Fenomeni paranormali

Quanti tra di voi, qui, hanno poteri telecinetici?
Alzate la mia mano.
(Emo Philips)

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Un nostro lettore, Andrea, ci scrive chiedendoci se fra tutti i cosiddetti “fenomeni paranormali” ve ne siano alcuni per i quali non ci convinca nessuna delle spiegazioni ufficiali avanzate dalla scienza. Esistono dei casi in cui, per esempio a fronte di prove scarse o non esaustive, siamo disposti ad alzare le mani, e magari a prendere in considerazione teorie non ortodosse? Tradotto: siamo scettici a priori, o accordiamo un margine di dubbio alle spiegazioni esoteriche o soprannaturali?
Poiché Andrea non è il primo a porci la domanda, e dato che l’argomento è complesso e affascinante, ci sembra giusto approfondire.

Sulle pagine di Bizzarro Bazar sono stati affrontati solo in rare occasioni quegli eventi anomali che vengono etichettati come “paranormali”. In alcuni casi abbiamo smentito che vi sia alcun mistero (vedi Archeologia misteriosa), in altri abbiamo annunciato la risoluzione di un enigma durato decenni (vedi Pietre semoventi); in altri ancora, ci siamo limitati ad esporre le teorie scientifiche più gettonate riguardo ad eventi ancora non spiegati del tutto (vedi Piogge di animali, o L’incidente del Passo Dyatlov).

Se di fenomeni preternaturali abbiamo parlato ben poco, è perché Bizzarro Bazar è alla ricerca di un tipo diverso di meraviglia, quell’incanto delicato e terribile che si nasconde nelle pieghe della storia e nel lato oscuro delle persone, nelle nostre paure e nei nostri tabù, e in generale in tutte quelle storie che ci sgomentano perché sembrano smentire alcune idee che diamo per scontate sulla scienza, sulla natura, sulla sessualità e via dicendo.

From Online Gallery: Kirlian Photography

Per questo motivo cerchiamo di non lasciare troppo spazio, su questo blog, ai misteri che chiamiamo “da supermercato”, cioè trasformati ormai in oggetto di consumo e di lucro.
Tra teorie del complotto, alieni, ESP, fantasmi, poltergeist, yeti, rettiliani, anfibi provenienti da Sirio-B, santoni che levitano, uomini-falena, giganti atlantidei dalla pelle blu e aztechi in grado di costruire caccia bombardieri, il fatturato mondiale relativo al paranormale comporta evidentemente cifre mastodontiche, impossibili da stabilire con certezza. Pensate soltanto al profluvio di libri, alle trasmissioni televisive, alle pubblicità sui siti internet dedicati; pensate poi a quanto questo tipo di pubblicazioni, conferenze, seminari, iniziative si intreccino con altri settori dell’occulto – dall’esoterismo alle medicine alternative. Pensate infine (anche se il loro contributo alla saturazione del mercato è infinitamente inferiore) a tutti gli scettici, che cercano giustamente di far prevalere la ragione scientifica, e alle loro contropubblicazioni.
Preso nel suo complesso insomma, senza voler fare distinzioni fra sostenitori e increduli, il business dei Misteri fa venire le vertigini.
Già il fatto che vi siano dietro degli interessi economici così sterminati, dovrebbe bastare a rendere un po’ meno simpatico tutto il contesto, perfino a chi è sinceramente interessato all’argomento.

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La frustrazione, poi, è quella di faticare come dannati per setacciare la melma alla ricerca di materiali affidabili. Non esiste una laurea in “misteriologia”, dunque chiunque può scrivere tutto e il contrario di tutto, su qualsiasi argomento. Il comico George Burns diceva: “È un peccato che tutte le persone che sanno come governare il Paese siano impegnate a guidare taxi o tagliare capelli“. Ecco, qualcosa di simile accade anche nell’ambito del paranormale, con l’unica differenza che in questo campo il Sig. Nessuno che abbia una sua teoria, per quanto balorda, non avrà troppa difficoltà a vedersi pubblicato da qualche editore smaliziato, che sa bene quanto fruttino libri del genere.
Dato il flusso costante di baggianate che inonda gli scaffali quotidianamente, perfino la voce di quegli studiosi che affrontano tali questioni con scrupolo viene sommersa e rischia di perdersi, scoraggiando così l’appassionato che ha un po’ di criterio e che vorrebbe ponderare le sue opinioni sulla base di fatti o indizi accertati.

Siamo dunque scettici sui fenomeni paranormali? Certo. Essere scettici – nonostante l’uso che viene quotidianamente fatto del termine, quasi fosse sinonimo di diffidenza – non significa affatto essere prevenuti e rifiutare a priori alcuna tesi, anche quella più sorprendente, ma soltanto pretendere che venga verificata secondo metodi affidabili. E il metodo più affidabile di cui disponiamo, almeno al momento, è quello scientifico. Il fatto che la quasi totalità delle affermazioni sul paranormale non sopravviva a una replica in situazioni di controllo, non vuol dire che il paranormale sia una bufala. E d’altronde i fallimenti in laboratorio non scoraggiano minimamente il business.

