La mia settimana di meraviglie inglesi – II

(Continua dall’articolo precedente)

Il Viktor Wynd Museum of Curiosities, Fine Art & Natural History resta ancora nella sua sede storica, in Mare Street a Hackney, East London, la stessa dove anni fa avevo spedito un inviato di fiducia che era ritornato con un ironico reportage.
Eppure da allora diverse cose sono cambiate: nel 2014, il proprietario ha lanciato una campagna Kickstarter che in un mese ha fruttato 16.000 sterline e gli ha permesso di trasformare la sede della sua eclettica collezione in un vero e proprio museo, con un piccolo cocktail bar, una galleria d’arte e un piano interrato con sala da pranzo. Soltanto un paio di tavoli, a dir la verità; ma difficile pensare a un altro luogo in cui i commensali possano banchettare attorno a un autentico scheletro ottocentesco.

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L’oltraggioso cattivo gusto dei resti umani all’interno del tavolo è un buon esempio della vena dissacrante che attraversa tutta la disposizione degli oggetti collezionati da Viktor: qui l’idea stessa del museo come istituzione di cultura “alta” viene scardinata e sbeffeggiata apertamente. Opere d’arte raffinate stanno accanto a paperback pornografici, rari e preziosi manufatti antichi sono in bella mostra di fianco alle sorprese degli Happy Meal di McDonald’s.

Ma non si tratta nemmeno di un’accozzaglia senza senso — è l’idea originaria del Museo come dominio delle Muse, dell’ispirazione, delle connessioni misteriose e inattese, dell’aggressione ai sensi. Una wunderkammer che potrebbe far infuriare perfino i puristi delle wunderkammer.

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Viktor Wynd, quando lo incontro, non ha nemmeno bisogno di parlare più di tanto, di raccontarsi. Tra ossa di dodo, granchi giganti, modelli anatomici, teschi e volumi dai titoli ineguagliabili — come ad esempio Sesso di gruppo: una guida pratica, oppure Se vuoi chiudere una relazione, comincia dalle tue gambe — il patron del locale è immerso nell’oggettivazione della sua sfrenata fantasia. Quando si muove fra le teche e la sua immensa collezione (assicurata per 1 milione di sterline) sembra che si aggiri tra le stanze della sua stessa mente.
Artista, surrealista e intellettuale dandy dalla vita affascinante tanto quanto i suoi progetti, Viktor parla del suo Museo come di una necessità inevitabile: “ho bisogno di bellezza e del perturbante, di ciò che è divertente e un po’ stupido, di ciò che è strano e raro. Le cose rare e belle sono la barriera che mi separa da un pozzo di squallore e disperazione senza fondo“.

E questo strano bistrot delle meraviglie in cui si tengono conferenze, cocktail party, balli in maschera, mostre, cene, è certamente una cosa rara e bella.

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Mi sposto dalle parti di London Bridge. Proprio di fronte al famoso Borough Market si apre St. Thomas Street, dove la vecchia chiesa di St. Thomas resta incastonata fra edifici più moderni. Ma non è la chiesa in sé che mi interessa, quanto piuttosto la sua soffitta.
Nel solaio sotto il tetto, infatti, è nascosto un museo poco conosciuto e dalla storia particolare.

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L’Old Operating Theatre Museum and Herb Garret sorge nei locali in cui venivano preparati e tenuti i medicinali utilizzati nell’annesso Ospedale di St. Thomas. Una prima parte del museo è dedicata alle piante medicinali e a tutta una serie di strumenti terapeutici d’epoca. Vi si trovano anche le testimonianze relative a molti dispositivi ormai abbandonati dalla medicina, come ad esempio le lame per il salasso, i trapani cranici, e altri congegni oggi piuttosto spaventosi a vedersi. Ma è il profumo penetrante dei fiori essiccati, delle erbe e delle spezie (così tipico anche di altre farmacie antiche) che, unito alla location davvero singolare, dona a questa parte del museo una dimensione quasi fiabesca.

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Se la farmacia, a quanto pare, fu attiva fin dal XVIII secolo, soltanto nel 1822 una parte del solaio venne trasformato in teatro per gli interventi chirurgici — uno dei più antichi visitabili ancora oggi.
Qui venivano operate le pazienti del reparto femminile dell’Ospedale. Si trattava di persone indigenti, che accettavano di finire sotto i ferri di fronte a una folla di studenti di medicina ma in cambio potevano contare sui migliori chirurghi dell’epoca, privilegio che altrimenti non avrebbero certo potuto permettersi.
Le operazioni erano spesso l’ultima spiaggia, a cui si ricorreva quando tutti gli altri rimedi non avevano avuto successo. Senza anestetici di alcun genere, ignari dell’importanza delle misure igieniche, i chirurghi erano costretti a contare unicamente sulla propria velocità e precisione (si veda ad esempio il mio articolo su Robert Liston). Il risultato è intuibile: nonostante gli sforzi, date anche le condizioni spesso già critiche dei pazienti, la mortalità operatoria e post-operatoria era altissima.

