Tiny Tim, il reietto trovatore

Ricorda, è meglio essere una vecchia gloria
che non essere mai stato nessuno.
(Tiny Tim)

Il fatto che un outsider come Tiny Tim sia arrivato al successo, seppure breve, è senza dubbio da imputare all’appetito per le stranezze tipico degli anni ’60, quelli dell’etica/estetica del Freak Out!, perennemente alla ricerca di un pop non allineato e dalla follia liberatoria e sovversiva.
Eppure, rispetto a molti altri weird acts dell’epoca, questo bizzarro personaggio incarnava a suo modo un’innocenza e una purezza in cui la Love Generation si rispecchiava in pieno.

Al secolo Herbert Khaury nato a New York nel 1932, Tiny Tim era un omone grande e grosso, dall’enorme naso aquilino e dai lunghi capelli disordinati. Nonostante in realtà fosse un maniaco della pulizia e non avesse passato un giorno della sua vita senza farsi una doccia, dava sempre l’impressione di una certa untuosità. Si presentava sul palcoscenico in maniera quasi imbarazzata, il volto ricoperto di uno strato di cerone bianco, e tirava fuori da un sacchetto di carta il suo fido ukulele; i suoi occhi roteavano in maniera ambigua, caricati di un’enfasi melodrammatica fuori luogo. E quando incominciava a cantare, arrivava l’ultimo shock. Da quel volto vagamente inquietante si levava un incredibile, tremolante falsetto da bambina. Come se una Shirley Temple fosse rimasta imprigionata nel corpo di un gigante.

Ad aumentare l’effetto straniante contribuiva anche la scelta dei brani eseguiti da Tiny Tim sul suo ukulele: quasi invariabilmente oscure melodie degli anni ’20 o ’30, dal sapore già antico, reinterpretati in maniera affettata e ironica.

Facile sospettare che si trattasse di un personaggio creato a tavolino, con l’intento di perturbare e al tempo stesso di suscitare una risata. E le risate di sicuro non infastidivano Tiny Tim. Ma il vero segreto di questo eccentrico artista è che non portava alcuna maschera.
Tiny Tim era sempre rimasto un bambino.

Justin Martell, autore della biografia più completa sull’artista (Eternal Troubadour: The Improbable Life of Tiny Tim, con A. Wray Mcdonald), ha avuto occasione di decifrare alcuni diari di Tiny, compilati talvolta in scrittura bustrofedica: e qui si scopre che effettivamente per poco egli evitò l’ospedale psichiatrico.
Che i tratti peculiari della sua personalità avessero o meno a che fare con qualche disturbo nello spettro autistico, come è stato ipotizzato, l’unica cosa certa è che il suo infantilismo non era una messinscena. In grado di ricordare i nomi di chiunque incontrasse, mostrava un rispetto d’altri tempi per qualsiasi interlocutore – fino a riferirsi alle sue tre mogli chiamandole invariabilmente “signorina”: Miss Vicki, Miss Jan, Miss Sue. I primi due matrimoni fallirono anche per il suo dichiarato disgusto per il sesso, alle cui tentazioni resisteva strenuamente, da fervente cristiano. Un altro elemento che fece scalpore all’epoca era proprio il candore e la schiettezza con cui Tiny Tim parlava pubblicamente della sua vita sessuale, o dell’assenza della stessa. “Ringrazio Dio che mi ha dato la capacità di guardare tranquillamente le donne nude e avere solo pensieri puri”, diceva.
A sentire lui, era stato proprio Gesù che gli aveva rivelato l’abilità di cantare in falsetto, nonostante il suo timbro di baritono naturale (che spesso utilizzava come “seconda voce”, da alternare al registro più alto). “Stavo cercando uno stile originale che non suonasse come Tony Bennett o chiunque altro. Così pregai il Signore, e mi risvegliai con questa voce acuta e verso il 1954 partecipavo già a concorsi per principianti, e vincevo”.

Il palco era evidentemente tutta la sua vita, e che il pubblico lo trovasse buffo oppure che ne apprezzasse le qualità canore era tutto sommato indifferente: a Tiny Tim interessava portare gioia. Questa era la sua ingenua idea di show business – si trattava soltanto di essere amato, e di contraccambiare l’affetto regalando un po’ di allegria.

Tiny era un avido ricercatore d’archivio della musica americana di inizio secolo, di cui possedeva una conoscenza enciclopedica. Idolatrava i classici crooner come Rudy Vallee, Bing Crosby e Russ Columbo: e in un certo senso proprio ai suoi eroi faceva il verso, quando cantava degli standard come Livin’ In The Sunlight, Lovin’ In The Moonlight o My Way. Il suo humor cartoonesco non cessava comunque mai di essere rispettoso e reverenziale.

Tiny Tim ebbe un clamoroso e inaspettato successo nel 1968 con il singolo Tiptoe Through The Tulips, che raggiunse il diciassettesimo posto della classifica annuale; l’album di debutto da cui era tratto, God Bless Tiny Tim, godette di analoga fortuna di critica e pubblico.
Di colpo proiettato verso un’implausibile fama, accettò l’anno seguente di sposare la fidanzata Victoria Budinger in diretta TV al Tonight Show di Johnny Carson, di fronte a un’audience da record di 40 milioni di spettatori.

