Macabre maschere

Il Templo Mayor, costruito tra il 1337 e il 1487, era il cuore politico e religioso di Tenochtitlán, la città-stato nella Valle del Messico divenuta capitale dell’impero azteco a partire dal XV Secolo.
Da quando i suoi resti vennero scoperti per caso nel 1978, durante gli scavi per la metropolitana di Città del Messico, gli archeologi hanno portato alla luce quasi 80 edifici cerimoniali e una straordinaria quantità di manufatti relativi alla civiltà azteca (Mexica).

Fra i reperti più particolari vi sono alcune maschere ricavate a partire da teschi umani.
Queste maschere sono piuttosto elaborate: la parte posteriore del cranio è stata rimossa, probabilmente per permettere di indossarle o di applicarle a un copricapo; le maschere sono colorate con varie tinture; lame di selce e altre decorazioni sono state inserite nelle orbite oculari e nelle narici.

Nel 2016 una équipe di antropologi dell’Università del Montana ha condotto una ricerca sperimentale su otto di queste maschere, comparandole con venti teschi non modificati ritrovati nello stesso sito, in modo da comprenderne il sesso, l’età al momento della morte ed eventuali malattie e stili di vita. I risultati hanno mostrato che i teschi-maschera appartenevano a maschi di età compresa tra i 30 e i 45 anni, con denti particolarmente sani, indicativi di una salute superiore alla media. Dalla forma della dentatura gli antropologi hanno anche desunto che questi uomini provenivano da località lontane: la valle di Toluca, il Messico occidentale, la costa del Golfo e altre città azteche nella Valle del Messico. I teschi quindi, molto probabilmente, appartenevano a prigionieri nemici di nobile origine (vista l’ottima nutrizione e l’assenza di patologie).

I sacrifici umani praticati al Templo Mayor, e per i quali gli Aztechi sono tristemente noti, erano uno spettacolo che prevedeva diverse modalità: talvolta venivano eseguiti per decapitazione, o con l’estrazione del cuore, altre volte si trattava di combattimenti all’ultimo sangue, o di veri e propri roghi.
Le maschere furono dunque prodotte a partire dai cadaveri dei guerrieri sacrificati; indossarle deve aver avuto un’alta valenza simbolica.

Se questi esemplari si sono salvati nel tempo e sono giunti fino a noi è perché sono fatti di osso. Ma esistevano altri, più inquietanti travestimenti che per forza di cose sono andati perduti: le maschere ricavate dalla pelle staccata dal volto di un nemico sacrificato.

Il conquistador Bernal Diaz del Castillo descrisse queste maschere di pelle consciate come “il cuoio dei guanti” e raccontò che erano indossate durante le celebrazioni di vittorie militari. Altre maschere, fatte di pelle umane, erano esposte come offerte sugli altari del tempio, proprio come alcuni teschi trasformati in maschere, abbelliti con occhi di conchiglia e pietra, nasi e lingue, venivano seppelliti come offerte al Templo Mayor. Poiché i poteri di un nemico sconfitto erano racchiusi nella sua pelle e nelle ossa, le maschere prodotte da queste reliquie non soltanto trasferivano i suoi poteri al nuovo proprietario, ma potevano anche servire come valide offerte per la divinità.

(Cecelia F. Klein, Aztec Masks, in Mexicolore, Settembre 2012)

Durante la cerimonia di un mese chiamata Tlacaxiphualiztli, “lo Scorticamento degli Uomini”, i cadaveri dei prigionieri sacrificati venivano spellati e la loro pelle indossata per venti giorni in onore del dio della guerra Xipe Totec. In effetti l’iconografia raffigura questa divinità rivestita di pelle umana.

Simili maschere, sia di pelle che di osso, hanno però un valore più profondo di quello semplicemente legato al rito. Giocano un ruolo fondamentale per l’identità vera e propria:

Nella società azteca quando un guerriero uccideva il suo primo prigioniero, si diceva che si era guadagnato “un altro volto”. Che questa espressione si riferisse letteralmente a una maschera-trofeo oppure fosse semplicemente un modo di dire, implica però che la nuova “faccia” del giovane combattente rappresentava una nuova identità, un nuovo status sociale. Le maschere azteche dunque devono essere comprese come rivelazioni, o simboli, dello status speciale di una persona, piuttosto che travestimenti […]. Nella lingua Nahuatl parlata dagli Aztechi, la parola “volto”, xayacatl, è la stessa usata per indicare qualcosa che copre la faccia.

(Cecelia F. Klein, Ibid.)

Ecco il punto centrale: non esiste cultura al mondo che non abbia elaborato le proprie maschere, e non si tratta quasi mai di semplici travestimenti.
Il loro scopo è “lo sviluppo della personalità o, come meglio diremo, lo sviluppo della persona, [che] è una questione di prestigio magico“: le maschere “nelle feste totemistiche, per esempio, servono a innalzare o modificare la personalità” (Carl Gustav Jung, L’io e l’inconscio, ed. 1977).

Allo stesso modo, i teschi decorati del Templo Mayor non sono manufatti così “esotici” come ci piacerebbe immaginare. Essi rappresentano piuttosto una diversa declinazione di concetti che conosciamo bene — idee che stanno alla base della nostra stessa società.

Il rapporto tra il volto (vale a dire la nostra identità, individualità) e la maschera che indossiamo, è un paradosso ben più antico di Pirandello. Proprio come per gli Aztechi il termine xayacatl indicava entrambe le cose, anche per noi maschera e volto sono spesso indistinguibili.

La stessa parola persona deriva dal per-sonare, il “suonare attraverso”, della voce dell’attore dietro la maschera.
La tragedia greca nacque tra il VII e il V secolo a.C. come rappresentazione che aveva essenzialmente il compito di sostituire i sacrifici umani, come sostiene Réné Girard. Una delle etimologie più diffuse ci rivela che la tragedia altro non sarebbe se non il canto del capro: imitazione dell’uccisione rituale dello “straniero interno” sull’altare, dello spettacolo di sangue con cui la società si lavava, si purificava dalle pulsioni considerate primitive. La tragedia — a cui non a caso i cittadini ateniesi erano tenuti ad assistere per legge, durante le feste dionisiache — sostituisce la violenza ancestrale del sacrificio con la sua rappresentazione, e il capro espiatorio con l’eroe tragico.

Il Teatro è dunque, all’origine, conflitto e catarsi. Duello tra il barbaro, colui che non conosce parola e che agisce in preda agli istinti naturali, e il Cittadino figlio dell’ordine, del logos.
Il Teatro, proprio come il sacrificio umano, crea l’identità culturale; la Maschera crea la persona necessaria alla messa in scena di questa identità, formando e regolando i rapporti sociali.

I sacrifici umani degli antichi Greci e quelli aztechi rispondono a uno stesso bisogno: l’identità culturale nasce (o perlomeno si rafforza) per contrasto con l’avversario ucciso e immolato sull’altare.
Ridurre il nemico a teschio — come facevano gli Aztechi con gli tzompantli, le terribili rastrelliere usate per esibire pubblicamente decine, forse centinaia di crani delle vittime sacrificali — è un modo di privarlo della maschera/volto, annullarne l’identità. Eccoli i nemici, tutti simili, ossa sbiancate sotto al sole, senza qualità individuali apprezzabili.

Trasformare i teschi in maschere, o indossare la pelle del nemico, implica un faticoso lavoro, e significa dunque compiere un atto magico ancora più consapevole: serve ad acquisirne la forza e il potere, ma anche a ribadire che la persona (e per estensione, la società) esiste in virtù dello Straniero che si è saputo sconfiggere.

Tulpamanzia

Questo articolo è apparso originariamente su #ILLUSTRATI n. 48, “Budo”

Illustrazione di Sofia Paravicini

Un uomo solo è sempre in buona compagnia.
(G. Gaber, “I soli”, in Il Teatro Canzone, 1992)

Se da bambini avete avuto un amico immaginario, non vi capita mai di provare un po’ di nostalgia per quel compagno con cui trascorrevate le giornate?
Potevate divertirvi assieme, scambiarvi consigli, confidarvi paure e speranze. Quell’amicizia di fantasia – come probabilmente sapevate bene già allora – non era altro che un gioco mentale, eppure vi aiutava a orientarvi nel complicato mondo degli adulti; e magari serviva anche a sfogare qualche frustrazione, o ad alleviare i momenti di solitudine.
Certo, oggi che siete adulti, avete imparato che la voce nella vostra testa deve essere una sola. Se un adulto parla ancora con un amico immaginario, be’, vuol dire che è matto.
Però, in fondo, ammettiamolo: in alcuni momenti farebbe comodo evocare a comando qualcuno con cui confrontarci, o a cui confidare un segreto con la certezza di non essere traditi…

C’è chi non si rassegna.
Dal 2010 esiste una piccola comunità online di persone dedite alla cosiddetta “tulpamanzia”. La tulpamanzia è la creazione volontaria di identità secondarie o, per così dire, di amici immaginari. Queste entità sono chiamate “tulpa” e vengono costruite sfruttando alcune tecniche a metà strada tra la meditazione orientale e la psicologia; il tulpamante, cioè chi decide di provare a sviluppare un tulpa, lo fa in maniera consapevole e resta cosciente della natura fittizia del personaggio che ha inventato. Allo stesso tempo, però, riesce a donargli una personalità specifica e indipendente, ed è in grado di sentire la sua voce e di percepirlo anche nel mondo reale – tramite allucinazioni (uditive, visive, tattili, olfattive) che hanno la peculiarità di essere controllate e intenzionali.

I tulpa hanno talvolta caratteristiche molto differenti dal loro creatore, fornendo così punti di vista alternativi; in alcuni casi parlano lingue diverse, o hanno accenti esotici; possono essere figure indistinte o estremamente dettagliate fin negli accessori di vestiario; hanno un loro specifico carattere, gusti e abilità particolari.
Sono in grado di aiutare il tulpamante nei modi più diversi: può trattarsi di una semplice chiacchierata, ma talvolta anche di qualcosa di più.

In uno degli studi più approfonditi sull’argomento (S. Veissière, Varieties of Tulpa Experiences: Sentient Imaginary Friends, Embodied Joint Attention, and Hypnotic Sociality in a Wired World, 2015), troviamo ad esempio la testimonianza di una ragazza che un giorno sentiva particolarmente freddo: il suo tulpa le mise sulle spalle una coperta immaginaria, e quasi per magia le sembrò di scaldarsi veramente. Ma esistono perfino alcune tecniche per permettere al tulpa di prendere temporaneamente controllo del corpo del cosiddetto “ospite”, il quale si trova dunque a svolgere compiti che non sarebbe in grado di eseguire bene da solo.

