Two Appointments With Enchantment

This week you can come and meet me in two particular events.

On November 9th at 6 pm I will be in Bologna, at the extraordinary wunderkammer/library Mirabilia in via de ‘Carbonesi, to talk about my two guide books on Paris and London.
The library is called Mirabilia, my book series is called Mirabilia — you can’t go wrong.

The next day (10 November) I will move to Pescara where I have been invited for the annual edition of the book festival FLA.
At 22.30 at the aptly named Bizarre Club I will hold a talk entitled Un terribile incanto: il Macabro e il Meraviglioso tra arte, scienza e sacro (“A Terrible Enchantment: The Macabre and the Wonderful between Art, Science and the Sacred”).
I will be honest: talking about Thanatos in a night club dedicated to alternative sexuality and to the cultural implications of Eros, I think it’s an appropriate and remarkable goal for my career as a specialist of the bizarre!

Bizzarro Bazar a Palermo

Sorry, this entry is only available in Italian.

Bizzarro Bazar a Parigi – III

Eccoci al nostro terzo ed ultimo appuntamento con la Parigi più insolita e curiosa.

Quando ci troviamo nel cuore di una metropoli, tutto ci aspetteremmo tranne che poter osservare… gli animali selvaggi nel proprio habitat. Eppure, nel centralissimo quartiere di Les Halles a pochi passi del Centre Pompidou, esiste un luogo davvero unico: il Museo della Caccia e della Natura.

Prima di approfondire le implicazioni filosofiche ed artistiche di questa stupefacente istituzione, lasciatevi raccontare quello che attende il visitatore che decida di varcare la soglia del Museo.
Mentre ci si avventura nella luce soffusa della prima stanza, gli arazzi alle pareti, le ricercate poltrone antiche e i raffinati mobili d’ebano intarsiati di splendide fantasie in avorio danno l’impressione di essere appena entrati in un’abitazione privata di un ricco collezionista dell’800. Eppure, a sorpresa, ecco un cinghiale proprio nel bel mezzo di questo nobile salotto – l’animale ci fissa, la sua enorme massa scura è minacciosa ed imponente. Chiaramente si tratta di un esemplare tassidermico, ma il contrasto con l’ambiente circostante è spiazzante.
Lì vicino si può notare un armadio diverso dagli altri: è il pannello dedicato proprio al cinghiale. I cassetti e le ante di questo particolare mobiletto si possono aprire liberamente: facendo scivolare un largo e basso cassetto, ecco una ricostruzione del terreno del sottobosco – in cui all’inizio si stenta a scorgere alcunché se non del fango e delle foglie secche, ma ecco, guardando meglio si possono distinguere le impronte lasciate dal passaggio degli zoccoli del cinghiale. E’ la pista che dovremmo saper riconoscere e seguire se volessimo dare la caccia a questa difficile preda. In un altro cassettino, ecco una riproduzione degli escrementi della bestia.

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Vi è anche una specie di binocolo integrato all’interno del legno dell’armadio. Accostando gli occhi, vediamo un paesaggio naturale in tre dimensioni. Sembra tutto piuttosto statico, i rami ondeggiano un poco e le acque di un lago si increspano, finché, con un po’ di pazienza, scorgiamo qualcosa che si muove in lontananza, fra le foglie… che sia proprio un cinghiale?

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Lasciata la stanza del cinghiale, si entra in quella del cervo, e lo strano senso di spaesamento si rinnova.
A parte le due bellissime plancie esplicative ai lati del mobile, marchiate a fuoco nel legno, che raccontano le abitudini e le caratteristiche dell’animale, non vi è traccia delle classiche e pedisseque targhette da museo. Alcune sottili associazioni sono liberamente lasciate alla sensibilità del visitatore, come ad esempio quando a due passi dal teschio del cervo s’incontra una statua che rappresenta un satiro: molti passeranno oltre, senza accorgersi che le corna della statua antica sono perfettamente somiglianti a quelle del cervo… ma quando nella mente dell’osservatore prende forma questa analogia, ecco che senza bisogno di tante parole quella stanza svela l’importanza fondamentale dell’animale (il cervo, in questo caso) nell’immaginario umano. E mano a mano che ci si aggira per le sale, risulta sempre più evidente che, più che un Museo della Caccia, questo luogo è un tributo al complesso e stratificato rapporto fra esseri umani ed animali, e a come esso sia mutato nel corso dei millenni.

