R.I.P. Herschell G. Lewis

Yesterday, at the age of 87, Herschell Gordon Lewis passed away.
This man remains an adorable, unique paradox. Clumsy director yet a crafty old devil, completely foreign to the elegance of images, who only ever made movies to scrape out a living. A man who unwillingly changed the history of cinema.

His intuition — even slightly accidental, according to the legend — was to understand B-movies had the task of filling, unveiling mainstream cinema’s ellipses: the key was to try and put inside the frame everything that, for moral or conventional reasons, was usually left off-screen.
A first example were nudies, those little flicks featuring ridiculous plots (if any), only meant to show some buttocks and breasts; a kind of rudimental sexploitation, not even aiming to be erotic. H. G. Lewis was the first to realize there was a second taboo besides nudity that was never being shown in “serious” movies, and on which he could try to cash in: violence, or better, its effects. The obscene view of blood, torn flesh, exposed guts.

In 1960 Hitchcock, in order to get Psycho through censorship, had to promise he would change the editing of the shower scene, because someone in the examination board thought he had seen a frame where the knife blade penetrated Janet Leigh’s skin. It doesn’t matter that Hitch never really re-edited the sequence, but presented it again a month later with no actual modification (and this time nobody saw anything outrageous): the story is nonetheless emblematic of Hays Code‘s impositions at the time.
Three years later, Lewis’ Blood Feast came out. An awfully bad movie, poorly directed and even more awkwardly acted. But its opening sequence was a bomb by itself: on the scene, a woman was stabbed in the eye, then the killer proceeded to dismember her in full details… all this, in a bathtub.
In your face, Sir Alfred.

Of course today even Lewis’ most hardcore scenes, heirs to the butcheries of Grand Guignol, seem laughable on the account of their naivety. It’s even hard to imagine splatter films were once a true genre, before they became a language.

Explicit violence is today no more than an additional color in the director’s palette, an available option to knowingly choose among others: we find it anywhere, from crime stories to sci-fi, even in comedies. As blood has entered the cinematic lexicon, it is now a well-thought-out element, pondered and carefully weighed, sometimes aestheticised to the extremes of mannerism (I’m looking at you, Quentin).

But in order to get to this freedom, the gore genre had to be relegated for a long time to second and third-rank movies. To those bad, dirty, ugly films which couldn’t show less concern for the sociology of violence, or its symbolic meanings. Which, for that very same reason, were damn exciting in their own right.

Blood Feast is like a Walt Whitman poem“, Lewis loved to repeat. “It’s no good, but it was the first of its type“.
Today, with the death of its godfather, we may declare the splatter genre finally filed and historicized.

But still, any time we are shocked by some brutal killing in the latest Game of Thrones episode, we should spare a thankful thought to this man, and that bucket of cheap offal he purchased just to make a bloody film.

Safety videos

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Nel 2001, i due registi tedeschi Stefan Prehn e Jörg Wagner firmano il cortometraggio Staplerfahrer Klaus.

Si tratta di una gustosissima e scorretta parodia dei video per la prevenzione degli incidenti sul lavoro, quelli per intenderci che dovrebbero ammonire gli operai dei rischi che corrono quando non rispettano le norme di sicurezza. Ovviamente quello che comincia come un classico filmato aziendale si trasforma ben presto in una sarabanda splatter, scatenata e cartoonesca.

Le disavventure di Klaus sul suo muletto sono divertenti, non c’è dubbio. Eppure se pensate che il corto sia un po’ troppo sopra le righe, aspettate di vedere i prossimi due video: perché qui l’effetto è pressoché simile, ma l’umorismo totalmente involontario.

Entra in scena la ERI Safety Videos, una società di produzione video che ha sede a Lexington, in South Carolina. Specializzata da 25 anni negli spot sulla sicurezza, all’epoca di internet è diventata a suo modo famosa per la qualità grandguignolesca e trash dei suoi filmati: una sequela di incidenti mortali, mutilazioni e catastrofi. Se Prehn e Wagner nel loro corto giocavano sull’idea di mostrare in dettaglio le conseguenze raccapriccianti degli incidenti (cosa che normalmente i safety video suggeriscono soltanto), i video della ERI fanno un passo oltre. Sembrano già, cioè, delle parodie: vorrebbero spaventare e scioccare lo spettatore, ma il massacro è talmente insistito e compiaciuto che l’unica reazione naturale è la risata.

Attenzione, perché le cose peggiorano ulteriormente in quest’ultimo filmato, sempre ad opera di ERI Safety Videos. Qui la consueta carneficina è sottolineata da una canzone, Think About This, appositamente composta e arrangiata per l’occasione. Dire che il brano in questione aggiunge un ulteriore livello di orrore è un eufemismo. E, meraviglia delle meraviglie, potete canticchiarla anche voi in stile karaoke, grazie al testo in sovrimpressione. Si sfiora il capolavoro.

