Ischia’s creative graves

Art, construction and redemption

Post and pictures by our guestblogger Mario Trani

The island of Ischia, pearl of the Neapolitan Gulf, holds a secret.
It’s a sort of exaltation, a deviant behavior caused by the very limited living space or maybe by an instinctive desire of marking the territory: it’s the plague of frauca — the unauthorized construction, in infringement of all local building regulations.

The Ischian resident, in order to be (or to think of himself as) respected, has to build, construct, erect.
It might be just a screed, a dry stone wall, a second floor or a small living quarter for his son who’s about to get married. All rigorously unauthorized, these supplements to the house are built in disregard of those strict and suffocating rules he feels are killing his creativity; and which often force him to demolish what he so patiently constructed.

No family is without an expert in this field, and often more than one member is mastro fraucatore or mezza cucchiara (nicknames for a master builder).
But the free zone, the real no man’s land where all the islanders’ construction dreams come true is the graveyard.

To walk through the avenues of the Ischia Municipal Cemetery means to discover surprising tombs the relatives of the deceased decorated with materials found around the island: lava stones from the volcanic Mount Epomeo, polished rocks from the many beaches, sea shells and scallops; stones from the Olmitello creek or pizzi bianchi of carsic origin.

conchiglie della mandra

tronco d'albero tagliato nella sua sede originale come verticale della croce

pietre levigate del bagnasciuga

pietre bianche dei pizzi bianchi

conchiglie e pietre levigate del bagnasciuga

pietra lavica del monte epomeo2

pietre levigate del torrente olmitello

Other tombs incorporate remainings and leftovers from unauthorized constructions, such as unused bricks or decorated floor tiles.

materiali vari-- (1)

materiali vari-

spezzoni di piastrelle

porfido da giardino

materiali vari

piastrelle3

mosaici da piastrelle

mattoni

No grave is similar to another, in this array of different materials and colors. But there is a specific niche of funeral art, reserved to those who worked as fishermen.
To honor the deceased who, during their lifetime, bravely defied the sea for the catch of the day, granting the survival and well-being of their family, a peculiar grave is built in the shape of a gozzo, the typical Ischian fishing boat.

gozzi1

Gozzi3

Gozzi2

Gozzi4

Gozzi5

This is a touching way of saying a last goodbye, and looking at these hand-crafted graves one cannot help but appreciate the genuine creativity of these artisans. But the tombs seem to be the ultimate, ironic redemption of the heirs of Typhon: a payback for that building urge, that longing for cement and concrete which was constantly repressed during their lifetime.

modernismo (1)

La morte in musica – V

london-zoo-1967-close-up-master

La canzone proposta in questa puntata della nostra rubrica non è incentrata direttamente sulla morte, quanto piuttosto su una personale visione del passare del tempo. Si tratta della splendida Who Knows Where The Time Goes? di Sandy Denny.

La cantante ed autrice inglese la incise una prima volta con gli Strawbs nel 1967; preferiamo questa versione, più intimista e dall’arrangiamento minimale, rispetto a quella più conosciuta che verrà registrata due anni più tardi con i Fairport Convention per il loro classico album Unhalfbricking. Questo gruppo, com’è risaputo, diede l’avvio alla corrente folk rock inglese, realizzando (in contemporanea con i meno noti Pentangle) un’originale fusione di musica tradizionale e sonorità rock. L’inconfondibile voce di Sandy Denny, dolce ma a tratti ombrosa ed evocativa, giocò un ruolo fondamentale nel successo della band; e non è un caso che sia stata anche l’unica interprete femminile a collaborare con i Led Zeppelin, nella celebre The Battle od Evermore. Scomparsa prematuramente nel 1978 a causa di un banale incidente domestico, la fama postuma di Sandy crescerà negli anni, tanto che oggi le è riconosciuto un posto di rilievo nella storia della musica inglese.

