Teresa Margolles: l’orrore tradotto

Immagina di vivere a Ciudad Juárez, Messico.
La “Città del Male”, una delle più violente dell’intero pianeta. Qui gli omicidi negli anni scorsi hanno toccato vette inconcepibili. Più di 3000 morti nel solo 2010 – otto o nove persone uccise ogni giorno.
E così, ogni giorno, tu esci di casa pregando di non rimanere coinvolto in un regolamento di conti fra le oltre 900 pandillas (bande armate) legate ai cartelli della droga. Ogni giorno, che tu lo voglia o no, sei testimone della strage che si perpetua incessantemente nella tua città. Non è una metafora. E’ un vero massacro, quotidiano, atroce.

Ora immagina di vivere a Ciudad Juárez, Messico, e di essere una donna tra i 15 e i 25 anni.
Le tue probabilità di non subire violenza, e di rimanere in vita, si abbassano drasticamente. A Juárez le donne come te sono vessate, picchiate, stuprate, spesso scompaiono e i loro cadaveri – se mai vengono ritrovati – mostrano i segni di torture e mutilazioni.
Nel caso tu venissi rapita, sai già che probabilmente la tua scomparsa non sarebbe nemmeno denunciata. Nessuno si metterebbe comunque alla tua ricerca: la polizia sembra fare di tutto meno che indagare. “Avrà avuto qualcosa a che fare con il cartello – direbbe la gente – oppure se la sarà cercata“.

Photo credit: Scott Dalton.

Infine, immagina di vivere a Ciudad Juárez, Messico, di essere una donna e di essere un’artista.
Come potresti far comprendere questo inferno a chi a Juárez non ci abita? Come parlare dell’immenso carico di disperazione e di dolore che queste carneficine depositano sul cuore dei parenti delle vittime? Come farti ascoltare, in un mondo già saturo di immagini di violenza? Come rendere palpabile l’angoscia, il senso di perdita costante, lo spreco di vita?

Teresa Margolles, nata nel 1963 a Culiacán, Sinaloa, ha studiato come anatomopatologa prima di diventare artista. Ora vive a Città del Messico, ma in passato ha lavorato in diversi obitori in tutto il Sudamerica incluso quello di Ciudad Juárez, la terribile morgue dove un fiume infinito di corpi scorre attraverso i quattro giganteschi frigoriferi (capaci di contenere 120 salme ciascuno).
Un obitorio per me è il termometro di una società. Quello che succede dentro a un obitorio è quello che succede fuori. Il modo in cui muore la gente mi mostra cosa sta succedendo in città.

A fronte di questa diretta esperienza, Margolles ha indirizzato tutta la sua ricerca artistica verso due difficili obbiettivi: da una parte sabotare la narrativa, onnipresente nei media e nella mentalità messicana, che colpevolizza le vittime (il già citato “se la sono cercata”); dall’altra rendere le conseguenze della violenza concrete e tangibili, traducendo l’orrore in un linguaggio fisico, universale.

Ma occorre una particolare lucidità per evitare certe trappole. La strada più semplice sarebbe sicuramente puntare sulla shock art più cruda: infliggere al pubblico una sequela di immagini di massacro, di corpi mutilati, di carne maciullata. Ma l’effetto sarebbe controproducente, poiché la nostra società è già bombardata di simili rappresentazioni, assuefatta all’immagine iperreale tanto da non distinguerla più dalla finzione.

È necessario dunque portare il pubblico in contatto con la morte e il dolore, ma operando qualche tipo di transfert, in maniera traslata, così che sia la stessa sensibilità dell’osservatore a portarlo sul ciglio dell’abisso.

Ecco la complessa via che ha deciso di intraprendere Teresa Margolles. Quella che segue è una piccola, personale selezione di suoi lavori esposti in tutto il mondo, nei maggiori musei e gallerie d’arte contemporanea, e in diverse Biennali.

En el aire (2003). Il pubblico entra in una sala, ed è subito preso da una leggera euforia alla vista eterea di decine di bolle di sapone che fluttuano nell’aria: il riflesso, infantile, è quello di farne scoppiare qualcuna allegramente, allungando una mano. La bolla esplode, un po’ d’acqua rimane sulla pelle.
Quello che si scopre presto, però, è che quelle bolle sono create con l’acqua e il sapone usati nell’obitorio per lavare i corpi delle vittime di omicidio. Ecco che di colpo tutto cambia: l’acqua che è rimasta sulla nostra pelle ha creato una connessione invisibile, magica, fra noi e questi cadaveri anonimi; e ogni bolla diventa il simbolo di una vita, un’anima che fragile si è persa nel nulla.

