Link, curiosità & meraviglie assortite – VI

Fatevi avanti! Nuova raccolta di notizie weird dal mondo, storie improbabili e fatti curiosi per fare i saputelli con gli amici! Garantiti per rompere il ghiaccio alle feste!

  • Avete visto quanto carini e ciccini sono i pipistrelli della frutta? Quanto vi piacerebbe avere un cuccioletto così, che fa le sue faccine buffe mentre gli offrite pezzetti di anguria o di banana?
    Un’esperta di pipistrelli spiega in questo illuminante articolo tutti i motivi per cui tenere questi mammiferi come animali domestici sia in realtà una pessima idea.
    Non solo per ragioni etiche (praticamente rovinereste la loro esistenza) ed economiche (mantenerli costa, e più di quanto immaginiate); ma soprattutto perché, nonostante quei meravigliosi musetti da rubacuori, i pipistrelli — come posso dire — non seguono esattamente il nostro galateo.
    Mentre sono a testa in giù, si spargono la propria urina per tutto il corpo per puzzare appropriatamente. Defecano in continuazione. E soprattutto fanno sempre sesso — etero e omo, vaginale, orale e anale, e chi più ne ha più ne metta. Se li tenete da soli, i maschi si dedicheranno testardamente all’auto-fellatio. Cercheranno di accoppiarsi anche con voi.
    E se ancora pensate “Be’, insomma, cosa vuoi che sia”, vi ricordo che stiamo parlando di questo.
    La prossima volta che un vostro amico posta un video di pipistrelli coccolosi su un social, linkategli pure questa foto. Non c’è di che.
  • Sesso + animali è un binomio che offre sempre intrattenimento assicurato. Prendete ad esempio il ragno Latrodectus: dopo aver copulato, il maschio si offre volontariamente in sacrificio per essere divorato dalla femmina, a beneficio della futura prole. E non è l’unico ad aver compreso i vantaggi evolutivi del cannibalismo.
  • A Rennes in Francia, sotto un convento, sono stati ritrovati più di 1.380 corpi datati dal XIV al XVIII secolo. Uno di essi apparteneva a una nobildonna, Louise de Quengo, Signora di Brefeillac; assieme a lei, nella bara, è stato trovato il cuore di suo marito sigillato in un contenitore di piombo. La ricerca su queste sepolture, pubblicata di recente, potrebbe riscrivere quello che pensavamo della mummificazione in epoca rinascimentale. Ecco due articoli, in italiano e in inglese.

  • Restando in tema, ecco un ottimo articolo su alcune fra le meno note mummie italiane: quelle di Mosampolo.
  • E ancora riguardo ai patrimoni italiani che raramente finiscono sotto i riflettori, ecco un bell’articolo su BBC Culture riguardo le Catacombe di San Gaudioso a Napoli, i cui affreschi mostrano una sorta di danza macabra ma con un dettaglio sconcertante: là dove ora si trovano dei buchi, al posto del volto, un tempo erano posizionate delle teste essiccate e dei veri teschi.
  • Cambiamo scenario. Immaginate un futuro alla Blade Runner: un enorme cartellone pubblicitario, delle incredibili dimensioni di 1 km², orbita intorno alla Terra rischiarando le notti con le sue luci elettriche colorate, come una seconda luna, sponsorizzando una bibita gassata o l’ultima marca di shampoo. Per ora ce lo siamo evitati, ma non vuol dire che qualcuno non ci abbia pensato. Ecco la pagina Wiki dedicata allo space advertising.
  • Già che parliamo di spazio, l’ottimo pezzo The Coming Amnesia ipotizza un futuro in cui le galassie saranno così distanti l’una dall’altra da non essere più visibili con alcun telescopio. Questo vuol dire che gli abitanti del futuro saranno convinti che l’unica galassia esistente sia la loro, e non potranno mai arrivare a teorizzare qualcosa come il Big Bang. Ma un attimo: e se qualcosa di simile fosse già successo? Se qualche dettaglio fondamentale per comprendere la natura del cosmo fosse già scomparso per sempre, impedendoci di avere un quadro completo?
  • Per insegnare in maniera intuitiva cos’è il contrappunto, il programmatore Stephen Malinowski di Berkeley crea delle grafiche in cui le varie linee melodiche sono suddivise per colori. E di colpo diviene chiara anche per chi non conosce la musica quale sia la meravigliosa complessità di una fuga per organo di Bach:

  • E per finire in bellezza, non appena avete 10 minuti liberi vi consiglio di tuffarvi nelle atmosfere poetiche e fantastiche di Goutte d’Or, corto franco-danese in stop-motion diretto da Christophe Peladan. Un’ironica storia di pirati non-morti che, sapendo bene di non poter competere con i blockbuster caraibici, fa di necessità virtù e si permette qualche malizia tutta francese.

L’Accademia dell’Incanto

Finalmente è arrivato il momento di svelarvi il progetto sul quale ho concentrato i miei sforzi per buona parte di quest’anno.

Tutto ha avuto inizio da un luogo, un curioso segreto incastonato nel cuore di Roma, a due passi dal Circo Massimo. Probabilmente il mio rifugio preferito in tutta la capitale: la wunderkammer Mirabilia, una “camera delle meraviglie” allestita secondo la filosofia e il gusto delle collezioni cinquecentesche antesignane dei moderni musei.

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Giraffe e leoni tassidermizzati, opere d’arte di alto profilo e rarità da tutto il mondo sono stati raccolti nel corso di molti anni di ricerche e avventure dal proprietario, Giano Del Bufalo, giovane collezionista di cui vi avevo già parlato in questo post.

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Questa bottega barocca in cui la bellezza si sposa con il macabro e il meraviglioso è diventata per me il luogo privilegiato in cui ritirarmi a sognare dopo una giornata faticosa.
Date le premesse, era solo una questione di tempo prima che nascesse l’idea di una collaborazione fra Bizzarro Bazar e Mirabilia.

E ormai ci siamo.
Il 9 ottobre, nel perfetto contesto di questa galleria, aprirà i battenti l’Accademia dell’Incanto.

Quello che assieme a Giano abbiamo progettato è un centro culturale alternativo, inedito nello scenario italiano, ritagliato su misura per gli amanti dell’insolito.
L’Accademia ospiterà una nutrita serie di appuntamenti con scienziati, letterati, artisti e studiosi il cui lavoro si snoda lungo i sentieri meno battuti della realtà: si spazierà dalla mummificazione ai libri magici, dall’anatomia patologica alla letteratura gotica, dalla storia della sessualità all’incontro con alcuni degli artisti più originali del panorama contemporaneo.

Potete facilmente intuire come questo progetto mi stia particolarmente a cuore, in quanto si tratta di una trasposizione fisica del lavoro sviluppato da tempo su questo blog. Ma il privilegio di immaginare questa sua “irruzione” nel mondo concreto mi è stato concesso soltanto dall’amichevole disponibilità dei numerosi spiriti affini incontrati negli anni proprio grazie a Bizzarro Bazar.
Confesso di essere rimasto sorpreso e quasi intimidito dall’entusiasmo di queste figure straordinarie, per cui nutro una stima assolutamente incondizionata: docenti universitari, illustratori, registi, prestigiatori e collezionisti di stranezze hanno tutti risposto in maniera calorosa alla mia call for action che si riassume nell’ambizioso proposito di “rieducare lo sguardo alla vertigine dello stupore”.

Rivolgo un simile appello anche a voi amici del blog: spargete la voce, diffondete la buona novella e soprattutto partecipate numerosi se potete. Sarà un’occasione unica per ascoltare, confrontarsi, discutere, per conoscere di persona gli eccezionali relatori, per allenare i muscoli del sogno… ma soprattutto per trovarci l’un l’altro.

