, dovevano toccare il grande pubblico delle fiere itineranti come attrazioni lucrative, il che spiega la natura spettacolare di alcuni pezzi. Eppure, non persero mai del tutto la loro vocazione pedagogica, sebbene ritradotta in senso moralizzatore, come testimoniano le collezioni di “igiene sociale”.

(H. Palouzié, C. Ducourau, “De la collection Fontana à la collection Spitzner,
l’aventure des cires anatomiques de Paris à Montpellier
”, in In Situ n. 31, 2017)

Il Musée Français ebbe vita breve, e Talrich fu costretto a chiudere dopo meno di due anni di attività; nel 1876, aprì un secondo museo, questa volta più scientifico (ancorché non del tutto privo di attrazioni voyeuristiche) nei pressi di Montmartre. Qui erano esposti quasi 300 modelli patologici, e alcune cere etnologiche.


Ma oltre ai suoi propri musei, Jules Talrich fornì cere e gessi per tutta una serie di altre collezioni – sia stabili che itineranti – come il Musée Grevin, il Grand Panopticum de l’Univers o il famosissimo Museo Spitzner.
In effetti, buona parte dei pezzi che circolavano nei luna park erano stati realizzati da Talrich; e alcune di queste cere anatomiche, assieme a dei veri preparati patologici e teratologici, sono oggi conservate in un “gabinetto segreto” all’interno del Musée des Arts Forains ai Pavillons de Bercy di Parigi. (Questo museo, interamente dedicato alle fiere itineranti, è a mio avviso uno dei luoghi più meravigliosi del mondo e, ça va sans dire, l’ho incluso nel mio Paris Mirabilia).

Jules Talrich andò in pensione nel 1903, ma i suoi nipoti continuarono l’attività ancora per qualche tempo. Jules e suo padre Jacques sono ricordati come i più grandi ceroplasti francesi, assieme a Jean-Baptiste Laumonier (1749-1818), Jules Baretta (1834-1923) e Charles Jumelin (1848-1924).

Per concludere, l’ultima curiosità – nonché l’ultima “congiuntura”.

Di Jules Talrich ci rimangono diverse fotografie per un motivo particolare. Appassionato di fisiognomica e frenologia, Jules si era infatti prestato nel 1861 agli esperimenti di Guillaume Duchenne sulle espressioni facciali collegate alle emozioni (di cui ho parlato in questo post). Gli scatti che ritraevano Talrich furono inclusi da Duchenne nel suo Mécanisme de la physionomie humaine, pubblicato l’anno seguente.

Ma il bel volto di Jules, dagli iconici mustacchi, è visibile anche in alcuni écorché in gesso, a cui Talrich fornì le sue stesse fattezze: se per vezzo d’artista, o come simbolica meditazione sulla sua stessa mortalità, non lo sapremo mai.

(Grazie, calliroe!)

Buon 2019… con una bella sorpresa!

Buon anno!

Per inziare bene questo nuovo giro attorno al Sole, voglio svelarvi il progetto segreto che mi ha assorbito durante gli ultimi mesi… la web serie di Bizzarro Bazar!

Prodotta in collaborazione con Theatrum Mundi (la wunderkammer di Luca Cableri) e Onda Videoproduzioni per la regia di Francesco Erba, la serie vi porterà in viaggio attraverso strani esperimenti scientifici, eccentrici personaggi, storie al limite dell’impossibile, meraviglie umane — insomma, tutto quello che potreste aspettarvi da Bizzarro Bazar.

Lavorare a questo progetto è stata un’esperienza nuova per me, di certo entusiasmante e — non lo nego — piuttosto impegnativa. Ma mi sembra che il prodotto finito sia buono, e sono molto curioso di conoscere le vostre reazioni, e di vedere che effetto avrà su un pubblico magari meno “iniziato” rispetto ai lettori del blog.
Posterò i vari episodi anche qui, ma per essere sicuri di non perdervi nemmeno una puntata potete seguire la pagina Facebook e soprattutto iscrivervi al mio canale YouTube, cosa che mi farebbe davvero piacere (i numeri contano).
E soprattutto, se i video vi piacciono, condividete e diffondete il verbo bizzarro!

Quindi, assieme ai miei auguri per l’anno appena cominciato, eccovi in anteprima la sigla della web serie più weird del 2019 — in arrivo presto, molto presto.

e-pistole: aggressioni fisiche via web

Ignazio Lago, e-pistole, 2018 (ink on paper)

 

Gloria e vita alla nuova carne!
(D. Cronenberg, Videodrome, 1982)

In rete circolano, anche sui più famosi canali video, non pochi filmati di persone che mostrano come procurarsi un autostrangolamento. Generalmente questa pratica vi viene definita come gioco o sfida, e prende diversi nomi. Blackout è tra quelli più spesso ripetuti. Negli Stati Uniti d’America il sovrintendere alla propria asfissia, magari anche per riprendersi con una fotocamera e diffondere poi le immagini, ha già causato la morte di numerosi adolescenti, forse non pienamente consapevoli del potenziale rischio. Anche in Italia si contano i primi decessi. Prima a Tivoli e solo pochi mesi fa a Milano.

Ancora più esteso è l’elenco dei suicidi intenzionali da parte di persone che avevano subito forme anche molto pesanti e prolungate di ricatti, minacce e molestie persecutorie attraverso il web, in particolare tramite social network e applicazioni di messaggistica. Cyberstalking e cyberbullismo sono i neologismi che accompagnano tali fenomeni. Anche la giurisprudenza ha implementato nei suoi codici provvedimenti censori per far fronte a questi tipi di violenza.

Sorvolando sulle questioni di privacy e controllo, sul condizionamento comportamentale deliberatamente operato da e con i social media, sulla cybersicurezza, sulle guerre informatiche e sul potere dei “colossi dell’internet” – di cui, tra gli altri, si è ampiamente occupato il più che egregio lavoro di ricerca condotto in Italia in questi anni dal collettivo Ippolita –, approdiamo direttamente al nocciolo della questione.