Vaporización (2001). Qui l’acqua dell’obitorio, ancora una volta raccolta e disinfettata, è vaporizzata nella stanza da alcuni umidificatori. La morte satura l’atmosfera, non possiamo fare altro che respirare la fitta nebbia dove ogni particella contiene la memoria delle persone brutalmente uccise.

Tarjetas para picar cocaina (1997-99). Margolles ha raccolto delle fotografie di vittime di omicidio relative al traffico di droga. Poi le ha consegnate ad alcuni tossicodipendenti perché le usassero per tagliare la cocaina. La metafora, priva di giudizi morali, è chiara – i morti alimentano il narcotraffico, ogni sniffata implica la violenza – ma al tempo stesso queste fotografie divengono oggetti spirituali, investiti di un significato simbolico/magico legato alla specifica persona scomparsa.

Lote Bravo (2005). Sul pavimento stanno quelli che sembrano dei semplici mattoni. In realtà sono stati prodotti a partire dalla sabbia raccolta da cinque diversi luoghi di Juárez dove sono stati rinvenuti i corpi di donne violentate e uccise. Ogni mattoncino fatto a mano è il simbolo di una donna assassinata nella “città delle ragazze morte”.

Trepanaciones (Sonidos de la morgue) (2003). Soltanto qualche cuffia, che penzola appesa al soffitto. Chi decide di indossarne una, potrà ascoltare i suoni, senza parole, delle autopsie eseguite da Margolles stessa. Suoni di corpi aperti, ossa che vengono tagliate – ma senza immagini che contestualizzino i rumori osceni, senza che si possa sapere precisamente a cosa corrispondano. A chi corrispondano, a quale nome, a quale vita spezzata, a quali interrotte speranze.

Linea fronteriza (2005). La foto di una sutura, un corpo ricucito dopo l’autopsia: ma il dettaglio che rende davvero potente l’immagine è il tatuaggio della Vergine, le cui due metà non combaciano più perfettamente perché si trovano proprio dove è stato eseguito il taglio. Ogni tatuaggio è un modo per dichiarare la propria individualità: la morte insensata è la frontiera che la interrompe e la frantuma.

Frontera (2011). Margolles preleva due muri da Juárez e da Culiacán, e li ricostruisce in galleria. Sui muri sono ben evidenti i fori dei proiettili usati per l’uccisione di due poliziotti e di quattro giovani da parte dei narcotrafficanti. Di fronte a queste pareti, non ci si può impedire di immaginare. Cosa si deve provare, di fronte a un plotone di esecuzione sommaria?
Inoltre, “salvando” questi muri (che nelle città di origine sono stati velocemente rimpiazzati da muri nuovi) Margolles sta anche preservando la traccia visiva di un atto di violenza che la società è ansiosa di rimuovere dalla memoria collettiva.

Frazada/La Sombra (2016). Una semplice struttura, allestita all’esterno, mantiene sollevata una coperta, come la tenda di uno stand di venditori ambulanti. Si può mettersi all’ombra, per cercare un po’ di refrigerio dal sole. Eppure la coperta viene dall’obitorio di La Paz, e avvolgeva il corpo di una donna vittima di femminicidio. L’ombra è dunque quella dell’omertà, del silenzio che avvolge questi crimini – si tratta, ancora una volta, di uno stratagemma concettuale escogitato per portarci più vicini alla morte della donna. Questo sudario, questo delitto proietta la sua ombra anche su di noi.

Pajharu/Sobre la sangre (2017). Dieci donne uccise, dieci stoffe che ne hanno contenuto i cadaveri, ancora macchiate del loro sangue. Su questa tela di partenza Margolles ha fatto ricamare a sette tessitrici di etnia Aymara dei motivi tradizionali. Il sangue rappreso si confonde con le decorazioni floreali, finisce mascherato, metabolizzato all’interno dei disegni intrecciati. In quest’opera straordinaria si può riconoscere, da un lato, la denuncia di una violenza divenuta ormai parte integrante di una cultura: quando pensiamo al Messico, pensiamo spesso alle sue tradizioni più colorate, senza accorgerci del sangue che le intride, senza vedere la dolorsa realtà che si nasconde dietro agli stereotipi che noi tuisti amiamo tanto. Dall’altro lato, però, Sobre la sangre è un atto di amore e di rispetto per quelle donne assassinate. Lungi dall’essere meri fantasmi, sono una presenza concreta; preservando e impreziosendo queste tracce di sangue, Margolles sta cercando di sottrarle all’oblio, e rendere loro la perduta bellezza.

