(Italiano) Johannes Stötter

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Il museo dei parassiti

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Il quartiere speciale di Meguro, a Tokyo, si trova al di fuori dalle classiche mete turistiche: più discreto del vicino rione di Shibuya, sprovvisto dei templi e della ricchezza storica di Asakusa o Ueno, distante dalle variopinte follie manga di Akihabara, Meguro è essenzialmente un sobborgo residenziale che ospita consolati, ambasciate e uffici aziendali.
È fra queste vie piuttosto anonime che sorge un museo unico al mondo, il Meguro Parasitological Museum, dedicato a tutte quelle specie animali che fanno di altri esseri viventi la loro dimora o la loro fonte di sostentamento.

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Fondato nel 1953 grazie ai fondi privati del dottor Satoru Kamegai (1902-2002), il Museo è una struttura scientifica dedicata allo studio dei parassiti, ed organizza attività educative, editoriali e di ricerca. Oltre ai 300 preparati in formalina visibili al pubblico, conserva anche 60.000 campioni parassitologici, e una biblioteca di 5.000 volumi e 50.000 saggi accademici. Arricchiscono la collezione le ceroplastiche di Jinkichi Numata (1884-1971).
Il Museo non è molto grande, e si sviluppa su due piani: al piano terra viene approfondita la biodiversità dei parassiti, mentre al primo vengono trattate le infestazioni che possono colpire uomo e mammiferi.

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I parassiti, per quanto sgradevoli possano sembrare a prima vista, sono in realtà organismi estremamente affascinanti, e per più di un motivo. L’evoluzione li ha portati, nel corso dei millenni, a modificare la propria struttura tramite adattamenti unici e inediti. Vivere all’interno del corpo di un altro animale, infatti, non è affatto un’impresa da poco: il parassita deve fare i conti con la temperatura corporea dell’ospite, la pressione osmotica, gli enzimi digestivi, le risposte immunitarie, l’assenza di luce e di ossigeno. Spesso questo significa sacrificare alcune capacità, come quelle sensoriali, nervose, di movimento oppure digestive.

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Il Museo Parassitologico di Meguro propone un approccio divertito, curioso e privo di preconcetti al mondo dei parassiti: “Provate a pensare ai parassiti senza lasciarvi influenzare dalla paura, e prendetevi il tempo di imparare il loro stupefacente e ingegnoso modo di vita. […] Ci sono alcuni parassiti che, durante il corso dell’evoluzione, perdono gli organi ormai superflui, sviluppando o mantenendo soltanto quelli riproduttivi per lasciare discendenti, e assumendo strane forme come quella delle tenie. Se questa forma può urtare la vostra sensibilità, per la tenia è quella ottimale“.
Per ridimensionare le comuni fobie, si ricorda anche che la maggioranza dei parassiti non arreca danni letali all’ospite, dato che ucciderlo andrebbe contro gli interessi del parassita stesso.

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Varcare la soglia del museo significa entrare in un mondo alieno, popolato di esseri microscopici oppure enormi (un verme solitario conservato qui raggiunge gli 8.8 metri di lunghezza), dalle sembianze di insetti, di minuscoli granchi o di anellidi, e dai cicli vitali sorprendentemente complessi. E’ la fantasia dell’evoluzione senza freno, eppure proprio in questi organismi risulta evidente quanto l’adattamento abbia affinato la loro morfologia: i corpi di questi animali si sono trasformati in maniera precisa per colpire un determinato ospite, e soltanto quello, e il ciclo vitale è specifico da specie a specie.

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Il loro adattamento è talmente esclusivo che talvolta per arginare un’epidemia nell’uomo è sufficiente adottare una strategia altrettanto mirata: è successo, ad esempio, con lo Schistosoma japanicus, un parassita che infesta le vene intestinali dei mammiferi, e che è stato debellato in Giappone sterminando le lumache Oncomelania nosophora, che fungevano da ospite intermedio. Oggi sono le lumache ad essere a rischio estinzione.

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Dai protozoi responsabili della malaria, a quelli che provocano l’elefantiasi, il percorso non è privo di brividi e di visioni estreme.
Scopriamo così che le vittime di Dirofilaria immitis, un nematode che infesta l’arteria polmonare e il cuore, venivano un tempo operate chirurgicamente perché le lastre erano interpretate erroneamente come cancro o tubercolosi.
C’è poi il Diphyllobothrium nihonkaiense, un verme solitario di grandi dimensioni che si contrae mangiando trota cruda: conta fino a 3.000 segmenti (proglottidi), produce un milione di uova al giorno e, poiché non causa problemi evidenti, spesso ci si accorge della sua presenza quando lo si vede penzolare fuori dall’ano, durante la defecazione.
E infine capiamo che anche i parassiti, a volte, sbagliano. Si conoscono circa 200 specie che infettano l’uomo, ma per il 90% si tratta di parassiti che sono capitati nel corpo umano per errore: i loro ospiti definitivi sarebbero in realtà animali selvatici o uccelli. La qual cosa, purtroppo, non riduce in nulla la loro pericolosità.

