Il cadavere colonizzato: storia dell’ultimo uomo della Tasmania

∼  King Billy 

William Lanne, ritenuto l’ultimo aborigeno purosangue della Tasmania, era nato a Coal River intorno al 1835. All’età di sette anni, assieme alla famiglia venne trasferito alla riserva aborigena di Flinders Island; quando aveva dodici anni, gli aborigeni superstiti (poco più di una quarantina) furono spostati a Oyster Cove, 56 chilometri a sud della capitare Hobart. Qui, nel 1847, William entrò nell’orfanotrofio locale, il Queen’s Orphan Asylum. È proprio a Oyster Cove che, a parte qualche breve spostamento, Lanne passò tutta la sua vita.

William Lanne con la moglie Truganini (a sinistra).

Gli aborigeni erano spesso impiegati a bordo delle baleniere, assegnati all’albero maestro per via della loro ottima vista. William Lanne, di animo allegro, divenne popolare tra i colleghi marinai come “King Billy” e, nonostante il suo regale soprannome, condusse tutto sommato un’esistenza anonima, divisa tra i duri giorni in mare e le bevute al pub con gli amici.
Nel febbraio del 1869, dopo un lungo viaggio a bordo della Runnymede, William tornò in salute precaria. Spese la sua ultima paga in birra e rum in una bettola frequentata da prostitute e balenieri, e dopo una settimana si ammalò di diarrea colerica. Il 3 marzo morì mentre si stava vestendo per andare all’ospedale.

La sua salma venne portata al General Hospital su ordine del Dr. Crowther. E qui cominciarono i problemi, perché il cadavere di William Lanne rappresentava un’appetitosa occasione per molte persone.

  L’oggetto del desiderio 

Nel XIX Secolo, l’anatomia comparata era tra i temi più “caldi” in seno alla comunità scientifica. Lo studio della conformazione del cranio, in particolare, rivestiva un’importanza fondamentale non tanto a livello medico quanto nell’ottica più ampia della teoria delle razze.


Attraverso le misurazioni craniometriche e frenologiche, e paragonando le varie caratteristiche fisiche, si creavano delle vere e proprie classifiche razziali: si affermava ad esempio che una razza avesse un cervello più pesante di un’altra, prova “inconfutabile” di maggiore intelligenza; le peculiarità fisiognomiche di un’altra razza la avvicinavano invece alle scimmie, spingendola dunque più in basso nella scala razziale; una robusta costituzione invece aumentava le possibilità di sopravvivenza, e via dicendo. Non occorre specificare chi, in questa classifica stilata dagli uomini bianchi, occupasse la vetta dell’evoluzione.
Se gli Europei erano i più adatti a sopravvivere, era chiaro che gli aborigeni della Tasmania (spesso confinati al penultimo posto nella graduatoria delle razze) si sarebbero presto estinti come i dodo o i dinosauri. Qualsiasi violenza o sopruso era dunque giustificato da una inevitabile supremazia “naturale”.

Per dimostrare queste teorie, etnologi, anatomisti e archeologi erano costantemente alla ricerca di teschi esemplari. I resti degli aborigeni, però, scarseggiavano ed erano tra i più richiesti.
Questo fu il motivo per cui, appena l’ultimo aborigeno tasmaniano purosangue morì, si scatenò una guerra per decidere chi si sarebbe aggiudicato il suo scheletro: William Lanne ricevette più attenzione da morto di quanta ne avesse mai avuta da vivo.

William Crowther (1817-1885)

Attorno ai suoi resti, fin dal principio si crearono due fazioni opposte.
Da una parte c’era il dottor William Crowther, il medico che ne aveva constatato il decesso. Da molto tempo era alla disperata ricerca di uno scheletro aborigeno da spedire al curatore dello Hunterian Museum di Londra. Egli sosteneva che questo regalo avrebbe favorito i rapporti tra la Tasmania e l’Impero Britannico, ma evidentemente il suo vero intento era quello di entrare nelle grazie del prestigioso Royal College of Surgeons.
Dall’altra si schierava la più potente società scientifica della Tasmania, la Royal Society, la quale sosteneva che i preziosi resti fossero patrimonio nazionale e dovessero rimanere presso il proprio museo.

Sotto la pretesa importanza scientifica, si trattava dunque di una questione eminentemente politica.
Di questo si rese conto subito il premier Richard Dry, chiamato a decidere sulla delicata questione: la sua mossa fu inizialmente favorevole alla Royal Society, forse perché quest’ultima era strettamente ammanicata con il suo governo, o forse perché lo stesso Dry aveva avuto violente divergenze politiche con Crowther in passato.
Fatto sta che venne stabilito che il corpo sarebbe rimasto in Tasmania; ma Dry decise, da fervente cristiano, che l’ultimo aborigeno avrebbe avuto prima di tutto un funerale. Conoscendo l’impazienza di Crowther di mettere le mani sullo scheletro, ordinò al nuovo responsabile dell’ospedale, il Dottor George Stockell, di impedire che succedesse qualcosa alla salma.

  La profanazione, atto primo: Crowther 

Il giorno seguente Stockell incontrò Crowther per strada, e subito nacque un diverbio; Crowther sosteneva che il cadavere era suo di diritto, mentre Stockell ribatté di aver ricevuto chiari ordini di proteggere la salma.
Quando a sorpresa Crowther lo invitò a cena alle 8 della sera stessa, Stockell dovette pensare ingenuamente a un tentativo di riappacificazione. Presentatosi all’abitazione all’ora stabilita, però, scoprì che il medico era fuori casa: ad accoglierlo trovò la moglie, che sembrava particolarmente loquace, e continuava a farlo parlare…

Nel frattempo Crowther, con il favore del crepuscolo, doveva agire in fretta.
Assistito da suo figlio, penetrò nell’ospedale e si diresse all’obitorio. Qui si concentrò innanzitutto sulla salma di un anziano signore bianco: decapitò il vecchio, e spellò velocemente la testa per ottenerne il teschio. Si recò poi nella sala attigua, dove si trovava il cadavere di William Lanne.
Crowther cominciò a incidere il capo di Lanne lateralmente, passando dietro l’orecchio; spostando la pelle del volto e forzando le mani al di sotto, estrasse il teschio dell’aborigeno e lo sostituì con quello appena prelevato dall’altro cadavere.
Una volta ricucito il volto di Lanne, nella speranza che nessuno notasse la differenza, si dileguò nella notte con il prezioso bottino.

Stockell rimase a parlare con la moglie di Crowther fino alle 9, quando intuì che qualcosa non quadrava, e finalmente fece ritorno all’ospedale. Nonostante le precauzioni di Crowther, non gli ci volle molto a comprendere cosa fosse successo.

  La profanazione, atto secondo: Stockell e la Royal Society 

Stockell, invece di chiamare le autorità, avvisò subito il segretario della Royal Society delle mutilazioni effettuate sul cadavere. Dopo un breve consulto con altri membri della società, si decise che era imperativo assicurarsi le parti più importanti del cadavere, prima che Crowther provasse a fare ritorno.
Alla salma di Lanne vennero dunque tagliati i piedi e le mani, che furono nascosti nel museo della Royal Society.

Il funerale si svolse il giorno previsto, sabato 6 marzo. Un’inaspettata folla si radunò per salutare King Billy, l’ultimo vero aborigeno: soprattutto marinai, tra cui il capitano della Runnymede che si era accollato i costi delle esequie, e diversi nativi tasmaniani.
Tuttavia le voci di un’orrenda mutilazione subita da Lanne cominciavano a diffondersi, e al primo ministro Dry venne chiesto di riesumare il corpo per controllare. Il premier, in attesa di aprire l’inchiesta, ordinò che la tomba fosse piantonata da due agenti fino al giorno di lunedì.
Ma all’alba della domenica, si scoprì che il luogo di sepoltura era stato devastato: la bara giaceva esposta sulla terra smossa. C’era sangue tutto attorno, e il corpo di Lanne era sparito. Il teschio del vecchio, quello sostituito all’interno del cadavere, era stato scartato e gettato di fianco alla tomba.

Nel frattempo, un sempre più furioso Crowther era ben lontano dal darsi per vinto – soprattutto ora che si era visto soffiare a quel modo le parti mancanti del “suo” aborigeno.
Il pomeriggio del lunedì egli irruppe all’ospedale con un gruppo di sostenitori. Quando Stockell gli intimò di andarsene, Crowther rispose facendosi strada a martellate attraverso il divisorio di uno dei reparti, e sfondando la porta dell’obitorio.
All’interno la scena era raccapricciante: sul tavolo delle dissezioni giacevano pezzi di carne e masse di grasso insanguinate. Lanne era stato disossato.
Non trovando dunque l’agognato scheletro, Crowther e la sua cricca lasciarono l’ospedale.

  Quando tutti sono colpevoli, nessuno è colpevole

Le investigazioni sul caso portarono a un risultato sfavorevole soprattutto per Crowther, che venne sospeso dalla professione medica, mentre suo figlio si vide revocato il permesso di studiare all’ospedale. Per quanto riguardava la Royal Society , nonostante Stockell avesse ammesso di aver tagliato mani e piedi al cadavere, si ritenne che non ci fossero prove sufficienti per alcuna condanna.
Anche se l’inchiesta si risolse essenzialmente con un nulla di fatto, il terribile episodio di cronaca scosse l’opinione pubblica, per più di un motivo.

