Skeletons and young girls

Come! let the burial rite be read – the funeral song be sung! –
An anthem for the queenliest dead that ever died so young –
A dirge for her, the doubly dead in that she died so young.

(E. A. Poe, Lenore, 1831)

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She will never be able to count her whitening hair, nor the lines that years and experiences impressed on her face; she shall not know the joys of marriage, she shall never be a mother: she is the dead maiden.
Whenever death strikes those who have not even had a chance to live, we are filled with a sense of injustice. “It’s not fair”, we then say, “that’s a crime, it’s not natural”, because the order of things wants the father to go before the son (or so we believe).
The innocence and sweetness of the young lady’s face, who didn’t deserve such a tragic fate, makes us think of a sacrilege.

But, in stopping the maiden’s heart, death has saved her from the ruins and aberrations of time, he has spared her from the melancholy of old age and from the weight of a decrepit body. He fixed her image in her brighter and most gracious instant: the memory she leaves behind is sublime. All vanishing beauty, is actually the highest and most excruciating beauty.

For these reasons the figure of the dead maiden has always known a certain success in the literary and visual arts; it combines sorrow with the subject’s attractiveness, and has an incomparable emotional appeal.

The virgin girl, in fact, has encountered Death in many forms since the classical era, from the abduction of goddess Persephone by Hades, the god of the underworld, to the self-immolation of Iphigenia. Then, right in the middle of XIV century, when plague, epidemics and wars were ravaging Europe, death became the central obsession of those dark times: and in almost all representations of the danse macabre, at least one of the skeletons invites a splendid dame or a sweet-looking maid to the disturbing ball.

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But at the end of XV century an unprecedented, stunning depiction of the encounter between these two characters begins to appear; if, until then, they had somehow unexpectedly crossed their paths, the birth of a specific iconographic theme (called “Death and the Maiden”) shows a truly epochal transition taking place in mentality.
Yes, because the rendezvous between the two, surprisingly enough, begin to show open sexual tones.

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If in the danse macabre, or in portrayals of the “three ages of life”, no sign of eroticism was present, here the female figure is indeed seduced or molested by Death. Often the decaying corpse kisses her on the mouth, sometimes he touches her breast — if his hands don’t push themselves even further. The whiteness of the maiden’s skin contrasts with the brown complexion of the mummified body, and the sense of repulsion is intensified by the obscenity of their embrace.

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Of course, the moral behind this kind of depiction clearly aims at exposing the ephemeral aspect of life, the vanity of beauty and pride. But beyond this facade, this theme evokes darker thoughts, amid visions of crawling worms and putrid blood flowing. The frailty of beauty gives way to a fascination with the macabre: as will happen in Baudelaire‘s Flowers of Evil, it seems that death and ugliness are already contained, in seed form, in the maiden’s sensual appearance.
And in fact this is the first time we see recognized, and so overtly expressed, the relationship between Eros and Thanatos – a cultural theme which will become essential, for poets and thinkers alike.

Valente Celle Tomb, 1893, The Staglieno Cemetery, Genoa - Italy

Clutched by his skinny fingers, the Maiden surrenders to Death’s seduction.
The embrace we are witnessing becomes, through allegory, one between life and death: to associate the attractive Venus to the dreadful skeleton means to redefine sexuality. Ever so distant from the shyness of courtly love, this image of a new eroticism predates the idea of sex as a return to wholeness (after the “section” occured with birth), which Freud will write about, or the annihilation of the Self into the Other, as Bataille‘s work points out, or even that mix of death and life impulses which will so much fascinate the romantics and the maudits.

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Even today, Death and the Maiden, depicted together, have lost nothing of their morbid and unsettling charm. And they still speak to the most hidden part of our souls; on one hand reminding us of the fleeting nature of the body, but suggesting on the other hand that there’s a secret complicity between beauty and repulsion, between light and shadows, between love and death.

