Stupri, molestie e #MeToo animali

Articolo apparso originariamente su #ILLUSTRATI n. 52 — Delitti Bestiali

Lo stupro, oltre a essere un crimine, è un atto moralmente repellente.
Ma ha una sua motivazione evoluzionistica?

Prima di scandalizzarci per questa domanda, ricordiamo che essa è solo apparentemente scomoda, perché anche se si arrivasse a dimostrare che lo stupro riveste una qualche utilità ai fini della continuazione della specie, questo non cambierebbe di una virgola la dimensione etica del problema; di fatto le società umane hanno da tempo immemorabile messo in pratica tutta una serie di regole proprio per evitare che sia la cosiddetta “legge della giungla” a governare i rapporti sociali. La nostra cultura e le nostre leggi sono pensate anche per tutelare il debole contro i soprusi del più forte, che invece nello stato naturale avrebbe la meglio.
Detto questo, rispondere alla domanda non è semplice. Generalizzando si può affermare che, almeno in natura, lo stupro deriva effettivamente da stimoli adattivi ed evoluzionistici; eppure non sempre si rivela una strategia riproduttiva vincente.

Il sesso non consensuale tra gli animali è abbastanza raro, ma ciò non significa che non ne esistano declinazioni anche particolarmente violente.
La lontra marina maschio forza la compagna al rapporto sessuale infliggendole danni anche gravi perché, non riuscendosi ad aggrapparsi al suo pelo scivoloso e bagnato, le artiglia o le morde il muso ferendola a sangue. Uno stupratore particolarmente violento, osservato dagli studiosi nella baia di Monterey in California, ha fatto annegare la femmina durante il rapporto; ne ha poi trascinato in mare il cadavere per giorni, finché non ha trovato la vittima successiva.
Fin dal XVII secolo è noto che il maschio del germano reale (la classica anatra dalla sgargiante testa verde, che troviamo nei laghetti dei parchi cittadini) organizza degli stupri collettivi. Quando un gruppo di una decina di maschi cattura una femmina, spesso la stupra fino alla morte. La violenza di branco è talmente diffusa che quasi un’anatra femmina su dieci finisce i suoi giorni in questo modo terribile.

Tra i “peggiori elementi” del regno animale vanno annoverate di certo le cimici dei letti. I maschi conficcano il loro organo sessuale, simile a un pugnale o una lancia, in una qualsiasi parte del corpo femminile. Questa aggressione, non a caso definita “inseminazione traumatica”, ha lo scopo di rilasciare lo sperma nel sangue della vittima. Entrato in circolazione, esso raggiunge una sorta di organo accumulatore dove viene utilizzato per la fecondazione delle uova, appena la femmina riesce a cibarsi del sangue umano, oppure viene digerito sotto forma di proteine. Ma i maschi delle cimici non si fermano neppure di fronte a individui dello stesso sesso: trafiggono anche loro, iniettando i propri spermatozoi che raggiungono il condotto spermatico del maschio colpito. Quando questo, a sua volta, violenterà una femmina, le trasmetterà inconsapevolmente lo sperma del suo aggressore.
L’entomologo Howard Ewans, piuttosto disgustato dallo spettacolo, ha scritto: “dinanzi alla rappresentazione di questa schiera di cimici dei letti che si divertono aspettando il prossimo pasto a base di sangue – cioè copulando a piacere e indipendentemente dal sesso e trasmettendosi reciprocamente attraverso lo sperma sostanze nutritive –, al confronto Sodoma sembra il Vaticano” (citato in M. Miersch, La bizzarra vita sessuale degli animali, Newton Compton 1999).

Eppure, come dicevamo, non sempre queste aggressioni giovano alla specie. Fino a poco tempo fa, gli studiosi supponevano che i due sessi avessero sempre un fine riproduttivo comune; recentemente però si è cominciato a considerare l’ipotesi di un conflitto sessuale, causato da un’evoluzione non perfettamente allineata tra i due sessi. Il maschio, per esempio, può ricercare una maggiore frequenza di copula per aumentare le possibilità di trasmissione del suo corredo genetico, mentre la femmina tende a ridurre lo stress fisico derivante dall’accoppiamento al fine di garantire una nidiata più sana. Le due strategie, evidentemente, non vanno a braccetto.
Così anche la frenesia sessuale delle cimici dei letti, a lungo andare, ha effetti controproducenti: la frequenza degli accoppiamenti non è ottimale per il mantenimento della fertilità della femmina, anzi le continue ‘pugnalate’ ne riducono la longevità e il successo riproduttivo.

Lo stupro esiste anche tra i nostri parenti più stretti, i primati – in particolare è diffusissimo tra gli oranghi. Ma, proprio come è avvenuto nelle nostre società, anche alcune specie hanno adottato delle contromisure.
Presso i catta, i colobo rossi, i macachi e gli ateli, le femmine si organizzano in gruppi anti-stupro capaci di tenere a bada i maschi più irrequieti, e addirittura di allontanare dal branco gli individui sgraditi. Un vero e proprio #MeToo delle scimmie, che conferma come anche in natura i due sessi abbiano talvolta un rapporto conflittuale.

La legge della lingua

Articolo apparso originariamente su #ILLUSTRATI n. 50 – Il posto delle balene

La cittadina costiera di Eden, in Australia, era nell’Ottocento uno degli epicentri della baleneria. Si affacciava (e si affaccia ancora) sull’insenatura di Twofold Bay, dove tra l’inverno e la primavera faceva la sua comparsa la balena franca australe, in vista dell’accoppiamento.

Questo enorme cetaceo si muove a rilento, la sua stazza gli preclude scatti e guizzi. Era dunque la preda perfetta per i balenieri, in grado di ottenere molti barili d’olio da un solo mammifero; durante una sola stagione di caccia, se ne catturavano fino a 22 esemplari, assicurando così alle famiglie di Eden una rendita sufficiente per tutto l’anno.
Ma ogni inverno, assieme alle balene, arrivavano anche i branchi di orche assassine, e volevano la stessa cosa dei pescatori.

Inizialmente questi ultimi, avvertendo la competizione, cercarono di scacciarle.
A quanto si dice, però, le cose cambiarono a partire dal 1840 circa, quando i balenieri cominciarono a reclutare come arpionieri alcuni aborigeni della tribù Thaua. Questi nativi, infatti, si erano dedicati alla caccia delle balene per migliaia di anni prima che arrivassero gli europei, e avevano stretto un “patto” con le orche.

Quando le orche intercettavano un gruppo di balene in migrazione, le accerchiavano spingendole fin dentro al golfo di Twofold Bay, vicino alla costa. Qui un’orca maschio, il capobranco, nuotava fino al molo per allertare i balenieri, saltando e schiaffeggiando l’acqua con la coda. Gli uomini balzavano sulle barche e avevano gioco facile nell’arpionare e uccidere le balene. In cambio dell’aiuto ricevuto, i balenieri instaurarono la cosiddetta “legge della lingua”: legavano la carcassa della balena appena uccisa a una barca o a una boa, e la lasciavano in acqua tutta la notte in modo che le orche potessero reclamare la loro parte del bottino – vale a dire, le enormi labbra e la lingua del cetaceo con cui pasteggiare. Il resto del corpo, contenente il grasso e le ossa preziosi per i pescatori, non veniva toccato.

Una carcassa di balena fotografata nel 1908: qui le orche avevano già divorato lingua e labbra.

Per gli abitanti di Eden, le orche divennero compagne irrinunciabili: venivano liberate non appena rimanevano impigliate nelle reti da pesca e si racconta che allontanassero perfino i pericolosi squali dalle fragili scialuppe dei balenieri.
L’orca maschio che interagiva maggiormente con gli uomini richiamando la loro attenzione era lunga sette metri e pesava circa sei tonnellate: divenne nota con il soprannome di Old Tom.

Un baleniere, e Old Tom sullo sfondo.

