L’isola che non c’era

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Scrive Umberto Eco nella sua Storia delle terre e dei luoghi leggendari (2013):

Ci sono state terre a lungo sognate, descritte, cercate, registrate sulle mappe, che poi dalle mappe sono scomparse e ormai tutti sanno che non sono mai esistite. E tuttavia queste terre hanno avuto per lo sviluppo della civiltà la stessa funzione utopica del regno del Prete Gianni, per trovare il quale gli europei hanno esplorato e l’Asia e l’Africa, trovando ovviamente altre cose.

Poi ci sono quelle terre immaginarie che hanno attraversato la soglia fra la fantasia e il nostro mondo, e per quanto sembrasse improbabile hanno fatto irruzione nella realtà condivisa – anche se per breve tempo.

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Nel 1968, a undici chilometri al largo della costa di Rimini e confinante con le acque internazionali, sorgeva l’Isola delle Rose.
Non era una vera e propria isola, bensì una piattaforma artificiale il cui innalzamento aveva richiesto dieci anni di lavoro e sacrifici. Perché così tanto tempo? Perché l’Isola delle Rose aveva qualcosa di differente rispetto ad altre piattaforme marine: era stata costruita aggirando o ignorando i necessari permessi e regolamenti, in una costante lotta contro la burocrazia. Non si trattava però, o non solo, di un estremo caso di abusivismo, quanto piuttosto di un vero e proprio progetto libertario. L’Isola delle Rose si dichiarava stato indipendente.

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Il Presidente di questa micronazione era Giorgio Rosa, classe 1925, ingegnere fin dal 1950. Nel 1958 aveva cominciato a dar forma al suo sogno, l’impresa della sua vita. Tra difficoltà economiche e tecniche, nei dieci anni successivi era riuscito a gettare le fondamenta, cioè i nove pali, su cui aveva poi fatto sorgere la struttura della piattaforma: 400 metri quadri di cemento armato sospeso a otto metri dal livello dell’acqua. Rosa e i suoi complici avevano perfino trovato una falda d’acqua dolce utile a rifornire l’isola e a creare un approdo più mite per lo sbarco (che chiamarono “Porto Verde”).

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L’idea di Giorgio Rosa era al tempo stesso anarchica e pacifica: “il mio progetto iniziale era questo: costruire qualcosa che fosse libero da lacci e lacciuoli e non costasse molto. Sulla terra ferma la burocrazia era soffocante. […] Volevamo aprire un bar e una trattoria. Mangiare, bere e guardare le navi da Trieste che passano vicine, a volte anche troppo. Il ricordo più bello è la prima notte sull’isola in costruzione. Venne un temporale che sembrava portasse via tutto. Ma al mattino tornò il sole, ogni cosa pareva bella e realizzabile. Poi cominciarono i problemi”, ricorda.

Perché la burocrazia ritornò alla carica, più agguerrita di prima e determinata a rintuzzare i ribelli che volevano vivere fra le onde senza pagare dazio allo Stato.
Mentre veniva ultimato il secondo piano della piattaforma, l’Isola delle Rose guadagnava notorietà, tra battelli e motoscafi che vi facevano scalo incuriositi. Inquietati dal crescente traffico, capitaneria di porto, Guardia di Finanza e Governo erano ormai all’erta.

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E così, nel (disperato) tentativo di lasciarsi alle spalle l’Italia e i suoi divieti una volta per tutte, Rosa dichiarò unilateralmente l’indipendenza della sua Isola il 1° maggio del 1968. Nonostante egli fosse distante anni luce dai capelloni delle controculture, la sua mossa rifletteva lo spirito battagliero dei tempi: un paio di giorni dopo, al grido di “Vietato vietare”, sarebbero cominciati i movimenti di rivolta del Maggio francese.
La neonata “nazione” adottò l’esperanto come lingua ufficiale. Stampò i suoi francobolli, e si accinse a coniare la propria valuta.