Lengua (2000). Margolles si è presa carico delle spese per i funerali di questo ragazzo, ucciso nelle faide del narcotraffico, e in cambio ha chiesto alla famiglia il permesso di conservare e utilizzare la sua lingua per questa istallazione. In modo che essa possa parlare ancora. Analogamente al tatuaggio in Linea frontizera, qui è il piercing a diventare segno di una singolarità stroncata.
Lo scarto teorico operato qui è notevole: un organo umano, privato del corpo che lo contiene e decontestualizzato, diviene oggetto a sé stante, lingua ribelle, corpo “pieno” esso stesso — portatore di un senso completamente inedito. La ricercatrice Bethany Tabor ha interpretato quest’opera come specchio del concetto deleuziano di corpo senza organi, cioè il corpo che si dis-organizza, rivoltandosi contro le funzioni impostegli dalla società, dal capitalismo, dall’ordine costituito (da tutto ciò, insomma, che Artaud chiamava “Dio” e da cui aspicava una liberazione definitiva).

37 cuerpos (2007). I rimasugli del filo usato per cucire i corpi di 37 vittime sono legati assieme, in una corda che attraversa lo spazio e lo divide come una linea di frontiera.

¿De qué otra cosa podríamos hablar? (2009). L’opera, premiata alla 53a Biennale di Venezia, è quella che ha reso celebre Margolles. Il pavimento della sala è cosparso con l’acqua usata per lavare i cadaveri all’obitorio di Juárez. Ai muri, grandi tele sembrano quadri astratti ma sono in realtà lenzuoli impregnati del sangue delle vittime.
Fuori dal Padiglione Messicano, su un balcone che si affaccia sulla calle, è issata una bandiera del Messico, anch’essa insanguinata. La necropolitica invade gli spazi dell’arte.

Non è semplice vivere a Ciudad Juárez, Messico, essere una donna, ed essere un’artista che affronta di petto la violenza senza fine e spesso senza voce. Ancora più difficile individuare le corde giuste, trovare il miracoloso equilibrio tra crudezza e delicatezza, tra minimalismo e incisività, in un approccio radicale e poetico che possa scuotere il pubblico ma anche toccarne il cuore.

Per questo post sono in assoluto debito con Bethany Tabor, che alla Death & The Maiden Conference ha presentato la sua illuminante ricerca Performative Remains: The Forensic Art of Teresa Margolles, incentrata sulle implicazioni deleuziane dei lavori dell’artista messicana.
Un paio di saggi disponibili su Margolles sono
What Else Could We Talk About? e Teresa Margolles and the Aesthetics of Death.

Dipingere sull’acqua

Se avete in casa qualche libro vecchio, conoscerete di certo quelle copertine o quegli interni decorati con colorate fantasie che ricordano i motivi del marmo.
La marmorizzazione della carta ha origini antichissime, risalenti forse alla Cina di duemila anni fa, anche se la tecnica si affermò definitivamente in Giappone durante il periodo Heian (VIII-XII secolo) con il nome di suminagashi. Il segreto del suminagashi era gelosamente conservato e passato di padre in figlio, nelle famiglie di artisti; gli esempi più belli e piacevoli venivano utilizzati per impreziosire le raccolte poetiche o i sutra.

Dal Giappone attraverso le Indie il metodo arrivò in Persia e in Turchia, dove divenne un’arte raffinata chiamata ebru. I viaggiatori occidentali la importarono in Europa e cominciarono a produrre carte marmorizzate su larga scala per foderare libri e scatole.

In Turchia l’ebru è ancora oggi considerata un’arte tradizionale. Garip Ay (classe 1984), laureatosi all’Università Mimar Sinan di Istanbul, è diventato uno degli artisti ebru più conosciuti a livello mondiale, e ha tenuto workshop e seminari dalla Scandinavia agli Stati Uniti. Le sue straordinarie doti nella pittura su acqua lo hanno portato ad apparire in documentari e video musicali.