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Gli ultimi due luoghi che mi aspettano a Londra sono anche gli unici, tra quelli visitati finora, in cui non è possibile scattare fotografie. E questo è un dettaglio particolarmente interessante.

Il primo è lo Hunterian Museum.
Sui due piani visitabili sono esposti migliaia di preparati anatomici, veterinari e umani, raccolti dal celebre chirurgo scozzese John Hunter (a Leicester Square è possibile vedere il suo busto scolpito).
Tra questi, spiccano i preparati acquistati a Padova da John Evelyn, che sono reputati i più antichi d’Europa e che illustrano il sistema vascolare e quello nervoso. L’altra “star” del museo è lo scheletro di Charles Byrne, il “gigante irlandese” morto nel 1783. Byrne era talmente terrorizzato alla prospettiva di finire in un museo anatomico che assoldò dei pescatori affiché gettassero il suo cadavere al largo. Questo non fermò purtroppo John Hunter che, deciso ad impossessarsi di quel corpo fuori dall’ordinario, corruppe i pescatori e pagò una cifra astronomica pur di ottenere il suo trofeo.

I reperti, alcuni dei quali patologici, sono estremamente interessanti eppure tutto mi sembra un po’ freddo rispetto al fascino degli antichi musei di anatomia italiani, o anche soltanto della soffitta appena visitata nella chiesa di St. Thomas. Quello che manca è l’atmosfera, la narrativa: il corpo umano, soprattutto quello patologico, è ai miei occhi un vero e proprio testo teatrale, una rappresentezione tragica, ma qui la dimensione del dramma viene attentamente evitata. Si avverte anzi una certa insistenza, all’interno dei pannelli informativi, nel sottolineare il valore e il fine eminentemente scientifico della collezione. Questo è forse una reazione alle critiche, sorte negli ultimi anni, sull’eticità dell’esposizione di resti umani nei musei. Lo Hunterian è dopotutto il luogo in cui ancora oggi le ossa del gigante irlandese, sottratte a tradimento alle onde, restano in una grande vetrina, “indifese” sotto lo sguardo dei visitatori.

L’ultimo mio luogo della meraviglia, e uno dei segreti meglio mantenuti di Londra, è la Wildgoose Memorial Library.
Opera di una sola persona, l’artista Jane Wildgoose, la biblioteca si trova all’interno della sua abitazione privata, è visitabile su appuntamento e raggiungibile seguendo una serie di indicazioni che assomigliano a quelle di una caccia al tesoro.
E di un tesoro vero e proprio si tratta.

Jane è uno spirito gentile e dolce, dalla serena ospitalità.
Prima di scomparire a preparare un caffè, mi sussurra: “prenditi il tuo tempo per scorrere i titoli, per sfogliare qualche pagina… e per leggere gli oggetti“.
Gli oggetti a cui si riferisce sono in realtà il cuore della libreria, che oltre ai volumi ospita calchi in gesso, sculture, memento ottocenteschi composti con i capelli dei defunti, antichi ventagli e accessori di moda, dagherrotipi, incisioni, conchiglie, urne, maschere mortuarie, crani animali. Eppure, rispetto a tante altre collezioni di meraviglie viste negli anni, la sua mi colpisce per la grazia compositiva, per l’attenzione maniacale alla disposizione degli oggetti. E c’è anche qualcos’altro, che mi sfugge.

Jane ritorna con il vassoio del caffè e mi lancia un sorriso un po’ inquieto. Nel suo sguardo si mescolano attesa e un lieve imbarazzo. Sono, dopotutto, un estraneo che lei ha fatto volontariamente entrare nell’intimità della sua casa. Se si avverasse il miracolo di una sintonia, l’incontro potrebbe divenire uno di quei rari momenti di contatto autentico tra sconosciuti; ma l’azzardo è grosso. Questa donna sta esponendo alla mia vista tutto ciò che le è più sacro — “un poeta è un uomo nudo“, scriveva Bob Dylan — e ora tutto dipende dalla mia sensibilità.