Questa cooperazione durò per quasi un secolo.
Nel 1923 un certo John Logan, allevatore in pensione, uscì a caccia assieme a George Davidson, baleniere di terza generazione. Come era solito fare, Old Tom spinse verso di loro una piccola balena, che gli uomini uccisero. Ma si avvicinava una tempesta, e la stagione era stata davvero magra: Logan, temendo che quella potesse essere l’ultima balena dell’anno, decise di infrangere per la prima (e unica) volta la legge della lingua.
Usò il suo arpione per spingere lontano dalla preda Old Tom, che giustamente pretendeva il suo compenso. Con un colpo male assestato, senza volerlo davvero, Logan finì per strappare un paio di denti alla povera orca. Quando Old Tom, ferito, nuotò via dalla barca, Logan mormorò: “Oh Dio, cos’ho fatto?”

Le gengive di Old Tom si infettarono e negli anni successivi l’orca fece sempre più fatica ad alimentarsi; il 18 settembre 1930 venne trovata spiaggiata vicino a Eden, morta di stenti e di fame.
Da quel momento il suo branco scomparve per non fare più ritorno.

Oggi, lo scheletro di Old Tom è esposto all’Eden Killer Whale Museum, a perenne ricordo della bizzarra, ma fruttuosa, alleanza tra gli uomini e le orche assassine.

Link, curiosità & meraviglie assortite – 14

  • Il 19 giugno è morta Koko, la gorilla che sapeva utilizzare la lingua dei segni, dipingeva e amava i gattini. Ma Koko non è stata l’unico primate in grado di comunicare con gli umani; il primo, storico tentativo di “far parlare” una scimmia si svolse in maniera piuttosto catastrofica, come ho raccontato in questo vecchio post.
  • Avete bisogno di bacarozzi, farfalle, blatte, millepiedi, lucciole, api, o qualsiasi altro insetto per il film che state girando? C’è questo signore che crea degli ultrarealistici prop cinematografici entomologici, scritturati anche dalle più grandi produzioni hollywoodiane. (Grazie, Federico!)
  • Se pensate che le pompette enlarge-your-penis che vi propongono nelle email di spam siano una trovata recente, eccone una del XIX° secolo (tratta da Albert Moll, Handbuch der Sexualwissenschaften, 1921).

  • I funerali del Ghana hanno goduto di una certa popolarità su internet per via delle pittoresche bare fatte a forma di vari strumenti e oggetti (io ne avevo parlato nella seconda parte di questo articolo), ma c’è un problema: ultimamente i rituali sono diventati talmente complicati e ossessivi che i corpi dei defunti vengono sepolti dopo mesi, o perfino diversi anni, dalla morte.
  • Questo tweet.
  • 1865: durante la conquista del Matterhorn, una strana e sconvolgente apparizione si verifica. Con tutta probabilità si tratta di un rarissimo evento atmosferico, ma mettetevi nei panni degli scalatori che hanno appena perso quattro dei loro compagni cercando di raggiungere la vetta, e vedono un arco e due enormi croci fluttuare nel cielo sopra la nebbia.
  • La strana bellezza dei dagherrotipi rovinati dal passare del tempo.

  • Cosa c’è di così strano in queste foto di un tizio che sta preparando dei taco per una cenetta tra amici?
    Niente, a parte il fatto che la carne proviene dal suo piede sinistro, amputato a seguito di un incidente.

Pensateci: perdete una gamba, provate a chiederla indietro dopo l’operazione, e ve la danno. Prima di cremarla, perché non assaggiarne una fettina? Dopotutto si tratta della vostra gamba, del vostro piede, non fate male a nessuno, e vi togliete una curiosità. Cannibalismo etico.
È quanto ha deciso di provare un giovane uomo, invitando alla degustazione alcuni amici “dalla mente aperta“. Poi, a distanza di due anni, si è deciso a raccontare su Reddit come si è svolta la serata. I tacos a base di carne umana sembra siano stati piuttosto apprezzati, tranne da uno dei commensali (che, nelle parole del protagonista, “mi ha dovuto sputare su un tovagliolo“).
L’esperimento, condotto peraltro nei limiti della legalità visto che negli Stati Uniti non esiste una legge che proibisca il cannibalismo, com’era prevedibile ha suscitato reazioni viscerali; il celebre auto-cannibale è stato perfino intervistato da Vice. E ha affermato che questa piccola pazzia l’ha aiutato piscologicamente a superare il trauma: “mangiare il mio piede è stato un modo divertente, strano e interessante per voltare pagina“.

  • Visto che parliamo di disgusto: una nuova ricerca ha determinato che le cose che ci fanno schifo sono organizzate in sei categorie principali. Ai primi posti, non è una sorpresa, si posizionano le ferite infette e le istanze legate all’igiene (puzza, escrementi, ecc.), probabilmente perché segnalano situazioni in cui il nostro organismo è in pericolo di contrarre malattie.
  • Qualcuno ha ordinato nuvole di gambero?
    A Qingdao, in Cina, dal cielo è caduto l’equivalente di un’intera pescheria (sotto, qualche foto). E ancora oggi le piogge di animali restano un bell’enigma.

EDIT: Quest’ultima foto è falsa (non le altre).

  • In Svezia c’è una sindrome misteriosa: colpisce esclusivamente i bambini figli di rifugiati sovietici che sono in attesa del verdetto riguardo il loro permesso di soggiorno.
    Viene chiamata “Sindrome da Rassegnazione”: lo spettro del rimpatrio forzato, lo stress di non comprendere la lingua e le estenuanti trafile burocratiche spingono questi bambini prima all’apatia, poi alla catatonia e infine al coma. All’inizio dell’epidemia si sospettava una clamorosa messinscena, ma i medici hanno compreso che questa grave alterazione psicologica è tutt’altro che una finzione; il coma può durare anche due anni, avere recidive, e l’effetto domino ha fatto sì che tra il 2015 e il 2016 si siano registrati ben 169 episodi.
    Ecco un articolo che approfondisce questa drammatica patologia, e un più veloce riassunto su Wired. (Grazie, David!)

Anatomia del corsetto.

  • Simulatore di bombe atomiche: decidete dove sganciare l’ordigno, il tipo e i kilotoni, se farlo esplodere al suolo o in aria. Poi inorridite, e scoprite gli effetti.
  • Mari Katayama è un’artista giapponese. Fin da piccola ha cominciato a cucire oggetti particolari, incorporando conchiglie e gioielli nelle sue creazioni. Affetta da ectrodattilia, all’età di nove anni ha subito l’amputazione di entrambe le gambe. Oggi il suo corpo è entrato a far parte dei suoi progetti, e i suoi autoritratti sono di una bellezza a mio parere sconvolgente. Ecco alcuni dei suoi lavori.
    (Sito ufficiale, Instagram)

Quando gli studenti di medicina organizzavano delle goliardate mica male. (Tratto da questo libro meraviglioso.)

  • Il grande scheletro che vedete sulla sinistra, qui sotto, è quello del gigante irlandese Charles Byrne (1761–1783), e appartiene allo Hunterian Museum di Londra. Si tratta del reperto più discusso dell’intera collezione anatomica, e per un buon motivo: quando era ancora in vita, Byrne aveva chiaramente espresso il desiderio che le sue spoglie venissero gettate in mare, e che per nessun motivo fossero mai messe in mostra in un museo — un’idea che lo orripilava.
    Quando Byrne morì, gli amici organizzarono il suo funerale nella città costiera di Margate, ignorando che la cassa conteneva soltanto pietre: l’anatomista William Hunter aveva pagato un becchino perché rubasse il prezioso cadavere del gigante. Da allora, lo scheletro è rimasto esposto al museo e, nonostante abbia certamente contribuito agli studi sull’acromegalia e il gigantismo, è sempre stato un pezzo “scomodo” dal punto di vista etico.
    Ecco la notizia: pare che, approfittando di una chiusura triennale per restauri, il comitato scientifico del museo stia valutando un’eventuale sepoltura dei resti ossei di Byrne. Se così fosse, si tratterebbe di una decisione spartiacque nel campo dell’esposizione museale etica di resti umani.