Nel 1970 si esibì al famoso rock festival dell’Isola di Wight, dopo Joan Baez e prima di Miles Davis; con la sua versione di There’ll Always Be An England riuscì, nelle parole della stampa, a rubare la scena “senza un singolo strumento elettrico”.

Ma il trionfo non durò a lungo: Tiny Tim ritornò poco dopo alla relativa oscurità che lo avrebbe accompagnato per il resto della sua carriera. Durante tutti gli anni ’80 e ’90 visse di alterne fortune, tra matrimoni falliti e difficoltà economiche, invitato sporadicamente a programmi televisivi o radiofonici, e incidendo album in cui i suoi amati brani del passato erano inframezzati a cover di successi pop contemporanei (dagli AC/DC ai Bee Gees, da Joan Jett ai Doors).

Secondo una delle leggende che circolano sul suo conto, ogni volta che faceva una telefonata chiedeva al suo interlocutore: “hai fatto partire il registratore?
E in effetti in ogni intervista Tiny sembrava sempre intento a costruire una sua personale mitologia, a sviluppare il suo ideale romantico di artista “maestro di confusione”, spiazzante, sfuggente a qualsiasi categoria. Secondo alcuni, rimase sempre “un reietto solitario inebriato dalla fama”; anche quando la fama l’aveva ormai abbandonato. L’uomo che un tempo si accompagnava con i Beatles o con Bob Dylan, invitato a tutti i compleanni delle star, a poco a poco venne dimenticato e finì a suonare per pochi spiccioli in locali di terz’ordine, e perfino nei circhi. “Finché la mia voce resiste, e c’è un Holiday Inn che mi aspetta, va tutto alla grande”.

Come performer non smise mai di esibirsi, instancabilmente impegnato in logoranti tour attraverso gli States che alla fine richiesero il dazio: malato di cuore, contro il parere del medico Tiny Tim decise di continuare a cantare di fronte ai suoi sempre meno numerosi fan. Il secondo, fatale infarto arrivò il 30 novembre 1996 sul palcoscenico di una serata di beneficenza, mentre cantava la sua hit più celebre, Tiptoe Through The Tulips.

E proprio così, “in punta di piedi”, come recitava la canzone, quest’essere eternamente romantico, idealista, di rara gentilezza lasciò il mondo, e la scena, senza grande clamore.
Il pubblico se n’era già andato, e la sala era ormai semivuota.

Pierre Brassau, l’artista misterioso

Nel 1964 la Gallerie Christinae a Göteborg, in Svezia, propose una mostra di giovani pittori d’avanguardia.
Fra le opere di questi promettenti artisti provenienti dall’Italia, l’Austria, la Danimarca, l’Inghilterra e la Svezia, vi erano anche quattro dipinti astratti del francese Pierre Brassau. Il suo nome era totalmente sconosciuto alla scena artistica, ma il suo talento pareva a prima vista indiscutibile: il ragazzo, benché alle prime armi, sembrava davvero avere i numeri per diventare il nuovo Jackson Pollock — tanto che già dal vernissage i suoi quadri rubarono immediatamente la scena agli altri lavori esposti.

I giornalisti e i critici d’arte erano pressoché unanimi nel considerare Pierre Brassau la vera rivelazione della mostra alla Gallerie Christinae. Rolf Anderberg, un critico del Posten, rimase particolarmente impressionato e firmò un articolo, apparso il giorno dopo, in cui affermava: “Brassau dipinge con colpi potenti, ma anche con chiara determinazione. Le sue pennellate si contorcono con furiosa meticolosità. Pierre è un artista che opera con la delicatezza di un ballerino di danza classica“.

Ovviamente, nonostante l’entusiasmo generale, non poteva mancare il solito bastian contrario. Un critico, voce isolata, dichiarò sprezzante: “solo una scimmia può aver fatto una roba simile“.
C’è sempre chi deve andare per forza controcorrente. E, per quanto agli altri bruci ammetterlo, talvolta lo fa perché ha la vista lunga.
Pierre Brassau, in verità, era proprio una scimmia. O meglio, uno scimpanzé africano di quattro anni residente allo zoo di Borås.

La trovata di esporre i quadri di un primate all’interno di una mostra d’arte moderna era venuta al giornalista Åke “Dacke” Axelsso, che all’epoca scriveva per il quotidiano Göteborgs-Tidningen. L’idea non veniva dal nulla: proprio qualche anno prima lo scimpanzé Congo era divenuto celeberrimo grazie ai suoi dipinti, che avevano affascinato Picasso, Miro e Dalì (nel 2005 saranno battuti all’asta per 14.400 sterline, mentre nella stessa vendita un dipinto di Warhol e una scultura di Renoir verranno snobbate).
Åke dunque aveva deciso di sfidare provocatoriamente i critici: dietro la facciata umoristica della sua burla non c’era (soltanto) la volontà di mettere in ridicolo l’establishment del mondo dell’arte, quanto piuttosto di sollevare la domanda che sarebbe diventata di lì a poco sempre più urgente: è possibile valutare e giudicare oggettivamente un’opera di arte astratta, che rifiuta la tecnica figurativa — o addirittura contesta che vi sia bisogno di alcuna competenza specifica per fare arte?

