L’homunculus in noi

L’homunculus di Paracelso, frutto di complicate ricette alchemiche, è una figura allegorica che ha affascinato per secoli l’immaginario collettivo. La sua fortuna ha presto travalicato l’ambito alchemico, e l’homunculus è stato preso a prestito dalla letteratura (Goethe, per fare un solo esempio), dalla psicologia (ne scrisse Jung), dal cinema (la meravigliosa, ironica scena di Pretorius ne La sposa di Frankenstein del 1935), e dal mondo dell’illustrazione (penso qui in particolare all’amico Stefano Bessoni). Ancora oggi evidentemente l’homunculus non ha perso il suo appeal: i misteriosi video postati su YouTube da un utente russo, che mostrerebbero alcuni strani esseri proteiformi nati proprio da improbabili procedimenti, hanno totalizzato in poco tempo decine di milioni di visualizzazioni.

Eppure non è dell’homunculus classico, più o meno metaforico, che vorrei parlare qui, bensì dell’utilizzo che di questo termine si fa in patologia.
Sì, perché a vostra insaputa un abbozzo di figura umana in miniatura potrebbe nascondersi nel vostro stesso corpo.
Benvenuti nel territorio in cui il fantastico fa irruzione nell’anatomia.

Facciamo un passo indietro, cominciamo proprio dall’inizio della vita.
La cellula fecondata (zigote) è al principio solo una; ma comincia subito a dividersi, a generare nuove cellule che proliferano, si trasformano, migrano. Dopo due settimane circa, le diverse popolazioni cellulari si organizzano in tre zone principali (foglietti germinativi), ognuna delle quali ha un compito preciso – ciascuna è preposta cioè alla formazione di un determinato tipo di struttura. I tre strati specializzati creano man mano le varie conformazioni anatomiche, costituendo la pelle, i nervi, le ossa, gli organi, gli apparati e così via. Questa metamorfosi, questo progressivo “affiorare” dell’ordine si conclude quando il feto è sviluppato in pieno.

Talvolta può però accadere che lo stesso processo, per qualche motivo, si attivi nuovamente anche in un individuo adulto.
È come se alcune cellule, vittime di chissà quale insondabile allucinazione, credessero di trovarsi ancora nello stadio embrionale: iniziano così a intessere nuove strutture, crescite abnormi chiamate teratomi, che assomigliano proprio ai derivati delle prime differenziazioni germinali.

Le cellule impazzite si mettono a produrre capelli, ossa, denti, unghie, talvolta materia cerebrale o tiroidea, persino occhi interi. A livello istologico questi tumori, generalmente di tipo benigno, possono essere solidi, contenuti all’interno di cisti, oppure un misto delle due cose.

In casi molto rari la crescita del teratoma può essere così altamente differenziata da assumere una forma antropomorfa, ancorché rudimentale. Sono i cosiddetti teratomi fetiformi (homunculus).

I report clinici relativi a questa anomalia patologica hanno davvero una qualità perturbante, cronenberghiana: un homunculus trovato nel 2003 all’interno di un teratoma ovarico in una donna vergine di 25 anni mostrava la presenza di cervello, spina dorsale, orecchie, denti, tiroide, ossa, intestini, trachea, tessuto fallico e un occhio al centro della fronte.
Nel 2005 un’altra massa fetiforme aveva capelli e arti abbozzati, con dita e unghie. Un homunculus riportato nel 2006 presentava un arto superiore, e due inferiori comprensivi di piedi e dita. Nel 2010 un’altra massa mostrava un piede dalle dita fuse assieme, peli, ossa e midollo. Nel 2015 in una paziente di 13 anni venne riscontrato un teratoma fetiforme con peli, arti vestigiali, un rudimentale tubo digestivo e una formazione cranica contenente meningi e tessuto nervoso.

Cosa spinge alcune cellule a cercare di creare una nuova, impossibile vita? E, in definitiva, siamo sicuri che quel minuscolo feto incompleto in realtà non si trovasse lì fin dal principio?
Tra le molte ipotesi avanzate, infatti, vi è anche quella che sostiene che gli homunculi (difficili da studiare proprio in ragione della loro rarità in letteratura scientifica) non siano dei veri e propri tumori, quanto piuttosto le vestigia di un gemello parassita, inglobato in periodo embrionale nel corpo del fratello. Più che di teratomi, dunque, sarebbe più corretto parlare di casi di fetus in fetu.

Ma in prevalenza i due fenomeni sono considerati distinti.
Per distinguere l’uno dall’altro ci si basa sull’esistenza o meno di una colonna vertebrale (presente nel fetus in fetu ma non nel teratoma), sulla localizzazione (i teratomi si riscontrano prevalentemente nei pressi dell’apparato riproduttivo, mentre i fetus in fetu nel retroperitoneo) e sulla zigosità (i teratomi spesso si presentano differenziati dai tessuti circostanti, quasi fossero gemelli “fraterni” del loro ospite, mentre il fetus in fetu sarebbe omozigote).