Dopo aver visto questi video, emerge luminosa una sacrosanta morale: non bisogna mai, MAI andare a lavorare, gente.

Senza pelle

He Took His Skin Off For Me (2014) è il saggio di diploma firmato dal giovane Ben Aston alla prestigiosa London Film School, realizzato anche tramite una campagna Kickstarter che ha coperto l’intero budget relativo agli effetti speciali (più di 9.000 sterline).

Il cortometraggio è una favola surreale e macabra incentrata su un rapporto sentimentale fondamentalmente in disequilibrio: il racconto del sacrificio, accettato per amore dal protagonista, procede con toni delicati nel mostrare come le piccole difficoltà domestiche divengano sempre più problematiche con il passare del tempo. Come il sangue imbratta via via ogni superficie della casa pulita, così ogni minima azione (eseguita o mancata) lascia tracce nei sentimenti dei personaggi, nella loro intimità, nella loro vita emotiva.

Il concept, semplice e diretto, si arricchisce quindi di molti livelli di lettura: vi si può scorgere una parabola sui rischi di mettersi completamente a nudo di fronte a una persona, quando quest’ultima non fa lo stesso con noi; una storia sui compromessi necessari per restare vicini; perfino la versione horror di una relazione morbosa e votata fin dall’inizio al fallimento. Come ha dichiarato il regista, “quando le persone mi dicono cosa pensano che significhi, spesso rivelano anche una parte di loro stessi. Il potere dell’allegoria è il suo essere sfaccettata. Ogni spettatore ha il suo punto di vista; simpatie e significati mostrano di andare quasi in ogni direzione“.

Ecco il sito ufficiale del cortometraggio, in cui potete trovare anche backstage e altri materiali.

Joan Cornellà

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Joan Cornellà, al secolo Renato Valdivieso, è un giovane disegnatore spagnolo nato a Barcellona nel 1981. Si tratta forse del fumettista più seguito sul web, dove ogni sua nuova tavola diventa immediatamente virale, e la cui pagina Facebook conta quasi un milione e mezzo di iscritti.
Il segreto del suo successo internazionale è dovuto senza dubbio alla vivacità dei colori delle sue strisce, all’assenza di dialoghi che rendono possibile una fruizione senza barriere linguistiche, e al tratto semplice e preciso, da illustrazione per l’infanzia. Ma i fumetti di Cornellà sono tutto fuorché disegni per bambini.

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Sei vignette compongono quasi ogni tavola dell’artista spagnolo: la mini-storia ci trasporta in un mondo fatto di onnipresenti sorrisi di plastica, all’apparenza spensierato e idilliaco ma che nasconde invece una terribile crudeltà. Nel personale Grand Guignol di Cornellà la violenza è pronta a scoppiare all’improvviso, senza causare alcuna sorpresa nei personaggi, quasi fosse sistemica e connaturata al mondo stesso; allo stesso modo sembrano essere accettate senza battere ciglio deformità, perversioni, e strane irruzioni dell’assurdo in contesti quotidiani.

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I corpi sono plastici e deformabili, sezionabili e ricomponibili all’infinito, nella più pura tradizione splatter: eppure il perturbante arriva al lettore anche attraverso altre strade, come ad esempio un repentino avvicinarsi in primo piano ai personaggi dallo sguardo vuoto, quasi a cercare una minima espressione umana, una reazione all’orrore che però non arriverà mai.

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Da buon moderno surrealista, Cornellà insiste sui tabù borghesi (le reazioni fisiologiche, il sangue, il sesso, la merda, e via dicendo) ma li contamina con un linguaggio che si fa satira della cultura consumistica e del buonismo imperante. Le reazioni dei suoi personaggi sono di volta in volta incomprensibili, o sfasate rispetto al contesto, perché anche nella più drammatica delle situazioni essi sembrano comportarsi come all’interno di una pubblicità per dentifricio o di uno show televisivo: il loro posticcio sorriso rimane imperturbabile, anche quando la realtà è divenuta un incubo. L’imperativo è credere ai colori disneyani, al “migliore dei mondi possibili”, obbligati a una perpetua e idiota felicità.

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Fra omicidi, pedofilia serpeggiante, catastrofi e orrori assortiti, tutti affrontati con un taglio sardonico e con una buona dose di humor nero, lo sguardo del lettore è tenuto in scacco da continui e repentini cambi di prospettiva; la sorpresa finale spesso strappa una risata, ma la sensazione di spaesamento è talmente forte da interrogarci su quello che abbiamo visto. Spesso si torna indietro, e si rileggono le sei vignette dal principio, quasi si trattasse di un enigma da risolvere: e invece, insiste Cornellà, non c’è nulla da capire o interpretare. È così che vanno le cose, almeno nel suo mondo.