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Nelle altre stanze si possono trovare opere d’arte e installazioni moderne proposte di fianco a carabine d’epoca, saloni che esplorano la tradizione venatoria del trofeo (rappresentazione ed esposizione della gloria del massacro, inquietante ed infantile al tempo stesso), teche piene di maschere di carnevale dalle fattezze animalesche che dimostrano come, a livello simbolico, la bestia sia radicata nel nostro inconscio – tanto da spingerci a dare vita anche ad animali e chimere di fantasia, di cui facciamo la conoscenza nello splendido gabinetto dell’unicorno.

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Ma qual è la storia dietro a questo eccentrico museo? La fondazione si deve a François Sommer e a sua moglie Jacqueline: ricco collezionista e appassionato cacciatore, Sommer fu tra i primi a sostenere attivamente la necessità di una caccia etica, rispettosa dell’equilibrio naturale. Il cinghiale e il cervo, in via di estinzione, ritornarono a popolare le foreste francesi proprio grazie a Sommer e alle sue tenute, in cui voleva che gli animali selvaggi potessero moltiplicarsi al riparo dalla venagione indiscriminata.

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Eppure, per quanto rispettoso e appassionato naturalista, egli era pur sempre un amante della caccia: da qui l’idea di un museo che mostrasse quanto questa attività avesse contribuito alla civilizzazione, e che allo stesso tempo esplorasse la nostra percezione degli animali e come si è radicalmente evoluta dalla preistoria ai giorni nostri.

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Oggi che è venuto a mancare il suo fine sostentativo, rifiutiamo la caccia come superflua e crudele (affidandoci per l’approvvigionamento di carne ad altri metodi, bisogna vedere se meno crudeli), e consideriamo gli animali come vittime: ma un tempo il cinghiale, ad esempio, era un fiero e pericolosissimo avversario, capace di sbudellare il cacciatore con le sue zanne in pochi minuti. Esisteva dunque un naturale rispetto per l’animale che si è venuto a modificare.
Nel nostro Occidente ipertecnologico ed industrializzato, la caccia sta progressivamente perdendo ogni motivo di esistere; questo non cancella però il peso fondamentale che questa attività ha rivestito nei secoli. La storia della caccia, in fondo, è la storia del faticoso tentativo dell’uomo di prevalere nella gerarchia naturale, ma anche la storia delle nostre paure più ancestrali, dei nostri sogni, dei nostri miti.

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Per approfondire e completare questa riflessione sui rapporti fra esseri umani e animali, ci rechiamo nuovamente nella banlieue, questa volta a nord-ovest di Parigi sulla rive gauche, ad Asnières-sur-Seine. Qui si trova il Cimitero dei Cani che, nonostante il nome, ospita anche molte altre specie di animali da compagnia.

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Ufficialmente aperto alla fine dell’estate del 1899, il cimitero rispecchia il trasformarsi della funzione dell’animale (da utilitario ad animale di compagnia) avvenuta nel corso del XIX° Secolo. Se in quegli ultimi decenni le condizioni di vita degli “amici a quattro zampe” erano infatti migliorate, si avvertiva l’esigenza di una sistemazione più consona anche per le spoglie degli animali deceduti, e che fino a quel momento venivano squartati, o abbandonati nell’immondizia, o gettati nella Senna.

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Nonostante alcune croniche difficoltà che continueranno, nel corso del secolo successivo, ad affliggerlo, il Cimitero dei Cani conoscerà un successo crescente, popolandosi di monumenti e sepolture sempre più prestigiose. Nel 1900 ad esempio viene eretto all’entrata del cimitero un monumento alla memoria di Barry, un San Bernardo che all’inizio del secolo precedente aveva “salvato la vita a 40 persone, restando ucciso dalla 41ma!”; a quanto pare, cioè, il coraggioso cane morì stremato da quest’ultimo sforzo. Alla sua morte, il suo corpo venne imbalsamato e conservato presso il Museo di storia naturale di Berna.
Un’altra tomba commemora un cane randagio che il 15 maggio del 1958 venne a morire proprio alle porte del cimitero: casualità straordinaria, si trattava del quarantamillesimo animale ad essere seppellito lì.

