La Morgue, ieri e oggi

Riguardo al tabù occidentale per la morte, si è scritto estesamente di come la sua “rimozione sociale” sia avvenuta pressappoco in concomitanza con la Prima Guerra Mondiale e l’istituzione dei grandi ospedali moderni; eppure sarebbe forse più corretto parlare di rimozione e medicalizzazione del cadavere. Di morte, in realtà, si è continuato a parlare estesamente per tutto il ‘900: un secolo intriso di funeree meditazioni, anche a causa della sua storia di inaudita violenza. Ciò che è scomparso dalla quotidianità delle nostre vite, piuttosto, è la presenza del corpo morto e soprattutto della putrefazione.

Fino alla fine dell’800 il rapporto con le spoglie era inevitabile e accettato come parte naturale dell’esistenza, non soltanto nella preparazione delle salme svolta in casa, ma anche nell’esperienza concreta delle morti avvenute per cause non naturali.
Uno degli esempi più eclatanti di questa familiarità con la decomposizione è senza dubbio la famigerata Morgue di Parigi.

Istituita nel 1804 a sostituzione del deposito di cadaveri che nei secoli precedenti era situato nelle galere del Grand Châtelet, la Morgue si trovava nel cuore della capitale, sull’île de la Cité. Nel 1864 venne trasferita in un edificio più ampio sulla punta dell’isola, proprio dietro a Notre Dame. Il termine indicava, fin dal ‘500, la cella in cui venivano identificati i criminali; nelle carceri, i prigionieri venivano messi “alla morgue” per essere riconosciuti. Dal ‘600 invece la parola cominciò ad essere usata esclusivamente per designare il luogo in cui si svolgeva il riconoscimento delle salme.

Visto il grande numero di morti violente e di corpi ripescati nella Senna, questo obitorio era costantemente rifornito di nuovi “ospiti”, e ben presto la sua funzione originaria venne trascesa. La maggior parte dei visitatori, cioè, non avevano familiari scomparsi da riconoscere.
I primi che avevano motivi diversi da quelli ufficiali per recarsi ad osservare i cadaveri, allungati su dodici tavoli di marmo nero dietro la grande vetrata, erano naturalmente gli studiosi di medicina e di anatomia.

Questo ricettacolo per i morti sconosciuti trovati a Parigi e nei sobborghi della città contribuisce non poco all’avanzamento delle scienze mediche, grazie al vasto numero di corpi che fornisce, che, di media, ammontano a circa duecento all’anno. Il processo della decomposizione nel corpo umano alla Morgue può essere seguito attraverso ogni stadio fino alla sua soluzione da coloro che dal gusto, o dalla ricerca della scienza, son condotti fino a quella triste esibizione. I medici frequentano spesso il posto, non per mera curiosità, ma a fini di osservazione medica, poiché ferite, fratture e lesioni di ogni sorta si presentano occasionalmente, come effetti di un incidente o di un assassinio. A malapena un giorno passa senza l’arrivo di cadaveri freschi, trovati principalmente nella Senna, e molto probabilmente uccisi per essere stati lanciati o fuori dalle finestre che affacciano sul fiume, oppure già dai ponti, o da quelle chiatte di legno a cui generalmente ritornano con le tasche piene di soldi quegli uomini che vendono le merci […]. I vestiti dei morti portati in questo edificio vengono appesi, e il cadavere esposto in una stanza pubblica per essere ispezionato da chi visita il posto in cerca di un amico perduto o di un familiare. Se non viene riconosciuto nel giro di quattro giorni, viene dissezionato pubblicamente, e poi seppellito.

(R. Sears, Scenes and sketches in continental Europe, 1847)

Questa descrizione, però, è fin troppo “pulita”. Nonostante i provvedimenti presi per mantenere i corpi a una bassa temperatura, e i bagni in cloruro di calcio, le esalazioni erano tutt’altro che piacevoli:

Per la maggior parte del XIX secolo, e fin da un’epoca ancora precedente, l’odore dei cadaveri fa parte del quotidiano della Morgue. A causa del suo scopo e del suo modo di funzionamento, la Morgue è il luogo privilegiato del fetore cadaverico a Parigi […]. In effetti, i cadaveri che hanno soggiornato nell’acqua costituiscono la realtà ordinaria della Morgue. La loro putrefazione è particolarmente spettacolare.