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Ecco il sito ufficiale di Joan Cornellà, il suo blog e la sua pagina Facebook.

Death 2.0

Considerations about death in the age of social media

Chart

Take a look at the above Top Chart.
Blackbird is a Beatles song originally published in the 1968 White Album.
Although Paul McCartney wrote it 46 years ago, last week the song topped the iTunes charts in the Rock genre. Why?
The answer is below:

Italian articles about “daddy Blackbird”.

Chris Picco lives in California: he lost his wife Ashley, who died prematurely giving birth to litle Lennon. On November 12 a video appeared on YouTube showing Chris singing Blackbird before the incubator where his son was struggling for life; the child died just four days after birth.
The video went immediately viral, soon reaching 15 million views, bouncing from social neworks to newspapers and viceversa, with great pariticipation and a flood of sad emoticons and moving comments. This is just the last episode in a new, yet already well-established tendency of public exhibitions of suffering and mourning.

Brittany Maynard (1984-2014), terminally ill, activist for assisted suicide rights.

A recent article by Kelly Conaboy, adressing the phenomenon of tragic videos and stories going viral, uses the expression grief porn: these videos may well be a heart-felt, sincere display to begin with, but they soon become pure entertainment, giving the spectator an immediate and quick adrenaline rush; once the “emotional masturbation” is over, once our little tear has been shed, once we’ve commented and shared, we feel better. We close the browser, and go on with our lives.
If the tabloid genre of grief porn, Conaboy stresses out, is as old as sexual scandals, until now it was only limited to particularly tragic, violent, extraordinary death accounts; the internet, on the other hand, makes it possible to expose common people’s private lives. These videos could be part of a widespread exhibitionism/vouyeurism dynamics, in which the will to show off one’s pain is matched by the users’ desire to watch it — and to press the “Like” button in order to prove their sensitivity.

During the Twentieth Century we witnessed a collective removal of death. So much has been written about this removal process, there is no need to dwell on it. The real question is: is something changing? What do these new phenomenons tell us about our own relationship with death? How is it evolving?

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If death as a real, first-hand experience still remains a sorrowful mystery, a forbidden territory encompassing both the reality of the dead body (the true “scandal”) and the elaboration of grief (not so strictly coded as it once was), on the other hand we are witnessing an unprecedented pervasiveness of the representation of death.
Beyond the issues of commercialization and banalization, we have to face an ever more unhibited presence of death images in today’s society: from skulls decorating bags, pins, Tshirts as well as showing up in modern art Museums, to death becoming a communication/marketing/propaganda tool (terrorist beheadings, drug cartels execution videos, immense websites archiving raw footage of accidents, homicides and suicides). All of this is not death, it must be stressed, it’s just its image, its simulacrum — which doesn’t even require a narrative.
Referring to it as “death pornography” does make sense, given that these representations rely on what is in fact the most exciting element of classic pornography: it is what Baudrillard called hyper-reality, an image so realistic that it surpasses, or takes over, reality. (In porn videos, think of viewpoints which would be “impossibile” during the actual intercourse, think of HD resolution bringing out every detail of the actors’ skin, of 3D porn, etc. — this is also what happens with death in simulacrum.)

Damien Hirst poses with his famous For the love of God.

We can now die a million times, on the tip of a cursor, with every click starting a video or loading a picture. This omnipresence of representations of death, on the other hand, might not be a sign of an obscenity-bound, degenerated society, but rather a natural reaction and metabolization of last century’s removal. The mystery of death still untouched, its obscenity is coming apart (the obscene being brought back “on scene”) until it becomes an everyday image. To continue the parallelism with pornography, director Davide Ferrario (in his investigative book Guardami. Storie dal porno) wrote that witnessing a sexual intercourse, as a guest on an adult movie set, was not in the least exciting for him; but as soon as he looked into the camera viewfinder, everything changed and the scene became more real. Even some war photographers report that explosions do not seem real until they observe them through the camera lens. It is the dominion of the image taking over concrete objects, and if in Baudrillard’s writings this historic shift was described in somewhat apocalyptic colors, today we understand that this state of things — the imaginary overcoming reality — might not be the end of our society, but rather a new beginning.

Little by little our society is heading towards a global and globalized mythology. Intelligence — at least the classic idea of a “genius”, an individual achieving extraordinary deeds on his own — is becoming an outdated myth, giving way to the super-conscience of the web-organism, able to work more and more effectively than the single individual. There will be less and less monuments to epic characters, if this tendency proves durable, less and less heroes. More and more innovations and discoveries will be ascribable to virtual communities (but is there a virtuality opposing reality any more?), and the merit of great achievements will be distributed among a net of individuals.