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Who knows where the time goes

La meditazione sull’inevitabile scorrere del tempo trova avvio dalla contemplazione di una spiaggia deserta e degli stormi di uccelli che stanno prendendo il largo, iniziando l’annuale migrazione. Sostenuta dalla delicata progressione di accordi della chitarra, l’autrice si stupisce dell’enigmatica ed innata conoscenza che gli animali sembrano possedere delle stagioni; eppure tutto, nel quadro dipinto dalle parole della canzone, è immerso nello stesso senso di meraviglia e di sospeso incanto. Perfino la costa solitaria pare a suo modo vivere e respirare, tanto che l’autrice si rivolge direttamente ad essa, per confortarla; e su tutto domina il tempo, che scandisce i mutamenti della natura in modo inconoscibile.

Eppure il tempo, questa strana entità invisibile, non è foriero di angosce, come in altri casi, bensì di una peculiare pace interiore. In questo senso, il testo ricorda da vicino questa poesia di Jacques Prévert:

Quel jour sommes-nous?
Nous sommes tous les jours
Mon amie
Nous sommes toute la vie
Mon amour
Nous nous aimons et nous vivons
Nous vivons et nous nous aimons
Et nous ne savons pas ce que c’est que la vie
Et nous ne savons pas ce que c’est que le jour
Et nous ne savons pas ce que c’est que l’amour.

Che giorno siamo?
Siamo tutti i giorni
Amica mia
Siamo tutta la vita
Amore mio
Noi ci amiamo e viviamo
Viviamo e ci amiamo
E non sappiamo cosa sia la vita
E non sappiamo cosa sia il giorno
E non sappiamo cosa sia l’amore.

Anche per Sandy Denny siamo circondati da misteri più grandi di noi che ci governano, ma sono misteri colmi di bellezza e, suggerisce il testo, di amore: perché ostinarsi a volerli controllare?

Il segreto è sotto gli occhi di tutti, sembra dire l’autrice. È nella resa e nell’abbandono all’incessante fluire delle cose. Si tratta di accordarsi in modo semplice e istintivo al ritmo universale, che dissolve ogni dubbio, qualsiasi timore e tutte le nostre sterili domande sul futuro e sull’inevitabile fine: la morte è simile alla partenza degli stormi di uccelli, un movimento naturale che avviene quando deve avvenire (until it’s time to go); non vi è più angoscia, soltanto un commosso e sognante abbandono.

La morte in musica – IV

Nell’agosto del 1967 tutti in America parlavano di Ode to Billie Joe. Il singolo di debutto dell’allora sconosciuta Bobbie Gentry aveva scalzato All You Need Is Love dei Beatles dalle classifiche, vendendo 750.000 copie in pochissimo tempo. Era un successo totalmente inaspettato, tanto che i produttori della Capitol Records l’avevano originariamente relegato a B-side, convinti che nessuno l’avrebbe mai sentito. Eppure la canzone sarebbe divenuta una delle più celebri di sempre, ispirando addirittura un film, e il mistero contenuto fra le righe del testo avrebbe affascinato gli ascoltatori fino ad oggi.

Ode to Billie Joe

Ode to Billie Joe comincia come una vivida rappresentazione della vita quotidiana nell’assolato e povero entroterra della regione del Delta del Mississippi degli anni ’30 o ’40: la narratrice, evidentemente una teenager, lavora già nei campi assieme al padre e al fratello, nella calura di un’altra “assonnata e polverosa giornata nel Delta”. Ma è durante il pranzo che il vero tema della canzone emerge: il suicidio di Billie Joe, un ragazzo ben conosciuto alla famiglia della ragazza.

