L’ascesa inaspettata

(Questo articolo è apparso originariamente su #ILLUSTRATI n. 44, Che ci faccio qui)

È il 7 settembre 2013. Al padiglione 0B della Wallops Flight Facility, sulla costa est della Virginia, la NASA si prepara a lanciare una sonda spaziale diretta verso la Luna.
Il modulo LADEE è stato progettato per studiare l’atmosfera e l’esosfera del nostro satellite, e per raccogliere informazioni sulle polveri lunari. A questo fine la sonda è equipaggiata con due sofisticati spettrometri di massa, e un sensore capace di rilevare gli impatti delle minuscole particelle di polvere che si sollevano dal suolo lunare per effetto elettrostatico.

Mentre comincia il conto alla rovescia, decine e decine di tecnici controllano il flusso di dati proveniente dai vari settori del razzo, seguendo sui loro monitor il progredire delle fasi di lancio. Vibrazioni, bilanciamento, stato dell’ogiva: tutto sembra procedere come da manuale, ma la tensione e la concentrazione sono altissime. Si tratta pur sempre di una missione da 280 milioni di dollari.

Eppure al padiglione 0B della Wallops Flight Facility, sulla costa est della Virginia, c’è anche chi se ne resta beatamente all’oscuro di tutto questo fervore.
Non sa nulla di elettrostatica, spettrometri di massa, propellenti solidi o agenzie spaziali. Non sa nemmeno cosa siano i dollari, se è per questo.
La pacifica creatura sa solo che al momento è molto soddisfatta, perché ha appena ingurgitato ben tre mosche nel giro di due minuti (senza sapere cosa siano i minuti).
Dal bordo del suo specchio d’acqua guarda la luna, sì, come ogni notte, ma senza sforzarsi di raggiungerla. E come ogni notte, gracida compiaciuta della sua vita semplice.

Una vita che, fin da quando era soltanto un girino, si preannunciava risaputa. Confortevolmente prevedibile.
Ma ora, di colpo – ecco il boato assordante, le fiamme, il fumo. L’irruzione dell’assurdo nella realtà della nostra povera rana. E dallo stagno si solleva in aria, risucchiata dalla scia del razzo. Sparata in cielo, in un volo inaspettato, in un’estasi definitiva e scintillante.

NASA Wallops Flight Facility © Chris Perry

La sua intera esistenza le passa davanti agli occhi, come in un film – anche se ignora cosa sia un film. Gli infiniti appostamenti in attesa di un misero insettino, le fredde notti passate ammollo nell’acqua, le uova che non è mai riuscita a deporre, i brevi attimi di appagamento… ma ora, a causa di questa beffa crudele e innaturale, sembra tutto senza significato!
“Non c’è alcun criterio nel finire in questo modo” riflette l’anfibio filosofo, nella frazione di secondo in cui l’incredibile traiettoria lo spinge verso la fornace del razzo, “ma forse è meglio così. Chi vorrebbe davvero essere appesantito da un motivo? Ogni istante vissuto, bene o male, ha contribuito a portarmi qui, in vertiginosa salita verso il lampo di luce in cui sto per dissolvermi. Se questo mondo è una danza priva di senso, è pur sempre una danza. Avanti, balliamo!”
E su quest’ultimo pensiero, la vampata fatale.

Bisogna immaginare quella rana felice.

L’esperimento di Carney Landis

Poniamo il caso che stiate camminando all’interno di una giungla, e scostando del fogliame vi troviate davanti un enorme serpente pronto ad attaccarvi. Di colpo una scarica di adrenalina attraversa il vostro corpo, sbarrate gli occhi, cominciate istantaneamente a sudare mentre il vostro cuore si mette a battere all’impazzata: in breve, provate paura.
Ma è il terrore che scatena tutte queste reazioni fisiche, o viceversa?
Per fare un esempio meno inquietante, immaginate di provare un classico colpo di fulmine per una persona. Sono le endorfine il motivo della vostra eccitazione, o è la vostra eccitazione a causarne il rilascio all’interno del corpo?
Cosa viene prima, il cambiamento fisiologico o l’emozione? Qual è la causa e quale l’effetto?

Questo dilemma era centrale agli albori degli studi sull’emozione, a cavallo tra Ottocento e Novecento (e continua a esserlo per le cosiddette neuroscienze affettive). Fra le prime e più influenti teorie spiccava quella di James-Lange, che sosteneva il primato della modificazione fisiologica: secondo questa ipotesi, il cervello recepisce un cambiamento negli stimoli provenienti dal sistema nervoso, e solo successivamente  li “interpreta” dando vita a un’emozione.

Uno dei problemi di questa teoria era l’impossibilità di provarla con certezza. Se ogni emozione nasce meccanicamente nel corpo, ragionavano gli scettici, allora deve pur esserci una ghiandola o un organo che, opportunamente stimolato, farà scattare invariabilmente la stessa emozione in qualunque persona. Oggi conosciamo un po’ meglio alcuni meccanismi dell’emozione, relativamente all’amigdala e alle varie aree della corteccia cerebrale, ma all’inizio del Novecento l’obiezione sollevata alla teoria di James-Lange era proprio questa — “avanti, trovami il muscolo della tristezza!

Nel 1924 Carney Landis, laureando all’Università del Minnesota, decise innanzitutto di capire sperimentalmente se i cambi fisiologici fossero gli stessi per tutti. Si concentrò sulle modifiche più evidenti e più facili da studiare: i movimenti dei muscoli facciali quando affiora un’emozione. Il suo studio voleva cercare di rintracciare dei pattern ripetitivi nelle espressioni facciali.

Per comprendere se tutti i soggetti reagissero allo stesso modo alle emozioni, Landis reclutò un buon numero di colleghi laureandi e cominciò con il marcare il loro volto con dei segni standard, per evidenziare le smorfie e il relativo movimento dei muscoli facciali.
L’esperimento vero e proprio consisteva nel sottoporli a diversi stimoli, e fotografarli.

All’inizio ai volontari veniva richiesto di compiere delle azioni piuttosto innocue: ascoltare un po’ di jazz, annusare dell’ammoniaca, leggere un passo della Bibbia, dire una bugia. Ma i risultati erano piuttosto deludenti, e Landis decise che forse era il caso di alzare la posta.

Cominciò a mostrare ai suoi soggetti delle immagini pornografiche. Poi delle foto mediche che mostravano persone con agghiccianti malattie della pelle. Poi provò a far esplodere un colpo di pistola e catturare al volo con la macchina fotografica il momento dello spavento. Ma ancora le espressioni faticavano a emergere chiaramente, e Landis con ogni probabilità iniziava a sentirsi frustrato. E qui il suo esperimento prese una strada più oscura.

Invitò i soggetti a infilare una mano in un secchio, senza guardare. Il secchio era pieno di rane vive. Click, faceva la sua macchina fotografica.
Landis li esortava a cercare meglio, dentro al misterioso secchio. Vincendo il disgusto, i malcapitati rimestavano fra le ranocchie viscide finché non incappavano nella vera sorpresa: dei cavi elettrici scoperti, pronti ad assestare una bella scossa. Click. Click.
Ma il peggio doveva ancora venire.