Così, infatti, ci piace pensare all’Accademia dell’Incanto: come a un avamposto di frontiera, in cui la grande famiglia di pionieri e appassionati del meraviglioso abbia finalmente modo di radunarsi; in cui si intreccino itinerari e scoperte; e dal quale, infine, ciascuno possa incamminarsi verso nuove esplorazioni.

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Sul sito ufficiale dell’Accademia troverete presto tutti i dettagli relativi ai prossimi eventi e alle modalità di adesione.
L’Accademia dell’Incanto è anche su Facebook, Twitter e Instagram.
Keep the World Weird!

Un elefante sul patibolo

I manifesti dello Sparks World Famous Shows, che venivano affissi nelle piccole cittadine del Sud degli Stati Uniti un paio di giorni prima che il circo vi arrivasse, si mostrano piuttosto anomali per chi abbia un minimo di dimestichezza con la cartellonistica circense di inizio secolo.
Laddove ci si aspetterebbero titoloni roboanti, claim pubblicitari enfatici ed iperbolici, il circo Sparks — in maniera fin troppo dimessa — si definiva uno spettacolo “morale, piacevole e istruttivo“; invece di sbandierare meraviglie inaudite, sosteneva di “non aver mai tradito una promessa” e pubblicizzava i suoi “25 anni di rapporto onesto con il pubblico“.

Il motivo per cui il proprietario Charlie Sparks si limitava a sottolineare la trasparenza e la correttezza della sua impresa, era che non aveva molto altro su cui puntare per attirare le folle. A dispetto del buon nome di Sparks (tra gli impresari più rispettabili e reputati) il suo era in definitiva un circo di seconda categoria. Era composto da una dozzina di carrozzoni, contro i quarantadue del suo principale rivale nel stati del Sud, il John Robinson’s Circus. Sparks aveva cinque elefanti, Robinson dodici. Ed entrambi ovviamente nemmeno si sognavano di competere con il numero uno, il Barnum & Bailey, e la sua impressionante carovana composta da ben ottantaquattro carrozze.
Così, lo Sparks World Famous Shows si teneva alla larga dalle città più grosse e vivacchiava raggiungendo i piccoli centri, ignorati dai circhi più famosi, là dove per gli abitanti perfino le sue attrazioni sarebbero state meglio di niente.

Nonostante il circo Sparks fosse in crescita “non spettacolare, ma lenta e sicura“, in quegli anni non offriva ancora granché: qualche foca ammaestrata, qualche clown, cavalieri e ginnasti, il ben poco memorabile “Uomo che Cammina sulla Sua Testa“, e alcune statue viventi come quelle che oggi restano ad aspettare una monetina nelle piazze.
L’unica vera risorsa di Charlie Sparks, il fiore all’occhiello messo in bella mostra sui manifesti, era Mary.

Pubblicizzata come “7 centimetri più alta di Jumbo” (il celeberrimo elefante del circo Barnum), Mary era un pachiderma indiano di cinque tonnellate in grado di suonare diverse melodie soffiando nei corni, e di giocare a baseball come pitcher in una delle più amate routine del suo spettacolo. Mary costituiva la principale fonte di introito per Charlie Sparks, che la adorava per motivi economici ma anche, per così dire, sentimentali: era il solo elemento del suo circo che fosse davvero di classe superiore, il suo appiglio per sognare di entrare nella storia dell’intrattenimento.
E in un certo senso è proprio a causa di Mary se Sparks è ancora oggi ricordato, anche se non nel modo che egli avrebbe sospettato o voluto.

L’11 settembre 1916 Sparks piantò le tende a St. Paul, una cittadina mineraria della Clinch River Valley in Virginia. Fu proprio quel giorno che un addetto delle pulizie presso l’hotel locale, tale Walter “Red” Eldridge, decise che ne aveva abbastanza di spazzare pavimenti, e si unì al circo. Nonostante Red avesse una storia di vagabondaggio alle spalle, e non sapesse evidentemente nulla di elefanti, venne incaricato di guidare i pachidermi durante la parata che Sparks organizzava per le strade della città il pomeriggio prima degli spettacoli.
Il giorno seguente il circo si spostò a Kingsport, Tennessee, dove Mary sfilò tranquilla per la strada principale fino a quando gli elefanti vennero portati verso un fosso ad abbeverarsi. E qui le testimonianze si fanno contraddittorie: quello che sappiamo per certo è che Red inferse a Mary un colpo di bastone di troppo, facendo infuriare la bestia.
L’elefante, imbizzarrito, afferrò il custode novellino con la proboscide e lo lanciò in aria. Quando il corpo atterrò, Mary prese a calpestarlo e infine schiacciò la testa di Red Eldridge con una zampa. “E sangue e cervella e tutto il resto schizzarono ovunque sulla strada“, nelle parole di un testimone.

Charlie Sparks si ritrovò in un attimo nel peggiore degli incubi.
Senza contare la morte di un suo dipendente in una pubblica strada — non esattamente uno spettacolo “morale” e “istruttivo” — il vero problema era che l’intero tour si trovava ora in serio pericolo: quale delle prossime cittadine avrebbe accettato di ospitare un elefante fuori controllo?
La folla domandava a gran voce che l’animale fosse soppresso e Sparks, a malincuore, comprese che se voleva salvare ciò che rimaneva della sua attività, Mary andava sacrificata e, con lei, i suoi personali sogni di grandezza.
Ma uccidere un elefante non è così semplice.

Il primo ovvio tentativo fu fatto sparandole cinque colpi di fucile. I pachidermi però si chiamano così per un buon motivo: la spessa barriera della pelle non lasciava entrare i proiettili in profondità e, nonostante il dolore, Mary non crollò. (D’altronde quando nel 1994 Tyke, un elefante di 3,6 tonnellate, uccise il suo domatore impazzando poi per le strade di Honolulu, ci vollero 86 colpi per fermarlo. Tyke divenne un simbolo delle lotte contro la crudeltà sugli animali nei circhi, anche grazie allo straziante filmato della sua fine).
Qualcuno a quel punto suggerì di provare a eliminare Mary usando l’elettricità, un metodo utilizzato più di dieci anni prima per uccidere l’elefante Topsy a Coney Island. Ma nei paraggi non c’era modo di produrre una quantità di corrente sufficiente all’esecuzione.
Fu deciso dunque che Mary sarebbe stata impiccata.

Il patibolo adeguato a reggere un simile peso si trovava nei cantieri ferroviari della vicina cittadina di Erwin, dove c’era una gru capace di sollevare interi vagoni per posizionarli sulle rotaie.
Charlie Sparks, conscio di essere sul punto di perdere un animale che valeva circa 20.000 dollari, era risoluto a trarre il massimo dalla tragica situazione. Nel brevissimo tempo che occorse per trasferire Mary da Kingsport a Erwin, aveva già trasformato la pubblica esecuzione del suo elefante in un evento.

Il 13 settembre, in un cupo pomeriggio di pioggia e nebbia, una folla di più di 2.500 persone si radunò allo scalo ferroviario. I bambini stavano in prima fila per assistere alla straordinaria impresa.
Mary fu condotta all’improvvisata forca, e incatenata per una zampa alle rotaie mentre gli uomini armeggiavano per passare una catena attorno al suo collo. Fissarono poi la catena alla gru, misero in moto l’argano, e l’impiccagione ebbe inizio.
In teoria il peso del suo corpo avrebbe dovuto spezzarle il collo in breve tempo. Ma l’agonia di Mary era destinata a non essere veloce e indolore: nella concitazione del momento, qualcuno si era dimenticato di liberare la zampa dell’animale, che era ancora legata ai binari.