  • Come in un romanzo giallo: spunta il diario segreto ritrovato scritto sul retro delle assi di un pavimento in un castello francese, contenente storie criminali e torbidi intrighi di paese. (Grazie, Lighthousely!)
  • La lettura più simpatica degli ultimi tempi ci è gentilmente offerta dal grande Thomas Morris, che ha scovato un delizioso report medico del 1852. Riassumo per chi non mastica l’inglese: un signore, sposato con figli ma segretamente dedito all’onanismo più sfrenato, prova innanzitutto di inserire un pezzo di pene di toro all’interno del suo pene, tramite l’uretra. Il pezzo di carne però si incastra, e il gentleman deve ricorrere all’aiuto del medico per estrarlo. Non contento del risultato, decide qualche tempo dopo di infilarsi un tubo di 28 centimetri attraverso lo stesso pertugio, ma la sonda gli scivola tra le dita, scomparendo dentro di lui; prima che si riesca a operarlo, il ferro finisce per lacerargli la vescica e perdersi nell’addome. Una fine ingloriosa, oppure orgogliosamente libertina, decidete voi.
    A me ha ricordato un vecchio adagio: “non fare mai niente che non vorresti essere trovato morto mentre lo stai facendo“.

E con questo è tutto, alla prossima!

Mocafico, Haeckel, Blaschka e la congiuntura della meraviglia

In questo post vorrei parlarvi di tre diverse, particolari scoperte fatte a distanza di anni.

∼ 2009 ∼

Avevo appena aperto, o stavo per aprire, questo blog. Nel corso delle mie ricerche notturne, ricordo di essere rimasto impressionato dal lavoro di un fotografo italiano specializzato in nature morte: Guido Mocafico.
In particolare mi avevano colpito – ovvia affinità di gusto – i suoi scatti ispirati alle vanitas olandesi del XVI e XVII secolo: le fotografie mostravano un uso straordinariamente raffinato della luce e della composizione (potevano quasi passare per dei dipinti), ma non era tutto.

In questa serie superlativa, Mocafico riproponeva molti motivi classici che rimandano alla caducità dell’esistenza (l’homo bulla, la clessidra, la candela che si consuma, ecc.) con un gusto e un’attenzione filologica ineccepibili; i dettagli tradivano la rigorosa e approfondita preparazione, lo studio meticoloso che sottendeva ogni fotografia.

Archiviai queste suggestive fotografie, riproponendomi di parlarne prima o poi sul blog. Una promessa mai mantenuta, fino ad ora.

∼ 2017 ∼

L’anno scorso Taschen ha pubblicato una sontuosa, gigantesca edizione dei lavori di Ernst Haeckel.
Lo scienziato tedesco, vissuto a cavallo tra Ottocento e Novecento, è una figura d’eccezione: biologo marino, naturalista, filosofo, fu tra i maggiori divulgatori dell’evoluzione darwiniana in Germania. Scoprì e catalogò migliaia di nuove specie, ma soprattutto le rappresentò in centinaia di coloratissime illustrazioni.

Il volumone di Taschen, pagina dopo pagina, è una meraviglia continua. Un’immersione in un mondo sconosciuto e alieno – il nostro mondo, popolato da microorganismi dalla bellezza mozzafiato, meduse di rara grazia, esseri viventi di ogni foggia e struttura.

È una doppia esperienza estetica: siamo sbigottiti da una parte dalla fantasia della natura, e dall’altra dalla bravura dell’artista.
Confesso che quando lo sfoglio mi succede spesso di tralasciare, volutamente, le indicazioni tassonomiche: dopo un po’ le categorie, le nomenclature inventate dagli uomini sembrano perdere di significato, ed è preferibile perdersi nella pura contemplazione di quelle forme perfette, intricate, inusuali, esuberanti.

∼ 2018 ∼

Londra, Natural History Museum, un paio di settimane fa.
Eccomi lì, imbambolato per mezz’ora buona a fissare il modello di un radiolario, un organismo unicellulare presente nel placton. Nel buio della sala, la luce proveniente dall’alto mette in risalto l’intricata fattura del modellino. Il livello di dettaglio, la fragilità dei sottilissimi pseudopodi e la capacità di rendere la texture traslucida del protozoo sono sconvolgenti.

La particolarità dell’oggetto in questione è il materiale con cui è costruito, cioè il vetro: si tratta di un modello realizzato nell’Ottocento dai mastri vetrai Leopold e Rudolph Blaschka.
E questo è soltanto uno tra migliaia e migliaia di simili capolavori creati dai due artisti di Dresda.

I Blaschka erano una famiglia boema di artigiani vetrai, e Leopold nacque ereditando i geni di diverse generazioni di soffiatori di vetro. Particolarmente dotato fin da ragazzo, realizzò decorazioni e occhi di vetro per molti anni, fino a quando nel giro di poco tempo perse, a causa del colera, sua moglie, suo figlio e suo padre. Distrutto dal dolore, si imbarcò alla volta dell’America ma la nave fu costretta in mare per due settimane per l’assenza di vento. Durante questo arresto forzato, nel periodo più tetro della sua vita, Leopold venne salvato dalla meraviglia: una notte rivolse i suoi occhi all’oceano scuro, e di colpo notò “lampeggianti raggi di luce, come circondati da migliaia di scintille, che formavano veri e propri agglomerati di fuoco e altri intensi puntini luminosi, come stelle specchiate”. Il ricordo del magico spettacolo a cui aveva assistito non lo abbandonò mai più.

Anni dopo, tornato a Dresda e risposatosi, cominciò a creare dei fiori di vetro, come passatempo; le sue orchidee erano così perfettamente realizzate che attirarono l’attenzione del principe Camille de Rohan prima, e in seguito del direttore del Museo di Storia Naturale. Quest’ultimo commissionò a Leopold dodici modelli di anemoni di mare; e fu così che, memore degli invertebrati visti risplendere quella notte dalla nave in bonaccia, Leopold cominciò a dedicarsi ai modelli scientifici. In breve i modelli marini Blaschka – e i fiori in vetro – divennero famossissimi; Leopold, affiancato dal figlio Rudolph, collaborò con tutti i più importanti musei. Dopo la sua morte, Rudolph continuò l’opera con una perfezione tecnica ancora più raffinata, producendo per l’erbario dell’Università di Harvard 4.400 modelli di piante.
Gli animali marini realizzati da padre e figlio in totale furono circa 10.000.

La loro maestria era tale da non essere mai più replicata da alcun artigiano. “Molte personescriveva Leopold nel 1889 – credono che mio figlio ed io possediamo qualche segreta attrezzatura che ci permette di realizzare velocemente il vetro in queste forme, ma non è così. Abbiamo tatto. Mio figlio Rudolf ne ha più di quanto ne abbia io, perché è mio figlio, e il tatto aumenta di generazione in generazione”.

∼ Convergenze ∼

A volte succede che alcuni nostri interessi, a prima vista indipendenti l’uno dall’altro, si rivelino a sorpresa correlati. È come se, nella mappa delle nostre passioni, scoprissimo un passaggio segreto tra due aree che immaginavamo distinte, un punto “B” che collega i punti “A” e “C”.

In questo caso, per me il punto “A” è stato Guido Mocafico, l’autore della suggestiva serie di fotografie intitolata Vanités; scoperto anni fa e colpevolmente dimenticato.
Haeckel era, retrospettivamente, il mio punto “C”.
E non avrei mai pensato di mettere in relazione l’uno all’altro, prima che comparisse nella mia mappa mentale il punto “B”, vale a dire i modelli in vetro dei Blaschka.