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Considerando che la visita è gratuita, il Museo Parassitologico di Meguro ha un solo punto debole: fatta esclusione per i nomi dei reperti, tutte le tavole esplicative sono scritte soltanto in giapponese. Eppure proprio questo dettaglio rende l’esplorazione, per chi è digiuno di lingua nipponica, ancora più straniante: di fronte ad alcune teche si rimane come ipnotizzati, nel vano tentativo di decifrare quale sia l’ospite e quale il parassita, fusi assieme nella stessa carne.
Una sintetica guida in inglese, acquistata allo shop del piano superiore (che vende anche T-shirt e portachiavi a tema per finanziare la struttura), può aiutare la comprensione del percorso; ma perché privarsi subito del sublime senso di disorientamento di fronte alle impensabili forme che la natura può assumere?

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La vita fiorisce rigogliosa sempre e soltanto alle spese di altra vita; e ammirando i preparati esposti al Museo Parassitologico questa verità emerge ancora più evidente, fra organi che pullulano di vermi e pesci dalle branchie “abitate” da organismi estranei.
Le vittime sono mammiferi, piante, creature acquatiche, crostacei, insetti: ogni essere vivente sembra avere i propri inquilini indesiderati, nessuno è al riparo. Così come nessuno sa con precisione quante specie di parassiti esistano in natura. Secondo alcune stime, potrebbero addirittura superare in numero quelle degli altri animali.
Dopotutto, forse, questa Terra è il loro mondo.

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Ecco il sito ufficiale del Meguro Parasitological Museum.

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(Italiano) De profundis, mostra e booksigning

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Professione: camgirl

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Una sentenza della Cassazione del 2003 le ha equiparate alle prostitute, anche se il contatto fisico con il cliente non avviene. Come accade per la prostituzione, fanno parte di un’economia sommersa che le attuali normative nemmeno provano ad inquadrare correttamente dal punto di vista fiscale e lavorativo. Se anche volessero pagare le tasse e aprire un posizione contributiva, non possono. L’imbarazzo legislativo nel loro caso è aumentato dal fatto che ci sono di mezzo le nuove tecnologie, “questo internet di cui si fa un gran parlare” (per citare un ironico tormentone di Rocco Tanica).

Sono le camgirl: ragazze, studentesse, ma anche madri di famiglia o casalinghe, che decidono di arrotondare le entrate offrendo servizi erotici online. Incontrano i clienti su siti appositi, che fanno da intermediari – anche se lo sfruttamento non sussiste, perché i siti ufficialmente acquistano dalle camgirl dei “servizi completi”, per i quali esse sono interamente responsabili. I clienti caricano il loro credito, chattano un po’ prima di scegliere la ragazza preferita, poi la conversazione si sposta in privato e lì i soldi cominciano a scalare. Un fisso al minuto, per poter assistere alla performance della camgirl, che esaudisce qualsiasi recondito desiderio.

Se di prostituzione si tratta, dunque, essa avviene comunque “a distanza”, tramite il filtro di una webcam, e questo evidentemente comporta vantaggi e svantaggi. Ma quali, esattamente?

Ci ha contattato Greta, una camgirl desiderosa di raccontare la sua vita e la sua professione. È un’occasione per conoscere non soltanto le motivazioni dietro questo particolare lavoro, ma anche uno spaccato sui desideri erotici maschili più strani. Che Greta, potete immaginarvelo, ha cominciato a conoscere alla perfezione. Perché, in assenza di contatto fisico, le richieste dei clienti si fanno per forza di cose più fantasiose, più bizzarre, più mentali.

Come hai cominciato a valutare un simile lavoro?

Sono una persona solitaria e non amo uscire spesso di casa. Questo comporta il mio quasi totale disinteresse nel trovarmi un lavoro classico, come barista, commessa o quant’altro. Ho sognato fin da bambina una professione che potesse essere svolta da casa, così passata la maggior età ho cominciato a pensarci seriamente. Ho sempre saputo dell’esistenza di questo mondo, una grandissima parte di internet è legata al sesso, io stessa possiedo una quantità di porno capace di far rizzare i capelli a molti uomini. In più sono un’esibizionista, nel puro senso del termine, adoro essere guardata e apprezzata; per il mio aspetto, per le mie capacità, per il semplice fatto di essere me stessa.
Prima di buttarmi ho però avuto un problema di coscienza: il sesso e la masturbazione sono cose per me naturalissime, avevo dunque qualche remora all’idea di farmi pagare. Ne ho parlato con la mia famiglia e con il mio ragazzo, e mi sono convinta che in realtà una camgirl offre un servizio e ne ottiene un guadagno, come accade in qualsiasi altro lavoro.

Quindi la tua famiglia è al corrente.

Ovviamente la mia famiglia mi ha tartassata di domande sulla sicurezza. Avevano paura che qualche maniaco mi riconoscesse e venisse a cercarmi, a bussare alla mia porta. Con calma e tranquillità ho spiegato loro che mantengo l’anonimato, indossando anche una mascherina durante i miei show. La mia vita è un po’ come quella di Batman …”La maschera non è per te, è per proteggere le persone che ami“.
Non mi hanno fatto problemi sul fatto che il mio lavoro ruoti attorno al sesso, siamo molti sinceri tra noi, però chiaramente non riescono a capirlo. Mi chiedono spesso come possa non darmi fastidio essere “al servizio” di qualcuno che, dall’altra parte, si sta masturbando. Io rispondo sempre che se tutti fossero sessualmente appagati, il mondo sarebbe migliore, che quindi io rendo un servizio pubblico, migliorando il mondo… lo vedi? Sono davvero una specie di supereroe!

Al di là del tuo ragazzo, come vedono la tua occupazione gli amici? Hai dovuto in qualche modo vincere dei pregiudizi?