Quando cominciarono a sollevarla — ricordava una testimone — udii le ossa e i legamenti schioccare nella sua gamba“; gli uomini liberarono in fretta e furia la zampa, ma a quel punto la catena che sospendeva Mary per il collo si ruppe con uno schiocco metallico.

L’elefante crollò a terra e rimase lì seduto, incapace di muoversi perché nella caduta il suo bacino si era rotto.

La folla, ignara che Mary fosse ormai ferita e paralizzata, fu presa dal panico nel vedere l’elefante “assassino” libero da ogni catena. Mentre tutti correvano a nascondersi, uno dei manovali si arrampicò sulla schiena dell’animale e applicò al suo collo una catena più pesante.
La gru ricominciò quindi a sollevare nuovamente l’elefante, e questa volta la catena resse.
Dopo la morte, Mary venne lasciata a penzolare per mezz’ora. Il suo enorme corpo fu poi seppellito in una grande tomba scavata poco più avanti lungo i binari.

L’esecuzione di Mary, e la foto della sua impiccagione, ebbero un largo successo sulla stampa. Ma se pensate che gli articoli dell’epoca raccontassero la strana storia con particolare emozione o partecipazione, vi sbagliate. Per i contemporanei le vicende di Mary erano poco più che una classica bizzarria di provincia.
D’altronde si era abituati a ben altro. Sempre a Erwin, in quegli anni, un uomo di colore era stato bruciato vivo su una pira formata con le traversine della ferrovia.

Oggi gli abitanti di questa tranquilla cittadina del Tennessee sono comprensibilmente stanchi di essere associati a una bizzarra e infelice pagina di storia della loro città — a un episodio peraltro risalente a un secolo fa.
Eppure, ancora adesso, qualche straniero di passaggio rivolge loro la risaputa, sgradevole domanda.
Non è qui che avete impiccato un elefante?

Un approfondito libro sulla storia di Mary è The Day They Hung the Elephant di Charles E. Price. Su Youtube potete trovare un breve documentario intitolato Hanging Over Erwin: The Execution of Big Mary.

La mia settimana di meraviglie inglesi – I

L’Inghilterra, a dispetto della dolcezza con cui vi si profilano le mansuete colline o del verde piacevole delle sue campagne, ha sempre avuto ai miei occhi un che di funereo.

Una simile impressione così fumosa e irrazionale, ne sono conscio, non è altro che un’indifendibile generalizzazione; né posso peraltro impedire che sorga in me ogni volta che ritorno oltremanica.
Sarà a causa delle romantiche rovine dei conventi che caratterizzano il paesaggio fin dai tempi dello scisma, o per via del cielo di plumbea fama, o il ricordo dei lutti vittoriani; ma sospetto che a suggerirmi questa segreta affinità di un intero paese con la morte siano stati proprio gli Inglesi conosciuti negli anni, che sembravano combattere con le armi dell’ironia una congenita, filosofica rassegnazione.
John Cleese ha spesso sbeffeggiato nei suoi sketch la rispettosa severità anglosassone, la paura di ferire o ferirsi se si lascia libero corso ai sentimenti — lo stesso comportamento trattenuto che però trova il suo contraltare nella crudeltà del British humour, nelle abbacinanti esplosioni estatiche di Blake, nell’iconoclastia dandy o nel nichilismo punk. E così, per quanto faccia, non mi scrollo di dosso la sensazione che quello inglese sia un popolo che ragiona più d’altri, o forse con meno distrazioni, sulla vanitas, e che anzi dalla consapevolezza della futilità (perfino riguardo alle convenzioni sociali) sia in grado di trarre alimento per una sotterranea vena sovversiva.

Ecco perché recarmi a parlare di memento mori in Inghilterra mi è sembrato in un certo senso naturale fin dal principio.
All’Università di Winchester si è radunata un’eterogenea folla di accademici (medievalisti, storici della medicina, anatomisti, paleopatologi, esperti di letteratura o di pittura) e di artisti, tutti interessati alle relazioni fra morte, arte e anatomia.

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Questi tre giorni di memorabile fermento intellettuale hanno, per così dire, carburato una mente già per sua natura sovraeccitata.
Sono arrivato quindi in uno stato di aumentata percezione al mio appuntamento con Londra che, quasi a voler smentire i preconcetti di cui parlavo all’inizio, mi ha accolto con un sole intenso e con il blu cristallino fra i tetti dei palazzi. Eppure i giorni trascorsi nella capitale si sono dimostrati un prolungamento, e un approfondimento, delle meditazioni iniziate a Winchester.

La prima, dovuta visita, è stata chiaramente alla Wellcome Collection. Questo museo, fondato nel 2007, mi è particolarmente caro perché affronta, un po’ come faccio talvolta su queste pagine, le intersezioni fra scienza, arte e sacro. Nella collezione permanente si possono ammirare bambole anatomiche, memento mori, resti umani come ad esempio una celebre mummia peruviana vecchia di 5-7 secoli; ma anche sandali da fachiro, teste rimpicciolite, cinture di castità e oggetti religiosi.

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Un’affascinante esibizione temporanea intitolata States of mind: Tracing the edges of consciousness introduce il visitatore al mistero del sé, di ciò che chiamiamo “coscienza”, attraverso i territori liminali dell’incubo, del sonnambulismo e del suo contrario — la paralisi ipnagogica —, fino alle spiagge inesplorate dello stato vegetativo. Nell’ultima sala apprendo con un brivido come recenti studi suggeriscano che i pazienti sospesi fra la vita e la morte potrebbero essere ben più coscienti di quanto immaginato finora.


Il Grant Museum of Zoology, a 5 minuti a piedi dalla Wellcome Collection, è l’unico museo zoologico universitario rimasto nella capitale. Lo spazio aperto al pubblico non è molto grande, ma è stipato all’inverosimile con migliaia di esemplari che coprono l’intero spettro del regno animale. Scheletri, preparati in liquido e tassidermie restano muti — ma eloquenti — testimoni della vertigine della biodiversità.

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Altri 10 minuti di cammino, e raggiungo il numero 1 di Scala Street, dove si apre quello che probabilmente è il più particolare e suggestivo museo londinese: il Pollock’s Toy Museum.

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La visita procede salendo strette scale, passando all’interno di stanze e corridoi, in una sorta di labirinto che si dipana su più piani attraverso due diverse case, una costruita alla fine dell’Ottocento e l’altra risalente addirittura al secolo precedente. Ovunque, giocattoli antichi: bambole, soldatini, modelli di treni, peluche, cavalli a dondolo, pupazzi e caleidoscopi.
Venendo dal Museo di Zoologia, non posso impedirmi di pensare a quanto il gioco sia un’attività fondamentale per il mammifero uomo. Ma quello che potrebbe essere soltanto un curioso excursus nella storia e nelle diverse tipologie di giocattoli si trasforma ben presto in qualcos’altro.

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Sommersi dall’incredibile quantità di dettagli, di fronte alle teche affollate da centinaia di pupazzi logorati dal tempo, ci si trova facilmente in preda a una vaga inquietudine. E non si tratta nemmeno di quella fobia che alcuni provano di fronte al vitreo sguardo delle bambole vecchie; è una sottile, antica malinconia.

Che ne è stato dei bambini che hanno stretto quegli orsacchiotti, inscenato storie fantastiche sui teatrini di cartone o spalancato gli occhi di fronte a una lanterna magica?