Induzione all’emulazione, cyberstalking e cyberbullismo si tengono ancora al di qua di un certo limite. L’azione perpetrata, infatti, agisce sulla psiche delle vittime, ingannandone le sentinelle con la trappola di lusinghieri adescamenti, approfittando di autodifese deboli perché ancora in costruzione, puntando sulle loro fragilità, o ferendone l’emotività, usurandone l’autostima, umiliandone le scale di valori. Il limite fu infranto con l’attacco informatico al sito internet dell’organizzazione no profit EFA – Epilepsy Foundation of America, che include un forum frequentato anche da utenti affetti da vari disturbi neurofisiologici. Quando alcuni di loro accedettero ai contenuti malefici immessi clandestinamente nel sito non trovarono sui monitor una qualche forma di denigrazione, ma furono proprio colti da gravi crisi di emicrania o convulsioni. Per la prima volta la manifesta intenzione di provocare un danno fisico, utilizzando un computer come arma, raggiungeva il proprio obiettivo e una deliberata azione aggressiva condotta via web si ripercuoteva direttamente sul corpo della vittima.
Un passaggio epocale che ha imposto la percezione di una forte riduzione della distanza fra virtuale e materiale tramite una scorciatoia che attraverso la rete porta dritti al corpo umano. Accadeva a marzo 2008: la via per la cyberaggressione fisica era stata aperta.

L’epilessia fotosensibile può presentarsi a seguito di un’esposizione prolungata a monitor e immagini luminose. I sintomi più tipici sono: fissità dello sguardo, irrigidimento di un arto, deviazione del capo, allucinazioni, svenimenti improvvisi e convulsioni. Immagini in sequenze molto rapide, dalle fulminee inversioni cromatiche o dai repentini passaggi positivo/negativo, reiterate in cicli brevi, con forme vorticanti, sfarfallii o luci lampeggianti, possono indurre una crisi convulsiva in un soggetto sensibile. Le si trova in film, videogiochi, cartoni animati e programmi televisivi in genere. Oppure le si confeziona di proposito.

ATTENZIONE! Il video qui di seguito può indurre crisi convulsive o interferire con lo stato di salute dello spettatore. La visione è SCONSIGLIATA ai soggetti epilettici.

Anni prima l’EFA aveva conferito un premio giornalistico a Kurt Eichenwald – figura nota, discussa e piuttosto controversa della stampa statunitense – per l’articolo del 1987 in cui rendeva pubblica la propria condizione di epilettico. Eichenwald non era rimasto coinvolto nella cyberaggressione del 2008. Ma a dicembre del 2016, dopo aver aperto un messaggio via Twitter dal computer nella sua casa di Dallas, il reporter ebbe un grave attacco epilettico. A provocarlo era stato un file GIF lampeggiante inserito nel tweet. Non ci furono dubbi sull’intenzionalità dell’atto. Il contenuto di testo diceva esplicitamente: «Ti meriti una crisi convulsiva».
Non era la prima aggressione che Eichenwald subiva in quel modo, come da lui stesso denunciato su Newsweek. Ma precedentemente, in ottobre di quell’anno, aveva reagito in tempo, rivoltando subito lo schermo del suo dispositivo portatile.

Ritratto di Kurt Eichenwald da ArsTechnica

Durante la campagna elettorale per le ultime presidenziali il giornalista aveva espresso pubblicamente alcune critiche al candidato che ha poi vinto le elezioni. Il cyberattacco era motivato da questo fattore e dal sostegno dato dalla vittima all’altro candidato. Dopo il successo della seconda cyberaggressione il profilo Twitter di Eichenwald venne preso d’assalto da innumerevoli agguati epilettogenici mossi da molti account differenti. Fu l’atto di nascita del cybersquadrismo: un’aggressione fisica di gruppo via internet non a danno di ignoti e occasionali individui, ma contro precise persone.

L’autore del gesto aveva adottato diverse precauzioni per evitare di farsi rintracciare. Si era anche firmato “Ari Goldstein” ed aveva utilizzato l’indirizzo “@jew_goldstein”, come a voler mettere in piedi una qualche montatura. Ma le indagini condotte dall’FBI, che almeno in questa occasione ottennero la cooperazione di Twitter, individuarono il reale mittente del messaggio criminale nel ventinovenne veterano dei marines John Rayne Rivello, di Salisbury, Maryland. Un aperto sostenitore dell’attuale presidente. Arrestato nel marzo del 2017, Rivello ha dovuto rispondere dell’accusa di aggressione con arma letale aggravata da crimine d’odio. Probabilmente fu la prima volta che un’autorità giudiziaria definiva un file «arma letale».

Nella ridefinizione del rapporto uomo/macchina elettronica, compiutasi contestualmente al passaggio dal personal computer allo smartphone, non si è solo consumata l’incondizionata adesione al fenomeno dell’interconnettività. È anche accaduto che le porte d’accesso alla rete abbiano eseguito una profonda manovra di avvicinamento al corpo; le forme di violenza disponibili in un mondo iperconnesso si sono evolute; l’aggressività on line ha trovato nel soma, oltre che nella psiche, il suo obiettivo.

F.lli Wachowski, Matrix, 1999

Allo scopo di influenzare la mente, il corpo è stato per secoli irregimentato, disciplinato, regolamentato e castigato. All’attuale frangente pare invece legata una sorta di inversione di corrente: si punta alle menti per raggiungere i corpi. Dai più potenti strumenti di condizionamento sociale e mentale è sorta la tanto subdola quanto stupefacente possibilità di infliggere pena e dolore alla carne.

Saremo mai capaci di espandere tale mirabile potenzialità?
Riusciremo un giorno a sfruttare questa meravigliosa opportunità sfondando l’obsoleta barriera epidermica?
Potremo amplificare gli evidenti vantaggi derivanti dalla carnale vulnerabilità innestando finalmente il corpo elettronico dentro quello umano?
Calma gente! Non accalcatevi: abbiamo dispositivi sottocutanei per tutti gli usi e tutte le tasche!

la cara Pasifae

Eventi di dicembre

Anche quest’anno mi troverete a Roma alla fiera dell’editoria indipendente Più Libri Più Liberi.

Sarò presente per dediche e chiacchiere varie sabato 8 dicembre dalle 11 alle 14; e domenica 9 dicembre dalle 17 alle 19 presso lo stand di #LOGOSEDIZIONI (G61 F62).

Ma prima, c’è una bella sopresa: il 7 dicembre non potete perdervi un’occasione davvero speciale.
L’amico Fabio Camilletti ha infatti curato per Nova Delphi la prima traduzione italiana del Frankenstein originale di Mary Shelley.
Vi potreste chiedere, in che senso la “prima traduzione”?
Il fatto è che esistono molti Frankenstein. C’è l’edizione definitiva del 1831, praticamente l’unica nota, finora, al pubblico italiano. C’è quella del 1823 curata da William Godwin, padre di Mary Shelley. C’è la prima edizione del 1818, scritta da Mary ma profondamente rivista da suo marito Percy. E c’è, infine, il primo Frankenstein: il testo scritto da Mary, e da Mary sola, fra il 1816 e il 1817, e che qui viene proposto per la prima volta in lingua italiana.
Composto in viaggio, sullo sfondo di un’Europa devastata dalla guerra, dal gelo e dalla carestia, il primo Frankenstein è il frutto più immediato degli incubi e delle ossessioni di Villa Diodati: un testo più scarno, diretto e disperato di quello che siamo abituati a conoscere, un’opera in cui non esiste morale e in cui nulla è certo.