12 comments to Skeletons and young girls

  1. Fabio Pilade Paolo Milani says:

    La scultura che raffigura la morte velata mentre ghermisce la fanciulla, nel cimitero di Staglieno, a Genova, è, a mio dire, quella che più impressiona. L’ho fotografata e filmata scegliendo più inquadrature possibili, quasi avessi voluto esorcizzare lo sgomento che mi trasmetteva. Pure Staglieno è una galleria di monumenti sconcertanti, siano essi espliciti che allegorici. Davvero chi l’ha commissionata per la tomba della propria famiglia voleva che questa restasse negli occhi e nella mente di chi la vedeva “a perpetua impressione”.

  2. AlmaCattleya says:

    Il primo dipinto: l’Ofelia di Paul Delaroche, 1855
    Chissà se esiste uno studio, un qualcosa di scientifico sul legame tra donne e annegamenti in acqua.

    • bizzarrobazar says:

      Hai ragione, si tratta di Delaroche e il dipinto è del 1855, ma il titolo è La giovane martire, e rappresenta una santa martire che fluttua sulle acque del Tevere. 😉

    • michelebast says:

      Mi permetto di buttare giù un paio di pensieri al riguardo. Il legame, che tu cogli,è assolutamente presente e costante, ed offre una congerie di significati simbolici che si collega al ruolo “passivo” e “generativo” del femminile. Nell’antichità, alle donne non era assolutamente associata l’arma, dunque un ruolo attivo; e dunque, per il togliersi la vita (perché alla fine l’annegamento è un modus operandi del suicidio, tendenzialmente) non avevano a disposizione che corde (o veli, sciarpe, scialli, insomma, oggetti adatti al soffocamento) o le acque. Inoltre, c’è un evidente compenetrazione simbolica tra il ruolo di generatrice della donna e quello di generatore del mare e dell’acqua, come se questo potere di dare la vita fosse estinto (ed assorbito) da una capacità generatrice ancor più grande, un ritorno ad un grembo universale ed apersonalistico. Insomma, in parole povere, si vede che le opere d’arte sono state create da uomini, e che i miti sono stati da essi sistematizzati: il legame tra donna/annegamento è un’espressione, tra le moltissime, di quel senso del femmineo che riflette un sentire ed un pensare antico (tipico della classicità mediterranea, anche se con le dovute eccezioni, vedi Lucrezia violentata da Tarquinio, la quale infatti rinuncia al ruolo femminile-passivo col pugnale e diventa martire ed anche spinta e motivo alla cacciata dei re etruschi). Insomma, è la riproposizione di un topos mitografico, letterario e “sociale”.
      Spero di non aver annoiato nessuno, e, come sempre, complimenti vivissimi all’Autore!

      • bizzarrobazar says:

        Eccellente parere, come sempre.

        Il suicidio è un argomento oltremodo complesso. Non sono certo che le opere d’arte, create da maschi, riflettano il femmineo operando una “forzatura”: cioè, l’ideale femminile passivo, di cui giustamente parli, ha sempre finito bene o male per influenzare anche le donne stesse e il modo in cui si vedevano. Ecco perché, statisticamente e storicamente, c’è sempre stato un grande divario fra i metodi di suicidio utilizzati dalle donne e quelli utilizzati dagli uomini. Anche nel darsi la morte, i maschi spesso vogliono dare un’idea di coraggio e sprezzo del dolore, mentre le donne mediamente scelgono suicidi di tipo, per così dire, più “passivo”. Un po’ come se si scegliesse il metodo ritenuto più “consono” al proprio genere.

        Ma c’è di più. La scelta del metodo è sempre un messaggio. L’arma, il momento, il modo, ci dicono molto del perché. Le donne ad esempio scelgono in percentuale maggiore metodi che lasciano intatto il corpo, o perlomeno il volto. Ci sono molti fattori da considerare: il livello di sofferenza che il metodo comporta, se si tratti di suicidio pubblico o privato, e via dicendo. Sono tutti elementi che formano l’ultimo testamento, chiaro e preciso, lasciato a chi resta – e di volta in volta può essere un estremo grido di aiuto, un j’accuse, un’espressione di fierezza, di ripicca, eccetera.
        In questo senso ricordo un ottimo libro di Vittorino Andreoli, Voglia di ammazzare. Analisi di una pulsione. Nonostante si concentri principalmente sull’omicidio, il famoso psichiatra parla anche dei metodi di suicidio analizzandoli uno per uno e disvelandone i possibili significati.

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