Da una parte, gli eventi avevano scoperchiato il marcio che si annidava nelle istituzioni scientifiche e statali.
Il cadavere di William Lanne era stato profanato – e altrettanto quello di un uomo bianco.
I medici si erano dimostrati abbietti e senza scrupoli – altrettanto i poliziotti che, evidentemente corrotti, avevano abbandonato il loro posto di guardia presso la tomba.
Le misure di sicurezza dell’ospedale si erano rivelate risibili – altrettanto quelle del St. David’s, il cimitero urbano più grande della città.
Il governo aveva agito in maniera poco imparziale e decisa – altrettanto oscuro e riprovevole era stato il comportamento tenuto dalla Royal Society.
Come riassunse un quotidiano dell’epoca, l’incidente aveva dimostrato che “la gente comune ha un maggior senso della decenza e della moralità rispetto alle cosiddette classi superiori, e agli uomini istruiti”.

John Glover, Mount Wellington and Hobart Town from Kangaroo Point (1834)

Ma il secondo motivo di indignazione era che l’ultimo aborigeno era stato trattato come carne da macello.
Un atto orrendo, ma tristemente in linea con la decimazione degli indigeni della Tasmania in quello che è stato definito un vero e proprio genocidio, che in poco più di settant’anni dall’arrivo dei coloni aveva spazzato via l’intera popolazione dell’isola. Come la sua terra e la sua gente, anche William Lanne era stato spartito avidamente tra i bianchi – desiderosi forse di giustificarsi dimostrandone l’inferiorità.
Pur con tutta la retorica razzista dell’epoca, era difficile non sentirsi in colpa. Quando qualcuno propose di erigere un monumento in ricordo di Lanne, prevalse la vergogna e non si costruì nessun memoriale.

  Epilogo: molto orrore per nulla 

Chi si guadagnò una statua imponente, invece, fu William Crowther.
Il dottore entrò in politica poco dopo i sanguinosi avvenimenti, e una fulgida carriera lo portò addirittura a essere eletto premier della Tasmania nel 1878.Non bisogna stupirsi che avesse tanti sostenitori, perché nulla è solo bianco o nero: nonostante il torbido episodio, Crowther era benvoluto perché in qualità di medico si era sempre dedicato a curare i poveri e i nativi. Rimase in politica fino alla morte, nel 1885; dichiarò di non aver mai perso una notte di sonno per la faccenda della “testa di King Billy”, che a suo dire era stata solo una montatura per screditarlo.

Statua di William Crowther, Franklin Square, Hobart.

Stockell, dal canto suo, non vide confermato il suo posto all’ospedale al termine del periodo di prova, e si trasferì a Campbell Town dove morì nel 1878.
Lo scandalo Lanne ebbe almeno una conseguenza positiva: sulla scia delle polemiche la Tasmania promulgò nell’agosto del 1869 il primo Anatomy Bill, un atto che regolamentava la pratica delle dissezioni.

E le ossa di William Lanne?
Lo scheletro rimase quasi sicuramente nascosto tra le proprietà del museo della Royal Society. Si ignora che fine abbia fatto.
Anche del teschio nessuno sentì più parlare. Eppure, stranamente, Crowther ricevette nel 1874 una medaglia d’oro dal Royal College of Surgeons per i suoi “numerosi e preziosi contributi” allo Hunterian museum. Quali fossero stati esattamente questi contributi, non si sa di preciso; ma è naturale sospettare che l’onorificenza avesse qualcosa a che fare con l’infame teschio di Lanne, magari spedito a Londra in gran segreto.
Non esistono però prove certe che il teschio sia effettivamente arrivato in Inghilterra, e d’altronde la collezione di crani umani del Royal College of Surgeons venne distrutta nei bombardamenti nazisti.

Royal College of Surgeons, inizio ‘900.

Certo è che per quel teschio Crowther aveva rischiato tutto ciò che aveva, la sua reputazione e la sua professione. Ed ecco l’amara ironia: nel 1881, fu lo stesso curatore dello Hunterian a mettere pubblicamente in dubbio la validità della craniologia nella determinazione delle presunte razze.
Al giorno d’oggi risulta evidente che tutta questa ansia di catalogare e classificare fu “uno sforzo futile”, dal momento che “il concetto di razza nella specie umana non ha ottenuto alcun consenso dal punto di vista scientifico, e non è probabilmente destinato ad averne” (da Storia e geografia dei geni umani, 2000).

Ovunque si trovassero, né il cranio né lo scheletro di William Lanne furono mai utilizzati per essere studiati scientificamente, e non comparvero in alcuna ricerca.
Dopo tutto quello che si era fatto per espropriarli, conquistarli e annetterli a una collezione piuttosto che a un’altra, e a dispetto dell’importanza fondamentale che si sosteneva rivestissero per la comprensione dell’evoluzione, quei resti umani finirono dimenticati in qualche cassa o in qualche armadio.
L’importante era averli colonizzati.

La fonte principale per questo articolo è Stefan Petrow, The Last Man: The Mutilation of William Lanne in 1869 and Its Aftermath (1997) che è disponibile online in PDF.
Interessante anche la storia di Truganini, la moglie di William Lanne nonché l’ultima donna aborigena, che subì un meno drammatico ma comunque analogo calvario post-mortem.
L
a procedura utilizzata da Crowther per sostituire il teschio senza sfigurare il cadavere ha una sua storia affascinante, raccontata in Frances Larson, Teste mozze: Storie di decapitazioni, reliquie, trofei, souvenir e crani illustri (2014) – un libro che non mi stancherò mai di lodare.

La nostalgia di ciò che perdiamo: intervista a Nunzio Paci

Le anatomie ibride di Nunzio Paci, bolognese classe ’77, hanno conosciuto un crescente successo, tanto da guadagnargli prestigiose esposizioni in Europa, Asia e Stati Uniti.
Il vero miracolo che questo artista compie sulla tela è di rendere incantevole quello che, essenzialmente, rimane un tabù – l’interno del nostro corpo.


Ma la sua opera è in verità molto complessa e stratificata: nei suoi dipinti gli elementi naturali e creature si compenetrano, e di conseguenza viene a saltare anche l’idea del confine, del dentro e del fuori; ogni corpo esplode e si ramifica, diventando indefinibile. Per quanto a margine delle figure vi siano ancora numerazioni, didascalie e “legende” anatomiche, queste inediti florilegi di carne tendono a mettere sotto scacco la visione, a sabotare le categorie, a smontare perfino il concetto di identità.

Ma piuttosto che parlarne direttamente io, lascio che a introdurvi alla sua arte sia la chiacchierata che ho fatto con Nunzio stesso.

Hai esordito come street artist, vale a dire in un contesto prettamente urbano; qual era il tuo rapporto con la natura allora? È cambiato nel corso del tempo?

Sono nato e cresciuto in un piccolo paese di campagna nella provincia bolognese e continuo a vivere in una zona rurale… La natura è da sempre una fedele compagna di vita. Ho vissuto anch’io il periodo della ribellione: in quegli anni ricordo che ogni cosa mi pareva un supporto dove poter dipingere e “scrivere” con lo spray. Ora mi sento più un guerriero in pensione che cerca un angolo silenzioso e poco illuminato dove poter pensare e riposare.

L’uomo occidentale ha fatto di tutto per pensarsi separato dalla natura e per porsi, quando non proprio come dominatore, almeno quale osservatore o indagatore esterno.
Questo sentirsi al di fuori, o al di sopra, delle leggi naturali ha però portato a una sorta di sentimento di esclusione, a una malinconia romantica per la connessione “perduta” con il resto del mondo naturale.
Credi che le tue opere siano un’espressione di questa nostalgia, di una necessità di comunione con tutte le creature? Oppure vuoi suggerire che i regni – animale, vegetale e minerale – in verità sono sempre stati sempre (con)fusi, e le barriere fra di essi non sono altro che un’illusione, un costrutto culturale?

Penso che il mio lavoro in realtà parli della “nostalgia per ciò che costantemente perdiamo” – voci, odori, memorie… Spesso ho la sensazione di inventare quei frammenti di ricordi che nel tempo sono andati persi: credo che questa, da parte mia, sia una forma di autodifesa per sopravvivere alla malinconia di cui parli. Per questa ragione, attraverso il mio lavoro, cerco di tradurre in immagine ciò che non è possibile conservare nel tempo, così che io possa recuperare questi ricordi nei momenti più malinconici.

Le tue sono visioni autoptiche: perché avverti il bisogno di sezionare, di aprire i corpi che disegni? Visto che l’interno del corpo è ancora per certi versi un tabù, come reagisce in genere il pubblico ai dettagli anatomici delle tue opere?

Ho bisogno di pormi in maniera egoistica. Non penso mai a quello che il pubblico potrebbe sentire, non mi faccio domande su quello che gli altri vorrebbero o non vorrebbero vedere. Sono troppo occupato a domare i miei pensieri e trasformare in immagini i miei traumi.
Non ricordo bene quando ho iniziato ad interessarmi all’anatomia, ma non potrò mai dimenticare la prima volta che vidi spellare un coniglio. Ero davvero molto piccolo e rimasi turbato ma allo stesso tempo affascinato – non dalla scena di violenza ma da ciò che si celava all’interno di quell’animale. Mi convinsi da subito che non avrei mai fatto del male ad un essere vivente ma che avrei cercato di capirne la “meccanica”.
Successivamente, la voglia di realizzare opere che parlassero della vita in maniera visionaria prese il sopravvento e iniziai a tracciare soggetti capaci di parlare di sé senza il bisogno di urtare la sensibilità altrui. Ad ogni modo, credo che le sensazioni che nascono da ciò che vediamo siano semplicemente il prodotto del nostro background e per questa ragione non credo sia possibile, in generale, suscitare una sensazione univoca.

Hai dichiarato di non essere un grande amante dei colori, e di fatto hai spesso prediletto tonalità terrigne, bruno ruggine, eccetera. Nelle tue ultime opere, tra cui quelle esposte a Manila nella personale intitolata Mimesis, si intravede una progressiva apertura in questo senso, in particolare nelle rappresentazioni floreali arricchite da tutta una palette di verdi, violetti, blu, rosa. È un modo per aggiungere complessità cromatica oppure, al contrario, per “alleggerire” e rendere più piacevoli le tue immagini?