Ma non c’è solo Frankenstein. Il volume che contiene il testo è infatti il primo di due, intitolati Villa Diodati Files: tutti gli scritti legati alle “fatidiche notti dell’estate 1816”, animate dai coniugi Shelley, da Byron e da Polidori, vengono ricostruiti filologicamente nei due volumi, costituendo un prezioso archivio di un momento che ha cambiato per sempre l’immaginario fantastico.

Quindi, sempre a Più Libri Più Liberi nella spettacolare cornice della “Nuvola di Fuksas“, Fabio presenterà questa sua ultima fatica; a interloquire con lui saremo io e la splendida Annalisa Cignitti del blog Rocaille.

L’ultimo appuntamento da non mancare, prima di Natale, è il 16 dicembre.
Ritornerò infatti alla straordinaria wunderkammer Mirabilia di Giano Del Bufalo, a Roma, per presentare la versione aggiornata del mio talk Sante, Madri & Afroditi.
Si tratta di un work in progress che mi impegna da anni, una ricerca interdisciplinare sulla dissezione del corpo femminile come dispositivo retorico utilizzato attraverso i secoli per minare il potere seduttivo della donna.
Segnate subito tutto sul calendario, vi aspetto!

Teste criminali

Due teste sezionate. Tavola a colori di Gautier D’Agoty (1746).

Già a partire dalla fine del Medioevo i corpi dei condannati a morte venivano comunemente utilizzati per le dissezioni anatomiche. Si trattava di una sorta di pena aggiuntiva, perché l’atto autoptico era ancora avvertito come una sorta di dissacrazione; forse proprio a causa di un certo senso di colpa che questa “crudeltà” suscitava, si accordava ai corpi sezionati quella sepoltura in terra consacrata che normalmente sarebbe stata preclusa ai criminali.

Ma nell’Ottocento si cominciò a sezionarli per un motivo specifico: comprendere in che modo l’anatomia di un criminale differisse da quella normale. Una pratica che continuò fino quasi a metà Novecento.
La foto seguente mostra la testa di Peter Kürten (1883-1931), il tristemente noto Vampiro di Düsseldorf le cui gesta ispirarono il capolavoro M (1931) di Fritz Lang. Oggi è esposta al Ripley’s Believe It Or Not di Winsconsin Dells.

Cesare Lombroso, che a dispetto delle sue teorie controverse fu uno dei pionieri e fondatori della criminologia moderna, era convinto che il criminale portasse nella sua anatomia i segni anomali di un atavismo genetico.

Il Museo a lui dedicato, a Torino, ripercorre i suoi ragionamenti, le sue convinzioni influenzate da teorie in voga all’epoca, e dà conto dell’imponente collezione di teste da lui studiate e conservate. E Lombroso stesso volle entrare a far parte del suo museo, in cui è possibile vedere l’intero scheletro del criminologo in una teca; la testa, priva di cranio e preservata in formalina, non è invece visibile al pubblico.

Testa di Cesare Lombroso.

Simili autopsie sul cranio e sul cervello degli assassini portarono pressoché invariabilmente alla stessa conclusione: nessuna differenza anatomica apprezzabile rispetto all’uomo comune.

Una criminologia deterministica — la convinzione, cioè, che il comportamento delittuoso derivi da qualche anomalia anatomica, biologica, genetica — possiede un confortante appeal per chi ritiene di essere normale.
È il classico processo di creazione/etichettatura del diverso, quello che Foucault chiamava “il macchinario che effettua qualificazioni e squalificazioni“: se il criminale è differente, se la sua natura è de-viante (si allontana dalla retta via sulla quale situiamo noi stessi), allora dormiremo sonni tranquilli.

Numerose ricerche suggeriscono come in realtà chiunque sia in grado di adottare comportamenti socialmente deplorevoli, date certe premesse, e perfino di tradire i propri principi etici non appena si attivano alcuni specifici meccanismi psicologici (cfr. P. Bocchiaro, Psicologia del male, 2009). Eppure l’idea che l’individuo “anormale” contenga in sé una qualche predestinazione alla devianza continua a essere popolare ancora oggi: si tratta nei casi migliori di un bias cognitivo, nei peggiori di vera e propria malafede. Un esempio lampante di questa malafede sono gli studi scientifici finanziati dalle multinazionali del tabacco o del gioco d’azzardo, volti a dimostrare tendenziosamente che la dipendenza è il prodotto di una predisposizione caratteriale o biologica dell’individuo (sollevando così da ogni responsabilità i committenti della ricerca).

Ma torniamo all’ossessione degli scienziati ottocenteschi per le teste dei criminali.
Ciò che è interessante ai nostri occhi è che spesso nelle preparazioni anatomiche non era nemmeno la struttura interna a essere preservata, quanto le fattezze del criminale.

Nella foto qui sotto si può vedere la pelle del volto di Martin Dumollard (1810-1862), che uccise più di 6 donne. Oggi è conservata al Musée Testut-Latarjet di Lione.
Fu conciata mentre si studiava il suo cranio alla ricerca di anomalie. Era il cranio, non la pelle, il fulcro delle ricerche. Perché quindi prendersi la briga di preparare anche il viso staccato dal teschio?

Dumollard non è certo l’unico esempio. Sempre al Testut-Latarjet si trova la pelle del volto di Jules-Joseph Seringer, colpevole di aver ucciso sua madre, il patrigno e la sorellastra. Il museo espone anche un calco in gesso, che restituisce in maniera certamente più realistica le fattezze del parricida, rispetto a questa orrenda maschera.

Ai fini degli studi fisiognomici e frenologici dell’epoca, il busto in gesso sarebbe stato un supporto di certo migliore che non un volto scuoiato. Perché allora non limitarsi al calco?

L’impressione è che conservare il volto o la testa di un criminale fosse, al di là dell’interesse scientifico, un modo per far sì che il ricordo della colpa non potesse mai svanire. Una condanna alla memoria perpetua, equivalente simbolico delle buone vecchie teste infilzate sulle lance, che anticamente si esibivano alle porte della città — come deterrente, certo, ma anche e soprattutto come spettacolo della pervasività dell’ordine, prova dell’ineluttabilità della punizione.