Essendo una persona molto solitaria, ho pochi amici, e nessuno tra loro sa del mio lavoro. La privacy è fondamentale. Il bigottismo non mi consente di parlare del mio lavoro con altre persone, non posso permettermi che inizino a girare voci, renderebbero la vita difficile a me e ai miei cari.
Sarebbe bello poterne parlare liberamente, anche solo per divertimento, poter chiedere consigli, sentirmi libera di vivere il mio lavoro come una cosa normale, per il semplice fatto che lo è. Invece ho sempre paura che mi scappi qualche parola di troppo; spesso prima di dormire penso alle conversazioni avute in giornata, in cui stavo per “tradirmi”…

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Quanto guadagni al mese con l’attività di camgirl?

Ci sono essenzialmente due modi di fare questo lavoro: in live chat, ovvero ti mostri su un sito con la webcam sempre aperta, in modo che tutti possono vederti e chattare con te, e in questo caso il guadagno è del 50% del prezzo degli show; oppure posso lavorare su Skype o altri software che permettono le videochiamate, e quindi fare quel che più mi va tra uno show e l’altro e arrivare all’80% di compenso.
Personalmente guadagno dagli 800 ai 1500 euro al mese, ma è un ricavo estremamente scostante. Pur lavorando quotidianamente dalle 4 alle 12 ore, a seconda degli orari e dei giorni in cui mi collego il guadagno oscilla in maniera imprevedibile. Un giorno posso fare 200 euro, quello dopo magari non trovare clienti.

Il tuo ragazzo come ha reagito? Si presta occasionalmente a intervenire in qualche situazione?

Prima di intraprendere questa carriera ne ho parlato a lungo con lui, stiamo assieme da anni. È stato estremamente disponibile, per il semplice fatto che, a detta sua, finché nessuno mi tocca fisicamente, possono anche guardarmi tutti quanti.
Mi dà spesso una mano, aiutandomi ad organizzare la contabilità, esaminando i contratti con i diversi siti, inventando nuove cose che potrebbero piacere alla clientela, ma non interviene mai negli show, né io lavoro mai mentre lui è in casa (non viviamo assieme attualmente).

È cambiata in qualche modo la tua relazione di coppia?

Dal punto di vista sessuale, per fortuna, nulla è cambiato. Per il resto, è come qualsiasi altro lavoro: spesso scherziamo sulle proposte più divertenti che mi hanno fatto durante la giornata, oppure mi sfogo raccontandogli di quanto mi abbia fatto arrabbiare quel tal cliente che non mi ha portato rispetto, ecc.

Quali sono le prestazioni più assurde che qualcuno ha richiesto?

Un giorno, per email, mi arriva un copione di diverse pagine per girare un video. Dovevo fingere di trovarmi in un giardino che conteneva delle statue con le fattezze femminili; io dovevo accarezzare e palpare queste statue, eccitandomi sempre di più per le loro forme. Guardandole, dovevo iniziare a masturbarmi, fino al raggiungimento dell’orgasmo; a questo punto dovevo fingere di rimanere io stessa pietrificata. Capire che mi stavo trasformando in pietra, secondo il dettagliatissimo copione, mi spaventava e mi eccitava al tempo stesso. Dopo l’orgasmo sarei dovuta rimanere immobile. Fine del video.
Un’altra volta ho dovuto fingermi un robot, disegnandomi sul corpo le articolazioni meccaniche, muovendomi e parlando come un robot. Secondo me il risultato era esilarante, ma il cliente si è complimentato moltissimo per la mia interpretazione!
Ti sorprenderesti nel vedere quanti show non abbiano a che fare direttamente con la masturbazione o con il nudo, ma con pratiche che a prima vista non sembrano nemmeno sessuali. Per queste persone però si tratta della loro più grande fantasia. Mi è stato chiesto, ad esempio, di indossare delle scarpe da ginnastica, e intingerle con calma nell’acqua tiepida, facendo vedere bene come si inzuppavano e come l’acqua fuoriusciva dalla scarpa.
Riassumo in poche parole qualche altra proposta più o meno bizzarra:

– fingi che io sia minuscolo e che tu, enorme, mi ingoi.
– ti mando le foto della mia ragazza, dimmi se secondo te potrebbe tradirmi.
– puoi stampare la foto del mio pene e strofinarla su di te per masturbarti?
– straccia dei fogli di carta.
– inviami per posta un tuo campione fecale.
– fingi di essere un cane che beve dalla ciotola.
– rimani 20 minuti nella stessa, scomoda, posizione.
– fingi un orgasmo ogni volta che dico una determinata parola.
– raccontami la tua giornata, così mi distraggo!

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Ti è mai capitato di lavorare con qualche disabile?

Una volta mi sono trovata davanti ad un ragazzo molto giovane, in sedia a rotelle. Indossava un pannolino e durante la sessione ha avuto un piccolo “incidente”, io non ho detto nulla, lui con tranquillità mi ha spiegato che gli capita molto spesso. Sinceramente ero un po’ imbarazzata nel farmi pagare, ma lui ha insistito nel darmi persino la mancia.
Quella sera mi sono sentita a disagio, inadeguata. Ne ho parlato con una collega che ha avuto esperienze simili, e mi ha spiegato che trattare queste persone in modo diverso dagli altri clienti non significa certo far loro un favore.