Cominciamo a parlare, mi racconta della sua vita passata a custodire oggetti, a cercare di comprenderli, di capirne le nascoste connessioni: da quando, ancora bambina, raccoglieva conchiglie sul bagnasciuga delle coste meridionali dell’Inghilterra, fino alle sue più recenti installazioni d’arte. A poco a poco comincio a intuire quale sia il carattere così specifico di quella collezione, che in un primo momento non avevo individuato con precisione: l’empatia, l’umanità.
La Wildgoose Memorial Library non è un luogo in cui si esplora il concetto di morte, bensì quello di lutto. Jane è interessata alle tracce del passaggio, ai segni lasciati dal dolore, dall’assenza, dalla mancanza. È ciò che sta alla base dei suoi tanti lavori, commissionati dalle più prestigiose istituzioni, e nei quali mi sembra che lei cerchi di metabolizzare e risolvere dei lutti rimasti incompleti, o sconosciuti. È per scovare queste tracce che passa ore a scandagliare pazientemente gli archivi; è questa attenzione all’anima delle cose che l’ha resa capace di comprendere, per esempio, come un arido catalogo di beni messi all’incanto nel 1786 dopo la morte della Duchessa Margaret Cavendish fosse in realtà il ritratto più intimo di quella donna, delle sue passioni e delle sue amicizie.

Questo salotto, mi rendo conto, è il luogo in cui Jane tenta di medicare i dolori — non soltanto i propri, ma anche quelli dei suoi simili, e perfino dei defunti.

Ecco che di colpo mi ritorna in mente lo Hunterian Museum.
Anche là, come in questo salotto, sono presenti resti umani.
Anche là, come in questo salotto, i reperti ci parlano di sofferenza e morte.
Anche là, come in questo salotto, non è concesso scattare fotografie, per rispetto e pudore.

Eppure le due collezioni non potrebbero essere più distanti fra loro, collocate come sono agli opposti estremi dello spettro. Da una parte le vetrine asettiche, gli ambienti moderni da cui ogni emozione è rimossa, dove per far comprendere ed accettare al pubblico l’osceno del corpo si è costretti a filtrarlo attraverso lo sguardo distaccato della scienza. Lo stesso museo che, paradossalmente, si ritrova a fare i conti con la mancanza di etica dei suoi fondatori, vissuti in un’epoca in cui una collezione anatomica poneva ben pochi dilemmi morali.
Dall’altra, quest’oasi di meditazione, la personale visione dell’uomo e della sua impermanenza racchiusa nel caldo e scuro legno della vecchia libreria di Jane Wildgoose; un luogo in cui la compassione diventa tangibile, entra sotto pelle, un luogo che esiste soltanto in virtù di un’etica. Una ricerca in cui la morte è vista come un confronto essenziale che in fondo non deve spaventarci: la libreria non a caso è dedicata a Persefone perché, mi ricorda Jane, “non c’è inverno senza estate“.

Forse abbiamo bisogno di entrambi gli opposti, di queste due diverse medicine. Di studiare il corpo senza dimenticare l’anima, e viceversa.
Sul treno veloce diretto all’aeroporto fisso gli occhi al cielo terso, tra gli alberi che scivolano via. Senza una nuvola.
Non c’è pioggia senza sole, mi dico. Con buona pace dei preconcetti con cui ho iniziato il mio viaggio.

Lo specchio delle streghe

Un paio di anni fa, per la rivista Illustrati, ho scritto un articolo intitolato I due lati dello specchio, in cui parlavo della simbologia legata a questo oggetto di utilizzo comune, ma dalle profonde connotazioni esoteriche.

C’è però un particolare tipo di specchio magico che ha una lunga e interessante tradizione: il cosiddetto “occhio della strega” (œil de sorcière).

Si tratta di uno specchio tondo e convesso, che rimanda un’immagine onnicomprensiva della stanza in cui è posto: a causa della superficie curva, il riflesso viene deformato come da una lente grandangolare — una distorsione chiamata in gergo fotografico “a barilotto”. Chiamati anche “specchi dei banchieri”, venivano utilizzati fin dal XIV secolo da cambiavalute e orefici per per tenere sotto controllo la propria bottega con una visuale maggiore. Eppure è duecento anni più tardi, nell’arredamento degli interni borghesi dell’Europa settentrionale, che questi specchi trovarono la loro fortuna; un lusso che si democratizzò poi nel XIX secolo, quando cominciarono ad essere prodotti industrialmente.

Al centro di superstizioni e credenze magiche, questi specchi erano considerati una sorta di “terzo occhio” in grado di sorvegliare la servitù quando il padrone era fuori casa; e ancora la loro valenza era quella di status symbol, in quanto oggetti preziosi e ricercati. Venivano appesi in evidenza, spesso incorniciati sontuosamente e attorniati da altri specchi più piccoli. Per accentuare l’effetto di sorveglianza, forse, ma anche per dare luce agli interni riflettendo le lampade o le finestre, tanto che nel tempo si cominciò ad ornarli di raggi in legno dorato come fossero una specie di sole privato che illuminava la casa. Per questo, da strumenti di vigilanza divennero a poco a poco dei portafortuna, occhi benigni che proteggevano la famiglia.