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Forse è soltanto una suggestione dovuta ai giorni appena trascorsi fra animate discussioni riguardo ai simboli e ai simulacri della morte; forse sono ancora una volta i miei preconcetti.
Ma perfino in un museo dedicato al divertimento infantile, è il senso dell’impermamenza a trionfare.

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(Questo articolo continua qui)

Link, curiosità & meraviglie assortite – II

Da domani sarò all’Università di Winchester per partecipare alle giornate di studio interdisciplinari dedicate a “Morte, arte e anatomia“. Nell’ambito delle conferenze, parlerò di memento mori in relazione alla Cripta dei Cappuccini di Roma, già esplorata assieme ad altri ossari religiosi italiani nel mio Mors Pretiosa.
Nell’attesa di raccontarvi qualcosa dell’evento, e dei miei successivi giorni a Londra, vi lascio qualche curiosità da assaporare.

  • La SynDaver Labs, già responsabile di un cadavere sintetico per autopsie di cui avevo parlato in questo post, ha realizzato una versione canina per la formazione di chirurghi veterinari. Anche questo cagnolino, come il suo analogo umano, può respirare, sanguinare e perfino morire.

  • Anche se fosse farlocca, questa è una delle notizie più gustose degli ultimi tempi: a Sculcoates, East Yorks, alcuni ghost hunters visitano un cimitero ottocentesco e ad un tratto sentono strani e inquietanti lamenti. Monaci fantasma che si aggirano fra le lapidi? Presenze demoniache che infestano il luogo sacro? Niente di tutto questo. Nel cimitero, di nascosto, si sta girando un porno.
  • Parlando di strani posti in cui fare l’amore, perché non all’interno di una balena? È successo negli anni ’30 al Museo di Storia Naturale di Gothenburg, dove è presente l’unica balena blu completamente tassidermizzata, e al cui interno è stato ricavato un lounge con tanto di panche e tappeti. Dopo che una coppia è stata sorpresa in atteggiamenti intimi, il cetaceo è stato purtroppo chiuso al pubblico.

  • A margine dei manoscritti medievali si trovano spesso dei conigli intenti in improbabili battaglie e crudeltà diverse. Perché? Secondo questo articolo, si trattava essenzialmente di satira.

  • Se vi sembrano bizzarri i conigli battaglieri, aspettate di vedere i gatti con i razzi sulla schiena, raffigurati in alcuni codici miniati cinquecenteschi. Se ne parla sul National Geographic.

  • Un ultimo enigma iconografico. Qual è il senso delle strane litografie cinquecentesche in cui un satiro “scandaglia” le parti intime di una donna con il filo a piombo? Lo svela un approfondito e bellissimo studio.

  • Vite avventurose: Violet Constance Jessop era una cameriera e infermiera di cabina, sopravvissuta nel 1911 all’incidente della nave Olympia. E nel 1912 sopravvisse anche all’affondamento del Titanic. E nel 1916 all’affondamento del Britannic.

La wunderkammer della Cecchignola

Sto guardando una gigantesca testa di elefante africano che sembra emergere direttamente dal pavimento, come la locomotiva esce dal caminetto di un interno borghese in quel magnifico quadro di Magritte, La Durée poignardée. La proboscide rimane immobile nell’aria, bloccata in un attimo sospeso, e ci si potrebbe quasi aspettare che da un momento all’altro affiorasse il resto del corpo del pachiderma, invadendo la stanza.

Questo – confessa il mio ospite, con una punta di genuino dispiacere – è l’unico esemplare fra quelli che vedi a non essere morto di cause naturali; in alcune parti dell’Africa il numero degli elefanti viene controllato, in quanto potrebbe diventare pericoloso. Quindi ogni tanto le guardie forestali sono costrette a sopprimerne uno”.
Vicino alla testa di elefante, sugli scaffali della grande sala, una testa di leopardo, alcune scimmie tra cui mi pare di riconoscere un colobo e un tamarino, più in là un’antilope e altri animali sistemati un po’ alla rinfusa; eppure non siamo nel laboratorio di un tassidermista, ma nell’ala di un castello.

È Annamaria Bertoni, un’eccezionale tassidermista romana, ad occuparsi della concia delle pelli, della preparazione e conservazione dei corpi animali. Io mi dedico esclusivamente al restauro”. In effetti, controllando da vicino, i segni del tempo si fanno vedere su alcuni di questi esemplari; anche la robusta pelle dell’elefante mostra qualche incrinatura. Giano Del Bufalo, il mio cicerone, è la persona che con cura e pazienza aggiusta e corregge queste usure.

Non c’è da stupirsi che in questo luogo si riparino vecchi animali imbalsamati, perché qui il restauro è un’arte di famiglia.
Mi trovo infatti nel Castello della Cecchignola, a una manciata di chilometri in linea d’aria dall’EUR, un vero piccolo gioiello che fu sede dei Templari, dei Cavalieri di Malta, unica villa papale dentro Roma: un luogo che ha visto passare decine di secoli di storia.
Ma se l’agro romano è effettivamente disseminato di torrioni, castra e altre fortificazioni testimoni di diverse epoche storiche, davvero pochi sono così ben conservati: è stato il padre di Giano, Dario Del Bufalo, rinomato architetto e specialista di marmi antichi, a battersi per salvarlo e a restaurarlo. “Quando siamo arrivati, dieci anni fa, era in uno stato pietoso – racconta Giano, indicando l’entrata – qui era tutto coperto di immondizia, l’arco era sparito nell’edera, la torre era pericolante”.
Un lavoro di restauro piuttosto complesso, ma svolto senza usufruire di soldi pubblici e mantenendo i delicati rapporti diplomatici con il Comune, la Sovrintendenza, le associazioni locali; ne valeva la pena, visto che ora Giano si ritrova a vivere in questo castello da favola. “Diciamo che ho avuto fortuna”.

Osservando il suo sguardo sempre curioso e vivo mi dico che, laddove altri si adagerebbero su una simile fortuna, questo ragazzo è evidentemente di tutt’altra pasta. Colto, sensibile, di una gentilezza d’altri tempi, è assetato di vita e si dedica a passioni variegate: il rally, la scrittura, la cucina, la musica (appresa attraverso lo studio di chitarra, pianoforte e batteria).
Attraversato il cortile, mi introduce al vero motivo della mia visita, quello per cui sono venuto fin qui a conoscerlo: la sua wunderkammer privata.

Il colpo d’occhio è impressionante, nonostante si tratti di un’unica stanza. Alle pareti spiccano straordinari animali di grande taglia, acquistati in una grossa svendita museale dopo un incendio. Molti di questi li ha restaurati lui stesso: “da collezionista e conservatore, amo l’aspetto del mantenimento per fini scientifici. A molti la tassidermia dà fastidio, perché la caccia adopera da sempre l’arrangiamento della pelle animale a scopo di trofeo, e dunque si crea confusione. Invece per me è affascinante, dona una seconda vita all’involucro che l’ha contenuta per anni, e ci avvicina in modo investigativo a quelle specie animali che probabilmente non riusciremmo mai a vedere di persona”.

 

Alcuni pezzi lasciano davvero a bocca aperta, come ad esempio una sorta di diorama in cui un teschio umano viene artigliato da un corvo che sta ingoiando un non meglio precisato ossicino. Si tratta, mi spiega Giano, del cranio di un poeta francese ottocentesco (“un poetucolo, in verità”) che, evidentemente influenzato dall’estetica dei maudit, lasciò nel testamento la richiesta di essere riesumato e arrangiato in quel modo.