Studiare queste formazioni anomale potrebbe fornire informazioni utili per la comprensione dello sviluppo umano e della partenogenesi (fondamentale per le ricerche sulle staminali).
Ma un aspetto intrigante rimane proprio la loro natura problematica. Come dicevo, ogni volta che i medici si ritrovano di fronte a un homunculus, il dilemma è sempre come categorizzarlo: teratoma o gemello parassita? Struttura “affiorata” a posteriori, o forma che stava lì dal principio?

È interessante osservare che questa stessa incertezza, questo dubbio per ben 23 secoli ha riguardato anche gli embrioni normali. Il dibattito verteva su un’analoga questione: i feti sorgono dal nulla, o sono preesistenti?
È l’antica diatriba fra i sostenitori dell’epigenesi e del preformismo, ovvero tra chi affermava che le forme dell’embrione “emergessero” dalla materia indistinta, e chi sosteneva che esse fossero già contenute nel seme.
Se già Aristotele, studiando gli embrioni di pollo, aveva ipotizzato che le strutture fisiche del nascituro prendessero consistenza a poco a poco, guidate dall’anima, nel XVIII secolo questa teoria venne messa in discussione dal preformismo. Secondo gli entusiasti di questa tesi (sostenuta tra l’altro da studiosi del calibro di Leibniz, Spallanzani e Diderot) l’embrione era già perfettamente formato ab ovo, così piccolo da non poter essere visto ad occhio nudo; durante lo sviluppo, esso si limitava a crescere in dimensioni, proprio come avrebbe continuato a fare anche dopo la nascita.
Da dove veniva questa idea? Una parte importante l’aveva sicuramente giocata un celeberrimo disegno di Nicolaas Hartsoeker, fra i primi scienziati ad avere osservato il liquido seminale al microscopio, nonché convinto assertore dell’esistenza di minuscoli feti già completi, nascosti all’interno della testa degli spermatozoi.
E Hartsoeker a sua volta aveva preso ispirazione proprio dalle famose immagini alchemiche dell’homunculus.

In un certo senso, gli homunculi nati dalle provette degli alchimisti e quelli studiati dagli anatomopatologi non sono poi così differenti. Gli uni come gli altri sono simboli degli enigmi dello sviluppo, del mistero fondamentale della nascita e della vita. Immagini in miniatura del problema ontologico che da sempre assilla l’umanità: appariamo dal caos indistinto, oppure il nostro cuore e il nostro animo esistevano già, da qualche parte, in qualche modo, prima di nascere?


Piccola appendice anatomo-patologica (e anche un po’ genetica)
di Claudia Manini, MD

I teratomi sono tumori a cellule germinali composti da una mescolanza di tessuti derivati da due o più foglietti embrionali (ectoderma, mesoderma ed endoderma) in combinazione variabile.
Nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di tumori benigni ad insorgenza prevalente nelle gonadi. I teratomi, più frequentemente, sono composti da tessuti maturi, ovvero come quelli che compongono il corpo umano nella vita extrauterina, ma qualche volta possono contenere anche tessuti immaturi (embrionali o fetali) ed in questo caso più facilmente possono avere un comportamento biologico maligno.
L’origine dei teratomi, data la loro bizzarra morfologia, è da sempre materia di interesse, speculazioni e dispute scientifiche. La teoria partenogenetica che ne indica l’origine dalle cellule germinali dopo una prima divisione meiotica è oggi la più ampiamente accreditata, sostenuta da evidenze citogenetiche. Le altre due teorie suggerivano rispettivamente l’origine da blastomeri segregati agli stadi iniziali di sviluppo embrionale, o da residui embrionali, e sono ormai state abbandonate.
La teoria partenogenetica è supportata dalla distribuzione anatomica dei teratomi lungo le linee di migrazione delle cellule germinali primordiali; dal fatto che insorgono durante l’età riproduttiva (dato epidemiologico-osservazionale ma anche sperimentale su animale); e da evidenze citogenetiche che hanno dimostrato differenze genotipiche tra il tessuto teratomatoso che è omozigote e il genotipo eterozigote dei tessuti dell’ospite.
Le cellule germinali sono le uniche che, attraverso un meccanismo che si chiama “meiosi”, danno origine ai gameti, ovvero alla cellula uovo ed allo spermatozoo, cioè cellule che contengono solo metà del patrimonio genetico della cellula di origine (per questo dette aploidi).
Dalla fusione del patrimonio genetico aploide dei due gameti, dopo la fecondazione, origina una cellula con un patrimonio genetico “diploide” che continuando a dividersi darà origine ad un nuovo individuo con un genotipo eterozigote in quanto originato da due patrimoni genetici di individui diversi che si sono fusi.
Le cellule che compongono un teratoma hanno invece un patrimonio genetico identico tra i due set di 23 coppie di cromosomi.
I teratomi quindi, anche quando sorprendentemente diano forma a strutture fetiformi, sono un fenomeno diverso rispetto al fetus in fetu e rientrano nell’ambito della patologia tumorale e non malformativa.
Il che nulla toglie al fascino che la loro osservazione esercita e ad un certo sgomento quando ci si soffermi a riflettere sulle potenzialità differenziative di una singola cellula germinale.
Fonti
Kurman JR et al., Blaustein’s pathology of the female genital tract, Springer 2011
Prat J., Pathology of the ovary, Saunders 2004

