Death Salon: Mütter Museum

I francesi hanno inventato un’espressione meravigliosa, l’esprit de l’escalier. È il senso di frustrazione che ti prende quando la risposta giusta e arguta a una domanda o a una critica ti viene in mente quando ormai te ne sei andato e stai già scendendo le scale (escalier).
Quest’estate un’amica mi ha rivolto la domanda che avrei dovuto aspettarmi da sempre, e che paradossalmente nessuno – anche fra chi mi conosce bene – mi aveva mai chiesto: “ma perché ti interessi così tanto alla morte?

Sul momento ho detto qualcosa di vago sul fascino dei rituali funebri, sull’importanza della morte nell’arte, sul fatto che ogni cultura si definisce proprio da come si rapporta con l’aldilà… Dentro di me, però, mi stupivo della banalità e impersonalità delle mie risposte. Forse era la domanda ad essere un po’ ingenua e spiazzante, come chiedere a un vecchio marinaio cosa ci trova di bello nelle onde. Eppure la curiosità era del tutto legittima: perché interessarsi alla morte in un’epoca che normalmente la nega e la rimuove? E io, dopo tutti questi anni passati a studiare e scrivere, occupandomi di questioni ben più complesse, possibile che una domanda così diretta non l’avessi mai prevista?

Forse per rimediare all’esprit de l’escalier che mi aveva colto quel giorno, decisi di conoscere di persona altra gente che coltiva i miei stessi interessi, e di cercare di capire le loro motivazioni.
Ora, c’è un solo posto al mondo in cui potevo trovare, tutti riuniti, i principali accademici, intellettuali e artisti che della morte hanno fatto il loro campo d’analisi. Così sono volato a Filadelfia.

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Il Death Salon, per chi non ne avesse ancora sentito parlare, è un evento organizzato dal movimento death-positive sorto attorno alla figura di Caitlin Doughty, che ho intervistato recentemente. Si tratta di due giorni di incontri, conferenze, musica e giochi, tutti incentrati sul tema della morte – affrontata nelle sue molteplici sfaccettature artistiche, culturali, sociali e filosofiche.
Quest’anno il Death Salon si è svolto in una cornice d’eccezione, cioè fra le mura del Mütter Museum di Filadelfia, uno dei musei di anatomia patologica più celebri al mondo.

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Al di là del piacere di incontrare finalmente di persona amici “di penna” e studiosi che ammiro, mi interessava toccare con mano questa nuova realtà, avvertirne le vibrazioni: capire cioè che tipo di persone fossero quelle che si autodefiniscono in maniera gioiosamente sovversiva death aficionados, e che stanno cercando di sottrarre la morte al tabù mediante un dialogo il più possibile disinvolto e aperto su tutto ciò che con essa ha a che fare.

La diversità di persone riunite al Death Salon mi ha da subito impressionato, e come immaginavo ognuna di esse aveva il proprio, personalissimo motivo per essere lì: c’erano scrittori alla ricerca di spunti per il nuovo romanzo, infermiere che desideravano capire come rapportarsi al meglio con i malati terminali, gentili signore anziane che lavoravano come guide nei musei della città, studenti di medicina, operatori funebri, fotografi e artisti che per qualche motivo avevano focalizzato la loro opera sulla morte, persone che stavano faticosamente elaborando un lutto e che speravano di trovare in quella folla variopinta una più intima comprensione del loro dolore.
Il sentimento diffuso era quello di una strana, sottile eccitazione: a un livello superficiale, poteva quasi sembrare un raduno di “nerd della morte”, intenti a chiacchierare entusiasticamente di ladri di cadaveri o di adipocera di fronte a un caffè, come altri s’infervorano discutendo di sport o di politica. Ma la luce negli occhi di tutti i partecipanti tradiva in realtà un sollievo più profondo, quello di trovarsi infine liberi di parlare apertamente delle proprie paure, protetti all’interno di una famiglia che certe ossessioni non le giudica, e convinti che anche le insicurezze più segrete qui potevano essere portate alla luce.
Siamo tutti feriti, di fronte alla morte, ed è una ferita antica e sempre aperta. L’aspetto più memorabile del Death Salon è che la vergogna di questa ferita sembrava cancellarsi, per lo spazio di due giorni, e ogni dolore o timore finiva per incanalarsi in un confronto catartico.