Il suo ultimo lavoro è recentemente diventato virale: dipingendo su nero e utilizzando un addensante per far meglio galleggiare i colori insolubili sull’acqua, Garip Ay ha ricreato due celebri dipinti di Van Gogh, la Notte stellata e l’iconico Autoritratto del 1889. Il tutto in soli venti minuti (condensati in un video di quattro).

La meraviglia e la magia racchiuse in questo sorprendente exploit risiedono di certo nella precisa esecuzione artistica di Ay, ma ciò che colpisce maggiormente è la fluidità, l’imprevedibilità, la precarietà del supporto acquoso: in questo senso, l’ebru mostra di essere davvero figlio dell’Estremo Oriente.
Non occorre ricordare l’importanza simbolica dell’acqua, e dell’accordarsi ai suoi movimenti, nelle discipline filosofiche orientali; arrivare a dipingere sulla sua superficie diventa un esercizio di puro wu wei, un “agire senza forzare”, permettendo al colore di organizzarsi secondo la sua natura e allo stesso tempo sfruttandone gentilmente le qualità per ottenere l’effetto desiderato. In questo modo, proprio quell’ostacolo che sembrava rendere insidiosa l’impresa (l’acqua incerta, che il minimo soffio è sufficiente a disturbare) viene tramutato in vantaggio — finché l’artista non cerca di contrastarlo, ma ne sfrutta invece il naturale movimento.

Al cuore, quest’arte ci insegna una sublime leggerezza nell’affrontare la realtà, intesa come tremula superficie su cui possiamo imparare a stendere, delicatamente, i nostri colori.

Ecco il sito ufficiale di Garip Ay, e soprattutto il canale YouTube dove potrete assistere all’affascinante creazione di molte altre sue opere.
Su Amazon: Suminagashi: The Japanese Art of Marbling di Anne Chambers. E se volete provare a marmorizzare in prima persona, non c’è nulla di meglio di un kit per principianti.

Due cimiteri subacquei

Nell’insenatura chiamata Mallows Bay, il fiume Potomac scorre placido e indisturbato. L’ha fatto per ben più di due milioni di anni, lo perdonerete se non sembra particolarmente impressionato.
Le sue acque fresche e ricche di alghe scivolano via lungo le sponde, accarezzando le carene di centinaia di navi sommerse. Sì, perché in questo cimitero subacqueo riposano almeno 230 navi affondate — un surreale tributo qui, nel mezzo del Maryland a 30 miglia a sud di Washington, il ricordo di una guerra fra “bipedi implumi”, e di una strategia militare che si provò disastrosa.

Nel 1917, il 2 aprile, il presidente Woodrow Wilson chiamò alle armi gli Americani contro la Germania imperialista. Questo voleva dire spostare risorse alimentari, umane e belliche oltre l’Atlantico, che pullulava di sottomarini tedeschi. E mantenere un esercito al di là dell’oceano significava fabbricare la flotta più imponente della storia dell’umanità. Nel febbraio 1917, l’ingegnere Frederic Eustis propose un piano all’apparenza ineccepibile per abbattere i costi e risolvere il problema: la costruzione di navi in legno, più economiche e veloci da assemblare di quelle in acciaio; una flotta talmente vasta che avrebbe grazie al numero superato gli inevitabili affondamenti dei sottomarini, e portato provviste e armamenti fino alle coste europee.
Ma, fra guai burocratici e ritardi ingegneristici, il progetto cominciò ironicamente a fare acqua fin dall’inizio. I tempi di consegna non vennero rispettati, e nell’ottobre 1918 erano state completate soltanto 134 navi in legno; 263 erano finite solo per metà. Quando la Germania si arrese l’11 novembre, nessuno di questi vascelli era mai stato varato.

Cominciò una battaglia legale per accertare le rispettive responsabilità, visto che delle 731 navi commissionate soltanto 98 erano state consegnate; e anche queste avevano una struttura debole e mal costruita, dimostrandosi troppo piccole e onerose per la consegna di cargo sulla lunga distanza. I costi per mantenere questa flotta presto risultarono eccessivi, e in breve tempo si decise di eliminare l’intera operazione, affondando le navi dove si trovavano, una dopo l’altra.