Speciale: Claudio Romo

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Il 4 aprile all’interno della Libreria Modo Infoshop a Bologna ho avuto l’occasione di incontrare l’artista cileno Claudio Andrés Salvador Francisco Romo Torres, per aiutarlo a presentare il suo ultimo libro di illustrazioni intitolato Viaggio nel fantasmagorico giardino di Apparitio Albinus di fronte a una folla di suoi fan.

Non voglio dilungarmi sul suo lavoro, perché ne parlerà direttamente lui nelle righe successive. Vorrei solo aggiungere una piccola nota personale. Nella mia vita sono stato abbastanza fortunato da conoscere molti scrittori, registi, attori, disegnatori: alcuni erano miei eroi personali. E nonostante sia vero che il creatore è sempre un po’ più povero della sua opera (nessuno è senza difetti), ho peraltro potuto notare che gli artisti più visionari e originali mostrano spesso un’inattesa gentilezza, discrezione, dolcezza d’animo. Claudio è il tipo di persona che quasi si imbarazza quando è al centro dell’attenzione, e la sua immensa fantasia si intuisce dietro uno sguardo elettrico, entusiasta e perennemente infantile. È il tipo di persona che, alla fine della presentazione del libro, chiede il permesso di scattarsi un selfie assieme al pubblico, perché “altrimenti a casa nessuno dei miei amici e studenti crederà che tutto questo è successo veramente“.
Sono convinto che uomini simili siano più preziosi dell’ennesimo maudit.

Quella che segue è la trascrizione della nostra chiacchierata.

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Eccoci qui con Claudio Romo (il nome intero io non lo ricorderò mai perché è lunghissimo…) per parlare della sua ultima opera Viaggio nel fantasmagorico giardino di Apparitio Albinus, un libro che ho amato particolarmente perché è una sorta di commistione di universi molto differenti: ci si trovano viaggi nel tempo, meduse giganti, un po’ di alchimia, città telepatiche volanti e molte creature e mostri fin troppo umani… e, come ne Le città invisibili di Calvino, questo giardino è una sorta di luogo della mente, luogo dell’anima… proprio come l’anima, la mente è un luogo misterioso, complicato, anche un po’ perverso a volte. Ed è un luogo in cui i referenti letterari e artistici si mescolano e  si confondono.
Dal punto di vista artistico, questo lavoro di sicuro fa venire in mente il Topor de Il pianeta selvaggio, filtrato però da una sensibilità latino americana, attraverso le iconografie precolombiane. Dall’altra parte ci sono alcune tavole che ricordano magari Hieronymus Bosch per il loro affastellamento e affollamento di piccoli esserini mutanti e con menomazioni fisiche e anatomiche. Poi ci sono i referenti letterari. È impossibile non pensare al Borges del Manuale di zoologia fantastica, ma anche a La biblioteca di Babele nel finale; così come alcuni incontri di corpi mutanti e alcune copule ricordano il Burroughs del Pasto nudo, e il finale rimanda all’alchimia vera, la tavola smeraldina di Ermete con la famosa frase “Ciò che è in basso è come ciò che è in alto e ciò che è in alto è come ciò che è in basso per fare i miracoli della cosa una”. Il giardino, nel finale, si scopre essere infinito come il cosmo, ma anche collegato a un’infinità di altri infiniti, non soltanto il suo giardino personale ma anche il mio, i vostri giardini. In un certo senso l’universo che ne emerge è un compenetrarsi di meraviglie in cui si fa fatica a capire dove finisca la realtà e dove cominci l’immaginazione, perché anche la fantasia ha una sua concretezza. È come se Claudio facesse da cartografo del suo ecosistema mentale, e in un certo senso lo fa con il piglio del biologo, dell’etnologo e dell’entomologo, che studia e descrive tutti i dettagli e  i comportamenti della fauna che lo abita… e da questo punto di vista, la prima domanda che vorrei fargli è proprio relativa alla realtà e alla fantasia. Per te come interagiscono? Perché per molti artisti questa dicotomia è importante, e come l’affrontano ci fa capire molto della loro arte.