Così Åke aveva convinto il guardiano dello zoo, all’epoca diciassettenne, a fornire lo scimpanzé Peter di tela e pennello. All’inizio Peter aveva sparso la vernice ovunque, tranne che sulla tela, arrivando perfino a mangiarsela: andava particolarmente ghiotto, a quanto pare, del blu cobalto — colore che comparirà poi preminentemente nei suoi lavori. Incoraggiato dal giornalista, il primate aveva però cominciato a dipingere sul serio, e a prendere gusto all’attività creativa. Åke aveva selezionato i quattro quadri meglio riusciti per esporli alla mostra.

Anche quando la vera identità del misterioso Pierre Brassau venne rivelata, molti critici continuarono a sostenere che i suoi quadri erano i migliori fra quelli presenti alla galleria. Cos’altro avrebbero dovuto dire?
Il più felice, in tutto questo scandalo, fu probabilmente il collezionista privato Bertil Eklöt, che aveva acquistato un quadro dello scimpanzé per 90 dollari (equivalenti a 7-800 dollari odierni). Forse intendeva soltanto assicurarsi un’opera curiosa: eppure adesso quel dipinto potrebbe valere una fortuna, dato che Pierre Brassau è ormai un aneddoto classico della storia dell’arte. E la sua vicenda ancora oggi ci interroga su quanto davvero le opere d’arte siano, nelle parole di Rilke, “di una solitudine infinita, e nulla può raggiungerle meno della critica“.


Il primo articolo di stampa internazionale sulla storia di Brassau è apparso su Time. Altre informazioni tratte da questo post del Museum of Hoaxes.

(Grazie, Giacomo!)

The Shaggs: la band che non voleva suonare

Fremont, nel New Hampshire, è una cittadina anonima, evitata dalle principali autostrade, senza alcun segno particolare: il classico esempio di un posto in cui non succede nulla. Il paesino si distingue per essere il primo luogo in cui un B52 è precipitato senza ferire nessuno, e per aver dato i natali a un meteorologo relativamente famoso negli anni ’20. Per il resto, solo pascoli, casa e chiesa.
Negli anni ’60, la cittadina contava poco meno di 800 abitanti, e la sensazione di trovarsi in una comunità chiusa, tagliata fuori dal mondo, era ancora più forte. Perfino lo storiografo locale, autore di un libro sulla storia del centro abitato, ammette che vivere a Fremont in quel periodo significava affrontare ogni giorno una noia mortale.

Austin Wiggin non era certo ricco, e assieme alla moglie Annie aveva cresciuto sette figli. Ma Austin aveva un sogno o, meglio, una certezza. Quand’era giovane sua madre gli aveva letto la mano, e aveva profetizzato che si sarebbe sposato con una donna dai capelli biondo rosso – e la profezia aveva colto nel segno. La madre gli aveva detto anche che avrebbe avuto due figli, ma che lei non avrebbe mai visto i nipotini perché sarebbero nati dopo la sua morte – e anche questo era effettivamente successo. Infine la madre, decifrando le linee del palmo, aveva sentenziato che le figlie di Austin sarebbero diventate il gruppo musicale più grande degli Stati Uniti. Questa era l’unica profezia che ancora non si era avverata.

Così, quando le sue figlie Helen, Betty e Dot furono grandi abbastanza, Austin decise che avrebbero imparato a suonare. Le radunò, e annunciò di aver cancellato la loro iscrizione alla scuola: avrebbero conseguito il diploma via posta, studiando da casa, per potersi dedicare alla musica. La band si sarebbe chiamata The Shaggs, e il loro enorme successo avrebbe riscattato il buon nome dell’intera famiglia Wiggin.
Austin era un padre severo e autoritario: le sorelle non pensarono nemmeno per un momento a ribellarsi a questa novità.

Certo, Helen, Dot e Betty amavano la musica, ma non avevano in realtà alcun desiderio di diventare rockstar. Erano ragazze di provincia, timide, un po’ infantili, e i loro sogni si spingevano soltanto fino a immaginare un buon matrimonio, dei figli, una casa e magari un lavoretto come segretarie. La fantasia di Betty era quella di avere una macchina sportiva, il serbatoio pieno, e di partire sgommando verso una qualsiasi destinazione, via da Fremont. Ma Austin aveva altri piani per loro.

Le sottopose a un rigido programma educativo, da lui stesso progettato. Dopo aver preso un po’ di lezioni di musica, le ragazze dovettero proseguire da sole, sotto il severo scrutinio del padre-manager che le costringeva a fare pratica con gli strumenti tutta la mattina e tutto il pomeriggio. La sera dopo cena era prevista una prova generale, in cui Austin giudicava in maniera inflessibile i progressi e gli errori della band; poi un’ora di ginnastica o flessioni, e via a letto.

La famiglia era totalmente ripiegata su se stessa, alle ragazze non era permesso uscire o frequentare estranei, dunque per loro suonare divenne l’unica attività possibile; cominciarono a comporre le loro canzoni, anche se nessuno in casa – né Austin, né la madre Annie, né tanto meno le ragazze – avevano delle effettive conoscenze musicali.

