Controllo della mente

Uno degli scienziati più controversi, divenuto col passare degli anni un “mostro” assoluto ma sempre più nebuloso nella mitologia del XX secolo, è José Delgado.

Spagnolo di origine, classe 1915, si trasferì in America accettando la cattedra di fisiologia alla prestigiosa università di Yale nel 1946. Era particolarmente interessato agli studi di neurofisiologia, allora agli albori, e in dettaglio la sua ricerca consisteva nell’esplorare le reazioni del cervello stimolato da impulsi elettrici. Mise a punto lo stimoceiver, un microchip radiocomandato che poteva stimolare le onde cerebrali monitorandole al tempo stesso mediante elettroencefalogramma. Questo permetteva libertà di movimento al soggetto dell’esperimento, e il controllo a distanza da parte degli sperimentatori.

Impiantò gli stimoceiver nei cervelli di gatti, scimpanzè, scimmie, gibboni, tori e anche esseri umani. Stimolando la corteccia motoria, era in grado di controllare i movimenti degli animali indipendentemente dalla volontà di questi ultimi. Poteva far loro alzare una gamba, muovere la testa, senza che i soggetti potessero opporvisi. Nell’esperimento a suo dire più importante, impiantò nel cervello di un gibbone dominante e aggressivo un microchip collegato ad una leva: ogni volta che la leva veniva azionata, lo stimolo elettrico induceva nel gibbone un’immediata quiete. Pose la leva all’interno della gabbia, e alle femmine di scimmia occorse poco tempo prima di scoprire che tirare la leva inibiva gli attacchi del “bullo” in questione. Così le femmine impararono a tirare la leva ogniqualvolta il comportamento del gibbone aggressivo diveniva minaccioso.

In quella che fu la sua più spettacolare dimostrazione, Delgado si improvvisò torero. Sceso pubblicamente nell’arena di un allevamento di tori a Cordoba, José sfidò un toro a cui era stato impiantato lo stimoceiver. Quando il toro lo caricò, all’ultimo istante, come un abile prestigiatore della mente, Delgado premette il pulsante del suo radiocomando, e il toro interruppe la corsa, allontanandosi confuso. Un altro suo esperimento riguardava i “fusi neuromuscolari” (sequenze di onde cerebrali con una specifica frequenza): ogni volta che il cervello della scimmia Paddy ne produceva uno, il chip stimolava la materia grigia della scimmia con una “sensazione di avversione”. Nel giro di poche ore, i fusi erano notevolmente diminuiti.

La ricerca sugli umani non andò altrettanto bene. Un soggetto chiudeva il pugno in modo involontario, confessando al dottore che “la sua elettricità è più forte della mia volontà”. Un altro, la cui testa si girava a destra e a sinistra in modo incontrollato, non riusciva invece ad abbandonare l’idea del libero arbitrio, e affermava “Lo sto facendo volontariamente. Sto solo cercando le mie pantofole”. Ma in generale Delgado notò che le risposte erano talmente soggettive che non potevano essere ritenute rilevanti. Così, nonostante le pressioni (molti pazienti con problemi mentali chiedevano insistentemente di essere “curati” con il microchip), Delgado finì per sperimentare la sua invenzione su una percentuale bassissima di volontari.

Questo non gli impedì di preconizzare una società futura “psicocivilizzata”, in cui ogni istinto sovversivo o criminale potesse essere inibito con la semplice pressione di un bottone. Stupri? Istinti aggressivi e violenti? Sarebbero tutti spariti grazie al microchip. Le tendenze reazionarie della sua visione del mondo non tardarono a catalizzare su di lui l’indignazione e la condanna pubblica. In un mondo in cui ogni mente è controllata, nessuna ribellione è possibile.

Così, nonostante il suo stimoceiver facesse la fortuna degli scrittori di fantascienza, Delgado si ritirò nuovamente in Spagna e gradualmente scomparve dalla ribalta internazionale, verso la metà degli anni ’70. Il suo nome venne citato sempre meno frequentemente nelle ricerche, e alcuni pensarono addirittura che fosse morto. Ma José Delgado è vivo e vegeto, e alla veneranda età di 95 anni, anche se non lavora più, è ancora elettrizzato dalle nuove scoperte nel campo della stimolazione cerebrale.

Delgado divenne con il tempo un nome associato alla scienza “malvagia”, quella deriva nazista e senza scrupoli che, figlia degli esperimenti di Mengele, aspira ad ottenere il controllo sulle menti e le vite dei cittadini. In realtà i microchip sono recentemente tornati alla ribalta e, come spesso accade nella tecnologia più controversa, gli esperimenti di Delgado hanno spianato la via ad un utilizzo della tecnologia degli impianti cerebrali per curare patologie come distonia, epilessia e Parkinson. Ultimamente, poi, le terapie cerebrali hanno sviluppato tecnologie sempre meno invasive che implicano l’utilizzo di caschi stimolanti le varie aree cerebrali, sperimentati anzitempo da Delgado in prima persona e da sua figlia Linda.

