Macabre collezioni

Abbiamo spesso parlato, su Bizzarro Bazar, di wunderkammer, esibizioni anatomiche, collezionisti del macabro e di oggetti conservati gelosamente nonostante il (o forse proprio a causa del) loro potenziale inquietante. È divertente notare come, nell’immaginario comune, chi si impegna in tale tipo di collezionismo sia normalmente associato alle tendenze dark o, peggio, sataniste; quando spesso si tratta di persone assolutamente comuni che mantengono intatto un quasi infantile senso della curiosità e della meraviglia.

Oggi, grazie a un articolo di Newsweek (segnalatoci da Materies Morbi) questo argomento poco battuto dalla stampa ci risolleva per un attimo dalla superficie di notizie e articoli insipidi quotidiani.

L’autrice dell’articolo, la scrittrice Caroline H. Dworin, si interroga sul perché certe persone provino attrazione verso reperti anatomici, feti sotto formalina, esemplari tassidermici deformi, strumenti chirurgici, o portafogli e antichi grimori rilegati in pelle umana. Alcune parti dell’articolo ci hanno toccato personalmente, visto che anche noi nel nostro piccolo collezioniamo da anni questo tipo di oggetti e reperti. E per una volta ci sembra che le ipotesi fornite dall’articolo siano condivisibili e soprattutto molto umane.

Nell’articolo, la simpatica Joanna Ebstein di Morbid Anatomy viene interpellata sulla sua esperienza come collezionista. Qualche tempo fa noi avevamo chiesto la stessa cosa anche al proprietario del favoloso Nautilus di Torino, e la sua risposta era stata analoga. Quello che attira in questi oggetti è il fatto che sono oggetti che parlano, hanno una storia, e ci interrogano. Sono cioè piccoli pezzi di vita fossilizzata che non possono lasciarci indifferenti. “C’è qualcosa di molto eccitante in simili oggetti, aprono così tante strade differenti: divengono oggetti con un significato”. Joanna sta anche portando avanti un progetto fotografico a lungo termine che documenta i “gabinetti delle meraviglie” privati e le collezioni segrete più incredibili attraverso il globo (Private Cabinets Photo Series).

“Le persone sono veramente attratte dalle cose che creano un ponte fra la vita e la morte”, dice Evan Michelson, proprietaria di Obscura, Antiques and Oddities, un piccolo negozio nell’East Village di New York specializzato in oggetti macabri vittoriani. “Se la tua personalità ha anche solo un’ombra di malinconia, finisci per trovare conforto in cose che altre persone trovano tristi”. Evan ha anche notato che le femmine sembrano essere attratte da questo tipo di collezione in proporzione largamente maggiore dei maschi. La sua collezione personale vanta molti oggetti “malinconici”, elementi di scene del crimine, strumenti medici, stampe di malattie e lesioni incurabili, preparati in barattolo, animali siamesi. “Ho alcuni cuccioli di maiale fusi assieme che sono davvero tristi – aggiunge – sembra che stiano danzando”.

Michelson fa anche collezione di bare per infanti. “Ho a casa mia una delle più piccole bare commerciali mai realizzate. Reca l’iscrizione Soffrite bambini per arrivare a Me. Ha le sue piccole cerniere, e i sostegni per i portatori, come se fossero stati realmente necessari dei portatori”.

Altri ancora trovano in questi oggetti una fonte di ispirazione artistica. Roald Dahl, l’autore di tante favole moderne per bambini, dopo un intervento chirurgico aveva conservato la testa del suo stesso femore, così come alcuni pezzi della sua spina dorsale in un barattolo. Lo aiutavano a meditare, e a scrivere.