(B. Bertherat, Le miasme sans la jonquille, l’odeur du cadavre à la Morgue de Paris au XIXe siècle,
in Imaginaire et sensibilités au XIXe siècle, Créaphis, 2005)

Quello che per noi oggi risulta più curioso (e per certi versi incomprensibile) è il fatto che la Morgue divenne ben presto una delle attrazioni parigine più alla moda.
Vero e proprio teatro della morte, pubblica esibizione dell’orrore, accoglieva frotte di visitatori appartenenti a ogni ceto sociale, e offriva certamente il brivido di uno spettacolo unico. Era tappa fissa nei tour della capitale, come dimostrano i diari dell’epoca:

Abbiamo lasciato il Louvre e siamo andati alla Morgue dove tre cadaveri attendevano di essere identificati. Erano una vista orribile. In una teca di vetro c’era un bambino che era stato ucciso, il suo volto paurosamente fracassato.

(Diario di Adelia “Addie” Sturtevant, 17 settembre 1889)

La descrizione più illuminante emerge dalle splendide e terribili pagine che all’obitorio dedica Émile Zola. Le sue parole ci restituiscono un’immagine perfetta dell’esperienza della Morgue nel XIX secolo:

Laurent si prese la briga di passare ogni mattina dalla Morgue mentre andava al lavoro. […] Quando entrava, un odore nauseabondo, un odore di carne macerata lo disgustava, e soffi gelidi gli correvano sulla pelle; l’umidità dei muri sembrava impregnargli gli abiti che sentiva più pesanti sulle spalle. Andava difilato alla vetrata che separa gli spettatori dai cadaveri; appiccicava ai vetri la faccia pallida, guardava. Davanti a lui erano allineate grigie lastre di pietra. E sulla pietra i corpi nudi apparivano come sparse macchie verdi e gialle, bianche e rosse; certuni serbavano nella rigidità della morte le loro carni illibate; altri sembravano informi avanzi di macellazione, sanguinolenti e putrefatti. In fondo, contro il muro, pietosi brandelli di indumenti, gonne e pantaloni, pendevano raggrinziti sull’imbiancata nudità della parete. […] Sovente la carne di quei volti cadeva a brandelli, le ossa avevano perforato la pelle diventata molle, la faccia era come spappolata e disossata. […] Un mattino si prese un vero spavento. Stava osservando un annegato da qualche minuto, piccolo di statura, atrocemente sfigurato. Le sue carni erano molli e sfatte, e l’acqua corrente che le lavava le portava via pezzo dopo pezzo. Il getto che cadeva sulla faccia scavava un buco a sinistra del naso. E all’improvviso il naso si spianò, le labbra si staccarono scoprendo i denti bianchi. La testa dell’annegato si spalancò in una risata.

Zola esplora anche la malcelata tensione erotica che un simile spettacolo poteva provocare negli spettatori, sia maschi che femmine. Una zona liminale — il confine fra Eros e Thanatos — che per la nostra sensibilità odierna è ancora più “pericolosa”.

Era uno spettacolo che lo divertiva, soprattutto quando c’erano donne con il petto nudo bene in vista. Queste nudità brutalmente esposte, macchiate di san­gue, qua e là sforacchiate, lo attiravano e lo trattenevano alla vetrata. Una volta vide una giovane donna di vent’anni, una ragazza del popolo, grossa e forte, che pareva dormisse sulla pietra; il suo corpo fresco e opu­lento biancheggiava con una soavità di tinte di una grande delicatezza; accennava un sorriso, la testa appena reclinata, e offriva il petto in un modo provocante; poteva sembrare una cortigiana in una posa di molle abbandono non fosse stato per una linea nera sul collo che le metteva come un vezzo d’ombra; era una ragazza che si era impiccata per una delusione d’amore. Laurent la osservò a lungo, come accarezzandola con lo sguardo, smarrito in una sorta di trepido desiderio. […] Un giorno Laurent vide una di queste signore che se ne stava ferma a qualche passo dalla vetrata coprendosi le narici con un fazzoletto di batista. Indossava una deliziosa sottana di seta grigia e un’ampia mantellina di pizzo nero; una veletta le nascondeva il volto, e le mani guantate sembravano minute e finissime. Un dolce profumo di violetta le aleggiava attorno. Guardava un cadavere. Su una pietra non troppo distante giaceva il corpo di un ragazzo robusto, un manovale morto sul colpo cadendo da un’impalcatura; aveva un busto quadrato, muscoli grossi e tozzi, carne bianca e pingue; la morte ne aveva fatto una statua mormorea. La signora lo esaminava, lo rivoltava per così dire con lo sguardo, lo soppesava, restava assorta nella visione di quell’uomo. Alzò una punta della veletta, guardò ancora, poi uscì.