Non ho mai vissuto il colore come un elemento “piacevole” o “leggero”. Tutto l’opposto. L’utilizzo che ne faccio nel ciclo Mimesis, come accade in natura, trae in inganno. In natura, il colore gioca un ruolo fondamentale per la sopravvivenza. Nelle mie opere mi servo del colore per descrivere le sensazioni che provano i miei soggetti quando si sentono soli o in pericolo. Modificare il proprio aspetto è una necessità per loro, una forma di autodifesa per sfuggire alla superficialità, all’arroganza e alla violenza della società. Una società a cui interessa solo il proprio inutile perseverare.

In una tua mostra del 2013 hai espressamente fatto riferimento alla teoria delle segnature, ossia la supporsta rete di corrispondenze tra le varie forme fisiche, i sintomi delle malattie, le mutazioni celesti, eccetera.
Queste analogie, ad esempio quelle rintracciate tra i rami di un albero, le corna di un cervo e il sistema arterioso, venivano collegate alla chiromanzia, alla fisiognomica e alla medicina, ed ebbero buona fortuna da Paracelso a Girolamo Cardano a Giovambattista della Porta.
Nelle tue opere è sempre presente un un richiamo agli albori delle scienze naturalistiche, alle wunderkammer rinascimentali, alla botanica cinque-seicentesca. Anche formalmente, hai rivisitato in chiave contemporanea alcune tecniche dal sapore antico come l’encausto.
Cosa ti affascina di quel periodo e di quell’immaginario?

Credo che tutto parta da lì, e che i periodi successivi compreso quello attuale siano l’evoluzione di quell’epoca pionieristica. L’uomo ancora oggi continua a studiare le piante, a osservare i comportamenti animali, tenta invano di preservare il corpo, studia i meccanismi dello spazio… Nonostante lo faccia in maniera diversa, non credo sia cambiato molto. Quello che manca oggi è quella ossessione folle per l’osservazione, il piacere della scoperta e il prendersi cura del proprio tempo. Nell’imparare lentamente, andando in profondità, credo si nasconda la chiave per fissare le emozioni che proviamo quando scopriamo qualcosa di nuovo.

Una famosa citazione (attribuita a Banksy, e ispirata a una poesia di Cesar A. Cruz) recita: “l’arte dovrebbe confortare chi è disturbato e disturbare chi è confortevole”. I tuoi dipinti vogliono confortare o disturbare?

Il mio modo di vivere ed essere si riflette esattamente nel mio lavoro. Non ho mai sentito l’urgenza di disturbare o provocare attraverso le mie immagini né ho mai cercato di richiamare l’attenzione di qualcuno. Attraverso le mie opere voglio arrivare al cuore delle persone. Lo voglio fare in punta di piedi, in silenzio, se necessario voglio chiedere il permesso. Se mi sarà consentito entrare, è lì che pianterò le mie radici e vi dimorerò per sempre.

Werner Herzog, un regista che ha spesso affrontato il rapporto travagliato dell’uomo con la natura, sostiene in Grizzly Man (2006) che “il comune denominatore dell’Universo non è l’armonia, ma il caos, l’ostilità e l’assassinio”. Altrove descrive la giungla amazzonica come un incessante “massacro collettivo”.
Rispetto alla visione pessimistica di Herzog, ho l’impressione che tu intenda la natura come un continuum, in cui ogni relazione preda-predatore non è altro che un atto di “autocannibalismo”, perfettamente funzionale. Insomma, le specie si fanno guerra e si aggrediscono tra di loro, ma alla fine chi vince è sempre la vita, che nel suo sistema autopoietico trae continuo nutrimento da sé stessa. Nemmeno la decomposizione è dunque negativa, in quanto fonte di nuove germinazioni.
Cos’è per te la morte, e che ruolo ha nel tuo lavoro?

La morte per me ha un ruolo fondamentale, vivo con il costante pensiero che tutto stia lentamente morendo. Un germoglio appena nato sta già morendo, e così va per tutto ciò che è vivo. Uno degli aspetti che più mi affascina della vita è la sua decadenza. Ne sono attratto, incuriosito e allo stesso tempo spaventato, e il mio lavoro è forse un modo per esorcizzare tutto questo lento morire che ci circonda.

Potete seguire Nunzio Paci sul sito ufficiale, pagina Facebook e profilo Instagram.

Link, curiosità & meraviglie assortite – 14

  • Il 19 giugno è morta Koko, la gorilla che sapeva utilizzare la lingua dei segni, dipingeva e amava i gattini. Ma Koko non è stata l’unico primate in grado di comunicare con gli umani; il primo, storico tentativo di “far parlare” una scimmia si svolse in maniera piuttosto catastrofica, come ho raccontato in questo vecchio post.
  • Avete bisogno di bacarozzi, farfalle, blatte, millepiedi, lucciole, api, o qualsiasi altro insetto per il film che state girando? C’è questo signore che crea degli ultrarealistici prop cinematografici entomologici, scritturati anche dalle più grandi produzioni hollywoodiane. (Grazie, Federico!)
  • Se pensate che le pompette enlarge-your-penis che vi propongono nelle email di spam siano una trovata recente, eccone una del XIX° secolo (tratta da Albert Moll, Handbuch der Sexualwissenschaften, 1921).

  • I funerali del Ghana hanno goduto di una certa popolarità su internet per via delle pittoresche bare fatte a forma di vari strumenti e oggetti (io ne avevo parlato nella seconda parte di questo articolo), ma c’è un problema: ultimamente i rituali sono diventati talmente complicati e ossessivi che i corpi dei defunti vengono sepolti dopo mesi, o perfino diversi anni, dalla morte.
  • Questo tweet.
  • 1865: durante la conquista del Matterhorn, una strana e sconvolgente apparizione si verifica. Con tutta probabilità si tratta di un rarissimo evento atmosferico, ma mettetevi nei panni degli scalatori che hanno appena perso quattro dei loro compagni cercando di raggiungere la vetta, e vedono un arco e due enormi croci fluttuare nel cielo sopra la nebbia.
  • La strana bellezza dei dagherrotipi rovinati dal passare del tempo.

  • Cosa c’è di così strano in queste foto di un tizio che sta preparando dei taco per una cenetta tra amici?
    Niente, a parte il fatto che la carne proviene dal suo piede sinistro, amputato a seguito di un incidente.

Pensateci: perdete una gamba, provate a chiederla indietro dopo l’operazione, e ve la danno. Prima di cremarla, perché non assaggiarne una fettina? Dopotutto si tratta della vostra gamba, del vostro piede, non fate male a nessuno, e vi togliete una curiosità. Cannibalismo etico.
È quanto ha deciso di provare un giovane uomo, invitando alla degustazione alcuni amici “dalla mente aperta“. Poi, a distanza di due anni, si è deciso a raccontare su Reddit come si è svolta la serata. I tacos a base di carne umana sembra siano stati piuttosto apprezzati, tranne da uno dei commensali (che, nelle parole del protagonista, “mi ha dovuto sputare su un tovagliolo“).
L’esperimento, condotto peraltro nei limiti della legalità visto che negli Stati Uniti non esiste una legge che proibisca il cannibalismo, com’era prevedibile ha suscitato reazioni viscerali; il celebre auto-cannibale è stato perfino intervistato da Vice. E ha affermato che questa piccola pazzia l’ha aiutato piscologicamente a superare il trauma: “mangiare il mio piede è stato un modo divertente, strano e interessante per voltare pagina“.

  • Visto che parliamo di disgusto: una nuova ricerca ha determinato che le cose che ci fanno schifo sono organizzate in sei categorie principali. Ai primi posti, non è una sorpresa, si posizionano le ferite infette e le istanze legate all’igiene (puzza, escrementi, ecc.), probabilmente perché segnalano situazioni in cui il nostro organismo è in pericolo di contrarre malattie.
  • Qualcuno ha ordinato nuvole di gambero?
    A Qingdao, in Cina, dal cielo è caduto l’equivalente di un’intera pescheria (sotto, qualche foto). E ancora oggi le piogge di animali restano un bell’enigma.

EDIT: Quest’ultima foto è falsa (non le altre).

  • In Svezia c’è una sindrome misteriosa: colpisce esclusivamente i bambini figli di rifugiati sovietici che sono in attesa del verdetto riguardo il loro permesso di soggiorno.
    Viene chiamata “Sindrome da Rassegnazione”: lo spettro del rimpatrio forzato, lo stress di non comprendere la lingua e le estenuanti trafile burocratiche spingono questi bambini prima all’apatia, poi alla catatonia e infine al coma. All’inizio dell’epidemia si sospettava una clamorosa messinscena, ma i medici hanno compreso che questa grave alterazione psicologica è tutt’altro che una finzione; il coma può durare anche due anni, avere recidive, e l’effetto domino ha fatto sì che tra il 2015 e il 2016 si siano registrati ben 169 episodi.
    Ecco un articolo che approfondisce questa drammatica patologia, e un più veloce riassunto su Wired. (Grazie, David!)

Anatomia del corsetto.

  • Simulatore di bombe atomiche: decidete dove sganciare l’ordigno, il tipo e i kilotoni, se farlo esplodere al suolo o in aria. Poi inorridite, e scoprite gli effetti.
  • Mari Katayama è un’artista giapponese. Fin da piccola ha cominciato a cucire oggetti particolari, incorporando conchiglie e gioielli nelle sue creazioni. Affetta da ectrodattilia, all’età di nove anni ha subito l’amputazione di entrambe le gambe. Oggi il suo corpo è entrato a far parte dei suoi progetti, e i suoi autoritratti sono di una bellezza a mio parere sconvolgente. Ecco alcuni dei suoi lavori.
    (Sito ufficiale, Instagram)

Quando gli studenti di medicina organizzavano delle goliardate mica male. (Tratto da questo libro meraviglioso.)