Testa di Diogo Alves, decapitato nel 1841.

Testa di Narcisse Porthault, ghigliottinato nel 1846. Ph. Jack Burman.

 

Testa di Henri Landru, ghigliottinato nel 1922.

 

Testa di Fritz Haarmann, decapitato nel 1925.

Questa sorta di damnatio memoriæ all’incontrario, con cui si intende immortalare il criminale invece che cancellarlo dal ricordo collettivo, si può ritrovare nelle incisioni, nella pratica delle maschere mortuarie e infine, in tempi più recenti, nelle fotografie scattate ai ghigliottinati.

Maschere mortuarie di condannati all’impiccagione (fonte).

Ghigliottinati: Juan Vidal (1910), Auguste DeGroote (1893), Joseph Vacher (1898), Canute Vromant (1909), Lénard, Oillic, Thépaut and Carbucci (1866), Jean-Baptiste Picard (1862), Abel Pollet (1909), Charles Swartewagher (1905), Louis Lefevre (1915), Edmond Claeys (1893), Albert Fournier (1920), Théophile Deroo (1909), Jean Van de Bogaert (1905),Auguste Pollet (1909).

Tutte queste teste spiccate dal boia, pur rifacendosi a un ideale di giustizia, celebrano in effetti il trionfo del potere.

Ma ce ne sono quattro che si impongono come sovversivo e ironico contrappasso. Quattro ennesime teste di criminali, usate però per beffare il regime carcerario.


Sono le effigi che, sistemate sui cuscini per ingannare le guardie, consentirono la celeberrima fuga da Alcatraz di Frank Morris assieme a John e Clarence Anglin (il quarto complice, Allen West, rimase indietro). Scolpite con sapone, dentifricio, carta igienica e polvere di cemento, e decorate con capelli raccolti dal barbiere della prigione, le finte teste sono – assieme alle foto segnaletiche – l’unico ricordo rimasto dei tre carcerati che riuscirono a evadere dal carcere di massima sicurezza.

Pur senza volerlo, Morris e soci avevano operato un vero e proprio détournement di una narrativa assodata da millenni: un’iconografia che mirava a trasformare la testa e il volto del condannato in mero simulacro, per disumanizzarlo.

Link, curiosità & meraviglie assortite – 16

La meravigliosa foto qui sopra mostra un gruppo di artiste irlandesi della Metropolitan School of Art di Dublino, tra cui Margaret Clarke ed Estella Solomons (via BiblioCuriosa).
E partiamo subito con l’abituale infornata di link e stranezze!

  • Questa qui sopra è la tuta da sommozzatore più antica del mondo. Si trova nel museo di Raahe in Finlandia, e risale al Settecento. Veniva usata per brevi camminate sott’acqua, per riparare le chiglie delle navi. Adesso, invece, “si immerge nei vostri incubi” (cit. Stefano Castelli).
  • Capolavori riscoperti: i fumetti cristiani degli anni Settanta in cui i peccatori vengono redenti dagli eroi evangelizzatori. “La Croce è più potente del coltellino a serramanico!” (Grazie, Gigio!)

  • Sulla facciata del Municipio di Colonia c’è una statua del vescovo Corrado di Hochstaden. La severità della sua figura di ecclesiastico non stupisce; è quello che sta sotto al piedestallo che lascia sbigottiti.

La figura impegnata in un’oscena auto-fellatio è da ricollegare ai classici marginalia medievali, che non di rado includevano situazioni grottesche e bizzarre poste “a margine”, appunto, dell’opera principale — che poteva essere un libro, un affresco, un dipinto o, come in questo caso, un complesso scultoreo.
Visto che simili figure compaiono su un buon numero di chiese, principalmente in Francia, Spagna e Germania, sul loro significato si è speculato molto: non si tratterebbe di retaggi pagani o di simboli di fertilità, ma di allegorie salvifiche più complesse, come sostiene questo libro (in inglese, ma ne esiste anche uno in francese esclusivamente dedicato alla Bretagna). Al di là delle congetture, risulta chiaro come la distinzione tra sacro e profano in epoca medievale non fosse così netta e univoca come saremmo portati a credere.

  • Restiamo in pieno Medio Evo. Quando nel 1004 la nipote dell’Imperatore bizantino si azzardò a usare per la prima volta una forchetta a tavola, causò un putiferio e l’atto venne condannato dal clero come blasfemo. (A riprova di quanto la nobildonna avesse offeso l’Altissimo, quest’ultimo la fece morire di peste.)
  • Morto anch’egli, da ben 3230 anni, ma con tutte le carte in regola: ecco il passaporto egiziano rilasciato nel 1974 alla mummia di Ramses II, in modo che potesse volare fino a Parigi senza intoppi al check in. [EDIT: si tratta in realtà di un divertente falso, come fatto notare da Gabriel nei commenti]

  • Detesto quando chiedo un semplice cappuccino, ma il barista deve fare il fenomeno.
  • L’artista Alex Eckman-Lawn aggiunge dei concreti e disturbanti “livelli” di lettura al volto umano. (Grazie, Anastasia!)
  • Un altro artista, Arngrímur Sigurðsson, ha illustrato diverse figure tradizionali del folklore islandese in un libro intitolato Duldýrasafnið, che tradotto significa più o meno “Il Museo degli Esseri Nascosti”. Il volume è praticamente introvabile online, ma potete vedere molti evocativi dipinti sul sito ufficiale e soprattutto in questo articolo. (Grazie, Luca!)
  • Altro che Formula Uno! Ecco la gara automobilistica definitiva!

  • Se amate i videogiochi e odiate i lunedì (pardon, il capitalismo), non perdetevi questo pezzone di Mariano Tomatis.
  • Ricordate il mio vecchio post sulle maschere mortuarie? Pia Interlandi è un’artista che le realizza ancora oggi.
  • E per finire, facciamo un salto sulla parte sommersa del porno, in particolare quella dei video di belle ragazze che rimangono invischiate — per finta — nella colla a presa rapida. Se ne trovano a dozzine, e per un buon motivo: si tratta di un peculiare feticismo di immobilizzazione (ben riassunto in questo breve articolo) che unisce la classica venerazione del piede femminile, la sensualità della colla (?) e l’eccitazione un po’ sadica di assistere agli inutili tentativi della vittima di liberarsi. Col bel vantaggio di non violare le policy di YouTube cui contenuti espliciti.

Arriva “London Mirabilia”!

Il 10 Ottobre uscirà il mio nuovo libro, London Mirabilia: Viaggio nell’insolito incanto.