Oggi Mallows Bay ospita centinaia di navi affondate, che si sono trasformate nel tempo in una sorta di reef naturale, in cui prospera un ecosistema florido. Visto che erano composte di legno, queste navi sono ormai parte della vita del fiume, e ospitano alghe e microorganismi che nel tempo cancelleranno questa follia bellica rendendola parte del Potomac stesso.
Mallows Bay è il più grande cimitero di navi dell’emisfero Occidentale. Per quello Orientale, bisogna guardare alla Laguna di Truk (o Chuuk) in Micronesia.

Qui, nel corso di un’altra sanguinosa guerra, la Seconda Mondiale, furono abbattuti centinaia di aerei e altri avamposti giapponesi nell’operazione chiamata Hailstone.

Il 17 febbraio 1944 l’inferno esplose in questa tranquilla laguna tropicale, quando le forze aeree statunitensi affondarono 50 navi giapponesi e circa 250 aerei. Almeno 400 militari nipponici trovarono la loro fine qui. Gran parte della flotta rimane ancora nel luogo in cui si inabissò a causa dei colpi nemici.

Galleggiando sulla superficie delle chiare acque della laguna, è ancora possibile vedere le imponenti strutture dei relitti; e molti temerari si immergono per esplorare lo spettrale paesaggio, dove carcasse di aerei e chiglie di navi da battaglia affollano il fondo sottomarino.

Lamiere arrugginite e taglienti, cavi fluttuanti e perdite di petrolio rendono estremamente pericolosa l’immersione. Eppure questo cimitero, il più grande del mondo nel suo genere, sembra offrire un’esperienza che vale il rischio. Fra il metallo contorto di un’ormai antica battaglia, sono ancora intrappolati i resti di alcuni combattenti, che il Giappone non è mai riuscito a recuperare. Vite spezzate, terribili ricordi di un conflitto epocale che ha mietuto più vittime di qualsiasi altra strage.
E anche qui la vita è rifiorita, coprendo i relitti di lussureggianti coralli e animali marini. Quasi a ricordare che il mondo va comunque avanti, senza curarsi delle nostre guerriglie, né delle eroiche vittorie di cui amiamo fregiarci.

(Grazie, Stefano Emilio!)

Il Cacciatore di Streghe

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Di tutti i secoli passati, il Seicento è sicuramente fra i più bizzarri, rispetto alla sensibilità moderna.
Epidemie di vampirismo, masticatori di sudari, santi prodigiosi le cui spoglie operavano miracoli, ed infine loro, le streghe, quelle donne malvagie che stringevano alleanze con il Diavolo. Il soprannaturale era parte integrante della quotidianità, e dubitare delle sue influenze sulla vita di tutti i giorni era, secondo alcuni pensatori come ad esempio Joseph Glanvill, una vera e propria eresia: tanto abbietta quanto la negazione dell’esistenza degli angeli. Il demonio, in quegli anni, si aggirava davvero per le campagne alla ricerca di anime da catturare e dannare per l’eternità, era cioè una figura concreta, che la gente credeva di riconoscere dietro ad ogni evento peculiare.

Le streghe avevano un posto centrale nell’immaginario popolare, e chiunque poteva essere sospettato di stregoneria: una lite con una vicina di casa, seguita dalla comparsa di vaghi dolori o di una malattia del bestiame, era chiaro segnale che la donna aveva immensi poteri di provenienza diabolica. In un’epoca in cui i processi per stregoneria erano diffusi, è facile comprendere come accusare un proprio nemico d’aver stretto un patto con Satana fosse un metodo facile ed economico per toglierselo dai piedi.

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In questo contesto emerse la figura di Matthew Hopkins, il cacciatore di streghe più famoso della Storia.
Nato intorno al 1620 a Wenham Magna, minuscolo villaggio inglese nella contea di Suffolk, era il quarto dei sei figli di un pastore puritano piuttosto amato dai suoi compaesani. Della vita di Matthew prima del 1644 si conosce molto poco: sembra che avesse un’infarinatura di giurisprudenza, e che avesse acquistato una locanda a Mistley con i soldi ricevuti in eredità, ma questi aneddoti sono poco verificabili.