A prima vista, inventarsi di proposito una personalità multipla sembrerebbe una follia: il disturbo dissociativo di identità è una patologia seria (anni fa intervistai per questo blog una donna nella cui mente convivevano ben 27 alter ego, e la sua non era certo una vita facile).
La differenza sostanziale, qui, sta proprio nella volontarietà di quest’atto, che lo rende controllabile: poiché è stato creato in maniera deliberata, un tulpa è una proiezione della mente che ha scopi esclusivamente costruttivi, positivi, di sostegno. Per la tulpamanzia non si può parlare quindi di vera e propria patologia, fino a quando essa non interferisce con la funzionalità del soggetto. Chi la pratica riferisce al contrario di aver sperimentato sostanziali miglioramenti nella qualità di vita e perfino nelle interazioni sociali. Molti dichiarano di avervi trovato un efficace metodo per uscire dalla solitudine e per combattere l’ansia. Alcuni si spingono fino al punto di intrattenere con i loro tulpa delle relazioni sentimentali o sessuali (anche se la comunità non è incline ad accettare di buon grado questo aspetto, che rimane controverso).

La tulpamanzia, per quanto sia un fenomeno underground molto limitato, ha immediatamente attirato l’attenzione di antropologi e psicologi. Il processo che sta alla base della creazione di nuove personalità potrebbe infatti essere di estremo interesse per le scienze cognitive, per l’etnologia e l’etnobiologia, per l’antropologia linguistica, per le neuroscienze e per lo studio sociale dell’ipnosi.

“La voce nella testa deve essere una sola” dicevamo all’inizio. Siamo culturalmente spinti a credere che l’io sia unico, indivisibile. Ma nell’ultimo ventennio in psicologia ha guadagnato sempre più credito l’ipotesi che in realtà la nostra coscienza sia multipla e fluida. Secondo alcuni ricercatori, la popolazione si dividerebbe tra coloro che mantengono una visione diacronica della propria vita, come si trattasse di un’autobiografia con un io narrante ben definito, e coloro che invece percepiscono l’esistenza come episodica, e che guardando al passato vedono un insieme di momenti e stadi evolutivi in cui la loro personalità era totalmente diversa da quella attuale.

Insomma: le narrative interiori, il modo in cui ci “raccontiamo” a noi stessi, sono complesse, e il famoso “uno, nessuno e centomila” pirandelliano è forse più vero di quanto pensiamo.
E allora, sostengono i tulpamanti, perché non trasformare tutto questo in una risorsa, coltivando amicizie immaginarie?
Saremmo forse tutti un po’ più matti, ma più contenti.

La Nave dei Folli: esilio del diverso, e altri naufragi

Nel 1494 a Basilea Sebastian Brant pubblica La nave dei folli (Das Narrenschiff). È un’operetta satirica in versi, suddivisa nella prima edizione in 112 capitoli illustrati da altrettante xilografie attribuite ad Albrecht Dürer.

L’immagine dell’imbarcazione il cui equipaggio è costituito unicamente da pazzi era già diffusa nella tradizione europea, dall’Olanda all’Austria, e compariva in diversi poemi a partire dal XIII Secolo. Brant però la utilizza a scopi umoristico-moralistici, dedicando a ogni stolto passeggero un capitolo, e facendone una sorta di compilazione dei peccati, dei difetti e delle meschinità umane.

Ciascun personaggio è l’espressione di una specifica “follia” dell’uomo – la cupidigia, il gioco d’azzardo, la crapula, l’adulterio, le chiacchiere, gli studi inutili, l’usura, la voluttà, l’ingratitudine, la bestemmia, eccetera. Ci sono capitoli per coloro che disubbidiscono al medico, per gli arroganti che correggono di continuo gli altri, per chi si caccia volontariamente nei guai, chi si crede superiore, chi non sa mantenere un segreto, chi sposa donne vecchie per l’eredità, chi se ne va in giro di notte a cantare e suonare quando è tempo di riposare.

La visione di Brant è impietosa, sebbene in parte stemperata dai toni carnascialeschi; e in effetti la nave dei pazzi ha una correlazione evidente con il Carnevale – che potrebbe prendere il suo nome dal carrus navalis, il carro delle processioni costruito, appunto, a forma di barca.
Il Carnevale era il momento dell’inversione “sacra”, in cui ogni eccesso era lecito, si poteva liberamente parodiare il clero o i potenti mettendo in scena pantomime e sberleffi sfrenati: le “navi su ruote”, cariche di maschere e di caratteri grotteschi, portavano effettivamente la follia nelle piazze. Ma queste esternazioni erano accettate soltanto in quanto limitate a un periodo preciso, eccezione consentita per rafforzare l’equilibrio.

Foucault, che della nave dei pazzi scrive nella sua Storia della follia, ne fa il simbolo di una delle due grandi strategie non programmatiche messe in atto nei secoli per combattere il pericolo della malattia (e, più genericamente, del Male che si annida nella società).

Da una parte c’è appunto il concetto della Stultifera Navis, che consiste nella marginalizzazione di tutto ciò che è ritenuto insanabile. Le navi piene di disadattati, matti e poco di buoni forse sono esistite per davvero: come scrive P. Barbetta, “i folli venivano allontanati dalle città, imbarcati su navi per essere abbandonati altrove, ma il navigatore spesso le gettava a mare o le sbarcava in qualche landa desolata, dove morivano. Molti annegavano.


Il pazzo e il lebbroso venivano esiliati fuori dalle mura in una sorta di grande rito di purificazione comunitario:

Il gesto violento che li scaccia dalla vita della polis definisce retroattivamente la natura immunitaria della Comunità dei normali. Il folle è infatti considerato un tabù, un corpo estraneo che deve essere spurgato, allontanato, escluso. I marinai diventano allora i loro custodi: essere stivati nella Stultifera navis e abbandonati sulle acque manifesta l’esigenza di un rituale simbolico di purificazione ma anche un imprigionamento senza alcuna possibilità di redenzione. La libertà di una navigazione senza rotta è, in realtà, una schiavitù impossibile da riscattare.

(M. Recalcati, Scacco alla ragione, Repubblica, 29-05-16)

Dall’altra parte Foucault individua un secondo modello, anch’esso antico, riemerso a partire dalla fine del XVII Secolo in concomitanza con l’esplodere della peste: il modello dell’inclusione dell’appestato.
Qui la società non cede all’istinto di bandire a priori una parte dei cittadini, ma pianifica invece una capillare rete di controllo per stabilire chi è ammalato e chi è sano.
La letteratura e il teatro hanno spesso descritto le epidemie di peste come un momento in cui tutte le regole saltano, ed è il disordine a imperare; al contrario Foucault vede nella peste il momento in cui viene istituito un potere politico “esaustivo, un potere senza ostacoli, un potere interamente trasparente al suo oggetto; un potere che si esercita pienamente” (da Gli anormali).
Si implementa lo strumento della quarantena; si organizzano ronde quotidiane, si controllano gli abitanti quartiere per quartiere, casa per casa, addirittura finestra per finestra; la popolazione è censita e parcellizzata fin nei minimi denominatori, e chi non si presenta all’appello è escluso dal consorzio sociale in maniera “chirurgica”.
Ecco perché questo secondo modello mostra i caratteri sadiani del controllo assoluto: una società appestata piace a chi sogna una società militare.

Come si noterà, una vera e propria integrazione della follia e della diversità non sembra essere mai stata contemplata.

Le figure davvero scandalose (ricordava Baudrillard in Simulacri e simulazione) sono ancora il pazzo, il bambino e l’animale – scandalosi perché non parlano. E se non parlano, se esistono al di fuori del logos, sono pericolosi: bisogna negarli, o perlomeno non considerarli, per non rischiare di mettere a repentaglio i confini della cultura.
E dunque i bambini non sono reputati capaci di intendere né di volere, non sono uomini a pieno titolo e ovviamente non contano in alcuna decisione (ma essendo comunque cittadini in fieri almeno vengono protetti); gli animali, con i loro occhi misteriosi e il loro mutismo insopportabile, vanno sempre sottomessi; i folli, infine, sono relegati alla loro nave di cui è meglio non sapere nulla, destinata a perdersi tra i flutti.

Alla triade di “scandali” di Baudrillard si potrebbe forse aggiungere un’ulteriore categoria, più problematica, quella dello Straniero – che parla sì una lingua, ma non la nostra, e che fin dall’antichità è stato visto di volta in volta come foriero di novità feconde oppure di pericolo, come “scherzo di natura” (incluso nei bestiari e nei resoconti di meraviglie esotiche) oppure monstrum inconciliabile con la società progredita.

In sostanza, la contrapposizione tra la città/terraferma intesa come Norma e l’esilio marittimo del diverso non è mai tramontata.

Ma per tornare alla satira di Brant, quel Narrenschiff che ha fissato nell’immaginario collettivo l’allegoria della nave: si potrebbe ipotizzarne una lettura meno reazionaria o conformista.
Infatti guardando meglio la folla di disadattati, matti e stolti, è difficile non identificarsi almeno in parte con qualcuno dei “naviganti”. Non è un caso che nel penultimo capitolo l’autore si diletti a includere perfino sé stesso nella dissennata marmaglia.

Per questo sorge il dubbio: e se il libro non fosse una semplice messa alla berlina dei vizi umani, ma piuttosto una metafora disperata della condizione esistenziale? Se quei volti grotteschi, avidi e riottosi fossero i nostri, e non esistesse davvero alcuna terraferma?
Se è così – se noi siamo i pazzi –, cosa ci ha spinto a questa follia?

C’è una quinta e ultima categoria di interlocutori “scandalosi-perché-non-parlano”, con cui abbiamo molto, troppo in comune: sono i cadaveri.

E gli scheletri beffardi, nella narrativa del memento mori, sono personaggi-funzione tanto quanto i matti galleggianti di Brant. Anche nelle danze macabre ognuno degli scheletri rappresenta la propria specifica vanagloria, ciascuno esibisce il suo patetico orgoglio mondano, il suo grado nobiliare, con la convinzione incrollabile d’essere principe o pecoraio.

Nonostante tutti gli stratagemmi escogitati per renderla simbolica, per motivarla, la morte è ancora l’innesco che fa crollare il castello di carte. Il cadavere è il vero osceno incurabile perché non comunica, non lavora e non produce, né conosce buone maniere.
In quest’ottica allora la nave dei folli, ben più capiente di quanto sospettato, non imbarca soltanto i viziosi e i peccatori ma l’umanità intera: rappresenta l’assurdità dell’esistenza che la morte depriva di senso. Di fronte a questa realtà, il diverso, il deviante non esistono più.

A renderci pazzi è dunque il presagio: quello dell’inevitabilità del naufragio.
La perdita della ragione, cioè, avviene nel momento in cui ci si rende conto che il crederci separati dalla natura è stata una sublime illusione. “L’umanità – nelle parole di Brechtè tenuta in vita dagli atti bestiali”. E con un atto bestiale, muore.

L’occhio luccicante (glittering eye) del vecchio marinaio di Coleridge ha il bagliore di chi ha intravisto la verità: egli ha scoperto quanto labile sia il confine tra la nostra pretesa razionalità e i mostri, gli spettri, la dannazione, l’animalità, ed è condannato a raccontarlo per sempre.