In much the same way, death is changing in weight and significance.
Preservation and devotion to human remains, although both well-established traditions, are already being challenged by a new and widespread recycling sensitivity, and the idea of ecological reuse basically means taking back decomposition — abhorred for centuries by Western societies, and denied through the use of caskets preventing the body from touching the dirt. The Resurrection of the flesh, the main theological motivation behind an “intact” burial, is giving way to the idea of composting, which is a noble concept in its own right. Within this new perspective, respect for the bodies is not exclusively expressed through devotion, fear towards the bones or the inviolability of the corpse; it gives importance to the body’s usefulness, whether through organ transplant, donation to science, or reduction of its pollution impact. Destroying the body is no longer considered a taboo, but rather an act of generosity towards the environment.

At the same time, this new approach to death is slowly getting rid of the old mysterious, serious and dark overtones. Macabre fashion, black tourism or the many death-related entertainment and cultural events, trying to raise awareness about these topics (for example the London Month of the Dead, or the seminal Death Salon), are ways of dealing once and for all with the removal. Even humor and kitsch, as offensive as they might seem, are necessary steps in this transformation.

Human ashes pressed into a vinyl.

Human ashes turned into a diamond.

And so the internet is daily suggesting a kind of death which is no longer censored or denied, but openly faced, up to the point of turning it into a show.
In respect to the dizzying success of images of suffering and death, the word voyeurism is often used. But can we call it voyeurism when the stranger’s gaze is desired and requested by the “victims” themselves, for instance by terminally ill people trying to raise awareness about their condition, to leave a testimony or simply to give a voice to their pain?

Jennifer Johnson, madre di due bambini e malata terminale, nell'ultimo video prima della morte.

Jennifer Johnson, mother of two children, in her last video before she died (2012).

The exhibition of difficult personal experiences is a part of our society’s new expedient to deal with death and suffering: these are no longer taboos to be hidden and elaborated in the private sphere, but feelings worth sharing with the entire world. If at the time of big extended families, in the first decades of ‘900, grief was “spread” over the whole community, and in the second half of the century it fell back on the individual, who was lacking the instruments to elaborate it, now online community is offering a new way of allocation of suffering. Condoleances and affectionate messages can be received by perfect strangers, in a new paradigm of “superficial” but industrious solidarity.
Chris Picco, “daddy Blackbird”, certainly does not complain about the attention the video brought to him, because the users generosity made it possible for him to raise the $ 200.000 needed to cover medical expenses.

I could never articulate how much your support and your strength and your prayers and your emails and your Facebook messages and your text messages—I don’t know how any of you got my number, but there’s been a lot of me just, ‘Uh, okay, thank you, um.’ I didn’t bother going into the whole, ‘I don’t know who you are, but thank you.’ I just—it has meant so much to me, and so when I say ‘thank you’ I know exactly what you mean.

On the other end of the PC screen is the secret curiosity of those who watch images of death. Those who share these videos, more or less openly enjoying them. Is it really just “emotional masturbation”? Is this some obscene and morbid curiosity?
I personally don’t think there is such a thing as a morbid — that is, pathological — curiosity. Curiosity is an evolutionary tool which enables us to elaborate strategies for the future, and therefore it is always sane and healthy. If we examine voyeurism under this light, it turns out to be a real resource. When cars slow down at the sight of an accident, it’s not always in hope of seeing blood and guts: our brain is urging us to slow down because it needs time to investigate the situation, to elaborate what has happened, to understand what went on there. That’s exactly what the brain is wired to do — inferring data which might prove useful in the future, should we find ourselves in a similar situation.road-accidents

Accordingly, the history of theater, literature and cinema is full to the brim with tragedy, violence, disasters: the interest lies in finding out how the characters will react to the difficulties they come about. We still need the Hero’s Journey, we still need to discover how he’s going to overcome the tests he finds along the way, and to see how he will solve his problems. As kids, we carefully studied our parents to learn the appropriate response to every situation, and as adults our mind keeps amassing as much detail as possible, to try and control future obstacles.

By identifying with the father playing a sweet song to his dying son, we are confronting ourselves. “What is this man feeling? What would I do in such a predicament? Would I be able to overcome terror in this same way? Would this strategy work for me?”
The construction of our online persona comes only at a later time, when the video is over. Then it becomes important to prove to our contacts and followers that we are humane and sympathetic, that we were deeply moved, and so begins the second phase, with all the expressions of grief, the (real or fake) tears, the participation. This new paradigma, this modern kind of mourning, requires little time and resources, but it could work better than we think (again, see the success of Mr. Picco’s fund-raising campaing). And this sharing of grief is only possible on the account of the initial curiosity that made us click on that video.