  • Il grande scheletro che vedete sulla sinistra, qui sotto, è quello del gigante irlandese Charles Byrne (1761–1783), e appartiene allo Hunterian Museum di Londra. Si tratta del reperto più discusso dell’intera collezione anatomica, e per un buon motivo: quando era ancora in vita, Byrne aveva chiaramente espresso il desiderio che le sue spoglie venissero gettate in mare, e che per nessun motivo fossero mai messe in mostra in un museo — un’idea che lo orripilava.
    Quando Byrne morì, gli amici organizzarono il suo funerale nella città costiera di Margate, ignorando che la cassa conteneva soltanto pietre: l’anatomista William Hunter aveva pagato un becchino perché rubasse il prezioso cadavere del gigante. Da allora, lo scheletro è rimasto esposto al museo e, nonostante abbia certamente contribuito agli studi sull’acromegalia e il gigantismo, è sempre stato un pezzo “scomodo” dal punto di vista etico.
    Ecco la notizia: pare che, approfittando di una chiusura triennale per restauri, il comitato scientifico del museo stia valutando un’eventuale sepoltura dei resti ossei di Byrne. Se così fosse, si tratterebbe di una decisione spartiacque nel campo dell’esposizione museale etica di resti umani.

  • Come in un romanzo giallo: spunta il diario segreto ritrovato scritto sul retro delle assi di un pavimento in un castello francese, contenente storie criminali e torbidi intrighi di paese. (Grazie, Lighthousely!)
  • La lettura più simpatica degli ultimi tempi ci è gentilmente offerta dal grande Thomas Morris, che ha scovato un delizioso report medico del 1852. Riassumo per chi non mastica l’inglese: un signore, sposato con figli ma segretamente dedito all’onanismo più sfrenato, prova innanzitutto di inserire un pezzo di pene di toro all’interno del suo pene, tramite l’uretra. Il pezzo di carne però si incastra, e il gentleman deve ricorrere all’aiuto del medico per estrarlo. Non contento del risultato, decide qualche tempo dopo di infilarsi un tubo di 28 centimetri attraverso lo stesso pertugio, ma la sonda gli scivola tra le dita, scomparendo dentro di lui; prima che si riesca a operarlo, il ferro finisce per lacerargli la vescica e perdersi nell’addome. Una fine ingloriosa, oppure orgogliosamente libertina, decidete voi.
    A me ha ricordato un vecchio adagio: “non fare mai niente che non vorresti essere trovato morto mentre lo stai facendo“.

E con questo è tutto, alla prossima!

Myrtle, la ragazza con quattro gambe

La signora Josephine M. Bicknell morì una settimana prima di compiere il suo sessantesimo compleanno; venne seppellita a Cleburne, Texas, agli inizi di maggio del 1928.

Una volta calata la bara nella terra, il marito James C. Bicknell rimase a guardare mentre nella fossa veniva versato uno spesso strato di cemento; aspettò un’ora, forse due, finché la colata non fu del tutto solidificata. Finalmente James e i familiari se ne andarono, sollevati: nessuno avrebbe rubato la salma della signora Bicknell – né i medici, né i collezionisti, che tanto avevano premuto per ottenerla.

Strano pensare che un corpo senza vita potesse fare gola a così tante persone.
Eppure la signora che riposava sotto il cemento era stata celebre in tutti gli Stati Uniti, molti anni prima, con il nome di ragazza: Josephine Myrtle Corbin, la Ragazza del Texas con Quattro Gambe.

Myrtle era nata nel 1868 nella Contea di Lincoln, Tennessee, affetta da una rara anomalia fetale chiamata “dipigo”: il suo corpo era perfettamente formato dalla testa fino all’ombelico, al di sotto del quale si divideva in due bacini, e quattro arti inferiori.

Le due gambe centrali erano rudimentali, anche se capaci di movimento, e alla nascita si erano presentate appiattite sulla pancia della neonata. Assomigliavano a quelle di un siamese parassita, ma in realtà non c’era alcun gemello: durante lo sviluppo fetale, il bacino si era sdoppiato lungo l’asse mediano (per ogni paio di gambe, una era atrofizzata).

Secondo i resoconti medici dell’epoca,

tra ogni paia di gambe c’è un distinto, completo set di organi genitali, sia esterni che interni, ciascuno supportato da una propria arcata pubica. Ogni apparato agisce indipendentemente dall’altro, con l’eccezione del periodo mestruale. All’apparenza vi sono anche due intestini e due ani; entrambi sono perfettamente indipendenti – un lato può presentare diarrea, e l’altro costipazione.

Myrtle era entrata a far parte del Circo Barnum all’età di 13 anni. Quando faceva la sua apparizione sulla scena, nulla lasciava presagire la sua inusuale condizione: se si escludeva il bacino piuttosto largo e una zoppia dovuta al piede destro incurvato, Myrtle era una ragazza attraente e dalla figura tutto sommato normale. Ma quando sollevava le gonne, il pubblico rimaneva senza fiato.

Si sposò con James Clinton Bicknell quando aveva 19 anni, e un anno dopo si presentò dal dottor Lewis Whaley per via di un dolore al fianco sinistro accompagnato da altri sintomi preoccupanti. Quando il medico le annunciò che era gravida dall’utero sinistro, Myrtle si mostrò sorpresa:

“Penso che lei si sbagli; se fosse stato dal lato destro, sarei quasi arrivata a crederle”; e dopo aver chiesto ulteriori chiarimenti scoprì, dall’osservazione della paziente, che i suoi genitali destri erano quasi invariabilmente usati per il coito.

Quella prima gravidanza finì purtroppo in un aborto, ma successivamente Myrtle, ritiratasi dalle scene, ebbe ben quattro figli, tutti in perfetta salute.

Dato l’enorme successo del suo show, i circhi concorrenti provarono a replicare la fortunata formula – ma altre belle signorine con gambe in soprannumero non se ne trovavano proprio.
Con l’inventiva tipica dei sideshow, si ovviava comunque al problema ricorrendo a dei trucchi.
I due diagrammi seguenti mostrano l’espediente usato per simulare una donna con tre gambe e con quattro, e sono riportati nel libro del 1902 The New Magic (fonte: Weird Historian).

Se cercate fotografie di Myrtle Corbin su internet, potreste incappare in alcuni scatti di Ashley Braistle, il più recente esempio di donna a quattro gambe.
Le foto qui sotto sono quelle del suo matrimonio, celebrato nel luglio del 1994, con un idraulico di Houston di nome Wayne: un amore nato dopo che Ashley era apparsa in un’intervista su un giornale, in cui si dichiarava alla ricerca di un compagno “sensibile e alla mano“.

Purtroppo però l’11 maggio 1996, la vita di Ashley terminò in tragedia quando volle provare a sciare, e finì per schiantarsi contro un albero.

L’avete indovinato?
In realtà la commovente storia di Ashley è un trucco, proprio come quelli usati dai circensi di inizio secolo.
Questa bufala fotografica è stata partorita da un altro bizzarro “sideshow”, cioè quello di Weekly World News, un tabloid da supermarket attivo fino al 2007 e famoso per pubblicare notizie palesemente false con titoli fantasiosi e ridicoli (“Mini-sirena trovata in un panino al tonno!”, “Hillary Clinton adotta un neonato alieno!”, “Abramo Lincoln era una donna!”, “Trovato il Giardino dell’Eden!”, e via dicendo).

La “notizia” della morte di Ashley nell’edizione del 4 giugno 1996.

 

Un altro esempio dei titoli di Weekly World News: “Sopravvissuti del Titanic trovati VIVI! Congelati in un iceberg che galleggiava nell’Atlantico!“. Più in alto, si parla di minuscoli terroristi travestiti da nani da giardino.

Per concludere su una nota più seria, ecco una buona notizia: le duplicazioni caudali oggi possono, in alcuni casi, essere corrette chirurgicamente dopo la nascita (è successo per esempio nel 1968, nel 1973 e nel 2014).

E per fortuna non servono più colate di cemento per impedire agli sciacalli di dissotterrare un corpo straordinario come quello di Josephine Myrtle Corbin Bicknell.

Bizzarro Bazar a Palermo

Questo fine settimana tornerò nuovamente nella mia amata Palermo per due distinti eventi.

Il primo è il festival dell’editoria Una marina di libri, giunto alla 9a edizione, che si tiene nella spettacolare cornice dell’Orto Botanico.
Sono stato invitato, venerdì 8 giugno alle 21, alla Serra Carolina; durante l’incontro intitolato Un terribile incanto sarò affiancato dal Prof. Marco Carapezza, docente di filosofia del linguaggio all’Università degli Studi di Palermo.
Al termine della chiacchierata ci sarà la possibilità di acquistare i libri della Collana Bizzarro Bazar e (se proprio siete quel genere di feticisti!) farseli dedicare dal sottoscritto. Vorrei ringraziare l’amico Vito Planeta, che ha reso possibile questo incontro.

Il secondo appuntamento invece è stato reso possibile dall’Associazione culturale “Lemosche” (sito / pagina FB), fondata nel 2013 a Palermo da un gruppo di eccellenti artisti e con la quale ho già collaborato in passato.

Domenica 10 giugno alle 19:30, presso la loro sede in Via Mariano Stabile 92, parlerò di Sante, madri & afroditi: seduzione e dissezione del corpo femminile.
Si tratta di una conferenza a cui tengo molto, frutto di una ricerca che mi appassiona da anni: un excursus su alcune narrative che hanno interessato il corpo della donna, dal Medioevo ai giorni nostri, e sui segreti legami tra erotismo, agiografia e anatomia.
Dopo averla presentata nel 2017 alle università di Padova e di Winchester, per la prima volta ho l’occasione di proporre questa conferenza a un pubblico non accademico (in versione riveduta e ampliata).