Il climax raggiungeva il suo apice quando Landis metteva nella mano sinistra del soggetto un topolino vivo, e nella destra un coltello. Il suo perentorio ordine era di decapitare il topo.
La maggior parte dei soggetti, increduli e sgomenti, chiesero a Landis se si trattasse di uno scherzo. Non lo era, dovevano davvero tagliare la testa alla piccola cavia, o l’avrebbe fatto lui stesso sotto i loro occhi.
A questo punto, come Landis aveva sperato, le reazioni diventavano davvero palesi — ma purtroppo anche molto più complesse del previsto. Di fronte alla situazione di alto stress emotivo c’era chi piangeva, ma anche chi rideva istericamente; c’era chi rimaneva come pietrificato, e chi si agitava imprecando.

Due terzi dei partecipanti finirono con l’obbedire al ricercatore, e portarono a termine la macabra esecuzione. Il rimanente terzo dovette comunque assistere alla decapitazione eseguita da Landis stesso.
Come dicevamo, i soggetti erano principalmente altri studenti del corso di laurea, ma tra questi faceva eccezione un ragazzo di tredici anni che si trovava al dipartimento come paziente, dato che soffriva di problemi psicologici e pressione alta. La sua reazione venne documentata dagli impietosi scatti di Landis.

Forse l’aspetto più imbarazzante dell’intera vicenda fu che il risultato di questo crudele test — che oggi nessun consiglio etico potrebbe mai permettere — non fu nemmeno particolarmente degno di nota.
Landis nel suo Studies of Emotional Reactions, II., General Behavior and Facial Expression (pubblicato sul Journal of Comparative Psychology, 4 [5], 447-509) arrivò alla conclusione che:

1) non esiste un’espressione facciale tipica che accompagni alcuna emozione suscitata nell’esperimento;
2) nessuna emozione è caratterizzata da un pattern ricorrente di comportamento muscolare;
3) il sorriso era la reazione più comune, perfino durante le esperienze spiacevoli;
4) non si verificavano quasi mai delle reazioni corporali asimmetriche;
5) i maschi si erano dimostrati più espressivi delle femmine.

Non un granché per giustificare l’eccidio di topolini e il trauma inflitto ai partecipanti.

Una volta ottenuta la laurea, Carney Landis si dedicò alla psicopatologia sessuale. Ebbe una brillante carriera allo New York State Psychiatric Institute. E lasciò per sempre in pace i roditori, nonostante oggi venga ricordato più per il suo sventurato esperimento giovanile che per i successivi quarant’anni di onorata ricerca.

C’è però un ultimo dettaglio che è importante menzionare.
Alex Boese nel suo Elefanti in acido nota come di questo bizzarro esperimento sia passato inosservato proprio quello che è il dato di maggior interesse. Ovvero il fatto che i due terzi dei soggetti, pur protestando e soffrendo, obbedirono all’ordine terribile.
E di fatto questa percentuale è analoga a quella registrata nel famigerato esperimento di Milgram, in cui uno scienziato comandava ai soggetti di infliggere una scossa a un terzo individuo (in realtà un attore che fingeva di ricevere la scarica dolorosa). Anche in quel caso, nonostante il conflitto etico provato dai partecipanti, il fatto che l’ordine arrivasse da una figura autoritaria li spinse a eseguire un’azione che consideravano aberrante.

L’esperimento di Milgram fu condotto inel 1961, quasi quarant’anni più tardi di quello di Landis. “Con gli esperimenti spesso va così — scrive Boese — uno scienziato predispone tutto quanto per una dimostrazione, ma si imbatte in qualcosa di completamente diverso, qualcosa di molto più interessante. Per questo motivo i bravi ricercatori sanno di dover sempre prestare attenzione agli eventi strani che accadono nel corso dei loro esperimenti. Potrebbe esserci una grande scoperta proprio sotto i loro occhi. O sotto la lama del coltello“.

Sulle espressioni del volto in relazione alle emozioni vedi anche questo post su Guillaume Duchenne.

Spionaggio a quattro zampe

Il gatto non offre servigi. Il gatto offre se stesso.
(William S. Burroughs, The Cat Inside, 1986)

Oggi, dopo Wikileaks e Snowden, siamo abituati a pensare allo spionaggio in termini di cyberwarfare: hacking delle comunicazioni, utilizzo di trojan e rilevamento di metadata, attacchi ai router esteri, utilizzo di droni di sorveglianza, sofisticati software, ecc.
Negli anni ’60 della Guerra Fredda, l’unico modo che c’era per ascoltare le conversazioni del nemico consisteva nel piazzare fisicamente delle cimici nel suo quartier generale.

Il problema era ovviamente che tutte le fazioni ascoltavano, e sapevano di essere ascoltate. Nessun agente si sarebbe messo a chiacchierare di argomenti top secret nelle sale di un palazzo governativo. Il metodo più sicuro rimaneva quello che abbiamo visto in decine di film — se si voleva discutere in tutta tranquillità, si usciva fuori dagli edifici.
Per i vari sistemi di intelligence era fondamentale dunque trovare una adeguata contromisura: ma come origliare una conversazione all’aperto senza destare sospetti?

Nel 1961 qualcuno al Directorate of Science and Technology della CIA ebbe l’illuminazione.
C’era una sola cosa a cui le spie nemiche, intente in una conversazione riservata, non avrebbero prestato attenzione: un gatto che si trovasse a passare di lì.
Nella speranza di aver trovato la svolta spionistica del secolo, la CIA lanciò un programma segretissimo chiamato “Acoustic Kitty”. Obbiettivo del progetto: creare dei cyber-gatti dotati di sistemi di sorveglianza, addestrarli a spiare, e infiltrarli al Cremlino.

Dopotutto, come scriveva Terry Pratchett, “è risaputo che un ingrediente vitale del successo è non sapere che ciò che stai tentando non può essere fatto“.

Dopo i primi anni di studi e progetti teorici, i ricercatori passarono ai test in vivo.
Impiantarono un microfono nel condotto uditivo di un gatto, una trasmittente con alimentatore, e un’antenna che si estendeva verso la coda dell’animale. Secondo la testimonianza dell’ex ufficiale CIA Victor Marchetti, “aprirono quel gatto, gli misero delle batterie, lo cablarono. Ne fecero una mostruosità“. Una mostruosità che però avrebbe permesso di registrare tutto quello che il micio era in grado di sentire.

Ma c’era un altro dettaglio, non proprio secondario, da risolvere. Il peloso agente in incognito si sarebbe dovuto avvicinare all’obiettivo sensibile, senza lasciarsi distrarre lungo la strada — nemmeno da un intempestivo, proverbiale topolino. E tutti sanno che ammaestrare un gatto è un’ardua impresa.

