La famiglia cannone

Prima Guerra Mondiale. Edmondo detto “Pagnotta”, umile soldato di fanteria, se ne stava immerso nel fango della trincea fino alla cintola.
Il fronte nemico, a neanche cento metri di distanza, era un limite invalicabile da mesi; l’estenuante battaglia di posizione costringeva all’immobilità assoluta, nonostante i continui e fragorosi bombardamenti d’artiglieria.
Nella mente di Edmondo, che aveva allora 24 anni, era nata quasi per scherzo un’idea folle: e se per uscire dallo stallo avessero provato a sparare col cannone alcuni soldati al di là delle linee nemiche?

Nata quasi per scherzo, una simile fantasia sarebbe rimasta tale — se solo Edmondo fosse stato un giovanotto qualunque.
A guerra finita, i suoi parenti gli avrebbero dato del matto a sentir parlare di uomini catapultati in aria — se solo la sua famiglia fosse stata una famiglia qualunque.

Ma Edmondo di cognome faceva Zacchini, e gli Zacchini erano equilibristi, cascatori, trapezisti e cavallerizzi. Lo stesso Edmondo, peraltro, era soprannominato “Pagnotta” perché era così bravo come clown che la gente gli regalava il pane. Il capostipite della famiglia, Ildebrando, nato a Malta nel 1868, era il proprietario del Circo Olimpico, un piccolo baraccone itinerante che univa numeri di ginnasti a brevi farse e siparietti comici. Un’impresa di famiglia che da molto tempo arrancava nell’attesa di una trovata che riuscisse a risollevarne il bilancio: forse quest’idea di spararsi in aria da un cannone era proprio quel che ci voleva per attirare un po’ di attenzione.

In realtà non era un concetto nuovo nel mondo del circo: già nel 1877 la quattordicenne Rossa Matilda Richter era diventata celebre con il nome d’arte di Zazel, facendosi lanciare in aria al Royal Aquarium di Londra con un congegno inventato da William Leonard Hunt (più noto come “il Grande Farini”).

C’erano anche precedenti letterari, come ad esempio l’utopico progetto, datato 1686, di un mortaio spara-uomini con finalità belliche a opera dell’ingegnere di fantasia Mustaphato Salicio (“Neu und wundersame Erfindung Eines Küpfernen Mörsels“). Sempre nel mondo della letteratura fantastica, il Barone di Münchhausen era celebre per aver cavalcato una palla di cannone in battaglia.

E pare che anche Ildebrando Zacchini inizialmente avesse in mente di applicare l’idea proprio all’ambito militare: aveva proposto il “cannone umano” addirittura al Governo italiano, che l’aveva giudicato impraticabile. Allora Edmondo e suo fratello Ugo si misero a cercare di perfezionare lo stunt a fini circensi.

L’anno della svolta fu il 1922. Mentre erano in tournée al Cairo gli Zacchini modificarono un autentico residuato bellico in modo che potesse accomodare un proiettile umano: inserirono al suo interno un pistone largo quanto l’imboccatura, azionato da una carica di polvere da sparo.
Venne la mattina del test, e fu proprio Edmondo il primo uomo a farsi sparare da un cannone.
La carica esplose, il pistone scattò, Edmondo venne scaraventato in alto. Atterrò sei metri più in là, fratturandosi una gamba.

Ma dagli errori si impara; i fratelli Zacchini cambiarono il cannone, sostituendo la polvere da sparo con l’aria compressa; implementarono uno sbuffo di cenere nera, per mantenere l’effetto scenico; ampliarono la rete di sicurezza che doveva fermare la caduta dello stuntman; e soprattutto capirono che forse era il caso di fare delle prove di balistica con un manichino, prima della performance, in modo da minimizzare gli errori di calcolo.
Il primo lancio pubblico, quell’anno al Cairo, vide Ugo atterrare indenne dopo uno spettacolare volo.