Dopo due o tre anni di questo allenamento intensivo, Austin decise che era tempo di fare il grande salto, cioè esibirsi dal vivo. Le sorelle non pensavano affatto di essere pronte a salire sul palco, ma chi poteva rifiutarsi?
Il primo concerto, nel 1968, fu un disastro. Le Shaggs vennero fischiate, mortificate da un pubblico che tirava contro di loro lattine e cibo. Quando alla fine dello spettacolo il padre le sgridò dicendo che dovevano fare più pratica, nessuna fra le ragazze osò controbattere.

The_Shaggs

Questa scena si sarebbe ripetuta per i sette anni successivi, perché ogni sabato sera Austin le costringeva ad esibirsi alla Fremont Town Hall, l’unica sala comune della cittadina. Le Shaggs avrebbero preferito essere ovunque tranne che su quel palco, anche se in definitiva era l’unico modo di uscire di casa; convinte di essere delle buone a nulla, vi salivano ad occhi bassi come verso un inevitabile Calvario, accettando lo scherno, le lattine e gli insulti lanciati dalla gente.

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Austin, nel marzo del 1969, fece il passo successivo e le portò ai Fleetwood Studios nei pressi di Boston, dove le Shaggs incisero l’album di debutto, intitolato Philosophy of the World. I presenti si ricordano ancora benissimo di quella giornata: queste ragazze tutt’altro che pop, vestite con gli abiti della nonna, suonavano talmente male che i tecnici del suono si sentirono in colpa per i soldi che il padre stava spendendo. Le loro canzoni erano sformate, dalla ritmica a prima vista scollegata da tutto il resto, gli accordi non seguivano alcuna struttura e le parole delle canzoni sembravano uscite dalla mente di un dodicenne.
Talvolta le Shaggs si fermavano, dicevano di aver sbagliato una nota, e ripartivano: i tecnici si guardavano increduli – si erano davvero accorte di aver fatto un errore, in quel marasma senza senso?

Come c’era da aspettarsi, il disco non ebbe il minimo successo, anche perché delle 1.000 copie stampate di Philosophy of the World, 900 sparirono in modo misterioso assieme al discografico che avrebbe dovuto promuovere l’album.
Il giorno in cui Austin morì nel 1975 di un infarto, la band smise di esistere; ognuna delle tre sorelle, finalmente libere, si costruì la propria vita e nessuna di loro toccò più uno strumento musicale.
Sembrava che la loro breve e indesiderata carriera fosse finita. Ma non era così.

Nel 1980 Terry Adams, collezionista di dischi e pianista degli NRBQ, decise di ristampare l’album, e due anni dopo produsse anche un secondo LP, Shaggs’ Own Thing, basato su registrazioni del 1975 mai utilizzate. Secondo lui, infatti, le Shaggs non erano semplicemente una band di musiciste incompetenti. Certo, ad un primo ascolto la sensazione era quella; eppure, mettendo da parte i pregiudizi e ascoltando veramente, ci si poteva accorgere che lo sgangherato garage-pop delle sorelle Wiggin non era esattamente un fallimento. Adams comprese di trovarsi di fronte a un esempio straordinario di outsider music. Queste ragazze non avevano alcun tipo di riferimento, non sapevano cosa stavano facendo, e dunque avevano dovuto riscrivere da zero la musica pop: le progressioni di accordi erano del tutto inaudite, la chitarra seguiva la stralunata e improbabile “melodia” della voce, mentre la batteria raramente suonava un colpo a tempo – quasi programmaticamente, si sarebbe detto. Si trattava di un accumulo di note mai sentito, privo di sovrastrutture, infantile e libero da qualsiasi regola. La musica di chi era stato costretto a inventarsi una sua musica.

Anche i testi, che potevano sembrare ridicoli, se letti alla luce della storia di abusi subiti dalle sorelle, risultavano commoventi. Mentre il rock “adulto” cantava la ribellione delle droghe e l’amore libero, e affrontava temi politici, le Shaggs cantavano:

Some kids do as they please
They don’t know what life really means
They don’t listen to what the ones who really care have to say
They just go and do things their own way

Who are parents?
Parents are the ones who really care
Who are parents?
Parents are the ones who are always there

Some kids think their parents are cruel
Just because they want them to obey certain rules
They start to lean from the ones who really care
Turning, turning from the ones who will always be there

Alcuni ragazzini fanno quello che vogliono
Non sanno qual è il vero senso della vita
Non ascoltano ciò che hanno da dire quelli che si preoccupano veramente
Continuano soltanto a far le cose a modo loro

Chi sono i genitori?
I genitori sono quelli che si preoccupano veramente
Chi sono i genitori?
I genitori sono quelli che ci sono sempre

Alcuni ragazzini credono che i loro genitori siano crudeli
Solo perché vogliono che obbediscano a certe regole
Cominciano ad allontanarsi da quelli che si preoccupano veramente
Girano le spalle a quelli che ci saranno sempre

Impossibile non leggere, dietro queste parole, l’ombra del padre-padrone Austin. E, ancora, la confusione di teenager veniva espressa candidamente in questi termini:

There are many things I wonder
There are many things I don’t
It seems as though the things I wonder most
Are the things I never find out

Ci sono molte cose che mi chiedo
Molte altre non me le chiedo
Sembra che le cose che mi chiedo di più
Sono le cose di cui non vengo mai a capo

Il modo in cui le Shaggs provavano disperatamente a tenere in piedi le loro fragili canzoni senza metrica, involandosi in giri di note impossibili sostenute dai tempi discordanti della batteria (che a volte sembrava suonare chissà quale altro pezzo), poteva risultare a tratti perfino tenero.