Quindi segnatevi questi due appuntamenti e se siete a Palermo passate almeno a salutare, mi raccomando!

Svelando Gorini, il Pietrificatore

Questo post è apparso originariamente su The Order of the Good Death

Molti anni fa, quando avevo appena cominciato a esplorare la storia della medicina e delle preparazioni anatomiche, mi trovai terribilmente affascinato dai cosiddetti “pietrificatori”: anatomisti del Diciannovesimo e Ventesimo secolo che misero a punto oscuri procedimenti chimici per conferire ai loro preparati una solidità quasi lapidea ed eterna.
Il fine era quello di risolvere due problemi in uno: la costante penuria di corpi da dissezionare, e i problemi igienici relativi a questa pratica (all’epoca la dissezione era una faccenda non proprio pulita).
Ogni pietrificatore perfezionò la sua propria formula segreta per ottenere preparazioni anatomiche virtualmente incorruttibili: l’arte della pietrificazione divenne un’eccellenza squisitamente italiana, una branca dell’anatomia che fiorì grazie a una serie di fattori culturali, scientifici e politici.

Quando mi imbattei per la prima volta nella figura di Paolo Gorini (1813-1881), feci l’errore di presumere che il suo lavoro fosse molto simile a quello dei suoi colleghi pietrificatori.
Ma appena misi piede nella meravigliosa Collezione Gorini di Lodi, fui sorpreso nel vedere relativamente poche preparazioni scientifiche: molti dei pezzi esposti erano in realtà teste intere non sezionate, piedi, mani, corpi di bambini, ecc. Non si trattava insomma di studi strettamente medici: questi erano tentativi di preservare il corpo per sempre. Che Gorini stesse cercando di trovare il modo di trasformare i cari estinti in vere e proprie statue? Perché?
Dovevo saperne di più.

Qualsiasi ricerca biografica è di per sé una strana esperienza: scavare nel passato alla ricerca del segreto di un individuo è un’impresa inevitabilmente destinata al fallimento. Non importa quanto si legga della vita di una persona, i suoi desideri e i sogni più profondi rimangono comunque inaccessibili.
Eppure più esaminavo libri, carte, documenti su Paolo Gorini, più sentivo di poter in qualche modo relazionarmi con la ricerca di quest’uomo.

Sì, era un genio eccentrico. Sì, viveva solitario nel suo tenebroso laboratorio, circondato da “corpi d’uomo e di bestie, membri e organi di corpi, teste con intatta capigliatura […] oggetti per dama e scacchi fatti con sostanze animali; fegati e cervella pietrificati, pelli indurite, nervi di bue ecc.“. E sì, per certi versi egli si compiaceva di incarnare il personaggio dello scienziato un po’ pazzo, soprattutto a beneficio dei suoi amici scapigliati – scrittori e intellettuali che lo veneravano. Ma c’era di più.

Era necessario spogliare l’uomo dalla leggenda. Quindi, visto che una delle grandi passioni di Gorini fu la geologia, decisi di approcciarlo come se fosse un pianeta: procedendo sempre più a fondo, scendendo attraverso i diversi livelli di sedimenti che compongono il suo stratificato enigma.

La crosta esteriore era il frutto della mitopoiesi folklorica nutrita dalle storie sussurrate, dalle visioni d’orrore colte di sfuggita, dalle dicerie popolari. “Il Mago”, lo chiamavano. L’uomo che trasformava i cadaveri in pietra, che sapeva creare le montagne dalla lava fusa (come effettivamente faceva nelle sue dimostrazioni pubbliche di “geologia sperimentale”).
Lo strato immediatamente sottostante svelava l’immagine di uno scienziato “anomalo” eppure radicato entro i confini dello Zeitgeist, immerso nello spirito e nelle dispute del suo tempo, con tutti i vizi e le virtù che ne derivano.
Il livello più intimo – l’uomo vero e proprio – rimarrà forse per sempre oggetto di speculazione. Ma alcuni aneddoti erano talmente coloriti da permettermi di aprire uno spiraglio sulle sue paure e speranze.

Però ancora non sapevo come mai avvertissi un’affinità così curiosa con Gorini.

Le sue preparazioni, dal nostro punto di vista, possono apparire certamente grottesche e macabre. Egli aveva accesso ai cadaveri non reclamati dell’obitorio, fu in grado di sperimentare su un inconcepibile numero di corpi (“Alla compagnia dei viventi per la maggior parte della mia vita ho sostituito, senza troppo dolore, quella dei morti…“), e molti dei volti che possiamo vedere nel Museo sono quelli di contadini e gente povera. Questo è uno dei motivi per cui molti visitatori possono trovare la Collezione di Lodi piuttosto disturbante, rispetto a un’esposizione anatomica più “classica”.
Eppure, ecco quella che sembra una contraddizione macroscopica: verso la fine della sua vita, Gorini brevettò il primo forno crematorio realmente funzionale. Il suo modello era talmente efficiente che venne implementato in diverse parti del mondo, da Londra all’India. Ci si potrebbe chiedere perché quest’uomo, che aveva dedicato la sua vita intera a rendere i corpi eterni, tutto a un tratto aveva deciso di distruggerli con il fuoco.
Evidentemente Gorini non stava combattendo la morte: la sua era una crociata contro la putrefazione.

Quando Paolo aveva solo dodici anni, vide suo padre morire rovesciato da una carrozza in un orribile incidente: “Quel giorno è il punto nero della mia vita: segna la separazione della luce dalle tenebre, il dissiparsi d’ogni bene, il principale d’una infinita processione di mali. Dopo quel giorno io mi trovai sulla terra come un estraneo…
Il pensiero del corpo del suo amato padre che marciva nella tomba probabilmente lo perseguitò per sempre. “È una cosa orribile il rendersi conto di ciò che succede al cadavere allorché sia rinchiuso nella sua prigione sotterranea. Se attraverso un qualche spiraglio si potesse gittare là dentro uno sguardo, qualunque altro modo di trattamento dei cadaveri si giudicherebbe meno crudele, e l’uso del seppellimento sarebbe irremissibilmente condannato.”

Ed è qui che, all’improvviso, ho capito.

Questo era esattamente il motivo per cui trovavo il suo lavoro così rilevante: l’intento di Gorini era elaborare un modo per vincere lo “scandalo” del cadavere.
Egli inseguì instancabilmente un nuovo, più consono modo di relazionarsi con i resti dei cari scomparsi. Per un certo periodo, credette veramente che la pietrificazione potesse essere la risposta. Chi avrebbe più avuto bisogno di un ritratto, pensava, se la stessa persona amata poteva essere eternata per sempre?
Gorini suggerì perfino di usare le sue teste pietrificate per adornare le lapidi del cimitero di Lodi – una sfortunata ma innocente proposta, avanzata con la convinzione più genuina e un personale senso di pietas. (Non c’è bisogno di dire che quest’idea non venne accolta con molto entusiasmo).

Gorini era di sicuro eccentrico e un po’ strano ma, lungi dall’essere pazzo, era anche stimato dai suoi concittadini lodigiani in virtù della formidabile gentilezza e della sua generosità. Insegnante amato e appassionato patriota, era perennemente preoccupato che le sue invenzioni tornassero utili alla comunità.
Quindi appena comprese che la pietrificazione poteva forse avere i suoi vantaggi in campo scientifico, ma non era né pratica né particolarmente ben accetta come modo di rapportarsi con i defunti, si rivolse alla cremazione.

Ridefinire le prassi sociali di interazione con i defunti, focalizzare l’attenzione sul modo in cui trattiamo i cadaveri, esplorare nuove tecnologie in campo funerario – tutte queste preoccupazioni moderne erano già al cuore della sua ricerca.
Era un uomo del suo tempo, ma anche per certi versi un precursore. Gorini, lo scienziato e ingegnere interessato al destino dei morti, avrebbe paradossalmente incontrato condizioni più fertili oggi che non se fosse vissuto nel Ventesimo secolo. Non è difficile figurarselo mentre sperimenta entusiasta con l’idrolisi alcalina o con altre tecniche all’avanguardia per trattare i resti umani. E anche se alcune delle sue soluzioni, come la pietrificazione, appaiono ora inevitabilmente datate e lontane dal sentire contemporaneo, sembrano quasi rappresentare il seme di un’urgenza tuttora pertinente, e di una ricerca che continua anche oggi.

Il Pietrificatore è il quinto volume della Collana Bizzarro Bazar. Testo (in italiano e inglese) di Ivan Cenzi, fotografie di Carlo Vannini.

Il pietrificatore: La Collezione Anatomica Paolo Gorini

 

Il 16 febbraio uscirà Il pietrificatore, quinto volume della Collana Bizzarro Bazar, dedicato alla Collezione Anatomica Paolo Gorini di Lodi.

Pubblicato da Logos e ancora una volta impreziosito dalle meravigliose foto di Carlo Vannini, il libro racconta la vita e l’opera di Paolo Gorini, uno dei più celebri “pietrificatori” di corpi umani, e situa la straordinaria collezione nel contesto culturale, sociale e politico del tempo.