Quello che è certo è che all’inizio degli anni 40 del Seicento Hopkins si trasferì a Manningtree, Essex, e lì nel 1644 si autoproclamò Witchfinder General. Si trattava di un titolo che voleva sembrare ufficiale (general significa “rappresentante del Governo”), ma ovviamente il Parlamento non aveva mai istituito la carica di Cacciatore di Streghe; Hopkins era comunque ben deciso a guadagnarsi fama e fortuna, e quell’altisonante appellativo non era che l’inizio. La sua carriera vera e propria cominciò quello stesso anno, quando Hopkins dichiarò di aver sentito alcune donne parlare dei loro incontri con il demonio. Da quel momento in poi, assieme al fido compare John Stearne, cominciò a viaggiare per l’Inghilterra orientale, principalmente tra Suffolk, Essex e Norfolk, disinfestando borghi, villaggi e città dalle temute streghe.

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Hopkins e Stearne arrivavano in una nuova cittadina, annunciavano di essere stati incaricati dal Parlamento di scoprire le streghe della zona, raccoglievano denunce e “indizi”, quindi passavano ai fatti: accusavano e processavano anche venti o venticinque persone, trovavano immancabilmente le prove dell’avvenuto Patto con il diavolo, e mandavano tutti al patibolo.
Bisogna sottolineare che i processi per stregoneria erano diversi da tutti gli altri procedimenti giudiziari, perché la gravità del crimine era tale da permettere ai giudici di abbandonare le normali procedure legali ed ogni scrupolo etico (crimen exceptum): la confessione andava estorta con qualsiasi mezzo e ad ogni costo. Ma la tortura era pur sempre illegale in Inghilterra.

Così i metodi di Hopkins per scoprire se l’imputata fosse realmente una strega, pur essendo fra i più crudeli, rimanevano sempre sul limite di ciò che si poteva considerare tortura: la prassi più utilizzata prevedeva ad esempio la deprivazione del sonno. Si teneva l’imputata sveglia e immobile per giorni, seduta con le gambe incrociate e impedendole di dormire, finché la poveretta non finiva per ammettere qualsiasi cosa.

Si cercava poi sul suo corpo il Segno della Bestia – che non era difficile da trovare, visto che praticamente tutto (da un terzo capezzolo, a una zona di pelle un po’ secca, a un neo particolarmente grosso) poteva essere interpretato in tal senso. Se non vi era alcun Segno del Diavolo sul corpo, significava una sola cosa: che non era visibile ad occhio nudo. Ecco quindi entrare le assistenti di Hopkins, donne che viaggiavano con lui e che svolgevano la funzione di witch prickers, “pungolatrici di streghe”. Il Segno del Diavolo era infatti immune al dolore e non sanguinava, a quanto si diceva, e per trovarlo le witch prickers utilizzavano degli spilloni appositi tormentando il corpo della presunta strega in ogni sua parte.

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In queste lunghe ore di osservazione, spesso Hopkins e altri testimoni vedevano comparire uno o più “famigli“, cioè i demoni minori al servizio della strega, che si presentavano sotto forma di cane, gatto, capra o altri animali, e che bevevano il sangue che scorreva dal corpo della strega come fosse latte. L’apparizione di un famiglio era, com’è ovvio, uno degli indizi di colpevolezza più schiaccianti.

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C’erano pochissime probabilità che tutte queste indagini fallissero nel trovare prove inconfutabili della natura diabolica della strega. Ma se proprio non si era ancora certi, Hopkins poteva sempre ricorrere alla sua trovata più clamorosa, l’infame ordalia dell’acqua. Secondo una teoria dell’epoca, l’acqua (simbolo del battesimo, elemento purissimo) avrebbe rifiutato di accogliere una strega: bastava quindi legare l’imputata a una sedia e gettarla in un fiume o un lago. Se fosse rimasta a galla, si sarebbe trattato per forza di una strega; se fosse annegata, la sua anima innocente sarebbe volata all’altro mondo nella grazia di Dio.
Quest’ultimo metodo era davvero troppo estremo, e le autorità intimarono a Hopkins di utilizzarlo esclusivamente con il consenso della vittima; così già alla fine del 1645 la pratica venne abbandonata.