Ma c’è anche un uovo di struzzo “tatuato” a rappresentare un teschio – nascita e morte riassunte nel medesimo oggetto –, una Jenny Haniver di eccezionali dimensioni, tigri, ghepardi, leonesse e un bellissimo cucciolo di elefante (“anche lui morto di morte naturale, poveretto”).

Gli chiedo come sia iniziata questa sua passione per le wunderkammer. “Con un viaggio in solitaria che feci negli Stati Uniti. Attraversai il deserto del Nevada fino in Arizona a bordo di un fuoristrada, partendo dalle coste californiane. Ebbi la grande fortuna di essere ospitato da una tribù di indiani Navajo, mi regalarono una pelle di volpe, un pipistrello messicano essiccato e alcune piume di civetta che ancora conservo. Fu un’esperienza illuminante, mi avvicinai alla natura in modo esoterico”. Poco dopo, il suo primo incontro con le wunderkammer rinascimentali, al Museo di Storia Naturale di Venezia. L’aver assaporato la natura selvaggia prima, e l’aver scoperto il modo in cui essa veniva preservata nelle camere delle meraviglie del ‘500, è un duplice fascino che non l’ha più lasciato.

Giano mi illustra la provenienza di ogni oggetto, abbandonandosi con vivace entusiasmo a divagazioni sulla storia antica, sull’arte, sulle curiosità naturalistiche di questa o quell’altra specie.
Arriviamo al piatto forte della collezione. Non posso impedirmi di sorridere segretamente quando Giano la presenta, con spontanea coloritura romanesca, come “un’autentica capoccetta di mummia”.

Si tratta, e a ragione, del suo pezzo preferito, recuperato personalmente anni fa durante una spedizione archeologica nel deserto orientale africano alla ricerca di una cava di marmo che produceva una pietra molto usata nella Roma antica. “Passammo per il Faiyum, a Sud-Ovest del Cairo, dove insieme a un gruppo di beduini trovammo per caso un sarcofago che conteneva una mummia di epoca romana. Una volta aperto, i ricercatori che accompagnavo conservarono i gioielli e l’involucro abbandonando lo scheletro, poco interessante per loro. Io presi il cranio che si trovava in perfetto stato di conservazione e, dopo aver avuto i permessi di esportazione, riuscii a portarlo a Roma”.

Per Giano il collezionismo è passione e lavoro. “Compro e vendo antichità ed oggetti naturali, ma tengo per me gli oggetti di cui mi innamoro perdutamente, che spesso appartengono a culture ormai estinte. Sono ossessionato dal mondo antico, e grazie ai miei viaggi sono riuscito a scoprire le opere del mio popolo in terra straniera, il mondo egizio, quello persiano. I resti archeologici di Roma e di altri imperi mi hanno spalancato delle porte verso un mondo che in giovane età leggevo solo sui libri. Oggi sto lavorando ad una galleria d’arte che aprirò a Roma, dove sarà possibile acquistare prodotti e rarità provenienti da grandi collezioni private”.

Certo, la collezione di Giano è di valore museale, ma in realtà oggi si sta diffondendo, anche a livelli più “popolari”, un rinnovato interesse per le wunderkammer, come sa bene chiunque legga queste pagine.
Da parte sua, Giano è entusiasta dell’incremento di attenzione verso questa affascinante cultura, che rispetto ad altre mode più o meno passeggere richiede secondo lui un approccio non comune: “credo che ci sia bisogno innanzitutto di sensibilità e di amore verso l’arte in generale per potersi avvicinare ed essere rapiti da queste pratiche rinascimentali, ma è la curiosità che muove tutto. L’essere curiosi di vedere da vicino, di toccare con mano, di capire la natura in cui viviamo e che lentamente sta appassendo, annientata dall’uomo stesso”.

Ecco il sito ufficiale del Castello della Cecchignola.

Ulisse Aldrovandi

Dario Carere, nostro guestblogger già autore dell’articolo sulla pedagogia mostruosa, continua la sua esplorazione della figura del mostro con questo contributo sul grande naturalista Aldrovandi.

Perché nascono i mostri? L’istinto d’ordine e archiviazione che ha sempre accompagnato l’analisi scientifica non ha mai smesso di andare di pari passo con l’interesse per la stranezza, per l’inclassificabile. Cos’è per noi un mostro? Sarebbe interessante capire quando esattamente il termine monstrum ha perso il significato puramente meraviglioso per approdare a quello orribile e pericoloso. Ciò che ci fa paura oggi è “mostruoso”; eppure i monstra in quanto stranezze hanno sempre costituito oggetto di curiosità al punto da farne oggetto di categoria scientifica. Il film dell’orrore è la sintesi estetica del nostro bisogno di spaventarci, proprio perché nei mostri non crediamo più, o quasi.

Bestiari, wunderkammer e leggende su bestie favolose hanno in comune il desiderio di comprendere i misteri della natura: desiderio mai sopito, con la differenza che mentre un tempo si finiva per credere a cose false a causa dell’ignoranza sui fatti, oggi spesso si cerca di gonfiare ciò che non si conosce per cavarne forzatamente un’attraente mostruosità, come nel caso degli extraterrestri, delle luci nel cielo, di Big Foot.

Sono forse proprio le wunderkammer, ossia le collezioni di stranezze ad opera di uomini ricchi e colti del passato, che costituiscono la più interessante testimonianza dell’istinto di cui parlavo all’inizio. Celebre quella di Ferdinando II d’Austria (1529 – 1595), a Innsbruck. Qui trova posto, oltre a una splendida Immagine della morte scolpita nel legno che certo avrà fatto andare in visibilio molti tra i romantici di due secoli dopo, una rassegna di dipinti dedicati a soggetti unici, come persone affette da strane malattie. L’interesse per il bizzarro diventa qui un desiderio di possesso, quasi un prestigio: ciò che per noi sarebbe fatto di cronaca era all’epoca cimelio, reperto sul miracoloso; è un circo in nuce, dove la ripugnanza è l’attrazione.

Immagine della morte, di Hans Leinberger, XVI secolo.

Il disabile, anonimo, XVI secolo.

Proprio quest’ultimo affascinante dipinto, raffigurante un uomo che probabilmente si guadagnò da vivere in virtù della sua curiosa deformità, ci rimanda a un altro straordinario collezionista di bizzarrie e non solo: si tratta del bolognese Ulisse Aldrovandi (1522 – 1605), contemporaneo di Ferdinando che dedicò la propria vita allo studio e alla rappresentazione degli esseri viventi e della natura in genere. Per quanto riguarda la deformità, i suoi studi sono particolarmente interessanti. Quest’uomo geniale scrisse svariate opere scientifiche su fenomeni comuni e meno comuni, commissionando a diversi artisti molte splendide tavole esplicative destinate soprattutto alle università e allestendo ciò che può considerarsi come il primo vero e proprio museo di scienza naturale. Dopo la sua morte, i suoi appunti e le immagini relative alle creature mostruose vennero raccolti in una grande opera postuma, la Monstrorum historia, con l’aggiunta di varie considerazioni da parte dello studioso che se ne occupò. L’edizione cui faccio riferimento (1642) è facilmente consultabile da chiunque, come molte altre opere di Aldrovandi, tramite l’archivio digitale di opere storiche a cura dell’Università di Bologna.

Si tratta di un’evoluzione molto saporita del concetto di bestiario: il mostro non è più funzionale a una rappresentazione allegorica moralizzante, ma diviene un caso di studio scientifico vero e proprio, dove stranezza e deformità sono illustrate in quanto aspetto dell’esistente (anche se non mancano le consuete suggestioni mitico-letterarie; il Cinquecento non si era ancora congedato dalle fonti fantasiose ma autorevoli della classicità).