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Ma qui, tutte le tombe raccontano delle storie di affetto e di amore fra persone ed animali, legami forti che apparentemente nulla hanno da invidiare a quelli fra esseri umani. Alcune iscrizioni sono davvero toccanti: “Figlia mia / Amore della mia vita / Ti amo / Tua mamma“, recita la tomba di Caramel. Sulla lapide della scimmietta Kiki è iscritto il verso “Dormi mia cara / fosti la gioia della mia vita“. Il proprietario del barboncino Youpi, morto nel 2001, scrive: “Il tuo immenso affetto ha illuminato la mia vita, sono talmente triste senza di te e il tuo meraviglioso sguardo“. E ancora: “In memoria della mia cara Emma, dal 12 Aprile 1889 al 2 Agosto 1900 fedele compagna e sola amica della mia vita errante e desolata“.

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Iscrizioni commoventi, dicevamo: in certi casi l’incontro fra uomo e animale può rivelarsi una bellissima amicizia, tanto che ogni barriera specifica viene a cadere di fronte all’affetto creatosi fra due esseri viventi.
Eppure, bisogna ammetterlo, il Cimitero dei Cani fa anche un po’ sorridere. I mausolei sfarzosi e riccamente ornati, le grosse lapidi erette per un pesciolino rosso o per un criceto, i monumenti fatti scolpire appositamente per tartarughe, cavalli, topolini, uccelli, conigli e perfino gazzelle, fennec e lemuri ci possono sembrare in alcuni casi francamente esagerati.

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Ma si tratta sempre, a ben vedere, dello stesso antico bisogno (forse, sì, patetico, ma incrollabile e a suo modo eroico) che sta alla base di qualsiasi necropoli: la necessità, tutta umana, di dare valore alle cose e alla vita, cercando di impedire che il passaggio sulla terra di coloro che amiamo termini senza lasciare traccia alcuna. Una battaglia destinata a fallire, in ultima istanza, ma che offre conforto a chi si trova ad elaborare un lutto.

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Abbandoniamo il Cimitero dei Cani, non prima di aver visitato un’ultima, umile tomba: quella di una celebre star del cinema…

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Terminiamo quindi il nostro viaggio con una visita a quello che è probabilmente il luogo più magico dell’intera capitale: il Musée des Arts Forains.
Si tratta di un’enorme collezione/installazione dedicata alle  fêtes foraines, cioè quelle giostre itineranti che da noi presero il nome di luna park (dal primo parco di attrazioni della storia, a Coney Island). Un tempo le giostre non erano nemmeno itineranti, ma trovavano posto all’interno delle città; poi, in seguito alle lamentele per il rumore, vennero spostate lontano dai centri abitati, e con il nomadismo iniziò anche il loro declino.

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Il Museo è collocato all’interno dei pittoreschi Pavillons Bercy, antichi depositi di vino, e magazzini di scalo per le merci in attesa d’essere caricate sui battelli fluviali. La visita guidata (che va prenotata in anticipo, visto che i gruppi hanno un numero limitato di partecipanti) si articola in tre diversi spazi: il Teatro del Meraviglioso, il Musée des Art Forains vero e proprio, e il Salone Veneziano.

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Il Teatro del Meraviglioso accoglie il visitatore con un’esplosione di luci colorate e di strane scenografie, in una sorta di ritorno all’atmosfera delle esposizioni universali di inizio secolo. C’è da restare a bocca aperta. Un elefante, appeso ad una mongolfiera, porta sulla schiena un incredibile e fragilissimo diorama creato interamente in mollica di pane; fra le foglie e gli intricati tronchi naturali, appositamente selezionati per la loro forma curiosa e artistica, fanno la ruota i pavoni meccanici; statue di sirene montano la guardia agli antenati dei flipper; tutto intorno, macchinari e giocattoli fantastici mentre, in fondo al salone, una corsa di cavalli con le biglie impegna i visitatori in una gara all’ultimo lancio. Sì, perché tutte le giostre che si trovano nel museo, originali di fine ‘800 e inizio ‘900, sono ancora funionanti e il tour include l’esperienza di provarne alcune in prima persona.

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Nel salone a fianco, è la musica a farla da padrone. Un unicorno se ne sta ritto vicino ad un pianoforte i cui tasti si muovono da soli, mentre la guida turistica (per metà Virgilio, per metà imbonitore) dà inizio alle danze, facendo vibrare le pareti al suono di un antico organo e un carillon di tubi che si diramano lungo su tutte le pareti. Assieme ai visitatori che si cimentano in un valzer improvvisato, si muovono a tempo di musica sui loro baldacchini e parapetti anche gli automi con le fattezze di alcuni personaggi famosi degli anni d’oro di Parigi.