Vennero dunque condotti alcuni esperimenti per controllare il gatto a distanza, in sostanza per telecomandarlo tramite impulsi elettrici (vi ricordate di José Delgado?). La cosa si rivelò più difficile del previsto, e i test si susseguirono per diversi anni senza risultati apprezzabili. I felini potevano essere “addestrati a muoversi per brevi distanze“; non esattamente un successo straordinario, nonostante i ricercatori cercassero di farlo passare per una “rimarchevole conquista scientifica“.
Alla fine, forse spazientiti, forse confidando in un inaspettato miracolo, gli agenti decisero di condurre una prova empirica sul campo. Spedirono il gatto nella sua prima, vera e propria missione.

Una bella mattina del 1966, due funzionari sovietici stavano seduti su una panchina proprio fuori dall’Ambasciata Russa a Washington, in Wisconsin Avenue, ignari di essere nel mirino di una delle più improbabili operazioni di spionaggio di sempre.
In una via adiacente, il primo gatto 007 della storia venne fatto scendere da un anonimo furgoncino.
Immaginatevi ora, all’interno del veicolo, diversi agenti della CIA, muniti di cuffie e radioriceventi, in trepida attesa. Dopo anni e anni di studi in laboratorio, era l’ora della verità: il metodo avrebbe funzionato? Sarebbero riusciti a pilotare il gatto nei pressi del target? Il micio avrebbe obbedientemente origliato la conversazione dei due uomini?

L’eccitazione, ahimé, durò ben poco.

Perché, fatti meno di dieci metri, l’Acoustic Kitty finì sotto le ruote di un taxi.
RIP Acoustic Kitty.

Con questo inglorioso incidente, dopo sei anni di ricerca pionieristica costata 20 milioni di dollari, il progetto Acoustic Kitty venne dichiarato un totale fallimento e abbandonato.
In un rapporto del marzo 1967, declassificato nel 2001, si legge: “i fattori ambientali e di sicurezza nell’uso di questa tecnica in una reale situazione estera ci forzano a concludere che […] essa non sia pratica“.

Un’ultima nota: la storia del gatto investito dal taxi è stata raccontata dal già citato Victor Marchetti; nel 2013 Robert Wallace, ex direttore dell’Office of Technical Service, l’ha smentita, sostenendo che in realtà l’animale semplicemente non faceva ciò che i ricercatori avrebbero voluto. “L’equipaggiamento fu tolto dal gatto; il gatto venne ricucito una seconda volta, e in seguito visse una lunga e felice vita“.

A voi la scelta del finale che preferite.

Tassidermia e vegetarianismo

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La tassidermia sembra conoscere, in questi ultimi anni, una sorta di nuova vita. Alimentata dall’interesse per l’epoca vittoriana e dal diffondersi dell’iconografia e l’estetica della sottocultura goth, l’antica arte tassidermica sta velocemente diventando addirittura una moda: innumerevoli sono gli artisti che hanno cominciato ad integrare parti autentiche di animali nei loro gioielli e accessori, come vi confermerà un giro su Etsy, la più grande piattaforma di e-commerce per prodotti artigianali.

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A Londra e a New York conoscono un crescente successo i workshop che insegnano, nel giro di una giornata o due, i rudimenti del mestiere. Un tassidermista esperto guida i partecipanti passo passo nella preparazione del loro primo esemplare, normalmente un topolino acquistato in un negozio di animali e destinato all’alimentazione dei rettili; molti alunni portano addirittura con sé dei minuscoli abiti, per vestire il proprio topolino alla maniera di Walter Potter.

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Su Bizzarro Bazar abbiamo regolarmente parlato di tassidermia, e sappiamo per esperienza che l’argomento è sensibile: alcuni dei nostri articoli (rimbalzati senza controllo da un social all’altro) hanno scatenato le ire di animalisti e vegetariani, dando vita ad appassionati flame. Ci sembra quindi particolarmente interessante un articolo apparso da poco sull’Huffington Post a cura di Margot Magpie, sui rapporti fra tassidermia e vegetarianesimo.

Margot Magpie è istruttrice tassidermica proprio a Londra, e sostiene che una gran parte dei suoi alunni sia costituita da vegetariani o vegani. Ma come si concilia questa scelta di rispetto per gli animali con l’arte di impagliarli?

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Ovviamente, tagliare e preparare il corpo di un animale non implica certo mangiarne la carne. E una gran parte degli artisti, vegetariani e non, che operano oggi nel settore ci tengono a precisare che i loro esemplari non vengono uccisi con lo scopo di creare l’opera tassidermica, ma sono già morti di cause naturali oppure – come nel caso dei topolini – allevati per un motivo più accettabile. (Certo, anche sul commercio dei rettili come animali da compagnia si potrebbe discutere, ma questo esula dal nostro tema). Si tratta in definitiva di materiale biologico che andrebbe sprecato e distrutto, quindi perché non usarlo?

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Ma preparare un animale comporta comunque il superamento di un fattore di disgusto che sembrerebbe incompatibile con il vegetarianismo: significa entrare in contatto diretto con la carne e il sangue, sventrare, spellare, raschiare e via dicendo. A quanto dice Margot, però, i suoi allievi vegetariani colgono una differenza fondamentale fra l’allevamento degli animali a fini alimentari – con tutti i problemi etici che l’industrializzazione del mercato della carne porta con sé – e la tassidermia, che è vista invece come un rispettoso atto d’amore per l’animale stesso. “La tassidermia per me significa essere stupiti dall’anatomia e dalla biologia delle creature, e aiutarle a continuare a vivere anche dopo la morte, in modo che noi possiamo vederle ed apprezzarle”, dice un suo studente.

La passione per la tecnica tassidermica proviene spesso dall’interesse per la storia naturale. Visitare un museo e ammirare splendidi animali esotici (che normalmente non potremmo vedere) perfettamente conservati, può far nascere la curiosità sui processi utilizzati per prepararli. E questo amore per gli animali, dice Margot, è una costante riconoscibile in tutti i suoi alunni.

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“Combatto con questo dilemma da un po’. – racconta un’altra artista vegetariana – La gente mi dice che ‘non dovrebbe piacermi’, ma ci sono piccole cose nella vita che ci danno gioia, e non possiamo farne a meno. Mi sembra che sia come donare all’animale una vita interamente nuova, permettergli di vivere per sempre in un nuovo mondo d’amore, per essere attentamente rimesso in sesto, posizionato e decorato, ed è un’impresa premurosa e amorevole”.

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L’altro problema è che non tutti i lavori tassidermici sono “naturalistici”, cioè mirati a riprodurre esattamente l’animale nelle pose e negli atteggiamenti che aveva in vita. Non a caso facevamo l’esempio della tassidermia antropomorfica, in cui l’animale viene vestito e fissato in pose umane, talvolta inserito in contesti e diorami di fantasia, oppure integrato come parte di un accessorio di vestiario, un pendaglio, un anello. Si tratta di una tassidermia più personale, che riflette il gusto creativo dell’artista. Per alcuni questa pratica è irrispettosa dell’animale, ma non tutti la pensano così: secondo Margot e alcuni dei suoi studenti la cosa non crea alcun conflitto, fintanto che il corpo proviene da ambiti controllati.