L’umanità resa folle dalla visione della morte è quella dei disperati della zattera della Medusa; e la grande intuizione di Géricault, al fine di studiare la gamma dei colori della carne, fu di procurarsi e portare nel suo studio degli autentici arti mozzati e teste umane – riduzione dell’uomo a taglio di macelleria.

Nonostante nel dipinto ultimato l’orrore sia controbilanciato dalla speranza (la goletta salvifica avvistata all’orizzonte), non fu certo quest’ultima ad accendere l’interesse dell’artista, né ad alimentare le successive polemiche. Il fulcro qui è la carne oscena, il cannibalismo, l’atto animalesco, il Panico che irrompe e assedia, il naufragio come orgia in cui ogni ordine precipita.

Acqua, acqua ovunque”: è pazzo chi si crede sano e sensato, ma diventa pazzo chi si rende conto della mancanza di senso, della caducità del mondo… In questo dilemma senza soluzione sta tutto il dramma dell’uomo fin dai tempi dell’Ecclesiaste, nell’impossibilità di operare una scelta razionale.

Da questa follia non si può guarire, da questa nave non si può scendere.
Non resta altro, forse, che abbracciare l’assurdo, emozionarsi per l’avventurosa traversata, e restare attoniti di fronte all’antico cielo stellato.

Das Narrenschiff di Brant è disponibile online nell’edizione originale tedesca, in una traduzione inglese del 1874 in due volumi (1 & 2), oppure per l’acquisto su Amazon.

Figli della tomba

Partoriscono a cavallo di una tomba,
il giorno splende un istante,
ed è subito notte.

(S. Beckett, Aspettando Godot)

Una storia dell’orrore italiana

Castel del Giudice, Italia.
Il 5 agosto 1875 una donna incinta, indicata nei documenti con le iniziali F. D’A., morì nel bel mezzo delle doglie, prima di riuscire a dare alla luce il suo bambino.
Senza osservare i tempi minimi di attesa prima della tumulazione, il giorno seguente il corpo della donna venne calato nella fossa carnaria del cimitero. Questo era un tipo di sepoltura collettiva per le classi meno abbienti, all’epoca ancora in uso in centinaia di comuni italiani: consisteva in un ambiente sotterraneo, una sorta di stanza o di pozzo sigillato, dove i cadaveri venivano deposti e lasciati a imputridire l’uno sull’altro (alcuni all’interno di casse, altri avvolti da semplici sudari).

Per il corpo di F. D’A., le cose presero una brutta piega fin dall’inizio:

Bisognava scenderla nella fossa e si credette di affidare ad una corda il voluto cadavere, però la corda si ruppe ed il povero corpo della D’A. cadde ad una certa altezza in modo da urtare con il cranio contro una cassa mortuaria. Discese alcune persone, ripresero la D’A. e la deposero supina su di altra cassa mortuaria vicina, dove restò col volto cadaverico, colle mani legate e poggiate sull’addome e colle gambe strettamente riunite mercé cucitura delle due calze. In tal modo e non altrimenti la D’A. fu lasciata dai presenti che la seppellirono.

Ma quando un paio di giorni dopo si riaprì la fossa per seppellire un’altra ragazza da poco defunta, la visione che si presentò agli astanti fu terribile:

Accorse la germana della F. D’A. per dare l’ultimo saluto alla sorella defunta, ma appena le fu possibile spingere lo sguardo verso il luogo dove la sorella venne deposta ebbe ad osservare il miserando spettacolo della sorella situata in posizione ben diversa da quella in cui fu lasciata ed avente tra le gambe il feto che nella tomba aveva dato alla luce e col quale nella tomba stessa miseramente morì. […] Accorse immediatamente la giustizia che trovò il cadavere della D’A. posare nella tomba sul lato sinistro ed il volto fortemente contratto, colle mani che legate con il nastro di cotone bianco formavano arco colle braccia e poggiavano sulla testa, con dei brandelli di nastro bianco tra i denti […]. Ai piedi della madre giaceva il neonato di sesso maschile col funicolo ombelicale e con le membra ben proporzionate e sviluppate.

Provate a immaginare l’orrore della poveretta nel risvegliarsi al buio, in preda ai dolori del parto; con le ultime forze che le rimanevano la donna aveva fatto nascere il bambino, per morire poco dopo “assediata da cadaveri, per la mancanza di aria, per mancanza di aiuto e nutrimento e per le perdite conseguenti allo sgravo”.
La fantasia fatica a figurarsi una fine più terribile.

Il caso ebbe ampia eco in tutta Italia; il medico, sindaco e becchino, a termine di un processo che si svolse nel Tribunale di Isernia, vennero riconosciuti colpevoli di due omicidi involontari “accompagnati da circostanze gravissime” e condannati a sei mesi di carcere e a 51 lire di multa – pena che però fu dimezzata in appello nel novembre del 1877 dal Tribunale di Napoli.
Questa inaudita diminuzione della pena venne aspramente criticata dal corrispondente del Times in Italia, che osservò come “le circostanze del caso, se ben analizzato, mostrano lo scarso valore attribuito alla vita umana in questa nazione“; della vicenda parlarono anche il New York Times e decine di altri quotidiani britannici e americani.

Questa storia, per quanto spaventosa – anzi, proprio perché è così spaventosa – andrebbe presa con le pinze.
C’è più di una ragione per essere cauti al riguardo.

Sepolti vivi?

Innanzitutto il tema della donna gravida creduta morta che partorisce nella tomba era già un motivo ricorrente nel Diciannovesimo secolo, quando la tafofobia (ovvero la paura di essere sepolti vivi) aveva raggiunto al suo culmine.

Il folclorista Paul Barber nel suo Vampires, Burial, and Death: Folklore and Reality (1988) sostiene che il numero di persone realmente sepolte vive sia stato largamente esagerato dalle cronache; una posizione condivisa anche da Jan Bondeson che in uno dei libri più completi sull’argomento, Buried Alive, illustra come la stragrande maggioranza dei racconti ottocenteschi riguardo alle esequie premature non siano attendibili.

In buona parte si tratterebbe dunque di un vero e proprio topos letterario, romantico e decadente, sebbene nato da un pericolo che era certamente reale nei secoli passati: interpretare i segni della morte era un procedimento complesso e spesso approssimativo, tanto che già dal Settecento esistevano alcuni trattati (il più celebre quello di Winslow), che proponevano una serie di misure per constatare con maggiore sicurezza l’effettivo decesso.

Una conoscenza superficiale dei processi decompositivi poteva inoltre portare a malintesi.
Quando si riesumavano dei corpi, non era infrequente ritrovarli in posizioni diverse da quella di sepoltura; questo era dovuto alla naturale tendenza del cadavere a muoversi durante la decomposizione, e talvolta a essere soggetto addirittura a piccole “esplosioni” a causa dei gas derivanti dalla putrefazione – scoppi abbastanza potenti da far ruotare gli arti superiori. Allo stesso modo, i segni lasciati da roditori o altri necrofagi (terra smossa, graffi, morsi, vesti rovinate, capelli caduti) potevano venire scambiati per i disperati tentativi del defunto di liberarsi.

Eppure, come detto, un fondo di verità c’era, e qualche sfortunato sarà sicuramente finito vivo in una bara. Perfino con tutti i nostri avanzati strumenti diagnostici, di tanto in tanto capita ancora che qualcuno si risvegli su un tavolo d’obitorio. Ma si tratta, oggi come allora, di eventi rarissimi, e in genere queste storie ci parlano di una paura culturale più che di un rischio concreto.

Il parto in bara

Se già venire sepolti vivi era dunque un fatto eccezionale, le probabilità che una donna incinta potesse addirittura partorire nel sepolcro risultano ancora più scarse. Anche questa idea – talmente carica di pathos da esercitare un fascino irresistibile per la sensibilità dell’epoca – deve essere nata da osservazioni reali, e di certo aprire la tomba di una donna e trovarvi un neonato doveva sembrare una prova definitiva della sua sepoltura prematura.
Quello che all’epoca non si sapeva è che il feto può in rarissime circostanze essere espulso post-mortem.

I microorganismi anaerobici, che danno avvio alla fase putrefattiva del cadavere, rilasciano durante la loro attività metabolica diversi gas. In questa fase enfisematica i tessuti interni si tendono e stirano; il torso, l’addome e le gambe si possono gonfiare; la pressione interna causata dall’accumulo di gas nel corpo di una donna in stato di gravidanza avanzato può determinare la separazione delle membrane amniotiche, il prolasso dell’utero e la conseguente estrusione totale o parziale del feto.
Questo evento sembrerebbe essere più probabile se la defunta aveva già avuto gravidanze in passato, per via della maggiore elasticità della cervice.
Lo strano fenomeno viene chiamato Sarggeburt (nascita in bara) nella letteratura forense tedesca.

Il primo caso di parto post-mortem cui siamo a conoscenza risale al 1551, quando una donna impiccata sul patibolo rilasciò, quattro ore dopo l’esecuzione capitale, i corpicini di due gemelli, entrambi morti. (Un episodio molto simile accadde nel 2007 in India, quando una donna si suicidò durante il travaglio; in quel caso il bambino nacque vivo e sano.)
A Bruxelles, nel 1633, una donna morì di convulsioni e tre giorni dopo il feto fu spontaneamente espulso. La stessa cosa avvenne a Weißenfels, in Sassonia, nel 1861. Altri casi sono citati nel primo testo medico in cui si parla di questa strana evenienza, cioè Anomalies and Curiosities of Medicine, pubblicato nel 1896, ma per la maggior parte si tratta di parti avvenuti quando la salma della madre non era ancora stata tumulata.
È John Whitridge Williams che, nel suo fortunato Obstetrics: a text-book for the use of students and practitioners (1904), indica la possibilità che il parto post-mortem avvenga dopo la sepoltura.

L’espulsione spontanea del feto dopo la morte della madre è stato osservato anche in tempi recenti.

Un caso del 2005 riguarda una donna morta nel suo appartamento a causa di intossicazione acuta da eroina: al momento del ritrovamento fu notato che la testa del feto (morto) spuntava da sotto le mutande della madre; ma più tardi, durante l’autopsia, anche la parte superiore del busto del bambino era emersa – segno che i gas sviluppatisi nella regione addominale avevano continuato a esercitare pressione dall’interno.
Nel 2008 una donna di 38 anni, al settimo mese di gravidanza, venne trovata assassinata in un campo e in stato avanzato di decomposizione per via del clima tropicale. Durante l’autopsia, il feto fu rinvenuto all’interno degli indumenti intimi della donna, ugualmente putrefatto e con il cordone ombelicale ancora attaccato alla placenta (qui il case study dei patologi forensi – ATTENZIONE immagini esplicite).

 

Vita in morte

Per tornare infine alla sventurata di Castel del Giudice, cosa le era accaduto veramente?
Certo, l’autopsia svolta all’epoca e citata negli atti del processo parlava della presenza di aria nei polmoni del neonato, che quindi sarebbe stato partorito vivo. Ed è possibile che le cose siano davvero andate così.