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L’opera prende in esame soprattutto i mostri antropomorfi; spesso si tratta di casi di deformità, che per l’Aldrovandi erano sufficiente materiale, se non proprio per la classificazione di nuove specie, almeno per un resoconto scientifico. La malformazione anatomica cominciava a trovare posto nel contesto medico, e si può dire che il bolognese anticipi Linneo per quanto riguarda la nomenclatura e la precisione, pur non essendo un vero e proprio classificatore sistematico: egli si preoccupò, sì, di presentare le varie forme di anomalie ai futuri studiosi, ma in lui troviamo ancora una certa confusione tra osservazione e leggenda.

Uomini senza faccia, senza braccia, ma anche con arti o teste in esubero si accompagnano a centauri, satiri, creature alate e sciapodi (leggendari uomini con un solo piede gigantesco con il quale si facevano ombra, già descritti da Plinio). Non mancano anche immagini di genti esotiche, selvagge, originarie di luoghi remotissimi, agghindate con strani copricapo o monili; non erano deformi, ma comunque meravigliose, strane. Tutti monstra.

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Un’ottima introduzione alla “mitologia” di Aldrovandi è Animali e creature mostruose di Ulisse Aldrovandi, a cura di Biancastella Antonino (24 Ore Cultura, Milano, 2004). Oltre a una ricca rassegna di splendide illustrazioni a colori di animali, conchiglie e mostri appartenenti al corpus aldrovandiano, l’opera presenta degli interessanti saggi introduttivi, tra cui quello dell’anatomopatologo Paolo Scarani, il quale avanza l’ipotesi che lo sguardo dello studioso bolognese nei confronti dei malformati fosse anche di pietà, e non sempre di disinteressata curiosità. Se Aldrovandi vide e conobbe in prima persona dei “mostri”, come si pose nei loro confronti? Può darsi che l’intento dei suoi studi fosse anche quello di far avvicinare la comunità scientifica alle mostruosità della natura suggerendo un approccio diverso – più umano; per avallare questa ipotesi Scarani prende ad esempio l’immagine di un improbabile uomo-uccello trafitto da alcune frecce. Scarani, inoltre, esamina le immagini dei mostri di Aldrovandi alla luce delle malformazioni oggi diagnosticate: anencefalia, sirenomelia, gemelli parassiti ecc., e ne conclude che Aldrovandi possa considerarsi anche come un innovatore in ambito medico, avendo per primo dedicato un’attenzione tutta particolare alla deformità, anche in ambito animale (ne è un esempio il vitello con sette zampe, fatto illustrare in base a un vero esemplare citato dalle cronache dell’epoca).

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Vista la stranezza di alcuni di questi mostri, non è sempre facile capire dove la fantasia incontri la testimonianza scientifica. Aldrovandi è un interessante punto di incontro tra le credenze antiche (suffragate anche da fonti autorevoli che non ci si poteva ancora permettere di smentire) e la rivoluzione scientifica allora nascente. Alcuni mostri sono riconducibili a patologie ormai “familiari” (negli ultimi anni non abbiamo forse visto, in diversi discutibili programmi televisivi, persone con due teste, senza gambe, col volto completamente ricoperto di una fitta peluria?), ma altri ci fanno più pensare alle saghe fantasy o ai bassorilievi medievali. Così Scarani:

Tutto ciò [la cura di Aldrovandi per i dettagli], insieme con la nitidezza con cui le malformazioni sono rappresentate, fa guardare con un certo imbarazzo le tavole che rappresentano malformazioni decisamente fantasiose. Interpolazioni posteriori? Non credo. Il fatto che alcune tavole si presentino ibride, con malformazioni note accanto a creature fantastiche (come il bambino dal volto di ranocchio [cioè un anencefalico]), mi fa supporre che Aldrovandi le abbia introdotte, magari da stampe popolari, perché così va il mondo! Tanti ne parlavano, anche in pubblicazioni ritenute autorevoli … che, citando le fonti, anche lui si dovette adeguare. Certo, il rispetto del principio d’autorità e delle antiche tradizioni non fa progredire. Ognuno fa quel che può.

L’opera di Aldrovandi, insomma, può considerarsi una grande wunderkammer, una raccolta alquanto disomogenea di cose degne di nota, non classificate in modo rigido e puramente “aristotelico”, ma con una curiosità che aggiunge all’osservazione l’entusiasmo per il meraviglioso e l’inspiegabile. Altri due studiosi di Bologna, B. Sabelli e S. Tommasini, ricordano:

Tutto ciò [la mescolanza eterogenea di oggetti vari nelle stanze delle meraviglie] era stato ereditato dal passato, ma rispondeva anche allo spirito del tempo che vedeva appunto i prodotti naturali come testimonianza e simbolo della tradizione leggendaria – le metamorfosi sono elementi costanti del mito – e considerava l’opera della natura e dell’artista omogenee, forse al massimo antagoniste, in quanto l’artista tendeva a raggiungere o superare la natura.

Ed è da questo concetto di “superamento” che nascono illustrazioni di animali che oggi riconosceremmo facilmente (rinoceronti, lucertole, testuggini), ma alterate rispetto alla realtà, proprio in quanto quell’animale viveva lontano, in terre che né Aldrovandi né il lettore avrebbero mai visitato; e si sa che la stranezza più grande si attribuiva anticamente soprattutto a luoghi remoti, anche perché in effetti “normalità” è spesso un concetto puramente geografico.

Adesso i mostri non abitano in terre lontane e misteriose; eppure la nostra ripugnanza, e la nostra curiosità, sono forse mutate? È inutile negarlo: noi abbiamo bisogno dei mostri, se non altro per rassicurarci della nostra normalità, per avere dominio su ciò che non capiamo. E Aldrovrandi anticipa di molto la teratologia ottocentesca: molte delle sue tavole possono ritenersi validissime anche nei secoli successivi, e casi di “vite straordinarie” che oggi diversi programmi televisivi ci raccontano per tenerci incollati al televisore, egli già li aveva osservati. Ne sono esempi la ragazza col volto completamente ricoperto di peli, o quella priva di gambe, che era tra l’altro, come ci dice una cronaca dell’epoca, splendida di viso. Il circo non ha mai lasciato la città, si è solo massificato. Ancora Scarani:

Colpisce, in queste rappresentazioni, la quasi sovrapponibilità con casi teratologici illustrati da studiosi posteriori ad Aldrovandi. Forse le tavole del Nostro furono copiate. Non credo che questa sia la sola spiegazione, anche se accettabile, dato il grande successo dell’iconografia aldrovandiana. Preparati naturali di malformati più recenti, o loro fotografie, sono perfettamente sovrapponibili a molte tavole di Aldrovandi.

Come ci sembra strano ritrovare oggi, accanto a queste malattie rare, i buffi e leggendari Sciapodi, ritratti nella loro canonica postura!

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Aldrovandi, peraltro, non andò solo a caccia di mostri, e la teratologia non è che uno dei molti rami di studi di cui si occupò. In questo termine, “teratologia”, è presente la radice greca per “mostro”, “fiera”: è anche per via di uomini dall’ingegno straordinario, come appunto Aldrovandi, che la diversità, per fortuna, non si associa più esclusivamente al male. Eppure il mostruoso, anche ora che la tendenza generale è di “livellare” le categorie umane tra loro, non finisce di attirarci. Ci ricorda quanto fragile sia il nostro dominio su una realtà che sembra fornirci per puro caso un certo numero di gambe e di occhi, e per puro caso darcene in eccesso o in difetto. Il mostro rappresenta il caos, e il caos, anche se non necessariamente è malvagio, e anche se non abbiamo più scuse mitico-religiose per sbarazzarcene, forse ci apparirà sempre nemico.