Gli Zacchini cominciarono a girare l’Europa con il nuovo numero, riscuotendo enorme successo ovunque; tanto che a Copenaghen vennero notati da John Ringling, il quale non esitò a ingaggiarli per il suo circo, il più grande del mondo. Nel marzo del 1929 Ugo (ribattezzato Hugo) venne sparato al Madison Square Garden di New York; e da lì cominciò una carriera sfolgorante per gli Zacchini Brothers. Edmondo, che nel frattempo si era rotto la stessa gamba altre quattro volte, pensò bene di limitarsi al ruolo di cannoniere, lasciando a suo fratello quello di uomo-proiettile.

Nel 1934, nel tentativo di svecchiare il numero, gli Zacchini provarono anche il lancio doppio. Ugo e un altro fratello, Vittorio, venivano sparati dalla bocca del cannone in sequenza, mentre Edmondo azionava il marchingegno. Ma il lancio doppio comportava frequenti problemi, e venne abbandonato qualche anno dopo.

Durante la Seconda Guerra Mondiale tutti i maschi abili partirono per il fronte, ma lo spettacolo doveva continuare. Ecco allora che venne inaugurata l’epoca dei proiettili femminili: Silvana, figlia di Vittorio, fu la prima donna ad essere sparata dal cannone, a soli sedici anni. A seguire molte altre ragazze della famiglia intraprenderanno la carriera di human cannonball, dalla grande Victoria e sua sorella Duina (figlie di Edmondo, conosciute come The Spicegirls), fino a Flora, Madelina, Linda.

La famiglia Zacchini (sette fratelli e due sorelle) conobbe una tale fortuna da potersi permettere di abbandonare il Ringling Circus e dare vita a numerosi show separati, in cui si esibivano i suoi numerosi componenti; ma il più celebre rimase sempre Hugo, ricordato negli annali come il primo autentico proiettile umano della storia. Una volta ritiratosi dalle arene dei circhi, Hugo si dedicò alla pittura e alla scultura, come suo padre Ildebrando prima di lui. E molti vicini di casa ancora ricordano il bizzarro furgone di scena parcheggiato nel viale della sua villetta californiana, attrezzato con il grande mortaio: la vernice argentata ormai cadeva giù scrostandosi, eppure rimaneva il simbolo di un’intera vita da scavezzacollo, passata a rischiare la vita per divertire il pubblico. E a spiccare il volo, ogni sera, dalla bocca di un cannone.

Buona parte delle informazioni contenute nel post sono tratte da Fenomeni da baraccone (2013) di Marcello Fini. A differenza di quanto riportato dal libro (e dal mio articolo) altri attribuiscono a Ugo Zacchini l’illuminazione iniziale avuta nelle trincee, vedi ad esempio questo ottimo post.
Bonus: nell’era della GoPro, ecco un assaggio “in prima persona” di cosa significhi farsi sparare da una cannone:

L’incredibile vita di Ben Dova

Ben Dova si chiamava in realtà Joseph Späh, ed era nato a Strasburgo nel 1905. Emigrato negli Stati Uniti in giovane età, divenne ben presto contorsionista ed acrobata negli spettacoli di vaudeville e circensi.

Il suo numero più famoso era quello denominato “convivial inebriate”, in cui vestiva i panni di un ubriacone che in piena sbornia si metteva in ogni sorta di pasticci. Camminava scomposto, ad ogni momento oscillava e sembrava sul punto di cadere, ma all’ultimo secondo riguadagnava l’equilibrio. Poi cercava in ogni tasca dello scompigliato vestito, contorcendosi, una sigaretta che era sempre stata nella sua bocca. Infine, per accendere la sigaretta, si arrampicava su un lampione di scena che cominciava ad ondeggiare paurosamente, piegandosi ed inclinandosi come fosse di gomma: Ben rimaneva aggrappato al lampione, sempre in bilico e sul punto di precipitare, ma il suo personaggio ubriaco riusciva contro ogni previsione a rimanere “in sella”.