Oggi i vari saggi e le relazioni sui nuovi esperimenti citano raramente Delgado, che è divenuto una sorta di paria della scienza a causa delle sue posizioni troppo “estremiste” e “destrorse” negli anni ’70. Il placido vecchietto che oggi è José Manuel Rodriguez Delgado guarda distaccato alle accuse dei cospirazionisti di voler controllare la mente delle persone, scuote la testa, e dice semplicemente: “È pura fantascienza”.

Ecco un articolo dettagliato sulle ricerche di José Delgado.

Phineas Gage

Phineas Gage era un semplice operaio americano, capocantiere addetto alla costruzione di ferrovie. Era un uomo umile, affettuoso, amichevole e gentile, certo, ma poteva aspettarsi tutto… tranne che per una tragica sfortuna la sua vita cambiasse la storia.

Il 13 settembre 1848, nei pressi di Cavendish nel Vermont, Phineas stava inserendo una carica esplosiva all’interno di una roccia che andava fatta saltare per poter far passare i binari che i suoi uomini stavano costruendo. Con la sicurezza dettata dall’abitudine, Phineas stava pressando della polvere da sparo nella fenditura della roccia con un ferro di pigiatura, quando improvvisamente la polvere esplose. Il lungo palo che egli aveva in mano fu sparato verso l’altro, conficcandosi nella guancia proprio sotto all’occhio sinistro, e uscendo dalla parte superiore del cranio. Il ferro aveva trapassato i lobi frontali del suo cervello, andando poi ad atterrare 25 metri più in là.

Eppure, miracolosamente, dopo pochi minuti Phineas era già cosciente e in grado di parlare. Affrontò senza problemi il viaggio di 4 miglia fino allo studio di un dottore. Il medico, nonostante l’evidente, tremenda emorragia, non poteva credere al racconto di Gage, che insisteva nel dire che un ferro gli avesse trapassato la testa: chi poteva essere tanto fortunato da raccontare una storia simile, vivo e vegeto, e perfettamente razionale? Il medico pensò che forse era successo qualcosa di meno grave, finché Gage non si alzò per vomitare. Lo sforzo fece emergere dal foro sul cranio un pugno di materia cerebrale che cadde sul pavimento. A quel punto, era chiaro che non si trattava di un paziente sotto shock che blaterava a vanvera: una parte del cervello di Phineas era davvero stata maciullata dal trauma.

La convalescenza di Gage fu difficoltosa, passata per molto tempo in stato semi-comatoso, con risposte a monosillabi solo se interpellato direttamente. Eppure, il 7 ottobre Phineas si alzò dal letto, e meno di un mese dopo camminava già tranquillo nella piazza del paese, saliva e scendeva le scale, e si riprendeva a vista d’occhio, senza dolori o sintomi fisici preoccupanti. Ma non tutto era come prima. Il suo carattere era cambiato, si era fatto oscuro e imprevedibile.

A causa dell’incidente, Gage divenne talmente irascibile, e privo di qualsiasi freno inibitore, che nemmeno gli amici intimi potevano più riconoscerlo. Non sopportava il minimo diniego o consiglio, si lasciava andare a bestemmie e volgarità che contrastavano con il suo precedente contegno, faceva mille progetti che abbandonava minuti dopo: venne descritto come un bambino con gli istinti animaleschi di un adulto. La sua antisocialità lo portò a perdere il lavoro, e molte delle sue amicizie.


Nonostante il suo cambiamento di personalità sia stato nel corso del tempo grandemente esagerato, in molti degli scritti e degli studi a lui dedicati, Phineas Gage rimane comunque un esempio unico nel campo della neurologia, della psicologia e delle materie correlate. Gli studi sulle condizioni di Gage hanno apportato grandi cambiamenti nella comprensione clinica e scientifica delle funzioni cerebrali e della loro localizzazione nel cervello, soprattutto per quanto riguarda le emozioni e la personalità, e le diverse competenze dei due emisferi cerebrali. È anche in seguito alle riflessioni teoriche avviate in conseguenza di questo caso che, per alcuni decenni della metà del XX secolo, sono stati usati metodi, oggi in totale disuso, come la lobotomia prefrontale (già affrontata su Bizzarro Bazar, in questo articolo)  per curare certi tipi di disturbi del comportamento. Il caso Gage è ancora oggi citato e studiato ampiamente nella saggistica neurologica.

Il teschio di Gage e il bastone di ferro che ha causato il suo trauma cranico sono esposti al pubblico nel museo della Harvard Medical School. Una vita sfortunata, a cui dobbiamo la grande fortuna di conoscere meglio la struttura e le funzionalità dell’organo a tutt’oggi più misterioso, il nostro cervello.

Phineas Gage su Wikipedia (pagina inglese).