Eppure da una parte il racconto si inserisce fin troppo perfettamente in una specifica narrativa popolare dell’epoca, la cui reale incidenza statistica è messa in dubbio dagli studiosi; dall’altra, potrebbe essersi trattato di parto post-mortem, evento ben documentato – tanto che perfino gli archeologi faticano spesso a interpretare i ritrovamenti di scheletri antichi che mostrano resti di feti ancora parzialmente inseriti nelle ossa pelviche.

L’unica cosa certa è che queste storie atroci – autentiche o inventate – hanno una qualità quasi archetipica; morte e nascita, intrecciate in un singolo luogo e momento.
Forse ci affascinano perché, a livello simbolico, ci ricordano una verità, cioè quella espressa da un celebre verso degli Astronomica di Manilio:

Nascentes morimur, finisque ab origine pendet.

“Nascendo moriamo, e la fine dipende dall’inizio.”

Le nozze fantasma

Cina, provincia di Shanxi, nella parte settentrionale della Repubblica.
All’inizio del 2016, il capo della polizia della contea di Hongtong dà l’allarme: nel triennio precedente sono stati accertati almeno una dozzina di furti di cadavere all’anno. Le salme disseppellite e trafugate sono tutte di giovani donne, e la tendenza è talmente in crescita che molte famiglie preferiscono inumare i membri femminili vicino alle loro case, piuttosto che in luoghi più appartati. Altri fanno ricorso a tombe in cemento, installano telecamere a circuito chiuso, assoldano guardie o costruiscono delle grate attorno al sito di sepoltura, proprio come si faceva nell’Inghilterra dei body snatchers. Sembra che in alcune parti della provincia il corpo di una ragazza morta in giovane età non sia mai troppo al sicuro.
Cosa c’è dietro a questo trend inquietante?

Questi episodi di furto di cadavere sono collegati a un’antichissima tradizione che si pensava abbandonata da molto tempo: l’usanza dei “matrimoni nell’aldilà”.
La morte di un maschio giovane e celibe è considerata un evento che porta sfortuna all’intera famiglia: l’anima del ragazzo infatti non trova pace, senza una compagna.
Per questo i familiari, nell’intento di trovare una sposa per il defunto, si affidano a degli intermediari che si occupano di metterli in contatto con altre famiglie le quali hanno, a loro volta, recentemente perso una figlia. I due giovani deceduti vengono dunque sposati mediante un rito apposito e seppelliti assieme, per il sollievo di entrambe le famiglie.
Questo tipo di matrimoni sembra risalga alla dinastia Qin (221-206 a.C.) anche se le fonti principali attestano la pervasività della pratica a partire dalla dinastia Han (206 a.C.-220 d.C.).

Il problema è che, visti gli ingenti guadagni derivanti da un simile traffico, alcuni di questi “agenti di matrimonio” non si fanno scrupoli ad agire in clandestinità per dissotterrare le preziose fanciulle: talvolta, per rivendere i corpi, fingono di essere parenti della morta, ma in altri casi trovano famiglie in lutto che sono semplicemente disposte a pagare pur di trovare una sposa al loro caro estinto, chiudendo un occhio sulla provenienza del cadavere.

Fino a qualche anno fa i “matrimoni fantasma” si svolgevano utilizzando delle simboliche figurine di bambù, vestite con abiti tradizionali; oggi che il benessere è aumentato si arriva a spendere anche 100.000 yuan (equivalenti a circa 15.000 euro) per un cadavere fresco di fanciulla. Anche dei resti umani più vecchi, ricomposti con filo di ferro, possono valere intorno agli 800 euro. D’altronde sono proprio gli anziani dei villaggi ad ammonire le nuove generazioni: per scacciare la sfortuna non c’è niente di meglio che un’autentica salma.
Nonostante la pratica sia stata dichiarata illegale nel 2006, il business è talmente lucrativo che gli arresti si moltiplicano e si ha notizia almeno di due omicidi compiuti al fine di rivendere il corpo della vittima.

Se a primo sguardo questa tradizione ci può sembrare macabra e insensata, soffermiamoci un attimo sulle possibili motivazioni.
Nella provincia in cui si concentrano gli episodi, un grande numero di ragazzi maschi lavorano nelle miniere di carbone dove gli incidenti sul lavoro sono tristemente frequenti. La maggioranza di questi giovani costituiscono la sola prole avuta da una coppia, a causa della politica del figlio unico attuata dal governo cinese fino al 2013.
Oltre ai motivi legati alla superstizione, dunque, c’è anche una componente psicologica importante: immaginate il sollievo se, nel processo di elaborazione del lutto, poteste ancora fare qualcosa per rendere felice il vostro caro estinto. Ecco, il “matrimonio degli spiriti” agisce proprio da compensazione per la perdita di un ragazzo amato, morto magari lavorando per supportare la famiglia.

I matrimoni fra due defunti, o fra una persona viva e una morta, non sono peraltro prerogativa della Cina. In Francia le nozze postume (svolte solitamente quando una donna perde in modo prematuro il fidanzato) vengono regolarmente richieste facendo ricorso al Presidente della Repubblica, che ha il compito di rilasciare il permesso. Lo scopo è quello di riconoscere eventuali figli concepiti prima del decesso, ma vi possono essere anche motivazioni puramente emotive. In effetti è relativamente lunga la lista dei paesi che hanno visto casi di matrimoni in cui uno o entrambi i gli sposi non erano più in vita.

Infine, una piccola curiosità.
Nel celebre film di Tim Burton La sposa cadavere (2005), ispirato a una leggenda secolare (se ne può trovare un’incarnazione romantica anche nell’antologia Fantasmagoriana, nel racconto Die Todtenbraut di F. A. Schulze), è un anello infilato quasi per gioco su un arbusto a sancire l’inconsapevole fidanzamento dell’oltretomba.
Assai simile a quel ramoscello, all’apparenza innocuo, è il “trabocchetto” usato a Taiwan quando muore una giovane donna ancora nubile: i familiari piazzano per strada dei pacchetti rossi contenenti soldi dei morti, oppure una ciocca di capelli o delle unghie della morta. Il primo uomo a raccogliere il pacchetto è tenuto a sposare la giovinetta deceduta, pena un’indicibile sventura. Potrà poi prendere nuovamente moglie, ma dovrà riverire per sempre la sposa “fantasma” come la sua prima, vera moglie.

Questi rituali si rendono necessari quando un individuo accede all’aldilà prematuramente, senza aver eseguito un rito di passaggio fondamentale come il matrimonio (quindi senza aver completato il “corretto” percorso della sua vita). Come spesso accade nelle usanze funebri, la pratica ricopre una funzione benefica e apotropaica sia per il gruppo sociale dei vivi che per il defunto stesso.
Viene cioè scongiurata da una parte la sfortuna che potrebbe colpire i parenti; si viene a creare “per procura” quel legame tra due diverse famiglie che sarebbe mancato in assenza di un vero e proprio matrimonio; e ad un tempo ci si assicura anche che l’anima lasci questo mondo in pace, e non si avventuri per il suo ultimo viaggio indossando il marchio di una disgraziata solitudine.

Link, curiosità & meraviglie assortite – 3

Nuova miscellanea di link interessanti e fatti bizzarri.

  • C’è un gruppo di famiglie italiane che diversi anni fa ha deciso di provare a vivere sugli alberi. Nel 2010 il giornalista vicentino Antonio Gregolin ha visitato questi misteriosi “eremiti” (non così reclusi, però, quanto si potrebbe pensare) firmando un meraviglioso reportage sul loro villaggio arboricolo.

  • Un interessante long read sul disgusto, sugli errori cognitivi in cui ci fa incappare, e su come potrebbe aver contribuito alla nascita della morale, della politica, delle leggi — in sostanza, alla creazione delle società umane.
  • Siete pronti per un viaggio musicale nel tempo e nello spazio? Su questo sito potete scegliere un paese del mondo e una decade dal 1900 ad oggi, e scoprire quali erano le hit discografiche del periodo. Organizzate il vostro itinerario/playlist con un taxi virtuale fissando tappe inconcepibilmente distanti tra loro: potreste partire dalle prime registrazioni di canti tradizionali della Tanzania, saltare alla disco coreana degli anni ’80, e approdare al caldo pop psichedelico norvegese anni ’60. Attenzione, crea dipendenza.
  • Parlando di tempo, è davvero un enigma come questa campagna di crowdfunding non abbia raggiunto l’obiettivo di finanziare la creazione dell’orologio minimalista definitivo. Sarebbe stato un accessorio perfetto per filosofi, e ritardatari.
  • L’ultimo numero della rivista Illustrati ha un titolo, e un tema, evocativo, “Cerchi di luce”. Nel mio contributo, racconto il Nord Est esoterico della mia adolescenza: L’unico chakra.
  • Durante la terribile alluvione che di recente ha colpito la Louisiana, alcune bare sono venute a galla. Una visione surreale, ma non del tutto inedita: ecco un mio vecchio post sullo Holt Cemetery di New Orleans, dove ciclicamente riaffiorano le ossa dei morti.

  • Restiamo nel cosiddetto Pelican State, dove per scongiurare la sfortuna ci si può sempre affidare agli incantesimi tradizionali, ormai diventati anche un business per turisti: ecco i cinque migliori negozi di armamentari voodoo di New Orleans.
  • Chi mi segue da un po’ mi avrà probabilmente sentito parlare di “meraviglia nera“, cioè della necessità di restituire alla meraviglia il suo dominio originario sulla tenebra. Un bell’articolo sulla filosofia dello stupore pubblicato da DoppioZero ribadisce il concetto: “lo stupore originario, il thauma non è sempre e soltanto un momento di grazia, un sentimento positivo: possiede una dimensione di orrore e di angoscia che prova chi si trova a contatto con una realtà ignota, sconosciuta, diversa, così altra da provocare turbamento e angoscia“.
  • Quali sono le mummie più antiche del mondo? Quelle dei Faraoni d’Egitto?
    Sbagliato. Le mummie dei Chinchorro, ritrovate nel deserto di Atacama tra Cile e Perù, sono antecedenti a quelle egiziane. E non di un secolo o due: di duemila anni.
    (Grazie, Cristina!)

