Veneri anatomiche: l’ossessione del femmineo

C’è un’ossessione profonda, che attraversa i secoli e non accenna a placarsi. L’ossessione maschile per il corpo della donna.

Un corpo magnetico che conduce a sé (seduce), tirando i fili del simbolo; carne duttile e plasmabile, che nell’atto sessuale ha funzione ricettiva, eppure voragine abissale nella quale ci si può perdere; corpo castrante, che eccita la violenza e l’idolatria, corpo di dea callipigia da deflorare; scrigno che racchiude il segreto della vita, sessualità ambigua il cui piacere è sconosciuto e terribile.

Così è capitato che nel corpo femminile si sia scavato, per cavarne fuori questo suo mistero, aprendolo, smembrandolo in pezzi da ricombinare, cercando le occulte e segrete analogie, le geometrie nascoste, l’algebra del desiderio, come ha fatto ad esempio Hans Bellmer in tutta la sua carriera. Nei suoi scritti e nelle sue opere pittoriche (oltre che nelle sue bambole, di cui avevo parlato qui) l’artista tedesco ha maniacalmente decostruito la figura femminile disegnando paralleli inaspettati e perturbanti fra le varie parti anatomiche, in una sorta di febbrile feticismo onnicomprensivo, in cui occhi, vulve, piedi, orecchie si fondono assieme fluidamente, fino a creare inedite configurazioni di carne e di sogno.

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L’erotismo di Bellmer è uno sguardo psicopatologico e assieme lucidissimo, freddo e visionario al tempo stesso; ed è nella sua opera Rose ouverte la nuit (1934), e nelle successive declinazioni del tema, che l’artista dà la più esatta indicazione di quale sia la sua ricerca. Nel dipinto, una ragazza solleva la pelle del suo stesso ventre per esaminare le proprie viscere.

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L’atto di alzare la pelle della donna, come si potrebbe sollevare una gonna, è una delle più potenti raffigurazioni dell’ossessione di cui parliamo. È lo strip-tease finale che lascia la femmina più nuda del nudo, che permette di scrutare all’interno della donna alla ricerca di un segreto che forse, beffardamente, non si troverà mai.
Ma l’immagine non è nuova, anzi vuole riecheggiare lo stesso turbamento che si può provare di fronte alle numerose e meravigliose veneri anatomiche a grandezza naturale scolpite in passato da abili artisti, una tradizione nata a Firenze alla fine del XVII secolo.

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Queste bellissime fanciulle adagiate in pose languide aprono l’interno del loro corpo allo sguardo dello spettatore, senza pudore, senza mostrare dolore. Anzi, dalle espressioni dei loro volti si direbbe quasi che vi sia in loro un sottile compiacimento, un piacere estatico nell’offrirsi in questa nudità assoluta.
Perché questi corpi non sono rappresentati come cadaveri, ma essenzialmente vivi e coscienti?
L’esistenza stessa di simili sculture oggi può disorientare, ma è in realtà una naturale evoluzione delle preoccupazioni artistiche, scientifiche e religiose dei secoli precedenti. Prima di parlare di queste straordinarie opere ceroplastiche, facciamo dunque un rapido excursus che ci permetta di comprenderne appieno il contesto; sottolineo che non mi interesso qui alla storia delle veneri, né esclusivamente alla loro portata scientifica, quanto piuttosto al loro particolarissimo ruolo in riguardo al femmineo.

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Il dominio dello sguardo
Quando Vesalio, con incredibile coraggio (o spavalderia), si fece immortalare sul frontespizio della sua De humani corporis fabrica (1543) nell’atto di dissezionare personalmente un cadavere, stava lanciando un messaggio rivoluzionario: la medicina galenica, indiscussa fino ad allora, era colma di errori perché nessuno si era premurato di aprire un corpo umano e guardarci dentro con i propri occhi. Uomo del Rinascimento, Vesalio era strenuo sostenitore dell’esperienza diretta – in un’epoca, questo è ancora più notevole, in cui la “scienza” come la conosciamo non era ancora nata – e fu il primo a scindere il corpo da tutte le altre preoccupazioni metafisiche. Dopo di lui, il funzionamento del corpo umano non andrà più cercato nell’astrologia, nelle relazioni simbolico-alchemiche o negli elementi, ma in esso stesso.
Da questo momento, la dissezione occuperà per i secoli a venire il centro di ogni ricerca medica. Ed è lo sguardo di Vesalio, uno sguardo di sfida, altero e duro come la pietra, a imporsi come il paradigma dell’osservazione scientifica.