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“Credo che utilizzare animali provenienti da fonti etiche per la tassidermia sia positivo e, per questo motivo, posso continuare felicemente con il vegetarianismo e con il mio interesse di lunga data per la tassidermia. Sento di molti tassidermisti moderni che usano esclusivamente animali morti per cause naturali o in incidenti, quindi credo che ci troviamo in una nuova era di tassidermia etica. Sono felice di farne parte”.

C’è chi invece il problema l’ha aggirato del tutto. L’artista americana Aimée Baldwin ha creato quella che chiama “tassidermia vegana”: i suoi uccelli sono in realtà sculture costruite con carta crespa. Il lavoro certosino e la conoscenza del materiale, con cui sperimenta da anni, le permettono di ottenere un risultato incredibilmente realistico.

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Ecco il link all’articolo di Margot Magpie. Gran parte delle fotografie nell’articolo provengono da questo articolo su un workshop tassidermico newyorkese. Ecco infine il sito ufficiale di Aimée Baldwin.

Ivanov e lo Scimpanzuomo

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Nell’Isola del Dr. Moreau, di H.G. Wells, il folle scienziato che dà il titolo al romanzo insegue il progetto di abbattere le barriere fra gli esseri umani e gli animali; con gli strumenti della vivisezione e dei trapianti, vuole sconfiggere gli istinti bestiali e trasformare tutte le belve feroci in innocui servitori dell’umanità. Certo, detto così il piano a lungo termine sembra piuttosto nebuloso, e capiamo che in realtà è la vertigine della ricerca a muovere e motivare l’allucinato Dottore:

Io mi ponevo una domanda, studiavo i metodi per ottenere una risposta e trovavo invece una nuova domanda. Era mai possibile? Voi non potete immaginare quanto ciò sia di sprone ad un ricercatore della verità e quale passione intellettuale nasca in lui. Voi non potete immaginare gli strani e indescrivibili diletti di tali smanie intellettuali.
La cosa che sta qui davanti a voi non è più un animale, una creatura, ma un problema. […] Quello che io volevo, la sola cosa che io volessi, era trovare il limite estremo della plasticità delle forme viventi.

Gli esperimenti di Moreau non hanno, nel romanzo, un lieto fine. Ma sarebbe possibile, almeno in via teorica, l’ibridazione fra l’uomo e le altre specie animali?

Fino a poco tempo fa, si credeva che i rapporti sessuali interspecifici fossero poco diffusi in natura: alcune recenti ricerche, però, sembrerebbero indicare nell’ibridazione un fattore più significativo di quanto sospettato per l’evoluzione delle specie.
Questo accade fra piccoli insetti, quando ad esempio nasce una “nuova” farfalla, risultato dell’incrocio di specie differenti, che mostra colorazioni impercettibilmente modificate rispetto ai genitori; ma ovviamente, per animali di stazza maggiore le cose sono più complicate. Se escludiamo i rari episodi di “stupro” dei rinoceronti da parte degli elefanti, o gli incroci fra grizzly e orsi polari, nei mammiferi gli accoppiamenti fra specie diverse sono stati osservati quasi esclusivamente in cattività (anche se questo non significa che non esistano in natura comportamenti sessualmente opportunistici). E in cattività, infatti, hanno visto la luce tutti quegli ibridi dai nomi bislacchi e un po’ ridicoli, che ricordano un fantasioso libro per bambini: il ligre, il tigone, il leopone, il zebrallo, e via dicendo (al riguardo, Wiki ospita una breve lista).

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Questi animali ibridi, creati o meno dall’uomo, sterili o fertili, esistono soltanto in virtù della vicinanza e compatibilità di codice genetico fra i genitori. Il mulo nasce perché cavalla e asino hanno un patrimonio cromosomico similare fra di loro, e la cosa interessante è che la differenza nel numero dei cromosomi non sembra costituire una barriera, una volta che i geni si “assomigliano” abbastanza.

Se ci guardassimo attorno con l’occhio famelico del Dr. Moreau, alla ricerca del candidato ideale da ibridare con l’essere umano, gli animali su cui il nostro sguardo si poserebbe immediatamente sarebbero i cugini primati. Gli scimpanzé, per esempio, condividono con noi il 99,4% del patrimonio genetico, tanto che c’è chi discute sull’opportunità o meno di farli rientrare nella categoria tassonomica dell’Homo. Quindi, se proprio volessimo cominciare gli esperimenti, sarebbe necessario partire dalle scimmie.

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Alla stessa conclusione, anche se a quel tempo ancora non si parlava di DNA o cromosomi, era arrivato il dottor Il’ja Ivanovič Ivanov. Biologo, ricercatore, professore ordinario dell’Università di Kharkov, Ivanov era un’autorità nel campo dell’inseminazione artificiale. All’inizio degli anni ’20 aveva dimostrato come si poteva far accoppiare un singolo stallone con 500 cavalle, portando la tecnica della riproduzione “assistita” a livelli stupefacenti per l’epoca.

Ivanov conduceva contemporaneamente altri tipi di sperimentazioni: era interessato all’idea dell’ibridazione, e fu tra i primi ad incrociare con successo ratti e topi, cavie e conigli, zebre ed asini, bisonti e mucche, e molti altri animali. La genetica muoveva allora i suoi primi passi, ma già prometteva bene, tanto che anche i vertici del PCUS si erano mostrati interessati alla creazione di nuove specie domestiche. A quanto ci racconta lo storico Kirill O. Rossianov, però, Ivanov voleva spingere i suoi esperimenti ancora oltre – desiderava essere il primo scienziato della Storia a creare, mediante inseminazione artificiale, un ibrido uomo-scimmia.

Muovendosi con circospezione, un po’ per conoscenze private e un po’ attraverso richieste ufficiali, Ivanov era riuscito a farsi accordare dall’Istituto Pasteur di Parigi il permesso di utilizzare per i suoi esperimenti la stazione primatologica di Kindia, nella Guinea Francese. Dopo circa un anno di corteggiamento dei vari burocrati del governo sovietico, nel 1925 finalmente lo scienziato riuscì a far stanziare un finanziamento alla sua ricerca da parte dell’Accademia delle Scienze dell’URSS per l’equivalente di 10.000$. Così, a marzo dell’anno successivo, Ivanov partì speranzoso per la Guinea.

Ma le cose andarono male fin dall’inizio: appena arrivato, comprese subito che il laboratorio di primatologia non ospitava alcuno scimpanzé sessualmente maturo. Non fu prima del febbraio dell’anno successivo che Ivanov riuscì a procedere con i primi tentativi di inseminazione artificiale: assistito da suo figlio, Ivanov inserì dello sperma umano nell’utero di due esemplari di scimpanzé e nel giugno del 1927 inoculò lo sperma in una terza femmina della colonia. Di chi fosse il seme umano non è dato sapere, l’unica cosa certa è che non era né di Ivanov né di suo figlio. Nessuno dei tre tentativi di inseminazione andò a buon fine, e Ivanov ripartì, probabilmente amareggiato, portandosi a Parigi tutte le scimmie che poteva (tredici esemplari).