I miroir de sorcière figurano in diversi dipinti dei maestri fiamminghi, come ad esempio nel celebre Ritratto dei coniugi Arnolfini di Jan van Eyck. Qui lo specchio è utilizzato per la prima volta come espediente per bucare la “quarta parete”, cioè mostrare in prospettiva la parte di scena normalmente invisibile; van Eyck fa dello specchio un simbolo cristiano di purezza che dimostra il vincolo sacro del matrimonio (vi sono riflessi i testimoni), ma molti altri pittori lo useranno per includere se stessi nel ritratto, per dare un ulteriore punto luce al proprio quadro, per simboleggiare la superbia o la bellezza che fugge nelle vanitas.

Tra gli artisti che inserirono questi specchi nei loro dipinti si possono ricordare Quentin Metsys, Petrus Christus, Parmigianino, Caravaggio, ma la lista sarebbe davvero troppo lunga: per una storia dei miroir de sorcière nell’arte si veda questo articolo.

 

Oggi questi oggetti ricchi di storia e di mistero rivivono nel laboratorio Canestrelli di Stefano Coluccio a Venezia, l’unica bottega artigiana specializzata nella produzione di specchi convessi creati a mano dal proprietario.

Mummie officinali

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Se vi dicessimo che soltanto tre secoli fa i nostri antenati praticavano diffusamente il cannibalismo, non ci credereste. E certamente non staremmo parlando di cadaveri smembrati e fatti arrosto sulla griglia. Esistono forme più sottili e meno eclatanti per mangiare un morto.

Fino al 1800 in Europa coloro che erano affetti da qualche tipo di malattia sapevano di poter contare su uno dei farmaci più potenti e ricercati di sempre: le mummie.
A patto di poterselo permettere, si aveva facoltà di acquistare tutta una varietà di unguenti, oli, tinture e polveri estratti da cadaveri mummificati, per uso esterno ed interno. Alcuni di questi rimedi andavano spalmati sulla parte dolorante, altri servivano per impacchi da porre direttamente sulle ferite aperte, altri ancora venivano assunti per via orale oppure inalati. Curavano quasi ogni genere di disturbo, dall’emicrania all’epilessia, dal mal di stomaco al mal di denti, dalle punture velenose alle ulcere, e via dicendo.

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Da quando furono scoperte nelle tombe egizie, le mummie esercitarono immediatamente un fortissimo fascino sull’immaginario occidentale: corpi miracolosamente incorrotti, sottoposti a un misterioso procedimento che rendeva le loro carni impermeabili al passare del tempo. L’idea che le mummie potessero avere degli effetti benefici contro le malattie e per allungare la vita derivava da due concetti molto in voga nei secoli passati.
Da una parte c’era la dottrina della transplantatio, mutuata da Paracelso, secondo cui un corpo morto poteva ancora “trasferire” le sue qualità spirituali: dal punto di vista antropologico, quest’idea è molto simile al cannibalismo rituale vero e proprio, in cui il corpo del nemico viene mangiato per ottenere il suo coraggio e la forza dimostrata in battaglia – e alcuni hanno voluto leggere perfino nel rituale dell’Eucarestia la stessa volontà, tramite la libagione simbolica delle carni (il “corpo di Cristo”), di appropriarsi dei caratteri spirituali superiori del defunto/santo.
Dall’altra parte si credeva nel principio terapeutico denominato similia similibus, vale a dire che il male andava sconfitto con qualcosa che gli fosse simile. In questo senso, per il corpo umano nessun ritrovato terapeutico poteva essere più efficace che il corpo umano stesso. Tutte le secrezioni prodotte in vita erano utilizzate come farmaci, e com’è naturale anche il corpo morto aveva le sue virtù.

Ma non pensiate che queste pratiche fossero appannaggio dell’antichità. Il corpo umano era considerato insostituibile per la guarigione da disturbi e malattie ancora a metà del ‘700, tanto che la Farmacopea di James del 1758 riporta alla voce Homo:

l’Uomo non è solo il soggetto della medicina, ma anche contribuisce dal suo corpo molte cose alla Materia Medica. I [composti] semplici delle Officine, tratti dal corpo umano ancora vivo, sono i peli, le ugne, la saliva, la cera delle orecchie, il sudore, il latte, il sangue mestruo, le secondine, l’orina, il sangue e la membrana che copre la testa del feto […].