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Un merito va certamente riconosciuto a tutta questa immensa trama di “enigmi”, che si discostano e talvolta mettono in discussione la realtà condivisa: ed è la loro innegabile qualità narrativa.
Si tratta di un tipo di tradizione – sia scritta che orale – non certo moderna, ma che affonda le sue radici nelle cronache dei prodigi, nei bestiari medievali, nei racconti di viaggi esotici.

Oggi, ancora più di ieri, avvertiamo la necessità di una narrativa che faccia irrompere il fantastico nel quotidiano, anche perché l’uomo contemporaneo si ritrova con il difficile compito di “reinventare il reale come finzione, proprio perché il reale è scomparso dalla nostra vita” (J. Baudrillard): ecco allora che i casi di abduction da parte degli alieni, gli avvistamenti del chupacabra, le sedute medianiche o i rapporti dei ghost hunters sugli spiriti che infestano le magioni vittoriane si colorano di toni pseudogiornalistici, pseudoscientifici e investigativi, si appropriano del linguaggio multimediale, con fotografie e filmati più o meno sbiaditi da analizzare, da ricomporre, in una sorta di caleidoscopico puzzle in cui nulla è ciò che sembra, e in cui ogni dettaglio spalanca scenari inediti. Tutto questo è un gioco puramente narrativo, la realtà è divenuta simile a un libro della vecchia collana Scegli la tua avventura. Ma è un gioco essenziale, urgente.

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Quanto la pulsione del fantastico sia basilare si comprende bene, ad esempio, dal rifiuto di ammettere che il mistero in questione non sia mai esistito.
Il fascino del paranormale, per sopravvivere, non può e non deve avere soluzione. Di fronte ai fatti inspiegabili, le indagini possono finire in due modi soltanto: o gli accadimenti sono riconosciuti come il frutto di un’illusione, e quindi relegati nella dimensione dell’immaginario, oppure si scopre che essi sono “reali”, accaduti veramente, e allora è necessario ridefinire il mondo come lo conosciamo. Secondo Todorovil fantastico occupa il lasso di tempo di questa incertezza: non appena si è scelta l’una o l’altra risposta, si abbandona la sfera del fantastico […]. Il fantastico è l’esitazione provata da un essere il quale conosce soltanto le leggi naturali, di fronte a un avvenimento apparentemente soprannaturale“.
È di questa incertezza che non possiamo proprio fare a meno, è questo sentimento di essere ancora immersi in un universo che ci nasconde il suo vero volto, che ha in serbo meraviglie e terrori indicibili. Vogliamo provare l’ebbrezza di stare sulla soglia fra due realtà. In un certo senso, è soltanto un’ulteriore declinazione del bisogno di trascendenza.

Ci si aggrappa quindi con forza commovente alle teorie più strampalate, come se abbandonarle significasse perdere contatto con la magia: anche quando i cerchi nel grano si rivelarono essere uno scherzo, la gente continuò ad avvertirne l’energia positiva, a ripetersi che sì, forse alcuni dei crop circles erano dovuti alla mano dell’uomo, ma non di certo tutti. Il sentimento di sconfitta nell’ammettere che il mito di Atlantide era ed è, per l’appunto, soltanto un mito, ci stringe la gola. Sicuro, il simbolo rimane comunque, ma è la concretezza che ci manca: di colpo, la realtà ci sembra più povera, depredata di un elemento di bellezza che non ritroveremo più.
Scriveva Piero Angela nel suo Viaggio nel paranormale (1986):

Certo, dire che Babbo Natale non esiste non è una bella notizia. Anzi, è una brutta notizia. D’altra parte cosa si dovrebbe dire? Che ci sono le prove scientifiche dell’esistenza di Babbo Natale? E che esistono le testimonianze di milioni di persone che hanno trovato giocattoli sotto il camino o sotto l’albero?
Si torna qui a un vecchio problema sollevato dalla scienza (e in generale dalla conoscenza): cioè non è detto che il sapere porti alla felicità, anzi è più probabile il contrario, proprio perché genera dubbi e toglie sicurezza.

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Rimane dunque un’ultima questione: è possibile sviluppare uno sguardo “adulto”, che non ha paura di scoprire che Babbo Natale è un’illusione, e mantenere allo stesso tempo intatto lo stupore infantile? Siamo in grado di ammettere la verità, per quanto dolorosa e deludente, e avere ancora la forza di giocare con la fantasia?

