Macabre maschere

Il Templo Mayor, costruito tra il 1337 e il 1487, era il cuore politico e religioso di Tenochtitlán, la città-stato nella Valle del Messico divenuta capitale dell’impero azteco a partire dal XV Secolo.
Da quando i suoi resti vennero scoperti per caso nel 1978, durante gli scavi per la metropolitana di Città del Messico, gli archeologi hanno portato alla luce quasi 80 edifici cerimoniali e una straordinaria quantità di manufatti relativi alla civiltà azteca (Mexica).

Fra i reperti più particolari vi sono alcune maschere ricavate a partire da teschi umani.
Queste maschere sono piuttosto elaborate: la parte posteriore del cranio è stata rimossa, probabilmente per permettere di indossarle o di applicarle a un copricapo; le maschere sono colorate con varie tinture; lame di selce e altre decorazioni sono state inserite nelle orbite oculari e nelle narici.

Nel 2016 una équipe di antropologi dell’Università del Montana ha condotto una ricerca sperimentale su otto di queste maschere, comparandole con venti teschi non modificati ritrovati nello stesso sito, in modo da comprenderne il sesso, l’età al momento della morte ed eventuali malattie e stili di vita. I risultati hanno mostrato che i teschi-maschera appartenevano a maschi di età compresa tra i 30 e i 45 anni, con denti particolarmente sani, indicativi di una salute superiore alla media. Dalla forma della dentatura gli antropologi hanno anche desunto che questi uomini provenivano da località lontane: la valle di Toluca, il Messico occidentale, la costa del Golfo e altre città azteche nella Valle del Messico. I teschi quindi, molto probabilmente, appartenevano a prigionieri nemici di nobile origine (vista l’ottima nutrizione e l’assenza di patologie).

I sacrifici umani praticati al Templo Mayor, e per i quali gli Aztechi sono tristemente noti, erano uno spettacolo che prevedeva diverse modalità: talvolta venivano eseguiti per decapitazione, o con l’estrazione del cuore, altre volte si trattava di combattimenti all’ultimo sangue, o di veri e propri roghi.
Le maschere furono dunque prodotte a partire dai cadaveri dei guerrieri sacrificati; indossarle deve aver avuto un’alta valenza simbolica.

Se questi esemplari si sono salvati nel tempo e sono giunti fino a noi è perché sono fatti di osso. Ma esistevano altri, più inquietanti travestimenti che per forza di cose sono andati perduti: le maschere ricavate dalla pelle staccata dal volto di un nemico sacrificato.

Il conquistador Bernal Diaz del Castillo descrisse queste maschere di pelle consciate come “il cuoio dei guanti” e raccontò che erano indossate durante le celebrazioni di vittorie militari. Altre maschere, fatte di pelle umane, erano esposte come offerte sugli altari del tempio, proprio come alcuni teschi trasformati in maschere, abbelliti con occhi di conchiglia e pietra, nasi e lingue, venivano seppelliti come offerte al Templo Mayor. Poiché i poteri di un nemico sconfitto erano racchiusi nella sua pelle e nelle ossa, le maschere prodotte da queste reliquie non soltanto trasferivano i suoi poteri al nuovo proprietario, ma potevano anche servire come valide offerte per la divinità.

(Cecelia F. Klein, Aztec Masks, in Mexicolore, Settembre 2012)

Durante la cerimonia di un mese chiamata Tlacaxiphualiztli, “lo Scorticamento degli Uomini”, i cadaveri dei prigionieri sacrificati venivano spellati e la loro pelle indossata per venti giorni in onore del dio della guerra Xipe Totec. In effetti l’iconografia raffigura questa divinità rivestita di pelle umana.

Simili maschere, sia di pelle che di osso, hanno però un valore più profondo di quello semplicemente legato al rito. Giocano un ruolo fondamentale per l’identità vera e propria:

Nella società azteca quando un guerriero uccideva il suo primo prigioniero, si diceva che si era guadagnato “un altro volto”. Che questa espressione si riferisse letteralmente a una maschera-trofeo oppure fosse semplicemente un modo di dire, implica però che la nuova “faccia” del giovane combattente rappresentava una nuova identità, un nuovo status sociale. Le maschere azteche dunque devono essere comprese come rivelazioni, o simboli, dello status speciale di una persona, piuttosto che travestimenti […]. Nella lingua Nahuatl parlata dagli Aztechi, la parola “volto”, xayacatl, è la stessa usata per indicare qualcosa che copre la faccia.

(Cecelia F. Klein, Ibid.)

Ecco il punto centrale: non esiste cultura al mondo che non abbia elaborato le proprie maschere, e non si tratta quasi mai di semplici travestimenti.
Il loro scopo è “lo sviluppo della personalità o, come meglio diremo, lo sviluppo della persona, [che] è una questione di prestigio magico“: le maschere “nelle feste totemistiche, per esempio, servono a innalzare o modificare la personalità” (Carl Gustav Jung, L’io e l’inconscio, ed. 1977).