Altre fonti citano fra i prodotti naturali del corpo umano da utilizzare come farmaci anche il seme, lo sterco, i vermi intestinali, i calcoli, i pidocchi. Il testo medico precedente continua così:

Li semplici poi, che si traggono dal cadavero umano, sono la Mummia, che ha una superfizie resinosa, indurita, nera, e risplendente, di sapore alquanto acre, e amaretto, e di odore fragrante.

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Con queste premesse, è ovvio che le straordinarie mummie egiziane, che tanto stupore avevano suscitato fin dai tempi di Erodoto, fossero ritenute fra le più raffinate panacee esistenti. Le resine e gli unguenti utilizzati per conservare il cadavere in Egitto non facevano che esaltare le proprietà curative del cadavere stesso. Per questo motivo, tutte le farmacopee del XVII e XVIII secolo avvertono che vi sono sul mercato tipi differenti di mummia, e che bisogna saperli ben distinguere per non farsi “fregare” al momento dell’acquisto. La categorizzazione più precisa è forse quella di Johann Schroder (1600-1664), contenuta nella sua Pharmacopoeia:

1. Mummia degli Arabi, che è il liquame, o liquore, denso che essuda dai cadaveri nel sepolcro conditi con aloe, Mirra e Balsamo.
2. Degli Egiziani, che è il liquame sprigionato dai cadaveri conditi con il Pissasfalto [pece + asfalto]. Sicuramente così venivano conditi i cadaveri dei poveri, e pertanto non si trovano facilmente esposti cadaveri in tal modo conditi.
3. Pissasfalto composto, cioè bitume misto a pece, che rivendicano essere vera Mummia.
4. Cadavere disseccato sotto l’arena arsa dal Sole. Si trova nella regione degli Ammoni, che è tra la regione di Cirene ed Alessandria, dove le Sirti deserte, sollevato il turbine dei venti, seppelliscono i corpi degli incauti viandanti, e qui asciugano e seccano i loro cadaveri per il calore del Sole ardente.
5. A queste si può aggiungere la Mummia recente.

Le mummie più pregiate rimasero sempre le mummie “nere”, egiziane, rubate dai nobili mausolei e dalle tombe più antiche; le meno efficaci invece erano quelle “recenti”, ovvero dei cadaveri morti da poco, trattati in modo che le proprietà benefiche ne fossero esaltate. Dato il fiorente mercato di mummie o parti di mummia (il porto di Venezia era rinomato per questo particolare smercio), bisognava davvero fare attenzione a tutti quei venditori disonesti che si procuravano dei cadaveri, li essiccavano frettolosamente e cercavano di farli passare per mummie autentiche.
Se invece si voleva fare le cose per bene, anche in assenza di una Mumia d’elite egiziana, si poteva ricorrere alla Basilica Chymica (1608), in cui Osvald Croll esponeva la ricetta per la preparazione della mummia di Paracelso, detta Filosofica o Spirituale:

Si prenda il cadavere di un uomo rosso, sano, appena morto di morte vergognosa, di circa ventiquattro anni, impiccato, tritato dalla Ruota o impalato, raccolto con un tempo sereno, di notte o di giorno. Questa Mummia, una volta colorata ed irradiata da due finestre, si trita a pezzi o a briciole e si cosparge di polvere di Mirra, di almeno un po’ di Aloe (poiché troppa la renderebbe amara), poi si imbeve, lasciandola macerare per qualche giorno in spirito di vino; viene a sospendersene un poco e si imbeve per la seconda volta, dal momento che quanto è venuto a sospendersi si seccherebbe inutilmente all’aria sino a prender l’aspetto della carne arrostita senza odore. Poi con lo Spirito di vino, come secondo l’arte, o con quello Sambucino, si estrae una tintura rubicondissima.

Avete letto bene, grappa o sambuca di mummia. Ovviamente qui la transplantatio di cui parlavamo prima, ossia il passaggio delle qualità spirituali dal morto al vivo, viene dimenticata (chi vorrebbe assumere le qualità di un criminale condannato a morte?) in favore di un’attenzione particolare per la buona “salute” del cadavere – giovane, di pelle chiara, senza macchie e fisicamente sano. La formula di Croll, con qualche variante, resterà la base per tutti i preparati di mummia officinale in età moderna, talvolta chiamata mummia liquida, Mummia dei Medici Chimici, ecc.

Verso la fine del XVIII secolo la mummia comincerà pian piano a sparire dalle farmacopee ufficiali, sostituita da nuovi composti, in concomitanza con il progresso della chimica applicata e della farmacologia. Questa commistione, ai nostri occhi inconcepibile, di medicina galenica e di alchimia andrà affievolendosi fino ad essere totalmente rifiutata dalla scienza nella prima metà dell’800. Le due discipline si separeranno definitivamente, e le mummie superstiti troveranno posto nei musei, invece che sugli scaffali dei farmacisti.