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Il problema morale
Bisogna tenere a mente che nei secoli che stiamo prendendo in esame, l’anatomia non era affatto distaccata dalla visione religiosa, anzi si riteneva che studiare l’uomo – centro assoluto della Natura, immagine e somiglianza del Creatore e culmine della sua opera – significasse avvicinarsi un po’ di più anche a Dio.

Eppure, per quanto si riconoscesse come fondamentale l’esperienza diretta, era difficile liberarsi dall’idea che dissezionare una salma fosse in realtà una sorta di sacrilegio. Questa sensazione scomoda venne aggirata cercando soggetti di studio che avessero in qualche modo perso il loro statuto di “uomini”: criminali, suicidi o poveracci che il mondo non reclamava. Candidati ideali per il tavolo settorio. La violazione che si osava infliggere ai loro corpi era poi ulteriormente giustificata in quanto alle spoglie dissezionate venivano garantite, in cambio del sacrificio, una messa e una sepoltura cristiana che altrimenti non avrebbero avuto. Grazie al loro contributo alla ricerca, avendo scontato per così dire la loro pena, essi tornavano ad essere accettati dalla società.

Lo stesso senso di colpa per l’attività di dissezione spiega il successo delle tavole anatomiche che raffigurano i cosiddetti écorché, gli scorticati. Per raffigurare gli apparati interni, si decise di mostrare soggetti in pose plastiche, vivi e vegeti a dispetto delle apparenze, anzi spesso artefici o complici delle loro stesse dissezioni. Una simile visione era certamente meno fastidiosa e scioccante che vedere le parti anatomiche esposte su un tavolo come carne da macello (cfr. M. Vène, Ecorchés : L’exploration du corps, XVIème-XVIIIème siècle, 2001).

L’uomo, che si è scorticato da solo, osserva l’interno della sua stessa pelle come a carpirne i segreti. Da Valverde, Anatomia del corpo humano (1560).

Dal medesimo volume, dissezione del peritoneo in tre atti. Nella terza figura, il personaggio tiene fra i denti la propria parete addominale per mostrarne il reticolo vascolare.

Dal medesimo volume, dissezione del peritoneo in tre atti. Nella terza figura, il personaggio tiene fra i denti il proprio grembiule omentale per mostrarne il reticolo vascolare.

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Spiegel e Casseri, De humani corporis fabrica libri decem (1627).

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Spiegel e Casseri, Ibid.

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Già nelle stampe degli écorché si nota una differenza fra figure maschili e femminili. Per illustrare il sistema muscolare venivano utilizzati soggetti maschili, mentre le donne esibivano spesso e volentieri gli organi interni, e fin dalle primissime rappresentazioni erano nella quasi totalità dei casi gravide. Il feto visibile all’interno del grembo femminile sottolineava la primaria funzione della donna come generatrice di vita, mentre dall’altro canto gli écorché maschi si presentavano in pose virili che ne esaltavano la prestanza fisica.

Spiegel e Casseri, Ibid.

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Un muscoloso corpo maschile posa per una tavola che in realtà descrive una dissezione del cranio. Dal De dissectione partium corporis humani libri tres di C. Estienne (1545).

Dal medesimo volume, l’anatomia degli intestini è baroccamente inserita all’interno di una corazza da guerriero romano.

Lo svelamento dell’utero, messa in scena simbolica della denudazione. Dal Carpi commentaria cum amplissimis additionibus super Anatomia Mundini (1521).

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La gravida di Pietro Berrettini (1618) si alza snella e graziosa per esibire il suo apparato riproduttivo.

Come si vede nelle stampe qui sotto, già dalla metà del ‘500 i soggetti femminili mostrano una certa sensualità, mentre si abbandonano a pose che in altri contesti risulterebbero indecenti e impudiche. L’artista qui si spinse addirittura a realizzare delle versioni anatomiche di celebri stampe erotiche clandestine, ricopiando le pose dei personaggi ma scorticandoli secondo la tradizione anatomica, “raffreddando” così ironicamente la scena.