And what about those people who dig even deeper into the dark side of the web, with its endless supply of images of death, and watch extremly gruesome videos?
The fundamental stimulus behind watching a video of a man who gets, let’s say, eaten alive by a crocodile, is probably the very same. At a basic lavel, we are always trying to acquire useful data to respond to the unknown, and curiosity is our weapon of defense and adaptation against an uncertain future; a future in which, almost certainly, we won’t have to fight off an alligator, but we’ll certainly need to face suffering, death and the unexpected.
The most shocking videos sometimes lure us with the promise of showing what is normally forbidden or censored: how does the human body react to a fall from a ten story building? Watching the video, it’s as if we too are falling by proxy; just like, by proxy but in a more acceptable context, we can indentify with the tragic reaction of a father watching his child die.

A weightlifter is lifting a barbell. Suddenly his knee snaps and collapses. We scream, jump off the seat, feel a stab of pain. We divert our eyes, then look again, and each time we go over the scene in our mind it’s like we are feeling a little bit of the athlete’s pain (a famous neurologic study on empathy proved that, in part, this is exactly what is going on). This is not masochism, nor a strange need to be upset: anticipation of pain is considered one of the common psychological strategies to prepare for it, and watching a video is a cheap and harmless solution.

In my opinion, the curiosity of those who watch images of suffering and death should not be stigmatized as “sick”, as it is a completely natural instinct. And this very curiosity is behind the ever growing offer of such images, as it is also what allows suffering people to stage their own condition.

The real innovations of these last few years have been the legitimization of death as a public representation, and the collectivization of the experience of grief and mourning — according to the spirit of open confrontation and sharing, typical of social media. These features will probably get more and more evident on Facebook, Twitter and similar platforms: even today, many people suffering from an illness are choosing to post real-time updates on their therapy, in fact opening the curtain over a reality (disease and hospital care) which has been concealed for a long time.

There’ll be the breaking of the ancient Western Code / Your private life will suddenly explode, sang Leonard Cohen in The Future. The great poet’s views expressed in the song are pessimistic, if not apocalyptc, as you would expect from a Twentieth century exponent. Yet it looks like this voluntary (and partial) sacrifice of the private sphere is proving to be an effective way to fix the general lack of grief elaboration codes. We talk ever more frequently about death and disease, and until now it seems that the benefits of this dialogue are exceeding the possible stress from over-exposure (see this article).

What prompted me to write this post is the feeling, albeit vague and uncertain, that a transition is taking place, before our eyes, even if it’s still all too cloudy to be clearly outlined; and of course, such a transformation cannot be immune to excesses, which inevitably affect any crisis. We shall see if these unprecedented, still partly unconscious strategies prove to be an adequate solution in dealing with our ultimate fate, or if they are bound to take other, different forms.
But something is definitely changing.

R.I.P. Mike Vraney

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Il 2 gennaio, all’età di 56 anni si è spento Mike Vraney. Sicuramente il suo nome non vi dirà molto, ma questo eterno adolescente dall’entusiasmo senza freni è stato il fondatore della Something Weird, una distribuzione home video che ha cambiato a suo modo la storia del cinema. Giusto per chiarire, se non fosse per lui l’ormai celebratissima pin-up Bettie Page e il padrino del gore Herschell G. Lewis non sarebbero forse oggi così sconosciuti.

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Mike aveva una missione: scovare, distribuire e rendere noti al pubblico tutti quei film a bassissimo budget, prodotti in maniera oscura, che rischiano di venire dimenticati come spazzatura. Collezionava in modo ossessivo film assurdi, weird, talmente folli o brutti da possedere un innegabile potere di seduzione: le pellicole, insomma, in cui le ristrettezze economiche o l’incompetenza della troupe rendono comici e stranamente poetici tutti quegli errori che in un film mainstream non potremmo mai tollerare.

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I produttori di questi film spesso li tenevano chiusi nel casssetto, ritenendoli ringuardabili e invendibili. Vraney, scandagliando i loro archivi, scovava le “perle” nascoste, e comprava i negativi, di cui essi erano ben lieti di sbarazzarsi.
Poi, spiazzando tutti, ci faceva i soldi: per questo motivo era stato soprannominato affettuosamente “il quarantunesimo ladrone”.