Infine, la Morgue era anche un’attrazione ironicamente democratica, proprio come la morte stessa:

La Morgue è uno spettacolo alla portata di tutte le borse, che qualunque passante, povero o ricco, si concede gratuitamente. La porta è aperta, entra chi vuole. Ci sono ammiratori che allungano il cammino pur di non perdersi una di queste rappresentazioni della morte. Quando le lastre di pietra sono spoglie, la gente esce delusa, come defraudata, biascicando proteste. Quando sono ben fornite, quando c’è sfoggio di carne umana, i visitatori accorrono numerosi per procurarsi emozioni a buon mercato – si spaventano, scherzano, applaudono o fischiano come a teatro, e per quel giorno escono soddisfatti commentando la buona riuscita della Morgue.
Laurent fece presto a conoscere il pubblico che frequentava il posto, un pubblico variopinto e disparato che lì veniva a impietosirsi e a sghignazzare in compagnia. Entravano operai diretti al lavoro, con una pagnotta e gli attrezzi sotto il braccio; la trovavano buffa la morte. In mezzo a loro qualche mattacchione di turno faceva sorridere la platea con qualche battuta sul ghigno di ogni cadavere; i morti carbonizzati li chiamavano “i carbonai”; gli impiccati, gli assassinati, gli annegati, i cadaveri sforacchiati o maciullati eccitavano il loro estro beffardo, e con una voce che leggermente si incrinava balbettavano frasi comiche nel vibrante silenzio della sala.

(É. Zola, Thérèse Raquin, 1867)

 

Nell’arco della sua attività, la Morgue non venne criticata se non sporadicamente, e soltanto per la posizione ritenuta troppo centrale. La curiosità di vedere le salme non era evidentemente avvertita come morbosa, o perlomeno non era considerata particolarmente sconveniente: del famoso obitorio e dei suoi corpi scrivevano volentieri i giornali, dedicando spazio ai ritrovamenti più misteriosi.
Il 15 marzo 1907 la Morgue venne definitivamente chiusa al pubblico, per questioni di “igiene morale”. I tempi, evidentemente, stavano già cambiando: di lì a poco l’Europa conoscerà purtroppo una saturazione di cadaveri tale da non poter essere più considerata uno spettacolo di intrattenimento.

Eppure, il desiderio e l’impulso a osservare gli effetti della morte sul corpo umano non sono mai del tutto scomparsi. Oggi sopravvivono nelle “morgue” virtuali dei siti internet che propongono fotografie e video di violenze e incidenti. Riparati non più da una vetrata a muro, ma dalla distanza offerta dallo schermo di un computer, i visitatori contemporanei osservano questi iperrealistici obitori in cui la fragilità corporea è declinata in tutte le sue possibili varianti, testimoni della sfrenata fantasia della morte.
La cosa che più colpisce, navigando in queste bacheche in cui l’osceno è messo in vetrina, sono le reazioni degli utenti. In questo sottobosco estremo (che sarebbe interessante studiare seriamente, con gli strumenti della psicologia sociale) si trova una vasta gamma di persone, dall’avventore più o meno casuale in cerca di brividi fino ai gorehound più esperti, che sembrano collezionare queste immagini quasi fossero figurine e che, a ogni nuovo video postato, fanno gli “scafati” disquisendo della qualità tecnica ed estetica della realizzazione.
Sarà forse per esorcizzare il disgusto, ma un’altra costante è il ricorso a uno humor sgraziato e fuori luogo; ed è impossibile leggere queste battute, oscene e apparentemente irrispettose, senza pensare ai “mattacchioni” di cui parlava Zola, che scherzavano di fronte all’orrore.

Gli aggregatori di immagini brutali fanno discutere sulla libertà di informazione, sull’etica e la liceità dell’esibizione del cadavere, e ci si può domandare se abbiano davvero un qualche scopo “educativo” oppure siano soltanto derive morbose, abnormi, patologiche.
Ma simili fascinazioni non sono affatto inedite: mi pare anzi che questo tipo di curiosità sia in un certo senso intrinseco alla specie umana, come ho già avuto modo di sostenere.
E, a ben vedere, si tratta in fondo dello stesso istinto autoptico, la stessa voglia di “vedere con i propri occhi” che in un tempo non certo lontano (l’epoca, per intenderci, dei nonni dei nostri nonni) faceva della Morgue parigina una sortie en vogue, un’uscita alla moda di gran richiamo.