Perché, ecco la quadratura: per costruire i loro incredibili invertebrati in vetro, Leopold e suo figlio Rudolph si ispirarono, tra gli altri, proprio alle stampe di Haeckel.
E immaginate la mia sorpresa nello scoprire che tutte le migliori fotografie dei modelli Blaschka, quelle che avete potuto vedere in questo articolo, sono firmate da… Guido Mocafico.
A mia insaputa, negli anni in cui avevo perso di vista il suo lavoro, il fotografo ha infatti dedicato ai modelli Blaschka alcune spettacolari serie, visibili sul suo sito ufficiale.

Tra i fantastici microorganismi di Haeckel e le mie amate vanitas ho sempre avvertito un legame stretto. La loro intima connessione, forse, è stata intuita anche da Mocafico nella sua ricerca estetica.
La meraviglia per le creature del mondo è anche stupore di fronte alla loro impermanenza.
In fondo, siamo tutti – esseri umani, animali, piante, ecosistemi, forse la realtà stessa – dei bellissimi, ma fragili, capolavori di vetro.

Link, curiosità & meraviglie assortite – 12

Eli Bowen “la Meraviglia Senza Gambe”, con famiglia al completo, vi dà il benvenuto a questa nuova raccolta di notizie e stranezze dal mondo! Partiamo senza indugi!

  • Qui sopra nella foto, Walt Disney illustra il suo progetto per delle maschere di Topolino… un po’ particolari.
  • I globster sono misteriosi ammassi gelatinosi di origine organica che vengono ritrovati di tanto in tanto sulle spiagge di tutto il mondo. Qui la spiegazione di cosa sono davvero.

  • Una soluzione per mettere d’accordo vegani, vegetariani e carnivori? La bio-economia post-animale, e tra le altre cose punta a far “crescere” la carne in laboratorio a partire da cellule staminali.
    Un metodo del tutto indolore per gli animali, che potrebbero finalmente vivere le loro vite tranquilli, senza che si debba rinunciare a una bella bistecca, a un bicchiere di latte, a un uovo in camicia. E non si tratterebbe di prodotti alternativi ma proprio del medesimo prodotto, sviluppato in maniera tra l’altro più sostenibile rispetto all’agricoltura lineare (che ha dimostrato di essere problematica per quantità di terreno, sostanze chimiche, pesticidi, risorse energetiche, acqua impiegata, lavoro necessario, e gas serra emessi).
    Prendete per esempio il tanto controverso foie gras: in futuro potrebbe venire prodotto a partire dalle cellule staminali contenute sulla punta di una piuma d’oca. Sembra fantascienza, ma il primo foie gras da laboratorio è già realtà, e questo giornalista l’ha assaggiato in anteprima.
    Restano soltanto due scogli: da una parte occorre ridurre i costi della tecnica, ancora troppo alti per un utilizzo su larga scala (ma non ci vorrà molto tempo); dall’altra, c’è il piccolo dettaglio che si tratta di una vera e propria rivoluzione culturale, oltre che agricola. Bisognerà scoprire come reagiranno gli allevatori tradizionali, e soprattutto se i consumatori abituali di carne saranno disposti a provare i nuovi prodotti cruelty-free.

  • La città di Branau am Inn, in Austria, è tristemente nota per aver dato i natali a un certo dittatore di nome Adolf. Ma andrebbe ricordata, invece, per un’altra storia: quella di Hans Steininger, borgomastro che il 28 settembre del 1567 venne ucciso dalla sua stessa barba. Una lanugine folta e prodigiosamente lunga, che gli risultò fatale durante un grande incendio: nella concitazione della fuga dalle fiamme, il sindaco Hans dimenticò di arrotolare i suoi due metri di barba e metterseli in tasca, come faceva abitualmente, vi inciampò e precipitò giù per le scale spezzandosi il collo.
    Dato che nel ‘500 non esistevano ancora i Darwin Awards, i concittadini eressero una bella lapide sul fianco della chiesa e conservarono la barba assassina, ancora oggi visibile nel museo civico di Branau. Come monito, suppongo, per quelli che fanno gli originali a tutti i costi.

  • Ma se pensate che le morti imbecilli siano un’esclusiva umana, sentite questa: “a causa dell’umidità dell’ambiente e della lentezza con cui un bradipo si muove, nella sua pelliccia crescono dei vegetali. Questo, in combinazione con la vista scarsa, fa sì che alcuni bradipi afferrino il proprio stesso braccio, credendolo un ramo d’albero, e cadano verso morte certa.” (via Seriously Strange)

  • E ancora, come non citare quel genio di un roditore che si infilò in una trappola per topi vecchia di 155 anni esposta in un museo?
  • Sei sempre così ombroso e depresso, dicevano.
    Perché non impari a suonare uno strumento musicale, così ti rilassi e ti diverti?, dicevano.
    Li ho accontentati.

  • L’Olandese Volante del XX° secolo si chiama SS Baychimo, una nave cargo incagliatasi nei ghiacci dell’Alaska nel 1931 e abbandonata. Per i trentotto anni successivi il relitto fantasma è stato avvistato in diverse occasioni; c’è anche chi è riuscito a salire a bordo, ma ogni volta la Baychimo è sempre riuscita a sfuggire senza farsi ricatturare. (Grazie, Stefano!)
  • La terribile storia di “El Negro”, ovvero quando i cercatori di curiosità naturali nelle colonie non spedivano indietro in Europa soltanto pelli di animali, ma anche di esseri umani che avevano dissotterrato di notte dalle loro tombe.

  • Visto che parliamo di resti umani, otto anni fa veniva organizzata la più grande mostra itinerante di mummie (45 in totale). Non avete avuto la fortuna di vederla? Neanch’io. Ma ecco un po’ di belle foto.
  • Quando il senso estetico giapponese permea ogni più minuscolo dettaglio: date un’occhiata a queste due pagine tratte da un manoscritto del tardo Diciassettesimo secolo, che mostrano i vari tipi di design per i wagashi (dolcetti tipici serviti durante la cerimonia del tè). Food porn ante litteram.
  • Alcuni ricercatori dell’Università del Wisconsin e dell’Università del Maryland hanno creato dei brani musicali espressamente studiati per piacere ai gatti, con frequenze e suoni che dovrebbero essere, almeno in teoria, “felino-centrici“. Le tracce si possono acquistare, anche se a dire la verità i sample proposti non sembrano aver impressionato particolarmente i miei gatti. Ma quei due sono schizzinosi e viziati.
  • Un articolo di due anni fa, purtroppo ancora attuale: le persone transgender faticano ad essere riconosciute come tali perfino da morte.

“Quasi pronta caro, mi metto due perle e usciamo.”

  • Tra i musei più bizzarri, un posto di rilievo va tributato al Museum of Broken Relationships. Consiste di oggetti, donati dal pubblico stesso, che stanno a simboleggiare una relazione sentimentale ormai terminata: la collana di perle che un fidanzato violento aveva regalato alla sua ragazza per farsi perdonare gli ultimi abusi; un’ascia usata da una donna per sfasciare tutto il mobilio di una ex; i volumi di Proust che un marito leggeva ad alta voce a sua moglie — con le ultime 200 pagine ancora intonse, perché la loro relazione è finita prima del libro. Va be’, ma quale storia dura più a lungo della Recherche? (via Futility Closet)

In chiusura, vi ricordo che sabato 17 sarò a Bologna presso la libreria-wunderkammer Mirabilia (via de’ Carbonesi 3/e) per presentare il nuovo libro della Collana Bizzarro Bazar. Con me anche il fotografo Carlo Vannini e Alberto Carli, curatore della Collezione Anatomica Paolo Gorini. Vi aspetto!

Delfinofilia

Art by Dr Louzou.