Allo stesso modo, i teschi decorati del Templo Mayor non sono manufatti così “esotici” come ci piacerebbe immaginare. Essi rappresentano piuttosto una diversa declinazione di concetti che conosciamo bene — idee che stanno alla base della nostra stessa società.

Il rapporto tra il volto (vale a dire la nostra identità, individualità) e la maschera che indossiamo, è un paradosso ben più antico di Pirandello. Proprio come per gli Aztechi il termine xayacatl indicava entrambe le cose, anche per noi maschera e volto sono spesso indistinguibili.

La stessa parola persona deriva dal per-sonare, il “suonare attraverso”, della voce dell’attore dietro la maschera.
La tragedia greca nacque tra il VII e il V secolo a.C. come rappresentazione che aveva essenzialmente il compito di sostituire i sacrifici umani, come sostiene Réné Girard. Una delle etimologie più diffuse ci rivela che la tragedia altro non sarebbe se non il canto del capro: imitazione dell’uccisione rituale dello “straniero interno” sull’altare, dello spettacolo di sangue con cui la società si lavava, si purificava dalle pulsioni considerate primitive. La tragedia — a cui non a caso i cittadini ateniesi erano tenuti ad assistere per legge, durante le feste dionisiache — sostituisce la violenza ancestrale del sacrificio con la sua rappresentazione, e il capro espiatorio con l’eroe tragico.

Il Teatro è dunque, all’origine, conflitto e catarsi. Duello tra il barbaro, colui che non conosce parola e che agisce in preda agli istinti naturali, e il Cittadino figlio dell’ordine, del logos.
Il Teatro, proprio come il sacrificio umano, crea l’identità culturale; la Maschera crea la persona necessaria alla messa in scena di questa identità, formando e regolando i rapporti sociali.

I sacrifici umani degli antichi Greci e quelli aztechi rispondono a uno stesso bisogno: l’identità culturale nasce (o perlomeno si rafforza) per contrasto con l’avversario ucciso e immolato sull’altare.
Ridurre il nemico a teschio — come facevano gli Aztechi con gli tzompantli, le terribili rastrelliere usate per esibire pubblicamente decine, forse centinaia di crani delle vittime sacrificali — è un modo di privarlo della maschera/volto, annullarne l’identità. Eccoli i nemici, tutti simili, ossa sbiancate sotto al sole, senza qualità individuali apprezzabili.

Trasformare i teschi in maschere, o indossare la pelle del nemico, implica un faticoso lavoro, e significa dunque compiere un atto magico ancora più consapevole: serve ad acquisirne la forza e il potere, ma anche a ribadire che la persona (e per estensione, la società) esiste in virtù dello Straniero che si è saputo sconfiggere.

Spiriti della strada: il culto delle animitas

Il passante che uscendo dalla Estación Central di Santiago del Cile si incammini lungo via San Francisco de Borja, dopo neanche una ventina di metri si imbatterà, proprio sul muro della stazione ferroviaria alla sua sinistra, in una sorta di parete votiva, assiepata di targhette, offerte, candele perennemente accese, santini e fotografie. Un semplice cartello verde annuncia: “Romualdito”, lo stesso nome presente su tutti gli ex voto di ringraziamento.

Se poi il nostro ipotetico viaggiatore si dirigesse in auto lungo l’Autopista del Sol verso il sobborgo di Maipù, sul bordo della carreggiata opposta vedrebbe un altare abbastanza simile al primo, questa volta dedicato a una giovane ragazza di nome Astrid il cui ritratto è quasi sommerso da decine e decine di orsetti di peluche e giocattoli.

E se percorresse tutta l’affilata lingua di terra del Cile, stretto com’è tra la cordigliera e l’oceano, magari sconfinando talvolta nelle pampas argentine, noterebbe che il paesaggio (sia urbano che rurale) è costellato da numerosi di questi strani piccoli templi: luoghi di devozione in cui non si venerano i santi canonici, ma gli spiriti di alcune persone morte tragicamente. Questo è il culto delle animitas.

Espressione di pietas popolare, le animitas sono edicole votive che si innalzano spesso sul bordo della strada (animita de carretera) per commemorare alcuni morti di “mala morte”: nonostante le spoglie di questi individui siano sepolte al cimitero, essi non possono riposare veramente per via delle circostanze violente della loro dipartita. Le anime si aggirano ancora per i luoghi in cui la vita è stata loro tolta.

 

Il Romualdito della stazione dei treni, ad esempio, era un ragazzino malato di tubercolosi che venne assaltato dai malavitosi che lo uccisero per rubargli il poncho e i 15 miseri pesos che portava addosso. Ma la sua storia, risalente agli anni ’30, si è persa in molteplici versioni più o meno leggendarie, ed è ormai impossibile risalire con certezza alla verità dei fatti: certo è che la fede in Romualdito è così radicata a Santiago che quando si dovette rimodernare e ricostruire la stazione, la sua parete non venne toccata.