Le nuove morgue virtuali costituiscono certamente una nicchia e, rispetto alle folle che sfilavano a vedere i corpi gonfi degli annegati, in generale la nostra attitudine è più complessa. Di sicuro, come detto in apertura, è coinvolto un elemento di tabù che a quei tempi era molto meno presente.
Il cadavere, ai nostri occhi, rimane ancora una realtà scomoda, scandalosa e spesso troppo dolorosa da accettare. Eppure, consciamente o no, torniamo sempre a fissare il nostro sguardo su di esso, come se racchiudesse un misterioso segreto.

Pescatori di uomini

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Il corso d’acqua scivola veloce e silenzioso, con il suo carico di terriccio e detriti che gli hanno valso il nome, celebre ma poco invitante, di Fiume Giallo. Dopo aver attraversato la città di Lanzhou, nel nordest della Cina, serpeggia per una trentina di chilometri fino a che un’ansa non lo rallenta: poco più a valle incontra la centrale idroelettrica di Liujiaxia, con la sua diga che fa da sbarramento per la melmosa corrente.
È in seno a questa curva che le acque rallentano ed ogni giorno di buon’ora alcune barche a motore salpano dalla riva per aggirarsi fra i rifiuti galleggianti – una grande distesa che ricopre l’intero fiume. Gli uomini sulle barche esplorano, nella nebbia mattutina, la spazzatura intercettata e ammassata lì dalla diga: raccolgono le bottiglie di plastica per rivenderle al riciclo, ma il prezzo per un chilo di materiale si aggira intorno ai 3 o 4 yuan, vale a dire circa 50 centesimi di euro. Quello per cui aguzzano gli occhi nella luce plumbea è un altro, più allettante bottino. Cercano dei cadaveri portati fino a lì dalla corrente.

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Il boom economico e demografico della Cina, senza precedenti, ha necessariamente un suo volto oscuro. Centinaia e centinaia di corpi umani raggiungono ogni anno la diga. Si tratta per la maggior parte di suicidi legati al mondo del lavoro: persone, molto spesso donne, che arrivano a Lanzhou dalle zone rurali affollando la città in cerca di un impiego, e trovano concorrenza spietata, condizioni inumane, precarietà e abusi da parte dei capi. La disperazione sparisce insieme a loro, con un tuffo nella torbida corrente del Fiume Giallo. Il 26% dei suicidi mondiali, secondo i dati raccolti dall’Organizzazione mondiale della sanità, ha luogo in Cina.
Qualcuno dei cadaveri è forse vittima di una piena o un’esondazione del fiume. Altri corpi però arrivano allo sbarramento della diga con braccia e piedi legati. Violenze e regolamenti di conti di cui probabilmente non si saprà più nulla.

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Un tempo, quando un barcaiolo recuperava un cadavere dal fiume, lo portava a riva e avvisava le forze dell’ordine. Talvolta, se c’erano dei documenti d’identità sul corpo, provava a contattare direttamente la famiglia; era una questione di etica, e la ricompensa stava semplicemente nella gratitudine dei parenti della vittima. Ma le cose sono cambiate, la povertà si è fatta più estrema: di conseguenza, oggi ripescare i morti è diventata un’attività vera e propria. Qui un singolo pescatore può trovare dai 50 ai 100 corpi in un anno.
Sempre più giovani raccolgono l’eredità di questo spiacevole lavoro, e scandagliano quotidianamente l’ansa del fiume con occhio esperto; quando trovano un cadavere, lo trascinano verso la sponda, facendo attenzione a lasciarlo con la faccia immersa nell’acqua per preservare il più a lungo possibile i tratti somatici. Lo “parcheggiano” infine in un punto preciso, una grotta o un’insenatura, assicurandolo con delle corde vicino agli altri corpi in attesa d’essere identificati.