Hai dovuto procurarti oggetti e attrezzature particolari per soddisfare le richieste dei clienti?

Fortunatamente ero già molto attrezzata di mio, possedevo diversi vibratori e giochetti, ma non bastano mai!
Ora ho un’egregia collezione di completini intimi, rinnovati ogni mese, scarpe altissime, speculum, attrezzi da clistere, kit BDSM, dildo eiaculante (nel caso te lo stessi chiedendo, ci si mette dentro il latte), palline anali, anal plug, mollette, lubrificanti, un intero armadio di costumi vari e chi più ne ha più ne metta. E pensa che non sono nemmeno una delle più attrezzate, c’è sempre qualcuno che mi chiede di usare oggetti che non possiedo… è un mestiere che ha le sue spese di aggiornamento!

Pensa per un attimo all’umanità nel suo insieme, a questo mammifero chiamato homo sapiens, che ha fatto del sesso un’attività eminentemente simbolica. Qual è la tua opinione riguardo alle persone che ti contattano? Le giudichi? Come è cambiata la tua idea riguardo al sesso umano, ora che conosci molte fantasie, maschili e non? A cosa serve il sesso, secondo te?

La mia semplice opinione è che il mondo è bello perché è vario, a parte certe rare richieste estreme per cui bisognerebbe parlare con un bravo psicologo (purtroppo mi è capitato che mi chiedessero show con animali o bambini).
Non giudico nessun cliente in malo modo, a volte un po’ li compatisco però: molti sono uomini sposati da anni, che non hanno il coraggio di confessare alla propria moglie le loro fantasie. Per altri invece è una semplice compensazione; un imprenditore molto ricco può letteralmente adorare di essere trattato alla stregua di un verme, insultato, abusato: il suo sentirsi piccolo e inutile per eccitarsi, secondo me, è il rovescio del potere che esercita sui suoi sottoposti.
Devo dire che se prima mi sentivo trasgressiva, ad esempio perché mi piace il sesso anale, dopo aver intrapreso questo lavoro mi sento un angioletto con l’aureola… non si finisce mai di imparare!
Il sesso in fondo serve a vivere meglio. Personalmente lo uso come antistress, per riscaldare le coperte d’inverno, per rendere ancora migliore una bella giornata, per dormire più rilassata, per combattere i dolori articolari di cui soffro. C’è poco che il sesso non possa sistemare, tutti dovremmo prendere la cosa il più serenamente possibile.

Ti senti tuo malgrado una donna-oggetto, oppure reputi che scegliere autonomamente questo tipo di attività ti abbia emancipata come femmina?

Nessuno dei due, una donna che lavora non è emancipata, è una semplice donna che lavora.
Le donne-oggetto si fanno usare senza rendersene conto: nel mio lavoro, se vuoi insultarmi, prima mi paghi e anche profumatamente. Offro un servizio per cui vengo pagata, una modella non fa la stessa cosa? Un panettiere? Uno spazzacamino?

Il problema è che ancora oggi in Italia esiste uno stigma nei riguardi dei sex workers; non solo i bacchettoni o i moralisti, ma perfino una certa parte di femminismo non apprezza particolarmente il fatto che la libertà di scelta femminile possa concretizzarsi in un lavoro a carattere sessuale. Tu che ne pensi?

Purtroppo nell’immaginario comune, quando c’entra il sesso o la nudità tutto diventa subito una cosa strana, anormale, da nascondere. Eppure il sesso fa parte della vita di tutti i giorni.
Io posso scegliermi i clienti, posso mandare a quel paese chi non mi rispetta, posso persino minacciare chi tenta di fare il duro. La maggior parte dei lavoratori non ha questo privilegio.
Secondo me scegliere un lavoro che coinvolga anche il sesso non ha nulla a che fare con l’emancipazione, dovrebbe essere una cosa normale. Se una femminista si sente a disagio al solo pensiero che un’altra donna possa aver voglia di intraprendere questa carriera, dovrebbe farsi un bell’esame di coscienza.

Pensi di continuare con questo lavoro?

Se dipendesse da me, non lo cambierei per nulla al mondo. Purtroppo non è un lavoro sicuro. Se mi ammalo nessuno mi paga la malattia, se vado in ferie, non sono ferie pagate; non riceverò nessuna pensione. Tempo fa sono finita in ospedale e ho perso tre mesi interi di lavoro. Chi paga l’affitto senza uno stipendio fisso?
Ogni giorno libero che mi prendo, so che sto perdendo dei possibili show, dei possibili clienti, dei possibili guadagni. Inoltre non è un lavoro che posso pensare di continuare a fare fino a sessant’anni: qualche cliente ce l’avrei ancora, ma troppo pochi per pagare ad esempio un mutuo.

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Al di là dei rischi economici, simili in fondo a quelli di qualsiasi attività in proprio, ci sono altri aspetti negativi nel lavoro di camgirl?