  • Qualche giorno fa Wu Ming 1 mi ha segnalato un articolo su The Atlantic riguardo un imminente trapianto di testa: in realtà la notizia non è nuova, dato che il neurochirurgo torinese Sergio Canavero fa discutere di sé ormai da qualche anno. Su Bizzarro Bazar avevo trattato i trapianti di testa in un vecchio articolo, e se non ho mai parlato di Canavero, è perché tutta la faccenda in realtà suona molto sospetta.
    Riassumo velocemente la questione: nel 2013 Canavero crea un piccolo terremoto in ambito scientifico dichiarando realizzabile entro il 2017 il trapianto di testa (o meglio, di corpo) sull’essere umano. Il suo progetto HEAVEN/Gemini (Head Anastomosis Venture with Cord Fusion) si propone di superare le difficoltà relative al ricollegamento dei tronconi di midollo utilizzando delle “colle” fusogene come il glicole polietilenico (PEG) o il chitosano per indurre l’unione tra le cellule del donatore e quelle del ricevente. Questo permetterebbe di fornire un nuovo corpo, più sano, a chi sta morendo a causa di una qualsiasi malattia (con l’ovvia eccezione delle patologie cerebrali).
    Non essendo stato preso sul serio, Canavero ci riprova a inizio 2015, annunciando in seguito di aver trovato un volontario per la complessa operazione, il trentenne russo Valery Spiridonov affetto da una malattia genetica incurabile. La comunità scientifica, ancora una volta, bolla le sue teorie come infondate, fantascientifiche e pericolose: la tecnologia dei trapianti ha fatto passi da gigante negli ultimi anni, è vero, ma secondo gli esperti siamo ancora ben lontani dal poter affrontare una simile impresa sull’uomo — anche ammesso di soprassedere ai relativi dilemmi etici.
    A inizio di quest’anno, infine, Canavero annuncia di aver fatto progressi: con il supporto di un’équipe cinese, avrebbe testato con successo la sua procedura sui topi e perfino su una scimmia, facendo trapelare qualche video e qualche foto d’impatto.
    Come si può facilmente capire, la storia è però tutt’altro che cristallina. Canavero si sta distanziando sempre più dalla comunità scientifica, e sembra particolarmente insofferente nei confronti del sistema di peer-review, il quale (accidenti!) non gli permette di pubblicare le sue ricerche senza che esse siano vagliate e valutate a priori; anche l’annuncio dei suoi esperimenti sui topi e le scimmie è arrivato senza il supporto di alcuna pubblicazione. In sostanza, Canavero si è dimostrato molto abile a suscitare l’interesse dei media (divulgando la sua avanzatissima tecnica in TV, sui giornali e perfino a un paio di TEDx con l’ausilio di… pittoreschi e italianissimi spaghetti), e nel tempo è riuscito a costruirsi un’immagine di scienziato genialoide e un po’ matto, un Frankenstein visionario che potrebbe aver trovato la panacea di tutti i mali — se soltanto gli ottusi colleghi lo stessero ad ascoltare. Al contempo egli appare poco a suo agio con le regole deontologiche della scienza, e preferisce continuare a lanciare appelli ai “filantropi privati” di tutto il mondo, in cerca di qualche mecenate disposto a sborsare i 12 milioni e mezzo necessari per tentare l’esperimento d’avanguardia.
    Insomma, guardando questa vicenda è un po’ difficile non pensare a noti copioni analoghi. Mai dire mai, però: rimaniamo in attesa della prossima puntata, e nel frattempo…
  • …non resta che (ri)guardarsi  The Thing With Two Heads (1972), diretto dal genio dell’exploitation Lee Frost.
    Questa chicca ai confini del trash racconta le tragicomiche avventure di un chirurgo facoltoso e razzista — interpretato da un Ray Milland ormai giunto alla fase più ingloriosa della carriera — il quale, prossimo alla morte, elabora un complesso piano per far trapiantare la propria testa su un corpo sano; ma finisce per risvegliarsi attaccato alla spalla di un uomo di colore condannato a morte che è determinato a provare la sua innocenza. Inseguimenti, gag sconclusionate e situazioni deliranti, per uno dei film più weird di sempre.

Peti sovversivi e ani musicali

Chi mi legge da un po’ conosce il mio amore per le storie non convenzionali, e la mia testarda convinzione che se si scava a fondo in qualsiasi argomento, per quanto all’apparenza inopportuno, è possibile incontrare piccole illuminazioni.
In questo post tenteremo assieme un ennesimo esercizio di equilibrismo. Partendo da una domanda che a tutta prima suona ridicola: può la flatulenza fornirci qualche intuizione sulla natura umana?

Un articolo del Petit Journal del 1 maggio 1894 descriveva “un artista più o meno lirico le cui melodie, canzoni senza parole, non vengono esattamente dal cuore. Per rendergli giustizia dobbiamo dire che egli è il pioniere di qualcosa di interamente originale, mentre libera dal profondo dei suoi calzoni quei gorgheggi che altri, gli occhi rivolti al cielo, proiettano verso il soffitto“.
Il sensazionale performer di cui parlava il quotidiano parigino era Joseph Pujol, celebre con il nome d’arte Le Pétomane.


Marsigliese di nascita, e all’epoca non ancora trentasettenne, Pujol aveva inizialmente proposto i suoi spettacoli nel Sud della Francia, a Cette, Béziers, Nîmes, Toulouse e Bordeaux per sbarcare infine a Parigi, dove si esibì per diversi anni al Moulin Rouge.
Il suo show di enorme successo si basava interamente sulle sue straordinarie abilità nell’emettere peti: era capace di imitare i suoni dei svariati strumenti musicali, colpi di cannone, tuoni; di modulare numerose melodie popolari, come La Marsigliese, Au clair de la lune, O sole mio; di spegnere candele con un colpo d’aria da 30 centimetri di distanza; di suonare flauti e ocarine collegati con un tubo al suo posteriore, dal quale poteva anche agevolmente fumare una sigaretta.
Forte di un successo sempre crescente a cavallo fra il XIX e il XX secolo, si esibì pefino di fronte al Principe di Galles, e anche Freud si recò a uno dei suoi spettacoli (sebbene più interessato alle reazioni del pubblico che all’artista in sé).


Pujol aveva scoperto la sua peculiare dote per caso a tredici anni, durante una nuotata nel Mediterraneo della sua Costa Azzurra. Avvertito di colpo un freddo penetrante all’intestino, era tornato di corsa in spiaggia e all’interno di una cabina aveva scoperto che il suo ano aveva per qualche motivo incamerato una buona quantità di acqua marina. Sperimentando negli anni, Pujol si era specializzato ad aspirare anche l’aria; non poteva trattenerla a lungo, ma il suo bizzarro talento gli aveva assicurato la notorietà tra i coetanei prima, e più tardi fra i commilitoni del suo battaglione.
Una volta assurto agli onori del palcoscenico, famoso e celebrato, Pujol venne anche esaminato da diversi medici interessati a studiarne l’anatomia e la fisiologia. Gli articoli di medicina sono un tipo di letteratura che personalmente adoro leggere, ma pochi sono così gustosi come l’articolo pubblicato nel 1892 sulla Semaine médicale dal dott. Marcel Badouin con il titolo Un cas extraordinaire d’aspiration rectale et d’anus musical (“Un caso straordinario di aspirazione rettale e di ano musicale”). Se masticate il francese, lo potete trovate qui.
Nell’articolo si scopre fra l’altro che una delle abilità (mai proposta nei suoi spettacoli per motivi di decenza) era sedersi su una bacinella d’acqua, aspirarla e spruzzarla con un forte getto fino a 5 metri di distanza.

La fine della carriera di Joseph Pujol coincise con l’inizio della Prima Guerra Mondiale. Resosi conto dell’inaudita disumanità del conflitto, Pujol decise che la sua arte ridicola e un po’ vergognosa non aveva più motivo di esistere in un momento talmente crudele, e si ritirò per sempre dalle scene a fare il panettiere, come suo padre prima di lui, fino alla morte nel 1945.
Per molto tempo la sua figura venne rimossa, quasi fosse un imbarazzo per la borghesia e gli intellettuali francesi che avevano riso fino a poco tempo prima delle esibizioni di questo strano guitto. Se ne tornò a parlare soltanto dopo la metà del XX secolo, in particolare con una biografia edita da Pauvert e con il film Il Petomane (1983) di Pasquale Festa Campanile, interpretato con la consueta vena comico-amara da Ugo Tognazzi (film peraltro mai distribuito in Francia).

Pujol in realtà non fu né il primo né l’ultimo petomane. Fra i suoi precursori un certo Roland the Farter, vissuto in Inghilterra nel XII secolo, che si guadagnò ben 30 acri di terreno e un’enorme tenuta in cambio dei suoi servigi di buffone per Re Enrico II. Continuò per contratto ad eseguire di fronte al sovrano, ad ogni giorno di Natale, “unum saltum et siffletum et unum bumbulum” (un salto, un fischio e un peto).
Ma il più antico petomane professionista di cui ci è giunta notizia è il giullare medievale Braigetóir, attivo in Irlanda, immortalato anche nella tavola più famosa del libro di John Derricke The Image of Irelande, with a Discoverie of Woodkarne (1581).

L’unico a tentare di replicare in tempi moderni gli exploit di Pujol è l’inglese Paul Oldfield, conosciuto come Mr. Methane, che oltre ad apparire a Britain’s Got Talent ha inciso un album e lanciato un’app per dispositivi Android. Se cercate qualche suo video su YouTube, noterete come purtroppo i tempi siano cambiati dalla distinta signorilità dell’unico film muto esistente di Pujol.


Torniamo ora alla domanda posta all’inizio del post. Cosa ci racconta la storia di Pujol, e dei petomani in generale? Qual è il motivo del loro successo? Perché la scorreggia ci fa ridere?

La flatulenza, come il resto delle espressioni corporali legate al disgusto, è un tabù culturale. Questo significa che il divieto che la riguarda è variabile nel tempo e nello spazio, acquisito, non naturale: è qualcosa, per intenderci, che non è innato ma ci viene insegnato fin da piccoli (e infatti sappiamo di quali “schifezze” siano capaci i bambini).
Gli antropologi collegano questo orrore per i fluidi e le emanazioni corporee alla paura di un’eredità animalesca, pre-civilizzata; la paura cioè di vederci nuovamente primitivi, di veder crollare quell’ideale borghese di dignità e pulizia sotto la spinta di un residuo di bestialità. È lo stesso motivo per cui le società civili rifiutano progressivamente la crudeltà, ritenuta tratto “inumano”.
La cosa davvero interessante è che storicamente si può rintracciare, seppure convenzionalmente, la nascita di questa famiglia di tabù: il processo di civilizzazione (e dunque l’innalzamento di questa frontiera o barriera sociale) viene fatto risalire ai secoli XVI e XVII — che non a caso videro affermarsi il successo del Galateo, il trattato di etichetta di Monsignor Della Casa.
In questo periodo, all’uscita dal Medioevo, la cultura occidentale comincia a porre regole di comportamento per limitare e codificare ciò che è ritenuto rispettabile.

Nel tempo però il tabù (come ha ricordato Freud) viene avvertito come un peso e una costrizione. Così la società ricerca o crea determinati ambiti in cui sia accettabile, per un breve lasso di tempo, operare uno “strappo alla regola”, evadere la disciplina. Si tratta dello stesso meccanismo sociale che stava dietro alle blasfeme inversioni carnascialesche, accettate solo in quanto precisamente limitate a uno specifico periodo dell’anno.