Ed è in questo contesto che le conferenze, nella loro eterogeneità, mi hanno a poco a poco rivelato che la risposta alla domanda che mi aveva portato fin lì (“perché ti interessa così tanto la morte?”) non è affatto una sola. Ecco un riassunto dei lavori presentati al Death Salon, e dei molteplici concetti che suggerivano.

La morte è dannatamente interessante
Marianne Hamel è un medico legale, e la sua relazione ha illuminato le differenze fra il suo vero lavoro quotidiano e la versione romanzata che ne restituiscono film e serie TV. Per fare chiarezza, dunque, ha esordito dichiarando che non ha mai svolto un’autopsia nel mezzo della notte sotto una singola lampadina, né si è presentata su una scena del crimine indossando i tacchi; fra gli altri miti sfatati, “posso capire l’ora esatta della morte soltanto se alla vittima hanno sparato attraverso l’orologio”. Eppure alcune implicazioni del suo mestiere, seppure poco hollywoodiane, sono molto più importanti del previsto: per fare un solo esempio, i patologi forensi hanno il polso dell’andamento della salute pubblica più di ogni altro professionista. Sono i primi a sapere se una nuova droga sta diventando una tendenza, o se alcuni comportamenti pericolosi stanno prendendo piede nella popolazione.
Al Death Salon si è parlato anche delle difficoltà del restauro museale delle antiche mummie egizie (M. Gleeson), di come si fanno “esplodere” i teschi per prepararli nella tradizione inaugurata dall’anatomista Edmé François Chauvot de Beauchêne (R. M. Cohn), e del metodo del peptide mass fingerprinting con cui si può stabilire con certezza se un libro è rilegato in pelle umana o meno (A. Dhody, D. Kirby, R. Hark, M. Rosenbloom). Infine vi sono stati interventi sui morti illustri e i loro fantasmi (C. Dickey), e su Hart Island, una sorta di enorme fossa comune nel cuore di New York a spese dei contribuenti (B. Lovejoy).

La morte può essere divertente
L’esilarante talk di Elizabeth Harper, curatrice del blog All The Saints You Should Know, era incentrato sui Santi miracolosamente non soggetti alla decomposizione, e sugli intricati (e per nulla intuitivi) iter burocratici istituiti dalla Chiesa Cattolica per riconoscere una reliquia “incorrotta” da una un po’ meno prodigiosa. Interessante come certe cose che noi italiani diamo per scontate, avendole viste in ogni chiesa fin da bambini, risultino piuttosto folli ad occhi americani…
Si può trasformare il camposanto in un luogo per i vivi? Al cimitero di Laurel Hill, a Filadelfia, si organizzano attività ricreative, proiezioni di film, maratone di beneficenza e spettacoli notturni, come raccontano Alexis Jeffcoat ed Emma Stern.
Se questo non bastasse a comprendere che morte e divertimento non sono per forza nemici, la sera dell’ultimo giorno gli organizzatori del Death Salon hanno indetto al bar National Mechanics, in una gioviale atmosfera da pub, il Death Quizzo – un gioco a premi in cui le squadre si sono sfidate sulle loro conoscenze riguardo ai dettagli più curiosi su morte e cadaveri.

La morte è una poesia dolorosa
Sarah Troop, direttore esecutivo dell’Ordine della Buona Morte e curatrice museale, ha coraggiosamente condiviso con il pubblico quella che forse è l’esperienza in assoluto più traumatica: la perdita di un figlio in giovane età. La difficoltà che Sarah ha provato nell’elaborare la sua perdita l’ha spinta a ricercare una cornice più adeguata nelle sue radici messicane. Qui i bambini che muoiono diventano angelitos, piccoli angeli che i familiari ricoprono di vesti ricamate e che, essendo anime pure, possono fare da tramite fra la terra e il cielo. La consolazione di una madre che ha perso un figlio è nel trovare, all’interno della tradizione, un suo ruolo specifico, che la moderna società secolarizzata invece non riesce più a fornire. E se il dolore non può mai scomparire, esso viene in qualche modo condiviso all’interno di una cultura che ne ammette l’esistenza e lo ricopre di un profondo significato.

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La morte racconta storie incredibili
Evi Numen ha illustrato lo scandalo post-mortem di John Frankford, vittima di una delle truculente vicende che ancora accadevano a trent’anni dal Pennsylvania Anatomy Act (1867), a causa della cronica penuria di cadaveri da dissezionare che le scuole di medicina dovevano affrontare.
E, quanto a storie feroci, nessuna tradizione supera quella musicale delle murder ballads, importate dall’Europa come sorta di “cronaca nera” popolare cantata. Al Death Salon, dopo un’introduzione storica di Lavinia Jones Wright, un trio di ottimi musicisti ha proposto una selezione di alcune fra le murder ballads più rilevanti.