“C’è molto poco, a questo mondo, che sia solo bianco o nero”. Così si esprime J. Bazzel, direttore delle comunicazioni del celebre Mütter Museum di Philadelphia, e racconta che nella immensa collezione anatomica del museo trovano posto diversi esemplari di cuoio umano. “Sentiamo parlare di cuoio umano, e subito pensiamo ai Nazisti – ma c’era un periodo in cui rilegare in pelle umana un testo scientifico o medico era un segno di rispetto. Magari un paziente aveva aiutato a scoprire una nuova conoscenza, a capire qualcosa di documentato in quel testo, e utilizzare la sua pelle era un modo di commemorarlo, onorarlo, e tributargli rispetto”. Seguendo questo ragionamento, lo stesso Bazzel, 38 anni, ha donato parte del suo corpo al museo: le sue ossa del bacino, rimosse chirurgicamente anni or sono a causa di uno sfibramento osseo dovuto alla reazione ad un farmaco utilizzato contro l’AIDS, di cui è affetto. Le ha donate al museo per testimoniare e insegnare ai visitatori quanto complessa e devastante la cura di questa sindrome possa risultare. “C’è molto poco a questo mondo, che sia bianco o nero… La paura di una persona è la gioia di un’altra; l’incubo di uno è la realtà di un altro”.

Valerio Carrubba

Valerio Carrubba è nato nel 1975 a Siracusa. Le sue opere sono davvero uniche, e per più di una ragione.

Si tratta di dipinti surreali che ritraggono i soggetti sezionati e “aperti” come nelle tavole anatomiche, “cadaveri viventi” che espongono la propria natura fisica e l’interno dei corpi con iperrealismo di dettagli.

Ma la peculiare tecnica pittorica di Carrubba consiste nel dipingere ogni quadro due volte. Dapprima crea quello che molti degli spettatori più comuni definirebbero “il quadro vero”, vale a dire il disegno più definito, più pittorico, più dettagliato. Dopodiché l’artista vi dipinge sopra una seconda stesura, più “automatica”, che va a nascondere la versione precedente. Così facendo, crea un fantasma invisibile ai nostri occhi, nega e nasconde l’anima prima della sua opera, che rimane evidente solamente nella stratificazione dei colori (esaltata dall’utilizzo dell’acciaio inox come supporto).

“Ed è proprio la morte del “quadro vero”, ovvero sommamente, irrimediabilmente, ritualmente falso che Carrubba celebra; dipingendolo e poi, nella quiete del suo studio, uccidendolo e mostrandocene l’ectoplasma.” (Luigi Spagnol)

A simboleggiare questa morte del linguaggio espressivo, e la duplicità delle sue opere, i suoi quadri hanno tutti titoli palindromi (leggibili sia da destra che da sinistra).

Illusione ottica culturale

Abbiamo visto spesso illusioni ottiche di vario tipo: spirali che sono in realtà cerchi concentrici, segmenti che ci appaiono più lunghi o corti quando sono della stessa misura, punti che “appaiono” all’interno di griglie vuote, eccetera. Sappiamo quindi che i nostri occhi non sono infallibili, e che anzi è piuttosto facile che si ingannino.

Ma l’illusione ottica che vi presentiamo oggi è davvero particolare, perché mostra come la cultura e l’ambiente in cui viviamo influenzino direttamente ciò che vediamo, e come lo interpretiamo. Guardate l’immagine qui sotto. Cosa vedete?

Molto probabilmente avrete visto una famigliola riunita in casa.

All’interno di una serie di test psicologici in Africa Orientale, alcuni ricercatori hanno mostrato ai volontari un bozzetto simile a questo. La quasi totalità dei partecipanti ha riconosciuto la stessa famigliola riunita che abbiamo visto noi, ma con una piccola differenza: per gli africani, le persone disegnate stavano all’aperto, sotto una palma, e la donna teneva una scatola in equilibrio sulla testa.

In una cultura poco abituata ad una architettura fatta di angoli e stanze squadrate, l’immagine viene letta immediatamente come un ambiente esterno. Per gli occidentali, invece, è più automatico interpretare il quadrato come una finestra attraverso la quale si intravede un giardino.

Sarolta Bàn

Sarolta Bàn è un’artista del fotoritocco di 27 anni, di Budapest. Dopo essere stata designer di gioielli, si è dedicata alla fotografia e alla creazione di immagini ritoccate con Photoshop. Per completare uno dei suoi “quadri” le occorrono da poche ore a giorni di lavoro, e oltre 100 livelli diversi per singola immagine.