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Ma i guai si fecero improvvisamente seri. Interrogazioni parlamentari arrivarono dalla destra e dalla sinistra, per una volta unite contro i trasgressori; i Servizi segreti erano sicuri che la piattaforma fosse in realtà una base per i sommergibili russi; secondo altri, l’Isola delle Rose nascondeva un’oscura manovra dell’Albania.
Una volta scoppiato il caso mediatico, le autorità reagirono duramente.

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L’11 febbraio 1969 vennero demolite tutte le parti in muratura, segati i pali e i raccordi in acciaio, e furono fatti brillare 75 chili di esplosivo per palo. L’Isola delle Rose, però, si imbarcò, si inclinò… ma non accennò a crollare.

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153658370-49b5c893-a551-4b6e-ba86-455099d8d866Allora, due giorni dopo, gli artificieri applicarono 120 chili di esplosivo ad ogni palo – più di una tonnellata in totale. Ancora una volta, l’Isola resistette. Come un sogno che, testardo, non vuole piegarsi sotto i colpi della realtà concreta.
Non fu all’opera dei militari, ma ad una tempesta che l’Isola delle Rose decise finalmente di arrendersi, inabissandosi nell’Adriatico. Era il 26 febbraio 1969.

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Oggi, dopo quarant’anni di oblio, l’Insulo de la Rozoj – questo il nome della micronazione in esperanto – conosce una seconda giovinezza, fra documentari, romanzi, spettacoli teatrali, mostre e allestimenti museali, pagine Facebook e blog dedicati. C’è chi dibatte sulla natura idealistica del progetto, sospettando che l’intera operazione non fosse in realtà nient’altro che il tentativo di costruire un paradiso fiscale (Rosa in realtà non ha mai negato le ambizioni commerciali e turistiche dell’Isola); chi, come i curatori del Museo Civico di Vancouver, ne rileva le corrispondenze con gli scritti di Tommaso Moro; e chi infine sostiene che l’impresa di Rosa abbia prefigurato la perdita di fiducia nella democrazia rappresentativa attraverso un mix di attivismo politico, architettura e tecnologia.

Giorgio Rosa ha 90 anni, e guarda divertito la riscoperta della sua avventura. Dopo aver perso la sua guerra (“l’unica che l’Italia sia stata capace di vincere”, sottolinea sarcasticamente) ed essersi sobbarcato i costi della demolizione, ha seguitato a praticare il suo lavoro di ingegnere. “Non chiedetemelo neanche, anzi, ve lo dico subito: niente più isole!

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Eppure, se l’interesse per il suo esperimento è ancora vivo, significa che quel sogno di evasione, di libertà, di indipendenza suona ancora oggi seducente. Possiamo attribuire il suo fascino odierno all’insofferenza per una burocrazia sempre più asfissiante, all’idea allettante di sfuggire alla crisi, al disincanto per le istituzioni, al timore dell’interferenza delle autorità nella nostra privacy; ma forse la verità è che l’Isola delle Rose è la concretizzazione di uno dei sogni umani più antichi, quello dell’utopia. Che è al tempo stesso “luogo perfetto” (eu-topia), al riparo dalle miserie e dalle disfunzioni del consorzio sociale, e “non-luogo” (ou-topia), cioè inesistente.

Ed è sempre piacevole accarezzare un’idea impossibile, irraggiungibile – nonostante, o a patto che, rimanga una fantasia.

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Le dichiarazioni di Giorgio Rosa sono tratte da qui e qui. (Grazie Daniele!)

La città dell’oscurità

Immaginate una città che si sviluppi senza alcun tipo di controllo urbanistico. Immaginate le strade e i palazzi come un organismo vivente, arterie e cellule di un corpo la cui biologia interna è completamente impazzita. Immaginate appartamenti che crescono di giorno in giorno, uno sopra l’altro, come un tumore che aumenti a dismisura, piano dopo piano, senza che alcuna intelligenza centrale abbia mai messo mano a questo incubo architettonico, totalmente anarchico e sregolato.

La cittadella in questione era Caolun (Kowloon, in inglese), e quest’anno ricorre il ventennale della sua demolizione; dopo la difficile opera di evacuazione, con il crollo degli ultimi mattoni, finiva nel 1993 la storia stupefacente dell’unica città al mondo senza legge né regole.