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Il suo business funzionava proprio perché era lui stesso in prima persona un fan sfegatato di tutto ciò che di bizzarro il cinema di serie B o Z è riuscito a sfornare. Il catalogo della Something Weird propone al pubblico una gamma sorprendente di “filoni” e generi di cui pochi, anche fra i cinefili più smaliziati, avevano sentito parlare prima che Vraney li distribuisse. Vi si trovano enfatici filmati “educativi” anni ’50 sui pericoli della strada (che talvolta erano degli splatter ante litteram), e sugli esagerati e irrealistici danni della marijuana o del sesso; i nudies cuties, film di inzio anni ’60 che con il pretesto di una striminzita trama proponevano i primi, scandalosi (per l’epoca) nudi femminili; introvabili e rari loop erotici/striptease dell’era del proibizionismo, fra cui appunto quelli di Bettie Page; film pensati per i bambini, ma per un motivo o per l’altro risultati completamente distorti e angoscianti; peplum con scenografie da recita scolastica; spaghetti-western messicaneggianti ridicoli e raffazzonati; i primi film della storia a rappresentare il “terzo sesso” (l’omosessualità), con tutte le ingenuità che ci si può aspettare; e, ancora, cartoni animati svalvolati, detective privati guardoni, assassini pazzoidi più pericolosi per il loro overacting che per la crudeltà, film celebri reinterpretati da un cast interamente di colore, e tutta una galassia di seni, culi, melodrammi, pubblicità ambigue, film di guerra e di avventura senza guerre né avventure (sempre per motivi di budget).

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Le proposte editoriali della Something Weird sono talvolta uno spasso già dal titolo. Eccone alcuni:
The Secret Sex Lives Of Romeo And Juliet (Le segrete vite sessuali di Romeo E Giulietta)
Fire Monsters Vs. The Son Of Hercules (I Mostri del Fuoco contro il Figlio di Ercole)
Masked Man Against The Pirates (L’Uomo Mascherato contro i Pirati)
Superargo Vs. The Faceless Giants (Superargo contro i Giganti Senza Volto)
Diary Of A Nudist (Il Diario di una Nudista)
Adult Version of Jeckyll & Hyde (La versione adulta di Jeckyll & Hyde)
The Fabulous Bastard From Chicago (Il Favoloso Bastardo di Chicago)

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Il cinema, si sa, è un’arte che si mescola e si confonde con l’industria: con buona pace di chi sbraita che i film dovrebbero essere questo o quello, sia i blockbuster di Michael Bay che gli esperimenti di Guy Debord sono cinema. E allora, se qualcosa ci insegna la meticolosa ricerca di Vraney, è che si possono trovare delle piccole pepite anche nell’immensa “fogna” dei film di consumo, quelli che un tempo venivano girati esclusivamente a fini economici, senza alcuna aspirazione artistica… ma che offrono di sicuro almeno una sana risata se non proprio, in rari casi, qualche breve e fulminea illuminazione. E ci fanno riflettere su quanto complessa e variegata sia stata nell’ultimo secolo la produzione cinematografica, e sul patrimonio che andrebbe completamente perduto in assenza di persone come Mike.

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Zombie in a Penguin Suit

Zombie in a Penguin Suit è un cortometraggio di Chris Russell, che regala molto più di quanto già non prometta lo strepitoso titolo. Non soltanto un morto vivente in un costume da pinguino: a partire da quest’idea puramente weird, il regista decide di stupirci con un tono adulto, malinconico, disperato e commovente.

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=jtdEKIsnEkM]

Ecco il sito ufficiale del film.

Happy Tree Friends

Con 12 anni e più di 160 episodi alle spalle, gli Happy Tree Friends sono ormai uno show classico, benché tuttora controverso, che ha segnato la storia di Internet e della televisione. Nati nel 1999 dalla fantasia di Kenn Navarro e Rhode Montijo, inizialmente erano stati pensati come dei piccoli corti realizzati in Flash, esclusivamente per la rete. I due animatori lavoravano per Mondo Mini Shows, ed erano entusiasti di avere ottenuto la loro prima serie; nessuno però si sarebbe aspettato il successo clamoroso che gli “amici dell’albero felice” avrebbero ottenuto.

L’idea era semplice: creare un mondo da libro animato per bambini, coloratissimo e pieno di allegri e teneri animaletti antropomorfi, sempre entusiasti e felici. E poi massacrarli tutti nei modi più violenti, fantasiosi ed efferati. Ma tranquilli, bambini… li ritroveremo nella puntata successiva sani ed integri, pronti a farsi macellare in una nuova sanguinosa circostanza.

Questo concept, politicamente scorretto ed esilarante, sarebbe rimasto soltanto una piccola burla se Navarro non avesse avuto un’immaginazione sfrenata e particolarmente weird: a distanza di tanti anni, le soluzioni visive adottate per far fuori l’uno dopo l’altro i simpatici personaggi sono ancora sorprendenti e spesso imprevedibili. Poco dopo il loro debutto sulla rete, nel 2000, fu chiaro che in brevissimo tempo questa serie si stava trasformando in un fenomeno di culto.