Le sue opere sono molto surreali, e hanno un’atmosfera magica e sospesa.  “Mi piace usare elementi comuni e, combinandoli, regalare loro varie storie, personalità. Spero che il significato delle mie immagini non sia mai troppo limitato, che resti aperto in qualche modo, così che ogni spettatore lo possa far divenire personale. Sono felice se diverse persone trovano diversi significati nelle mie immagini”.

Lasciatevi conquistare dalle strane e misteriose opere di questa giovane artista ungherese.

Trovate le altre opere sul photostream di Sarolta Bàn sul suo account Flickr.

Allattamento maschile

Siete  in una sala d’attesa: sedute come voi ci sono altre otto o nove persone. Un bambino di pochi mesi, tenuto in braccio dal papà, ad un tratto comincia a piangere. Un po’ imbarazzato, l’uomo si guarda intorno. Poi solleva un lembo della sua camicia, e si scopre il capezzolo. Il neonato si attacca avidamente al seno, mentre il papà vi sorride. Non siete culturalmente preparati a una scena simile. Come reagireste?

Sembra l’ennesima leggenda urbana, invece è realtà: anche i maschi possono allattare.

Le ghiandole mammarie maschili, nonostante siano presenti in ciascun individuo, non producono latte in normali circostanze. Ma già Darwin aveva notato la loro “completezza” e aveva ipotizzato che agli albori dell’umanità i figli potessero essere allattati indistintamente da maschi e femmine. E i resoconti di bambini svezzati con “latte paterno” sono presenti fin dall’antichità (se ne rileva traccia nel Talmud, in Aristotele, perfino in Anna Karenina). George Gould e Walter Pyle nel loro Anomalies and Curiosities of Medicine del 1896 registrano diversi casi di allattamento maschile negli Stati Uniti meridionali.

Recentemente alcune storie simili sono divenute celebri sui media di mezzo mondo. Il caso più conosciuto è quello di un padre di Walapore, nello Sri Lanka: nel 2002 si venne a sapere che quest’uomo, avendo perso la moglie durante il parto, da mesi ormai allattava al seno le due figliole. Un fatto strano per tutti, ma non per il padre, che raccontò con la massima naturalezza l’inizio della sua esperienza: “mia figlia maggiore rifiutava di essere nutrita col latte in polvere dal biberon. Una sera ero così affranto che, pur di farla smettere di piangere, le offrii il mio capezzolo. Allora mi resi conto che ero in grado di allattarla al seno”.

Laura Shanley, consulente per le maternità, dopo aver letto un saggio di Dana Raphael (The Tender Gift: Breastfeeding, 1978), decise di provare se fosse sufficiente l’auto-suggestione per indurre una produzione maschile di latte. Convinse l’ex-marito David a “dire a se stesso che poteva allattare, e nel giro di una settimana una delle sue mammelle si gonfiò ed iniziò a gocciolare latte”. Che la faccenda sia davvero così semplice sembra piuttosto inverosimile, ma lasciamo il beneficio del dubbio all’entusiasta Laura.

Fatto sta che diversi tipi di animali dividono il compito dell’allattamento equamente fra mamma e papà: non soltanto le comunità di volpi volanti della Malaysia (un genere di pipistrello, ecco l’articolo che ne parla) annoverano maschi allattanti, ma anche capre e colombi possono occasionalmente compiere lo stesso exploit. Ovviamente per quanto riguarda i colombi non si tratta di un vero e proprio allattamento, ma del cosiddetto latte di gozzo, prodotto lattiginoso che viene dispensato ai cuccioli tanto dalle madri quanto dai padri, durante i primi 10-12 giorni di vita.