Mentre era in Guinea, Ivanov aveva anche cercato di trovare delle volontarie umane disposte a farsi inseminare da sperma di scimmia – anche qui, stranamente, senza alcuna fortuna.
Tornato in Russia, però, non si diede per vinto e nel 1929, sempre spalleggiato dall’Accademia, ricominciò a pianificare i suoi esperimenti, riuscendo addirittura a costituire una commissione apposita con il sostegno della Società dei Biologi Materialisti. Avrebbe avuto bisogno di cinque volontarie donne: fece in tempo a reclutarne soltanto una, disposta – nel caso l’esperimento fosse andato a buon fine – a concepire un figlio metà uomo e metà scimmia. Proprio in quel momento arrivò da Parigi una terribile notizia: l’ultimo esemplare maschio fra quelli riportati in Europa dalla Guinea, un orango, era morto. Prima di poter mettere le mani su un nuovo gruppo di scimmie, avrebbe dovuto aspettare almeno un altro anno.

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Nel frattempo, però, il vento era cambiato all’interno dell’Accademia: i finanziamenti vennero revocati, Ivanov fu criticato per il suo operato e in men che non si dica, nel 1930, venne epurato dal regime stalinista. Esiliato in Kazakistan, vi morì dopo due anni.

Come dimostra la storia di Ivanov, meno di un secolo fa la barriera per questo tipo di ricerche era l’acerbo sviluppo della tecnologia; oggi, ovviamente, il principale ostacolo sarebbe di stampo etico. E così  per il momento lo “scimpanzuomo“, com’è stato battezzato, rimane ancora un’ipotesi fantascientifica.

Su Battileddu

Il Carnevale, si sa, è la versione cattolica dei saturnalia romani e delle più antiche festività greche in onore di Dioniso. Si trattava di un momento in cui le leggi normali del pudore, delle gerarchie e dell’ordine sociale venivano completamente rovesciate, sbeffeggiate e messe a soqquadro. Questo era possibile proprio perché accadeva all’interno di un preciso periodo, ben delimitato e codificato: e, nonostante i millenni trascorsi e la secolarizzazione di questa festa, il Carnevale mantiene ancora in parte questo senso di liberatoria follia.

Ma a Lula, in Sardegna, ogni anno si celebra un Carnevale del tutto particolare, molto distante dalle colorate (e commerciali) mascherate cittadine. Si tratta di un rituale allegorico antichissimo, giunto inalterato fino ai giorni nostri grazie alla tenacia degli abitanti di questo paesino nel salvaguardare le proprie tradizioni. È un Carnevale che non rinnega i lati più oscuri ed apertamente pagani che stanno all’origine di questa festa, incentrato com’è sul sacrificio e sulla crudeltà.

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Il protagonista del Carnevale lulese è chiamato su Battileddu (o Batiledhu), la “vittima”, che incarna forse proprio Dioniso stesso – dio della natura selvaggia, forza vitale primordiale e incontrollabile. L’uomo che lo interpreta è acconciato in maniera terribile: vestito di pelli di montone, ha il volto coperto di nera fuliggine e il muso sporco di sangue. Sulla sua testa, coperta da un fazzoletto nero da donna, è fissato un mostruoso copricapo cornuto, ulteriormente adornato da uno stomaco di capra.

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Le pelli, le corna e il viso imbrattato di cenere e sangue sarebbero già abbastanza spaventosi: come non bastasse, su Battileddu porta al collo dei rumorosi campanacci (marrazzos) mentre sotto di essi, sulla pancia, penzola un grosso stomaco di bue che è stato riempito di sangue ed acqua.

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Per quanto possa incutere timore, su Battileddu è una vittima sacrificale, e la rappresentazione “teatrale” che segue lo mostra molto chiaramente. Il dio folle della natura è stato catturato, e viene trascinato per le strade del villaggio. Il rovesciamento carnascialesco è evidente nei cosiddetti Battileddos Gattias, uomini travestiti da vedove che però indossano dei gambali da maschio: si aggirano intonando lamenti funebri per la vittima, porgendo bambole di pezza alle donne tra la folla affinché le allattino. Ad un certo punto della sfilata, le finte vedove si siedono in cerchio e cominciano a passarsi un pizzicotto l’una con l’altra (spesso dopo aver costretto qualcuno fra il pubblico ad unirsi a loro); la prima a cui sfuggirà una risata sarà costretta a pagare pegno, che normalmente consiste nel versare da bere.

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In questo chiassoso e sregolato corteo funebre, intanto, su Battileddu continua ad essere pungolato, battuto e strattonato dalle funi di cuoio con cui l’hanno legato i Battileddos Massajos, i custodi del bestiame, uomini vestiti da contadini. È uno spettacolo cruento, al quale nemmeno il pubblico si sottrae: tutti cercano di colpire e di bucare lo stomaco di bue che il dio porta sulla pancia, in modo che il sangue ne sgorghi, fecondando la terra. Quando questo accade, gli spettatori se ne imbrattano il volto.

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Alla fine, lo stomaco di su Battileddu viene squarciato del tutto, e il dio si accascia nel sangue, sventrato. Si alza un grido: l’an mortu, Deus meu, l’an irgangatu! (“l’hanno ucciso, Dio mio, lo hanno sgozzato!”). Ecco che le vedove intonano nuovi lamenti e mettono in scena un corteo funebre, ma le parole e i gesti delle “pie donne” sono in realtà osceni e scurrili.

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Nel frattempo un altro capovolgimento ha avuto luogo: due dei “custodi” sono diventati bestie da soma e, aggiogati ad un carro come buoi, l’hanno tirato per le strade durante la rappresentazione. È su questo carro che viene issato il corpo esanime della vittima, per essere esibito alla piazza in alcuni giri trionfali. Ma la finzione viene presto svelata: un bicchiere di vino riporta in vita su Battileddu, e la festa vera e propria può finalmente avere inizio.

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Questa messa in scena della passione e del cruento sacrificio di su Battileddu si ricollega certamente agli antichi riti agricoli di fecondazione della terra; la cosa davvero curiosa è che la tradizione sarebbe potuta scomparire quando, nella prima metà del ‘900, venne abbandonata. È ricomparsa soltanto nel 2001, a causa dell’interesse antropologico cresciuto attorno a questa caratteristica figura, nell’ambito dello studio e valorizzazione delle maschere sarde. Ora, il dio impazzito che diviene montone sacrificale è di nuovo tra di noi.

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(Grazie, freya76!)

Pinar Yolaçan

Pinar Yolaçan è un’artista turca, nata nel 1981 e residente a New York.

Le sue serie di fotografie, Perishables (2005-2007), Maria (2008-2010) e Mother Goddess (2011-2012) sono complesse indagini sulla figura della donna, straordinarie per più di un motivo.

In Perishables, Pinar Yolaçan fotografa alcune matrone inglesi su sfondo bianco. I loro volti severi, arcigni e orgogliosi sono diretti discendenti del colonialismo, della grandezza dell’Impero. Ma, in contrasto con queste facce talvolta dure e altezzose, ecco che l’artista opera un’inversione scioccante: le anziane signore sono infatti vestite di carne animale.