Prima di tutto ringrazio Ivan perché ha fatto una buona lettura del mio libro.
Ho sempre pensato che nessun autore è autonomo, tutti dipendiamo da qualcuno, veniamo da qualcuno, abbiamo un’eredità che non è del sangue, ma spirituale, concettuale, un’eredità ricevuta sin dalla nascita della cultura. Borges è il mio punto di partenza, l’incisione alchemica, la fantascienza, la letteratura fantastica, la letteratura popolare… sono tutti elementi che costituiscono il mio lavoro. Quando costruisco queste narrazioni sto facendo un collage, un montaggio, per costruire delle realtà parallele.
E per rispondere alla domanda di Ivan: credo che la realtà sia una costruzione del linguaggio e quindi la dicotomia tra realtà e fantasia non esiste, perché noi come esseri umani abitiamo il linguaggio, e il linguaggio è una costruzione permanente e delirante.
Detesto chi parla della realtà della natura, o della natura statica, per me la realtà è una costruzione permanente e il linguaggio è lo strumento con cui questa costruzione si genera.
Per questo prendo come modelli dei personaggi come Borges, Bioy Casares, Athanasius Kircher (un gesuita alchimista nominato maestro di un centinaio d’arti che creò il primo teatro anatomico e costruì una wunderkammer), persone che dalle loro diverse provenienze hanno costruito delle realtà.

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In questo senso la cosa interessante è che i disegni e i racconti di Apparitio Albinus rimandperchéhanno una patina diciamo – che li fa assomigliare ai resoconti degli esploratori del passato. Albinus potrebbe essere quasi un Marco Polo che visita una terra lontana e l’immagine che ne riporta è simile a quella dei bestiari medioevali; bestiari in cui l’animale non veniva descritto in maniera realistica, ma nella sua funzione simbolica, come ad esempio il leone che veniva rappresentato come un animale onesto e che non dormiva mai, perché doveva rimandare alla figura del Cristo… in effetti gli animali di Claudio spesso si mettono in posa proprio come nei bestiari medioevali. C’è anche uno sguardo che mi pare sempre infantile, uno sguardo pronto a meravigliarsi, a ricercare la magia dell’interconnessione fra le cose, e vorrei chiederti se c’è davvero questo bambino dentro di te, e quanto spazio gli concedi nel processo creativo.

Quando ho iniziato a fare libri, mi dedicavo solo all’incisione, e l’incisione era molto forte a livello tecnico in me, ero ortodosso nella mia pratica, ma la bellezza delle graphic novel è che il pubblico è adulto ma anche infantile, e quello che mi interessa in fondo è far conoscere e far capire ai bambini che la realtà è morbida.
Il primo libro che feci su questo tema si chiama El Álbum della Flora Imprudente, ed è un bestiario pensato e realizzato per attrarre i bambini e condurli alla scienza, la botanica, la meraviglia della natura… non come qualcosa di statico ma come qualcosa di mobile. Ad esempio descrivevo alberi che contenevano nei loro rami nazioni di portoghesi che si erano persi cercando l’Antartide: si erano poi rimpiccioliti per aver mangiato fragole di Lilliput, e quando morivano tornavano in un luogo speciale chiamato Portogallo… c’erano anche altre piante che si nutrivano di paura e che inducevano gli spiriti di Saturno al suicidio e gli spiriti di Marte a uccidere e poi morire. Ho creato una serie di personaggi e piante, che avevano come scopo quello di affascinare l’infanzia. C’era anche un fiore che aveva nel pistillo un pezzo di ectoplasma, e se mettevi un topo di fronte a quel fiore, il pistillo si trasformava in un pezzo di formaggio, e quando il topo mangiava il formaggio la pianta mangiava il topo… e poi davanti a un gatto il pistillo si trasformava in un topo e così via. La mia idea era quella di creare piante e fiori che fossero caleidoscopiche.
C’era anche un’altra pianta a cui ho messo il nome di una mia zia, molto brutta, e in onore a lei ho dato a questa pianta la capacità di mutare costantemente: di giorno si trasfigurava e in alcuni momenti la sua materia era colloidale, mentre in altri era come una struttura geometrica, un fiore assolutamente mutante. Tutto ciò è mostruoso, ma allo stesso tempo affascinante, ragion per cui chiamai questo libro “la flora imprudente”, cioè che andava oltre la natura. Credo che in fondo quando disegno lo faccio per i bambini, per costruire un modo di leggere la realtà ampio e ricco.