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Donna che tiene la placenta di due gemelli. Ispirata a una stampa erotica di Perino Del Vaga. Dal De dissectione partium corporis humani libri tres di C. Estienne (1545).

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Dal medesimo testo, gravida che espone l’apparato riproduttivo. Il contesto di camera da letto dona alla posa una connotazione marcatamente erotica.

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Altra illustrazione ispirata a una stampa erotica di Perino del Vaga (vedi sotto).

Ecco il modello “proibito” per la stampa anatomica precedente. (G.G. Caraglio, Giove e Antiope, da Perino del Vaga)

Non bisogna dimenticare infatti che un altro sottotesto — decisamente più misogino — di alcune stampe anatomiche femminili, è quello che intende smentire, sfatare il fascino della donna. Tutta la sua carica erotica, tutta la sua bellezza tentatrice viene disinnescata tramite l’esposizione delle interiora.
Difficile non pensare a Memento di Tarchetti:

Quando bacio il tuo labbro profumato,
cara fanciulla, non posso obbliare
che un bianco teschio vi è sotto celato.

Quando a me stringo il tuo corpo vezzoso,
obbliar non poss’io, cara fanciulla,
che vi è sotto uno scheletro nascosto.

E nell’orrenda visïone assorto,
dovunque o tocchi, o baci, o la man posi,
sento sporgere le fredda ossa di morto.

(Disjecta, 1879)

Se dobbiamo credere a Baudrillard (Della seduzione, 1979), l’uomo ha sempre avuto il controllo sul potere concreto, mentre la femmina si è appropriata nel tempo del potere sull’immaginario. E il secondo è infinitamente più importante del primo: ecco spiegata l’origine dell’ossessione maschile, quel senso di impotenza di fronte alla forza del simbolo detenuto dalla donna. Pur con tutte le sue violente guerre e le sue conquiste virili, egli ne è sedotto e soggiogato senza scampo.
Ricorre dunque all’estrema soluzione: frustrato da un mistero che non riesce a svelare, finisce per negare che esso sia mai esistito.
Ecce mulier! Questa è la tanto vagheggiata femmina, che fa perdere la testa agli uomini e induce al peccato: soltanto un ammasso di disgustosi organi e budella.

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Da Valverde, Anatomia del corpo humano (1560).

La messa in scena dell’osceno
Alcune stampe cinquecentesche erano composte di diversi fogli ritagliati, in modo che il lettore potesse sollevarli e scostare poco a poco i vari “strati” del corpo del soggetto, scoprendone l’anatomia in maniera attiva. L’immagine qui sotto, del 1570 circa e poi numerose volte ristampata, è un esempio di questi antesignani dei pop-up book; pensata ad uso dei barbieri-chirurghi (l’uomo tiene la mano in una bacinella di acqua calda per gonfiare le vene del braccio prima di un salasso), consiste di quattro risvolti incollati da sfogliare in successione per vedere gli organi interni.

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Le veneri anatomiche, decomponibili, non erano dunque che la versione tridimensionale di questo genere di stampe. Gli studenti avevano la possibilità di smontare gli organi, studiarne la morfologia e la posizione senza dover ricorrere a un cadavere.

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Se la ceroplastica si propose quindi fin dal principio come sostituto o complemento della dissezione, ottimo strumento didattico per medici e anatomisti spesso in cronica penuria di salme fresche, le statue in cera costituirono anche uno dei primi esempi di spettacolo anatomico accessibile anche alla gente comune. Le dissezioni vere e proprie erano già un educativo divertissement per la buona società, che pagava volentieri il biglietto di entrata per il teatro anatomico approntato solitamente nei pressi dell’Università. Ma la collezione fiorentina di cere anatomiche contenute all’interno del Museo della Specola, voluto dal Granduca di Toscana, era visitabile anche dai profani.

Da sovrano illuminato e da appassionato di scienza qual era, si rese conto, con molto anticipo rispetto agli altri regnanti, di quanto fosse importante la cultura scientifica e di come questa dovesse essere resa accessibile a tutti. […] C’erano orari diversi per le persone istruite e per il popolo: quest’ultimo infatti poteva visitare il Museo dalle 8 alle 10 “purché politamente vestito” lasciando poi spazio fino “alle 1 dopo mezzogiorno… alle persone intelligenti e studiose”. Anche se ora questa distinzione ci suona un po’ offensiva, si capisce quanto fosse innovativa per quell’epoca l’apertura anche al grosso pubblico.