Mariano Tomatis, nel suo recente laboratorio magico L’oracolo di Napoleone, ha introdotto il suo discorso splendidamente, citando un’intervista a Roland Barthes, pubblicata nel 1976 su Astrologique:

Tutti sanno che l’astrologia commerciale rientra in ciò che Marx, a proposito di tutt’altra immaginazione collettiva, aveva chiamato oppio dei popoli. In effetti essa consente ad ampi strati del pubblico di sognare, di immaginare, e alla fin fine di vivere meglio, anche se nella menzogna, le dure realtà della nostra società. Detto ciò, non bisogna dimenticare, anche mentre si procede a demistificare l’astrologia, cosa assolutamente necessaria, che essa è in maniera ambivalente un grande veicolo di utopia, un grande veicolo di simbolicità, e sappiamo che se l’uomo venisse privato della sua sfera simbolica morirebbe, proprio al modo in cui altri muoiono di fame. Di conseguenza, se si deve continuare a demistificare l’astrologia, e ribadisco che occorre farlo, non bisogna comunque mettere in questa attività di demistificazione nessuna boria, nessuna arroganza razionale o critica. L’astrologia è un fenomeno culturale; società molto diverse hanno espresso se stesse per mezzo del pensiero astrologico. L’astrologia fa parte della storia e deve pertanto essere studiata dalla scienza storica. Ciononostante devo precisare che, per quel che mi riguarda personalmente, non attribuisco all’astrologia alcun valore di verità. Secondo me l’astrologia può costituire, ed ha costituito per molti secoli, un grande linguaggio simbolico, un grosso sistema di segni. In una parola, una potente finzione. Ed è solo in questo senso che mi interessa. Mi interessa, e spero che la cosa non vi meravigli, come può interessarmi un grande romanzo o un importante sistema filosofico.

Fra chi è deciso a credere ad ogni costo che la verità sia “là fuori”, e chi non vuole altro che smascherare bufale e contraddizioni, forse è ipotizzabile un approccio intermedio.
Da parte nostra, non crediamo che siano indispensabili miracoli, alieni o presenze invisibili per rendere questo mondo magico. La realtà di per sé non è mai univoca ma ha una sua sorprendente fluidità, è cioè capace di trasfigurarsi, come sanno bene il poeta, il mistico, il visionario, perfino il tossicomane.
Insomma, tutto ci sembra già sufficientemente “strano, macabro e meraviglioso” così com’è. Ma se fantasticare, contro ogni ragione zoologica, sull’esistenza di Nessie vi affascina, non vi è in fondo nulla di male: di quante appassionate conversazioni, di quanti grandi film e splendidi romanzi ci vedremmo privati, se queste leggende moderne non esistessero?

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Se vi interessa sapere qual è lo stato di avanzamento delle ricerche scientifiche su qualsiasi tipo di fenomeno paranormale, non c’è posto migliore per cominciare le vostre indagini dell’archivio del CICAP. Se invece sullo stesso argomento volete conoscere quali siano le teorie non scientifiche, accendete la TV o scendete in libreria. O fate un giro su internet.

Safety videos

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Nel 2001, i due registi tedeschi Stefan Prehn e Jörg Wagner firmano il cortometraggio Staplerfahrer Klaus.

Si tratta di una gustosissima e scorretta parodia dei video per la prevenzione degli incidenti sul lavoro, quelli per intenderci che dovrebbero ammonire gli operai dei rischi che corrono quando non rispettano le norme di sicurezza. Ovviamente quello che comincia come un classico filmato aziendale si trasforma ben presto in una sarabanda splatter, scatenata e cartoonesca.

Le disavventure di Klaus sul suo muletto sono divertenti, non c’è dubbio. Eppure se pensate che il corto sia un po’ troppo sopra le righe, aspettate di vedere i prossimi due video: perché qui l’effetto è pressoché simile, ma l’umorismo totalmente involontario.

Entra in scena la ERI Safety Videos, una società di produzione video che ha sede a Lexington, in South Carolina. Specializzata da 25 anni negli spot sulla sicurezza, all’epoca di internet è diventata a suo modo famosa per la qualità grandguignolesca e trash dei suoi filmati: una sequela di incidenti mortali, mutilazioni e catastrofi. Se Prehn e Wagner nel loro corto giocavano sull’idea di mostrare in dettaglio le conseguenze raccapriccianti degli incidenti (cosa che normalmente i safety video suggeriscono soltanto), i video della ERI fanno un passo oltre. Sembrano già, cioè, delle parodie: vorrebbero spaventare e scioccare lo spettatore, ma il massacro è talmente insistito e compiaciuto che l’unica reazione naturale è la risata.

Attenzione, perché le cose peggiorano ulteriormente in quest’ultimo filmato, sempre ad opera di ERI Safety Videos. Qui la consueta carneficina è sottolineata da una canzone, Think About This, appositamente composta e arrangiata per l’occasione. Dire che il brano in questione aggiunge un ulteriore livello di orrore è un eufemismo. E, meraviglia delle meraviglie, potete canticchiarla anche voi in stile karaoke, grazie al testo in sovrimpressione. Si sfiora il capolavoro.