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Questa fluidità del corpo si nota anche nell’ultimo libro, ma c’è anche un altro elemento che mi sembra interessante, ed è l’inversione che molto spesso Claudio opera. Ad esempio Lazzaro che non viene resuscitato ma finisce trasformato in spettro dalla macchina fantasmagorica; abbiamo automi guerrieri che però rifiutano la violenza e diventano pacifisti e disertori; e allo stesso tempo, in uno dei capitoli che preferisco, c’è una macchina del tempo costruita per portarci nel futuro e che in realtà fa l’opposto, cioè porta il futuro nel presente – ed è un futuro che non vorremmo mai conoscere, perché ad arrivare nel presente è proprio il cadavere che saremo. Mi sembra chiaro che l’ironia è importante nel tuo universo e vorrei che ce ne parlassi.

È un’ottima domanda, sono felice che tu me la faccia, sono due temi molto belli.
Uno è il tema del fantasma, perché per la macchina fantasmagorica mi sono basato su un autore argentino, Bioy Casares, e L’invenzione di Morel. Nel libro lo scienziato Morel si innamora di Faustine e siccome lei non lo corrisponde, lui inventa una macchina che assorbe il suo spirito, lo registra e più tardi, in un’isola fantasmagorica, lo replica per l’eternità… ma la macchina uccide le persone che ha filmato e allora Morel si suicida filmandosi insieme a Faustine, finendo così in quest’isola in cui ogni giorno si ripete la stessa scena di questi fantasmi che la abitano. Ma la storia inizia davvero quando un uomo arriva sull’isola e si innamora del fantasma di Faustine, impara a maneggiare la macchina e riprende se stesso nel momento in cui Faustine guarda il mare. Così anche lui si suicida per restare nel paradiso della coscienza di Faustine.
Questo è un tema allucinante, mi affascinava la volontà di un uomo che si toglie la vita per abitare la coscienza della donna amata, perfino quando la donna in questione è un fantasma.
E sull’altra domanda… sull’ironia… La maggioranza delle macchine che costruisco nel libro sono fatue, sono errori: chi vuole cambiare il tempo finisce conoscendo se stesso anziano nel momento della morte, chi invece voleva inventare una macchina per essere immortale muore immediatamente e finisce in un limbo eterno… mi piace parlare di fantasmi ma anche di avventure fallite, come metafora della vita, perché nella vita reale le imprese falliscono tutte… tranne questo viaggio in Italia che si è rivelato una meraviglia!

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Qualche giorno fa su Facebook ho visto uno stralcio di conversazione in cui tu, Claudio, affermi che il disegno e la parola non sono in realtà differenti, ma questa distanza tra logos e disegno è fittizia, e per questo usi entrambi i mezzi per veicolare il tuo significato. Li utilizzi come due binari paralleli, allo stesso modo, e questo è evidente perché nel tuo libro anche i testi hanno una qualità pittorica, e se non fosse per la carta nuova dell’edizione, potremmo pensare di sfogliare una enciclopedia fantastica di due o tre secoli fa.
Volevo appunto fare un’ultima domanda su questo argomento, forse la più banale, quella che si fa anche ai cantautori – se nasca prima il testo o la musica… ecco, vorrei sapere se le tue visioni emergono dalla carta di disegno e soltanto in seguito ci trovi una sorta di testo esplicativo? Oppure nascono come narrazioni fin dall’inizio?

Se dovessi definirmi, direi che sono un animale del disegno. Tutti i libri che ho realizzato li ho progettati e disegnati prima, e il senso concettuale nasce dal disegno, perché in realtà non sono uno scrittore, io non ho mai scritto. Non volevo scrivere neppure questo libro, solo disegnarlo, ma Lina [l’editrice, ndr] mi ha obbligato a scriverlo! Le ho detto: Lina, ho un amico bravissimo con le parole, e lei in modo dittatoriale mi ha risposto: “Non mi interessa, voglio che lo faccia tu”. Cosa di cui ora le sono grato.
Io parto sempre dal disegno, sempre, sempre…

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I misteri della cappella Sansevero – II

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Il Principe, come un vero e proprio stregone, sta mescolando il suo composto in un enorme mastello. Finalmente, ecco la reazione tanto attesa: il misterioso liquido è pronto. Dall’altra parte della stanza, i due servi legati e imbavagliati non riescono nemmeno a urlare. Il maschio sta singhiozzando, mentre la femmina, anche se immobilizzata, rimane vigile e all’erta – forse la nuova vita che porta in grembo le impedisce di cedere alla paura, le impone di tentare una difesa ormai impossibile. Il Principe non ha molto tempo, deve agire in fretta. Versa il liquido colorato in una strana pompa, e si avvicina alle due vittime: nei loro occhi egli legge un terrore senza nome. Comincia con il maschio, incidendo la giugulare e inserendo tramite una grossa siringa il liquido nella circolazione sanguigna. Sarà il cuore a pompare il preparato alchemico attraverso tutto il corpo, e il Principe rimane a guardare il volto di quell’uomo in agonia mentre il denso veleno entra in circolo. Ecco, è finita: il servo è morto. Ci vorranno due o tre ore perché il composto si solidifichi, e di sicuro più di un mese affinché la putrefazione faccia il suo corso e la carne cada del tutto dallo scheletro e dal reticolo di vene, arterie e capillari marmorizzate dal procedimento.
Ora è il turno della donna.