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Impostori: due finzioni animali

Immaginate un essere mitologico, un ibrido per metà serpente e per metà ragno, capace di togliere il sonno contemporaneamente ad aracnofobici ed erpetofobici. Immaginate la sua coda, da cui spuntano otto zampe mutanti, e al cui apice si aprono tanti, piccoli occhi neri e lucidi che squadrano la preda. Potrebbe sembrare una fantasia lovecraftiana, o una nuova incarnazione dell’alieno protagonista del celebre film La cosa.
E invece un essere simile esiste davvero. Anche se ovviamente la realtà è un po’ diversa.

Nel 1968, William e Janice Street si trovavano in Iran. Era la loro seconda spedizione naturalistica per conto del Field Museum di Chicago (nel decennio successivo ne avrebbero effettuate altre tre, in Afghanistan, Perù e Australia), con l’obiettivo di arricchire di nuovi esemplari la collezione del museo. La missione era focalizzata principalmente sui mammiferi, ma nel loro viaggio i coniugi Street stavano prelevando anche diversi rettili.
Un giorno, notarono un serpente alla cui coda sembrava fosse rimasto aggrappato un solifugo — un tipo di aracnide tipico delle regioni aride e sabbiose. Una volta riportato l’esemplare al museo, però, lo studioso Steven Anderson lo esaminò meglio e si accorse che il presunto ragno faceva in realtà parte della morfologia stessa della vipera: poteva trattarsi (a quanto si poteva speculare, dato che un solo esemplare era noto) di un tumore, un difetto congenito, o un parassita. Il serpente venne identificato come Pseudocerastes persicus, la vipera cornuta persiana, e dimenticato fra gli scaffali del museo per quasi quarant’anni.

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Nel 2003, però, il ricercatore Hamid Bostanchi si ritrovò fra le mani un secondo esemplare, identico a quello già catalogato. Cominciò dunque a sospettare che la mutazione, visti i 35 anni passati dal primo ritrovamento, fosse qualcosa di più di un difetto fisico. Fu il primo dunque a formulare l’ipotesi che si trattasse di una specie sconosciuta.
Un terzo esemplare venne poi scoperto nella sezione animali velenosi del Razi Institute a Karaj, Iran: era stato erroneamente catalogato come una vipera cornuta del deserto.
A questo punto Bostanchi, insieme al primo scopritore Steven Anderson e ad altri colleghi, pubblicò le sue ricerche battezzando il nuovo serpente Pseudocerastes urarachnoides (“dalla coda di ragno”) in un saggio del 2006.

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Le radiografie mostravano le vertebre caudali, prive di qualsiasi segno di malformazione, estendersi fino all’interno di questa struttura anomala, formata evidentemente da scaglie modificate. Visto che molte vipere utilizzano i movimenti della coda per attirare le prede, Bostanchi ipotizzò che questa strana appendice a forma di ragno non fosse altro che un’elaborata esca di caccia.
Nel 2008 venne catturato uno P. urarachnoides vivo, e in cattività l’animale pareva effettivamente usare la sua coda per far avvicinare passeri e pulcini; poi, con uno scatto repentino, li mordeva avvelenandoli in meno di mezzo secondo. Nel suo stomaco vennero trovate tracce di altri uccelli, segno che forse l’esca era “pensata” appositamente per ingannare i volatili.

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A dirimere qualsiasi dubbio e verificare l’ipotesi, si susseguirono altre osservazioni, anche in natura. Ecco un recente e straordinario video in cui vediamo la vipera dalla coda di ragno utilizzare la sua esca caudale per ingannare e catturare un uccello.

Se la vipera che imita un minuscolo aracnide può sembrare un caso eccezionale di mimetismo, la cosa davvero stupefacente è che in natura si può trovare un esempio esattamente speculare: un insetto, cioè, che imita un serpente.
Si tratta del Dynastor darius, una farfalla che durante il suo stadio di pupa si rinchiude in una crisalide dall’aspetto decisamente poco raccomandabile per eventuali predatori: quello, appunto, di una testa di rettile.

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La pupa è ancora cosciente del mondo fuori dalla crisalide, e se avverte di essere in pericolo è in grado di scuotere la sua “maschera” per renderla più realistica e convincente.

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L’uomo, si sostiene talvolta, sarebbe l’unico animale capace di menzogna.
Eppure, dal criptismo al mimetismo, sembra che la finzione e l’impostura siano estremamente diffuse nel resto degli esseri viventi: armi affinate nel tempo sia per l’attacco che per la difesa. Il predatore deve camuffare la sua presenza, la preda confondere i sensi dell’avversario, e così via in un incessante gioco di specchi in cui nulla è ciò che sembra.

Mentire, forse, è in realtà più “naturale” di quanto immaginiamo.

Il cimitero degli elefanti

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Ne Il re leone (1994), celebre cartone animato targato Disney, il piccolo leoncino Simba viene ingannato dal villain Scar e si ritrova assieme alla sua amica Nala in un inquietante cimitero di elefanti: centinaia di immensi scheletri di pachidermi si estendono fino all’orizzonte. In questa suggestiva location il piccolo protagonista subirà un agguato da parte di tre fameliche iene.

L’ambientazione della rocambolesca scena, in realtà, non è un’invenzione degli autori del film. Il cimitero degli elefanti compariva già in Trader Horn (1931), e in alcune pellicole di Tarzan interpretate dall’iconico Johnny Weissmuller.
E il fatto più interessante è che dell’esistenza di un misterioso e gigantesco cimitero collettivo, dove gli elefanti da millenni si recherebbero per morire, si era cominciato a parlare già dalla metà dell’800.

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Questo luogo leggendario, descritto come una sorta di santuario segreto, nascosto nei più profondi recessi dell’Africa Nera, è uno dei miti più durevoli relativi al periodo d’oro delle esplorazioni e della caccia grossa. Si trattava di un vero e proprio Eldorado africano, in cui l’avventuriero abbastanza coraggioso avrebbe trovato un tesoro indicibile: la grotta, o la valle inaccessibile, assieme agli scheletri degli elefanti conteneva infatti una tale quantità di avorio da rendere ricco sfondato chi l’avesse scoperto.

Ma trovare un simile luogo, come esige ogni leggenda che si rispetti, non era certo facile. Chi l’aveva visto, o non era più tornato indietro… oppure, non sapeva ritrovarne l’entrata. Si raccontavano storie di cercatori che si erano messi sulle tracce di un elefante vecchio e malato, distaccatosi dal branco, e l’avevano seguito per giorni sperando che li conducesse all’agognato cimitero; salvo poi accorgersi che l’animale li aveva guidati in un enorme cerchio, per confonderli, ed essi si erano ritrovati al punto di partenza.

Secondo altre versioni, il fantomatico ossario sarebbe stato considerato dagli indigeni un luogo sacro. Chiunque vi si fosse avvicinato, anche casualmente, avrebbe dovuto fare i conti con i temibili guardiani del cimitero, un gruppo di guerrieri capeggiati da uno sciamano, che proteggevano l’entrata al santuario.

Quella del cimitero degli elefanti, menzionata anche da Livingstone e circolata in Europa fino ai primi decenni del ‘900, è per l’appunto una leggenda. Ma da dove nasce? È possibile che il mito affondi le sue radici in qualche tipo di realtà?