(M. Poggesi, La collezione ceroplastica del Museo La Specola, in Encyclopaedia anatomica, 2001)

Le cere anatomiche dunque, oltre ad essere un supporto di studio, facevano anche appello ad altre, più nascoste fascinazioni che attiravano con enorme successo masse di visitatori di ogni estrazione sociale, divenendo tra l’altro tappa fissa dei Grand Tour.

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Allo stesso modo delle stampe antiche, anche nelle statue di cera si ritrova la stessa esposizione del corpo della donna – passiva, sottomessa all’anatomista che (presumibilmente) la sta aprendo, spesso gravida del feto che porta dentro di sé, il volto mai scorticato e anzi seducente; e la figura maschile è invece ancora una volta utilizzata principalmente per illustrare l’apparato muscolo-scheletrico, i vasi sanguigni e linfatici ed è priva della sensualità che contraddistingue i soggetti femminili.

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Eros, Thanatos e crudeltà
Le veneri anatomiche fiorentine non potevano non suscitare l’interesse di Sade.
Il Marchese ne parla una prima volta, col tono discreto del turista, nel suo Viaggio in Italia; le menziona ancora in Juliette, quando la sua perversa eroina scopre con giubilo cinque piccoli tableaux di Zumbo che mostrano le fasi della decomposizione di un cadavere. Ma è nelle 120 giornate di Sodoma che le cere sono utilizzate nella loro dimensione più sadiana: qui una giovane fanciulla viene accompagnata all’interno di una stanza che racchiude diverse veneri anatomiche, e dovrà decidere in quale modo preferisce essere uccisa e squartata.

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Lo sguardo lucido di Sade ha dunque colto il volto oscuro, cioè l’erotismo perturbante e crudele, di queste straordinarie opere d’arte scientifica. Sono senza dubbio i volti serafici, in alcuni casi quasi maliziosi, di queste donne a suggerire un loro malcelato piacere nell’essere lacerate e offerte al pubblico; e allo stesso tempo questi modelli tridimensionali rendono ancora più evidente la surreale contraddizione degli écorché, che restano in vita come nulla fosse, nonostante le ferite mortali.
Si può discutere se il Susini e gli altri ceroplasti suoi emuli fossero o meno perfettamente coscienti di un simile aspetto, forse non del tutto secondario, della loro opera; ma è innegabile che una parte del fascino di queste sculture provenga proprio dalla loro sensuale ambiguità.
Bataille fa notare (Le lacrime di Eros, 1961) che, nel momento in cui l’uomo ha preso coscienza della morte, seppellendo i suoi morti con rituali funebri, ha anche cominciato a raffigurare se stesso, sulle pareti delle grotte, con il sesso eretto; a dimostrazione di quanto morte e sesso siano collegati a doppio filo, quali opposti che spesso si confondono.

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Le veneri anatomiche, in questo senso, racchiudono in maniera perfetta tutta la complessità di questi temi. Splendidi e preziosi strumenti di indagine scientifica, meravigliosi oggetti d’arte, misteriosi e conturbanti simboli; con il loro misto di innocenza e crudeltà sembrano ancora oggi raccontarci le intricate peripezie del desiderio umano.

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Ecco la pagina dedicata alle cere anatomiche del Museo di Storia Naturale di Firenze.

Paul Grappe, the diserter transvestite

Sometimes the most unbelievable stories remain forever buried between the creases of history. But they may happen to leave a trail behind them, although very small; a little clue that, with a good deal of fortune and in the right hands, finally brings them to light. As archaeologists dig up treasures, historians unearth life’s peculiarities.

If Paul Grappe hadn’t been murdered by his wife on the 28th of July 1928, not a single hint to his peculiar story would have been found in the Archive of the Paris Police Prefecture. And if Fabrice Virgili, research manager at the CNRS, scrutinizing the abovementioned archives almost one hundred years later to write an article about conjugal violence at the beginning of the century, hadn’t given a look at that dossier…

The victim: Grappe Paul Joseph, born on the 30th of August 1891 in Haute Marne, resident 34 Rue de Bagnolet, shot dead on the 28th of July 1928.

The culprit: Landy Louise Gabrielle, born on the 10th of March 1892 in Paris, Grappe’s spouse.