Allo stesso modo, le esibizioni di Pujol erano sfoghi liberatori possibili soltanto su un palcoscenico teatrale, nel contesto satirico del cabaret. Incrinando per lo spazio di un’ora la facciata idealistica del gentiluomo, e contrapponendogli l’uomo fisiologico, l’osceno della carne e i suoi imbarazzi, Pujol sembrava a un primo livello sbeffeggiare le convenzioni borghesi (come farà ad esempio Buñuel nella famosa scena del pranzo nel Fantasma della Libertà del 1974).
Se così fosse, se il suo spettacolo fosse stato semplicemente sovversivo, avrebbe recato offesa e sarebbe stato etichettato come spregevole; il suo successo invece sembra indicare un’altra direzione.

È assai più plausibile che Pujol, con i suoi modi affettati e raffinati in contrasto con i boccacceschi rumori intestinali, si ponesse come una sorta di maschera, di burattino, di innocuo saltimbanco: grazie a questa distanza, egli poteva probabilmente mettere in scena un vero e proprio rituale catartico. Il pubblico rideva delle sue impudiche prodezze, ma segretamente riusciva a ridere anche di se stesso, della natura indecente del proprio corpo. E magari ad accettare un po’ di più anche i propri difetti repressi.

Ecco dunque l’intuizione che forse ci regala questo breve, “disdicevole” excursus: ogni volta che sghignazziamo di fronte a un peto in un film, o a una volgare battuta di toilet humor, stiamo mettendo in atto una difesa e assieme un esorcismo nei confronti della realtà che più fatichiamo ad ammettere; quella di appartenere ancora, e comunque, al regno animale.

La seduzione del primitivo: due insoliti “selvaggi”

Nel 1929, per i tipi della Knopf di New York, apparve il libro Lobagola: An Africa Savage’s Own Story. La notevole autobiografia, scritta da Bata Kindai Amgoza ibn LoBagola, raccontava la vita avventurosa e bizzarra di uno “straniero nel XX secolo“.
Bata LoBagola era nato nell’Africa orientale, in una regione del Dahomey (oggi Benin) così remota da non essere ancora stata raggiunta dall’uomo bianco. Bata ebbe il primo incontro con gli europei negli ultimi anni dell’800 quando, assieme ad altri membri della sua tribù, si spinse fino alla costa e vide una nave pronta a salpare. Raggiuntala in canoa, i “selvaggi” furono benvenuti a bordo dai mercanti, che per un’ora circa li accompagnarono ad esplorare l’imbarcazione; ma quando la nave lasciò la sponda senza preavviso, impauriti, tutti i compagni di Bata si gettarono in acqua, finendo divorati dagli squali. Bata, che era stato trattenuto sottocoperta, scampò quel destino ma dovette partire per le sconosciute terre di un diverso continente. Aveva soltanto sette anni.

Arrivò dunque in Scozia, dove visse per tutta l’adolescenza sotto la protezione di un generoso benefattore e venne educato fra Edimburgo e Glasgow. Quasi per caso, scoprì che poteva guadagnare qualche soldo nel mondo dello spettacolo, semplicemente raccontando del suo paese d’origine e del suo popolo. Cominciò quindi ad esibirsi nei vaudeville e in piccoli show itineranti, rispondendo alle domande del pubblico e mostrando alcune danze tradizionali. Essendo colto e intelligente, oltre che un ottimo oratore, divenne presto più di una semplice attrazione da sideshow, e cominciò ad essere richiesto anche da etnologi e antropologi. Viaggiando di continuo fra Europa e Stati Uniti, LoBagola tenne lezioni all’Università della Pennsylvania e a quella di Oxford, diventando una sorta di “ambasciatore culturale” dell’Africa occidentale e dei costumi e tradizioni del suo popolo.

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Per comprendere quanto il pubblico fosse affascinato da questo “selvaggio”, bisogna calarsi nella realtà del tempo. Nella seconda metà dell’800 l’intensificarsi del colonialismo aveva portato alla scoperta di numerose popolazioni primitive, e in contemporanea era nata la nuova antropologia scientifica. A livello popolare, i romanzi d’avventura incentrati sull’esplorazione di terre vergini erano fra le pubblicazioni di maggior successo. E l’insaziabile desiderio di esotismo si mescolava al diffuso e aperto razzismo, alla curiosità di vedere l’arretrato primitivo con i propri occhi; tanto che quando fu invitato a Philadelphia nel 1911 LoBagola si guadagnò la definizione di “esemplare più interessante dell’intero Museo“. Come recitava il suo pamphlet promozionale, sembrava davvero “troppo raffinato per la primitiva rozzezza della sua tribù, e troppo selvaggio per la società sofisticata“.

Bata LoBagola era ormai diventato una piccola celebrità, in costante tour come informatore culturale nelle scuole e le università, ma purtroppo la sua vita prese una brutta piega. Bata aveva problemi con l’alcol e la tendenza a farsi coinvolgere in risse di poco conto, ma la vera spada di Damocle sul suo capo era la sua omosessualità. Arrestato più volte per sodomia e altri reati minori, finì in carcere una volta per tutte nel 1931 per piccoli furti e crimini sessuali. L’anno successivo il Bureau of Naturalization, ai cui ufficiali evidentemente sembrava che qualcosa non quadrasse, strinse la morsa attorno a LoBagola, costringendolo infine a confessare una realtà che nessuno aveva sospettato fino ad allora.
Bata Kindai Amgoza ibn LoBagola si chiamava in realtà Joseph Howard Lee, ed era nato a Baltimora, nel Maryland.

Non tutto, nel suo libro, era inventato: Joseph Lee era probabilmente stato a Glasgow da giovane, visto che dalle sue pagine si evince una certa conoscenza della città, e secondo diverse testimonianze egli aveva un leggero accento scozzese. Ma di certo la sua infanzia non era trascorsa tra leoni ed elefanti — e altrettanto sicuro è che leoni ed elefanti non si “alleavano”, come raccontato in una fantasiosa pagina del libro, per dare la caccia agli uomini.
Se alcuni lettori, che avevano familiarità con l’Africa occidentale, già alla pubblicazione della sua falsa autobiografia si erano accorti che le descrizioni di quei luoghi erano di pura invenzione, il dubbio non era invece mai sorto nella mente dei professori universitari. Fatto ancora più curioso se si pensa che nello stesso libro viene candidamente suggerita l’idea che agli uomini bianchi si possa raccontare qualsiasi cosa sull’Africa nera, ed essi ci crederanno.
La discriminazione razziale, a cui si accennava prima, può essere considerata uno dei fattori dietro la falsa identità di LoBagola: fin dal 1907, fingersi un primitivo gli aveva permesso di accedere a una serie di privilegi e di aiuti che paradossalmente non avrebbe mai ottenuto in qualità di afroamericano. Morì nel 1947 nel carcere di massima sicurezza di Attica, dove erano detenuti i più pericolosi criminali del tempo.

La sua strana truffa aveva però un precedente eccellente.


George Psalmanazar era apparso a Londra nel 1703, dichiarandosi nativo di Formosa (Taiwan), un’allora lontana isola di cui si conosceva molto poco. Psalmanazar aveva abitudini strabilianti: mangiava soltanto carne cruda speziata con cardamomo, dormiva seduto dritto su una sedia, metteva in scena complessi rituali quotidiani in onore del Sole e della Luna, seguiva un calendario sconosciuto. E i racconti della sua terra natìa erano favolosi e crudeli — in particolare le descrizioni dei sacrifici rituali di 18.000 ragazzi all’anno che culminavano nel cannibalismo.
George Psalmanazar venne invitato a parlare della cultura di Formosa nei più importanti circoli intellettuali, e si esibì in una lezione addirittura di fronte alla Royal Society.
Nel 1704 pubblicò il volume An Historical and Geographical Description of Formosa, an Island subject to the Emperor of Japan, che conobbe immediatamente un successo clamoroso e numerose ristampe. Ovunque non si parlava che di Formosa: lettori e intellettuali erano affascinati dalle descrizioni di questi selvaggi che indossavano soltanto una placca d’oro per coprire i genitali, abitavano sottoterra nutrendosi di serpenti, e occasionalmente si cibavano di carne umana. Oltre agli usi e costumi di Formosa, Psalmanazar ne riportava nel dettaglio anche il linguaggio e l’alfabeto, in maniera talmente convincente che molte grammatiche tedesche continuarono a riportare queste informazioni anche decenni dopo che l’inganno era stato confessato.

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Infatti nel 1706, di fronte al crescente scetticismo e ai resoconti di chi Formosa l’aveva raggiunta davvero, Psalmanazar aveva dovuto calare la maschera: era in realtà originario della Francia, educato dai Gesuiti, e le sue uniche doti erano un’enorme cultura e una geniale attitudine per le lingue. Tanto da riuscire a costruirne una dal nulla, per corroborare le sue menzogne, e raggiungere la fama.
Prima di morire nel 1763, scrisse un secondo libro di memorie, pubblicato postumo, in cui raccontava i retroscena della sua truffa. Ma nemmeno in quest’ultima autobiografia rivelava il suo vero nome, che rimane ancora oggi un mistero.

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Eppure, nonostante la conversione religiosa nei suoi ultimi anni di vita e il pentimento per la messinscena, l’opera di Psalmanazar rimane un piccolo capolavoro di inventiva. Oltre che una lingua precisa, alla sua Formosa l’autore aveva dato una storia, dei culti e tradizioni, perfino diverse monete di conio e minuziosi abiti cerimoniali, tanto che oggi il suo affresco sembra precorrere, per cura maniacale del dettaglio, certe costruzioni letterarie più moderne (si pensi alle appendici tolkieniane su genealogia, linguistica, botanica, ecc. della sua immaginaria Terra di Mezzo).
Ma c’è di più, come scrive lo storico Benjamin Breen:

Mentre divoravo l’immensa creatività mostrata in Description of Formosa, compresi che Psalmanazar stava anche raccontandoci qualcosa di fondamentale sulle origini della modernità. Il mondo di marinai, mercanti, schiavi e criminali deportati che aveva dato vita agli imperi europei oltreoceano, era costruito su finzioni elaborate, dal Prete Gianni a Jonathan Swift. Nonostante la scala e la singolarità del suo inganno l’avesse reso unico, Psalmanazar era anche rappresentativo: mentre stava inventando storie di cannibalismo formosano, i suoi pari scrivevano storie falsificate di utopie piratesche, resoconti parodistici di isole popolate da cavalli super-intelligenti, e sincere descrizioni di sacrifici demoniaci.
Queste opere sollevavano domande profonde sulla natura della verità e della finzione. L’atto di viaggiare è anche un atto autoriale, l’invenzione di una realtà che tutti noi filtriamo attraverso i nostri preconcetti individuali? Come possiamo capire dei mondi che differiscono dal nostro così fondamentalmente da sembrarci quasi altri pianeti?