Questo numero era davvero complesso, nonostante Ben lo svolgesse con una naturalezza incredibile. Ma la gente lo guardava comunque come un siparietto comico e poco più. Così, nel 1933, Dova decise che era tempo di far capire la difficoltà di ciò che stava facendo. Si preparò quindi a replicare il numero, ma questa volta sulla cima del Chanin Building  di New York, un grattacielo alto 56 piani. Per i cinegiornali dell’epoca fu un momento epocale: senza reti, né cavi, né altri trucchi cinematografici, Ben Dova penzolò nel vuoto dal tetto del grattacielo, talvolta appeso per una sola mano, facendo fermare il cuore degli spettatori ad ogni nuova, paurosa oscillazione. Ecco il filmato della sua esibizione.

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Quel numero di inaudita spericolatezza portò a Dova il successo, e la sua vita di artista sarebbe continuata indisturbata fino agli anni ’70, quando egli si ritirò dalle scene per recitare esclusivamente come attore in alcune pellicole famose (Il Maratoneta del 1976 sopra a tutte). Ma il destino aveva almeno un’altra grande impresa per lui, un’impresa da cui sarebbe dipesa la sua vita stessa.

6 Maggio 1937. New Jersey. Ben Dova era impaziente di sbarcare per incontrare la sua famiglia, che non vedeva da molto tempo. Con una cinepresa stava documentando, divertito, le fasi dell’atterraggio. Non sapeva però di trovarsi su un dirigibile che sarebbe divenuto tristemente famoso per uno dei più celebri disastri aerei di tutti i tempi, e che avrebbe sancito la fine dell’èra dei dirigibili: la tragedia dell’Hindenburg.

Il disastro dell’Hindenburg – così si chiamava lo zeppelin tedesco sul quale viaggiava Dova – è rimasto nella memoria collettiva grazie alla copertura mediatica (mai vista fino ad allora) fornita dai cinegiornali dell’epoca, da innumerevoli fotografie e dal commento radio in diretta di Herbert Morrison (che pronunciò la celebre, disperata frase “Oh, the humanity!“).

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Quando il fuoco cominciò ad avvampare, Ben Dova se ne rese conto immediatamente. Usando la sua cinepresa come un martello, sfondò una finestra, e si appese fuori dall’aeromobile, restando aggrappato mentre il dirigibile cadeva al suolo in un inferno di fuoco e fiamme. Quando il suolo si era avvicinato abbastanza, Ben saltò e, grazie alle sue doti di acrobata, tenne i piedi uniti sotto di sé e cercò di rotolare via appena toccata terra. L’abilità di stuntman si rivelò la sua salvezza. Ben se la cavò con una distorsione alla caviglia, mentre dietro di lui il dirigibile esplodeva crollando al suolo in una visione apocalittica.

Successivamente, Dova fu addirittura accusato di sabotaggio, così come successe ad altri passeggeri, soltanto perché si era salvato. D’altronde la Germania nazista rifiutava di accettare pubblicamente un errore di progettazione o di costruzione nella sua flotta nazionale. Ma le teorie sulle cause dell’esplosione sono tante e controverse, e ancora oggi non è stato provato che cosa abbia veramente innescato l’incendio. Certo è che l’FBI indagò a fondo su Ben Dova, e non trovò alcun indizio del suo presunto sabotaggio.

Ben Dova morì nel settembre del 1986, lasciandosi alle spalle una carriera fatta di successi e una vita di spericolate, rocambolesche imprese.

Ecco un articolo in inglese che ritraccia la vita e le imprese di Ben Dova. Ben Dova su The Human Marvels.

Il salto delle cascate

C’è una disperata poesia in quelle persone che compiono imprese eccezionali, ma assolutamente inutili.

Si scalano impervie montagne, pur di superare il limite, per compiere l’impresa eroica, per spostare anche di poco la barra di ciò che si può fare. Si attraversano grandi distanze a nuoto, si contano i minuti di apnea, ci si getta da altezze indicibili… ci si spinge fino agli estremi del corpo e della resistenza. Perché?