Dopo aver visto questi video, emerge luminosa una sacrosanta morale: non bisogna mai, MAI andare a lavorare, gente.

The Postman’s Palace

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Ferdinand Cheval was born in 1836 in Charmes, a small village in the commune of Hauterives, a little less than one hundred kilometres from Lyon. Ferdinand’s mother, Rose, died when he was only eleven; as his family was very poor, a year later the little boy left school and started working with his father. The latter died a few years later, in 1854. Therefore Ferdinand Cheval, at the age of twenty, became assistant baker. After marrying the young Rosalie Revol, who was just 17, for a few years he went far from the country in search for a job, and accepted various occasional employment offers; he rejoined his wife in 1863 and their first child was born in 1864. One year later, the boy died.
Two years went by and their second child was born. In 1867, at the age of thirty-one, Ferdinand Cheval pledged to become a postman.
In 1873, his wife Rosalie died.

An ordinary life, afflicted by pain and job insecurity. Those were times of extreme poverty, in which hunger and diseases never ceased to claim victims. And yet the nineteenth century was also marked by the modernist turn – monarchy gave way to republic, sciences and medicine made progress in leaps and bounds, industry was just born, and so on. And the echo of these revolutions reached the French countryside. Ferdinand used to handle the first illustrated gazettes, namely the Magasin Pittoresque or La revue illustrée, but also the first postcards coming from all over the world; under the eyes of a poor delivery man from the countryside an exotic world opened up, made of super-fast railways, heroic colonization in Africa and Asia, spectacular and unbelievable discoveries presented at the first International Exhibitions… in other words, daily life was hard as usual but there was still plenty of fuel for dreams.

Ferdinand Cheval used to stack up thirty kilometres a day, always the same way. At that time a postman’s pace was very different from the current “motorized” one. In his journal he wrote:

What shall I do, perpetually walking through the same landscape, but dream? To take my mind off, I used to dream of building a fantastic palace…

But the eccentric daydreaming of this humble postman from the countryside would have stayed as such, if Nature hadn’t sent him a sign.
On the 19th April 1879 Ferdinand Cheval was 43 years old, and his life was about to change forever.

One day of April in 1879, while I was carrying out my usual tour as a countryside postman, a quarter-league before arriving at Tersanne, I was hastily walking when my foot stumbled on something that made me slide a few metres further, and wanted to know the cause. In a dream, I had built a palace, a castle or some caves, I cannot express it properly… I never told it to anyone for fear to seem ridiculous, and felt ridiculous myself. After fifteen years, when I had almost forgotten my dream, and didn’t think about it at all, my foot made me remember it. My foot had bumped into a stone that almost made me fall. I wanted to know what it was… The shape of the stone was so bizarre that I put it in my pocket in order to admire it whenever I liked. The day after, I went through the same place. I found more of them, even more beautiful, I picked up them all on the spot, was enchanted by them… It is a molasse worked by waters and hardened by the force of time. It becomes hard like rocks. It represents such a bizarre sculpture that it can’t be reproduced by any human being, you can read all kinds of animals, all kinds of parodies in it. I told myself: if nature wants to be a sculptress, I will deal with masonry and architecture.

The stone which awoke the sleeping dream.

That stone, discovered by chance, was something like a conversion on the road to Damascus for the postman. And Cheval didn’t draw back, in front of this obvious call to action: little by little, he started to set up his building site – although he had no education, nor the least idea about how a house should be built, let alone a fairy castle.
The country people started to take him for a fool. But all of a sudden life had presented him with a grandiose purpose and, although everyday he made his usual thirty kilometres on foot, there was a new sparkle in his eyes. The weight of the mail to be delivered was increased by that of stones: during the outward journey he selected and positioned them along the road and, on his return, he picked them up with his loyal barrow. Postman Cheval and his barrow became a true icon for the inhabitants of Hauterives.

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During his time off, every evening and every morning, Cheval continued to build the structure; he went ahead off the cuff, as a perfect autodidact, adding decoration after decoration without a real planning. Tireless, feverish, possessed by the grandeur of the task he was accomplishing.

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Postman Cheval started his work with a fountain, the “Source of Life”, then added the so-called “Cave of Saint Amadeus”, the Egyptian Tomb, and a series of pagodas, oriental temples, mosques, and other representations of sacred places, on show one besides the other; the Three Giants (Caesar, Vercingetorix, Archimedes) were in charge of mounting guard over the sculptural complex.

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The postman never had a rest. In 1894 Cheval saw another of his children die, the fifteen-year-old daughter he had by his second wife. Overwhelmed by this new loss, he retired after two years but continued to devote himself to his Palace. He was half the battle, he couldn’t stop.