La ristampa dell’album creò un vero e proprio fenomeno di culto: se già nel 1970 Frank Zappa, a metà fra il serio e l’ironico, aveva definito le Shaggs “migliori dei Beatles” (anche se l’episodio potrebbe essere apocrifo), la riedizione del 1980 trovò nuovi fan in quei reduci della prima ondata punk che erano alla ricerca di chicche underground e weird, Kurt Cobain in prima fila. In questo revival c’era sicuramente un elemento di derisione, l’esaltazione un po’ snob del “so bad it’s good”, ma dall’altro canto la vera sorpresa era che un album del genere potesse esistere: molti musicisti rimasero sinceramente affascinati dalla musica delle sorelle Wiggin, perché si trattava dell’espressione senza filtri di ciò che era nelle loro teste mentre venivano forzate a suonare. Niente ammiccamenti a un possibile pubblico, niente fronzoli, nessun utilizzo di modalità stilistiche già conosciute, tantomeno virtuosismi. Pura musica, e basta.

Nel 1999 gli NBRQ, per il loro trentennale, invitarono le Shaggs ad esibirsi sul palco. Si presentarono soltanto Betty e Dot (Helen da anni soffriva di depressione), sbigottite dall’accoglienza calorosa e dalle richieste di autografi, senza capire veramente cosa la gente trovasse nel loro vecchio disco, di cui erano ancora piuttosto imbarazzate. Eseguirono soltanto quattro pezzi, perché erano gli unici di cui avevano ritrovato gli spartiti: perché sì, con grande sorpresa di tutti si scoprì che suonavano leggendo i loro pentagrammi vergati a mano. Le loro versioni, trent’anni dopo la registrazione di Philosophy, erano esattamente identiche a quelle del disco.

Nel 2001 uscì Better than the Beatles, un tribute album dedicato alla band; nel 2003 debuttò off-Broadway un musical sulle loro vite e la loro musica (foto sotto).

Helen è morta nel 2006. Betty non vuole più saperne di suonare, mentre Dot nel 2013 ha registrato un album (Ready! Get! Go!) contenente inediti delle Shaggs e nuove canzoni, anche se quest’ultimo sforzo non riesce ovviamente a ricatturare la magia del tutto irripetibile del 1969.
Dall’alto dei cieli, comunque, papà Austin sarà finalmente soddisfatto.

Ecco qui sotto, da YouTube, l’integrale dell’album Philosophy of the World. Trovate tutti i testi a questa pagina.
Se volete cimentarvi nell’ascolto del disco (sono solo 32 minuti della vostra vita, vale la pena tentare), innanzitutto allontanatevi da personaggi indiscreti che potrebbero non comprendere, e interrompere sgarbatamente il flusso del vostro trip; ricordate di lasciare dietro di voi ogni idea di canzone tradizionale, preparatevi a cadere in una sorta di trance musicale catatonica dopo il primo paio di pezzi… e con il tipo giusto di orecchi (e di cuore) potrete apprezzare l’incredibile opportunità di entrare nella mente di tre ragazze rinchiuse in un mondo alienante, che suonavano per assecondare le ossessioni di loro padre, e che nella musica hanno creato qualcosa di completamente inedito.

Come ha scritto Cub Koda su AllMusic:

C’è un’innocenza in queste canzoni, e nelle loro performance, che è al tempo stesso affascinante e disturbante. Colpi di batteria tagliati con l’accetta, accordi sparati attorno, canzoni che sembrano non avere una metrica suonate su chitarre scordate da quattro soldi, tutto converge, creando dissonanza e bellezza, caos e serenità, inducendo ogni ascoltatore che arriva a questa musica a riorganizzare qualsiasi nozione preesistente sulla relazione fra talento, originalità e abilità. Non c’è alcun album che possiate possedere che suoni anche solo lontanamente come questo.

(Grazie, Gigio!)

La morte in musica – IV

Nell’agosto del 1967 tutti in America parlavano di Ode to Billie Joe. Il singolo di debutto dell’allora sconosciuta Bobbie Gentry aveva scalzato All You Need Is Love dei Beatles dalle classifiche, vendendo 750.000 copie in pochissimo tempo. Era un successo totalmente inaspettato, tanto che i produttori della Capitol Records l’avevano originariamente relegato a B-side, convinti che nessuno l’avrebbe mai sentito. Eppure la canzone sarebbe divenuta una delle più celebri di sempre, ispirando addirittura un film, e il mistero contenuto fra le righe del testo avrebbe affascinato gli ascoltatori fino ad oggi.