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Questo spazio, evocativo e misterioso, viene utilizzato per serate ed eventi ed è anche dotato, per queste occasioni speciali, di 12 video proiettori che sono in grado di trasformare i muri nelle pareti interne del Nautilus, il celebre sottomarino del Capitano Nemo.

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Ci si sposta poi in un diverso padiglione, dove è ospitato il Musée des Arts Forains, dedicato al luna park vero e proprio. Come prima cosa, si prova sui propri timpani la potenza sonora dell’Organetto di Barberia: quando il mantice soffiava nelle canne, questo strumento a rullo spandeva l’allegra musica per chilometri sottovento, annunciando con le sue note l’arrivo delle giostre in città.

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Poi, ecco comparire l’emblema e il simbolo di qualsiasi luna park: la giostra con i cavalli. Ad una popolaione divenuta urbana a seguito della rivoluzione industriale, questa attrazione ricordava le proprie origini rurali; e, al tempo stesso, prometteva alla gente comune il sogno di sentirsi nobili cavalieri per lo spazio di qualche giro di giostra.
Uno dei dettagli interessanti è il fatto che solitamente i cavalli hanno un solo lato perfettamente decorato e dipinto, quello che dà verso l’esterno. Il loro fianco interno, invece, è pitturato molto più grossolanamente – con il tipico cinismo dei circensi, i costruttori sapevano che l’importante era attirare chi sulla giostra non era ancora salito!

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I visitatori montano sulle loro selle, chiudono gli occhi, e sulle note di Mon manège à moi di Édith Piaf i cavalli di legno si mettono in moto… da quando fu creata, nel 1890, più di due milioni di persone hanno riscoperto la loro anima di bambini su questa giostra di origine tedesca.

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Dopo aver passato in rassegna innumerevoli altri tipi di attrazioni, si sale sulla giostra probabilmente più bizzarra dell’intera collezione: un manège vélocipédique del 1897. Qui sono i visitatori stessi che con le loro pedalate mettono in moto la giostra, raggiungendo velocità da capogiro.

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Infine, ecco che ci si sposta nel terzo padiglione, dedicato a Venezia, per una “corsa” molto più rilassante e serena su una giostra di gondole, mentre si ammira l’insolita ricostruzione dei canali e dei palazzi che adorna le pareti.

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La visita termina con uno spettacolo di musica lirica interpretata dagli automi di Casanova, del Doge, di Arlecchino, Pantalone, eccetera.

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Ritornati fuori, alla luce del sole, ci si accorge con sorpresa che senza l’aiuto di un orologio sarebbe impossibile dire quanto sia durata la visita. Un’ora e mezza, due ore, o ancora di più? Per qualche ragione, all’interno di questo spazio, per il quale l’aggettivo “meraviglioso” non è affatto fuori luogo, ogni cognizione del tempo è rimasta alterata.
Ci si guarda l’un l’altro, ed ecco che – ultima magia – negli occhi di tutti brilla quell’antico senso di incanto che sembrava ormai perduto.

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MUSEE DE LA CHASSE ET DE LA NATURE
62, rue des Archives
Apertura: Tutti i giorni tranne il lunedì.
Orari: Mar-Dom 11-18, Mer 11-21.30
Sito Web

CEMETIERE DES CHIENS
4, pont de Clichy
Asnières-sur-Seine
Apertura: tutti i giorni tranne il lunedì.
Orari: dal 16 marzo al 15 ottobre 10-18, dal 16 ottobre al 15 marzo 10-16.30

MUSEE DES ARTS FORAINS
53, Av des Terroirs de France
Apertura e orari: consultare il calendario per le prenotazioni sul sito.
Sito Web

(Questo articolo è l’ultimo di una serie dedicata a Parigi. I primi due capitoli sono qui e qui.)

Bizzarro Bazar a New York – II

Come resistere alla tentazione dello shopping a New York, quando la città si riveste di luci natalizie e le vetrine dei negozi divengono delle vere e proprie opere d’arte? In questo secondo, ed ultimo, post sulla Grande Mela ci occupiamo quindi di negozi – ma se vi aspettate che vi parliamo di Tiffany o di Macy’s, siete fuori strada.

Da quando Maxilla & Mandible ha chiuso i battenti (senza avvertire nessuno – sul sito nemmeno un cenno al fatto che il negozio è dismesso) sono poche le botteghe ancora aperte che possono offrire oggetti da collezione naturalistica: Evolution Store è però la punta di diamante di questo strano tipo di esercizio.