Viscere, budella, nervi, trippe, organi interni sono stati aperti, ripuliti e cuciti in fogge sontuose, abbinati ai velluti e alle sete, per ricreare nella commistione di organico e tessile lo stile barocco della moda femminile coloniale.

In questo modo si opera l’inversione di cui parlavamo: così come gli antropologi dell’800 scattavano fotografie ai “primitivi” delle colonie, ecco che ora sono proprio queste anziane e nobili signore, reliquie di un Impero in rovina, ad essere sottomesse al freddo occhio della macchina fotografica; così esposte, grazie alla carne che le ricopre, sembrano al tempo stesso vestite e nude, e tutta la loro affettata finezza scompare nella brutale realtà del corpo e del cibo. Qualsiasi sia la cultura che prendiamo ad alibi, pare dire Yolaçan, siamo e restiamo primitivi, e le vesti dietro cui nascondiamo la nostra nudità sono destinate a deperire, marcire, passare (da cui il titolo della serie).

Nella serie Maria, Yolaçan continua questo discorso, mostrando però l’altra faccia della medaglia: ancora una volta rivestite di interiora animali, le sue modelle sono ora donne afro-brasiliane che vivono nell’isola di Itaparica, uno dei porti tristemente famosi per il commercio di schiavi in epoca coloniale.

Yolaçan crea gli abiti su misura, prestando particolare attenzione alla fisionomia della sua modella, e integrando in maniera talvolta quasi impercettibile i tessuti del vestito con la placenta e gli altri organi animali acquistati al mercato.

Questa serie, a marcare la specularità e complementarietà con la precedente, mostra i soggetti su sfondo nero: ancora una volta, negli occhi delle donne ritratte, traspaiono tutta la forza e l’orgoglio di un’appartenenza culturale.

Quello che è davvero sensazionale è il modo in cui i vestiti di carne di Pinar Yolaçan sembrano smascherare la finzione in un verso e nell’altro: in Perishables riuscivano a far crollare la maschera della “cultura”; in Maria è il contrario – la cultura emerge attraverso gli strati di polpa cruda. Le fotografie ci mostrano l’umanità di un popolo storicamente sfruttato e mercificato, trattato quindi come carne da mercato.

Nella sua ultima serie di fotografie, intitolata Mother Goddess, Yolaçan è tornata nella sua Anatolia, culla di una moltitudine di civiltà, per cercare le radici della figura femminile. Così, battendo la campagna turca, ha trovato e scritturato come modelle diverse contadine dalle forme giunoniche.

Confezionando dei fantasiosi abiti per i soggetti delle sue fotografie (ma questa volta senza carne cruda!), o anche tramite un elaborato body paint, Yolaçan esplora in questa serie le forme voluttuose delle dèe ancestrali immortalate nelle sculture neolitiche della Mesopotamia.

In virtù dell’assenza di volti, qui sempre coperti o lasciati fuori campo, le foto assumono un tono sospeso, mitico, stemperato però dai colori pop e sgargianti degli sfondi.

Un’estetica che sembra a prima vista molto distante dalla quotidiana proposta di corpi asettici o anoressici oppure ricostruiti dal bisturi: eppure le fotografie di Mother Goddess racchiudono e rielaborano l’archetipo della femminilità, e incantano l’occhio per le pose statuarie che rimandano direttamente alle sculture e ai feticci di fertilità che sono fra le più antiche opere d’arte mai create dall’uomo.

Ecco il sito ufficiale di Pinar Yolaçan.

Nim Chimpsky

È possibile insegnare alle scimmie a comunicare con noi attraverso il linguaggio dei segni? È quello che voleva scoprire il dottor Herbert Terrace della Columbia niversity di New York quando all’inizio degli anni ’70 diede avvio al suo rivoluzionario”progetto Nim”.

Nim Chimpsky era uno scimpanzé di due settimane, chiamato così per parodiare il nome di Noam Chomsky, linguista e intellettuale fra i più influenti del XX Secolo (chimp in inglese significa appunto scimpanzé). Nato in cattività presso l’Institute of Primate Studies di Norman (Oklahoma), nel dicembre del 1973 Nim venne sottratto alle cure di sua madre, e affidato da Terrace a una famiglia umana: quella di Stephanie LaFarge, sua ex-allieva. L’intento era quello di crescere il cucciolo in tutto e per tutto come un essere umano, vestirlo come un bambino, trattarlo come un bambino, insegnargli le buone maniere, ma soprattutto cercare di fargli apprendere il linguaggio dei sordomuti.

L’idea di Terrace potrà sembrare un po’ folle e temeraria, ma va inserita in un contesto scientifico peculiare: la linguistica era agli albori, e da poco veniva associata all’etologia per comprendere se si potesse parlare di linguaggio vero e proprio anche nel caso degli animali. Chomsky faceva parte di quella fazione che sosteneva che il linguaggio fosse una caratteristica specifica e assolutamente unica dell’essere umano; secondo questa tesi, gli animali certamente comunicano fra di loro – e si fanno capire bene anche da noi! – ma non possono utilizzare una vera e propria sintassi, che sarebbe prerogativa della nostra struttura neurologica. Se Nim fosse riuscito ad imparare il linguaggio dei segni, sarebbe stato un vero e proprio terremoto per la comunità scientifica.

Il professor Terrace però commise da subito un grave errore. La famiglia a cui aveva affidato Nim non era effettivamente la più adatta per l’esperimento: nessuno dei figli della LaFarge era fluente nel linguaggio dei segni, e quindi nella prima fase della sua vita, quella più delicata per l’apprendimento, Nim non imparò granché; inoltre, la madre adottiva era un’ex-hippie con un’idea piuttosto liberale nell’educare i figli. Nim finì per essere lasciato libero di scorrazzare per il parco, di mettere la casa sottosopra, e addirittura di fumarsi qualche spinello assieme ai “genitori”. Quando Terrace si rese conto che non arrivava alcun questionario compilato che certificasse i progressi del suo scimpanzé, comprese che l’esperimento era seriamente a rischio. Il clima indisciplinato e caotico di casa LaFarge metteva in pericolo l’intero studio.


Terrace decise quindi di incaricare una studentessa ventenne, Laura-Ann Petitto, dell’educazione di Nim. Strappato per una seconda volta alla figura materna, lo scimpanzé venne trasferito in una residenza di proprietà della Columbia University, dove la Petitto cominciò un più rigido e intensivo programma di addestramento. In poco tempo Nim imparò oltre 120 segni, e i suoi progressi cominciarono a fare scalpore. Conversava con i suoi maestri in maniera che sembrava prodigiosa, e in generale faceva mostra di un’intelligenza acuta, tanto da arrivare addirittura a mentire.