Ode to Billie Joe

Ode to Billie Joe comincia come una vivida rappresentazione della vita quotidiana nell’assolato e povero entroterra della regione del Delta del Mississippi degli anni ’30 o ’40: la narratrice, evidentemente una teenager, lavora già nei campi assieme al padre e al fratello, nella calura di un’altra “assonnata e polverosa giornata nel Delta”. Ma è durante il pranzo che il vero tema della canzone emerge: il suicidio di Billie Joe, un ragazzo ben conosciuto alla famiglia della ragazza.

E qui di colpo la finezza della scrittura diviene prodigiosa. Con pochi, semplici tocchi, il testo ci racconta la banalità della morte nelle reazioni dei familiari: il cinismo del padre, che liquida il ragazzo suicida come una testa vuota (e quel “passa i biscotti” appena dopo il tranciante giudizio, a indicare il totale disinteresse per la notizia), il fratello che ricorda un vecchio scherzo senza apparente importanza, e la madre che, più empatica ma ugualmente superficiale nel suo chiacchiericcio, conduce la conversazione come una comare di paese.
La narratrice, invece, rimane chiusa nel suo mutismo, senza più appetito, e non possiamo sapere cosa pensi davvero: le sue emozioni non vengono descritte se non di riflesso, attraverso piccoli indizi sottilmente sparsi qua e là. È evidente che per lei Billie Joe significava più di quanto abbiano compreso i suoi disattenti familiari. L’hanno vista parlare con il suicida dopo la messa, e gettare “qualcosa” giù dal ponte dove egli si è tolto la vita. E qui arriviamo al vero mistero della canzone: cosa stavano buttando nella corrente del Tallahatchie lei e Billie Joe?

Le congetture sono molte: c’è chi è convinto che i due amanti stessero semplicemente gettando dei fiori (come riecheggiato nel finale della canzone), oppure un anello di fidanzamento, il che motiverebbe il suicidio del giovane, depresso per la rottura dell’idillio. Una cosa risulta evidente, dal silenzio della protagonista durante il pranzo – il loro era certamente un amore clandestino, soprattutto considerando l’opinione che il padre aveva del ragazzo; secondo alcuni, la pericolosità della relazione potrebbe indicare che Billie Joe era bianco, mentre la narratrice sarebbe di colore. Ecco allora che un’altra ipotesi, ancora più terribile, si fa strada: ciò di cui i due ragazzi si stavano disfacendo sul ponte era forse il loro bambino, prematuro o abortito, frutto di una gravidanza indesiderata e inconfessabile. Billie Joe, in preda ai sensi di colpa, non avrebbe resistito al rimorso e si sarebbe gettato in acqua nello stesso punto.

Questo enigma ha spesso oscurato, nelle discussioni, gli altri evidenti meriti del brano, primo fra tutti l’inquietante descrizione di una mentalità ottusa. La stessa autrice Bobbie Gentry ha fatto notare, spazientita, che “la canzone è una specie di studio sulla crudeltà inconscia. Ma tutti sembrano più interessati a cosa è stato gettato dal ponte, piuttosto che all’insensibilità della gente che viene raccontata nella canzone. Cos’hanno buttato dal ponte non è veramente importante. […] Chiunque ascolti la canzone può pensare cosa vuole al riguardo, ma il vero messaggio della canzone, se dev’esserci, è incentrato sulla maniera noncurante con cui la famiglia parla del suicidio. Se ne stanno seduti a mangiare i loro piselli e la torta di mele e parlano, senza nemmeno accorgersi che la fidanzata di Billie Joe è seduta lì con loro, ed è un membro della famiglia“.

Tutto, in Ode to Billie Joe, è cupo, opprimente, senza scampo. L’atmosfera ipnotica e paludosa della musica sembra rimandare alle lente, fangose acque del fiume, unica via di fuga possibile dalla pesante realtà per Billie Joe. Lo splendido finale ci racconta la dissoluzione della famiglia: il fratello si trasferisce, il padre muore (ma l’evento ci viene raccontato soltanto dopo le notizie sul fratello – una riprova del poco affetto provato per il genitore dalla narratrice?), la madre perde ogni vitalità e la giovane protagonista finisce per rimanere bloccata nel proprio personale purgatorio, in un rituale funebre ripetuto ossessivamente. Come i fiori inghiottiti dall’acqua marrone, anche la speranza affonda inesorabilmente.

Questa pagina (in inglese) riassume bene tutte le varie proposte di lettura avanzate, nel tempo, sulla canzone e i suoi “non detti”.

R.I.P. Jacopetti

L’uomo che inventò i mondo movies non c’è più.

Ieri si è spento a 91 anni Gualtiero Jacopetti, controverso regista assieme a F. Prosperi di Mondo Cane (1962), Mondo Cane 2 (1963) e Africa Addio (1966).

Consonno

In Italia esistono decine di città fantasma, e quasi ogni regione vanta i suoi borghi abbandonati e in rovina. Ma nessuno ha alle spalle una storia tanto cupa e affascinante quanto quella di Consonno, frazione del comune di Olginate in provincia di Lecco. Sorto nel Medioevo, fino all’inizio degli anni ’60 Consonno era un piccolo borgo abitato da contadini, che si poteva raggiungere unicamente tramite una mulattiera. La vita dei paesani era quella, semplice e faticosa, che contraddistingue la Brianza del Novecento: una comunità principalmente agricola, in cui i giovani cominciano a lasciarsi tentare dalle nuove fabbriche che cominciano a spuntare come funghi nei dintorni. Ma a Consonno il tempo sembra essersi fermato, mentre il paesino resta isolato tra foreste di castagni e ampi pascoli.