Edito come sempre da Logos Edizioni e ancora una volta arricchito dalle splendide fotografie di Carlo Vannini, il libro è il secondo volume della Collana Mirabilia, che propone guide alternative alle più celebri mete turistiche di tutto il mondo, pensate espressamente per gli esploratori del bizzarro.

Questa volta io e Carlo ci siamo avventurati nel cuore di Londra, alla ricerca dei luoghi più strani e meravigliosi da condividere con i lettori.
Dalla cartella stampa:

Non bisogna lasciarsi ingannare dal cliché del cielo perennemente plumbeo, o dal fantasma dei moralismi vittoriani, né limitarsi a vedere nella sobria e classica architettura londinese un’espressione della severità anglosassone. Ben più di altre metropoli, infatti, Londra è una sconfinata moltitudine che vive di contrasti.
Solo qui – forse proprio per reazione al congenito, misurato contegno – hanno potuto fiorire l’iconoclastia dandy, la scorrettezza senza tabù del British humour, le esplosioni estatiche di Blake e il nichilismo punk. Solo qui i più avveniristici palazzi si innalzano senza vergogna di fianco a filari di villette a schiera o ad antiche chiese. E solo qui si può contemplare un tramonto su una caotica stazione ferroviaria, e sentirsi “in paradiso”, come recita Waterloo Sunset dei Kinks, forse la più bella canzone che sia mai stata dedicata alla città.

LONDON MIRABILIA propone un’immersione negli inaspettati colori, nelle contraddizioni e negli splendori meno noti della City.
17 location eccentriche ed eleganti attendono il lettore che – accompagnato dai testi Ivan Cenzi, l’esploratore del bizzarro, e dalle suggestive fotografie di Carlo Vannini – potrà visitare i più reconditi musei, ammirando di volta in volta la delicatezza di antichi ventagli istoriati o la terribile maestosità delle macchine da guerra che conquistarono il cielo e il mare.
Sorseggerà l’immancabile pinta di real ale in un classico pub londinese che conserva macabre reliquie di una vicenda straordinaria; scoprirà sontuose dimore arabescate dissimulate dietro a facciate ordinarie, e collezioni fluorescenti di insegne al neon; si aggirerà tra le lapidi inghiottite dalla vegetazione nei romantici cimiteri inglesi; varcherà la soglia di interni fiabeschi e di autentiche wunderkammer moderne.

Potete già prenotare la vostra copia a questo link, scontata se acquistata in bundle assieme a Paris Mirabilia. Disponibile anche in inglese.

In attesa che London Mirabilia sbarchi nelle librerie, vi lascio con un assaggio di quello che potrete trovare all’interno della guida.

Link, curiosità & meraviglie assortite – 15

  • Cogito, ergo… memento mori“: il busto in gesso che vedete qui sopra rappresenta Cartesio, con teschio incorporato e calotta rimovibile. Fa parte della collezione di gessi anatomici dell’École des Beaux-Arts di Parigi, ed è stato scolpito nel 1913 da Paul Richer, professore di anatomia artistica originario di Chartres. Il vero teschio di Cartesio ha una storia piuttosto bizzarra, che ho raccontato anni fa in questo post.
  • Una testimonianza straordinaria su una condizione di cui probabilmente non avete mai sentito parlare: l’afantasia, ovvero l’incapacità di immaginare e di visualizzare oggetti, situazioni, persone o sensazioni “con l’occhio della mente”. Articolo assolutamente da leggere.
  • XV secolo: sono molto diffusi i reliquiari contenenti il latte della Vergine. Ma San Bernardino non ci sta, e si lancia in una gustosissima invettiva.
  • Un bel pezzo di Jen Aitken sui necrologi, e più in generale sulla terminologia relativa alla morte e al fine vita:
    La morte non è una guerra. Quando parliamo di “lunga battaglia”, “combattere” o “sfidare” “valorosamente” e “coraggiosamente”, stiamo trasformando la morte in qualcosa di malvagio che possiamo “vincere”. La morte non è un fallimento. È inevitabile. Le persone non vengono “sconfitte”, semplicemente muoiono.
  • I libertini esistono ancora? Qual era la relazione tra libero amore e libero pensiero? Cosa accomuna Lord Byron a George Best?
  • Ecco qui sotto un caldo, confortevole e morbidissimo nido preparato da un gufo delle nevi. Un nido composto interamente di lemming morti.

  • Nel 1973 tre donne e cinque uomini finsero di avere allucinazioni per scoprire se gli psichiatri si sarebbero accorti che in realtà erano sani di mente. Risultato: finirono ricoverati in 12 diversi ospedali. Così il pionieristico esperimento Rosenhan scosse le fondamenta della pratica psichiatrica.
  • Non sapete cosa regalare alla nonna? I servizi da tè di Ronit Baranga fanno al caso vostro.

  • David Nebreda, classe 1952, è affetto da schizofrenia fin dall’età di 19 anni. Invece di sottoporsi alle cure mediche, si è ritirato da eremita in un appartamento di due stanze, senza contatti con il mondo esterno, praticando l’astinenza sessuale e costringendosi a lunghi digiuni. La sua unica arma per combattere i dèmoni è una macchina fotografica: i suoi autoritratti sono, certamente, la rappresentazione di un inferno mentale — ma anche uno squarcio di luce al fondo di questo abisso; paiono quasi immortalare la catarsi nell’atto di compiersi, e a dispetto della loro natura estrema e disturbante sembrano celebrare un’autentica vittoria sulla carne. Nebreda si riappropria del dolore, e lo trascende attraverso l’arte. Potete vedere alcune sue fotografie qui e qui.
  • La femme fatale, vestita in modo glamour e diabolicamente letale, è un mito letterario e cinematografico: nella realtà, le assassine riescono a essere invisibili proprio giocando sulle aspettative culturali e mantenendo un profilo decisamente sobrio.
  • Sempre parlando dell’immaginario legato alla figura femminile, c’è un topos della fantascienza raramente preso in considerazione: le donne in provetta. Che l’ossessiva presenza di quest’immagine abbia a che fare con l’oggettificazione del femmineo, con un certo feticismo, con un inconscio desiderio maschile di costringere, recludere e dominare la donna? A scorrere il centinaio di esempi raccolti sulla pagina Sci-Fi Women in Tubes, qualche dubbio viene. (Grazie, Mauro!)