A breve scriverò qualcosa di più approfondito sul motivo che mi fa ritenere Gorini così importante ancora oggi, e così particolare anche rispetto ai suoi colleghi pietrificatori. Per adesso, ecco la descrizione nella scheda del libro:

Corpi interi, teste, neonati, giovani donne, contadini, la loro carne mutata in pietra, immune alla putredine: sono i “morti di Gorini”, fissati per sempre in un’eternità lapidea che li salva dalla famelica devastazione del Verme Conquistatore.
Li troviamo a Lodi, in un piccolo museo che raccoglie, sotto la volta cinquecentesca affrescata a grottesche, una collezione unica al mondo, lo straordinario lascito di Paolo Gorini (1813-1881).
Personaggio eccentrico, dai forti contrasti, Gorini si occupò di matematica, vulcanologia, geologia sperimentale, conservazione delle salme (imbalsamando quelle illustri di Mazzini e di Rovani) ma anche della progettazione di uno dei primi forni crematori italiani. Schivo eremita nel suo laboratorio ricavato da una vecchia chiesa sconsacrata, eppure amante delle donne e uomo di scienza capace di intrecciare stretti rapporti con i letterati del suo tempo, nell’immaginario popolare Gorini rimane ancora in bilico tra la figura del negromante e il cliché romantico dello “scienziato pazzo”, amato e temuto al tempo stesso. Proprio a causa dei suoi misteriosi procedimenti e delle segretissime formule in grado di “pietrificare” i cadaveri, la vita di Paolo Gorini è stata spesso offuscata da un alone di leggenda.
Questo libro ricostruisce, grazie anche ai contributi del curatore museale Alberto Carli e dell’antropologo Dario Piombino-Mascali, il peculiare periodo storico in cui il metodo della pietrificazione poté godere di una certa fortuna, nonché l’interesse e il valore che la collezione di Lodi riveste oggi. Perché questi preparati non sono affatto testimoni muti: raccontano la storia dell’antica ossessione umana per la conservazione delle spoglie documentando un momento seminale in cui il rapporto con la morte, in Occidente, si preparava a cambiare. E svelano, infine, l’enigma di Paolo Gorini stesso: “mago”, uomo e scienziato, che sconvolto in tenera età dalla morte del padre passerà tutta la vita a cercare di penetrare i segreti della Natura e sconfiggere il decadimento.

Potete prenotare la vostra copia de Il pietrificatore a questo link.

“Il rosso forellino”: orribili storie di aghi

Talvolta gli oggetti più minuscoli possono rivelarsi i più utili. E i più spaventosi.
Chi non prova almeno un piccolo brivido, una benché minima avversione alla visione di un ago che entra sottopelle?

Ecco, come avrete capito questo articolo è dedicato proprio agli aghi, in contesti clinici bizzarri. Se fate parte di quel 10% della popolazione che soffre di belonefobia, questo post non fa per voi… o forse sì.

Aghi preistorici
Un’invenzione più antica dell’uomo stesso

Innanzitutto, una piccola curiosità che esula dal vero fulcro di questo articolo, ma che trovo affascinante: quello qui sopra è l’ago più antico mai ritrovato dagli archeologi… e non è un manufatto umano.

Lungo 7,5 centimetri, ricavato dall’osso di un uccello non ancora identificato, questo ago perfetto (con tanto di cruna per inserire il filo) venne costruito più di 50.000 anni fa – non dagli Homo sapiens, ma dai misteriosi ominidi di Denisova: stanziati sul monte Altaj in Siberia, questi nostri predecessori sono ancora in gran parte un enigma per i paleontologi. Ma questo ago recuperato nel 2016 dalla loro grotta è una prova di quanto fossero tecnologicamente avanzati.

Aghi sotto la pelle
L’inspiegabile ritardo della medicina occidentale

Passare dagli aghi da cucito a quelli a scopo medico fu una conquista molto più tarda di quanto si potrebbe immaginare.

Non avrebbe dovuto essere così difficile comprendere che iniettare una medicina sottopelle poteva essere una tecnica efficace. Norman Howard-Jones apre il suo A Critical Study of the Origins and Early Development of Hypodermic Medication (1947) constatando che:

Gli effetti dei morsi dei serpenti e degli insetti velenosi puntavano già chiaramente alla possibilità di introdurre farmaci attraverso la puntura della pelle. Nelle società primitive, era praticata l’applicazione di prodotti vegetali e animali a scopi terapeutici attraverso l’incisione cutanea […], e l’uso di frecce avvelenate può essere visto come un grezzo precursore delle medicazioni ipodermiche e intramuscolari.

Se vogliamo, un altro “grezzo precursore” delle iniezioni intramuscolari potrebbe essere la proposta avanzata nel 1831 da Sir Robert Christison, che suggerì ai balenieri di fissare una fiala di acido prussico sulla punta degli arponi per uccidere le balene più velocemente.

Eppure, nonostante questi indizi, prima di arrivare alla vera e propria iniezione ipodermica a scopi medici bisogna aspettare la metà dell’Ottocento. Fino ad allora, le siringhe (che pure esistevano da secoli) venivano usate principalmente per aspirare, ad esempio i liquidi che si accumulavano negli ascessi. I clisteri e le irrigazioni nasali erano in uso fin dall’antichità romana, ma nessuno aveva pensato di iniettare dei farmaci sottopelle.

  I medici avevano provato con risultati alterni ad abradere l’epidermide con irritanti per depositare la medicina direttamente sull’ulcera, oppure incidevano la pelle con una lancetta, come per i salassi, al fine di inserire dei sali (ad esempio di morfina) attraverso il taglio. Nel 1847 G. V. Lafargue fu il primo ad avere l’intuizione di combinare l’inoculazione con l’agopuntura, e a costruire un lungo e grosso ago cavo riempito di pasta di morfina. Ma si continuavano a testare anche altri metodi di somministrazione, come cucire un filo, imbevuto di droga, direttamente nella pelle dei pazienti.

La prima siringa ipodermica vera e propria fu inventata nel 1853 dallo scozzese Alexander Wood, come riportato nel suo New Method of Treating Neuralgia by Subcutaneous Injection (1855). Quasi in contemporanea anche il francese Charles Pravaz ne aveva messa a punto una sua versione. Alla fine del Diciannovesimo secolo, l’iniezione ipodermica era già diffusa ovunque in ambito medico.

Aghi nella carne
Il bizzarro caso clinico della “donna dagli aghi”

Pubblicato nel 1829 da Giuseppe Ferrario, primo chirurgo dell’Ospedale Maggiore di Milano, La donna dagli aghi è il resoconto di uno strano caso accaduto a partire dal giugno del 1828.

Una giovane di 19 anni, Maria Magni, “contadina, d’aspetto scrofoloso, ma dotata di temperamento sanguigno” venne ricoverata in preda a gravi dolori.
Una mattina d’aprile dell’anno precedente, aveva trovato per terra una carta azzurra contenente 70-80 aghi da cucito d’acciaio. Non volendo perderli, se li era appuntati al risvolto della camicetta. Ma Maria soffriva di attacchi epilettici, e poche ore dopo, al lavoro nella vigna, “fu sorpresa dalle solite vertigini, e da accesso di convulsione. Sotto i violenti abnormi moti musculari, […] involontariamente, crede ella d’essersi conficcati nel braccio destro che era nudo, secondo il costume di vestire delle nostre contadine, non che nella mammella, gli aghi che teneva trapuntati nel busto”. Gli aghi non le avevano dato fastidio fino a tre mesi dopo, e infine aveva deciso di recarsi all’ospedale quando il male era diventato insopportabile.

Il chirurgo di guardia esitò sulle prime ad ammetterla in corsia, per paura che fosse sifilitica: la Magni infatti si era curata con medicine alternative, applicandosi “molti e variati rimedi, cataplasmi, unguenti, vescicanti, ed altre sostanze escarotiche, ecc., coll’intenzione di eccitare gli aghi ad uscire dalla pelle”, ma ottenendo soltanto il risultato di ricoprirsi di ulcere.

Qui entra in scena il dott. Ferrario, che nei primi 35 giorni di cura la sottopone a 16 salassi al braccio, le applica alle tempie più di 160 sanguisughe, somministra vescicanti, frizioni, decotti, sali e tinture varie. Ma gli attacchi epilettici quotidiani sono terribili, e nulla sembra funzionare: “tutte le persone dell’arte [medica], ricolme di stupore all’orribile stato della donna, le pronosticavano fra poco inevitabile morte”.

Sentendo la storia degli aghi, però, a Ferrario viene il dubbio che la giovane ne abbia ancora qualcuno conficcato dentro al corpo. Esamina dunque le ferite e sente effettivamente qualcosa di duro e sottile nascosto all’interno della carne; ma appena tocca quei punti, scatena degli attacchi epilettici di violenza inaudita. Ferrario li racconta con la tipica enfasi ottocentesca, così simile allo stile di un romanzo gotico, che oggi può sembrare fuori luogo in un contesto medico:

la sventurata, facendo punto d’appoggio col capo e coi piedi, alto balzando sulle coltri spingeva la testa retratta tra le spalle, e per la spasmodica contrazione dei muscoli dorsali curvava all’indietro il tronco e gli arti a foggia d’un arco […] scuotevasi urlando, arrotolava il corpo sulle braccia con pericolo di soffocarsi […]. Eravi involontaria evacuazione dell’orina e delle materie fecali […]. Il respiro aneloso, minacciante soffocazione, il seno floscio ed aggrinzato che discoprivasi per la camicia fatta a brani; la violenza con cui ruotava il capo in giro sul collo, e con cui lo dibatteva quasi contro la muraglia e lo cacciava penzolone dalle sponde del letto ; gli occhi rosso-turgidi, ora stralunati, ora spalancati, prominenti dall’orbita, fissi e saettanti; il ributtante digrignare dei denti, la materia spumosa tinta di sangue che vomitava a spruzzi dalle luride fauci, il viso gonfio orribilmente contraffatto, i neri capelli che aggruppati e intrisi di bava tratto tratto scuoteva d’intorno al cranio […] tutto inspirava il massimo raccapriccio e terrore, presentando viva l’immagine funesta d’una furia infernale.

Ferrario comincia ad estrarre gli aghi dal corpo della donna, con piccole incisioni, e il registro vira su questi toni: “questa mattina ho scoperto un ago posto alla regione superiore interna della mammella destra. […] Nel dopo pranzo, previo il solito tagliuzzo, dalla esterna superiore parte del braccio, ho estratto l’ago 14, coperto di ruggine, con punta senza cruna […] dalla sommità del monte di Venere ho estratto l’ago 24, arrugginito, con punta, senza cruna, e lungo otto linee”.