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Le informazioni contenute in questo articolo provengono dallo studio di Silvia Marinozzi, La mummia come rimedio terapeutico, in Le mummie e l’arte medica nell’Evo Moderno, Medicina nei Secoli, Supplemento 1, 2005.

San Valentino all’aceto

Ecco che, come ogni anno, è finalmente arrivato San Valentino (ritratto nella foto sopra). Il giorno degli innamorati, dei regalini, delle dichiarazioni, degli anelli, dei bigliettini e dei cioccolatini! Se non siete degli inguaribili cinici, e non soffrite di iperglicemia, potrebbe essere una bella festa.

Per tutti coloro che invece si sentono alieni a questo tipo di ricorrenze “comandate”, in cui sembra tassativo dare risalto ai buoni sentimenti, al pensiero positivo, e a una versione piuttosto consumistica e superficiale della vita e degli affetti, basti ricordare che fino a meno di un secolo fa esisteva un antidoto alle sdolcinature di San Valentino. Mentre tutti mandavano biglietti d’amore, voi avreste potuto inviare un biglietto d’odio.

Si tratta dei cosiddetti Vinegar Valantines (“biglietti di San Valentino all’aceto”), prodotti industrialmente dalla prima metà dell’Ottocento fino a metà del Novecento. I vinegar valentines erano il modo più crudele e scorretto di rifiutare un’avance sentimentale, ma non solo.

Questi biglietti erano delle vere e proprie lettere anonime prestampate, studiate appositamente per sbeffeggiare o accusare il destinatario dei più comuni comportamenti ritenuti molesti. C’erano biglietti per persone grasse, per ubriaconi, per vecchi che si credevano latin lover, per ragazze vanitose, per coppiette che osavano (“con ripugnante cattivo gusto“) baciarsi per strada, e via dicendo.

Alcune cartoline ci andavano giù veramente pesante, per i nostri standard odierni, addirittura arrivando a suggerire al destinatario di suicidarsi. Un biglietto degli anni ’50, indirizzato ai fissati della radio, recitava: “Tieni accesa quella cosa a volume così dannatamente alto che dovresti essere in catene! Spero che tu faccia esplodere le valvole, e poi… che ti faccia esplodere il cervello!“. Un altro lanciava in tono di sfida: “Dici di essere bravo a fare qualsiasi cosa! Quindi, avanti, mostrami le prove e fammi vedere quanto sei bravo a saltare giù dal tetto!“.

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Altri biglietti entravano nel vivo della relazione tra moglie e marito, prendendosi gioco di uno dei due coniugi. C’erano messaggi destinati a quei mariti accusati di essere delle “donnicciole” perché accudivano i figli o davano una mano nelle faccende domestiche (sarebbe bello pensare che sotto questo aspetto i tempi fossero cambiati…); altri facevano aleggiare sulla coppia sospetti di possibili “corna” perché la moglie faceva troppo la civetta, o il marito troppo il cascamorto.

Le tipologie di vinegar valantines erano pressoché infinite: costavano poco, ed erano perfetti da spedire al professore rompiscatole, al boss in ufficio, ai vicini insopportabili, a chiunque tenesse un comportamento sconveniente. Al quadro d’insieme bisogna aggiungere inoltre questo dettaglio: nell’Ottocento, fino all’invenzione del francobollo, era chi riceveva una missiva che ne pagava l’intero costo — quindi, oltre al danno c’era la beffa.
In un certo senso, questi biglietti agivano come rinforzo delle norme sociali, bacchettando chi non era “conforme”, anche se talvolta i messaggi si velavano di un leggero tono di minaccia. Forse il loro vero ruolo era quello di valvola di sfogo: perfino la nostra cattiveria deve trovare un modo di venire incanalata.

Teniamo però sempre a mente che a cambiare, con il passare del tempo, è anche il senso dell’umorismo; e talvolta rischiamo di prendere troppo sul serio qualcosa che la gente dell’epoca avrebbe riconosciuto subito come un semplice scherzo.

P.S.: una volta ricevuto uno di questi biglietti “all’aceto”, era molto improbabile che il destinatario lo conservasse amorevolmente: la maggior parte delle cartoline finiva in pezzi, nel cestino. Questo significa che oggi i vinegar valantines ottocenteschi sono divenuti rarissimi oggetti da collezione.