E qui di colpo la finezza della scrittura diviene prodigiosa. Con pochi, semplici tocchi, il testo ci racconta la banalità della morte nelle reazioni dei familiari: il cinismo del padre, che liquida il ragazzo suicida come una testa vuota (e quel “passa i biscotti” appena dopo il tranciante giudizio, a indicare il totale disinteresse per la notizia), il fratello che ricorda un vecchio scherzo senza apparente importanza, e la madre che, più empatica ma ugualmente superficiale nel suo chiacchiericcio, conduce la conversazione come una comare di paese.
La narratrice, invece, rimane chiusa nel suo mutismo, senza più appetito, e non possiamo sapere cosa pensi davvero: le sue emozioni non vengono descritte se non di riflesso, attraverso piccoli indizi sottilmente sparsi qua e là. È evidente che per lei Billie Joe significava più di quanto abbiano compreso i suoi disattenti familiari. L’hanno vista parlare con il suicida dopo la messa, e gettare “qualcosa” giù dal ponte dove egli si è tolto la vita. E qui arriviamo al vero mistero della canzone: cosa stavano buttando nella corrente del Tallahatchie lei e Billie Joe?

Le congetture sono molte: c’è chi è convinto che i due amanti stessero semplicemente gettando dei fiori (come riecheggiato nel finale della canzone), oppure un anello di fidanzamento, il che motiverebbe il suicidio del giovane, depresso per la rottura dell’idillio. Una cosa risulta evidente, dal silenzio della protagonista durante il pranzo – il loro era certamente un amore clandestino, soprattutto considerando l’opinione che il padre aveva del ragazzo; secondo alcuni, la pericolosità della relazione potrebbe indicare che Billie Joe era bianco, mentre la narratrice sarebbe di colore. Ecco allora che un’altra ipotesi, ancora più terribile, si fa strada: ciò di cui i due ragazzi si stavano disfando sul ponte era forse il loro bambino, prematuro o abortito, frutto di una gravidanza indesiderata e inconfessabile. Billie Joe, in preda ai sensi di colpa, non avrebbe resistito al rimorso e si sarebbe gettato in acqua nello stesso punto.

Questo enigma ha spesso oscurato, nelle discussioni, gli altri evidenti meriti del brano, primo fra tutti l’inquietante descrizione di una mentalità ottusa. La stessa autrice Bobbie Gentry ha fatto notare, spazientita, che “la canzone è una specie di studio sulla crudeltà inconscia. Ma tutti sembrano più interessati a cosa è stato gettato dal ponte, piuttosto che all’insensibilità della gente che viene raccontata nella canzone. Cos’hanno buttato dal ponte non è veramente importante. […] Chiunque ascolti la canzone può pensare cosa vuole al riguardo, ma il vero messaggio della canzone, se dev’esserci, è incentrato sulla maniera noncurante con cui la famiglia parla del suicidio. Se ne stanno seduti a mangiare i loro piselli e la torta di mele e parlano, senza nemmeno accorgersi che la fidanzata di Billie Joe è seduta lì con loro, ed è un membro della famiglia“.

Tutto, in Ode to Billie Joe, è cupo, opprimente, senza scampo. L’atmosfera ipnotica e paludosa della musica sembra rimandare alle lente, fangose acque del fiume, unica via di fuga possibile dalla pesante realtà per Billie Joe. Lo splendido finale ci racconta la dissoluzione della famiglia: il fratello si trasferisce, il padre muore (ma l’evento ci viene raccontato soltanto dopo le notizie sul fratello – una riprova del poco affetto provato per il genitore dalla narratrice?), la madre perde ogni vitalità e la giovane protagonista finisce per rimanere bloccata nel proprio personale purgatorio, in un rituale funebre ripetuto ossessivamente. Come i fiori inghiottiti dall’acqua marrone, anche la speranza affonda inesorabilmente.

Questa pagina (in inglese) riassume bene tutte le varie proposte di lettura avanzate, nel tempo, sulla canzone e i suoi “non detti”.

La morte in musica – II

Nella prima puntata di questa rubrica abbiamo ascoltato le parole di un colto e raffinato poeta, Leonard Cohen. L’approccio al tema della morte del Reverendo Gary Davis è diametralmente opposto: preparatevi ad ascoltare uno dei blues più cupi, viscerali ed emozionanti che siano mai stati scritti.