  • Ho sempre sostenuto che muffe e funghi siano esseri superiori. Ad esempio gli organismi mucillaginosi nelle foto qui sopra, chiamati Stemonitis fusca, sembrano in grado di sfidare la gravità. Il mio primo articolo per la rivista Illustrati, anni fa, era dedicato all’incredibile Cordyceps unilateralis, un parassita capace di controllare il corpo e la mente dell’ospite che attacca. E di recente ho trovato la foto qui sotto, che mostra cosa succede quando un Cordyceps si impianta nel corpo di una tarantola. Altro che Cthulhu! I funghi, gente! I funghi sono i veri padroni dell’Universo! E sono anche buoni nel risotto!

  • Non hai mai pensato a un tatuaggetto? / La tua amica sfoggia un tatuaggetto / Corri corri a farti un tatuaggetto…“, recita una canzone di Elio e le Storie Tese. Di certo è passata l’epoca in cui tatuarsi era appannaggio dei reietti sociali, dei carcerati, dei delinquenti. Ma la storia di questo tipo di body art non sarebbe stata la stessa senza le donne tatuate che si esibivano nei freakshow. Wikipedia (inglese) ha una bella pagina al riguardo, e qui trovate un’intervista a un’esperta che ha studiato la vita di queste artiste. Come colonna sonora durante la lettura, si consiglia il pirotecnico cavallo di battaglia di Groucho Marx, Lydia The Tattooed Lady.
  • Può un armadietto del Settecento lasciarvi a bocca aperta? Be’, guardate il video qui sotto.

  • L’ultima aggiunta alla lista dei candidati per il mio Museo del Fallimento è il brasiliano Adelir Antônio de Carli, noto come Padre Baloeiro (“il prete dei palloncini”). Carli intendeva raccogliere fondi per costruire una cappella per i camionisti di Paranaguá; così, per pubblicizzare la sua causa, il 20 aprile 2008 legò una sedia a 1000 palloncini gonfiati con l’elio e prese il volo di fronte a giornalisti e curiosi. Dopo aver raggiunto i 6000 metri di altitudine scomparve tra le nuvole.
    Passò un mese e mezzo prima che la parte inferiore del suo corpo venisse ritrovata, a 100 km dalla costa.

  • La passionata è un pezzo di Guy Marchand che ebbe grande successo nel 1966. E che dimostra due sorprendenti verità: 1- i tormentoni estivi spagnoleggianti esistevano già allora; 2- i suddetti tormentoni portavano a evidenti disturbi della personalità. Cosa che peraltro fanno anche oggi. (Grazie, Gigio!)

  • Due neuroscienziati costruiscono una specie di casco che eccita i lobi temporali di chi lo indossa, con l’intento di studiare l’effetto di una leggera stimolazione magnetica sulla creatività. E i soggetti del test si mettono a vedere angeli, parenti deceduti, e a parlare con Dio. È forse la scoperta destinata a spiegare le estasi mistiche, le esperienze paranormali, il senso stesso del sacro? O si tratta di un mezzo di comunicazione con una realtà invisibile? Nessuna delle due, perché la verità è un po’ più deludente: tutti i tentativi di replicare l’esperimento non hanno rilevato effetti particolari. Però rimane una buona idea per un romanzo. Ecco la pagina Wiki italiana sul casco di Dio, ma quella inglese è più completa.
  • Il California Institute of Abnormalarts è un nightclub a tema sideshow situato a North Hollywood (Los angeles) che ospita eventi di burlesque, concerti underground, spettacoli di freakshow e proiezioni cinematografiche. Ma se avete paura dei clown, forse è meglio che stiate alla larga: nel locale è presente il famoso cadavere imbalsamato di Achile Chatouilleu, un pagliaccio che chiese di essere sepolto nel suo costume di scena e con il viso truccato.
    Certo, per essere morto nel 1912 è conservato fin troppo bene (sarà mica un’altra di quelle finte meraviglie per cui erano celebri i sideshow di una volta?). Comunque sia, l’effetto è grottesco e decisamente inquietante…

  • Vi lascio infine con l’immagine intitolata The Crossing, opera del fotografo naturalista Ryan Peruniak. Tutti i suoi lavori sono spettacolari, come potete vedere dando un’occhiata al suo sito ufficiale, ma trovo questo scatto particolarmente poetico.
    Ecco il suo ricordo del momento:
    All’inizio di aprile nelle Montagne Rocciose, la neve ricopre ancora i picchi maestosi mentre sulle vette più basse si è sciolta così come i laghi e i fiumi. Stavo camminando sulla sponda quando vidi una forma scura sul fondo del fiume. Il mio primo pensiero fu che un cervo doveva essere caduto attraverso il ghiaccio, quindi mi avvicinai per investigare… e in quel momento vidi la lunga coda. Mi ci volle qualche momento per capire cosa stavo vedendo… un puma adulto riverso serenamente sul letto del fiume, una vittima del ghiaccio sottile.

Il cadavere colonizzato: storia dell’ultimo uomo della Tasmania

∼  King Billy 

William Lanne, ritenuto l’ultimo aborigeno purosangue della Tasmania, era nato a Coal River intorno al 1835. All’età di sette anni, assieme alla famiglia venne trasferito alla riserva aborigena di Flinders Island; quando aveva dodici anni, gli aborigeni superstiti (poco più di una quarantina) furono spostati a Oyster Cove, 56 chilometri a sud della capitare Hobart. Qui, nel 1847, William entrò nell’orfanotrofio locale, il Queen’s Orphan Asylum. È proprio a Oyster Cove che, a parte qualche breve spostamento, Lanne passò tutta la sua vita.

William Lanne con la moglie Truganini (a sinistra).

Gli aborigeni erano spesso impiegati a bordo delle baleniere, assegnati all’albero maestro per via della loro ottima vista. William Lanne, di animo allegro, divenne popolare tra i colleghi marinai come “King Billy” e, nonostante il suo regale soprannome, condusse tutto sommato un’esistenza anonima, divisa tra i duri giorni in mare e le bevute al pub con gli amici.
Nel febbraio del 1869, dopo un lungo viaggio a bordo della Runnymede, William tornò in salute precaria. Spese la sua ultima paga in birra e rum in una bettola frequentata da prostitute e balenieri, e dopo una settimana si ammalò di diarrea colerica. Il 3 marzo morì mentre si stava vestendo per andare all’ospedale.

La sua salma venne portata al General Hospital su ordine del Dr. Crowther. E qui cominciarono i problemi, perché il cadavere di William Lanne rappresentava un’appetitosa occasione per molte persone.

  L’oggetto del desiderio 

Nel XIX Secolo, l’anatomia comparata era tra i temi più “caldi” in seno alla comunità scientifica. Lo studio della conformazione del cranio, in particolare, rivestiva un’importanza fondamentale non tanto a livello medico quanto nell’ottica più ampia della teoria delle razze.