(B. Breen, Made in Taiwan?: An Eighteenth-Century Frenchman’s Fictional Formosa)

Per la storia di LoBagola, la fonte primaria è un maginifico podcast di Futility Closet. L’autobiografia di LoBagola è disponibile su Amazon. La vicenda di George Psalmanazar è invece splendidamente raccontata in La follia di Banvard, e l’opera Description of Formosa è disponibile sull’Internet Archive.

Mummie affumicate

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Nella provincia di Morobe, in Papua Nuova Guinea, vive il popolo degli Anga.
Un tempo temibili guerrieri, protagonisti di feroci raid nei pacifici villaggi limitrofi, oggi gli Anga hanno imparato a trarre profitto da un peculiare tipo di turismo. Antropologi, avventurieri e curiosi viaggiatori si spingono fino agli sperduti villaggi dell’altopiano di Morobe appositamente per vedere le celebri mummie affumicate.

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Non è chiaro quando la pratica abbia avuto inizio, anche se secondo alcuni risalirebbe almeno a duecento anni fa. Fu ufficialmente vietata nel 1975, quando la Papua Nuova Guinea divenne indipendente; di conseguenza, le mummie più recenti risalgono agli anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale.

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Questo trattamento d’onore era di norma riservato ai guerrieri più valorosi, che quando morivano venivano dissanguati, privati delle interiora e posti sopra alle fiamme per essiccare. L’affumicatura durava anche più di un mese. Infine, quando il corpo era completamente asciutto, le cavità corporali venivano cucite e si spalmava l’intera salma con fango misto ad argilla rossa per preservare ulteriormente le carni dal disfacimento e formare una sorta di strato protettivo contro insetti e saprofagi.
Molte fonti riportano che il grasso ricavato dal processo di affumicamento era in seguito utilizzato come olio di cottura, ma questo dettaglio potrebbe essere frutto della fantasia dei primi esploratori (come ad esempio Charles Higginson che per primo parlò delle mummie nel 1907): spesso gli occidentali, quando entravano in contatto con tribù così remote e “primitive”, volevano vedere il cannibalismo anche dove non c’era.

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I corpi così affumicati venivano portati, dopo una cerimonia rituale, sulle pendici dei monti che guardano verso il villaggio. Qui si fissavano le mummie alle ripide pareti di roccia mediante strutture di bambù, in modo che potessero fare da vedette a protezione delle case sparse nella vallata sottostante. In questo modo, continuavano il loro compito di guerrieri anche dopo la morte.

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I corpi sono ancora oggi venerati, e talvolta riportati al villaggio per essere “restaurati”: i discendenti del morto cambiano il bendaggio di liane e assicurano le ossa ai pali, prima di riportare l’antenato al suo posto di guardia.

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Nonostante le mummie affumicate siano, come già ricordato, per la maggior parte costituite da guerrieri del villaggio, fra di esse si possono trovare talvolta anche i resti di qualche donna particolarmente importante all’interno della tribù. Quella ritratta nella foto qui sotto stringe ancora al petto il suo bambino.

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Questo tipo di preservazione dei corpi, per quanto molto particolare, ricorda da vicino sia le esequie dei Toraja indonesiani (ne avevo parlato in questo post) sia le più antiche “mummie del fuoco“, che si possono trovare a Kabayan nel nord delle Filippine. Anche qui il cadavere veniva posto, in posizione fetale, sopra al fuoco ed essiccato; fumo di tabacco veniva soffiato nella bocca del morto per asciugare ulteriormente gli organi interni. I corpi così preparati erano chiusi in bare di legno e deposti in caverne naturali o nicchie appositamente scavate nelle montagne. Si assicurava in questo modo l’integrità degli spiriti degli antenati, che continuavano a proteggere e rendere prospero il villaggio.

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Ne La veglia eterna ho scritto di come fino a poco tempo fa le Catacombe di Palermo garantissero un contatto con l’aldilà, tanto che i ragazzi potevano imparare la storia della propria famiglia proprio di fronte alle mummie degli avi, e chiedere loro aiuto e benevolenza. La morte non comportava la fine dell’esistenza, non si presentava come una separazione irreparabile, perché fra le due modalità vi era un interscambio continuo.
Allo stesso modo, dall’altro capo del pianeta, la mummificazione rituale permetteva di mantenere aperta la comunicazione fra i vivi e i morti, definendo una soglia netta ma non impenetrabile fra i due mondi. La morte era, per così dire, un semplice cambio di stato ma non cancellava né la personalità del defunto né il suo ruolo nella società, che divenivano se possibile ancora più rilevanti.

Ancora oggi, interpellato dalla guida che accompagna i turisti di fronte alle mummie, un Anga può indicare uno dei cadaveri appesi alla roccia e presentarlo orgogliosamente con queste parole: “Quello è mio nonno“.

(Grazie, batisfera!)

Morte 2.0

Considerazioni sulla morte all’epoca dei social media

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Guardate la Top Chart qui sopra.
Blackbird
è una canzone pubblicata dai Beatles all’interno del White Album nel 1968.
Nonostante Paul McCartney l’abbia scritta 46 anni fa, la settimana scorsa il brano è arrivato al primo posto delle classifiche iTunes per il genere Rock. Perché?

La risposta sta qui sotto:

Chris è un ragazzo che vive in California: ha perso sua moglie Ashley, morta dando alla luce il piccolo Lennon, nato prematuro. Il 12 novembre viene pubblicato su YouTube il video di Chris che canta Blackbird di fronte all’incubatrice dove il figlioletto sta lottando per rimanere in vita; il bambino morirà a soli quattro giorni dal parto.
Il video diventa virale in pochissimo tempo, raggiunge presto 15 milioni di visualizzazioni, rimbalzando dai social network alle testate giornalistiche e viceversa, con sentita partecipazione degli utenti e gran dispendio di emoticon e faccine tristi e piangenti. Soltanto l’ultimo episodio di una nuova e ormai consolidata tendenza di pubbliche esposizioni del dolore e del lutto.

Brittany Maynard (1984-2014), malata terminale e attivista per il diritto al suicidio assistito.

Un recente articolo di Kelly Conaboy, nell’affrontare il fenomeno dei video o delle storie di lutto e tragedia che diventano virali, utilizza il termine grief porn, come se si trattasse di una vera e propria pornografia del lutto: questi video magari possono anche nascere come qualcosa di diverso, ma diventano presto puro intrattenimento, regalando allo spettatore una scarica di adrenalina immediata e breve; una volta finita la “masturbazione emotiva”, spesa la lacrimuccia, commentato, condiviso, ci si sente meglio. Si chiude il browser e si va avanti con la propria giornata.
Se il grief porn, sottolinea la giornalista, è un filone da tabloid vecchio quanto gli scandali sessuali, fino ad oggi si era sempre limitato a lucrare sui resoconti di morti particolarmente tragiche, violente, fuori dall’ordinario; la rete, invece, rende possibile la messa in vetrina del privato della gente comune. Questi video sarebbero cioè parte di un esibizionismo ormai diffuso, in cui alla voglia di mostrare il dolore corrisponde, da parte degli altri utenti, una voglia di assistervi – e di poter poi esprimere il proprio “Like”, per dimostrare di essere persone sensibili.

Durante il XX secolo si è osservata una rimozione della morte in ambito collettivo. Di questa rimozione si è così estesamente parlato che non è necessario dilungarsi sulla questione. La domanda è invece: vi è qualche cambiamento al riguardo? Cosa ci dicono questi nuovi fenomeni sul nostro rapporto con la morte? Come si sta evolvendo?

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Se la morte, vera ed esperita personalmente, resta ancora un doloroso mistero, territorio proibito che investe sia la realtà del cadavere (vero “scandalo”) sia l’elaborazione del lutto (non più rigidamente codificata come un tempo), dall’altra parte è innegabile che stiamo assistendo a una pervasività inedita della rappresentazione della morte stessa.
Al di là dei giudizi di mercificazione o di banalizzazione, dobbiamo far fronte alla sempre più disinibita presenza dell’immagine della morte nella società odierna: dai teschi che decorano borse, spille, T-shirt così come le teche dei Musei d’arte moderna, passando per la morte come espediente di comunicazione/marketing/propaganda (le videodecapitazioni terroristiche e i filmati delle esecuzioni dei cartelli della droga, fino ai siti web che propongono un archivio sterminato di foto, video e materiale riguardante incidenti, omicidi e suicidi). Tutto questo non è morte, sottolineiamo, è immagine, simulacro – che non necessita nemmeno del filtro della narrazione. E parlare di pornografia della morte non è così insensato, visto che questa messe di rappresentazioni propone di fatto l’elemento che più è eccitante nella pornografia classica, ovvero l’iperrealtà di matrice baudrillardiana, un’immagine così realistica da sostituirsi alla realtà stessa. (Pensiamo, nel cinema porno, alle inquadrature che permettono punti di vista che sarebbero “impossibili” nella realtà del coito, alla risoluzione HD che esalta ogni minimo dettaglio della pelle degli attori, addirittura al porno in 3D, ecc. – così va con la morte in simulacro).

Damien Hirst posa con il suo celebre For the love of God.

Sono passati i tempi in cui Bazin, sul legame fra pornografia e “morte in diretta”, scriveva: “come la morte, l’amore si vive e non si rappresenta – non è senza ragione che lo si chiama la piccola morte – o almeno non lo si rappresenta senza violazione della sua natura. Questa violazione si chiama oscenità. La rappresentazione della morte reale è anch’essa un’oscenità, non più morale come nell’amore, ma metafisica. Non si muore due volte.” (Morte ogni pomeriggio, 1949).
Oggi, si può morire milioni di volte, in punta di cursore, ad ogni click che fa partire un video o che apre un’immagine. L’onnipresenza odierna della rappresentazione della morte può però non essere la degenerazione di una società votata all’oscenità, bensì una naturale reazione ed un superamento della rimozione messa in atto nel secolo scorso. Non potendo risolvere il mistero in sé, si sfalda a poco a poco l’osceno (che viene così rimesso “in scena”) fino a farlo diventare figurazione quotidiana. Per continuare il parallelo con la pornografia, Davide Ferrario raccontava (all’interno del libro-inchiesta Guardami. Storie dal porno) che il fatto di assistere all’incontro carnale di due persone su un set a luci rosse non era per lui affatto eccitante; ma gli bastava guardare nella loupe della macchina da presa, ed ecco che tutto sembrava differente, più reale. Anche alcuni reporter di guerra affermano che le esplosioni non sembrano vere finché non le si osserva attraverso un obbiettivo fotografico. È il magistero dell’immagine che ha preso il sopravvento sugli oggetti concreti, e se in Baudrillard questo epocale passaggio pareva avere talvolta dei colori compiaciutamente apocalittici, oggi si può cominciare a vedere questo sopravanzo dell’immaginario sul reale non più come una fine, ma come un nuovo inizio.