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The Ideal Palace was not conceived as a real building, inhabitable, but as a monument dedicated to the brotherhood that unites people, regardless of their creed or origin: a mix of western and eastern forms and styles, an elaborate syncretism inspired by nature, postcards and the magazines that Cheval used to deliver. Sculpted figures, concrete palms, beasts, intertwined branches and columns decorated in arabesque surrounded the sacred representations or buildings; messages and poems by the builder should be reproduced on inscriptions and signs; finally, in the crypt, a small altar was dedicated to his inseparable barrow, that made all this possible and that Cheval used to call “my faithful mate of misery”…

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Postman Cheval achieved his Ideal Palace in 1912, after having devoted thirty-three years of his life to it. He commemorated it with a writing, visible under a stairway that runs along the Temple of Nature towards the Northern Façade:

1879-1912: 10,000 days, 93,000 hours, 33 years of obstacles and trials. The work of one single man.

Satisfied, Cheval announced that the monument would also be his tomb; but, surprisingly, authorities denied him the permission to be buried there. What should he do? Cheval didn’t lose heart.

After having achieved my dream Palace at the age of seventy-seven and after thirty-three years of hard work, I discovered I was still brave enough to build my tomb by myself at the Parish cemetery. There I worked hard for eight more years. I was lucky enough to complete this tomb called “The Tomb of Silence and endless rest” – at the age of 86. This tomb is about one kilometre from the village of Hauterives. Its manufacturing makes it very original, almost unique in the world, but its beauty comes from originality. After having seen my dream Palace, a high number of visitors go and see it, then they go back to their country in amazement, telling their friends that it is not a fairy-tale, it’s reality. See it and believe it.

In that same mausoleum Ferdinand Cheval obtained his well-deserved rest in 1924.

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“Le Tombeau du silence et du repos sans fin”.

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Shortly before his death, facteur Cheval had the satisfaction of seeing his Palace acknowledged by some artists and intellectuals as an extraordinary example of architecture, without rules or structures, a spontaneous and unclassifiable artwork. In 1920 André Breton brought him to attention as the pioneer of surrealism in architecture; then, as the concept of art brut emerged, Cheval was even more admired for his work; nowadays people prefer to use the term outsider art, or Naïve art, but the concept stays the same: as he didn’t have an artistic culture, Cheval took the liberty of making impulsive and non-academic choices that made the Palace a unique work in its own way. Picasso, Ernst, Tinguely, Niki de Saint Phalle all loved this crazy and incredible place, that – more or less explicitly – inspired several other fictitious “citadels”.
In 1969
André Malraux decided to protect the Palace as a historic monument, against the opinion of many other officials of the Ministry of Culture, with these motivations:

In a time when Naïve Art has become a remarkable reality, it would be childish not to protect – when we French are as lucky as to possess it – the only naïve architecture in the world, and wait for it to be destroyed.

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The small town of Hauterives is still there, between the hills and the fields, at the foot of the French Alps. And yet only in 2013 almost 160,000 visitors went on a pilgrimage to the Ideal Palace, today completely restored and in whose frame art exhibitions, concerts and events are organized.
And, as our gaze is lost for the umpteenth time in the tangled stone doodles, we are astonished by the idea that they have really been created by a simple postman who, with his barrow, scoured the countryside in search for bizarre stones; you can’t help thinking about the sardonic provocation that Cheval himself wrote on the front of his Palace:

If some of you is more stubborn than me, then set to work.

But this ironic remark, we like to read it also as an invitation and a challenge; an exhortation to cultivate stubbornness, madness and temerity – necessary for all those who really want to try and build their own “Ideal Palace”.

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Here is the official site of the Ideal Palace.

Don’t touch my hair

Every now and then we come across news reports about bullying acts that involve, among other things, the complete shaving of the vexed person.
In these pages we have often drawn attention to the fact that human beings are “symbolic animals”, namely that our mind acts through symbols and frequently – sometimes unconsciously – relies on myths: therefore, why do people consider cutting someone’s hair by force as a disfigurement? Is it only an aesthetic concern, or is there more to it?

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First of all, this kind of violence damages somebody’s appearance, and the hairdo has always been one of the most important ways of expressing personality. Since ancient times, every hairstyle has been assigned more or less explicit meanings.

For example, to wear one’s hair down was normally considered as a sign of mourning or submission. Yet, in different contexts such as ritual ceremonies, to leave one’s hair down was a crucial element of some shamanic dances – the irruption of the sacred that wildly sweeps social conventions and restrictions away.

Consider that women have always regarded their hair as one of their most effective weapons of seduction: the hairdo –to hide or show the hair, to wear it up or down – frequently marked the difference between available or modest women; therefore, some cultures go as far as to forbid married women to show their hair (in Russia, for example, there is a saying that “a girl has fun only as long as she is bareheaded“), or at least oblige her to hide it every time she enters a church (Christian West), in order to inhibit its function as a sexual provocation.