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Quella che avete appena letto è la leggenda che circonda le due “macchine anatomiche” visibili ancora oggi nella cavea della Cappella Sansevero. Il Principe Raimondo di Sangro le avrebbe realizzate sacrificando la vita di due servi, in modo da ottenere un’esatta rappresentazione del sistema vascolare, con un livello di accuratezza altrimenti impossibile da raggiungere. Alla leggenda accenna anche Benedetto Croce nel suo Storie e leggende napoletane (1919): “Per lieve fallo, fece uccidere due suoi servi, un uomo e una donna, e imbalsamarne stranamente i corpi in modo che mostrassero nel loro interno tutti i visceri, le arterie e le vene, e li serbò in un armadio…” Le due “macchine” sono effettivamente un maschio e una femmina (incinta, anche se il feto è stato trafugato negli anni ’60), i loro scheletri avvolti dalla fittissima rete dell’apparato circolatorio.

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Come sono state costruite realmente?
La risposta è forse meno eccitante ma anche meno crudele della versione proposta dalla leggenda: sono state realizzate con perizia e molta pazienza. E non da Raimondo di Sangro: il Principe infatti le commissionò nel 1763-64 al medico palermitano Giuseppe Salerno, fornendogli il fil di ferro e la cera necessari all’opera, e a lavoro compiuto gratificando l’artista siciliano con una pensione a vita. Se gli scheletri sono indubitabilmente autentici, tutto il sistema vascolare fu dunque ricreato in fil di ferro avvolto in seta e successivamente impregnato di un peculiare composto di cera pigmentata e vernici che permetteva di maneggiare i fili, ripiegarli in ogni direzione e che li rendeva resistenti agli urti nel trasporto.
Giuseppe Salerno non era l’unico a comporre simili “macchine”, visto che a Palermo già nel 1753 e nel 1758 un certo Paolo Graffeo aveva presentato una coppia di modelli anatomici analoghi, con feto di quattro mesi incluso.

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La leggenda “nera” dei servi uccisi senza pietà nasce evidentemente dalla figura di Raimondo di Sangro, la vita e l’opera del quale appaiono – proprio come il Cristo di Sammartino di cui abbiamo parlato nel precedente articolo dedicato alla Cappella Sansevero – coperte da un velo, quello del simbolo.
Straordinario intellettuale e inventore, appassionato di chimica, fisica, tecnologia, Raimondo di Sangro fu sempre visto con sospetto in quanto massone e alchimista, tanto da diventare nella fantasia popolare una sorta di diavolo.

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La scienza era agli albori, e nel cuore del Settecento il razionalismo non aveva ancora abbandonato la simbologia alchemica: com’è noto, gli alchimisti operavano realmente (la chimica si svilupperà proprio a partire da queste ricerche), ma ogni procedimento o preparato era anche interpretato secondo livelli di lettura metafisici. Raimondo di Sangro si fregiava di aver concepito decine di invenzioni, fra cui un palco pieghevole, una tipografia a colori, una carrozza marittima, macchine idrauliche e marmi alchemici, carte ignifughe e tessuti impermeabili, fino al celebre “lume eterno”; ma la notizia di queste sue creazioni ci è giunta dalla sua stessa Lettera apologetica, pubblicata nel 1750, e alcuni studiosi ritengono che quelle stesse invenzioni, al di là che fossero esistite o meno, vadano interpretate come simboli della ricerca alchemica del Principe. Così come simbolica appare la scelta originaria di installare le due “macchine anatomiche” su piattaforme girevoli nell’Appartamento della Fenice: forse Raimondo di Sangro le considerava figurazioni della rubedo, lo stadio della ricerca della celebre pietra filosofale in cui la materia si ricompone, garantendo l’immortalità.

Oggi, le “macchine” stupiscono ancora gli studiosi per il realismo e l’accuratezza della loro fattura, a dimostrazione di una conoscenza pressoché perfetta del sistema circolatorio nel Settecento. Versioni moderne, queste sì realizzate per iniezione di polimeri siliconici su cadaveri veri, sono visibili nelle celebri mostre Body Worlds di Gunther Von Hagens, l’inventore della plastinazione (ne avevamo parlato qui).