(Scoperto via Collectors Weekly)

Il più misterioso dei libri

Immaginate di trovare, sepolto fra gli innumerevoli tomi custoditi gelosamente all’interno di una biblioteca gesuita, un misterioso manoscritto antico. Immaginate che questo manoscritto sia redatto in una lingua incomprensibile, o forse crittografato affinché soltanto gli iniziati siano in grado di leggerlo. Immaginate che sia corredato da fantastiche illustrazioni a colori di piante che non esistono, diagrammi di pianeti sconosciuti, strani marchingegni e strutture a vasche comunicanti in cui esseri femminili stanno immersi in liquidi scuri… e poi diagrammi intricati, agglomerati di petali, tubi, bizzarre ampolle, simboli raffiguranti cellule o esseri proteiformi…

Questo non è l’inizio di un film o di un romanzo. Questo è quello che accadde veramente a Wilfrid Voynich, mercante di libri rari, nel 1912, quando acquistò dal Collegio gesuita di Mondragone un lotto di libri antichi. Da quasi un secolo il cosiddetto “manoscritto Voynich” sconcerta gli esperti, impenetrabile a qualsiasi tentativo di decifrazione, e il dibattito sulla sua autenticità non è ancora giunto a conclusione.

Il libro sembra una sorta di compendio o catalogo biologico-naturalistico. I lunghi elenchi e indici numerati fanno riferimento alle illustrazioni ed evidentemente le analizzano con descrizioni meticolose. Il problema, se davvero si tratta di un’enciclopedia naturalistica, è che non sappiamo a quale natura si riferisca, visto che le piante disegnate a vividi colori non sono note ad alcun botanico. Anche i diagrammi che sembrano riferirsi all’astronomia (sarebbero riconoscibili alcuni segni zodiacali) lasciano interdetti gli studiosi. Ora, crittografare una lingua è possibile, ma crittografare un’immagine è davvero un’opera inaudita. Forse potremmo capire qualcosa in più se sapessimo chi è l’autore del manoscritto…

Un’analisi agli infrarossi avrebbe evidenziato una firma, in seguito cancellata: “Jacobi a Tepenece”. Questa firma sarebbe dunque quella di Jacobus Horcicki, alchimista del 1600 alla corte dell’imperatore Rodolfo II. Questo controverso sovrano, personaggio malinconico e schivo, interessato più all’occultismo e all’arte che alla politica, costruì la più grande wunderkammer del suo tempo, ammassando e catalogando oggetti meravigliosi da tutto il mondo, testi esoterici e dipinti dal valore inestimabile. Secondo molti studiosi era talmente ossessionato dalle arti oscure che il manoscritto Voynich potrebbe essere il risultato di una complessa truffa ai suoi danni. L’imperatore, come in molti sapevano, era disposto a sborsare somme enormi per acquistare testi magici ed alchemici. E allora perché non fabbricarne uno, dalla lingua incomprensibile, dalle immagini fantastiche, per impressionarlo e spillargli un bel po’ di quattrini? Forse gli anonimi truffatori avevano inizialmente firmato la loro opera con il nome dell’alchimista più famoso, Jacobus Horcicki appunto, per poi ritornare sui loro passi e cancellarlo, considerandolo un azzardo troppo rischioso?

La tesi del falso è supportata in gran parte dagli studi crittografici: nonostante non sia mai stato decifrato, nel linguaggio utilizzato nel manoscritto ci sono alcuni indizi che “puzzano” di bufala. La struttura sintattica, ad esempio, sembrerebbe semplicissima, fin troppo elementare; alcune parole, poi, vengono spesso ripetute consecutivamente, in alcuni casi addirittura per quattro volte. Eppure nessun esperto è riuscito a scoprire quale sia il metodo con cui il libro è stato composto, visto che non vi è utilizzato nessuno dei sistemi crittografici che sappiamo essere noti all’epoca.

All’inizio del 2011 è stata finalmente condotta un’analisi al carbonio-14 per datare il manoscritto. E, come c’era da aspettarsi, ecco l’ennesima sorpresa! Il manoscritto risale a un periodo compreso fra il 1404 e il 1438, e quindi è ben più antico di quanto finora ritenuto. Purtroppo questa scoperta non mette il punto finale alle discussioni…

Infatti le analisi al radiocarbonio non possono essere effettuate sugli inchiostri, ma soltanto sulle pagine. Se gli anonimi truffatori seicenteschi fossero riusciti a procurarsi un po’ di carta originale del 1400 su cui scrivere, allora la loro burla metterebbe nel sacco anche le nostre tecnologie.