Annie Edson Taylor era una donna tutta d’un pezzo. Nata nel 1838, si era barcamenata come poteva fra lezioni di ballo e altri lavoretti, dopo essere rimasta vedova a causa della Guerra Civile. Nel 1901, cercando di assicurarsi una maggiore solidità finanziaria, decise di affrontare l’impresa che nessuno aveva osato tentare.

Le cascate del Niagara, a cavallo fra la provincia canadese dell’Ontario e lo stato di New York, sono fra i salti d’acqua più belli e celebri al mondo. Relativamente basse (52 metri di dislivello), sono però imponenti per l’eccezionale portata d’acqua del fiume e per la violenza delle loro rapide. Annie Taylor decise che le avrebbe superate, infilandosi in un barile.

Si fece costruire un barile apposito, fatto di quercia con cerchi di ferro, e imbottito con un materasso. Gettò il barile nelle cascate, con il suo gatto domestico all’interno, per testare la resistenza all’urto. Il gatto ne uscì illeso. Così, il 24 ottobre 1901, il giorno del suo compleanno, Annie entrò nel barile e si lasciò trascinare dalla corrente verso il pauroso salto. Il giorno del suo compleanno. Il giorno in cui compiva 63 anni.

Il barile cadde per 52 metri prima di sprofondare nell’acqua tumultuosa sotto la cascata. 20 minuti dopo, fu recuperato e aperto da alcuni astanti: Annie era viva, e praticamente integra, se si esclude un grosso taglio alla testa. “Anche con il mio ultimo respiro, consiglierei alla gente di non provare l’impresa… preferirei piazzarmi davanti alla bocca di un cannone, sapendo che mi ridurrà a pezzetti, piuttosto che fare un altro viaggio sulle cascate”, disse in seguito.

Bobby Leach, il secondo a provare l’insano gesto, passò sei mesi all’ospedale a riprendersi dal trauma. Oltre a varie ferite, riportò la frattura di entrambi i menischi e della mascella. D’altronde, perfino il Capitano Matthew Webb, il primo uomo ad attraversare la Manica a nuoto, era annegato nelle acque del Niagara nel 1883, mentre tentava di sconfiggere le correnti con la forza delle sue braccia.

Charles Blondin, un famoso acrobata e funambolo francese, camminò sopra alle cascate, su un filo teso fra le due rive, per diverse volte. Per la prima volta nel 1859, e in seguito proponendo varianti dell’impresa: bendato, rinchiuso in un sacco, spingendo una carriola, sui trampoli, portando in spalla una seconda persona (il suo manager), sulla schiena, e fermandosi a metà strada per cuocere e mangiare un’omelette.

Nel corso dei decenni, diversi stuntman hanno provato l’incredibile salto. Alcuni hanni speso svariate decine di migliaia di dollari per costruire una “botte” in grado di portarli sani e salvi al di là delle cascate. Oltre a quelli già citati, si contano almeno altri 14 temerari che sono volati oltre le cateratte del Niagara. Alcuni sono sopravvissuti, altri no.

Nel cimitero di Oakwood, Niagara Falls, New York, c’è una sezione speciale in cui vengono inumati i corpi di coloro che hanno saltato le cascate. I sopravvissuti, quelli che ce l’hanno fatta, riposano al fianco di coloro che nel Niagara hanno trovato la morte.

La traversata delle cascate è divenuta parte del folklore e delle leggende statunitensi. I weirdissimi Primus hanno dedicato una canzone (“Over The Falls”) a questa pratica estrema, ed ecco il video che ripercorre la storia dei salti delle cascate del Niagara.

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Cosa resta, di queste futili imprese? La sensazione di trascendere i limiti, ma senza un motivo plausibile. L’eroismo senza fini e senza scopo, per se stesso, puro e semplice.

Tutto quello che l’uomo fa, nel bene o nel male, lo fa per divenire più di quello che è. Può sembrare insulso, inutile, risibile. Ma forse la sensazione di essere incompleti, di essere migliorabili, è ciò che rende l’essere umano così patetico, e insieme così infinitamente bello.