This is how the life of Paul Grappe ended. But, as we go back through the years starting from the trial papers, we discover something really astonishing.

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In the 1910s Paris sounds like a promise to a young man coming from Haute-Marne. It was mainly a working-class context and like everybody else the twenty-year-old Paul Grappe worked hard to make ends meet. He hadn’t received a proper education but the uncontrollable vitality that would mark out his entire existence encouraged him to work hard: with stubborn determination he obliged himself to study, and became an optician. He also attended some mandolin’s courses, where he met Louise Landy.

Their modest financial means didn’t interfere with their feelings: they fell in love and in 1911 they tied the knot. Shortly afterwards, Paul had to leave for military service, but managed to be appointed to stand guard over the bastions of Paris, in order to be close to his own Louise. Our soldier was a skilled runner, he could ride, swim (which was quite uncommon at the time) and he quickly distinguished himself until he was appointed corporal. Having spent the required two years on active service, Paul thought he was finally done with the army. But the War clouds were gathering, and everything quickly deteriorated. In August 1914 Paul Grappe was sent to the front to fight against Germany.

The 102nd Infantry division constantly moved, day after day, because the front was not well defined yet. Then gradually came the time to confront the enemy: at the beginning there were only small skirmishes, then came the first wounded, the first dead. And, finally, the real battle began. For the French, the most bloody stage of the entire world war was exactly this first battle, called Battle of the Frontiers, that claimed thousands of victims – more than 25,000 in one day, the 22nd of August 1914.

Paul Grappe was at the forefront. When Hell arrived, he had to confront its devastating brutality.

He was wounded in the leg at the end of August, he was treated and sent back to the trenches in October. The situation had changed, the front was stabilized, but the battles were not less dangerous. During a bloody gunfight Paul was wounded again, in the right index finger. A finger hit by a bullet? He was strongly suspected of having practiced self-mutilation, and in such situations people were not particularly kind to those who did something like that: Paul risked death penalty and summary execution. But some brothers in arms gave evidence for him, and Paul escaped the war court. Convalescent, he was moved to Chartres. December, January, February and March went by. Four months seemed to be too much time to recover from the loss of one single finger, and his superiors suspected that Paul was willingly reopening his wounds (like many other soldiers used to do); in April 1915 he was ordered to go back to the front. And it was here that, confronted with the perspective of going back to that horrible limbo made of barbed wire, mud, whistling bullets and cannon shots, Paul decided that he would change his life forever: he chose to desert.

He left the military hospital and, instead of going to the barracks, he caught the first train to Paris.

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We can only imagine how Louise felt: she was happy to learn that her husband was safe and sound, far from the war, and afraid that everything could end at any moment, if he was discovered. During the spring of 1915 the army was desperately in need of men, even people declared unfit for military service were sent to the front, and consequently the efforts to find the missing deserters were redoubled. For three times the guards burst into the home of his mother-in-law, where Paul was hidden, but couldn’t find him.

As for Paul – that had always had a wild and untamed temper – he couldn’t stand the pressure of secrecy. He was obliged to live as a real prisoner, he didn’t dare stick his nose out of the door: simply walking down the streets of Paris, a young man in his twenties would have aroused suspicion at that time because all the young men – maybe with the exception of some ministry’s employees – were at the front.

One day, overcome by boredom, joking with Louise he chose one of her dresses and wore it. Why not dress up as a woman?

Louise and Paul took a turn. He had a careful shave; his wife put a delicate make-up on him, adjusted the female clothes, put his head into a lady’s little hat. It wasn’t a perfect disguise, but it might work.

Holding their breath, they went out in the streets. They walked down the road for a little while, pretending to be at ease. They sat down in a café, and realized that people apparently didn’t notice anything strange about those two friends that were enjoying their drinks. Coming back home, they shivered as they noticed a man that was intensely gazing at them, fixing them… the man finally whistled in admiration. It was the ultimate evidence: disguised as a woman, Paul was so convincing that he deceived even the attentive eye of a tombeur de femmes.

From that moment on, to the outside world, the two of them formed a couple of women who used to live together. Paul bought some clothes, adopted a more feminine hairstyle, learnt to change his voice. He chose the name of Suzanne Landgard. For those who take on a new identity, it is very important to choose a proper name, and Landgard could be interpreted as “he who protects (garde) Landy?”.