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Fin dall’inizio della loro “battuta di caccia”, in virtù degli spietati processi, i nomi di Hopkins e Stearne sparsero il terrore in tutta l’Inghilterra dell’est. Una terribile fama li precedeva, e appena circolava voce che i due, con le loro assistenti femminili, si stessero dirigendo verso un determinato villaggio, la gente del posto non dormiva certo sonni tranquilli. Anche con tutta la superstizione e le convinzioni sull’esistenza delle streghe, il popolo poteva vedere benissimo che i processi di Hopkins erano solo delle farse, il cui esito era deciso in anticipo.
Ma cosa alimentava la foga di quest’uomo nella sua missione? Ci credeva veramente, o aveva qualche interesse nascosto?

Lasciando alle spalle un’impressionante scia di cadaveri, la caccia in verità stava fruttando al Witchfinder General un lauto bottino. Nonostante lui più tardi dichiarasse che la sua paga, necessaria a sostenere la sua compagnia e tre cavalli, fosse di soli venti scellini a città, i registri contabili raccontano una realtà differente: l’onorario di Hopkins era di 23 sterline a città, più le spese di viaggio – una somma altissima per l’epoca. Le spese a carico dei vari municipi erano talmente elevate, che nella cittadina di Ipswich fu necessario istituire una tassa speciale per coprirle. Improvvisarsi cacciatore di streghe freelance era senza dubbio un colpo geniale, se non ci si faceva scrupoli a mandare a morte decine e decine di persone.

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L’eco delle gesta del Witchfinder General arrivò anche al Parlamento, e diversi membri espressero preoccupazione per il degenerare della cosa. Anche altre voci, come quella del predicatore puritano John Gaule, si levarono contro l’operato di Hopkins. Fu così che si arrivò a un peculiare ribaltamento della situazione: nella contea di Norfolk, nel 1646, i due cacciatori di streghe vennero fatti sedere sul banco degli imputati. I giudici volevano assicurarsi che non fossero stati usati mezzi di tortura per estorcere confessioni; intendevano indagare sulle parcelle richieste da Hopkins e Stearle alle comunità che avevano visitato; e infine insinuarono, in un sorprendente e ironico twist, che se Hopkins era davvero tanto esperto nella stregoneria e nella demonologia, forse nascondeva anch’egli un segreto…

Dopo questo primo interrogatorio, Hopkins comprese che sarebbe stato più saggio per lui chiudere l’attività. Quando la corte si riaggiornò nel 1647, egli era già tornato a vivere a Manningtree. La carriera del Witchfinder General durò quindi poco più di un anno, 14 mesi per la precisione. Nonostante il breve periodo, i numeri sono impressionanti: tra il 1644 e il 1646 egli fu responsabile della morte di circa trecento donne, impiccate, bruciate, annegate, o morte in prigione. Se si pensa che in totale, dall’inizio della caccia alle streghe nel primo ‘400 fino alla sua fine nel tardo ‘700, in Inghilterra furono condannate per stregoneria meno di cinquecento persone, significa che il 60% del totale delle uccisioni è da attribuirsi al Witchfinder General.

Ma la sua inquietante ombra non si limita ai processi da lui personalmente celebrati: nel 1647, già “in pensione”, Hopkins scrisse The Discovery of Witches, un vero e proprio manuale per individuare le streghe. Questo libro ebbe fortuna nel Nuovo Mondo, e fu utilizzato come testo di riferimento in vari processi, fra cui quelli, tristemente noti, di Salem nel Massachussetts.

Con il tempo la figura di Hopkins divenne quasi mitologica, una sorta di orco o di uomo nero dalla malvagità senza confini. Si racconta che venne processato per stregoneria, sottoposto al suo stesso metodo inumano di “ordalia dell’acqua”, e che morì annegato in un fiume. Ma questa è soltanto una leggenda, con un confortevole e troppo preciso contrappasso. Nella realtà Matthew Hopkins, il Witchfinder General, morì di tubercolosi il 12 agosto 1647, nel suo letto.

Nel 1968 la sua storia venne portata sul grande schermo, romanzata, da Michael Reeves nel cult Il grande inquisitore che fece scandalo per le sue insistite sequenze di tortura e nel quale il Witchfinder General è interpretato da un grande Vincent Price.

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Il libro di Hopkins, The Discovery of Witches, è disponibile gratuitamente online sul sito del Progetto Gutenberg.

Mosaico d’acqua

66.000 tazze biodegradabili e compostabili, 15.000 litri di acqua piovana, 1 kg di colorante vegetale, più di 100 volontari, 62 ore di lavoro.