[…] scivolarono l’uno verso l’altra, con ammirazione reciproca, e la femmina di squalo scostava l’acqua con le pinne, e Maldoror batteva l’acqua con le braccia; e trattennero il respiro, con venerazione profonda, desiderosi entrambi di contemplare, per la prima volta, il proprio ritratto vivente. Giunti a tre metri di distanza senza il minimo sforzo, bruscamente caddero l’uno sull’altra, come due calamite, e si abbracciarono con dignità e riconoscenza, in una stretta tenera come quella di un fratello e di una sorella. I desideri carnali seguirono da vicino questa dimostrazione d’amicizia. Due cosce nervose s’incollarono strette alla viscida pelle del mostro, come due sanguisughe; e, con le braccia e le pinne avvinghiate intorno al corpo dell’oggetto amato che avvolgevano con amore, con le gole e i petti che presto non furono altro che una sola massa glauca dalle esalazioni di alghe; in mezzo alla tempesta che continuava a infuriare; al bagliore dei lampi; avendo per letto di nozze l’onda schiumeggiante, trascinati da una corrente sottomarina come in una culla, rotolando su se stessi verso le profondità ignote dell’abisso, si unirono in un accoppiamento lungo, casto e schifoso!… Finalmente avevo trovato qualcuno che mi somigliasse!… Ormai non ero più solo nella vita!… Aveva le mie stesse idee! Avevo di fronte il mio primo amore!

Ho sempre amato questa sulfurea descrizione dell’accoppiamento tra Maldoror e uno squalo, tratta dal secondo canto del capolavoro di Lautréamont.
Mi è tornata alla mente quando un’amica mi ha suggerito di dare una controllata a un certo Malcolm Brenner. Capisci subito di trovarti davanti a un tipo interessante, se la prima riga di Wikipedia lo descrive come “autore, giornalista e zoofilo“.
La passione di Malcolm, a quanto pare, sono i delfini.

Ora, la zoofilia è un argomento quanto mai delicato — provai ad affrontarlo anni fa — perché tocca corde sensibili non soltanto nell’ambito della sessualità ma anche dei diritti degli animali. Ho deciso di ritornare sul tema per raccontare due storie, molto diverse tra loro, che ritengo particolarmente rimarchevoli: riguardano entrambe degli incontri di natura sessuale tra esseri umani e delfini.
La prima è, appunto, quella di Brenner.

Per iniziare, il mio consiglio è di ritagliarvi un quarto d’ora di tempo e di guardare lo straordinario Dolphin Lover, qui sotto, che racconta la storia d’amore poco convenzionale tra Malcolm e la delfina Dolly.
Il merito del mini-documentario sta nella sensibilità con cui approccia il suo soggetto: un uomo abusato in tenera età, che è ancora visibilmente segnato da quella che è convinto essere stata una meravigliosa connessione sentimentale e spirituale con l’animale.
La visione del video di certo pone un intrigante spettro di domande: oltre alle questioni intrinseche alla zoofilia (la verosimiglianza dell’amore inter-specie, la liceità di inserire le tendenze zoofile in quadri patologici, il problema del consenso negli animali) vengono proposti alcuni punti audaci, come il parallelismo proposto da Malcolm con i matrimoni inter-razziali. “150 anni fa i neri erano considerati una subspecie degenere dell’essere umano. All’epoca il matrimonio misto veniva considerato come un crimine in molti stati, tanto quanto oggi il sesso tra specie diverse, la bestialità. Spero che in un futuro più illuminato la zoofilia non venga più vista in modo così controverso e pericoloso, proprio come oggi accade per il sesso interraziale.”

Il documentario, e il libro Wet Goddess (2009) pubblicato da Brenner, non hanno mancato di suscitare controversie. “Glorificare le interazioni sessuali umane con altre specie non è appropriato per la salute e il benessere di alcun animale. Mette a repentaglio la salute stessa del delfino e le sue coordinate di comportamento sociale“, ha dichiarato l’esperta Dr. Hertzing all’Huff Post.

Ma se pensate che la love story tra Malcolm e Dolly sia bizzarra, ce n’è almeno un’altra che la supera in stranezza. Lasciate che vi presenti Margaret Lovatt.

Margaret Lovatt. Foto: Matt Pinner/BBC

Da ragazza anche Margaret — pur non avendo inclinazioni né interessi zoofili — ha subìto le attenzioni erotiche di un delfino maschio.  E fin qui non ci sarebbe nulla di così particolare: questi mammiferi sono noti per essere sessualmente promiscui con gli addestratori e con gli altri umani che nuotano con loro. Talvolta possono diventare aggressivi nelle loro avance (dimostrando, se mai ce ne fosse stato bisogno, che il consenso è uno scrupolo del tutto umano).

Insomma, il fatto che un delfino abbia tentato approcci “piccanti” con Margaret è tutto fuorché inusuale. Ma il contesto in cui questo avvenne è così deliziosamente weird, e la sua storia così affascinante, che meritano di essere raccontati.

Isole Vergini, primi anni ’60.
Il dottor John C. Lilly era nel pieno delle sue ricerche (che, molti decenni più tardi, gli varranno una descrizione su Wiki immensamente più cool di quella di Brennan). Questo brillante neuroscienziato aveva già brevettatto svariati manometri, condensatori e misuratori medici; studiato l’effetto dell’altitudine sulla fisiologia del cervello; realizzato un apparecchio per visualizzare l’attività cerebrale tramite elettrodi (la stimolazione, usata ancora oggi, è chiamata “onda di Lilly”). Intrigato dalla psicanalisi, aveva anche già abbandonato le aree più convenzionali dell’investigazione scientifica per inventare le vasche di deprivazione sensoriale.


Realizzate nel 1954 e pensate inizialmente per lo studio della neurofisiologia dell’encefalo in assenza di stimoli esterni, le vasche di isolamento si erano inaspettatamente rivelate uno strumento capace di indurre uno stato alterato della coscienza, favorendo una trance profonda e introspettiva. Lilly aveva cominciato a considerarle veicoli spirtuali o psichici: “feci così tante scoperte che non osai riportare al gruppo di psichiatria perché mi avrebbero preso per pazzo. Scoprii che la vasca di isolazione era un buco nell’universo.” Da qui aveva preso avvio la seconda fase della carriera di Lilly, quella di esploratore della coscienza.

I primi anni ’60 furono anche il momento in cui John Lilly cominciò a sperimentare con l’LSD, si interessò agli alieni,  e… ai delfini.

Lo scienziato era convinto che questi mammiferi fossero estremamente intelligenti, e aveva scoperto che sembravano in grado di replicare alcuni suoni umani. Non sarebbe bello, pensava Lilly, riuscire a comunicare con i cetacei? Quali concetti illuminanti potrebbero insegnarci, con i loro enormi cervelli? Pubblicò le sue idee in Man and Dolphin (1961), che divenne subito un bestseller; nel libro prevedeva un futuro in cui i delfini avrebbero ampliato le nostre prospettive sulla storia, la filosofia e perfino la politica mondiale (auspicava l’istituzione di un Seggio di  consulenti cetacei presso le Nazioni Unite).

Il passo successivo di Lilly consistette nel farsi finanziare un progetto per insegnare ai delfini a parlare inglese.
Provò a coinvolgere la NASA e la marina militare americana — come farebbe chiunque, no? —, e ci riuscì. In questo modo Lilly fondò il Communication Research Institute, un laboratorio marino segreto sull’isola caraibica di St. Thomas.

Questo, a grandi linee, è il contesto in cui nel 1964 la nostra Margaret cominciò a lavorare con il delfino maschio Peter, uno dei tre cetacei che venivano studiati nella struttura di Lilly. Margaret si trasferì a vivere nel delfinario per tre mesi, a contatto con Peter sei giorni su sette. Qui diede all’animale lezioni di inglese, cercando per esempio di insegnargli a pronunciare “Hello Margaret”.
La M era molto difficile. […] Lavorai al suono della M e alla fine lui si rigirò per dirlo attraverso l’acqua e le bolle. Lavorò così duro per dire quella M di Margaret.
Peter però si dimostrava curioso nei riguardi di molte altre cose: “era molto, molto interessato alla mia anatomia. Se me ne stavo seduta e le mie gambe erano in acqua, si avvicinava per guardare a lungo il retro del mio ginocchio. Voleva sapere come funzionava quella cosa e io ne ero incantata.