Now Paul/Suzanne could go out barefaced, he could also contribute to the family economy: while Louise worked in a company that produced educational materials, Suzanne started working in a tailor’s shop. But maybe she struggled to stay in her role, because, as far as we know, she frequently changed job because of problems concerning her relationship with her colleagues.

War was over, at last. Paul wanted to stop living undercover, but he was still in danger. Like many other deserters used to do at the time, also our couple left for Spain (a neutral country) and for a short time took shelter in the Basque Country. They returned to Paris in 1922.

But the atmosphere of the capital had changed: the so-called “crazy years” had just begun and Paris was a town that wanted to forget the war at any cost. It was therefore rich in novelties, artistic avant-gardes and unrestrained pleasures. Louise and Suzanne realized that after all they may look like two garçonnes, fashionable women flaunting a masculine hairdo and wearing trousers, shocking conservative people. Louise used to paint lead toy soldiers during the evening, after work, to make some extra money.

Paul couldn’t find a job instead, and his insatiable lust for life led him to spend some time at the Bois de Boulogne, a public park that during those years was a well known meeting point for free love: there gathered libertines, partner-swappers, prostitutes and pimps.

Did Paul, dressed as Suzanne, whore to bring some money home? Maybe he didn’t. Anyhow, he became one of the “queen” of the Bois.

From then on, his days became crowded with casual intercourses, orgies, female and male lovers, and even encoded newspaper ads. Paul/Suzanne even tried to convince Louise to participate in these erotic meetings, but this only fuelled the first conflicts within the couple, that was very close until then.

His thirst for experience was not yet satiated: in 1923 Suzanne Landgard was one of the first “women” that jumped with a parachute.

You are not tall enough, my dear, I am a refined person, I want to get out of this mass, this brute mass that goes to work in the morning, like slaves do, and goes back home at evening”, he repeated to Louise.

In January 1924 the long awaited amnesty arrived at last.

The same morning in which the news was spread, Paul went down the stairs dressed as a man, without make-up. The porter of the apartment building was shocked as she saw him go out: “Madame Suzanne, have you gone crazy?” “I am not Suzanne, I am Paul Grappe and I am going to declare myself a deserter to apply for the amnesty.” As soon as the authorities learnt about his case, even the press discovered it. Some newspaper headlines read: “The transvestite deserter”. Prejudices started to circulate: paradoxically, now that he was discovered to be a man (so the two supposed lesbians were a married couple) Paul and Louise were evicted. The Communist Party mobilized to defend the two proletarians that were victims of prejudices, and in a short time Paul found himself at the core of an improvised social debate. The little popularity he gained maybe went to his head: believing that he may become a celebrity, or have some chance as an actor, he started to distribute autographed pictures of him both as a male and as a female and went as far as to hire a book agent.

But the more prosaic reality was that Paul told the fantastic story of his endeavours mostly in the cafés, to be offered some drinks. He showed the picture album of him as Suzanne, and also kept a dossier of obscene photographs, that are lost today. Little by little he started to drink at least five litres of wine per day. He lost one job after another, and turned aggressive even at home.

As he recovered his manhood – that same virility that condemned him to the horror of the trenches – he became violent. Before the Great War he had shown no signs of bisexuality nor violence, and most probably the traumas he suffered on the battlefield had a share in the quick descent of Paul Grappe into alcoholism, brutality and chaos.

He used to spend all the salary of his wife to get drunk. The episodes of domestic violence multiplied.

In a desperate attempt of reconciliation, Louise accepted to participate in her husband’s sexual games, and in order to please him (this is what she declared later in her deposition) took an attractive Spanish boy named Paco as her lover. But the unstable Paul didn’t appreciate her efforts, and started to feel annoyed by this third party. When he ordered his wife to leave Paul, Louise left him instead.

From that moment on, their story looks like the sad and well-known stories of many drifting couples: he found her at her mother’s home, he threatened her with a gun, and begged her to go back home with him. She surrendered, but she quickly discovered she was pregnant. Who was the father? Paul, or her lover Paco? In December 1925 the child was born, and Louise decided to call him Paul – obviously to reassure her husband about his fatherhood. The three of them lived a serene life for some months, like a real family. Paul started again to look for a job and tried to drink less. But it didn’t last. Crises and violence started again, until the night of the murder the man apparently went as far as to threaten to hurt his child. Louise killed Paul shooting twice at his head, then ran to the police headquarters to give herself up.