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Sorta prima dell’anno 1000, la città fortificata di Caolun, in Cina, era stata abbandonata e poi ricostruita a metà dell’800 dagli inglesi che controllavano Hong Kong. Abbandonata nuovamente, cominciò a ripopolarsi e divenne ben presto una zona autonoma, sviluppandosi velocemente grazie a un inspiegabile “buco” amministrativo e politico.
Le Triadi mafiose locali presero il potere proprio quando la cittadella, abitata da profughi della Seconda Guerra Mondiale e da dissidenti del regime Maoista, si stava ingrandendo; ma per fortuna nel 1974 una task force di 3.000 poliziotti sgominò le bande criminali, “liberando” Caolun dal giogo della mafia. Fu allora che la popolazione cominciò davvero a crescere.

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Nel giro di dieci anni, il numero degli abitanti era aumentato vertiginosamente: 33.000 accertati, quasi 50.000 quelli stimati, in una “cittadella” che in realtà potrebbe benissimo essere definita un quartiere, viste le sue dimensioni ridotte (soltato 26.000 metri quadrati). Con un rapido calcolo vi accorgerete che la densità della popolazione a Caolun era davvero impensabile: quasi due milioni di esseri umani per km2.

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Le case venivano costruite a velocità folle, senza ingegneri o architetti, sopraelevando, occupando qualsiasi spazio libero: la mattina avreste potuto svegliarvi e scoprire che la vostra finestra non dava più sul consueto panorama, ma su un nuovo muro dell’edificio vicino. I cortili si chiudevano progressivamente, fino a diventare dei piccoli pozzi di aerazione, i vicoli si restringevano di giorno in giorno, e la luce del sole si allontanava sempre di più, sottile linea a malapena visibile fra le case che arrivavano a più di dieci piani. Caolun cominciò ad essere chiamata HakNam, la città delle tenebre, perché nei suoi vicoli era notte anche a mezzogiorno. Vennero istallati dei tubi fluorescenti lungo le claustrofobiche stradine, tenuti accesi costantemente.
Le case che continuavano a salire in verticale, accatastate le une sulle altre, fermarono la loro folle crescita per un solo motivo: evitare le rotte di atterraggio degli aerei del vicino aeroporto Kai Tak.

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Eppure, al contrario di quanto si potrebbe pensare, la vita all’interno di questo caos architettonico era sorprendentemente tranquilla, e l’integrazione fra le diverse etnie presenti piuttosto pacifica. Sui tetti più alti erano stati piantati alberi e piccoli giardini dove i bambini potevano giocare; una settantina di pozzi garantivano l’acqua agli abitanti, finché il governo di Hong Kong non decise di portare acqua pulita e corrente elettrica fino ai margini della cittadella. La criminalità non era poi eccessivamente elevata, nonostante case da gioco, bordelli e droga fossero comuni, e lungo i vicoli nacquero negozi, piccole fabbriche, ristoranti e persino asili, scuole, anche una specie di tribunale.  Proliferavano gli studi medici senza autorizzazione, che però talvolta avevano un discreto livello di professionalità; ma, in generale, l’aspetto più disastroso era senz’altro la terribile condizione igienico-sanitaria.

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Alla fine degli anni ’80 i due governi di Hong Kong, quello inglese e quello cinese, si accordarono per mettere fine alla situazione ormai insostenibile, ed evacuarono la zona autonoma per demolirla infine nel marzo del 1993. I lavori terminarono nel 1994, con alcuni scavi archeologici che riportarono alla luce le antiche strutture preesistenti; oggi il sole finalmente splende nel parco cittadino ubicato proprio dove sorgeva l’oscuro e labirintico alveare di case.

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(Grazie, Michele!)

R.I.P. Ken Russell


All’età di 84 anni si è spento Ken Russell, autore di film controversi, visionari e allucinati. Lo ricordiamo per la lunga carriera all’insegna dell’assenza di misura, dell’anarchia, della spettacolarità.