Bisogna apparire al meglio, mai svogliata, sempre gentile, avere cura del proprio corpo, depilarsi, truccarsi, restare stretta in corsetti di pizzo per ore di fila… perfino la mia schiena non è più la stessa.
Ma il vero problema è la concentrazione costante che il lavoro richiede. Devo prestare la massima attenzione ogni volta che scrivo qualcosa, per essere sicura di non inviarla alla persona sbagliata. Mai accettare file da nessuno, controllare costantemente quattro o più siti in simultanea. Chattare per ore con diverse persone contemporaneamente, saperle distinguere, ricordarsi sempre le loro richieste. Essere perennemente disponibile.
Dopo un po’, il computer diventa il tuo nemico. Inizi a guardarlo come una minaccia, una serpe in seno pronta a morderti alla prima distrazione. Ho la costante paura di essermi dimenticata la webcam accesa, e che quindi qualcuno mi spii nella pausa tra uno show e l’altro, o mentre faccio una telefonata privata.
E infine c’è l’ansia constante di essere riconosciuta. Se in un locale un uomo mi lancia uno sguardo un po’ più lungo del normale, comincia la danza della paranoia. Bisogna essere forti, avere una mentalità aperta, ma soprattutto bisogna essere pronte a rischiare, anche molto.

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(Italiano) Gli ammutinati della Batavia

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(Italiano) Fenomeni paranormali

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(Italiano) Safety videos

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La reggia del postino

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Ferdinand Cheval nacque nel 1836 a Charmes, un piccolo villaggio nel comune di Hauterives, a poco meno di un centinaio di chilometri da Lione. La mamma di Ferdinand, Rose, morì quando lui aveva soltanto undici anni; essendo la famiglia molto povera, l’anno dopo il piccolo lasciò la scuola per lavorare assieme a suo padre. Anche quest’ultimo morì pochi anni più tardi, nel 1854. Ferdinand Cheval, ventenne, diventò qui di aiuto panettiere. Dopo aver sposato la giovane Rosalie Revol, di soli 17 anni, per qualche anno si allontanò dal paese alla ricerca di lavoro, accettando diversi impieghi saltuari; ritornò dalla moglie nel 1863 e nel 1864 nacque il loro primo figlio. Un anno più tardi il bambino morì. Due anni dopo vide la luce il loro secondo figlio.
Nel 1867, a trentun anni, Ferdinand Cheval prestò giuramento per diventare postino.
Nel 1873, sua moglie Rosalie morì.

Una vita come tante, segnata dal dolore e dalla precarietà. Erano tempi di grande miseria, in cui fame e malattie mietevano vittime continuamente. Eppure l’800 era anche il secolo della svolta modernista – con la monarchia che lasciava il passo alla Repubblica, le scienze e la medicina che facevano passi da gigante, l’industria appena nata, e via dicendo. E l’eco di queste rivoluzioni arrivò anche alle campagne francesi. Fra le mani di Ferdinand passavano le prime gazzette illustrate, come ad esempio il Magasin Pittoresque o La revue illustrée, ma anche le prime cartoline postali provenienti da tutto il globo; ed ecco che di fronte agli occhi di un povero fattorino rurale si spalancava un mondo esotico fatto di ferrovie ultraveloci, di eroiche colonizzazioni in Africa e in Asia, di spettacolari e incredibili scoperte presentate alle prime Esposiioni Internazionali… insomma, anche se la realtà quitidiana rimaneva ancora dura, il carburante per il sogno non mancava di certo.

Ferdinand Cheval macinava i suoi trenta chilometri al giorno, percorrendo sempre lo stesso tragitto. A quell’epoca i ritmi di un postino erano ben diversi da quelli “motorizzati” di oggi. Nei suoi diari scriverà:

Cosa fare, camminando perpetuamente nello stesso paesaggio, se non sognare. Per distrarre i pensieri, costruivo in sogno un palazzo fiabesco…

Ma le strampalate fantasticherie di questo umile postino di campagna sarebbero rimaste tali, se la Natura non gli avesse mandato un segno.
Il 19 aprile del 1879 Ferdinand Cheval ha 43 anni, e la sua vita sta per cambiare per sempre.

Un giorno del mese d’aprile nel 1879, facendo il mio solito giro di postino rurale, a un quarto di lega prima d’arrivare a Tersanne, camminavo molto in fretta quando il mio piede inciampò su qualcosa che mi fece scivolare qualche metro più in là, e volli saperne la causa. In sogno, avevo costruito un palazzo, un castello o delle grotte, non posso esprimerlo bene… non lo dicevo a nessuno per paura di sembrare ridicolo, e mi trovavo ridicolo io stesso. Ecco che dopo quindici anni, nel momento in cui avevo quasi dimenticato il mio sogno, e che non ci pensavo per nulla al mondo, è il mio piede che me lo fa ricordare. Il mio piede aveva urtato una pietra che per poco non mi faceva cadere. Ho voluto sapere cos’era… Era una pietra dalla forma così bizzarra che l’ho messa in tasca per poterla ammirare a mio piacimento. Il giorno dopo, sono ripassato nello stesso posto. Ne ho trovate ancora, e di più belle, le ho raccolte tutte sul posto e ne sono rimasto rapito… E’ una pietra molassa lavorata dalle acque e indurita dalla forza del tempo. Diviene dura come i sassi. Essa rappresenta una scultura così bizzarra che è impossibile per l’uomo imitarla, vi si possono leggere ogni specie di animali, ogni tipo di caricature. Mi sono detto: visto che la natura vuol fare la scultura, io farò la muratura e l’architettura.

La pietra che risvegliò il sogno sopito.