Spendere così tanto tempo in intimità con il delfino introduce la Lovatt ai bisogni sessuali del cetaceo: “a Peter piaceva stare con me. Si strofinava sul mio ginocchio, o il mio piede, o la mia mano.” A quel punto, per non interrompere le sessioni, Margaret cominciò a soddisfare manualmente le necessità di Peter, quando insorgevano. “Glielo permettevo. Non mi dava fastidio, a meno che non diventasse troppo brutale. Era diventata una parte di quello che succedeva, come un prurito – te ne liberi, e continui. Ed è così che sembrava funzionasse. […] Da parte mia non era sessuale. Sensuale, forse. Mi sembrava che rendesse il nostro legame più intimo. Non per via dell’attività sessuale, ma per il fatto di non dover interrompere. E questo è tutto ciò che era in realtà. Io ero lì per conoscere Peter. Quello era un lato di Peter.

Con il passare dei mesi John Lilly perse gradualmente interesse per i delfini. La ricerca scientifica sugli allucinogeni, all’epoca di grande interesse per il Governo, lo impegnò sempre di più e finì per diventare un interesse più personale che professionale: come ricorda un amico, “vidi John trasformarsi da scienziato in camice bianco a hippy in piena regola.”

Icone della controcultura psichedelica: Ginsberg, Leary & Lilly.

Il laboratorio perse i finanziamenti, i delfini furono spostati in un altro acquario a Miami, e Margaret non seppe più nulla di Peter fino a qualche settimana dopo. “Ricevetti questa chiamata da John Lilly. John mi chiamò in persona per dirmelo. Disse che Peter si era suicidato.
Proprio come Dolly nel racconto di Malcolm Brenner, anche Peter aveva deciso di smettere di respirare (nei delfini la respirazione è volontaria).

Dopo più di una decade, alla fine degli anni ’70, la rivista pornografica Hustler pubblicò un articolo scandalistico su Margaret Lovatt e il suo rapporto “sessuale” con Peter, con tanto di esplicito disegno. Purtroppo, nonostante tutti i tentativi di riportare la vicenda nella cornice di quei pionieristici esperimenti, Margaret rimase sempre nell’immaginario come la donna che si accoppiava con i delfini.

È un po’ sgradevole” ha dichiarato in una intervista per il Guardian. “Il peggior esperimento del mondo, ho letto da qualche parte, saremmo stati io e Peter. Va bene, non mi importa. Ma quello non fu mai il fine, né il risultato del nostro lavoro. Quindi mi limito a ignorare il tutto.

Verso la fine della sua carriera, John Lilly si convinse che gigantesche entità cosmiche (visualizzate durante i suoi trip con l’acido) fossero responsabili di tutte le coincidenze inspiegabili.
In maniera consona, mentre stavo ultimando questo post mi è capitata una di queste coincidenze. Ho aperto il sito del New York Times e trovato questo nuovo articolo: alcuni scienziati dell’Università del Cile hanno appena pubblicato una ricerca, in cui sostengono di aver addestrato un’orca a ripetere alcune parole in inglese.

Quindi il sogno di Lilly di comunicare con i cetacei continua.
Il sogno di Brennan, al contrario, è ancora controverso, così come le associazioni di zoofili — ad esempio la tedesca ZETA (Zoophiles Engagement für Toleranz und Aufklärung, “impegno zoofilo per la tolleranza e l’illuminazione”) — che credono in un futuro senza più alcuna barriera sessuale.
Un futuro in cui si possa tranquillamente fare l’amore con un delfino senza suscitare curiosità morbose.
E senza che a nessuno venga in mente di scriverne su un blog di stranezze.

(Grazie, Fabri!)

Inanimus, mostri & chimere del presente

Guardo in alto, verso i ganci mobili a cui venivano appese le carni, e immagino il sangue e la sofferenza che queste mura hanno dovuto contenere – sopportare – per lunghi anni. Morte e dolore sono gli strumenti che la vita ha per procedere, mi dico.

Mi trovo nei locali dell’ex-macello di Padova: uno spazio specificamente progettato come luogo di massacro e in cui oggi gli animali vivono una seconda, bizzarra vita grazie alle opere di Alberto Michelon.
Quando lo incontro, mi investe subito con il febbrile entusiasmo di chi ha la fortuna (e il coraggio) di lavorare per vocazione. È evidente che quello che esce dalla sua bocca dev’essere un quinto di ciò che gli passa per la testa. Come dice John Waters, “la vita è nulla senza ossessione”.
L’ossessione di Alberto sono gli animali, e la tassidermia.

La tassidermia è tradizionalmente legata a due ambiti di impiego: i trofei di caccia, e le installazioni didattiche museali.
Oggi la domanda di preparazioni tassidermiche, però, va esaurendosi in entrambi questi contesti. Da una parte assistiamo al declino delle attività venatorie, che ormai trovano sempre meno posto nella cultura occidentale a fronte delle preoccupazioni ecologiche, e di un’evoluzione della sensibilità etica nei confronti degli animali. Dall’altra, anche i grandi musei di storia naturale hanno già le loro collezioni ben stabilite e raramente acquisiscono nuovi esemplari: spesso si limitano a chiamare il tassidermista quando è necessario effettuare operazioni di restauro sugli animali già musealizzati.

Per questo – mi spiega Alberto – oggi lavoro principalmente per privati che vogliono conservare i propri animali domestici. È più difficile, perché bisogna ricreare fedelmente l’espressività originaria del cane o del gatto, a partire dalle foto che mi danno; imbalsamare un animale da compagnia, conosciuto e amato, richiede il massimo scrupolo. Ma la soddisfazione è enorme quando riesce bene. Spesso i clienti piangono, parlano con l’animale – quando presento il lavoro ultimato, mi faccio sempre da parte e lascio alle persone un po’ di intimità. È una cosa che aiuta a superare la perdita”.

La cosa non mi sorprende: in un mio post sulle wunderkammer ho collegato la seconda giovinezza di cui sta godendo oggi la tassidermia (dopo un’epoca in cui sembrava ormai un’arte superata) al bisogno sociale di riconfigurare il rapporto con la morte.
Ma se sono venuto fin qui è perché Alberto non è solo un tassidermista tradizionale: è anche l’unico vero esponente italiano di tassidermia artistica.

Fino al 5 novembre, qui all’ex-macello, è possibile visitare la sua mostra Inanimus – un bestiario contemporaneo, una raccolta di tutti i suoi principali lavori.
A uno sguardo superficiale la tassidermia artistica, ossia non naturalistica, potrebbe sembrare non pienamente rispettosa dell’animale. In realtà la maggior parte degli artisti che utilizzano come medium il materiale organico animale, lo fa proprio per riflettere sul nostro rapporto con le altre specie, realizzando le loro opere a partire da fonti etiche (animali deceduti di morte naturale, raccolti in natura, ecc.).

Anche Alberto adotta un simile approccio deontologico, visto che ha iniziato i suoi esperimenti utilizzando gli scarti del suo atelier. “Mi dispiaceva dover buttare delle parti di pelle, o degli esemplari che non avrebbero trovato collocazione”, mi dice. “Ho cominciato quasi per passatempo, in maniera istintiva, seguendo un’urgenza intima.
Confessa candidamente di non conoscere bene né la scena della Rogue Taxidermy americana, né quella delle gallerie moderne. E che Alberto sia in realtà una specie di alieno rispetto all’universo dell’arte contemporanea, così spesso supponente e presuntuoso, è evidente: mi parla di istinto, di gioco, ma soprattutto – orrore e sacrilegio! – si permette di fare quello che nessun artista “serio” mai si sognerebbe: mi spiega il messaggio delle sue opere, una dopo l’altra.

Le sue opere hanno davvero molto da dire: più che di messaggi, però, si tratta di inviti alla riflessione, di una continua e multiforme rielaborazione della contemporaneità, del tentativo di usare queste spoglie di animali come uno specchio in cui indagare il nostro stesso volto.
Alcuni suoi lavori mi colpiscono immediatamente per la franchezza con cui affrontano temi di attualità: dal dramma dei migranti agli OGM, dall’eutanasia fino alla fobia odierna degli attentati terroristici.