Gli spilli sono difficili da individuare, si spostano attraverso i muscoli da un giorno all’altro, tanto che il medico sperimenta anche l’utilizzo di grosse calamite a ferro di cavallo per localizzare gli aghi.
Passano i giorni, e man mano che gli aghi estratti crescono di numero cresce anche il sospetto che la donna stia ingannando i medici; Maria Magni sembra continuare a espellere aghi a ripetizione. Si insinua il dubbio che se li infili da sé, di nascosto.
Ma prima di accusarla bisogna avere le prove. La perquisiscono, la tengono sotto costante osservazione, usano perfino delle “esche”, degli aghi lasciati apposta nei pressi del letto della paziente per controllare se scompaiono. Nulla.

Nel frattempo, a partire dall’estrazione numero 124, la Magni gli aghi comincia a vomitarli.
Il medico si chiede: gli aghi sono arrivati nel tratto digestivo attraversando il diaframma? O la Magni li ha ingoiati di proposito? Certo è che il vomitarli le causò tante e tali sofferenze che “essendosi trovata a sì mal partito non [credo] ne abbia più ingoiati in seguito, ma abbia piuttosto ricorso ad altro canale meno incommodo e meno pericoloso, come fece, onde continuare la maliziosa introduzione degli aghi nel suo corpo”.
Il canale “meno incommodo” è la vagina, nella quale vengono ritrovati innumerevoli nuovi aghi.

Come non bastasse si è sparsa la voce che la “donna dagli aghi” sia in realtà una strega, e la faccenda sta seminando il panico tra i pazienti dell’ospedale.

Una vecchia contadina convalescente, posta nel letto di fianco a quello della Magni, incominciò da qualche giorno a fissarsi in capo che questa era stata stregata, e che poscia era divenuta essa pure una strega in virtù della magia comunicatale dagli aghi. Standole vicina di letto credeva la vecchia di potere ella medesima andare soggetta allo stesso stregamento. Non voleva quindi essere toccata dalla giovane, e nemmeno da me ch’essa pure credeva uno stregone, perché avevo la facilità di estrarle gli aghi. Il fatto si è che la vecchia s’infatuò tanto di questa scempiaggine, che gridando in tutta la giornata qual pazza, cadde veramente in una specie di delirio, e le si dovettero applicare molte sanguisughe al capo onde tranquillarla.

Finalmente, un bel giorno si riesce a scoprire dove la Magni nasconde gli aghi che si infila nel corpo:

Due aghi intieri infilati in un gomitolo di refe; quattro aghi pur intieri entro carta nascosti tra il materasso ed il pagliariccio, tutti lucidissimi; poscia un settimo ago poco ossidato confitto in una panca del suo letto. Diverse malate delle vicine sale deposero che la Magni si era fatta imprestare quattro aghi dall’una e due da un’altra, ma che non gli aveva più restituiti colla scusa che eransi rotti. La sconsigliata giovane essendosi così veduta accerchiata e scoperta […] finse violente convulsioni ed operò da demonio, mettendo a soqquadro e letto ed assistenti. Finì simulando estasi furibonda in cui parlava d’individui di pura immaginazione, chiamava in suo soccorso i santi e i diavoli, e malediva poscia, e bestemmiava orrendamente ed angioli, e santi, e diavoli, e medici, e chirurghi ed infermieri.

Dopo un paio di giorni di scenate, la Magni confessa. Era stata lei a impiantarsi gli aghi sottopelle. a inserirli nella vagina o ingurgitarli, avendo cura di nascondere le aree traforate in attesa che “il rosso forellino” si cicatrizzasse e scomparisse.
In totale, dal corpo di Maria Magni furono estratti 315 aghi.
Nell’epilogo del suo scritto, Ferrario svela che quello da lui raccontato non è nemmeno il primo caso registrato: nel 1821 dalla giovane Rachele Hertz vennero estratti 363 aghi; un altro resoconto parla di una ragazza che resistette per più di 24 anni ai malori causati dall’ingestione di 1500 aghi. Un’altra donna, Genueffa Pule, nata nel 1763 e morta a 37 anni, era stata sottoposta ad autopsia e “alla sezione del cadavere, nella parte superiore-interna di ciascuna coscia, precisamente sui muscoli tricipiti, si rinvennero ammassi di spille e d’aghi sotto i tegumenti, e tutti i muscoli formicavano d’aghi e di spille.

Ferrario attribuisce le motivazioni di questi gesti al picacismo, o alla superstizione; Maria sostenne di essere stata spinta da altre “comari” a ingurgitare gli aghi per emulare i santi martiri, come una sorta di rito apotropaico. Più probabile che si trattasse di una menzogna detta dalla donna, trovatasi con le spalle al muro.

In ultima analisi il medico è costretto ad alzare le mani:

Strana cosa è senza dubbio l’immaginarsi da chi è sano di mente e di corpo, come il dolore, sensazione da cui recedono i bruti medesimi, e sommamente abborrita in genere dall’umana natura, sia talora a sé procurato da un individuo di ragione fornito.

Chissà cosa direbbe oggi Ferrario, se potesse vedere alcune pratiche come il play piercing o le performance di sospensione con i ganci.

Aghi nel cervello
Un lascito agghiacciante

Mentre spulciavo gli archivi di anatomia patologica, alla ricerca di studi simili a quello su Maria Magni, mi sono imbattuto in uno, poi due, poi numerosi altri report riguardanti una situazione ancora più incredibile: aghi da cucito individuati nell’encefalo di pazienti adulti, spesso nel corso di radiografie di routine.

I corpi estranei intracranici sono un’evenienza rara, e di solito sono il risultato di traumi o di operazioni; ma né il paziente di 37 anni ricoverato nel 2004, né quello di 45 anni nel 2005, né la donna italiana di 82 anni nel 2010, né la donna cinese di 48 anni nel 2015 avevano subìto traumi cranici importanti o procedure chirurgiche alla testa.
Un enigma all’apparenza impossibile: com’erano arrivati lì quegli aghi?

La risposta è terribile. Questi sono tutti casi di fallito infanticidio.

La possibilità dell’infanticidio attraverso l’inserimento di spilli attraverso la fontanella è citata nell’Enciclopedia legale di F. Foramiti (1839), in cui l’autore propone un (agghiacciante) elenco approssimativo dei metodi con cui una madre può uccidere un bambino, tra cui compare anche “forargli con acuto e sottile pugnale o con ago lungo e forte, la fontanella e il cervello”.

Ma la pratica, di concreto documentata in letteratura medica solo a partire dal 1914, compariva già nei romanzi e testi Persiani: il fatto che il metodo fosse noto già nell’antico medioriente potrebbe spiegare perché la maggior parte dei poco più di quaranta casi conosciuti provengano da Turchia e Iran, con una minoranza di casi del Sudest Asiatico, Europa e Stati Uniti. In Italia esistono due casi accertati, uno nel 1987 e quello già citato del 2010.

La maggior parte di questi pazienti non presentava particolari sintomi neurologici: gli aghi da cucito, rimasti all’interno della testa per così tanti anni, non vengono nemmeno rimossi; un intervento chirurgico sarebbe a quel punto più pericoloso che lasciarli in sede.
Si è proceduto in questo modo anche nell’unico caso segnalato in Africa, un bambino di 4 anni con un ago di 4,5 cm nell’encefalo. All’epoca della stesura del report, nel 2014, l’ago era ancora là: “non si sono notate complicazioni, il bambino ha uno sviluppo fisico e mentale normale con eccellenti risultati a scuola”.

Certo, scoprire a quarant’anni che qualcuno – i vostri genitori, o magari i vostri nonni – ha tentato di uccidervi quando avevate pochi mesi non dev’essere gradevole.
È quello che è successo a Luo Cuifen, donna cinese nata nel 1976, che recatasi a una visita di controllo per via di sangue nelle urine, nel 2007, scoprì di avere in corpo ben 26 aghi da cucito, che penetravano organi vitali come polmoni, fegato, reni e cervello. Una vicenda, questa, che rientra nella sfera delle discriminazioni verso i neonati di sesso femminile nella Cina rurale, dove un figlio maschio è più benvisto perché può tramandare il cognome di famiglia, svolgere i riti funebri per gli antenati, ecc. Nel caso di Luo, sono stati probabilmente i nonni a tentare l’omicidio quando la bambina aveva solo pochi mesi (anche se questa teoria non può essere provata visto che i nonni sono ormai deceduti).

In altri tre casi recenti, registrati in Tunisia, Cina e Brasile, si è scoperto che i bambini avevano rispettivamente tre, dodici e perfino cinquanta aghi all’interno del corpo.

I casi di persone sopravvissute per decenni con un ago nel cervello sono ovviamente l’eccezione – non per nulla uno degli studi parla di “punta dell’iceberg”.
La ferita di uno spillo può essere pressoché invisibile. Ad essere davvero inquietante, quindi, è lo scenario che si apre su quegli infanticidi che sono portati a termine con “successo”, cioè senza venire scoperti.

Talvolta gli oggetti più minuscoli possono rivelarsi i più utili. E i più letali.

Ringrazio Mariano Tomatis, che mi ha segnalato La donna dagli aghi, scovato durante i suoi studi sul magnetismo ottocentesco, e da cui ha preso avvio questa ricerca.