Di colpo, però, l’8 gennaio 1962 il tempo ricomincia a scorrere, facendo un balzo in avanti che condannerà Consonno a una strana sorte. Tutte le case del borgo, infatti, non sono di proprietà dei contadini che le abitano, ma di una società immobiliare: in quella fatidica data l’intera Consonno viene venduta a un imprenditore, il cui nome non si è mai sentito da quelle parti. Gli abitanti impareranno ben presto a conoscerlo. Si tratta del “Grande Ufficiale Mario Bagno, Conte di Valle dell’Olmo”, più semplicemente chiamato Conte Mario Bagno.

Figlio del boom economico di inizio anni ’60, il conte Bagno è un facoltoso ed eccentrico imprenditore, e ha messo gli occhi su Consonno per un suo ambizioso progetto: costruire una sorta di Las Vegas brianzola, una città dei balocchi e dei divertimenti che attragga folle di turisti e vacanzieri. Il modo in cui decide di attuare questa sua visione è, però, assolutamente inedito e degno di un film di Herzog. All’epoca l’attenzione per le necessità ambientali non è ancora una priorità, e il conte Bagno comincia i suoi lavori senza un piano specifico. Spiana le colline a suon di ruspe e dinamite per allargare il panorama. Si sveglia una mattina e comincia a far costruire una parte della nuova cittadella dei divertimenti, solo per farla distruggere il giorno dopo quando ha cambiato idea. Le sue fantasie divengono sempre più sfrenate, mentre decide che la nuova Consonno dovrà avere un circuito per le macchine, campi da calcio, da tennis, da pallacanestro, poi un centro anziani, poi un luna park, poi un enorme zoo… ben presto risulta chiaro che per dar vita ai suoi sogni di grandezza il vecchio borgo risulta d’impiccio.

Così le ruspe del conte Bagno cominciano a spazzare via, una dopo l’altra, le case del villaggio. “Le ruspe attaccavano le case con ancora all’interno gli abitanti o gli animali nelle stalle – bisognava scappare fuori in fretta e furia”, ricordano i testimoni. Fatta piazza pulita dell’antico borgo, la barocca e pasticciata fantasia del conte non ha più freni. Fa erigere nuovi palazzi, sfingi egizie, pagode, colonne doriche e un centro commerciale sovrastato da un assurdo minareto (che rimane ad oggi il simbolo inquietante della nuova Consonno).

All’inizio l’affluenza dei visitatori, curiosi di scoprire la meravigliosa cittadina in cui “il cielo è più azzurro”, come recitava la pubblicità, sembra incoraggiante per il conte. Migliaia di persone varcano l’arco sorvegliato da statue di armigeri medievali, si svagano fra le gallerie di negozi in stile arabeggiante, le sale da ballo e da gioco. Ma ben presto, scemata la novità, i turisti diminuiscono e a poco a poco i fondi si esauriscono. Cominciano a fioccare le proteste delle associazioni ambientali, le denunce, le polemiche. I lavori si fermano a metà degli anni settanta, anche perché la sconsideratezza della speculazione ha minato l’equilibrio idrogeologico della zona: una frana distrugge l’unica via di accesso alla “città dei balocchi”.

Così Consonno diventa una città fantasma, abbandonata al degrado e alle rovine del tempo, ulteriormente danneggiata dagli immancabili rave party che saltuariamente si tengono fra i suoi palazzi decadenti.

Eppure, Consonno non è soltanto una cittadella disabitata: sembra quasi un emblema, la faccia oscura del boom economico e dell’imprenditoria rampante e aggressiva, un tacito, inquietante lascito di un’epoca in cui le manie di grandezza di un singolo uomo potevano portare alla distruzione di un intero villaggio, di un panorama. Ancora oggi Consonno sembra la proiezione di una distorta fantasia di conquista, simboleggiata da un cannone (proveniente da Cinecittà), posto su un arco cinese, e puntato contro la vallata.

Le informazioni riassunte in questo articolo provengono dall’affascinante e dettagliatissimo sito sulla storia di Consonno. Un grazie a Marco per l’ispirazione!

Alex Prager

Nata a Los Angeles nel 1979, la fotografa Alex Prager si sta affermando come una delle voci più originali della scena artistica californiana. Le sue fotografie, estremamente ricercate, fanno di sicuro la felicità di semiotici e critici, ma riescono a provocare forti emozioni anche nel pubblico meno “dotto”. E questo perché contengono riferimenti a un certo tipo di cultura popolare, o meglio “pop”, che tutti conosciamo bene.

Nonostante la splendida fattura e la maniacale ossessione per i dettagli, l’arte di Alex Prager è infatti interessante proprio in virtù di ciò che non mostra, per i rimandi esterni che chiama in causa. I suoi scatti sembrano provenire direttamente dagli anni ’60, dalle patinate riviste di moda, piene di belle modelle vestite di colori sgargianti, con stravaganti acconciature e che spesso esibiscono la gioiosa e liberatoria indipendenza delle donne di quegli anni. La cura nel ricostruire il look e i piccoli particolari d’epoca è notevole, ma il tutto non si esaurisce in un vuoto esercizio di stile.