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Death Dont Have No Mercy

Davis è l’unico di otto fratelli ad essere sopravvissuto fino all’età adulta, ma nemmeno lui passò indenne il periodo dell’infanzia: divenne cieco quando era ancora un bambino. Se i blues parlano della sofferenza, ecco un uomo che di certo la conosceva bene.

Il suo caratteristico modo sincopato di suonare con sole due dita (il pollice tiene la linea di basso, l’indice pizzica le corde più alte), mutuato dal ragtime e da vecchie tecniche di banjo, è all’origine del cosiddetto Piedmont blues, una vera e propria corrente formatasi negli anni ’20-’30; il suo timbro potente, vibrante, sembra più che in altri bluesman incarnare la vera voce di un popolo, tenuto in catene per secoli. Per questi motivi Davis è stato amato dichiaratamente da moltissimi musicisti successivi – Bob Dylan, Grateful Dead, Hot Tuna, soltanto per citarne alcuni.

Nel folk americano delle radici (non soltanto quello dei neri), il tema della morte è onnipresente: poche altre tradizioni musicali possono vantare un così ossessivo e costante richiamo al morire, in molteplici varianti e con diversi effetti. Ci sono morti che preludono alle delizie del paradiso con tanto di apparizioni angeliche e squilli di tromba, come in innumerevoli gospel e spiritual; morti che invece porteranno dritti all’inferno; ci sono le murder ballad, che raccontano storie di omicidi, e canzoni tradizionali che si concentrano invece sulle ultime ore dei condannati all’impiccagione. Una musica talmente intrisa di questo sentimento di transitorietà è espressione delle difficili condizioni di vita dell’epoca, della povertà diffusa in America fino agli anni ’40, e di una cultura popolare che alcuni hanno voluto riassumere nell’espressione the pistol & the Bible, la pistola e la Bibbia.

La morte, in tutte queste canzoni, è quasi immancabilmente vista attraverso le lenti della fede cristiana, è un “tornare a casa a vivere assieme a Dio”, a meno che la coscienza di aver commesso un peccato non arrivi a venarla di rassegnazione per l’inevitabile punizione divina. Ma Death Don’t Have No Mercy di Gary Davis non dà spazio né a paradisi né a inferni, è tutta incentrata su cosa accade “in questa terra”. E qui, in questo mondo, la morte non guarda in faccia a nessuno. Entra prepotente in tutte le case, in tutte le famiglie, ricche o povere, sempre di fretta, non lascia nemmeno il tempo di salutare un’ultima volta i propri cari. In questo brano la morte personificata, come nelle raffigurazioni antiche, è un vero e proprio personaggio che ha la funzione metaforica di incarnare un nemico che non dà tregua, invisibile, inarrestabile, che colpisce tutti e ovunque senza che vi possa essere alcuna difesa.

La scelta di concludere ogni verso con l’espressione “in questa terra” è terribilmente definitiva e desolata: qui è dove siamo condannati a vivere, qui è così che vanno le cose, è stato deciso che le persone a cui teniamo dovranno morire.

Prima di ogni battuta di assolo, Gary Davis invita la sua chitarra a parlare. La tradizione blues, infatti, ha assorbito i “botta e risposta” tipici delle work song, e in alcuni casi fra il bluesman e il suo strumento si sviluppa una sorta di dialogo responsoriale. Eppure durante l’assolo finale ecco che le esortazioni di Davis hanno una deviazione inattesa – d’un tratto, si rivolge direttamente alla morte stessa. Talk to me, Death: parlami, o Morte. Spiegati. Qual è il tuo movente? Qual è il tuo significato?

Se la morte abbia effettivamente risposto per mezzo della chitarra, guidando le dita del Reverendo in quell’assolo, rivelando la sua essenza attraverso il dolore delle note e delle corde, è difficile dirlo.