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Per i parenti di una persona scomparsa a Lanzhou, sporgere denuncia alla polizia spesso non porta da nessuna parte, a causa dell’enorme densità della popolazione; così i famigliari chiamano invece i pescatori, per accertarsi se abbiano trovato qualche corpo che corrisponde alla descrizione del loro caro. Nei casi in cui l’identità sia certa, possono essere i pescatori stessi che avvisano le famiglie.
Il parente quindi si reca sul fiume, dove avviene il riconoscimento: ma da questo momento in poi, tutto ha un costo. Occorre pagare per salire sulla barca, e pagare per ogni cadavere che gli uomini rivoltano nell’acqua, esponendone il volto; ma il conto più salato arriva se effettivamente si riconosce la persona morta, e si vuole recuperarne i resti. Normalmente il prezzo varia a seconda della persona che paga per riavere le spoglie, o meglio dal suo reddito desunto: se i pescatori si trovano davanti un contadino, la richiesta si mantiene al di sotto dell’equivalente di 100 euro. Se a reclamare il corpo è un impiegato, il prezzo sale a 300 euro, e se è una ditta a pagare per il recupero si può arrivare anche sopra i 400 euro.

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Nonostante la gente paghi malvolentieri e si lamenti dell’immoralità di questo traffico, i pescatori di cadaveri si difendono sostenendo che si tratta di un lavoro che nessun altro farebbe; il costo del carburante per le barche è una spesa che devono coprire quotidianamente, che trovino corpi o meno, e in definitiva il loro è un servizio utile, per il quale è doveroso un compenso.
Così anche la polizia tollera questa attività, per quanto formalmente illegale.

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Ci sono infine le salme che non vengono mai reclamate. A quanto raccontano i pescatori, per la maggior parte sono donne emigrate a Lanzhou dalle campagne; le loro famiglie, ignare, pensano probabilmente che stiano ancora lavorando nella grande città. Molte di queste donne sono state evidentemente assassinate.
Nel caso in cui un cadavere non venga mai identificato, o resti troppo a lungo in acqua fino a risultare sfigurato, i pescatori lo riaffidano alla corrente. I filtri della centrale idroelettrica lo tritureranno insieme agli altri rifiuti per poi rituffarlo dall’altra parte della diga, mescolato e ormai tutt’uno con l’acqua.

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Anche oggi, come ogni giorno, le barche dei pescatori di cadaveri lasceranno la riva per il loro triste raccolto.

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Come riconoscere chi sta annegando

Arriva l’estate, spiaggia, ombrelloni, bagno in piscina e in mare. Brutta notizia: con tutti i film che abbiamo visto, rischiamo di non saper riconoscere una persona in difficoltà e in pericolo di annegamento. Sui giornali si trovano schemi di riconoscimento come questo:

Peccato che siano imprecisi. In realtà, chi sta annegando non sembra che stia annegando.

“Agitazione e richieste di soccorso” non sono possibili, mentre si annega. Nessuno in quelle condizioni può gridare aiuto o agitare le braccia. Le ragioni per cui è fisiologicamente impossibile gridare sono ovvie: il sistema respiratorio ha come funzione basilare quella di respirare, la parola è una funzione secondaria. Prima di poter gridare, bisogna riuscire a respirare.

In secondo luogo, è impossibile per un individuo che stia annegando agitare le braccia per richiamare l’attenzione. Le braccia infatti reagiscono involontariamente, e si pongono allargate sotto la superficie dell’acqua, “premendo” verso il basso in moto verticale. Questo permette alla persona di rispuntare fuori dal filo dell’acqua per qualche secondo, per cercare ossigeno, prima di riscomparire. Quello che si vede, essenzialmente, è questo: la persona che sta annegando sta completamente rigida, immobile a parte le braccia allargate che spingono verso l’alto. La testa è reclinata per permettere alla bocca di arrivare il più in alto possibile. La bocca appare e scompare ripetutamente sulla superficie dell’acqua, cercando di inalare e espirare velocemente. Qualsiasi movimento volontario, come aggrapparsi a un salvagente o agitare un braccio, è impossibile. Questa fase può durare da 20 a 60 secondi, prima che la persona affondi.

In caso di persona svenuta occorre praticare immediatamente il massaggio cardiaco 30:2 (30 massaggi alternati a 2 respirazioni). Il 118 va avvisato subito.

Riconoscere l’annegamento è cruciale: la metà dei bambini che annegano ogni anno sono in prossimità dei genitori, e circa nel 10% dei casi l’adulto li sta effettivamente guardando, senza avere la minima idea di ciò che sta accadendo.