The way people comb their hair reflects their individual psychology, of course, but also the values shared by specific social contexts: fashion, the beliefs widespread in a certain period, precepts of religious institutions or a rebellion against all these things. Hairdos that challenge the dominant taste and knock down barriers have often come with social or artistic rebellions (Scapigliatura, the beat generation, the hippie movement, punk, feminism, LGBT, etc.).

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Therefore at the end of the 1960s – a period marked by strong social tensions – longhaired people were often charged by the police, in most cases for no other reason than their look:

Almost cut my hair, it happened just the other day.
It’s getting’ kinda long, I coulda said it wasn’t in my way.
But I didn’t and I wonder why, I feel like letting my freak flag fly,
Cause I feel like I owe it to someone.

(Crosby, Stills, Nash & Young, Almost Cut My Hair, 1970)

Have you ever changed the colour of your hair, your haircut or hairdo at crucial moments in your life, as if by changing the appearance of your hair, you could also change your inner self? Obviously nowadays hairdos are still strongly connected to personal emotions. But there’s more to it.

Like nails, hair has always been associated with sexual and vital force by the public imagination. Therefore, according to magical thinking a powerful empathy exists between people and their hair. It is a bond that can’t be broken even after the hair are severed from the body: the locks that have been cut or got stuck between the comb’s teeth are precious ingredients for spells and evil eyes, whereas a saint’s hair is normally worshipped as a very miraculous relic. Hair preserves the virtues of its owners and the intimate relationship between human beings and their hair outlive its severance.

Hence the custom, within many families, to keep hair bunches and the first deciduous teeth. The scope of such practices goes beyond the perpetuation of memory – in a sense they attempt to guarantee the survival of the condition of the hair’s owner.

(Chevalier-Gheebrant, Dictionnaire des symboles, 1982).

The hair bunch that a man receives from the woman he loves as a token of love is a recurrent fetish in nineteenth century Romanticism, but it is during the Victorian era that the obsession with hair attains its summit, especially in the field of jewellery and of accessories connected with mourning. Brooches and clasps containing the hair of the deceased, arranged in floral patterns, complicated arrangements to be hanged on walls, bracelets made of exquisitely plaited hair… Victorian mourning jewelry is one of the most moving examples of popular funeral art. At the beginning the female relatives of the deceased used his/her hair to create these mementos to carry with them forever; photography didn’t exist at that time, and many people couldn’t afford a portrait, so these jewels were the only tangible memory of the deceased.

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Over time, this kind of objects became part of the fashion of the period, especially after the death of Prince Albert in 1861, when queen Victoria and her courtiers dressed in mourning for dozens of years. After the example of the Royals, black turned out to be the most popular colour and mourning jewellery became so widespread that it began to contain hair belonging to other people as well as to the deceased. In the second half of the nineteenth century, 50 tons of human hair were imported by English jewellers to their country every year. In order to establish a connection between the jewel and the deceased, the name or its initials started to be carved on the object.

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All this brings us back to the idea that hair is connected to the essence of its owner’s life, and holds at least a spark of his/her personality.

Let’s go back to the victim mentioned at the beginning of this article, whose head was shaven by force.

This is a shocking insult because it is perceived as a metaphorical castration for a male, and as a denial of femininity in the case of a female victim. The hair is associated to certain powers, such as strength and virility – consider Samson, for example – but above all to the concept of identity.

In Vietnam, for example, a peculiar divinatory art was developed, that may be called “trichomancy”, which allows to understand somebody’s destiny or virtues by observing the arrangement of hair follicles on the scalp. And if hair tells many things about individual personality, to the monks that renounce their individuality to follow the ways of the Lord, shaving is not only a sacrifice but a surrender, a renunciation to the subject’s prerogatives and identity itself.

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To cut the hair is not a trivial act.
In the past centuries a thick head of hair was a sign of power and nobleness. So the aristocratic privilege to wear long hair in France was exclusively reserved to Kings and Princes, whereas in China all that wore their hair short – which was considered as a real mutilation – were banned from some public employments. According to American Natives, to scalp the enemy was an ultimate mutilation, the highest expression of contempt. In parallel, within some cultures to cut the hair during the first years of somebody’s life was a taboo because the new-born babies may run the risk to lose their soul. Countless peoples consider a baby’s first haircut as a rite of passage, involving celebrations and propitiatory acts to draw evil spirits away – after part of their vital force has gone together with their hair, babies are actually more exposed to dangers. Within the Native American tribe of the Hopi in Arizona, the haircut is a collective ritual that takes place once a year, during the celebrations of the winter solstice. Elsewhere, the haircut is suspended during wars, or as a consequence of a vow: Egyptians didn’t shave during a journey and recently the
barbudos of Fidel Castro swore not to touch their beards nor hair until Cuba would be freed by dictatorship.