Gary Davis morì nel 1972 a 76 anni, età ragguardevole che molti altri bluesman suoi contemporanei non raggiunsero mai. Nel suo caso, la morte aveva mostrato un po’ di pietà.

Mr. Tambourine Man

Ah, ma ero così vecchio allora,

Adesso sono molto più giovane.

(Bob Dylan)

Oggi Bob Dylan conclude il suo settantesimo viaggio attorno al sole. Un poeta d’altri tempi, un cantastorie, un artista fra i più sinceri e meno inclini ai compromessi, pronto a deludere i fan pur di mantenere la sua integrità. Un uomo che, con una trilogia di album dal ’64 al ’66 ha cambiato il volto della cultura mondiale, e che ha firmato almeno un disco fondamentale ad ogni decennio successivo. La sua influenza sulla musica rock è incalcolabile. Sì, direte, ma cosa c’entra con lo “strano, macabro, meraviglioso”?

Bizzarro Bazar è stato definito da alcuni lettori un “compagno notturno”, un piccolo blog per le ore piccole, da sfogliare quando insonni cerchiamo quello stupore che soltanto la notte può regalarci. Ecco, il nostro personale ringraziamento al vecchio zio Bob è per quel suo commovente inno all’incanto e alla sospensione notturna, quel vero e proprio scrigno di meraviglie nottambule che è Mr. Tambourine Man. Se anche avesse scritto soltanto quella canzone, gliene saremmo eternamente debitori.

MR. TAMBOURINE MAN

Hey! Mr. Tambourine, suona una canzone per me
Non ho sonno e non c’è nessun posto dove andare
Hey! Mr. Tambourine, suona una canzone per me
Nel mattino tintinnante io ti seguirò

Sebbene io sappia che l’impero della sera è ritornato sabbia
Svanito dalle mie mani
Lasciandomi qui cieco ma ancora insonne
La mia stanchezza mi meraviglia, sono fisso sui miei piedi
Non ho nessuno da incontrare
E l’antica strada vuota è troppo morta per sognare

Portami in viaggio sulla tua magica nave turbinante
I miei sensi sono spogli, le mie mani non sentono la presa
Le dita dei miei piedi troppo intorpidite per camminare
Aspettano solo che i tacchi dei miei stivali comincino a vagabondare
Sono pronto per andare ovunque, sono pronto a svanire
Nella mia parata personale
Lancia il tuo incantesimo danzante su di me
Prometto che lo accetterò

Se anche puoi sentire delle risate piroettare, dondolare follemente verso il sole
Non sono indirizzate a nessuno, stanno solo scappando di corsa
E tranne che per il cielo, non troveranno barriere
E se senti vaghe tracce di mulinelli di rime saltellanti
Al tempo del tuo tamburino, non è altro che un lacero pagliaccio
Non gli presterei alcuna attenzione, vedi bene che è solo
un’ombra quella che sta inseguendo

E infine fammi scomparire tra gli anelli di fumo della mia mente
giù nelle brumose rovine del tempo, lontano dalle foglie gelate
Dai paurosi alberi infestati dai fantasmi, fino alla spiaggia ventosa,
Lontano dalla presa perversa del folle dolore
Sì, a danzare sotto il cielo diamante con una mano che fluttua libera
Stagliato contro il mare, circondato dalle sabbie del circo,
Con tutti i ricordi ed il destino persi al fondo delle onde
Lascia che io dimentichi l’oggi fino a domani

Hey! Mr. Tambourine, suona una canzone per me
Non ho sonno e non c’è nessun posto dove andare
Hey! Mr. Tambourine, suona una canzone per me
Nel mattino tintinnante io ti seguirò

Il blues del cucchiaio

Hannes Coetzee è un chitarrista sudafricano che ha inventato una tecnica particolare per suonare: utilizza un cucchiaio, che tiene in bocca, per eseguire gli slide sulla chitarra. In questo modo è capace di tenere una base ritmica con le mani, e contemporaneamente sviluppare la linea melodica con il cucchiaio.

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