La giovane Astrid, a cui è dedicata l’edicola ricoperta di peluche, morì nel 1998 in un incidente di moto, quando aveva 19 anni. Oggi è conosciuta come la Niña Hermosa.

Ma questi cenotafi sono centinaia, per lo più installati sul ciglio delle strade, in forma di casette o di piccole chiese con croci ben evidenti che spuntano dai tettucci.


Vengono costruiti in un primo momento come atto di misericordia e di memoria, sul luogo esatto dell’incidente mortale (o, nel caso di pescatori dispersi in mare, in settori appositi sulla costa); ma diventano vero e proprio fulcro di devozione nel momento in cui l’anima del defunto si dimostra miracolosa (animita muy milagrosa). Quando cioè comincia a rispondere alle offerte e alle preghiere con delle grazie particolari, intercedendo presso la Vergine o Cristo stesso.

Il culto delle animitas è un’originale fusione del culto dei morti indigeno pre-ispanico (in cui l’antenato si trasformava in presenza benigna che proteggeva la stirpe) e il culto delle anime del Purgatorio che arrivò qui assieme al Cattolicesimo. Per questo esso presenta delle sorprendenti analogie con un’altra forma di religiosità popolare “anomala” – quella relativa alle anime pezzentelle sviluppatasi a Napoli nel Cimitero delle Fontanelle, a cui ho dedicato il mio libro De profundis.
Oltre a essere non ufficialmente riconosciuti dalla Chiesa, hanno in comune diversi aspetti fondamentali.

Per prima cosa le animitas, costruite con materiali di recupero, sono oggetti estetici e d’arte popolare che ricordano molto da vicino i carabattoli delle Fontanelle; non soltanto per la forma ma anche per la loro funzione, che è quella di rendere possibile una dialettica, un dialogo con l’oltretomba.
In secondo luogo, il sistema di intercessioni e di grazie, di offerte e di ex voto, è essenzialmente lo stesso in entrambi i casi.

Ma lo snodo davvero cruciale è che a essere venerati non sono gli eroi religiosi, vale a dire dei santi che hanno compiuto imprese incredibili miracolose in vita, ma piuttosto delle vittime del destino.
Questo consente un’identificazione tra il fedele e l’anima invocata, un riconoscimento della reciproca condizione, una condivisione dell’umana miseria che risulta pressoché impossibile avvertire nei confronti di figure “soprannaturali” come i santi. I quali certo svolgono anch’essi una funzione apotropaica, ma rimanendo sempre in posizione più elevata rispetto al comune mortale.
Le animitas, così come le anime pezzentelle, sono invece emblemi “democratici”, con cui è più semplice relazionarsi: condividono con i fedeli la stessa estrazione sociale, conoscono le difficoltà quotidiane della sopravvivenza. Sono degli spiriti protettivi che è possibile scomodare anche per miracoli più modesti, più banali potremmo dire, perché in fondo comprendono bene le necessità della gente.

Ma se in Italia il culto è rimasto esclusivo appannaggio di una singola città, Napoli, in Cile si è diffuso a macchia d’olio. Per dare un’idea della tenacia e della pervasività di questa fede, è sufficiente fare un ultimo, stupefacente esempio.
Il fenomeno artistico delle bici fantasma (biciclette pitturate di bianco a ricordo di un ciclista investito) è diffuso in tutto il mondo, e ha la funzione di monito per gli utenti della strada. Ebbene, quando queste installazioni sono arrivate in Cile non hanno potuto fare a meno di confondersi con la devozione popolare, dando luogo a degli ibridi chiamati bicianimitas. Ecco dunque che vicino alla bicicletta compaiono anche le edicole per le offerte rituali, e il memoriale funebre si trasforma in punto di comunicazione tra i vivi e i morti.
Vivi e morti che, sembrano voler ricordare le animitas, non sono mai veramente separati ma coesistono per le strade della città, o lungo i bordi delle polverose autostrade che s’inoltrano nel deserto.

Il blog Animitas Chilenas si propone di archiviare tutte le animitas, riportando di ciascuna il nome, la storia e le  coordinate GPS.
Oltre ai link alle fonti presenti nell’articolo, consiglio il saggio di Lautaro Ojeda,
Animitas – Una expresión informal y democrática de derecho a la ciudad (in ARQ Santiago n. 81 agosto 2012) e l’approfondito post El culto urbano de la muerte: el origen y la trascendencia de las animitas en Chile, di Criss Salazar.
Il fotografo Patricio Valenzuela Hohmann ha una splendida gallery di foto di animitas.
A margine segnalo infine
la Difunta Correa, l’animita più celebre in Argentina, dedicata alla leggendaria figura di una donna morta di sete e fatica a metà dell’Ottocento mentre seguiva il marito costretto forzosamente ad arruolarsi, e il cui cadavere fu trovato sotto un albero mentre stringeva ancora al petto il figlio neonato. Il culto della Difunta Correa si è diffuso a tal punto che è stato addirittura costruito un vero e proprio santuario a Vallecito, presso il quale arrivano un milione di pellegrini all’anno.