Ogni episodio raggiunse in poco tempo i 15 milioni di visualizzazioni, e ben presto la Happy Tree Friends mania raggiunse il suo apice. La serie venne acquistata dalle televisioni, cominciò a guadagnarsi premi nei festival specializzati, venne infine distribuita in cofanetti DVD. Tra i 22 personaggi di Happy Tree Friends, quelli ricorrenti (chiamiamoli le “star” principali) sono ormai diffusi anche come gadget di ogni tipo nei negozi di fumetti. L’affetto dei fan non accenna a diminuire nel tempo, tanto che uno degli amministratori della Mondo Media arriva a paragonare lo show ai grandi classici: “Penso che i bambini guarderanno gli Happy Tree Friends fra 20 o 30 anni nello stesso modo in cui guardano Tom & Jerry oggi”.

Ecco, appunto, i bambini. La serie evidentemente è pensata per un pubblico adulto, ma molti bambini hanno finito per diventare degli appassionati fruitori di questo show. La controversia in America si è scatenata quando alcuni preoccupati genitori hanno scoperto che i colorati cartoni animati che i figlioletti stavano guardando terminavano invariabilmente con una carneficina. In Canada si è rischiata la censura, nonostante lo show presenti la violenza in maniera comica ed eccessiva. Ma per una serie iconoclasta come gli Happy Tree Friends, ovviamente, ogni scandalo fa buon gioco.

Eccovi alcuni classici episodi, fra i più celebri.

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Dame di porcellana

L’eclettica artista britannica Jessica Harrison ha da poco lanciato una collezione di bambole di porcellana davvero uniche. Attenzione, però: non sono le classiche damine di cui fa collezione vostra nonna. Questi delicati soprammobili dal gusto rétro e un po’ kitsch entrano grazie al lavoro della Harrison in una dimensione decisamente diversa, molto meno innocente.

Jessica Harrison ha infatti umoristicamente addobbato questi eleganti e innocui oggetti con un tocco inaspettato: gli eccessi gore e splatter del cinema horror più estremo! Ecco allora le sorridenti dame di corte esibire mutilazioni e ferite che non sembrano minare assolutamente il loro ottimismo e la loro signorilità. Anche decapitate o sbudellate, lo stile resta sempre stile: la leggiadria delle loro pose e delle allegre danze sopravvive intatta.

E dopotutto, forse… ma sì… perché non regalarne una a vostra nonna?

Il sito ufficiale di Jessica Harrison. Scoperto via BoingBoing.

Coffin Joe

Benvenuti in Brasile, terra di sole, samba, bossa nova, piume colorate e carnevali pittoreschi.

E terra di una delle icone più tenebrose, ciniche e strambe del cinema weird – benvenuti anche nello strano mondo di Coffin Joe.

Coffin Joe (americanizzazione di Zé do Caixão, “Joe della Bara”) è il personaggio creato da José Mojica Marins nel 1963 per il film seminale À Meia-Noite Levarei Sua Alma (“A mezzanotte prenderò la tua anima”). Il film è considerato il primo horror brasiliano, e Marins si era deciso a girarlo a basso budget ispirandosi a un incubo che aveva fatto, nel quale un demoniaco becchino lo trascinava verso la tomba; poco prima delle riprese l’attore protagonista diede forfait, e José fu costretto a interpretarlo di persona, oltre che a dirigere. Questa fu, nell’imprevisto, la più grande fortuna nella vita di Marins.

Zé do Caixão è un personaggio che sembra uscito dritto dritto dagli E.C. Comics, quelli di Crypt Keeper (Zio Tibia, per intenderci): è un becchino perennemente vestito di nero, porta una vistosa tuba, barbetta mefistofelica e unghie lunghissime ed arricciate a mo’ di artigli. Odiato dai campesinos, che lo temono per i suoi continui soprusi, egli spadroneggia con crudeltà e violenza nel piccolo borgo rurale in cui vive. Ma Zé ha anche un lato più “adulto” e scorretto, che lo distingue dai personaggi classici dei film horror di quegli anni: è un assassino amorale, apertamente nichilista e blasfemo, e dedito alla ricerca dell’unica cosa che abbia valore per un ateo come lui: la “continuità del sangue”, cioè la creazione di una stirpe. Per questo cerca incessantemente la donna giusta da violentare affinché gli doni un figlio.