Pian piano la nostra cultura sta evolvendo verso una mitologia globale e globalizzata. L’intelligenza – almeno quella del “genio” classico, individuo che da solo compie imprese straordinarie – sta pian piano diventando un mito sorpassato, e cede il passo alla supercoscienza dell’organismo-rete, che lavora di più, e più efficacemente, del singolo. Sempre meno saranno i monumenti ad epici personaggi, se questa tendenza dovesse confermarsi, sempre meno gli eroi. Sempre più comuni saranno invece le innovazioni e scoperte da imputarsi a intere comunità virtuali (ma esiste più una virtualità che si contrapponga alla realtà?), e le grandi conquiste in cui l’impresa è stata parcellizzata e distribuita su tutta una rete di individui.

Allo stesso modo la morte sta mutando di peso e significato.
La conservazione e il rispetto delle spoglie, per quanto tradizioni ben radicate, sono già messi in discussione dalla nuova e diffusa sensibilità del riciclo, del riutilizzo ecologico, che in fondo è un riappropriarsi della decomposizione – da secoli aborrita dall’uomo Occidentale, l’unico che si sia mai sottratto ad essa tramite sepolcri che preservavano la salma dal contatto con la terra. La Risurrezione della carne, motivazione teologica principale per la sepoltura intatta, lascia il posto all’idea, nobile a suo modo, del compostaggio. Il rispetto delle salme non si esercita più nell’idea di devozione, di soggezione verso le ossa, di inviolabilità del corpo; passa invece per l’idea dell’utilità del cadavere, sia essa esplicitata tramite espianto degli organi, donazione alla scienza, oppure minima incidenza sull’inquinamento ambientale. Distruggere il corpo non è più un tabù, ma un vero e proprio atto di generosità verso gli altri.

Allo stesso modo, questa nuova rappresentazione tende a liberarsi dai toni misterici, seriosi e cupi d’un tempo. Anche la “moda” del macabro, il turismo nero o le diverse iniziative di intrattenimento legate alla morte (vedi ad esempio il London Month of the Dead), sono metabolizzazioni che tentano di risolvere una volta per tutte il rimosso novecentesco. Perfino l’umorismo e le baracconate, che possono sembrare offensivi, sono passi obbligati in questa trasformazione.

Ceneri umane pressate in un vinile.

Ceneri umane trasformate in diamante.

E così la rete propone quotidianamente una morte non più censurata e negata, ma affrontata a viso aperto, finanche a trasformarla in spettacolo.
Nel riferirsi al vertiginoso successo delle immagini di sofferenza e morte, si usa spesso la parola voyeurismo. Ma si può parlare di voyeurismo quando lo sguardo degli sconosciuti è ormai cercato e desiderato anche dalle “vittime” di tale attenzione, per esempio dai malati terminali che vogliono sensibilizzare l’opinione pubblica sulla propria condizione, cercare conforto, lasciare una testimonianza o, più semplicemente, dare voce al proprio dolore?

Jennifer Johnson, madre di due bambini e malata terminale, nell'ultimo video prima della morte.

Jennifer Johnson, madre di due bambini, nell’ultimo video prima della morte (2012).

In queste esibizioni di esperienze personali difficili, si può leggere l’espediente inedito che la nostra società sta utilizzando per rapportarsi alla morte e alla sofferenza: non più tabù da occultare e metabolizzare esclusivamente nell’ambito della sfera privata, ma coacervo di sentimenti che vale la pena condividere con il mondo intero. Se al tempo delle grandi famiglie allargate di inizio Novecento il lutto spesso veniva, per così dire, “spalmato” sull’intera comunità, e nella seconda metà del secolo era ricaduto invece sull’individuo singolo, che si ritrovava senza strumenti adeguati per la sua elaborazione, ecco che la comunità online si propone come nuova valvola di ripartizione della sofferenza. Si ricevono condoglianze e messaggi di affetto e vicinanza anche da perfetti sconosciuti, in una sorta di nuovo paradigma di “superficiale” ma solerte solidarietà.
Chris Picco, il “papà Blackbird“, di certo non vede con occhio negativo l’attenzione che gli è stata dedicata, anche perché la generosità degli utenti gli ha permesso di raccogliere i 200.000 $ necessari a coprire le spese mediche.

Non potrei mai trovare le parole per esprimere quanto il vostro supporto e la vostra forza e le vostre preghiere e le vostre email e i vostri messaggi su Facebook e i vostri SMS – non so come molti di voi abbiano recuperato il mio numero, ma molte volte il mio messaggio si limitava a un “Ah, ok, grazie, uhm.”… Non ho voluto entrare nel merito, tipo “Non so chi sei”, ma grazie. Io credo che – ha significato così tanto per me, e quindi quando dico “grazie” so che sapete cosa vuol dire.

Dall’altra parte dello schermo del PC c’è la segreta curiosità di chi guarda le immagini di morte. Di chi i video li condivide, li apprezza più o meno velatamente. Davvero, come abbiamo già detto, si tratta di pura “masturbazione emotiva”? Di curiosità oscena e morbosa?
Non esiste, a nostro parere, curiosità che possa essere morbosa, cioè ammalata. La curiosità è uno strumento evolutivo che ci permette di elaborare strategie per il futuro, e in questo senso è sempre sana e salutare. Se proviamo a considerare il cosiddetto voyeurismo sotto questa luce, esso si rivela in realtà una vera e propria risorsa. Quando le macchine rallentano in autostrada per guardare un incidente stradale appena avvenuto, non è sempre e soltanto nella speranza di vedere sangue e budella: il nostro cervello ci intima di frenare perché sente la necessità di esaminare la situazione, di elaborare l’accaduto, di capire cosa sia successo. È quello che è equipaggiato per fare, inferire dati da utilizzare in futuro nel caso dovesse trovarsi in situazioni analoghe.

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D’altra parte la storia del teatro, della letteratura, del cinema, straborda di tragedie, violenze, catastrofi: l’interesse sta tutto nello scoprire come reagiscono i personaggi alle difficoltà che si trovano di fronte. Abbiamo ancora bisogno del Viaggio dell’Eroe, di scoprire in che modo egli supererà di volta in volta le prove del cammino, e come risolverà i suoi problemi. Se da bambini studiavamo attentamente i nostri genitori per imparare il modello di risposta appropriato in qualsiasi situazione, da adulti la nostra mente continua ad ammassare quanti più dettagli possibile, a fine di esercitare il maggior controllo possibile sugli ostacoli futuri.

Identificandoci con il padre californiano che suona per il figlio morente, ci confrontiamo con noi stessi. “Cosa sta provando quell’uomo? E io, cosa farei in un simile frangente? Sarei in grado di superare il terrore in questo modo? È una strategia che potrebbe funzionare, nel mio caso?”
L’elemento di costruzione della nostra auto-immagine in rete, la nostra online persona, arriva soltanto in un secondo momento, a video finito. È importante allora dimostrare a tutti i contatti e ai follower che noi siamo umani e simpatetici, che ci commuoviamo, e a questa seconda fase sono ascrivibili tutte le esternazioni di dolore, le lacrime vere o finte, la partecipazione. Questo è un nuovo paradigma, un lutto moderno, che costa poco tempo e poche risorse ma che forse funziona meglio di quanto pensiamo (si veda appunto il successo della raccolta fondi di Chris Picco). Ma questa condivisione del lutto è possibile soltanto grazie alla curiosità iniziale che ci ha fatto cliccare quel video.

E che differenza c’è con chi si addentra ancora più a fondo nel dark side of the web, nell’offerta sterminata di immagini di morte, confrontandosi con video estremi e sanguinosi?
Lo stimolo fondamentale implicato nella visione di un filmato di un uomo che viene, diciamo, mangiato da un coccodrillo, è probabilmente identico. Ad un livello basilare, stiamo sempre cercando di acquisire dati utili per rispondere al meglio all’imprevisto, e la curiosità è la nostra arma di difesa e di adattamento ad un futuro incerto; futuro in cui quasi certamente non dovremo mai lottare contro un alligatore, ma avremo comunque il compito di affrontare sofferenza, morte e tutto ciò che meno ci aspettiamo.
I filmati più scioccanti talvolta ci tentano anche con la promessa di mostrarci ciò che è di norma precluso o censurato: come reagisce un corpo umano ad una caduta dal decimo piano? Guardando il video, è come se cadessimo anche noi per procura; così come, per procura, ma a un livello più accettabile, possiamo assistere alla reazione tragica di un individuo che vede morire suo figlio, e identificarci con lui.

Un sollevatore sta alzando un manubrio con i pesi. Di colpo il suo ginocchio cede e si spezza. Gridiamo anche noi, saltiamo sulla sedia, avvertiamo una fitta allo stomaco. Distogliamo lo sguardo, poi guardiamo di nuovo, nella nostra mente ripercorriamo l’orribile scena ed ogni volta è come se provassimo almeno un po’ del dolore dell’atleta (un celebre studio neurologico sull’empatia ha dimostrato che in parte è proprio così). Questo non è masochismo, o bisogno di procurarsi uno stato di malessere: l’anticipazione del dolore è uno dei nostri modi di prepararci al suo arrivo, e guardare un video è in fondo una soluzione innocua ed economica.

A nostro parere, la curiosità di chi si ritrova a guardare l’immagine di morte o di sofferenza non andrebbe stigmatizzata come “malata”, ma come un impulso perfettamente naturale. Senza contare che è proprio questa curiosità a motivare l’offerta sempre più abbondante di tali immagini, ed è anche ciò che permette a chi sta soffrendo di mettere in scena la sua condizione.

La vera novità di questi tempi sta proprio nello sdoganamento della morte come rappresentazione pubblica, nella collettivizzazione dell’esperienza del lutto e della sofferenza, sotto il segno del confronto, della condivisione e del cosiddetto spirito social. Essa si farà sempre più presente su piattaforme quali Facebook e Twitter: già oggi molti malati decidono di postare dispacci in tempo reale sul decorso della loro terapia o di quella dei propri cari, aprendo di fatto una finestra su una parte di mondo da molto tempo occultata.

There’ll be the breaking of the ancient Western Code / Your private life will suddenly explode (“L’antico codice occidentale si spezzerà / e la tua vita privata di colpo dovrà esplodere”), preconizzava Leonard Cohen in The Future. I suoi toni erano pessimisti, per non dire apocalittici, da buon esponente del Novecento. Sembrerebbe che questa volontaria rinuncia (parziale, s’intende) alla sfera privata, si stia rivelando un efficace espediente per reagire all’assenza di codici di elaborazione del lutto. Di morte e malattia si parla sempre più frequentemente, e per ora sembra che i benefici di questo dialogo superino gli eventuali stress emotivi che una tale pervasività può comportare (si veda questo articolo).

La sensazione, seppur vaga e incerta, che ha dato vita a queste righe, è che una transizione stia avvenendo, sotto i nostri occhi, anche se ancora troppo nebulosa per essere delineata con chiarezza, e non scevra da tutti gli eccessi che ogni crisi o superamento porta con sé. Che queste nuove strategie, in parte inconsapevoli, si rivelino adeguate per convivere con il nostro ultimo destino, o che finiscano per assumere altre, diverse forme, resta da vedere. Qualcosa, però, sta cambiando.