Ma ritornando alla nostra specie, e ai casi reali, la produzione maschile di latte avviene più spesso per cause meno “romantiche”. Si tratta più comunemente di un effetto collaterale di alcuni trattamenti farmacologici a base di ormoni. Ad esempio, nella cura del cancro alla prostata vengono utilizzati ormoni femminili per arginare la proliferazione del tumore. Questo può portare ad una stimolazione delle ghiandole mammarie. Allo stesso modo, i transessuali che stanno compiendo la cura ormonale rilevano talvolta i medesimi sintomi. Trattamenti antipsicotici o l’assunzione di droghe che bloccano i recettori della dopamina potrebbero avere un effetto simile. Situazioni di stress e di mancanza di cibo possono portare alla produzione di latte maschile: lo si riscontrò in alcuni dei detenuti dei campi di concentramento durante la Seconda Guerra Mondiale, e nelle truppe di ritorno dalle guerre di Vietnam e Corea.

Sembra insomma ormai ben documentata la possibilità che un uomo possa allattare suo figlio. Purtroppo, poche ricerche veramente esaustive sono state condotte al riguardo. Resta ancora un mistero come e in quali condizioni questa eventualità si palesi. Certo è che se una delle peculiarità escusivamente femminili dovesse venire a cadere, anche i ruoli all’interno della famiglia andrebbero ripensati.

Per molti padri, l’idea di nutrire il figlio attraverso il proprio corpo sembra essere un’esperienza desiderabile, un legame con il bambino che normalmente viene negato ad un maschio: le donne sono culturalmente predestinate a questo tipo di intimità, e il padre ne è tradizionalmente escluso. È possibile per i maschi “allenarsi” all’allattamento? Dovremmo forse pensare a un futuro più eterogeneo riguardo a questo aspetto dello svezzamento? Un bambino allattato indifferentemente da mamma e papà potrebbe crescere più sano e felice?

Finte meraviglie

Sulla strada del meraviglioso, non è tutto oro ciò che luccica. Dai mostri più stupefacenti, agli spettacoli circensi più mirabolanti, gli imbonitori hanno sempre saputo sfruttare i “falsi” creati ad arte per raggirare e abbindolare i creduloni.

Già all’inizio del 1500 erano diffusi i Jenny Haniver: si trattava di cadaveri rinsecchiti di sirene o di fate dei fondali marini, esseri fantastici e inquietantemente umani nell’aspetto, nonostante avessero tutte le caratteristiche di un pesce.

In realtà erano dei falsi creati a partire da un tipo di razza, o dal pesce chitarra, che veniva tagliato, arricciato, ricucito ed essiccato per assumere sembianze antropomorfe. Si tratta di uno dei primi esempi di tassidermia “creativa”. L’etimologia del nomignolo “Jenny Haniver” è controversa (pare che derivi dai pescatori di Anversa, che potrebbero aver iniziato la tradizione di costruire e vendere questi falsi); fatto sta che ancora oggi in alcuni negozi turistici di mare si possono trovare questi souvenir particolari. La cosa davvero incredibile, però, è che ancora in tempi recenti c’è chi continua a cascarci: nel 2006 il Giornale di Brescia segnalò un Jenny Haniver come un possibile cadavere di extraterreste!

Sulla stessa linea, la Sirena delle Fiji, qui sopra, è divenuta un vero e proprio classico – diciamo la regina dei “sideshow gaffs“, ovvero dei falsi esposti come curiosità all’interno dei Luna Park americani a cavallo fra l’800 e il ‘900. I primi “cadaveri” di sirene erano già un must delle wunderkammer rinascimentali, ma l’idea di esibirle all’interno dei sideshow si deve, manco a dirlo, all’incredibile inventiva e fiuto del “Santo Patrono degli imbonitori”, Phineas T. Barnum. Presentate come mummie di veri ibridi uomo-pesce, divennero ben presto un pezzo fisso e irrinunciabile delle fiere itineranti americane, e vengono prodotte ancora oggi con tecniche miste (scultoree e tassidermiche).

Più tardi, alcuni sideshow progettarono un sistema più “realistico” per esibire le Sirene delle Fiji: non si trattava più di pupazzetti mummificati, ma di un complesso sistema di specchi che permetteva di proiettare l’immagine di un’attrice all’interno di un acquario. Si racconta l’aneddoto di una di queste “sirene” che sbadatamente cominciò a fumare una sigaretta – nonostante fosse “sott’acqua” – provocando le ire degli spettatori.