Innanzitutto, esistono effettivamente dei luoghi in cui sono state rinvenute alte concentrazioni di ossa di elefanti, come se diversi animali si fossero recati in un unico, preciso punto per morire.
La spiegazione più plausibile è da ricercarsi, sorprendentemente, nella dentatura. Gli elefanti infatti hanno soltanto due tipi di denti: i molari e gli incisivi. Le zanne non sono altro che due incisivi modificati, che crescono lentamente e incessantemente, e vengono regolate dalla continua usura. Al contrario, i molari sono sostituiti ciclicamente: durante tutto il corso della vita dell’animale, che può arrivare in natura ai cinquanta o sessant’anni di età, nuovi denti crescono sul retro della mandibola, spingendo in avanti quelli più vecchi.

Un elefante può avere da quattro fino a un massimo di sei cicli di molari nell’arco della sua esistenza – non di più.
Ma se un esemplare vive abbastanza a lungo, cioè per diversi anni dopo che l’ultimo ciclo è avvenuto, non vi è più alcun ricambio e la sua dentatura ormai usurata cessa di essere funzionale. Questi vecchi elefanti dunque stentano a nutrirsi di arbusti e piante dure, e si spostano nelle zone in cui la presenza di una sorgente garantisce la presenza di erbe più soffici e nutrienti. La stanchezza dell’età li porta anche a preferire aree in cui la vegetazione è più densa, e in cui fanno meno fatica a procacciarsi il cibo. Secondo alcuni studiosi, le acque fangose di una sorgente potrebbero dare sollievo alle sofferenze e alle carie di questi anziani pachidermi; gli animali denutriti comincerebbero inoltre ad abbeverarsi maggiormente, e questo potrebbe in realtà aggravare il loro stato, diluendo il glucosio nel loro sangue.
Fatto sta che la ricerca dell’acqua e di una vegetazione più adatta potrebbe spingere diversi elefanti malati in prossimità della stessa sorgente. Questa ipotesi spiegherebbe il ritrovamento di accumuli di ossa in aree relativamente circoscritte.

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Una seconda spiegazione per la leggenda potrebbe, più tristemente, essere collegata al commercio o contrabbando dell’avorio. Non è raro che ancora oggi vengano scoperti dei “cimiteri di elefanti” che si rivelano essere in realtà dei luoghi di massacro, in cui gli animali vengono uccisi e mutilati dai cacciatori di frodo per le loro preziose zanne. Simili ritrovamenti di ossa potrebbero aver suggerito l’idea che il branco si fosse volutamente assembrato lì per aspettare la fine.

Ma le storie sul cimitero nascosto potrebbero essere nate anche dall’osservazione dei comportamenti degli elefanti di fronte alla morte di un loro simile.
Questi animali, infatti, sono ritenuti fra i mammiferi più “intelligenti” in quanto mostrano relazioni sociali molto complesse all’interno del gruppo, caratteristiche comportamentali elaborate, e spesso si rendono protagonisti di stupefacenti dimostrazioni di altruismo anche verso altre specie. Emblematico è il caso di un elefante indiano domestico, impiegato al seguito di un camion che trasportava tronchi; ad un segno del padrone, l’animale sollevava uno dei tronchi dal rimorchio, e lo infilava nell’apposita buca precedentemente scavata. Arrivato però ad una certa buca, l’elefante si rifiutò di eseguire l’ordine; quando il padrone scese per investigare, scoprì un cane addormentato sul fondo. Soltanto quando il cane fu fatto uscire, l’elefante piantò il tronco (riportato da C. Holdrege in Elephantine Intelligence).

Quando un elefante muore — specialmente se si tratta della matriarca — gli altri componenti del branco restano in silenzio attorno alla carcassa, per giorni interi. Lo toccano gentilmente con le proboscidi, come se stessero inscenando un vero e proprio rituale di lutto; si allontanano per cercare cibo e acqua soltanto a turno, ritornando sul posto poco dopo e mantenendo comunque una “guardia” di stanza attorno al corpo. Talvolta eseguono una sorta di rudimentale sepoltura, coprendo e nascondendo la carcassa con sterpi e rami spezzati appositamente. Perfino incontrando le ossa di un elefante sconosciuto, possono rimanere per ore o giorni a toccare e spargere i resti.

Il dibattito etologico su questi comportamenti è ovviamente aperto: gli animali potrebbero essere attratti e confusi dall’avorio presente nei resti, in quanto si tratta di uno dei veicoli comunicativi più utilizzati socialmente; e secondo alcune ricerche essi mostrerebbero talvolta lo stesso “stupore” anche per carcasse di uccelli o perfino semplici pezzi di legno. Ma sembra assodato che gli elefanti nutrano un particolare riguardo per gli esemplari della propria specie, feriti o morti.

Essendo, assieme a certe specie di primati, gli unici animali oltre all’uomo a mostrare questa partecipazione di fronte alla morte, gli elefanti sono da sempre stati associati ai sentimenti umani – soprattutto dalle popolazioni che vivono in stretto contatto con loro. Fra l’elefante e l’uomo c’è sempre stato un importante legame di parentela simbolico: ed ecco dunque svelarsi l’ultimo, e il più profondo livello di lettura.

La leggenda del cimitero nascosto, oltre ad essere evidentemente suggestiva, è anche una potente allegoria: quella della morte volontaria, del cammino che l’anziano della tribù intraprende per morire in solitudine e in dignità. Sollevando la comunità dal fardello della vecchiaia, e lasciando di sé un’immagine coraggiosa e forte, egli si avvia nel luogo sacro in cui potrà mettersi in contatto con gli spiriti degli antenati, pronti finalmente ad accoglierlo con onore.

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Johannes Stötter

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Confessiamo di non essere particolarmente appassionati di body painting. Ma di fronte alle creazioni dell’artista sudtirolese Johannes Stötter non si può che rimanere a bocca aperta.

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Johannes ha studiato educazione e filosofia all’Università di Innsbruck; nato e cresciuto in una famiglia di musicisti, canta, suona il violino e il bozouki in una band folk celtica. Ha cominciato a sviluppare le sue doti artistiche da completo autodidatta, senza prendere particolare ispirazione da artisti precedenti: così il suo stile si è formato a poco a poco in modo originale.

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Dopo aver fatto la sua “entrata” ufficiale nella comunità bodypainting partecipando al World Bodypainting Festival in Austria nel 2009, è diventato celebre in tutto il mondo nel 2013 grazie alla sua rana tropicale costituita da cinque corpi umani dipinti.
Da allora la carriera di Johannes ha visto un successo sempre crescente. Oggi insegna alla World Bodypainting Academy e alla Yoni Academy.

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Le sue creazioni migliori si inseriscono nella categoria del camouflage, e il suo talento è quello di mimetizzare e nascondere, invece che esaltare, le forme del corpo umano. I soggetti di Johannes Stötter subiscono una metamorfosi, e grazie all’uso del colore la loro presenza viene trasfigurata o riconfigurata. Possono scomparire completamente, fondendosi con l’ambiente circostante, oppure dare vita a illusioni ottiche di cui è quasi impossibile venire a capo a prima vista.

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Cosa c’è di più risaputo del fisico di un uomo o una donna? Eppure, vero strumento di stupore, la pittura di Stötter riesce a farcelo ammirare in maniera differente, mostrandolo come parte integrante della natura. Quasi che la nostra pelle non fosse in realtà una barriera, un confine con l’esterno, ma un punto di fusione e di contatto con la meraviglia del tutto.

Ecco il sito ufficiale di Johannes Stötter.