Il mistero del manoscritto Voynich resiste dunque al passare del tempo. Ma da oggi anche voi, crittografi dilettanti, potrete cimentarvi nella decifrazione, perché il libro è stato finalmente pubblicato online per la consultazione gratuita. E se proprio non ambite ad essere i primi a svelare l’enigma, vi consigliamo ugualmente di sfogliarlo, anche soltanto per lasciarvi conquistare dal fascino che queste pagine emanano. Perché, diciamocelo sinceramente, gran parte dei cosiddetti “misteri” valgono soprattutto per le emozioni e la poesia che ci regalano finché restano insondabili e imperscrutabili… simboli mitici di ciò che sta al di là della nostra comprensione. E il manoscritto Voynich, che sia un falso oppure no, è capace di gettarci nell’incanto dell’ignoto.

Le scansioni delle pagine dell’intero manoscritto si trovano su questo sito. Questa invece è la pagina di Wikipedia, che riassume bene le varie ipotesi, teorie e ricerche nate attorno al libro.

Deformazioni craniche artificiali

Abbiamo già parlato (in questo articolo) dell’antica usanza cinese di deformare i piedi femminili tramite fasciature per motivi estetici. Altri tipi di deformazioni artificiali possono ancora oggi avvenire per motivi di sostentamento economico: pensiamo in particolare ad alcune terribili pratiche di deformazione del bambino nei paesi del Terzo Mondo (e non solo) che rendono i piccoli invalidi a vita – e quindi più adatti a suscitare pietà ed elemosine. Celebre poi la leggenda dei famigerati Comprachicos (“compratori di bambini”), immortalati da Victor Hugo nel suo romanzo L’Uomo che ride, che sfiguravano i bambini per assicurare un buon tornaconto nelle fiere e nelle esibizioni di stranezze umane. Altro esempio letterario sul tema è la splendida novella di Maupassant La madre dei mostri, nel quale una diabolica donna porta busti strettissimi durante la gravidanza per ottenere figli deformi da vendere al circo.

Ma nella maggior parte dei casi, proprio come avveniva per il loto d’oro in Cina, la modificazione del corpo in tenera età era estremamente importante soprattutto a livello sociale, perché poteva denotare lo status e la provenienza del bambino. Per questo motivo, quello che i cinesi facevano ai piedi delle donne, molti altri facevano alle teste dei loro bambini.

Nelle culture primitive, e non soltanto, la modificazione corporale è intimamente connessa con l’appartenenza a una determinata società. Così la fasciatura della testa divenne per un certo periodo una pratica fondamentale per garantire al proprio figlio una posizione sociale influente.

La casistica di queste deformazioni si compone normalmente di teste allungate, teste schiacciate, teste coniche o sferiche. Il comune denominatore è la restrizione della normale crescita delle ossa del cranio durante le primissime fasi della formazione, quando le ossa sono ancora soffici, tramite diversi strumenti: ad esempio, per ottenere un figlio dalla testa allungata occorreva farlo crescere con due pezzi di legno saldamente legati ai lati del capo, in modo che il cranio si sviluppasse verso l’alto. Per avere una testa completamente rotonda occorreva stringerla in forti giri di stoffa.

I primi a utilizzare questo tipo di pratiche di modificazione corporale permanente sembra fossero gli antichi Egizi (infatti Tutankhamen e Nefertiti avevano la testa oblunga), ma alcuni studi indicano che forse anche gli uomini di Neanderthal, vissuti 45.000 anni prima di Cristo, potrebbero averne fatto uso. Nel 400 a.C. Ippocrate scrisse di abitudini simili riferendosi a una tribù che aveva denominato “i Macrocefali”. Congo, Borneo, Tahiti, Samoa, Hawaii, aborigeni australiani, Inca e Maya, nativi Americani, Unni, Ostrogoti,  tribù Melanesiane: ai quattro angoli del globo le tecniche differivano ma l’obiettivo era lo stesso – assicurare al bambino un futuro migliore. Le persone con una testa allungata, infatti, venivano ritenute più intelligenti e più vicine agli spiriti; non soltanto, erano immediatamente riconoscibili come appartenenti ad un determinato gruppo o tribù. Così, più o meno a un mese dalla nascita, i bambini cominciavano a venire fasciati fino circa all’età di sei mesi, ma talvolta oltre l’anno di età.

Non è escluso che queste pratiche avessero altri tipi di valenze – magiche, mediche, ecc. Lascia interdetti scoprire che in Francia la fasciatura della testa durò addirittura fino al 1800: nell’area di Deux-Sevres, si bendavano le teste dei bambini dai due ai quattro mesi; poi si continuava sostituendo il bendaggio con una sorta di cesto di vimini posto sulla testa del bambino, e rinforzato con filo di metallo mano a mano che il ragazzo cresceva.