La morte è un dialogo
Paul Koudounaris, vera e propria superstar del Death Salon, ha spiegato la differenza fra le culture che frappongono alla morte una barriera soffice, e quelle invece che vi costruiscono un solido confine: nella maggior parte delle culture, e perfino nella nostra fino a poco tempo fa, prendersi cura del cadavere di un familiare anche anni dopo la morte era un modo per mantenere gli antenati attivamente nel tessuto sociale. Quello che Norman Bates faceva con sua madre in Psycho, a Tana Toraja è una rispettosa usanza di pietà filiale (ne avevo parlato in questo articolo).

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Robert Hicks, direttore del Mütter Museum, ha invece esplorato le implicazioni dell’esposizione di resti umani nei musei odierni, interrogandosi sull’evoluzione dell’immaginario post-mortem e sulla politica e la liceità del “possesso” di spoglie umane.
Infine David Orr, fotografo e artista, ha proposto un excursus sulla simmetria nell’arte in particolare riguardo al simbolo del teschio, che si riferisce alla nostra stessa identità.

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La morte va affrontata e addomesticata
Infine, si sono scoperti vari volti, contraddittori e complessi, del morire.
La morte definisce chi siamo, ha ricordato Christine Colby raccontando la storia di Jennifer Gable, transgender che per tutta la vita ha lottato per affermare la sua identità femminile, salvo poi essere sepolta dalla famiglia come un uomo. La morte cambia di pari passo con la società, svelando ulteriori strati di complessità.
La dottoressa Erin Lockard, pur essendo medico, mentre assisteva sua madre morente si è trovata a dover affrontare altri medici che, forse come strategia di difesa, negavano l’evidenza, rimandando l’agonia con terapie sempre nuove.
Infine c’è chi la familiarità con la morte ha deciso di insegnarla all’Università. I corsi di Norma Bowe sulla “morte in prospettiva” hanno liste d’attesa di tre anni, e propongono una serie di attività sul campo: gli alunni fanno visite agli ospizi, agli ospedali e alle pompe funebri, assistono a un’autopsia, creano spazi per la meditazione e costruiscono il loro approccio alla morte senza filtri filosofici o religiosi, attraverso l’esperienza diretta.

Il mio bilancio del Death Salon? Due giorni intensi, passati in un lampo, e incredibilmente fecondi di riflessioni. Parlare di morte in maniera aperta è essenziale, ora più che mai, ma – e questo penso sia il punto dell’intero Salon – è anche divertente e stupefacente: tutti gli interventi, sia dei relatori che del pubblico, tutti gli inaspettati punti di vista provano che la morte è tutt’oggi un territorio dominato dalla meraviglia.

Ancora sovraccarico di stimoli, ripensavo alla mia domanda irrisolta durante il volo notturno che mi riportava a casa. Perché questa fascinazione per la morte?
Guardando dal finestrino la costa della Vecchia Europa che si avvicinava con le sue piccole luci, diveniva sempre più chiaro che l’unica risposta possibile, come in fondo avevo sospettato fin dall’inizio, era anche la più elementare.
Perché interessarsi alla morte significa interessarsi alla vita”.

Ladri di cadaveri

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La storia della medicina e dell’anatomia non è mai stata tutta rose e fiori, come avrete certamente scoperto se avete curiosato un po’ fra i nostri post. Nei secoli scorsi era in particolare la dissezione anatomica a sollevare le più furiose polemiche (paradossalmente spesso più di ordine morale che religioso, come abbiamo spiegato in questo articolo), perché la sua pratica interferiva con un’area sociale che gli antropologi definirebbero “tabù”, ossia il culto dei morti e del cadavere.

In Gran Bretagna, fin dal 1752, era in vigore una legge che consentiva la dissezione a fini medici unicamente sui cadaveri dei criminali condannati alla pena capitale. Ma il sapere scientifico all’epoca stava crescendo in fretta per importanza e scoperte, e velocemente si creavano le basi per quella che sarebbe divenuta la moderna medicina. Quindi, soltanto cinquant’anni dopo, la “scorta” di criminali giustiziati era troppo scarsa per riuscire a soddisfare la domanda di cadaveri delle Università e delle facoltà di anatomia.