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All this explains why to cut the enemy’s hair by force is regarded as a terrible punishment since antiquity, sometimes even worse than death. People always assign deep meanings to every aspect of reality; even today a mere offence between kids that, all things considered, could be innocuous (the hair will quickly grow back) is usually a shock for the public opinion; maybe because in the haircut people recognize – with the obvious differences – the echoes of cruel rites and practices with an ancestral symbolic significance.

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De profundis

The second title of the Bizzarro Bazar Series is now available for pre-order.

After exploring the Palermo Capuchin Catacombs in the first volume, now we enter another unique place, the Fontanelle Cemetery in Naples, where one of the most peculiar and fascinating devotional cults has developed.

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Buried in the heart of the city, the Sanità quarter is an authentic borderland between the world of the living and the world of the dead. You only need to distance yourself from the hustle and bustle, from the megaphones of the fruit and vegetable stalls, the mopeds ridden by fearless street urchins darting between the cars, and reach the top of the area: here on the right of the church of Maria Santissima del Carmine, is the Fontanelle cemetery.

Situated within an ancient tuff quarry, the cemetery is an imposing underground cathedral, hovering between darkness and the swathes of light cutting through it.

Thousands of bones and skulls are piled up for all to see, the remains of at least 40,000 anonymous human beings. In this evocative and peaceful place, death is no longer insurmountable: the living and the souls of the deceased communicate with each other by means of the so-called capuzzelle, which embody the ancestral obsession with the skull as an icon of transcendence and the promise of eternal life.

 

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Here the skulls are spoken to, touched, and cleaned. They are taken care of. Candles are lit, offerings are given and favours asked for in a do ut des of worship.

This is the cult of the anime pezzentelle, abandoned and anonymous souls, in need of the compassion of the living to alleviate their suffering in Purgatory. In return, they promise to be kind to the devout believer, helping out with health problems, finding a husband for young unmarried girls, solving financial issues or providing the winning lottery numbers. Although the cult is now almost completely abandoned, it still resists, and its traces are well visible in the Cemetery.

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There are countless ossuaries around the world, but the suggestion of the Fontanelle Cemetery is quite specific. On one hand, the compassionate and sober disposition of the human remains shows no sign of macabre or baroque taste, introducing the visitor to a suspended quiet as if he was entering a real sanctuary; on the other hand, the devotion of the people has somewhat mitigated the memento mori effect – not just on the account of those colorful, often ironic legends and myths surrounding the skulls, but also by elaborating the cult of the souls of Purgatory in a peculiar way, through unprecedented rules and rituals. Thus, adding to the wonder of thousands of piled up bones under the immense vault, one can feel a palpable devotion, transforming the skulls from figurations of mortality to symbols of transcendence.

Carlo Vannini‘s photographs plunge us into the enchanted atmosphere of the underground cathedral, revealing its gloomy charm and bringing us so close to the capuzzelle – bare or adorned with various votive offerings such as handkerchieves, little holy pictures, coloured rosary beads etc. – that their eyeholes seem to meet our eyes with a glance which is not less alive.

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De profundis, with texts in Italian and English, will be available in Italian bookstores (and online retailers worldwide) from May 18th and will be officially launched at the Turin International Book Fair, with book signing sessions on May 16 th and 17 th.

If you are not going to attend the book fair, you can order your signed copy here, which will be shipped after the book fair is over, by May 25th.

For further info, please check out the official bookstore for the Bizzarro Bazar series and our Facebook page.

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La strage degli albini

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Quest’anno in Tanzania si terranno le elezioni.
Di conseguenza, quest’anno si innalzerà il numero di bambini albini che verranno uccisi e fatti a pezzi.

Il nesso fra i due eventi è costituito dalla stregoneria africana, che permea la società tanzaniana a quasi tutti i livelli, e a cui molti dei candidati faranno ricorso per vincere ai seggi elettorali. Infatti nonostante ogni villaggio in Tanzania possa vantare una chiesa, una moschea o entrambe, questo non significa che gli abitanti abbiano abbandonato le credenze tradizionali.

Di fatto, risulta evidente che, per quanto formalmente vi sia una presa di distanza nei confronti della stregoneria, nella pratica essa sia a tutt’oggi fortemente radicata nel pensiero tanzaniano.
Sussiste l’idea che l’insuccesso, la malattia e la morte possano dipendere da azioni malefiche, e questo ha permesso al guaritore tradizionale, il mganga wa kienyeji, di sopravvivere ed operare ancora intensamente, nonostante la presenza di una legislazione coloniale ancora attiva che dovrebbe condannare la sua attività, e un Sistema Sanitario pensato per raggiungere in maniera capillare anche le zone rurali.
(A. Baldassarre, Gravidanza e parto nell’ospedale di Tosamaganga, Tanzania, 2013)

Africa, Tanzania, Lake Eyasi, ornamental skulls and beads used by the local witch doctor

Al di là dei giudizi facili e riduttivi sulla superstizione, l’ignoranza o l’arretratezza del cosiddetto Terzo Mondo, è importante comprendere che se la stregoneria è ancora così viva, è perché assolve a una funzione sociale ben precisa: quella del controllo delle pulsioni e dell’istituzione di un codice di condotta reputato appropriato – quindi, essenzialmente, è uno di quegli elementi che cementano e tengono assieme l’identità della società.