Attraverso le misurazioni craniometriche e frenologiche, e paragonando le varie caratteristiche fisiche, si creavano delle vere e proprie classifiche razziali: si affermava ad esempio che una razza avesse un cervello più pesante di un’altra, prova “inconfutabile” di maggiore intelligenza; le peculiarità fisiognomiche di un’altra razza la avvicinavano invece alle scimmie, spingendola dunque più in basso nella scala razziale; una robusta costituzione invece aumentava le possibilità di sopravvivenza, e via dicendo. Non occorre specificare chi, in questa classifica stilata dagli uomini bianchi, occupasse la vetta dell’evoluzione.
Se gli Europei erano i più adatti a sopravvivere, era chiaro che gli aborigeni della Tasmania (spesso confinati al penultimo posto nella graduatoria delle razze) si sarebbero presto estinti come i dodo o i dinosauri. Qualsiasi violenza o sopruso era dunque giustificato da una inevitabile supremazia “naturale”.

Per dimostrare queste teorie, etnologi, anatomisti e archeologi erano costantemente alla ricerca di teschi esemplari. I resti degli aborigeni, però, scarseggiavano ed erano tra i più richiesti.
Questo fu il motivo per cui, appena l’ultimo aborigeno tasmaniano purosangue morì, si scatenò una guerra per decidere chi si sarebbe aggiudicato il suo scheletro: William Lanne ricevette più attenzione da morto di quanta ne avesse mai avuta da vivo.

William Crowther (1817-1885)

Attorno ai suoi resti, fin dal principio si crearono due fazioni opposte.
Da una parte c’era il dottor William Crowther, il medico che ne aveva constatato il decesso. Da molto tempo era alla disperata ricerca di uno scheletro aborigeno da spedire al curatore dello Hunterian Museum di Londra. Egli sosteneva che questo regalo avrebbe favorito i rapporti tra la Tasmania e l’Impero Britannico, ma evidentemente il suo vero intento era quello di entrare nelle grazie del prestigioso Royal College of Surgeons.
Dall’altra si schierava la più potente società scientifica della Tasmania, la Royal Society, la quale sosteneva che i preziosi resti fossero patrimonio nazionale e dovessero rimanere presso il proprio museo.

Sotto la pretesa importanza scientifica, si trattava dunque di una questione eminentemente politica.
Di questo si rese conto subito il premier Richard Dry, chiamato a decidere sulla delicata questione: la sua mossa fu inizialmente favorevole alla Royal Society, forse perché quest’ultima era strettamente ammanicata con il suo governo, o forse perché lo stesso Dry aveva avuto violente divergenze politiche con Crowther in passato.
Fatto sta che venne stabilito che il corpo sarebbe rimasto in Tasmania; ma Dry decise, da fervente cristiano, che l’ultimo aborigeno avrebbe avuto prima di tutto un funerale. Conoscendo l’impazienza di Crowther di mettere le mani sullo scheletro, ordinò al nuovo responsabile dell’ospedale, il Dottor George Stockell, di impedire che succedesse qualcosa alla salma.

  La profanazione, atto primo: Crowther 

Il giorno seguente Stockell incontrò Crowther per strada, e subito nacque un diverbio; Crowther sosteneva che il cadavere era suo di diritto, mentre Stockell ribatté di aver ricevuto chiari ordini di proteggere la salma.
Quando a sorpresa Crowther lo invitò a cena alle 8 della sera stessa, Stockell dovette pensare ingenuamente a un tentativo di riappacificazione. Presentatosi all’abitazione all’ora stabilita, però, scoprì che il medico era fuori casa: ad accoglierlo trovò la moglie, che sembrava particolarmente loquace, e continuava a farlo parlare…

Nel frattempo Crowther, con il favore del crepuscolo, doveva agire in fretta.
Assistito da suo figlio, penetrò nell’ospedale e si diresse all’obitorio. Qui si concentrò innanzitutto sulla salma di un anziano signore bianco: decapitò il vecchio, e spellò velocemente la testa per ottenerne il teschio. Si recò poi nella sala attigua, dove si trovava il cadavere di William Lanne.
Crowther cominciò a incidere il capo di Lanne lateralmente, passando dietro l’orecchio; spostando la pelle del volto e forzando le mani al di sotto, estrasse il teschio dell’aborigeno e lo sostituì con quello appena prelevato dall’altro cadavere.
Una volta ricucito il volto di Lanne, nella speranza che nessuno notasse la differenza, si dileguò nella notte con il prezioso bottino.

Stockell rimase a parlare con la moglie di Crowther fino alle 9, quando intuì che qualcosa non quadrava, e finalmente fece ritorno all’ospedale. Nonostante le precauzioni di Crowther, non gli ci volle molto a comprendere cosa fosse successo.

  La profanazione, atto secondo: Stockell e la Royal Society 

Stockell, invece di chiamare le autorità, avvisò subito il segretario della Royal Society delle mutilazioni effettuate sul cadavere. Dopo un breve consulto con altri membri della società, si decise che era imperativo assicurarsi le parti più importanti del cadavere, prima che Crowther provasse a fare ritorno.
Alla salma di Lanne vennero dunque tagliati i piedi e le mani, che furono nascosti nel museo della Royal Society.

Il funerale si svolse il giorno previsto, sabato 6 marzo. Un’inaspettata folla si radunò per salutare King Billy, l’ultimo vero aborigeno: soprattutto marinai, tra cui il capitano della Runnymede che si era accollato i costi delle esequie, e diversi nativi tasmaniani.
Tuttavia le voci di un’orrenda mutilazione subita da Lanne cominciavano a diffondersi, e al primo ministro Dry venne chiesto di riesumare il corpo per controllare. Il premier, in attesa di aprire l’inchiesta, ordinò che la tomba fosse piantonata da due agenti fino al giorno di lunedì.
Ma all’alba della domenica, si scoprì che il luogo di sepoltura era stato devastato: la bara giaceva esposta sulla terra smossa. C’era sangue tutto attorno, e il corpo di Lanne era sparito. Il teschio del vecchio, quello sostituito all’interno del cadavere, era stato scartato e gettato di fianco alla tomba.