Per approfondire: un articolo sull’acquisto delle “macchine” da parte del Principe; un trattato sul simbolismo esoterico delle sue invenzioni; un saggio sulla figura di Raimondo di Sangro con particolare riferimento ai suoi rapporti con la Libera Muratoria. Infine, il sito del Museo della Cappella Sansevero.

I misteri della cappella Sansevero – I

Se non siete mai caduti vittime della sindrome di Stendhal, significa che non avete visitato la cappella Sansevero a Napoli.
Difficile descrivere l’esperienza. Entrando in questo spazio ristretto e stracolmo di opere d’arte si ha la sensazione di essere quasi assaliti dalla bellezza, una bellezza cui non si può sfuggire, che riempie ogni dettaglio del campo visivo. La differenza cruciale, rispetto a un qualsiasi altro affastellamento barocco di arte, è che alcune delle opere visibili all’interno della cappella non si limitano a regalare un piacere estetico, ma fanno leva su un secondo e più intenso livello di emozione: la meraviglia.
Si tratta, cioè, di sculture che a prima vista sembrano “impossibili”, troppo elaborate e realistiche per essere figlie d’un semplice scalpello, in cui la grazia delle forme si sposa con un’abilità tecnica difficile anche solo da concepire.

Il Disinganno, ad esempio, è un complesso statuario sbalorditivo: si potrebbe rimanere per ore ad ammirare la fitta rete che la figura maschile tiene fra le mani, e domandarsi come il Queirolo sia riuscito a ricavarla integralmente da un unico blocco di marmo.

La Pudicizia di Corradini, con il suo drappeggio che vela il personaggio femminile quasi fosse trasparente, è un altro “mistero” della tecnica scultorea, in cui la pietra sembra essere privata del suo peso, resa fluttuante ed eterea. Immaginate come l’artista partì da un blocco di marmo squadrato, come con l’occhio della mente riconobbe al suo interno questa figura, come rimosse pazientemente tutto ciò che non le apparteneva, liberandola a poco a poco dalla pietra, levigando, correggendo, scolpendo ogni piega del velo.

Ma l’opera d’arte che maggiormente attira l’attenzione è la più famosa fra le tante ospitate nella cappella, ovvero il Cristo velato.
La scultura ha affascinato i visitatori per due secoli e mezzo, impressionando artisti e scrittori (da Sade a Canova), ed è considerata fra i massimi capolavori scultorei al mondo. Realizzata nel 1753 da Giuseppe Sanmartino su commissione di Raimondo di Sangro, essa raffigura Cristo deposto dopo la crocifissione, ricoperto da un velo che ne lascia trasparire le forme. Il velo è reso con una raffinatezza tale da ingannare l’occhio, e l’effetto dal vivo è davvero stupefacente: si ha quasi l’impressione che la “vera” scultura stia sotto, e che basti allungare una mano per sollevare il sudario.

È proprio a causa della straordinaria maestria di Sanmartino nello scolpire il velo che attorno al Cristo è nata una delle leggende più dure a morire – tanto che di quando in quando ci cascano anche riviste specializzate o siti per altri versi ineccepibili.
Stiamo parlando della leggenda secondo cui il principe Raimondo di Sangro, committente dell’opera, avrebbe in realtà realizzato personalmente il velo, apponendolo sulla scultura del Sanmartino e pietrificandolo poi con una tecnica alchemica di propria invenzione; non si spiegherebbe altrimenti la prodigiosa liquidità del drappeggio, e la “trasparenza” del tessuto.

La leggenda ha conosciuto un revival importante nell’era di internet grazie alla diffusione di articoli di questo tenore:

La notizia sta nella recente scoperta che il velo non è di marmo, come si era finora creduto, bensì di stoffa finissima, marmorizzata con un procedimento alchemico dal Principe stesso a tal punto da costituire insieme alla scultura sottostante un’unica opera. Nell’Archivio Notarile è stato rintracciato il contratto tra Raimondo di Sangro ed il Sammartino per la realizzazione della statua. In esso si legge che lo scultore si impegna ad eseguire “di tutta bontà e perfezione una statua raffigurante Nostro Signore Morto al naturale da porre nella chiesa gentilizia del Principe”. Raimondo di Sangro si obbliga, oltre a procurare il marmo, “ad apprestare una Sindone di tela tessuta, la quale dovrà essere depositata sopra la scultura; acciò, dipodichè, esso Principe l’haverà lavorata secondo sua propria creazione; e cioè una deposizione di strato minutioso di marmo composito in grana finissima sovrapposto al velo … dinotante come fosse scolpito di tutto con la statua”. Il Sammartino si impegna inoltre a “non svelare al compimento di essa (statua) la maniera escogitata dal Principe per la Sindone ricovrente la Statua”. Allo stupefacente contratto si aggiunge un ulteriore documento nel quale è riportata la ricetta per fabbricare il marmo a velo. Se i due documenti stabiliscono senza equivoci i limiti dell’abilità del Sammartino mettono altresì in rilievo il talento alchemico del Sansevero che pone la sua perizia operativa al servizio della sua dottrina ermetica, dal momento che si impegna nella realizzazione di una delle immagini misteriche per eccellenza del simbolismo cristiano, quella della Sindone, il lenzuolo in cui fu avvolto il corpo di Gesù deposto dalla croce.