Non credo di aver mai visto alcun artista usare la tassidermia per parlare del presente in una declinazione così diretta.
Una testa di capriolo rivestita di pelle di serpente, con una casacca arancione come quella dei prigionieri degli estremisti islamici, ha una catena al collo. Il riferimento è ovvio: le teste degli infedeli decapitati sono assimilate a trofei di caccia.
Ad essere sincero, questo rimando esplicito alle immagini di attualità (che, volenti o nolenti, sono divenute “pop”) mi turba non poco, e non sono nemmeno sicuro che mi piaccia – ma se qualcosa mi toglie il terreno sotto i piedi, la benedico comunque. Questo è quello che l’arte migliore dovrebbe fare.

Altre installazioni, invece, vogliono raccontare le contraddizioni dell’Occidente, a metà strada fra la satira e la critica aperta a un sistema capitalistico ormai sempre più difficilmente sostenibile.
Una testuggine, rappresentata come una vecchia ingioiellata dai seni cadenti, è l’emblema di una società conservatrice basata sul privilegio economico: una concezione “preistorica” che, proprio come il rettile in questione, ha rifiutato qualsiasi evoluzione.

Un cavallo conquistatore, fiero e rampante, esibisce un pomposo manto a scacchi, composto a partire da diversi equini.
Un cavallo arrivista: per trovarsi dov’è, deve per forza aver fatto la pelle ad altri cavalli”, mi dice Alberto con un sorriso.

Un’installazione mostra gli organi interni di una tigre, conservati in liquido e disposti seguendo l’anatomia dell’animale stesso: occhi, lingua e cervello all’estremità dove dovrebbe trovarsi la testa, e così via. Alcune chimere sembrano sottoporsi a una sessione di bondage erotico: allusione al bracconaggio per approvvigionarsi di fantomatici elisir afrodisiaci come il corno di rinoceronte, e al fil rouge che ci lega a questi massacri.

Un cinghiale, seduto sulla tazza del water, è intento a sfogliare una rivista alla ricerca di un paio di occhi di vetro per riempire le suo orbite vuote.
L’importanza della libertà di scelta riguardo al fine vita è incarnata da due visoni che si sono impiccati – piuttosto che finire a far parte di una pelliccia.
Tre teschi di animali da allevamento sono appesi come trofei, e dai fori delle pistole da macello escono fiori di plastica (“li ho raccolti dalle tombe del cimitero, sostituendoli con fiori nuovi”, racconta Michelon).

Come avrete già capito, in realtà l’aspetto più interessante delle opere raccolte per Inanimus è la sperimentazione incessante a livello formale.
Ogni installazione è estremamente diversa dalla precedente, e Alberto Michelon trova sempre nuovi e sorprendenti metodi di utilizzo della materia animale: ci sono quadri astratti la cui tela è costituita da pelli di serpente o di pesci; composizioni entomologiche; tassidermie antropomorfe; un crocifisso interamente composto di frammenti ossei incollati pazientemente fra loro; maschere tribali, serpenti fallici che fanno il verso all’intimo griffato, lampadari scheletrici, testi in Braille ricavati dalle fantasie del manto di un sauro.

Ma gli altri tassidermisti, diciamo i “puristi”, non storcono il naso?
Certamente alcuni non la ritengono vera tassidermia, forse pensano che io mi sia montato la testa. Non mi importa. Cosa vuoi farci? Questo progetto sta prendendo sempre più importanza, mi diverte e mi entusiasma.

A ben vedere, non c’è poi grande differenza tra tassidermia classica e tassidermia artistica. Sia gli animali imbalsamati che si trovano nei musei di scienze naturali, che questi di Alberto, in fondo non sono altro che rappresentazioni, interpretazioni, simulacri.
Ogni tassidermista utilizza la pelle, e la forma, dell’animale per veicolare una particolare visione del mondo; e la narrativa museale (per quanto talmente consueta da essere ormai “invisibile” ai nostri occhi) non è forse più lecita di una prospettiva personale.

Per quanto Alberto mi ripeta di sentirsi ancora un artista alle prime armi, tutto sommato acerbo, i lavori di Inanimus testimoniano di una direzione artistica ben precisa. Mentre mi avvio verso l’uscita, ho la netta sensazione di aver visto qualcosa di unico, perlomeno nel panorama italiano. Quindi non posso esimermi dalla banale domanda di rito: progetti futuri?
Voglio continuare a migliorare, a imparare, a sperimentare nuove cose”, mi risponde Alberto perdendo lo sguardo tutto attorno, nella folla dei suoi animali trasfigurati.

Inanimus – un bestiario contemporaneo
Padova, Cattedrale Ex-macello, Via Cornaro 1
Fino al 17 Ottobre 2017 [Prorogato fino al 5 Novembre 2017]
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Link, curiosità & meraviglie assortite – 6

Fatevi avanti! Nuova raccolta di notizie weird dal mondo, storie improbabili e fatti curiosi per fare i saputelli con gli amici! Garantiti per rompere il ghiaccio alle feste!

  • Avete visto quanto carini e ciccini sono i pipistrelli della frutta? Quanto vi piacerebbe avere un cuccioletto così, che fa le sue faccine buffe mentre gli offrite pezzetti di anguria o di banana?
    Un’esperta di pipistrelli spiega in questo illuminante articolo tutti i motivi per cui tenere questi mammiferi come animali domestici sia in realtà una pessima idea.
    Non solo per ragioni etiche (praticamente rovinereste la loro esistenza) ed economiche (mantenerli costa, e più di quanto immaginiate); ma soprattutto perché, nonostante quei meravigliosi musetti da rubacuori, i pipistrelli — come posso dire — non seguono esattamente il nostro galateo.
    Mentre sono a testa in giù, si spargono la propria urina per tutto il corpo per puzzare appropriatamente. Defecano in continuazione. E soprattutto fanno sempre sesso — etero e omo, vaginale, orale e anale, e chi più ne ha più ne metta. Se li tenete da soli, i maschi si dedicheranno testardamente all’auto-fellatio. Cercheranno di accoppiarsi anche con voi.
    E se ancora pensate “Be’, insomma, cosa vuoi che sia”, vi ricordo che stiamo parlando di questo.
    La prossima volta che un vostro amico posta un video di pipistrelli coccolosi su un social, linkategli pure questa foto. Non c’è di che.
  • Sesso + animali è un binomio che offre sempre intrattenimento assicurato. Prendete ad esempio il ragno Latrodectus: dopo aver copulato, il maschio si offre volontariamente in sacrificio per essere divorato dalla femmina, a beneficio della futura prole. E non è l’unico ad aver compreso i vantaggi evolutivi del cannibalismo.
  • A Rennes in Francia, sotto un convento, sono stati ritrovati più di 1.380 corpi datati dal XIV al XVIII secolo. Uno di essi apparteneva a una nobildonna, Louise de Quengo, Signora di Brefeillac; assieme a lei, nella bara, è stato trovato il cuore di suo marito sigillato in un contenitore di piombo. La ricerca su queste sepolture, pubblicata di recente, potrebbe riscrivere quello che pensavamo della mummificazione in epoca rinascimentale. Ecco due articoli, in italiano e in inglese.