Già da questa breve sintesi si comprende come, in un paese radicalmente cattolico come il Brasile di inizio anni ’60, una pellicola “cattiva” e aggressiva come A Meia-Noite potesse creare scalpore. In una scena Zé, contro ogni precetto religioso, mangia euforico uno stinco di maiale davanti alla processione del Venerdì Santo, sbeffeggiando i credenti per la loro stupidità. In un’altra, lega sua moglie al letto e, come punizione per non aver saputo dargli una discendenza, le fa camminare sul corpo semisvestito un’enorme tarantola che la morde, uccidendola. Zé quindi, pur di ottenere la donna di un suo amico, non esita ad annegarlo senza pietà per poi cercare di ingravidare la spaventata vedova. Il tutto condito dalle considerazioni filosofiche rabbiose, le invettive contro la codardia e l’inferiorità dei suoi simili, e la sfrenata mitomania di un super-uomo negativo e malvagio, in una specie di ingenua e fumettistica elegia del male. Nietzsche filtrato dalla sensibilità di un adolescente cresciuto a pane e Dracula, insomma.

L’anti-eroe creato da Marins fu censurato, osteggiato e creò un putiferio all’uscita nelle sale. Nelle provincie in cui era possibile vederlo nei cinema, il film fece incassi senza precedenti. Il successo enorme spinse Marins a continuare su quella strada, e a sviluppare ulteriormente il suo personaggio. Nel seguito al primo film, intitolato Esta Noite encarnarei no Teu Cadàver (“Questa notte possiederò il tuo cadavere”), del 1967, Coffin Joe ritorna più cattivo e potente che mai… e ancora ossessionato dalla ricerca della madre perfetta per la sua discendenza. Da questo momento in poi Zé do Caixão diventa una vera e propria icona del cinema brasiliano, e conquista fumetti, musica, TV, patrocinando il merchandising più vario (da una linea di profumi a una di manicure!). José Mojica Marins raramente esce dal personaggio anche durante le interviste e le apparizioni televisive o per la stampa: si presenta immancabilmente vestito di nero, con la sua tuba e le unghie  lunghissime (che si lascerà crescere fino al 1998).

Coffin Joe è fin dall’inizio immaginato come protagonista di un’imponenete esalogia dantesca, ma i soldi per il terzo titolo della saga arriveranno solo nel 2008, con il titolo Encarnação do Demônio. Nel frattempo, Marins sforna innumerevoli altri film in cui Coffin Joe appare marginalmente, solitamente confinato nel mondo degli incubi, o in limbi allucinati e surreali. Da un certo punto in poi la sua popolarità decresce, nonostante Marins continui a tenere vivo il suo personaggio tramite trasmissioni televisive, fumetti e quant’altro. In alcuni film egli gioca con il suo personaggio, mettendosi a nudo in prima persona, cominciando a prendere le distanze dal suo alter ego mefistofelico (“Zé do Caixão non esiste!”), e in alcune sequenze Marins sfida Coffin Joe in duelli all’ultimo sangue.

Nel 1985 Marins, per motivi finanziari, acconsente a dirigere un film pornografico, che ha un inaspettato successo; nonostante il suo disprezzo per la pornografia, Marins ne dirige quindi il sequel, ma decide di buttarsi nuovamente in prima persona nel film. Così, nel corso di una maratona di 48 ore di sesso, Marins si aggira attraverso la marea di corpi sudati e copulanti, impartendo ordini, dando istruzioni su che posizioni assumere, come e dove eiaculare. Scrivono Curti e La Selva nel loro imprescindibile saggio Sex and violence: percorsi nel cinema estremo (Lindau, 2003): “più che il discorso metalinguistico, colpiscono l’ammirevole coerenza e la faccia tosta, la stessa che il regista mostra oggi, a 70 anni suonati, salendo sui palchi dei festival con gli inseparabili mantello e tuba ed esibendosi nella parte di Zé do Caixão per un pubblico che dei suoi film apprezza spesso solo il fattore camp. Pare innocuo, con quell’aria un po’ da imbonitore di fiera e un po’ da pugile suonato, ma alla fine resta il sospetto che sia lui a ridere alle nostre spalle, anziché il contrario. Proprio come nei suoi migliori film”.

Nel 2001, il documentario che ripercorre la carriera del regista, intitolato Maldito – O Estranho Mundo de José Mojica Marins, vince il premio speciale della giuria al Sundance Film Festival.

Resta il fatto che, nella marea di filmacci “rivalutati” negli ultimi anni dagli amanti del trash, José Mojica Marins sia fra gli autori meno sprovveduti, soprattutto a livello figurativo. Egli resta a metà strada fra Mario Bava, il surrealismo di Buñuel o il panico di Jodorowksy, e l’exploitation “d’autore” di un Russ Meyer. I suoi film, seppur girati con budget irrisori, vantano sempre una fotografia suggestiva, e una particolare cura per le location. E seppure nelle intenzioni dell’autore fossero degli horror con un messaggio (l’attacco alla sonnolenza di un proletariato bigotto e superstizioso), la critica sociale è sempre smorzata dallo sguardo sornione, sopra le righe, del becchino dalle unghie smisurate.