Talvolta la drammaticità di alcune fotografie le fa sembrare dei veri e propri fotogrammi tratti da film che non vedremo mai… e che, allo stesso tempo, abbiamo la sensazione di aver visto centinaia di volte. Così un volto dal trucco rétro, gli occhi arrossati colmi di lacrime, è talmente potente da risvegliare in noi una fantasia narrativa. Lo spettatore si ritrova, inconsciamente, a ricostruire un prima e un dopo, a inventare un personale e immaginario film, è cioè chiamato a usare tutti i referenti “cotestuali” che ha per completare il senso dell’immagine.

Le migliori opere della Prager sono quindi rivolte a un pubblico cinefilo, e non a caso l’artista californiana ha anche diretto un paio di cortometraggi utilizzando alcune amiche modelle come attrici. I toni mélo e la drammaticità dell’illuminazione riportano direttamente a un immaginario cinematografico, che scopriamo essere molto più che un bagaglio culturale: in questo caso si tratta di un vero e proprio filtro inconscio, attraverso il quale guardiamo e interpretiamo gli stimoli visivi che ci arrivano dalle fotografie. Le riconosciamo istantaneamente come probabili fotogrammi di film anche se, a rifletterci, faremmo fatica a spiegare il perché di questa immediata “interpretazione”.

E, infine, parliamo dell’aspetto più “politico” dell’opera di Alex Prager. Forse stiamo leggendo un po’ troppo fra le righe, ma donne, sempre donne sono le protagoniste di queste foto. Donne disperate, liberate, spregiudicate o misteriose. Talvolta, donne che sembrano in gabbia. Come se il vero senso di ribellione di quell’epoca d’oro, gli anni Sessanta, fosse racchiuso in un universo esclusivamente femminile – e, allo stesso tempo, al di là dell’emancipazione, la donna continuasse ad essere un personaggio, stereotipato nelle sue pose melodrammatiche e fissato per sempre in un mondo dai colori accesi e dalle mille passioni incontrollabili. Ma, al di là delle interpretazioni, quello che rimane inconfutabile è la stupefacente potenza di alcune di queste foto, che giocano in maniera postmoderna con l’immaginario di una controcultura ormai metabolizzata e addomesticata. E ci spingono a interagire, a integrare attivamente ciò che vediamo con ciò che abbiamo vissuto come spettatori.

Ecco il sito ufficiale di Alex Prager.

AGGIORNAMENTO: Ecco un interessante documentario su Alex Prager firmato da un lettore di Bizzarro Bazar, il giovane ma talentuoso scrittore e attore Francesco Massaccesi.

[vimeo http://vimeo.com/24849216]

Giocattoli weird

Talvolta i creativi dell’intrattenimento sviluppano idee che non incontrano il gusto del grande pubblico. Capita, non tutti i nuovi concept per giocattoli possono incontrare la fortuna. Certe volte, però, il fallimento sembra essere stato cercato appositamente, e con il lanternino.

“Se l’hula hoop ha avuto successo, anche la nostra Swing-Wing lo avrà sicuramente!”, devono essersi detti gli inventori di questo simpatico gioco – senza mostrare il minimo senso di pietà nei confronti delle cervicali dei poveri bambini.

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Divertimento assicurato per tutta la famiglia con Ball Buster (“Spaccapalle”). Secondo la voce narrante i  bambini lo adorano… peccato che a metà dello spot si alzino annoiati, e i due genitori rimangano a giocare da soli… con le loro eccitanti palle da “spaccare”.

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E cominciamo a parlare di bambole. Questa, ad esempio, è spacciata per un giocattolo irresistibilmente comico. L’effetto dello spot è esattamente l’opposto, e questa bambola sghignazzante potrebbe tormentare i vostri incubi per molto tempo.

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=2kc_Ii2glR0]

Il bambolotto che fa pipì è un po’ un classico:

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=NWbkbGjIYRI]

E allora, perché non regalare al vostro bambolotto urinante un amico per la vita, e farlo accompagnare da un cane sbavante?

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E, per concludere in bellezza questa breve panoramica, eccovi lo spot che porta il cattivo gusto ad un livello inedito. Il catastrofico doppio senso avrebbe dovuto impedire la messa in onda di una simile pubblicità; e invece, che ci crediate o no, lo spot è passato in televisione.

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Scopitone

Lo scopitone era l’antesignano, nei favolosi anni ’60, del videoclip. Come una sorta di juke-box dotato di schermo, permetteva di visualizzare un filmato assieme alla musica di una canzone.

Morto già alla fine del decennio del 1960, lo Scopitone rivive oggi nelle collezioni di vari appassionati, che raccolgono i video originali dell’epoca.

Eccovi una splendida ed inquietante versione di Can’t Take My Eyes Off You a cura dei dimenticati Freddy Bee 4. Sembra di assistere a un convegno di becchini, e particolarmente degni di nota sono: 1) il cantante, uscito direttamente da una tavola di Charles Addams; 2) le go-go girls che danzano un improbabile balletto sulle note della cover.

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