  • Restando in tema, ecco un ottimo articolo su alcune fra le meno note mummie italiane: quelle di Mosampolo.
  • E ancora riguardo ai patrimoni italiani che raramente finiscono sotto i riflettori, ecco un bell’articolo su BBC Culture riguardo le Catacombe di San Gaudioso a Napoli, i cui affreschi mostrano una sorta di danza macabra ma con un dettaglio sconcertante: là dove ora si trovano dei buchi, al posto del volto, un tempo erano posizionate delle teste essiccate e dei veri teschi.
  • Cambiamo scenario. Immaginate un futuro alla Blade Runner: un enorme cartellone pubblicitario, delle incredibili dimensioni di 1 km², orbita intorno alla Terra rischiarando le notti con le sue luci elettriche colorate, come una seconda luna, sponsorizzando una bibita gassata o l’ultima marca di shampoo. Per ora ce lo siamo evitati, ma non vuol dire che qualcuno non ci abbia pensato. Ecco la pagina Wiki dedicata allo space advertising.
  • Già che parliamo di spazio, l’ottimo pezzo The Coming Amnesia ipotizza un futuro in cui le galassie saranno così distanti l’una dall’altra da non essere più visibili con alcun telescopio. Questo vuol dire che gli abitanti del futuro saranno convinti che l’unica galassia esistente sia la loro, e non potranno mai arrivare a teorizzare qualcosa come il Big Bang. Ma un attimo: e se qualcosa di simile fosse già successo? Se qualche dettaglio fondamentale per comprendere la natura del cosmo fosse già scomparso per sempre, impedendoci di avere un quadro completo?
  • Per insegnare in maniera intuitiva cos’è il contrappunto, il programmatore Stephen Malinowski di Berkeley crea delle grafiche in cui le varie linee melodiche sono suddivise per colori. E di colpo diviene chiara anche per chi non conosce la musica quale sia la meravigliosa complessità di una fuga per organo di Bach:

  • E per finire in bellezza, non appena avete 10 minuti liberi vi consiglio di tuffarvi nelle atmosfere poetiche e fantastiche di Goutte d’Or, corto franco-danese in stop-motion diretto da Christophe Peladan. Un’ironica storia di pirati non-morti che, sapendo bene di non poter competere con i blockbuster caraibici, fa di necessità virtù e si permette qualche malizia tutta francese.

L’Accademia dell’Incanto

Finalmente è arrivato il momento di svelarvi il progetto sul quale ho concentrato i miei sforzi per buona parte di quest’anno.

Tutto ha avuto inizio da un luogo, un curioso segreto incastonato nel cuore di Roma, a due passi dal Circo Massimo. Probabilmente il mio rifugio preferito in tutta la capitale: la wunderkammer Mirabilia, una “camera delle meraviglie” allestita secondo la filosofia e il gusto delle collezioni cinquecentesche antesignane dei moderni musei.

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Giraffe e leoni tassidermizzati, opere d’arte di alto profilo e rarità da tutto il mondo sono stati raccolti nel corso di molti anni di ricerche e avventure dal proprietario, Giano Del Bufalo, giovane collezionista di cui vi avevo già parlato in questo post.

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Questa bottega barocca in cui la bellezza si sposa con il macabro e il meraviglioso è diventata per me il luogo privilegiato in cui ritirarmi a sognare dopo una giornata faticosa.
Date le premesse, era solo una questione di tempo prima che nascesse l’idea di una collaborazione fra Bizzarro Bazar e Mirabilia.

E ormai ci siamo.
Il 9 ottobre, nel perfetto contesto di questa galleria, aprirà i battenti l’Accademia dell’Incanto.

Quello che assieme a Giano abbiamo progettato è un centro culturale alternativo, inedito nello scenario italiano, ritagliato su misura per gli amanti dell’insolito.
L’Accademia ospiterà una nutrita serie di appuntamenti con scienziati, letterati, artisti e studiosi il cui lavoro si snoda lungo i sentieri meno battuti della realtà: si spazierà dalla mummificazione ai libri magici, dall’anatomia patologica alla letteratura gotica, dalla storia della sessualità all’incontro con alcuni degli artisti più originali del panorama contemporaneo.

Potete facilmente intuire come questo progetto mi stia particolarmente a cuore, in quanto si tratta di una trasposizione fisica del lavoro sviluppato da tempo su questo blog. Ma il privilegio di immaginare questa sua “irruzione” nel mondo concreto mi è stato concesso soltanto dall’amichevole disponibilità dei numerosi spiriti affini incontrati negli anni proprio grazie a Bizzarro Bazar.
Confesso di essere rimasto sorpreso e quasi intimidito dall’entusiasmo di queste figure straordinarie, per cui nutro una stima assolutamente incondizionata: docenti universitari, illustratori, registi, prestigiatori e collezionisti di stranezze hanno tutti risposto in maniera calorosa alla mia call for action che si riassume nell’ambizioso proposito di “rieducare lo sguardo alla vertigine dello stupore”.

Rivolgo un simile appello anche a voi amici del blog: spargete la voce, diffondete la buona novella e soprattutto partecipate numerosi se potete. Sarà un’occasione unica per ascoltare, confrontarsi, discutere, per conoscere di persona gli eccezionali relatori, per allenare i muscoli del sogno… ma soprattutto per trovarci l’un l’altro.

Così, infatti, ci piace pensare all’Accademia dell’Incanto: come a un avamposto di frontiera, in cui la grande famiglia di pionieri e appassionati del meraviglioso abbia finalmente modo di radunarsi; in cui si intreccino itinerari e scoperte; e dal quale, infine, ciascuno possa incamminarsi verso nuove esplorazioni.

mirabilia

Sul sito ufficiale dell’Accademia troverete presto tutti i dettagli relativi ai prossimi eventi e alle modalità di adesione.
L’Accademia dell’Incanto è anche su Facebook, Twitter e Instagram.
Keep the World Weird!

Link, curiosità & meraviglie assortite – 2

Da domani sarò all’Università di Winchester per partecipare alle giornate di studio interdisciplinari dedicate a “Morte, arte e anatomia“. Nell’ambito delle conferenze, parlerò di memento mori in relazione alla Cripta dei Cappuccini di Roma, già esplorata assieme ad altri ossari religiosi italiani nel mio Mors Pretiosa.
Nell’attesa di raccontarvi qualcosa dell’evento, e dei miei successivi giorni a Londra, vi lascio qualche curiosità da assaporare.

  • La SynDaver Labs, già responsabile di un cadavere sintetico per autopsie di cui avevo parlato in questo post, ha realizzato una versione canina per la formazione di chirurghi veterinari. Anche questo cagnolino, come il suo analogo umano, può respirare, sanguinare e perfino morire.

  • Anche se fosse farlocca, questa è una delle notizie più gustose degli ultimi tempi: a Sculcoates, East Yorks, alcuni ghost hunters visitano un cimitero ottocentesco e ad un tratto sentono strani e inquietanti lamenti. Monaci fantasma che si aggirano fra le lapidi? Presenze demoniache che infestano il luogo sacro? Niente di tutto questo. Nel cimitero, di nascosto, si sta girando un porno.
  • Parlando di strani posti in cui fare l’amore, perché non all’interno di una balena? È successo negli anni ’30 al Museo di Storia Naturale di Gothenburg, dove è presente l’unica balena blu completamente tassidermizzata, e al cui interno è stato ricavato un lounge con tanto di panche e tappeti. Dopo che una coppia è stata sorpresa in atteggiamenti intimi, il cetaceo è stato purtroppo chiuso al pubblico.

  • A margine dei manoscritti medievali si trovano spesso dei conigli intenti in improbabili battaglie e crudeltà diverse. Perché? Secondo questo articolo, si trattava essenzialmente di satira.

  • Se vi sembrano bizzarri i conigli battaglieri, aspettate di vedere i gatti con i razzi sulla schiena, raffigurati in alcuni codici miniati cinquecenteschi. Se ne parla sul National Geographic.

  • Un ultimo enigma iconografico. Qual è il senso delle strane litografie cinquecentesche in cui un satiro “scandaglia” le parti intime di una donna con il filo a piombo? Lo svela un approfondito e bellissimo studio.

  • Vite avventurose: Violet Constance Jessop era una cameriera e infermiera di cabina, sopravvissuta nel 1911 all’incidente della nave Olympia. E nel 1912 sopravvisse anche all’affondamento del Titanic. E nel 1916 all’affondamento del Britannic.