Ma ormai Nim non era già più un cucciolo, e con la giovane età cominciò a crescere di mole e soprattutto di forza. I suoi muscoli erano potenti come quelli di due maschi umani messi assieme, e spesso Nim non era in grado di misurare la violenza di un suo gesto: gli stessi giochi che qualche mese prima erano spensierati, diventavano per gli addestratori sempre più pericolosi perché lo scimpanzé non si rendeva conto della sua forza. Con lo sviluppo sessuale e la maturazione verso l’età adulta, inoltre, crebbe anche la sua aggressività: la Petitto venne attaccata diverse volte, due delle quali in maniera molto grave. I morsi di Nim in un’occasione le lacerarono la faccia, costringendola a 37 punti di sutura, e in un’altra le recisero un tendine. La tensione psicologica era insopportabile, e la Petitto decise di lasciare l’esperimento… e di lasciare Terrace, con il quale aveva una relazione sentimentale. Joyce Butler, una studentessa di vent’anni, entrò a sostituire la Petitto come terza madre adottiva di Nim. Anche lei fu più volte attaccata dalla scimmia, e la difficoltà di reperire fondi fece infine decidere a Terrace di dichiarare concluso l’esperimento, e smantellare il progetto dopo solo quattro anni.

Qui cominciò un vero e proprio calvario per il povero Nim. Egli non aveva infatto mai avuto contatti con altri primati, essendo sempre vissuto con gli umani: quando gli scienziati lo riportarono all’Institute of Primate Studies, Nim era completamente terrorizzato dai suoi simili e ci vollero diversi uomini per staccarlo da Joyce Butler, alla quale si era avvinghiato, per essere rinchiuso nella gabbia. Per lo scimpanzé che sapeva parlare, abituato a mangiare a tavola in compagnia degli esseri umani, e a correre libero nel parco, la prigionia fu uno shock terribile. Ma le cose erano destinate a peggiorare, perché l’istituto decise di trasferirlo in un centro di ricerca scientifico in cui si faceva sperimentazione sugli animali.

Rinchiuso in una gabbia ancora più angusta, di fianco a decine di altre scimmie terrorizzate in attesa di essere inoculate con virus e antibiotici, il futuro di Nim era tutt’altro che roseo. Terrace non muoveva un dito per salvarlo da quel destino, e così ci pensarono alcuni degli assistenti che avevano preso parte al progetto: organizzarono un battage mediatico denunciando le condizioni inumane in cui Nim era tenuto, diedero avvio a un’azione legale e infine riuscirono a farlo trasferire in un ranch di recupero per animali selvatici, e a liberare anche le altre scimmie destinate agli esperimenti.

Nonostante fosse al sicuro in questa riserva naturale, Nim era ormai provato, abbattuto e depresso; restava immobile e senza mangiare anche per giorni. Quando dopo anni la sua prima madre adottiva, Stephanie LaFarge, gli fece visita e volle entrare nella gabbia, Nim la riconobbe immediatamente e, come se la ritenesse responsabile per averlo abbandonato, la attaccò quando lei provò ad entrare nella gabbia.

Eppure arrivò per Nim almeno una insperata, dolce sorpresa: dopo un lungo periodo di solitudine, un altro scimpanzé, femmina, venne introdotto nella sua gabbia e per la prima volta Nim riuscì a socializzare con la nuova arrivata. Potè così passare gli ultimi anni della sua vita in compagnia di una nuova amica, forse più sincera e fidata di quanto non fossero stati gli uomini. Nim morì nel 2000 per un attacco di cuore.

Il professor Terrace, dopo aver cercato ed ottenuto la fama grazie a questo ambizioso progetto, tornò sui suoi passi e dichiarò che il progetto era stato fallimentare; scrisse che Nim non aveva mai veramente imparato a formulare delle frasi di senso compiuto, ma che era soltanto divenuto abile ad associare certi segni alla ricompensa, e aveva capito quali sequenze usare per ottenere del cibo. La voglia dei ricercatori di vedere in un animale un’intelligenza simile alla nostra aveva insomma viziato i risultati, che andavano grandemente ridimensionati. Ancora oggi però c’è chi è convinto del contrario: gli assistenti e i collaboratori che hanno conosciuto Nim e si sono presi cura di lui continuano a sostenere che Nim sapesse parlare in maniera chiara e precisa, e che se Terrace si fosse degnato di stare un po’ di più con lo scimpanzé, invece di relazionarsi con lui soltanto davanti ai fotografi, l’avrebbe certamente capito.

La ricerca, così come è stata condotta, ha effettivamente un valore scientifico relativo, e i dati raccolti si prestano a interpretazioni troppo volubili. È probabile che non capiremo mai se gli animali possono imparare a parlare, anche perché un esperimento come Project Nim è figlio del suo tempo, e sarebbe impensabile replicarlo oggi; lo strano destino di Nim, questo essere speciale che ha vissuto due vite in una, prima come umano e poi come animale, continua però a parlarci di altre questioni, forse ben più fondamentali. Ci interroga sui limiti (reali? inventati?) che separano l’uomo dalla bestia, e su quelli etici della ricerca.

Nel 2010 James Marsh (regista di Man On Wire) ha diretto uno splendido documentario, Project Nim, costituito in larga parte di materiale d’archivio inedito, che ripercorre in maniera commovente e appassionante l’intera vicenda.

Bizzarro Bazar a New York – I

New York, Novembre 2011. È notte. Il vento gelido frusta le guance, s’intrufola fra i grattacieli e scende sulle strade in complicati vortici, senza che si possa prevedere da che parte arriverà la prossima sferzata. Anche le correnti d’aria sono folli ed esagerate, qui a Times Square, dove il tramonto non esiste, perché i maxischermi e le insegne brillanti degli spettacoli on-Broadway non lasciano posto alle ombre. Le basse temperature e il forte vento non fermano però il vostro esploratore del bizzarro, che con la scusa di una settimana nella Grande Mela, ha deciso di accompagnarvi alla scoperta di alcuni dei negozi e dei musei più stravaganti di New York.

Partiamo proprio da qui, da Times Square, dove un’insegna luminosa attira lo sguardo del curioso, promettendo meraviglie: si tratta del museo Ripley’s – Believe It Or Not!, una delle più celebri istituzioni mondiali del weird, che conta decine di sedi in tutto il mondo. Proudly freakin’ out families for 90 years! (“Spaventiamo le famiglie, orgogliosamente, da 90 anni”), declama uno dei cartelloni animati.

L’idea di base del Ripley’s sta proprio in quel “credici, oppure no”: si tratta di un museo interamente dedicato allo strano, al deviante, al macabro e all’incredibile. Ad ogni nuovo pezzo in esposizione sembra quasi che il museo ci sfidi a comprendere se sia tutto vero o se si tratti una bufala. Se volete sapere la risposta, beh, la maggior parte delle sorprendenti e incredibili storie raccontate durante la visita sono assolutamente vere. Scopriamo quindi le reali dimensioni dei nani e dei giganti più celebri, vediamo vitelli siamesi e giraffe albine impagliate, fotografie e storie di freak celebri.

Ma il tono ironico e fieramente “exploitation” di questa prima parte di museo lascia ben presto il posto ad una serie di reperti ben più seri e spettacolari; le sezioni antropologiche diventano via via più impressionanti, alternando vetrine con armi arcaiche a pezzi decisamente più macabri, come quelli che adornano le sale dedicate alle shrunken heads (le teste umane rimpicciolite dai cacciatori tribali del Sud America), o ai meravigliosi kapala tibetani.