Con i discorsi di stregoneria e le azioni pratiche dirette contro la stregoneria, la società mantiene viva la capacità di osservarsi preoccupata.
(A. Bellagamba, L’Africa e la stregoneria: Saggio di antropologia storica, 2008).

In Tanzania, la magia (sia benevola che malevola) è praticata ma allo stesso tempo temuta e condannata. Questo stigma dà origine ad una complessa serie di conseguenze. Un uomo che si arrichisce troppo in fretta, ad esempio, viene sospettato di essere uno stregone; quindi in generale le persone cercano di nascondere, o perlomeno condividere con il gruppo, la propria fortuna – appunto per non essere accusati di stregoneria, ma anche per evitare di provocare l’invidia altrui, che porterebbe a nuovi sortilegi e malefici. Evidentemente questo meccanismo diventa problematico quando ad esempio una donna incinta si sente costretta a nascondere la gravidanza per non suscitare le gelosie delle amiche, oppure nel caso più eclatante delle violenze di cui parliamo qui: la strage degli albini che ormai da decenni si consuma, purtroppo senza grande clamore mediatico.

Worshippers carry oil lanterns during a night time procession through the streets of Benin's main city of Cotonou,

Il 2015 è partito male: a febbraio Yohana Bahati, un neonato albino di un anno del distretto di Chato nella Tanzania settentrionale, è stato strappato dalle braccia della madre da cinque uomini armati di machete. La donna è finita in ospedale con multiple ferite alle braccia e al volto per aver cercato di difendere il figlioletto; il cadavere del bambino è stato ritrovato pochi giorni più tardi, senza braccia e né gambe. Nel dicembre precedente era sparita una bambina albina di 4 anni, che non è stata più ritrovata.

L’albinismo è diffuso nell’Africa sub-sahariana più che altrove: se in Occidente colpisce una persona su 20.000, in Tanzania l’anomalia genetica arriva a toccare la percentuale di un individuo su 1.400.
Sono quasi un centinaio gli albini assassinati negli ultimi quindici anni, ma le cifre ovviamente si riferiscono soltanto ai casi scoperti e denunciati. E soprattutto non tengono conto di tutte le vittime che sono sopravvissute alle mutilazioni.
Il macabro listino dei prezzi di questa caccia all’albino fa rabbrividire. Secondo un report delle Nazioni Unite, in Tanzania le diverse parti del corpo (orecchie, lingua, naso, genitali e arti) da utilizzare nei rituali di stregoneria possono arrivare a valere 75.000 euro; la pelle sul mercato nero è venduta dai 1.500 ai 7.000 euro. L’anno scorso in Kenya è stato arrestato un uomo che cercava di vendere un albino ancora vivo, per la somma di 250.000 dollari. Secondo le credenze, i poteri magici degli albini sono molteplici: le loro ossa sono in grado di togliere il malocchio; con un loro braccio si può localizzare l’oro in una miniera; con i seni e i genitali si preparano pozioni contro l’infecondità; ultimamente pare si sia diffusa addirittura l’idea che stuprare una donna albina potrebbe curare l’AIDS… e via dicendo.

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Emmanuel Festo

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Nel 2009, un attivista ha dichiarato all’agenzia AFP: “Sappiamo che gli informatori che identificano un albino vulnerabile possono ricevere un compenso di 100 dollari, sappiamo che gli assassini vengono pagati migliaia di dollari, ma non è chiaro chi siano i reali consumatori; stiamo parlando di un grosso business, e c’è corruzione nella polizia e nei tribunali, ecco perché le uccisioni continuano“.

Nonostante la situazione sia tutt’altro che rosea, di fronte alle pressioni internazionali forse qualcosa si sta muovendo: proprio il mese scorso, trentadue stregoni e più di duecento guaritori tradizionali, secondo la BBC, sono stati arrestati dalla polizia tanzaniana – segnando forse un’inversione di marcia rispetto alla precedente riluttanza delle autorità ad intervenire sulla questione. Intanto, diverse iniziative sono sorte per cercare di dare una voce a questo eccidio, come ad esempio l’audiolibro sociale italiano Ombra Bianca (fra i testimonial, anche diversi premi Nobel, Papa Francesco, il Dalai Lama). Il film White Shadow (2013), opera prima di Noaz Deshe premiata a Venezia con il Leone del Futuro, racconta la vita difficile di un ragazzino albino in Tanzania, fra discriminazioni e violenze.