Già nel 1810 venne creata in Inghilterra una società anatomica i cui membri avevano lo scopo di sollecitare presso il governo l’urgente modifica della legge; ma nel frattempo c’era chi aveva cominciato ad arrangiarsi in altro modo.

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Alcuni delinquenti compresero subito che i professori avrebbero pagato piuttosto bene per un cadavere fresco su cui eseguire una dissezione durante le loro lezioni, di fronte a un sempre crescente numero di studenti; così, attratti dalla possibilità di un facile guadagno, cominciarono un macabro commercio di salme.

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I body-snatchers (“ladri di corpi”) agivano di notte, dissotterrando morti sepolti di recente, e trasferendoli di nascosto nelle facoltà scientifiche; divennero presto una realtà diffusa soprattutto nella città di Edimburgo, dove aveva sede la più prestigiosa università di medicina, la Edinburgh Medical School. Sembra addirittura che alcuni cunicoli sotterranei collegassero i sobborghi più malfamati della Old Town con il Royal Mile, l’arteria principale dove aveva sede la scuola: in questo modo i body-snatchers, dopo aver sottratto i cadaveri dal cimitero, riuscivano a portarli indisturbati e nascosti fin sotto all’ingresso della Surgeon’s Hall.

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In breve tempo la situazione sfuggì di mano, e si diffuse la paranoia nei confronti dei cosiddetti resurrection men (“resuscitatori”, un altro nome dei ladri di cadaveri). C’era chi faceva la ronda tutta la notte attorno alle tombe fresche, e chi poteva permetterselo costruiva pesanti sarcofaghi di pietra; i più poveri si accontentavano di seppellire rami e bastoni attorno alla bara, per rendere la riesumazione più complessa e lunga.

Intorno al 1816 vennero inventati i mortsafes, enormi gabbie di ferro o pietra, di forme differenti. Spesso si trattava di complicate strutture in metallo pesante con sbarre e placche, assemblate con bulloni o saldature. I mortsafes si piantavano attorno alla bara, e potevano essere aperti soltanto da due persone armate di chiavi per i lucchetti. Venivano lasciate in posizione per sei settimane; quando il cadavere era rimasto sepolto sufficientemente a lungo per non fare più gola, venivano rimosse e riutilizzate.

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Ci si spinse oltre: la pistola cimiteriale veniva caricata e montata nei pressi di una tomba fresca. Il meccanismo le permetteva di girare su se stessa liberamente, e agli anelli venivano attaccati gli estremi di tre corde che venivano fatte passare attorno al luogo dell’inumazione; se un ladro, avvicinandosi nel buio, avesse inavvertitamente urtato una delle corde, la pistola si sarebbe girata nella sua direzione, facendo fuoco.

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Questo tipo di mercato clandestino si stava facendo davvero pericoloso. Alcuni ladri di cadaveri mandavano, durante il giorno, delle donne vestite a lutto, spesso con bambini in braccio, a controllare se fossero state installate pistole o altre difese nei pressi delle tombe; i guardiani del cimitero, a loro volta, avevano imparato ad aspettare l’arrivo del buio per montare questo tipo di armi. Insomma, in retrospettiva, non stupisce che prima o poi a qualcuno venisse l’idea di “saltare” il passaggio più problematico, quello del cimitero appunto, e di procurarsi i cadaveri in modo più diretto.

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Ad arrivarci per primi furono William Burke e William Hare che, con la complicità delle loro compagne, uccisero in meno di due anni 16 persone, rivendendo i loro corpi all’Università. Vennero scoperti e, una volta finito il processo nel 1829, Hare fu rilasciato, ma Burke finì impiccato; con esemplare contrappasso, il suo corpo venne dissezionato pubblicamente e ancora oggi potete ammirare presso il Museo del Surgeon’s Hall di Edimburgo il suo scheletro, la maschera mortuaria, e un libro rilegato con la sua pelle.

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Lo scalpore suscitato da questa vicenda, e il disgusto pubblico per il traffico di cadaveri, ebbero un impatto fondamentale per la promulgazione, nel 1832, dell’Anatomy Act; una legge che diede più libertà ai dottori e agli insegnanti di anatomia, permettendo loro di utilizzare per le dissezioni didattiche anche i corpi non reclamati, e incentivando la donazione spontanea con determinate forme di retribuzione (a chi decideva di “prestare” le spoglie di un parente stretto sarebbero state pagate le spese del funerale).

L’Anatomy Act si rivelò efficace nel porre fine al fenomeno dei body-snatchers, e la pratica del traffico di cadaveri per studio medico scomparì quasi istantaneamente.

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