Nel frattempo, un sempre più furioso Crowther era ben lontano dal darsi per vinto – soprattutto ora che si era visto soffiare a quel modo le parti mancanti del “suo” aborigeno.
Il pomeriggio del lunedì egli irruppe all’ospedale con un gruppo di sostenitori. Quando Stockell gli intimò di andarsene, Crowther rispose facendosi strada a martellate attraverso il divisorio di uno dei reparti, e sfondando la porta dell’obitorio.
All’interno la scena era raccapricciante: sul tavolo delle dissezioni giacevano pezzi di carne e masse di grasso insanguinate. Lanne era stato disossato.
Non trovando dunque l’agognato scheletro, Crowther e la sua cricca lasciarono l’ospedale.

  Quando tutti sono colpevoli, nessuno è colpevole

Le investigazioni sul caso portarono a un risultato sfavorevole soprattutto per Crowther, che venne sospeso dalla professione medica, mentre suo figlio si vide revocato il permesso di studiare all’ospedale. Per quanto riguardava la Royal Society , nonostante Stockell avesse ammesso di aver tagliato mani e piedi al cadavere, si ritenne che non ci fossero prove sufficienti per alcuna condanna.
Anche se l’inchiesta si risolse essenzialmente con un nulla di fatto, il terribile episodio di cronaca scosse l’opinione pubblica, per più di un motivo.

Da una parte, gli eventi avevano scoperchiato il marcio che si annidava nelle istituzioni scientifiche e statali.
Il cadavere di William Lanne era stato profanato – e altrettanto quello di un uomo bianco.
I medici si erano dimostrati abbietti e senza scrupoli – altrettanto i poliziotti che, evidentemente corrotti, avevano abbandonato il loro posto di guardia presso la tomba.
Le misure di sicurezza dell’ospedale si erano rivelate risibili – altrettanto quelle del St. David’s, il cimitero urbano più grande della città.
Il governo aveva agito in maniera poco imparziale e decisa – altrettanto oscuro e riprovevole era stato il comportamento tenuto dalla Royal Society.
Come riassunse un quotidiano dell’epoca, l’incidente aveva dimostrato che “la gente comune ha un maggior senso della decenza e della moralità rispetto alle cosiddette classi superiori, e agli uomini istruiti”.

John Glover, Mount Wellington and Hobart Town from Kangaroo Point (1834)

Ma il secondo motivo di indignazione era che l’ultimo aborigeno era stato trattato come carne da macello.
Un atto orrendo, ma tristemente in linea con la decimazione degli indigeni della Tasmania in quello che è stato definito un vero e proprio genocidio, che in poco più di settant’anni dall’arrivo dei coloni aveva spazzato via l’intera popolazione dell’isola. Come la sua terra e la sua gente, anche William Lanne era stato spartito avidamente tra i bianchi – desiderosi forse di giustificarsi dimostrandone l’inferiorità.
Pur con tutta la retorica razzista dell’epoca, era difficile non sentirsi in colpa. Quando qualcuno propose di erigere un monumento in ricordo di Lanne, prevalse la vergogna e non si costruì nessun memoriale.

  Epilogo: molto orrore per nulla 

Chi si guadagnò una statua imponente, invece, fu William Crowther.
Il dottore entrò in politica poco dopo i sanguinosi avvenimenti, e una fulgida carriera lo portò addirittura a essere eletto premier della Tasmania nel 1878.Non bisogna stupirsi che avesse tanti sostenitori, perché nulla è solo bianco o nero: nonostante il torbido episodio, Crowther era benvoluto perché in qualità di medico si era sempre dedicato a curare i poveri e i nativi. Rimase in politica fino alla morte, nel 1885; dichiarò di non aver mai perso una notte di sonno per la faccenda della “testa di King Billy”, che a suo dire era stata solo una montatura per screditarlo.

Statua di William Crowther, Franklin Square, Hobart.

Stockell, dal canto suo, non vide confermato il suo posto all’ospedale al termine del periodo di prova, e si trasferì a Campbell Town dove morì nel 1878.
Lo scandalo Lanne ebbe almeno una conseguenza positiva: sulla scia delle polemiche la Tasmania promulgò nell’agosto del 1869 il primo Anatomy Bill, un atto che regolamentava la pratica delle dissezioni.

E le ossa di William Lanne?
Lo scheletro rimase quasi sicuramente nascosto tra le proprietà del museo della Royal Society. Si ignora che fine abbia fatto.
Anche del teschio nessuno sentì più parlare. Eppure, stranamente, Crowther ricevette nel 1874 una medaglia d’oro dal Royal College of Surgeons per i suoi “numerosi e preziosi contributi” allo Hunterian museum. Quali fossero stati esattamente questi contributi, non si sa di preciso; ma è naturale sospettare che l’onorificenza avesse qualcosa a che fare con l’infame teschio di Lanne, magari spedito a Londra in gran segreto.
Non esistono però prove certe che il teschio sia effettivamente arrivato in Inghilterra, e d’altronde la collezione di crani umani del Royal College of Surgeons venne distrutta nei bombardamenti nazisti.

Royal College of Surgeons, inizio ‘900.

Certo è che per quel teschio Crowther aveva rischiato tutto ciò che aveva, la sua reputazione e la sua professione. Ed ecco l’amara ironia: nel 1881, fu lo stesso curatore dello Hunterian a mettere pubblicamente in dubbio la validità della craniologia nella determinazione delle presunte razze.
Al giorno d’oggi risulta evidente che tutta questa ansia di catalogare e classificare fu “uno sforzo futile”, dal momento che “il concetto di razza nella specie umana non ha ottenuto alcun consenso dal punto di vista scientifico, e non è probabilmente destinato ad averne” (da Storia e geografia dei geni umani, 2000).

Ovunque si trovassero, né il cranio né lo scheletro di William Lanne furono mai utilizzati per essere studiati scientificamente, e non comparvero in alcuna ricerca.
Dopo tutto quello che si era fatto per espropriarli, conquistarli e annetterli a una collezione piuttosto che a un’altra, e a dispetto dell’importanza fondamentale che si sosteneva rivestissero per la comprensione dell’evoluzione, quei resti umani finirono dimenticati in qualche cassa o in qualche armadio.
L’importante era averli colonizzati.

La fonte principale per questo articolo è Stefan Petrow, The Last Man: The Mutilation of William Lanne in 1869 and Its Aftermath (1997) che è disponibile online in PDF.
Interessante anche la storia di Truganini, la moglie di William Lanne nonché l’ultima donna aborigena, che subì un meno drammatico ma comunque analogo calvario post-mortem.
L
a procedura utilizzata da Crowther per sostituire il teschio senza sfigurare il cadavere ha una sua storia affascinante, raccontata in Frances Larson, Teste mozze: Storie di decapitazioni, reliquie, trofei, souvenir e crani illustri (2014) – un libro che non mi stancherò mai di lodare.