(Tratto da Restaurars)

Scavando un po’ più a fondo, si viene a sapere che la “clamorosa” scoperta non è affatto recente ma risale addirittura agli anni ’80. È opera della studiosa napoletana Clara Miccinelli, che si interessò a Raimondo di Sangro dopo essere stata contattata dal suo spirito durante una seduta medianica.
La Miccinelli pubblicò un paio di libri, nel 1982 e 1984, sull’enigmatica figura del principe, massone e alchimista, che il folclore vuole a metà strada fra lo scienziato pazzo e il genio assoluto.
Il documento rinvenuto dalla Miccinelli è in realtà un falso. Così si pronuncia il Museo della cappella Sansevero al riguardo:

Il documento […], trascritto e pubblicato da Clara Miccinelli, è concordemente ritenuto dagli studiosi non autentico. In particolare, un’analisi molto accurata del documento è stata condotta dalla prof.ssa Rosanna Cioffi, che nella nota 107 di pag. 147 del suo libro “La Cappella Sansevero. Arte barocca e ideologia massonica” (sec. ed., Salerno 1994) elenca e argomenta ben nove motivazioni – francamente incontrovertibili – per cui il documento non può ritenersi autentico (dalla carta non filigranata, alla grafia differente da qualsiasi altro atto rogato dal notaio Liborio Scala, al fatto che il foglio in questione si presenta sciolto rispetto al volume contenente tutti gli atti rogati nel 1752, al “signum” del notaio che solo in questo documento è diverso da quello presente in tutti gli altri atti, etc.). […]
Documenti sicuramente autentici, e liberamente consultabili, sono invece quelli conservati presso l’Archivio Storico del Banco di Napoli, portati alla luce da Eduardo Nappi e pubblicati in diverse occasioni: dalla fede di credito del 16 dicembre del 1752, in cui Raimondo di Sangro definisce la realizzanda scultura come “statua di Nostro Signore morto coperta da un velo ancor di marmo”, al pagamento di 30 ducati (a saldo di 500 ducati) del 13 febbraio 1754, in cui il principe di Sansevero descrive inequivocabilmente il Cristo come “ricoperto da una sindone di velo trasparente dello stesso marmo”. Senza contare, inoltre, che sempre il principe in una delle famose lettere a Giraldi sul “lume eterno”, pubblicata per la prima volta nel maggio 1753 sulle “Novelle Letterarie” di Firenze, parla del Cristo velato in questo modo: “la statua di marmo al naturale di nostro Signor Gesù Cristo morto, involta in un velo trasparente pur dello stesso marmo, ma fatto con tal perizia, che arriva ad ingannare gli occhi de’ più accurati osservatori”. […]
Tutte le testimonianze documentarie, dunque, vanno in un’unica direzione: il Cristo velato è un’opera interamente in marmo. A tagliare la testa al toro – come si dice – è venuta infine un’analisi scientifica non invasiva condotta dalla società “Ars Mensurae”, che ha decretato non essere presente nell’opera alcun materiale diverso dal marmo. Il resoconto dell’analisi è stato riportato nel 2008 in: S. Ridolfi, “Analisi di materiale lapideo tramite sistema portatile di Fluorescenza X: il caso del ‘Cristo Velato’ nella Cappella Sansevero di Napoli”. […] Riteniamo che il fatto che il Cristo del Sanmartino sia interamente in marmo aggiunga – e non sottragga – fascino all’opera.

La Miccinelli, in seguito, ha trovato in casa sua uno scrigno contenente una serie incredibile di manoscritti gesuiti che rivoluzionerebbero totalmente l’intera storia delle civiltà precolombiane così come la conosciamo. Il “caso” ha diviso la comunità etnografica, rischiando perfino di incrinare i rapporti accademici con il Perù (vedi questo articolo), visto che molti specialisti italiani ritengono i documenti autentici, mentre per la gran parte degli studiosi anglosassoni o sudamericani restano dei falsi abilmente costruiti. L’aspro dibattito non scoraggia la professoressa napoletana, che sembra non riesca a frugare in un cassetto senza scoprirvi un inedito: nel 1991 è il turno di un autografo di Dumas che le ha permesso di decrittare le simbologie alchemiche del conte di Montecristo.

Nel prossimo articolo tratteremo di un’altra leggenda relativa alla cappella Sansevero, quella delle due “macchine anatomiche” conservate nella cavea.