“Rachel”: tra favole e anatomia

L’ultima volta che ho parlato del mio amico e mentore Stefano Bessoni è stata quattro anni fa, in occasione dell’uscita del libro-cortometraggio Canti della Forca. Molte cose sono successe da allora. Stefano ha insegnato in innumerevoli corsi e workshop di stop motion in Italia e all’estero, pubblicando alcuni manuali sull’argomento (uno introduttivo, e un testo più tecnico diviso in primo e secondo livello); ma ha anche continuato la sua esplorazione della letteratura per ragazzi reinterpretando alcuni classici come Alice, Pinocchio, il Mago di Oz e la figura tradizionale di Mr. Punch / Pulcinella.

L’ultima fatica di Bessoni si chiama Rachel, un’opera entusiasmante per più di una ragione.

Innanzitutto, si tratta della nuova incarnazione di un progetto a cui Stefano lavora da decenni: quando lo conobbi – eoni fa – stava già cercando i finanziamenti per un film intitolato Il Paese delle Scienze Inesatte, la cui sceneggiatura ad oggi rimane fra le cose più genuinamente originali che io abbia mai letto.

Ambientato durante la Grande Guerra in un paese sperduto sulle coste dell’oceano, narrava la storia di un cercatore di meraviglie in un mondo fantastico; vi si aggiravano personaggi strampalati, ossessionati dalle scienze anomale e patafisiche (qualcuno ricorda lo splendido libro Forse Queneau?), tra fameliche wunderkammer, cacciatori di calamari giganti, anatomisti pazzi, taverne costruite all’interno di capodogli spiaggiati, botteghe di zoologia apocrifa, ventriloqui, spettri e homunculi.

Un vero e proprio compendio della poetica di Bessoni, nato dall’amore per le fiabe nere, per l’estetica delle camere delle meraviglie, per la filosofia naturale del Settecento e le ballate macabre di Nick Cave.

Oggi Stefano sta riportando in vita quel particolarissimo universo, e Rachel costituisce soltanto un tassello dell’impresa. Si tratta infatti del primo volume della tetralogia Le scienze inesatte che sarà pubblicata a cadenza semestrale, e che si arricchirà di tre titoli dedicati agli altri protagonisti della storia: Rebecca, Giona e Theophilus.

Rachel è una sorta di prequel, o di antefatto della vicenda vera e propria: è la storia di una strana e malinconica bambina che vive da sola in una casa sulla scogliera, con l’unica compagnia di alcuni improbabili amici immaginari. Ma una terribile rivelazione la aspetta…

Per quanto riletto attraverso la lente della fantasia, il personaggio è ispirato alla figura storica di Rachel Ruysch (1664-1750), figlia del celeberrimo anatomista fiammingo Frederik Ruysch (di cui ho già scritto).

Scrive Bessoni:

Si racconta che Rachel aiutasse il padre nelle sue preparazioni e che fosse anche molto brava. Testimonianza di questa inusuale attività infantile è la sua presenza in un famoso dipinto di Jan van Neck, dove, abbigliata come un maschietto, assiste il padre durante una lezione di anatomia sul corpo di un neonato. Rachel vestiva con pizzi e merletti da lei ricamati e decorava con fiori le creazioni anatomiche conservate in vetro, immerse in un liquido che Ruysch aveva battezzato liquor balsamicum, una mistura portentosa in grado di conservare nel tempo l’effimera bellezza delle cose morte; molti di questi preparati, oggi esposti nei musei, conservano ancora il colorito roseo della pelle e la morbidezza di un corpo vivo.

Ma il destino della vera Rachel fu diverso da quello immaginato nella mia storia. Una volta cresciuta abbandonò la medicina e l’anatomia, diventando una bravissima pittrice specializzata in nature morte e ritratti, una delle pochissime artiste dell’epoca di cui ci sia pervenuta notizia. Alcune delle sue opere sono conservate agli Uffizi e nella Galleria Palatina a Firenze.

Rachel Ruysch, Natura morta con cesto pieno di fiori ed erbe con insetti, 1711

Arrivato a questo punto, mi sento in dovere di fare una confessione: i libri di Bessoni per me sono sempre stati una bussola speciale. Ogni volta che mi sembra di non riuscire più a mettere a fuoco o trovare la direzione, mi basta prenderne uno in mano e di colpo le sue illustrazioni mi ricordano ciò che è davvero essenziale: perché l’opera di Stefano riflette una totale dedizione alla parte di sé che è capace di meravigliarsi. E una simile purezza è preziosa.

Basta guardare con quale amore vengono omaggiati, fra le pagine di Rachel, i favolosi diorami perduti di Ruysch; dietro le bambole anatomiche parlanti, le chimere, i bimbi sotto formalina, gli immancabili teschi di coccodrilli, non c’è traccia di sofisticazione né della “maniera” di un artista ormai riconosciuto. Si avverte soltanto uno sguardo di bambino che ancora brilla di emozione di fronte all’incanto, che è ancora in grado di riempirsi di visioni oniriche di rara bellezza — ad esempio le flotte di Zeppelin che solcano i cieli sopra alla scogliera dove vive la piccola Rachel.

Ecco perché sapere che il suo progetto più ambizioso e personale è ritornato alla luce mi riempie di entusiasmo.
E poi c’è un’ultima ragione.

Dopo tanti anni, e a partire da questi quatto libri, Le scienze inesatte è sul punto, stavolta per davvero, di trasformarsi anche in un vero e proprio lungometraggio di animazione stop motion. Attualmente in fase di sviluppo, il film sarà una coproduzione Francia-Italia, ed è già stato riconosciuto di interesse culturale dal MiBACT.

E chi non vorrebbe vedere questi personaggi, e questo mondo macabro e buffo, prendere vita sullo schermo?

Rachel di Stefano Bessoni è acquistabile a questo indirizzo.

Link, curiosità & meraviglie assortite – 9

Iniziamo con qualche veloce aggiornamento.

Mancano soltanto tre giorni alla fine del Bizzarro Bazar Contest. Sono arrivati moltissimi contributi fantastici, che scoprirete la settimana prossima quando saranno annunciati i vincitori. Quindi se siete fra i ritardatari dateci dentro, senza dimenticare una ripassatina alle linee guida: questo blog deve essere esplicitamente menzionato/raffigurato nel vostro lavoro.

Il 1 ottobre sarò al Teatro Bonci di Cesena nell’ambito nel CICAP Fest 2017. Visto che l’edizione di quest’anno è tutta incentrata sul tema delle bufale e della post-verità, l’amico Massimo Polidoro mi ha chiesto di portare un po’ di meraviglie dalla mia wunderkammer — nello specifico alcuni oggetti che si situano sul confine tra vero e falso, tra realtà e immaginazione. E, giusto per fare un po’ il “ribelle”, parlerò di bufale creative e di complotti fruttuosi.

Già che stiamo parlando della mia collezione, volevo condividere con i lettori il mio entusiasmo per uno degli ultimi arrivi: questa straordinaria opera d’arte.

Direte, “Be’, che avrà di così particolare?“. Si vede che non capite proprio niente di arte moderna!
Il quadro, del 2008, è stato dipinto dal celebre artista Jomo.

Ecco Jomo:

Ecco Jomo immortalato in una statua di bronzo, acquisita assieme al quadro.

Esatto, l’avrete indovinato: d’ora in poi potrò sperimentare sui miei ignari ospiti la vecchia beffa di Pierre Brassau.
Sono anche contento che i proventi della vendita del dipinto del gorilla siano andati al personale dello zoo di Toronto, che quotidianamente accudisce questi magnifici primati. Per inciso, lo Zoo di Toronto è membro attivo del North American Gorilla Species Survival Plan e lavora anche in Africa per salvare i gorilla che rischiano l’estinzione (a causa, ho scoperto, dei nostri cellulari).

E ora via con la nostra usuale selezione di link:

  • La poesia che vi favorisco qui sopra è di Igino Ugo Tarchetti, esponente della Scapigliatura, la corrente letteraria più bizzarra, gotica e maudit che l’Italia abbia conosciuto. (Il prossimo libro della Collana Bizzarro Bazar tratterà, seppure marginalmente, anche degli scapigliati.)

  • E passiamo alle averle, deliziosi uccellini dell’ordine dei Passeriformes.
    Deliziosi sì, ma carnivori: il nome della loro famiglia, Laniidae, deriva dal latino per “macellaio” e in effetti, essendo così piccoli, devono ricorrere a un’astuzia piuttosto crudele. Dopo aver attaccato le loro prede (insetti ma anche piccoli vertebrati), le averle le impalano su spine, rametti, rovi o fili spinati, al fine di immobilizzarle e poi sbranarle con comodo, spesso ancora vive, pezzetto dopo pezzetto — facendo sembrare Vlad Tepes un vero novellino.

  • Sempre in tema di animali, le balene (come molti altri mammiferi) piangono i loro morti. Ecco un articolo del National Geographic sul lutto nei cetacei.
  • Cambiamo argomento e parliamo un po’ di sex toys. L’amico sexpert Ayzad ha compilato la lista definitiva dei giocattoli erotici da NON comprare: gli accessori di pessimo gusto, completamente demenziali e perfino inquietanti sono talmente numerosi che ha dovuto dividere il tutto in tre articoli, uno, due e tre. Preparatevi per una discesa nella parte più schizofrenica e aberrante del consumismo sessuale (ovviamente alcune foto sono NSFW).
  • E arriviamo ai feticisti della cultura: le persone che si definiscono “sapiosessuali”, ovvero attratte sessualmente dall’intelligenza e dall’erudizione di un individuo, sono il miraggio di ogni nerd e di ogni introverso topo di biblioteca.
    Però, suggerisce questo articolo, scegliere un partner intelligente non è poi una gran trovata: fa già parte delle strategie evolutive da milioni di anni. Dunque chi si autodefinisce sapiosessuale sui social network fa la figura del vanitoso e finisce per sembrare stupido. Facendo così scappare a gambe levate chi ha un minimo di intelligenza. Ah, l’ironia.

Finalmente qualcuno ha pensato ad aggiustare le giraffe.