Lo stesso Barnum portò a livelli scientifici una prassi comune nei Luna Park dell’epoca: far passare per freaks delle persone normalissime, in modo da rimpinguare le fila delle “meraviglie umane” esibite all’interno del freakshow. Già a una prima occhiata avrete indovinato che il gentiluomo qui sopra, Pasqual Pinon, portava una improbabile faccia posticcia sulla parrucca, piuttosto che essere davvero “il Messicano a Due Teste”. Allo stesso modo, la “meraviglia a tre occhi” aveva un occhio finto incollato alla fronte, i “gemelli siamesi Adolph e Rudolph” si esibivano legati alla vita (uno dei due aveva le gambe atrofizzate e minuscole, e le nascondeva nei pantaloni dell’altro), le sorelle Milton erano tutt’altro che siamesi. Queste ultime, in particolare, scioccavano gli spettatori inscenando una violenta lite e “separandosi” in diretta, uscendo poi stizzite dai due lati del palcoscenico.

Per un impresario circense dell’epoca, arrivare a scritturare un albino non era abbastanza. Occorreva trasformarlo in qualcosa di ancora più fantastico e meraviglioso. Doveva diventare “l’ultimo Atlantideo”, il “Re dei Ghiacci”, o “l’Uomo di Marte”. Ma c’è una figura ancora più emblematica di questa verve inventiva nel presentare come abnorme e curioso qualcosa che in verità era molto meno affascinante.

Il geek era un’attrazione che normalmente apriva il freakshow. Veniva presentato talvolta come “anello mancante” tra l’uomo e l’animale, o come “ragazzo selvaggio”, o più semplicemente come un essere bestiale senza capacità di parola – una sorta di mostro vorace e famelico. All’interno di una gabbia, o di un’arena circolare, il geek grugniva e sbavava in modo animalesco, mentre gli venivano lanciati dei polli vivi (più raramente, serpenti). Il “mostro” li rincorreva a quattro zampe finché, afferratone uno, gli strappava la testa con un morso e la inghiottiva. Lo spettacolo era violento e turbava non poco gli spettatori: spesso le signore svenivano alla vista dell’inumana abiezione di quell’essere. In realtà si trattava di un attore, molto spesso un senzatetto alcolista che inscenava questa recita pur di rimediare qualche bottiglia di whiskey. Oggi il termine è stato preso a prestito dagli amanti della tecnologia (che si definiscono geek in contrapposizione a nerd, che ha una connotazione negativa).

Ma forse il primo premio nelle finte meraviglie inventate per raggirare gli spettatori va nuovamente a P. T. Barnum. Non contento di esibire 500.000 curiosità, vere e finte, provenienti dai quattro angoli del pianeta, egli escogitò forse la bufala delle bufale: un’attrazione che non esiste!

Nel suo museo, appena entrati, gli spettatori vedevano un cartello con la scritta “THIS WAY TO EGRESS”. Nessuno sapeva cosa fosse questo misterioso Egress, ma di sicuro suonava come una meraviglia inedita, così tutti si affrettavano in quella direzione. Peccato che “egress” fosse un termine arcaico per “uscita”. Così, poco dopo essere entrati, gli spettatori si trovavano fuori dal museo e, se volevano rientrare, erano costretti a pagare un altro quarto di dollaro…

It’s only show biz!

Decomposizione in time-lapse

Abbiamo già pubblicato dei filmati in time-lapse di animali che si decompongono. Vogliamo aggiungere questo video alla nostra collezione, perché la testa di maiale in questione funge da pasto non soltanto per insetti e larve, ma anche per i dolcissimi scoiattoli che abitano il bosco. Ancora una volta, è evidente come la natura si avvalga della morte come una risorsa, un nuovo inizio piuttosto che una fine. Non c’è nulla di orribile in questi filmati, che anzi documentano una continua esplosione di vita.

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