Quella pietra, scoperta per caso, fu per il postino l’equivalente di una folgorazione sulla via di Damasco. E Cheval non si tirò indietro, di fronte a questa evidente chiamata all’azione, cominciando pian piano a mettere in piedi il suo cantiere – nonostante non avesse un’educazione, né sapesse minimamente come andava costruita una casa, figurarsi un castello delle fiabe.
La gente del paese cominciò a prenderlo per matto. Ma di colpo la vita gli aveva svelato uno scopo grandioso, e se ogni giorno percorreva i suoi soliti trenta chilometri a piedi, ora c’era una scintilla nei suoi occhi che egli non aveva mai avuto. Al peso della posta da consegnare si aggiunse quello delle pietre: all’andata le selezionava e posizionava lungo la via, al ritorno le raccoglieva aiutandosi con la sua fida carriola. Il postino Cheval e la sua carriola divennero una vera e propria icona per gli abitanti di Hauterives.

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Nei giorni di pausa, ogni sera e ogni mattina, Cheval continuava a costruire la struttura; procedeva a braccio, da perfetto autodidatta, aggiungendo ornamenti su ornamenti senza un piano di progettazione vero e proprio. Instancabile, febbrile, posseduto dalla grandiosità di ciò che stava compiendo.

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Il postino Cheval cominciò la sua opera con una fontana, la “Sorgente della Vita”, per poi aggiungerci la cosiddetta “Grotta di Sant’Amedeo”, il Sepolcro Egizio, e tutta una serie di pagode, templi orientali, moschee, e altre rappresentazioni di luoghi sacri, mostrati l’uno di fianco all’altro; i Tre Giganti (Cesare, Vercingetorige, Archimede) furono posti a guardia del complesso scultoreo.

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Il postino non conosceva più riposo. Nel 1894 Cheval vide morire un’altra figlia, di 15 anni, avuta dalla seconda moglie. Sconvolto da questa ulteriore perdita, due anni dopo si ritirò in pensione ma non smise certo di dedicarsi al suo Palazzo. Ormai era a metà dell’opera, non poteva fermarsi.

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Il Palazzo Ideale non era pensato come un edificio vero e proprio, abitabile, ma piuttosto come un monumento dedicato alla fratellanza fra le genti, al di là di qualsiasi credo o provenienza: un amalgama di forme e stili occidentali e orientali, un sincretismo elaborato e ispirato alla natura, alle cartoline postali e alle riviste che Cheval distribuiva. Figure scolpite, palme di cemento, bestie, mostri, rami intrecciati e colonne arabescate facevano da contorno a raffigurazioni o edifici sacri; iscrizioni e insegne dovevano riportare i messaggi e le poesie del costruttore; nella cripta, infine, un piccolo altare era dedicato a colei senza la quale tutto questo non sarebbe stato possibile, quella che Cheval chiamava “la mia fedele compagna di pena“… l’inseparabile carriola.

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Il postino Cheval finì di costruire il suo Palazzo Ideale nel 1912, dopo avervi dedicato ben trentatré anni della sua vita. Lo ricordò con una scritta, visibile sotto una scala che costeggia il Tempio della Natura verso la facciata Nord:

1879-1912 : 10 000 Giornate, 93 000 Ore, 33 anni di ostacoli e prove. Lavoro d’un uomo solo.

Soddisfatto, Cheval annunciò che quel monumento sarebbe stato anche la sua tomba; ma, a sorpresa, le autorità gli negarono il permesso di essere seppellito lì. Cosa fare? Cheval non si perse d’animo.

Dopo aver terminato il mio Palazzo dei sogni all’età di settantasette anni e dopo trentatré anni di tenace lavoro, mi sono trovato ancora abbastanza coraggioso da farmi da solo la mia tomba al cimitero della Parrocchia.
Là ho lavorato ancora 8 anni di dura fatica. Ho avuto la fortuna d’aver la salute per completare questo sepolcro chiamato “La Tomba del silenzio e del riposo senza fine” – all’età di 86 anni.
Questa tomba si trova a circa un chilometro dal villaggio di Hauterives. Il suo genere di lavorazione la rende molto originale, quasi unica al mondo, in realtà è l’originalità che la rende bella.
Un gran numero di visitatori vanno a visitarla dopo aver visto il mio Palazzo dei sogni, e ritornano nel loro paese meravigliati, raccontando ai loro amici che non è una favola, che è la realtà vera. Bisogna vederlo per crederci.

Proprio in quel mausoleo Ferdinand Cheval raggiungerà il suo meritato riposo nel 1924.

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“Le Tombeau du silence et du repos sans fin”.

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Poco prima di morire, però, il facteur Cheval aveva avuto la soddisfazione di vedere il suo Palazzo riconosciuto da alcuni artisti e intellettuali come un esempio straordinario di architettura senza regole né strutture, un’opera d’arte spontanea e inclassificabile. Nel 1920 André Breton lo segnala come precursore architettonico del surrealismo, in seguito con l’emergere del concetto di art brut Cheval verrà ulteriormente ammirato per il suo lavoro; oggi si preferisce il termine outsider art, o arte naïf, ma il concetto resta quello: proprio perché privo di una cultura artistica, Cheval si è permesso di operare scelte istintive e non accademiche che rendono il Palazzo un’opera a suo modo unica. Picasso, Ernst, Tinguely, Niki de Saint Phalle furono tutti amanti di questo luogo folle e incredibile, che ispirò più o meno esplicitamente diverse altre “cittadelle” immaginarie.
Nel 1969 André Malraux decise di tutelare il Palazzo come monumento storico, contro l’avviso di molti altri funzionari del Ministero della Cultura, con queste motivazioni:

In un tempo in cui l’arte naïf è diventata una realtà considerevole, sarebbe infantile non tutelare, quando siamo noi Francesi ad avere la fortuna di possederla, la sola architettura naif al mondo, e aspettare che si distrugga.