The trial had a certain media echo, because of the sensationalist hues of the story: the accused, the wife that shot dead the “transvestite deserter”, was represented by the famous lawyer Maurice Garçon. While Louise was in prison, her child died of meningitis. Therefore the lawyer insisted on the fact that the widow was also a mourning mother, a victim of conjugal violence that had to kill her husband to protect their infirm child – on the other hand he tried to play down the woman’s complicity in her husband’s desertion, transvestism, and shocking behaviours. In 1929, Louise Landy was declared innocent, which rarely happened in the case of trials for murder of the spouse. From that moment on Louise disappeared from any news section, and there was no more news about her except that she got married again, and then died in 1981.

The story of Paul Grappe, with all that it suggests about those troubled times, the traumas of the soldiers, the inner conflicts implied by gender, was discovered by Fabrice Virgili who told it in his book La garçonne et l’assassin : Histoire de Louise et de Paul, déserteur travesti dans le Paris des années folles (the title is ironical, and the garçonne is obviously Paul, whereas Louise is the murderer), and also inspired the comic strip by Chloé Cruchaudet entitled Mauvais genre.

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Vagina dentata

The Latin expression vagina dentata defines one of the most ancient archetypes of mankind: mythical representations of female genitalia equipped with ferocious dentition can be found in very different cultures and traditions.

In what can be read as an early warning against the dangers of the vagina, Hesiod recounts how, even before being born, Chronos castrated his understably surprised father Uranus from inside his mother Gaia’s vulva. In many other mythological tales, the hero on his quest has to pass through the gigantic vagina, armed with teeth, of a goddess: this happens in the Maori foundation myths, as well as in those of the Chaco tribes of Paraguay, or the Guyanese people. From North America populations to South East Asia, this monstrous menace was a primal fear. In Europe, particularly in Ireland and Grat Britain, cathedrals and castle fortifications sported the Sheela na Gig, gargoyles showing oversized, unsettling vulvas.

As you can guess, this myth is linked to an exquisitely masculine unconscious terror, so much so that Sigmund Freud interpreted it as a symbol of castration anxiety, that fear every male adolescent feels when first confronted with the female reproductive organ. Others see it as an allegory of the frustration of masculine vigor, which in a sexual intercourse enters “triumphantly” and always leaves “diminished”. In this sense, it is clear how the vagina dentata might be related to the ancient theme of the puella venenata (the “poisonous girl”), to other myths such as the succubus (which was perhaps meant to explain nocturnal emissions), and female spermophagus figures, who feed on men’s vital force, as for example the Mesopotamian demon Lilith.

The history of the vagina dentata, which was sometimes told to children, could have also served as a deterrent against molesters or occasional sex. Even in recent times, during the Vietnam War, a legend circulated among American troops regarding Viet Cong prostitutes who allegedly inserted razor blades or broken glass in their intimate parts, with the intent of mutilating those unwary soldiers who engaged in sex.

What few people know is that, in a purely theoretical way, a toothed vagina could be biologically possible. Dermoid cysts are masses of specialized cells; if these cells end up in the wrong part of the body, they can grow hair, bones or teeth. Inguinal dermoid cysts, however, do not localize in the vaginal area, but usually near ovaries. And even in the implausible scenario of a complete dentition being produced, the teeth would be incapsulated inside the cyst’s own tissue anyway.

Therefore, despite stories on the internet about mysterious “medical cases” of internal cysts growing teeth that pierce the uterus walls, in reality the vagina dentata remains just a fascinating myth.

As expected, this uncanny idea has been exploited in the movies: the most recent case is the comedy horror film Teeth (2007, directed by M. Lichtenstein), the story of a young girl who finds out her private parts behave rather aggressively during intercourse. Less ambitious, and more aware of the humorous potential of its subject matter, is the Japanese B-movie Sexual Parasite: Killer Pussy (2004, by T. Nakano).

In Tokyo Gore Police (2008, by Y. Nishimura) a mutant girl grows a crocodile mandible in place of her thighs:

Many great authors have written about vagina dentata, including the great Tommaso Landolfi, Stephen King, Dan Simmons, Neil Gaiman, Mario Vargas Llosa and others.