Uno scheletro sull’uscio ci avverte del tono generale del negozio, e la vetrina già lascia a bocca aperta: kapala istoriati, teschi di feti umani disposti secondo l’età raggiunta in utero, grandi pavoni impagliati. Non ci sono vie di mezzo – o alzate gli occhi al cielo e proseguite per la vostra strada, o vi fiondate oltre la porta d’ingresso.

All’interno, la cornucopia di oggetti assale i sensi. Ci sono scheletri e teschi di animali di ogni specie, tutti in vendita, esemplari tassidermici, altri sotto alcol, ninnoli e portachiavi ricavati da ossa autentiche. Insomma, troverete il regalo di Natale giusto per chiunque.

E per i vostri bambini più indisciplinati quest’anno, al posto del solito vecchio carbone, Babbo Natale potrebbe lasciare sotto l’albero una nuova sorpresa: leccalecca con scorpioni e altri insetti incorporati.

Al piano superiore i titolari espongono i pezzi di maggior valore della loro collezione. Spicca una serie di scheletri umani, di cui uno femminile che ospita nel grembo uno scheletro fetale fissato in posizione di gravidanza. E poi ancora maschere tribali, teste rimpicciolite, uova di dinosauro, pietre preziose, animali impagliati o essiccati, fossili, coralli, farfalle multicolori e insetti esotici.

I prezzi non sono sempre popolari, ma nemmeno esorbitanti, e variano considerevolmente a seconda delle vostre esigenze. Comunque, se non volete spendere troppo, gli impiegati e i gestori del negozio, tutti accomunati dalla classica gentilezza newyorkese, saranno più che felici di impacchettarvi uno squalo sotto alcol (solo $29) o l’osso del pene di qualche mammifero ($6).

Sbucando con la metro all’East Village si entra in una dimensione totalmente diversa. Le foglie in questa stagione si fanno gialle e risaltano sulle pareti in mattoni e fra le scale antincendio esterne, che abbiamo visto in innumerevoli film. Qui, dalle parti di Cooper Union, c’è St. Mark’s Place, una stradina dedicata ai tatuaggi, ai piercing e all’abbigliamento punk e glam. Residuati della no-future generation, ormai cinquantenni ma ancora orgogliosamente imborchiati e dai (radi) capelli dipinti, gestiscono piccoli negozi di oggettistica e fashion. Anche se non siete tipi da creste e catene, vi consigliamo comunque di farvi un giro all’interno del negozio di vintage e usato Search & Destroy – se non altro per dare un’occhiata al delirante allestimento del negozio.

Qui i vestiti sono quasi nascosti da un’accozzaglia di giocattoli, props e collectibles: e se all’entrata siete salutati da bambole con la maschera antigas, modellini anatomici e feti deformi in gomma, all’interno i toni si fanno ancora più splatter. Un finto maiale sgozzato a grandezza naturale è appeso al soffitto, dal quale penzola anche un manichino fetish in posizione di bondage. Un flipper sta vicino a maschere di carnevale di mostri iperrealistici e sanguinosi. Ovunque manichini in pose oscene e, particolare non trascurabile, dalle parti genitali correttamente rappresentate. Purtroppo i gestori orientali sono (giustamente) gelosi del loro arredamento e ci permettono di scattare soltanto qualche foto.

Poco più avanti, sempre qui all’East Village, sulla decima strada, si trova uno dei negozi più celebri: si tratta di Obscura Antiques & Oddities.

Da quando Obscura è al centro di una serie televisiva di Discovery Channel (di cui vi avevamo parlato in questo articolo), il piccolo spazio espositivo è perennemente affollato. E la gente compra, il giro di affari è in stabile crescita e di conseguenza la collezione è in continuo cambiamento.

Obscura è l’analogo newyorkese del nostro Nautilus, anche se gli manca quella maniacale e coreografica cura espositiva che Alessandro ha donato alla sua bottega delle meraviglie. D’altronde Mike ci racconta che stanno per trasferirsi in uno spazio più grande, dove finalmente la collezione potrà evitare di essere accatastata e un po’ disordinata com’è adesso. Comunque sia, i pezzi sono davvero straordinari e l’atmosfera unica.

Fra tutti spicca la testa mummificata divenuta un po’ il simbolo di Obscura, tanto da farne delle minuscole repliche per portachiavi.

Ma le sorprese sono tante, e fra scheletri umani, strani animali, oggetti di antiquariato medico e bizzarrie in tutto e per tutto ascrivibili alla tradizione denominata Americana, si potrebbe perdere una buona oretta a curiosare.

Mike ed Evan, la strana coppia di proprietari, sono fra le persone più gentili e disponibili del mondo, talmente colti e appassionati che è una goduria anche solo rimanere ad ascoltarli mentre rispondono alle domande più stravaganti dei clienti. Il giro di collezionismo legato ad Obscura è impressionante, ma di certo anche voi riuscirete a trovare almeno un regalino per chi, fra i vostri conoscenti, ha già davvero tutto.

Buon compleanno!

Bizzarro Bazar festeggia oggi il suo primo compleanno.

Un anno fa, pubblicando il primo post, non sapevamo quale interesse potesse suscitare un blog incentrato sul meraviglioso, il macabro, il weird e il perturbante. Il bilancio però è stato positivo. Con il passare dei mesi Bizzarro Bazar si è guadagnato una folta schiera di lettori in cerca di nuove sorgenti di stupore, pronti a mettersi in discussione, a valorizzare il difforme e il deforme, e a confrontarsi con argomenti talvolta considerati tabù. Per un blog così “di nicchia”, superare le 7000 visite mensili è un bel traguardo. Soprattutto quando le prime visite ti arrivano da qualche anonimo utente che digita su Google le parole chiave “cerco belle donne amputate sopra il ginocchio”, o “fotografia necrofila con animali”. Rischi del mestiere… Ognuno è sempre stato il benvenuto qui, anche quando le sue idee cozzavano con le nostre (vedi il putiferio scatenato da questo post, e proseguito su Facebook e su numerosi altri siti e forum animalisti che hanno rebloggato l’articolo originale).

Per il nostro sollievo, abbiamo constatato che la maggior parte delle persone che arrivano su questo blog stanno cercando trattazioni di argomenti specifici, poco affrontati altrove: il post sui gemelli siamesi è il più ricercato, seguito dall’articolo sul crush fetish, la lobotomia, e l’acrotomofilia. Ma il vero segno che le nostre “esplorazioni” hanno fatto breccia nei vostri teneri cuoricini è il fatto che il primato assoluto vada alle parole “Bizzarro Bazar”, le più digitate per giungere fino a noi.

Bizzarro Bazar va di pari passo con la nostra continua ricerca quotidiana di motivi di meraviglia. Crediamo fermamente che la fantasia e lo stupore siano le principali virtù dell’uomo meritevoli di lode. Assieme all’umorismo, qualità imprescindibile.

Questo mondo è talmente strano e sorprendente che siamo certi di non rimanere mai a corto di argomenti. Un sentito ringraziamento va a quanti ci seguono costantemente, ci segnalano notizie e curiosità, e ritornano a leggerci ogni qualvolta abbiamo tempo di pubblicare un nuovo post.

Keep the world weird!

Speciale “Nautilus”

Se siete in viaggio, o abitate, a Torino, c’è una bottega che non potete mancare di visitare. Si tratta sicuramente del più incredibile negozio d’Italia, e lo scrittore David Sedaris si è spinto fino a definirlo addirittura “the greatest shop in the world“: è il “Nautilus”. Prende il suo nome dal mollusco omonimo, considerato un fossile vivente.

Appena entrati, dopo un’occhiata all’invitante vetrina, vi sembrerà di tornare indietro nel tempo e vi troverete immersi nella magia di un’antica wunderkammer. La collezione di oggetti d’epoca macabri e stravaganti affolla il piccolo locale (com’è giusto che sia: il gusto barocco dell’accumulo di dettagli vuole la sua parte).

Vi scoprirete quindi ad indugiare su centinaia di oggetti curiosi, principalmente strumenti medici e chirurgici di tempi andati, animali esotici impagliati, feti sotto formalina, calchi in gesso di teste deformi e maschere mortuarie, fossili, teschi, cartografie, cartelli e insegne d’epoca, mummie, scheletri, macchinari medici esoterici e teste frenologiche, maialini e vitelli siamesi. Un’imponente quantità di oggetti, ammassati in una sorta di folle museo della biologia e della tecnica, che cattura l’interesse dello scienziato così come del ricercatore del meraviglioso.

Il Nautilus collabora anche attivamente con il Museo Cesare Lombroso, recentemente aperto a Torino, che vi consigliamo di visitare. Il negozio è inoltre segnalato sul sito Atlas Obscura, vera e propria “mappatura” dei luoghi curiosi e dei posti incredibili nei quattro angoli del mondo.

Alessandro, uno dei due proprietari di questa invidiabile collezione, ha gentilmente accettato di parlarci di questa sua passione, concedendo a Bizzarro Bazar un’intervista in esclusiva che qui pubblichiamo.

Come è cominciata la tua passione per l’antiquariato medico e naturalistico?

La passione per il collezionismo l’ho avuta da sempre… collezionavo figurine, i tappi delle bottiglie, gli adesivi, fino ad impossessarmi della collezione di francobolli di mio papà (che però perse rapidamente di interesse non appena cessò l’alone di irrangiungibilità che la circondava). Da ragazzetto saccheggiavo regolarmente un mercatino dell’usato di qualsiasi carabattola, per la “gioia” di mia mamma, fino a quando iniziai a collezionare antichi ferri da stiro, mettendo insieme un’importante collezione… Ma fu il ritrovamento fortuito ad un mercatino di un vecchio stetoscopio di legno a far scattare la scintilla della passione per la storia della medicina e per gli antichi strumenti chirurgici, filone che ho approfondito in questi ultimi anni. Le pratiche più “cruente” sono quelle che hanno maggiormente acceso la mia fantasia: l’amputazione, la trapanazione cranica, il salasso… E proprio una sega da amputazione della fine del 1500, un vero pezzo da museo, è sicuramente uno dei pezzi della mia collezione che mi è stato più difficile cedere nel passato, ad un amico-cliente… ma fu la classica “proposta indecente” a cui non si poteva dire di no…

Dopo qualche anno di collezionismo “medico” ho conosciuto Fausto, mio socio e co-papà del Nautilus, grazie al quale piano piano ho esteso i miei campi di interesse, fino a spaziare in tutti gli aspetti della scienza e natura… e oltre.


Come è nata l’idea di aprire il Nautilus? A che tipo di clientela è rivolto il negozio?

Il Nautilus nasce sicuramente da un nostro sogno, dal poter avere la nostra personale wunderkammer in cui poter godere delle nostre collezioni in modo più compiuto, invece di doverle immaginare inscatolate in qualche buio garage… e allo stesso tempo dal desiderio di poterle condividere con altri appassionati.

La dimensione commerciale del Nautilus è parecchio “marginale”, per usare un eufemismo: la bottega è quasi sempre chiusa, abbiamo una tensione alla vendita bassissima, insomma, un disastro… ma non potrebbe essere diversamente, un collezionista per ovvi motivi è restio a fare il semplice commerciante.

I nostri clienti inizialmente erano collezionisti in senso “classico”: il medico che colleziona gli strumenti antichi del suo mestiere, l’appassionato di elettrostatica, il collezionista eccentrico che è fissato con i caschi protettivi industriali… Sempre più però questi scambi diventano marginali, perché cresce il numero di clienti che non collezionano in un ambito specifico, ma “semplicemente” si innamorano di un oggetto e lo ospitano nelle loro case. E non a caso sempre più i nostri clienti sono arredatori di interni alla ricerca di un pezzo “speciale” capace di nobilitare da solo un intero ambiente.


Il Nautilus non è semplicemente un negozio di antiquariato, ma una vera e propria wunderkammer. Qual è il senso, al giorno d’oggi, di assemblarne una?

In effetti sì, il riferimento nobile è quello della stanza delle meraviglie, riletta forse in chiave moderna, dove al posto del lusso principesco delle antiche collezioni possono trovare legittimità anche oggetti “umili” (mi vengono in mente ad esempio gli zoccoli dei contadini francesi per sgusciare le castagne, irte di speroni di ferro, notevoli e inconsapevoli opere dadaiste).

E penso che in un certo senso la wunderkammer risponda ad un desiderio molto primitivo e semplice dell’uomo, quello cioè di essere circondato da un contesto in cui si trova “bene”. Il perché poi una persona si senta più “a casa sua” in una stanza bianca completamente vuota piuttosto che in un antro traboccante anticaglie… beh, lascio agli psico-qualchecosa l’ardua interpretazione…


Il tuo è un interesse di tipo strettamente scientifico, o sei maggiormente attratto dall’aspetto “meraviglioso” della tua collezione? Quanto conta, cioè, il gusto del macabro e del bizzarro?

Quando sono in bottega e guardo la stratificazione di oggetti nel Nautilus l’unico filo conduttore che riesco a riconoscere e che lega in modo coerente questo coacervo è il senso della “meraviglia”, cioè lo stupore provato di fronte a ciascun oggetto a cui abbiamo dato ospitalità nelle nostre collezioni.

Certo, c’è il piacere imprescindibile della scoperta, c’è la valenza economica (in fondo è una passione diventata attività lavorativa), c’è il valore storico… eppure alla fine è quella sensazione che ti sottrae all’esperienza dell’”abituale” a legittimare un simile accumulo, cui talvolta guardo addirittura con sospetto, prospettandomi mille domande… Quindi sicuramente un debole per il bizzarro è presente… quello che invece non avverto è l’attrazione per il macabro, che non intravvedo nemmeno nei pezzi più “estremi” (come ad esempio i reperti anatomici in formalina, di cui naturalmente ben comprendo il potenziale macabro o morboso).


Quanto c’è di infantile nel collezionismo?

Il senso della meraviglia cui accennavo prima… mi piace molto la definizione del collezionista visto come “senex puerilis”, un “anziano fanciullo”. Forse chi l’ha formulata pensava di darle una connotazione leggermente spregiativa, io la trovo invece assolutamente azzeccata e gratificante. È come se contenesse la possibilità di godere allo stesso tempo di due dimensioni incompatibili, la saggezza spesso cinica dell’età matura e la capacità di stupirsi propria dell’infanzia… E in fondo il collezionista vive costantemente questa lotta contro il tempo che passa, a cui tenta di sottrarre i pezzi della sua collezione garantendo loro nuova vita – e cercando forse di conquistare anche per sé una certa sensazione di eternità…


Qual è il pezzo della collezione a cui sei più affezionato? Quale il più raro e/o costoso?

Ho avuto un periodo in cui ero parecchio intrigato dai modelli anatomici in cera, ed ho rastrellato buona parte della bibliografia disponibile sul tema, oltre a qualche bel modello. Sicuramente ci appassiona il tema della teratologia, con tutte le anomalie della natura: dai vitellini a due teste, agli agnellini siamesi (altra vendita molto rimpianta)… I campioni anatomici umani li trovo molto emozionanti, con il loro un affascinante senso di “vita sospesa”.

Il braccio della mummia è uno dei nostri beniamini, ma sono molto affezionato anche ad una piccola scultura francese di un gatto… quindi alla fine più che il valore o la rarità ciò che di solito rende “speciale” ai nostri occhi un pezzo è la storia che porta con sé, il viaggio o le circostanze che lo hanno portato fino a noi.  Poi arriva comunque sempre il giorno in cui sentiamo che il momento è arrivato, e finalmente possiamo lasciar andare l’oggetto difeso fino ad allora: c’è una gran soddisfazione nel veder brillare gli occhi del collezionista che ha appena conquistato un nuovo pezzo che tu hai scovato e accudito per un po’…


Ti capita di essere considerato “un tipo strano” per via della tua passione?

Talvolta, esagerando un po’, dico che il mondo si divide tra quelli che entrano dentro il Nautilus, e quelli che invece rimangono appiccicati con il naso davanti alla vetrina, ma poi alla fine se ne vanno con espressioni più o meno perplesse.

E quelli che entrano però giustamente si aspetterebbero un padrone di casa all’altezza, quantomeno un Igor guercio con la gobba, o il cugino del Gobbo di Notre-Dame, o almeno un freak sopravvissuto al circo Barnum… e quindi la mia presenza delude sempre un po’.

Mi chiedono spesso se non ho paura a stare in bottega, in mezzo a tutte quelle presenze inquietanti, ma me la cavo sempre molto facilmente dicendo che in realtà io ho paura quando esco fuori dalla bottega… per cui, al solito… chi sono i veri mostri e i veri “strani” ?

(Cliccate sulla foto qui sopra per vederla in alta definizione).

Il Nautilus si trova in via Bellezia 15/B a Torino. Apre su appuntamento, per informazioni o prenotazioni chiamate il 339 5342312.

Ecco il link al sito del Nautilus, ricco di numerose fotografie.

Ringraziamo Alessandro per la sua squisita cortesia.

Ringraziamo anche Stefano Bessoni, regista, fan del Nautilus, e autore delle foto contenute in questo articolo.