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Il piccolo comune di Hauterives è sempre là, fra le colline e i campi, ai piedi delle Alpi Francesi. Eppure solo nel 2013 quasi 160.000 visitatori hanno fatto pellegrinaggio al Palazzo Ideale, oggi completamente restaurato e nella cornice del quale si organizzano mostre d’arte, concerti, eventi.
E, perdendo per l’ennesima volta lo sguardo negli intricati ghirigori di pietra, ci si stupisce all’idea che siano stati veramente creati da un semplice postino, che con la sua carriola batteva la campagna alla ricerca di pietre bizzarre; non si può che ripensare allora alla sardonica provocazione che Cheval stesso iscrisse sulla facciata del suo Palazzo:

Se c’è qualcuno più ostinato di me, si metta all’opera.

Ma questa frase ironica, ci piace leggerla anche come un invito, oltre che una sfida; un’esortazione a coltivare la cocciutaggine, la follia e la temerarietà – necessarie a chiunque voglia veramente provare a costruire il suo “Palazzo Ideale”.

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Ecco il sito ufficiale del Palazzo Ideale.

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Don’t touch my hair

Every now and then we come across news reports about bullying acts that involve, among other things, the complete shaving of the vexed person.
In these pages we have often drawn attention to the fact that human beings are “symbolic animals”, namely that our mind acts through symbols and frequently – sometimes unconsciously – relies on myths: therefore, why do people consider cutting someone’s hair by force as a disfigurement? Is it only an aesthetic concern, or is there more to it?

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First of all, this kind of violence damages somebody’s appearance, and the hairdo has always been one of the most important ways of expressing personality. Since ancient times, every hairstyle has been assigned more or less explicit meanings.

For example, to wear one’s hair down was normally considered as a sign of mourning or submission. Yet, in different contexts such as ritual ceremonies, to leave one’s hair down was a crucial element of some shamanic dances – the irruption of the sacred that wildly sweeps social conventions and restrictions away.

Consider that women have always regarded their hair as one of their most effective weapons of seduction: the hairdo –to hide or show the hair, to wear it up or down – frequently marked the difference between available or modest women; therefore, some cultures go as far as to forbid married women to show their hair (in Russia, for example, there is a saying that “a girl has fun only as long as she is bareheaded“), or at least oblige her to hide it every time she enters a church (Christian West), in order to inhibit its function as a sexual provocation.

The way people comb their hair reflects their individual psychology, of course, but also the values shared by specific social contexts: fashion, the beliefs widespread in a certain period, precepts of religious institutions or a rebellion against all these things. Hairdos that challenge the dominant taste and knock down barriers have often come with social or artistic rebellions (Scapigliatura, the beat generation, the hippie movement, punk, feminism, LGBT, etc.).

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Therefore at the end of the 1960s – a period marked by strong social tensions – longhaired people were often charged by the police, in most cases for no other reason than their look:

Almost cut my hair, it happened just the other day.
It’s getting’ kinda long, I coulda said it wasn’t in my way.
But I didn’t and I wonder why, I feel like letting my freak flag fly,
Cause I feel like I owe it to someone.

(Crosby, Stills, Nash & Young, Almost Cut My Hair, 1970)

Have you ever changed the colour of your hair, your haircut or hairdo at crucial moments in your life, as if by changing the appearance of your hair, you could also change your inner self? Obviously nowadays hairdos are still strongly connected to personal emotions. But there’s more to it.

Like nails, hair has always been associated with sexual and vital force by the public imagination. Therefore, according to magical thinking a powerful empathy exists between people and their hair. It is a bond that can’t be broken even after the hair are severed from the body: the locks that have been cut or got stuck between the comb’s teeth are precious ingredients for spells and evil eyes, whereas a saint’s hair is normally worshipped as a very miraculous relic. Hair preserves the virtues of its owners and the intimate relationship between human beings and their hair outlive its severance.

Hence the custom, within many families, to keep hair bunches and the first deciduous teeth. The scope of such practices goes beyond the perpetuation of memory – in a sense they attempt to guarantee the survival of the condition of the hair’s owner.

(Chevalier-Gheebrant, Dictionnaire des symboles, 1982).

The hair bunch that a man receives from the woman he loves as a token of love is a recurrent fetish in nineteenth century Romanticism, but it is during the Victorian era that the obsession with hair attains its summit, especially in the field of jewellery and of accessories connected with mourning. Brooches and clasps containing the hair of the deceased, arranged in floral patterns, complicated arrangements to be hanged on walls, bracelets made of exquisitely plaited hair… Victorian mourning jewelry is one of the most moving examples of popular funeral art. At the beginning the female relatives of the deceased used his/her hair to create these mementos to carry with them forever; photography didn’t exist at that time, and many people couldn’t afford a portrait, so these jewels were the only tangible memory of the deceased.

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Over time, this kind of objects became part of the fashion of the period, especially after the death of Prince Albert in 1861, when queen Victoria and her courtiers dressed in mourning for dozens of years. After the example of the Royals, black turned out to be the most popular colour and mourning jewellery became so widespread that it began to contain hair belonging to other people as well as to the deceased. In the second half of the nineteenth century, 50 tons of human hair were imported by English jewellers to their country every year. In order to establish a connection between the jewel and the deceased, the name or its initials started to be carved on the object.