Tutto ciò che può suscitare stupore trova posto nelle vetrine del museo: dalla maschera funeraria di Napoleone Bonaparte, alla pistola minuscola ma letale che si indossa come un anello, alle microsculture sulle punte di spillo.

Talvolta è la commistione di buffoneria carnevalesca e di inaspettata serietà a colpire lo spettatore. Ad esempio, in una pacchiana sala medievaleggiante, che propone alcuni strumenti di tortura in “azione” su ridicoli manichini, troviamo però una sedia elettrica d’epoca (vera? ricostruita?) e perfino una testa umana sezionata (questa indiscutibilmente vera). Il tutto per il giubilo dei bambini, che al Ripley’s accorrono a frotte, e per la perplessità dei genitori che, interdetti, non sanno più se hanno fatto davvero bene a portarsi dietro la prole.

Insomma, quello che resta maggiormente impresso del Ripley’s – Believe It Or Not è proprio questa furba commistione di ciarlataneria e scrupolo museale, che mira a confondere e strabiliare lo spettatore, lasciandolo frastornato e meravigliato.

Per tornare unpo’ con i piedi per terra, eccoci quindi a un museo più “serio” e “ufficiale”, ma di certo non più sobrio. Si tratta del celeberrimo American Museum of Natural History, uno dei musei di storia naturale più grandi del mondo – quello, per intenderci, in cui passava una notte movimentata Ben Stiller in una delle sue commedie di maggior successo.

Una giornata intera basta appena per visitare tutte le sale e per soffermarsi velocemente sulle varie sezioni scientifiche che meriterebbero ben più attenzione.

Oltre alle molte sale dedicate all’antropologia paleoamericana (ricostruzioni accurate degli utensili e dei costumi dei nativi, ecc.), il museo offre mostre stagionali in continuo rinnovo, una sala IMAX per la proiezione di filmati di interesse scientifico, un’impressionante sezione astronomica, diverse sale dedicate alla paleontologia e all’evoluzione dell’uomo, e infine la celebre sezione dedicata ai dinosauri (una delle più complete al mondo, amata alla follia dai bambini).

Ma forse i veri gioielli del museo sono due in particolare: il primo è costituito dall’ampio uso di splendidi diorami, in cui gli animali impagliati vengono inseriti all’interno di microambienti ricreati ad arte. Che si tratti di mammiferi africani, asiatici o americani, oppure ancora di animali marini, questi tableaux sono accurati fin nel minimo dettaglio per dare un’idea di spontanea vitalità, e da una vetrina all’altra ci si immerge in luoghi distanti, come se fossimo all’interno di un attimo raggelato, di fronte ad alcuni degli esemplari tassidermici più belli del mondo per precisione e naturalezza.

L’altra sezione davvero mozzafiato è quella dei minerali. Strano a dirsi, perché pensiamo ai minerali come materia fissa, inerte, e che poche emozioni può regalare – fatte salve le pietre preziose, che tanto piacciono alle signore e ai ladri cinematografici. Eppure, appena entriamo nelle immense sale dedicate alle pietre, si spalanca di fronte a noi un mondo pieno di forme e colori alieni. Non soltanto siamo stati testimoni, nel resto del museo, della spettacolare biodiversità delle diverse specie animali, o dei misteri del cosmo e delle galassie: ecco, qui, addirittura le pietre nascoste nelle pieghe della terra che calpestiamo sembrano fatte apposta per lasciarci a bocca aperta.

Teniamo a sottolineare che nessuna foto può rendere giustizia ai colori, ai riflessi e alle mille forme incredibili dei minerali esposti e catalogati nelle vetrine di questa sezione.

Alla fine della visita è normale sentirsi leggermente spossati: il Museo nel suo complesso non è certo una passeggiata rilassante, anzi, è una continua ginnastica della meraviglia, che richiede curiosità e attenzione per i dettagli. Eppure la sensazione che si ha, una volta usciti, è di aver soltanto graffiato la superficie: ogni aspetto di questo mondo nasconde, ora ne siamo certi, infinite sorprese.

(continua…)

Gopher Hole Museum

(Articolo a cura della nostra guestblogger Marialuisa)

Nel caso a qualcuno venisse voglia di farsi un tour del Canada e passasse per caso da Tourrington, ad Alberta, non si dimentichi di visitare il motivo per cui la piccola cittadina ha iniziato a godere di fama internazionale, il Gopher Hole Museum.

Aperto nel 1995 nel tentativo di aumentare il turismo locale, il Gopher Hole Museum è un’esposizione stabile di ben 47 diorama rappresentanti scene di umana quotidianità… interpretate però da graziosi scoiattoli impagliati. Come per tutto ciò che riguarda la tassidermia, sta a chi guarda decidere se tutto questo è affascinante, divertente o raccapricciante.

Gli scoiattoli sono agghindati e vestiti di tutto punto, a tema con il loro “buco” (gopher hole si riferisce infatti alle tane scavate nel terreno da questi particolari roditori), arredato con minuzia di particolari, dove ci vengono mostrati perfino i loro pensieri e dialoghi attraverso dei fumetti attaccati agli scoiattoli stessi o disegnati sullo sfondo.


Il museo, alla sua apertura, era passato del tutto inosservato; paradossalmente, infatti, la gloria internazionale è arrivata dall’involontaria pubblicità gratuita generata dall’entrata in gioco del PETA, movimento per il trattamento etico degli animali.
L’apertura del museo, con i suoi allegri animaletti impagliati, ha generato malcontento e suscitato forti critiche dal movimento. La contestazione principale è quella che si sarebbe potuto creare lo stesso museo utilizzando riproduzioni piuttosto che veri scoiattoli. Si può discutere su come l’utilizzo di riproduzioni piuttosto che animali veri avrebbe modificato l’effetto visivo dei diorami; tuttavia è interessante conoscere la risposta di una dei curatori del museo.

La risposta di Angie Falk alle critiche animaliste è che questi scoiattoli di terra, con le gallerie che scavano, sono un grosso problema per gli agricoltori di Tourrington; essendo in sovrannumero vengono comunque soppressi e abbattuti, a prescindere dal Museo. Quindi perché non riutilizzarli per motivi artistici ed economici?

Di arte si può in effetti parlare, osservando come le scene raffigurate nel Museo siano in realtà uno specchio della vita ad Alberta: piccole attività artigiane, allevatori, negozi e persino scene religiose, tutti rappresentanti un piccolo spaccato di società; l’aspetto artistico popolare dell’operazione è evidente. La capacità e il talento necessari per dare vita e naturalezza a questi quadretti di vita quotidiana non sono affatto scontati, e per questo tutte le installazioni sono curate dalla migliore artista tassidermica locale, di nome Shelley Haase.

Certo, la bellezza è sempre soggettiva; ma senz’altro il Gopher Hole Museum è un modo quantomeno originale di “riciclare”.

A questo link potete trovare una raccolta di immagini dei diorami.