Così l’artista Belo ha creato il suo incredibile mosaico con lo scopo di dare voce alla crisi globale dell’acqua. Le tazze simulano vari livelli di impurità dell’acqua rilevati sul globo terrestre: l’opera completata ci suggerisce l’importanza che questo elemento ricopre, prima ancora che la vita abbia inizio.

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Ecco il sito ufficiale dell’artista.

F.A.Q. – Il bicchiere d’acqua

Caro Bizzarro Bazar, come posso bermi un bel bicchiere d’acqua in assenza di gravità?

Facile. Prendi l’acqua e divorala.

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Free Fall

Il campione del mondo di free-diving (immersione libera in apnea) Guillame Nery ha affrontato il Dean’s Blue Hole nelle Bahamas, il secondo buco sommerso più profondo del mondo (202 metri). La campionessa di apnea Julie Gautier l’ha accompagnato, filmando il tutto, anche lei senza respiratore.

Il risultato di molteplici immersioni è Free Fall: un cortometraggio spettacolare e mozzafiato, estatico e onirico. Un filmato che ci tocca a un livello archetipico: l’uomo, la natura, la sfida ma anche il volo, la luce, l’acqua… Godetevelo a schermo intero, e immergetevi nel mistero!

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Il Grande Rigurgitatore

Hadji Ali, noto nel mondo dello spettacolo come Il Grande Rigurgitatore, era nato in Egitto nel 1872. Negli anni ’20, in America, divenne celebre per la sua abilità di inghiottire diversi oggetti e liquidi, e di rigurgitarli in un ordine preciso (scelto dal pubblico, o da lui stesso).

La sua arte non era in realtà una novità vera e propria, ma affondava le sue radici nella metà del 1600, quando artisti francesi come Jean Royer o Blaise Manfre impressionavano il pubblico con le loro abilità. Manfre, in particolare, era famoso per bere grosse quantità d’acqua, e rigurgitare vino. Questo era in realtà un trucco: prima dello spettacolo, Manfre inghiottiva un estratto di legno brasiliano, per colorare di rosso l’acqua che avrebbe in seguito bevuto.

Rispetto a tutti i suoi predecessori, però, Hadji Ali aveva dalla sua una tecnica davvero insuperata: poteva ingollare quantità incredibili di acqua, e risputarle con una precisione millimetrica. Sapeva bere l’equivalente di tre acquari da pesce, e rigurgitarli in una piccola fontanella ad arco per colpire un bicchierino posto a una notevole distanza. Ali riusciva perfino  a complicare questo numero intervallando l’emissione di acqua con la rigurgitazione di diversi oggetti precedentemente inghiottiti, secondo l’ordine prescelto, dimostrando così un’incredibile abilità a dividere il suo stomaco in “compartimenti”.

In effetti, nell’arte del rigurgitatore non esistono trucchi: si tratta semplicemente di abilità e allenamento nel controllare i muscoli della gola e dello stomaco, e di vomitare a comando. Ma Ali era unico: nel suo gran finale, inghiottiva un gallone d’acqua (quasi 4 litri), seguito da un gallone di kerosene. Un castello di carta veniva portato sul palco, e Ali riusciva in qualche modo a separare, nel suo stomaco o a livello dell’esofago, il kerosene dall’acqua. Rigurgitava la benzina, dando fuoco al castello di carta, e in seguito spegneva l’incendio provocato, risputando fuori l’acqua.

Qualsiasi testimonianza filmata della sua sorprendente abilità sarebbe andata persa, se una sua performance non fosse stata immortalata nella versione spagnola di un film di Stanlio e Ollio (“Politiquerias”).

Ecco a voi, signore e signori, Hadji Ali, Il Grande Rigurgitatore.

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Anche oggi questo tipo di arte circense sopravvive grazie allo scozzese Stevie Starr, di cui potete vedere un video qui. L’altro grande vero protagonista della rigurgitazione rimane The Great Waldo, che sapeva inghiottire gli oggetti più disparati (chiavi, monete, orologi), ma che con il tempo affinò la sua tecnica: cominciò a deglutire animali vivi come rane, topi e perfino ratti, rigurgitandoli sani e salvi. Questa sua peculiarità, però, lo rese poco simpatico al pubblico femminile. Solo e disperato, dopo l’ennesimo rifiuto da parte di una donna di cui era innamorato, il Grande Waldo si suicidò con il gas.

Scoperto via The Human Marvels.