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All this brings us back to the idea that hair is connected to the essence of its owner’s life, and holds at least a spark of his/her personality.

Let’s go back to the victim mentioned at the beginning of this article, whose head was shaven by force.

This is a shocking insult because it is perceived as a metaphorical castration for a male, and as a denial of femininity in the case of a female victim. The hair is associated to certain powers, such as strength and virility – consider Samson, for example – but above all to the concept of identity.

In Vietnam, for example, a peculiar divinatory art was developed, that may be called “trichomancy”, which allows to understand somebody’s destiny or virtues by observing the arrangement of hair follicles on the scalp. And if hair tells many things about individual personality, to the monks that renounce their individuality to follow the ways of the Lord, shaving is not only a sacrifice but a surrender, a renunciation to the subject’s prerogatives and identity itself.

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To cut the hair is not a trivial act.
In the past centuries a thick head of hair was a sign of power and nobleness. So the aristocratic privilege to wear long hair in France was exclusively reserved to Kings and Princes, whereas in China all that wore their hair short – which was considered as a real mutilation – were banned from some public employments. According to American Natives, to scalp the enemy was an ultimate mutilation, the highest expression of contempt. In parallel, within some cultures to cut the hair during the first years of somebody’s life was a taboo because the new-born babies may run the risk to lose their soul. Countless peoples consider a baby’s first haircut as a rite of passage, involving celebrations and propitiatory acts to draw evil spirits away – after part of their vital force has gone together with their hair, babies are actually more exposed to dangers. Within the Native American tribe of the Hopi in Arizona, the haircut is a collective ritual that takes place once a year, during the celebrations of the winter solstice. Elsewhere, the haircut is suspended during wars, or as a consequence of a vow: Egyptians didn’t shave during a journey and recently the
barbudos of Fidel Castro swore not to touch their beards nor hair until Cuba would be freed by dictatorship.

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All this explains why to cut the enemy’s hair by force is regarded as a terrible punishment since antiquity, sometimes even worse than death. People always assign deep meanings to every aspect of reality; even today a mere offence between kids that, all things considered, could be innocuous (the hair will quickly grow back) is usually a shock for the public opinion; maybe because in the haircut people recognize – with the obvious differences – the echoes of cruel rites and practices with an ancestral symbolic significance.

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De profundis

The second title of the Bizzarro Bazar Series is now available for pre-order.

After exploring the Palermo Capuchin Catacombs in the first volume, now we enter another unique place, the Fontanelle Cemetery in Naples, where one of the most peculiar and fascinating devotional cults has developed.

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Buried in the heart of the city, the Sanità quarter is an authentic borderland between the world of the living and the world of the dead. You only need to distance yourself from the hustle and bustle, from the megaphones of the fruit and vegetable stalls, the mopeds ridden by fearless street urchins darting between the cars, and reach the top of the area: here on the right of the church of Maria Santissima del Carmine, is the Fontanelle cemetery.

Situated within an ancient tuff quarry, the cemetery is an imposing underground cathedral, hovering between darkness and the swathes of light cutting through it.

Thousands of bones and skulls are piled up for all to see, the remains of at least 40,000 anonymous human beings. In this evocative and peaceful place, death is no longer insurmountable: the living and the souls of the deceased communicate with each other by means of the so-called capuzzelle, which embody the ancestral obsession with the skull as an icon of transcendence and the promise of eternal life.

 

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Here the skulls are spoken to, touched, and cleaned. They are taken care of. Candles are lit, offerings are given and favours asked for in a do ut des of worship.

This is the cult of the anime pezzentelle, abandoned and anonymous souls, in need of the compassion of the living to alleviate their suffering in Purgatory. In return, they promise to be kind to the devout believer, helping out with health problems, finding a husband for young unmarried girls, solving financial issues or providing the winning lottery numbers. Although the cult is now almost completely abandoned, it still resists, and its traces are well visible in the Cemetery.

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There are countless ossuaries around the world, but the suggestion of the Fontanelle Cemetery is quite specific. On one hand, the compassionate and sober disposition of the human remains shows no sign of macabre or baroque taste, introducing the visitor to a suspended quiet as if he was entering a real sanctuary; on the other hand, the devotion of the people has somewhat mitigated the memento mori effect – not just on the account of those colorful, often ironic legends and myths surrounding the skulls, but also by elaborating the cult of the souls of Purgatory in a peculiar way, through unprecedented rules and rituals. Thus, adding to the wonder of thousands of piled up bones under the immense vault, one can feel a palpable devotion, transforming the skulls from figurations of mortality to symbols of transcendence.

Carlo Vannini‘s photographs plunge us into the enchanted atmosphere of the underground cathedral, revealing its gloomy charm and bringing us so close to the capuzzelle – bare or adorned with various votive offerings such as handkerchieves, little holy pictures, coloured rosary beads etc. – that their eyeholes seem to meet our eyes with a glance which is not less alive.

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De profundis, with texts in Italian and English, will be available in Italian bookstores (and online retailers worldwide) from May 18th and will be officially launched at the Turin International Book Fair, with book signing sessions on May 16 th and 17 th.

If you are not going to attend the book fair, you can order your signed copy here, which will be shipped after the book fair is over, by May 25th.

For further info, please check out the official bookstore for the Bizzarro Bazar series and our Facebook page.

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