Finte meraviglie

Sulla strada del meraviglioso, non è tutto oro ciò che luccica. Dai mostri più stupefacenti, agli spettacoli circensi più mirabolanti, gli imbonitori hanno sempre saputo sfruttare i “falsi” creati ad arte per raggirare e abbindolare i creduloni.

Già all’inizio del 1500 erano diffusi i Jenny Haniver: si trattava di cadaveri rinsecchiti di sirene o di fate dei fondali marini, esseri fantastici e inquietantemente umani nell’aspetto, nonostante avessero tutte le caratteristiche di un pesce.

In realtà erano dei falsi creati a partire da un tipo di razza, o dal pesce chitarra, che veniva tagliato, arricciato, ricucito ed essiccato per assumere sembianze antropomorfe. Si tratta di uno dei primi esempi di tassidermia “creativa”. L’etimologia del nomignolo “Jenny Haniver” è controversa (pare che derivi dai pescatori di Anversa, che potrebbero aver iniziato la tradizione di costruire e vendere questi falsi); fatto sta che ancora oggi in alcuni negozi turistici di mare si possono trovare questi souvenir particolari. La cosa davvero incredibile, però, è che ancora in tempi recenti c’è chi continua a cascarci: nel 2006 il Giornale di Brescia segnalò un Jenny Haniver come un possibile cadavere di extraterreste!

Sulla stessa linea, la Sirena delle Fiji, qui sopra, è divenuta un vero e proprio classico – diciamo la regina dei “sideshow gaffs“, ovvero dei falsi esposti come curiosità all’interno dei Luna Park americani a cavallo fra l’800 e il ‘900. I primi “cadaveri” di sirene erano già un must delle wunderkammer rinascimentali, ma l’idea di esibirle all’interno dei sideshow si deve, manco a dirlo, all’incredibile inventiva e fiuto del “Santo Patrono degli imbonitori”, Phineas T. Barnum. Presentate come mummie di veri ibridi uomo-pesce, divennero ben presto un pezzo fisso e irrinunciabile delle fiere itineranti americane, e vengono prodotte ancora oggi con tecniche miste (scultoree e tassidermiche).

Più tardi, alcuni sideshow progettarono un sistema più “realistico” per esibire le Sirene delle Fiji: non si trattava più di pupazzetti mummificati, ma di un complesso sistema di specchi che permetteva di proiettare l’immagine di un’attrice all’interno di un acquario. Si racconta l’aneddoto di una di queste “sirene” che sbadatamente cominciò a fumare una sigaretta – nonostante fosse “sott’acqua” – provocando le ire degli spettatori.

Lo stesso Barnum portò a livelli scientifici una prassi comune nei Luna Park dell’epoca: far passare per freaks delle persone normalissime, in modo da rimpinguare le fila delle “meraviglie umane” esibite all’interno del freakshow. Già a una prima occhiata avrete indovinato che il gentiluomo qui sopra, Pasqual Pinon, portava una improbabile faccia posticcia sulla parrucca, piuttosto che essere davvero “il Messicano a Due Teste”. Allo stesso modo, la “meraviglia a tre occhi” aveva un occhio finto incollato alla fronte, i “gemelli siamesi Adolph e Rudolph” si esibivano legati alla vita (uno dei due aveva le gambe atrofizzate e minuscole, e le nascondeva nei pantaloni dell’altro), le sorelle Milton erano tutt’altro che siamesi. Queste ultime, in particolare, scioccavano gli spettatori inscenando una violenta lite e “separandosi” in diretta, uscendo poi stizzite dai due lati del palcoscenico.

Per un impresario circense dell’epoca, arrivare a scritturare un albino non era abbastanza. Occorreva trasformarlo in qualcosa di ancora più fantastico e meraviglioso. Doveva diventare “l’ultimo Atlantideo”, il “Re dei Ghiacci”, o “l’Uomo di Marte”. Ma c’è una figura ancora più emblematica di questa verve inventiva nel presentare come abnorme e curioso qualcosa che in verità era molto meno affascinante.

Il geek era un’attrazione che normalmente apriva il freakshow. Veniva presentato talvolta come “anello mancante” tra l’uomo e l’animale, o come “ragazzo selvaggio”, o più semplicemente come un essere bestiale senza capacità di parola – una sorta di mostro vorace e famelico. All’interno di una gabbia, o di un’arena circolare, il geek grugniva e sbavava in modo animalesco, mentre gli venivano lanciati dei polli vivi (più raramente, serpenti). Il “mostro” li rincorreva a quattro zampe finché, afferratone uno, gli strappava la testa con un morso e la inghiottiva. Lo spettacolo era violento e turbava non poco gli spettatori: spesso le signore svenivano alla vista dell’inumana abiezione di quell’essere. In realtà si trattava di un attore, molto spesso un senzatetto alcolista che inscenava questa recita pur di rimediare qualche bottiglia di whiskey. Oggi il termine è stato preso a prestito dagli amanti della tecnologia (che si definiscono geek in contrapposizione a nerd, che ha una connotazione negativa).

Ma forse il primo premio nelle finte meraviglie inventate per raggirare gli spettatori va nuovamente a P. T. Barnum. Non contento di esibire 500.000 curiosità, vere e finte, provenienti dai quattro angoli del pianeta, egli escogitò forse la bufala delle bufale: un’attrazione che non esiste!

Nel suo museo, appena entrati, gli spettatori vedevano un cartello con la scritta “THIS WAY TO EGRESS”. Nessuno sapeva cosa fosse questo misterioso Egress, ma di sicuro suonava come una meraviglia inedita, così tutti si affrettavano in quella direzione. Peccato che “egress” fosse un termine arcaico per “uscita”. Così, poco dopo essere entrati, gli spettatori si trovavano fuori dal museo e, se volevano rientrare, erano costretti a pagare un altro quarto di dollaro…

It’s only show biz!

3 comments to Finte meraviglie

  1. almacattleya says:

    C’è bisogno del fantastico, di credere in qualcosa di extra-ordinario però credo che se non li si inserisca nella vita di tutti i giorni, alla fine ci si fa ingannare da ciò che può sembrare esotico.
    Però quelle opere possono essere viste come opere d’arte se non ci si lucra sopra con l’inganno.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *