The witch girl of Albenga

And maybe it is for revenge, maybe out of fear
Or just plain madness, but all along
You are the one who suffers the most
If you want to fly, they drag you down
And if a witch hunt begins,
Then you are the witch.

(Edoardo Bennato, La fata, 1977)

Saint Calocero, Albenga. 15th Century.
A 13-year-old girl was being buried near the church. But the men who were lowering her down decided to arrange her face down, so that her features were sealed by dirt. They did so to prevent her from getting up, and raising back to life. So that her soul could not sneak off her mouth and haunt those places. They did so, ultimately, because that little girl scared them to death.
Not far from there, another woman’s body was lying in a deep pit. Her skeleton was completely burned, and over her grave, the men placed a huge quantity of heavy stones, so she could not climb out of her tomb. Because women like her, everybody knew, were bound to wake up from the dead.

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The “witch girl of Albenga”, and a second female skeleton showing deep signs of burning, are two exceptional findings brought to light last year by a team from the Pontifical Institute of Christian Archeology, directed by Professor Philippe Pergola and coordinated by archeologist Stefano Roascio and Elena Dellù. Scholars were particularly puzzled by the proximity of these two anomalous burials to the ancient church which hosted the relics of martyr Saint Calocero: if these two women were considered “dangerous” or “damned”, why were they inhumed in a privileged burial ground, surely coveted by many?

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One explanation could be that burying them there was a “sign of submission to the Church”. But there is still extensive analysis to be conducted on the remains, and already skeletons are revealing some clues which could shine a light on this completely forgotten story. Why would a child, not even 60 inches tall, instill such a deep fear in her fellow citizens?
Researchers found out small holes in her skull, which could show she suffered from severe anemia and scurvy. These pathologies could involve fainting, sudden bleeding and epileptic fits; all symptoms that, at the time, could have been easily interpreted as demonic possession.
A possible kinship between the two women has still to be confirmed, but both skeletons seem to show signs of metopism, a genetic condition affecting the suture of the frontal bones.
According to radiocarbon dating, the burials date back to a period between 1440 and 1530 AD – when the infamous witch hunts had already begun.

english-witches-making-a-spell-1489-engraving-b-w-photoIn 1326, the papal bull Super illius specula by Pope John XXII set the basis for witch hunts: as incredible as it may sound, until then intellctuals and theologists had dismissed the idea of a “commerce with the Devil” as a mere superstition, that had to be eradicated.

Therefore in those churches they are given custody of priests have to constantly predicate to God’s people that these things are completely false. […] Who has never experienced going out of one’s body during his sleep, or to have night visions and to see, while sleeping, things he had never seen while wide awake? Who could be so dull or foolish as to believe that all these things which happen in the spirit, could also happen in the body?

(Canon episcopi, X Century)

Instead, starting from the XIV Century, even the intelligentsia was convinced that witches were real, and thus began the fight not just against heresy, but also against witchcraft, a persecution the Church entrusted to mendicant orders (Dominicans and Franciscans) and which would last over four centuries. Following the publishing of Malleus Maleficarum (1487), an actual handbook about witchcraft repression, the trials increased, ironically in conjunction with the Renaissance, up until the Age of Enlightenment. The destiny of the “witch girl” of Albenga has to be framed in this complex historical period: it is not a real mystery, as some newspapers have claimed, but rather another tragic human story, its details vanishing in time. Hopefully at least a small part of it will be reconstructed, little by little, by the international team of researchers who are now working on the San Calocero excavations.

(Thanks, Silvano!)

Il Cacciatore di Streghe

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Di tutti i secoli passati, il Seicento è sicuramente fra i più bizzarri, rispetto alla sensibilità moderna.
Epidemie di vampirismo, masticatori di sudari, santi prodigiosi le cui spoglie operavano miracoli, ed infine loro, le streghe, quelle donne malvagie che stringevano alleanze con il Diavolo. Il soprannaturale era parte integrante della quotidianità, e dubitare delle sue influenze sulla vita di tutti i giorni era, secondo alcuni pensatori come ad esempio Joseph Glanvill, una vera e propria eresia: tanto abbietta quanto la negazione dell’esistenza degli angeli. Il demonio, in quegli anni, si aggirava davvero per le campagne alla ricerca di anime da catturare e dannare per l’eternità, era cioè una figura concreta, che la gente credeva di riconoscere dietro ad ogni evento peculiare.

Le streghe avevano un posto centrale nell’immaginario popolare, e chiunque poteva essere sospettato di stregoneria: una lite con una vicina di casa, seguita dalla comparsa di vaghi dolori o di una malattia del bestiame, era chiaro segnale che la donna aveva immensi poteri di provenienza diabolica. In un’epoca in cui i processi per stregoneria erano diffusi, è facile comprendere come accusare un proprio nemico d’aver stretto un patto con Satana fosse un metodo facile ed economico per toglierselo dai piedi.

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In questo contesto emerse la figura di Matthew Hopkins, il cacciatore di streghe più famoso della Storia.
Nato intorno al 1620 a Wenham Magna, minuscolo villaggio inglese nella contea di Suffolk, era il quarto dei sei figli di un pastore puritano piuttosto amato dai suoi compaesani. Della vita di Matthew prima del 1644 si conosce molto poco: sembra che avesse un’infarinatura di giurisprudenza, e che avesse acquistato una locanda a Mistley con i soldi ricevuti in eredità, ma questi aneddoti sono poco verificabili.

Quello che è certo è che all’inizio degli anni 40 del Seicento Hopkins si trasferì a Manningtree, Essex, e lì nel 1644 si autoproclamò Witchfinder General. Si trattava di un titolo che voleva sembrare ufficiale (general significa “rappresentante del Governo”), ma ovviamente il Parlamento non aveva mai istituito la carica di Cacciatore di Streghe; Hopkins era comunque ben deciso a guadagnarsi fama e fortuna, e quell’altisonante appellativo non era che l’inizio. La sua carriera vera e propria cominciò quello stesso anno, quando Hopkins dichiarò di aver sentito alcune donne parlare dei loro incontri con il demonio. Da quel momento in poi, assieme al fido compare John Stearne, cominciò a viaggiare per l’Inghilterra orientale, principalmente tra Suffolk, Essex e Norfolk, disinfestando borghi, villaggi e città dalle temute streghe.

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Hopkins e Stearne arrivavano in una nuova cittadina, annunciavano di essere stati incaricati dal Parlamento di scoprire le streghe della zona, raccoglievano denunce e “indizi”, quindi passavano ai fatti: accusavano e processavano anche venti o venticinque persone, trovavano immancabilmente le prove dell’avvenuto Patto con il diavolo, e mandavano tutti al patibolo.
Bisogna sottolineare che i processi per stregoneria erano diversi da tutti gli altri procedimenti giudiziari, perché la gravità del crimine era tale da permettere ai giudici di abbandonare le normali procedure legali ed ogni scrupolo etico (crimen exceptum): la confessione andava estorta con qualsiasi mezzo e ad ogni costo. Ma la tortura era pur sempre illegale in Inghilterra.

Così i metodi di Hopkins per scoprire se l’imputata fosse realmente una strega, pur essendo fra i più crudeli, rimanevano sempre sul limite di ciò che si poteva considerare tortura: la prassi più utilizzata prevedeva ad esempio la deprivazione del sonno. Si teneva l’imputata sveglia e immobile per giorni, seduta con le gambe incrociate e impedendole di dormire, finché la poveretta non finiva per ammettere qualsiasi cosa.

Si cercava poi sul suo corpo il Segno della Bestia – che non era difficile da trovare, visto che praticamente tutto (da un terzo capezzolo, a una zona di pelle un po’ secca, a un neo particolarmente grosso) poteva essere interpretato in tal senso. Se non vi era alcun Segno del Diavolo sul corpo, significava una sola cosa: che non era visibile ad occhio nudo. Ecco quindi entrare le assistenti di Hopkins, donne che viaggiavano con lui e che svolgevano la funzione di witch prickers, “pungolatrici di streghe”. Il Segno del Diavolo era infatti immune al dolore e non sanguinava, a quanto si diceva, e per trovarlo le witch prickers utilizzavano degli spilloni appositi tormentando il corpo della presunta strega in ogni sua parte.

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In queste lunghe ore di osservazione, spesso Hopkins e altri testimoni vedevano comparire uno o più “famigli“, cioè i demoni minori al servizio della strega, che si presentavano sotto forma di cane, gatto, capra o altri animali, e che bevevano il sangue che scorreva dal corpo della strega come fosse latte. L’apparizione di un famiglio era, com’è ovvio, uno degli indizi di colpevolezza più schiaccianti.

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C’erano pochissime probabilità che tutte queste indagini fallissero nel trovare prove inconfutabili della natura diabolica della strega. Ma se proprio non si era ancora certi, Hopkins poteva sempre ricorrere alla sua trovata più clamorosa, l’infame ordalia dell’acqua. Secondo una teoria dell’epoca, l’acqua (simbolo del battesimo, elemento purissimo) avrebbe rifiutato di accogliere una strega: bastava quindi legare l’imputata a una sedia e gettarla in un fiume o un lago. Se fosse rimasta a galla, si sarebbe trattato per forza di una strega; se fosse annegata, la sua anima innocente sarebbe volata all’altro mondo nella grazia di Dio.
Quest’ultimo metodo era davvero troppo estremo, e le autorità intimarono a Hopkins di utilizzarlo esclusivamente con il consenso della vittima; così già alla fine del 1645 la pratica venne abbandonata.

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Fin dall’inizio della loro “battuta di caccia”, in virtù degli spietati processi, i nomi di Hopkins e Stearne sparsero il terrore in tutta l’Inghilterra dell’est. Una terribile fama li precedeva, e appena circolava voce che i due, con le loro assistenti femminili, si stessero dirigendo verso un determinato villaggio, la gente del posto non dormiva certo sonni tranquilli. Anche con tutta la superstizione e le convinzioni sull’esistenza delle streghe, il popolo poteva vedere benissimo che i processi di Hopkins erano solo delle farse, il cui esito era deciso in anticipo.
Ma cosa alimentava la foga di quest’uomo nella sua missione? Ci credeva veramente, o aveva qualche interesse nascosto?

Lasciando alle spalle un’impressionante scia di cadaveri, la caccia in verità stava fruttando al Witchfinder General un lauto bottino. Nonostante lui più tardi dichiarasse che la sua paga, necessaria a sostenere la sua compagnia e tre cavalli, fosse di soli venti scellini a città, i registri contabili raccontano una realtà differente: l’onorario di Hopkins era di 23 sterline a città, più le spese di viaggio – una somma altissima per l’epoca. Le spese a carico dei vari municipi erano talmente elevate, che nella cittadina di Ipswich fu necessario istituire una tassa speciale per coprirle. Improvvisarsi cacciatore di streghe freelance era senza dubbio un colpo geniale, se non ci si faceva scrupoli a mandare a morte decine e decine di persone.

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L’eco delle gesta del Witchfinder General arrivò anche al Parlamento, e diversi membri espressero preoccupazione per il degenerare della cosa. Anche altre voci, come quella del predicatore puritano John Gaule, si levarono contro l’operato di Hopkins. Fu così che si arrivò a un peculiare ribaltamento della situazione: nella contea di Norfolk, nel 1646, i due cacciatori di streghe vennero fatti sedere sul banco degli imputati. I giudici volevano assicurarsi che non fossero stati usati mezzi di tortura per estorcere confessioni; intendevano indagare sulle parcelle richieste da Hopkins e Stearle alle comunità che avevano visitato; e infine insinuarono, in un sorprendente e ironico twist, che se Hopkins era davvero tanto esperto nella stregoneria e nella demonologia, forse nascondeva anch’egli un segreto…

Dopo questo primo interrogatorio, Hopkins comprese che sarebbe stato più saggio per lui chiudere l’attività. Quando la corte si riaggiornò nel 1647, egli era già tornato a vivere a Manningtree. La carriera del Witchfinder General durò quindi poco più di un anno, 14 mesi per la precisione. Nonostante il breve periodo, i numeri sono impressionanti: tra il 1644 e il 1646 egli fu responsabile della morte di circa trecento donne, impiccate, bruciate, annegate, o morte in prigione. Se si pensa che in totale, dall’inizio della caccia alle streghe nel primo ‘400 fino alla sua fine nel tardo ‘700, in Inghilterra furono condannate per stregoneria meno di cinquecento persone, significa che il 60% del totale delle uccisioni è da attribuirsi al Witchfinder General.

Ma la sua inquietante ombra non si limita ai processi da lui personalmente celebrati: nel 1647, già “in pensione”, Hopkins scrisse The Discovery of Witches, un vero e proprio manuale per individuare le streghe. Questo libro ebbe fortuna nel Nuovo Mondo, e fu utilizzato come testo di riferimento in vari processi, fra cui quelli, tristemente noti, di Salem nel Massachussetts.

Con il tempo la figura di Hopkins divenne quasi mitologica, una sorta di orco o di uomo nero dalla malvagità senza confini. Si racconta che venne processato per stregoneria, sottoposto al suo stesso metodo inumano di “ordalia dell’acqua”, e che morì annegato in un fiume. Ma questa è soltanto una leggenda, con un confortevole e troppo preciso contrappasso. Nella realtà Matthew Hopkins, il Witchfinder General, morì di tubercolosi il 12 agosto 1647, nel suo letto.

Nel 1968 la sua storia venne portata sul grande schermo, romanzata, da Michael Reeves nel cult Il grande inquisitore che fece scandalo per le sue insistite sequenze di tortura e nel quale il Witchfinder General è interpretato da un grande Vincent Price.

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Il libro di Hopkins, The Discovery of Witches, è disponibile gratuitamente online sul sito del Progetto Gutenberg.