La mia settimana di meraviglie inglesi – II

(Continua dall’articolo precedente)

Il Viktor Wynd Museum of Curiosities, Fine Art & Natural History resta ancora nella sua sede storica, in Mare Street a Hackney, East London, la stessa dove anni fa avevo spedito un inviato di fiducia che era ritornato con un ironico reportage.
Eppure da allora diverse cose sono cambiate: nel 2014, il proprietario ha lanciato una campagna Kickstarter che in un mese ha fruttato 16.000 sterline e gli ha permesso di trasformare la sede della sua eclettica collezione in un vero e proprio museo, con un piccolo cocktail bar, una galleria d’arte e un piano interrato con sala da pranzo. Soltanto un paio di tavoli, a dir la verità; ma difficile pensare a un altro luogo in cui i commensali possano banchettare attorno a un autentico scheletro ottocentesco.

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L’oltraggioso cattivo gusto dei resti umani all’interno del tavolo è un buon esempio della vena dissacrante che attraversa tutta la disposizione degli oggetti collezionati da Viktor: qui l’idea stessa del museo come istituzione di cultura “alta” viene scardinata e sbeffeggiata apertamente. Opere d’arte raffinate stanno accanto a paperback pornografici, rari e preziosi manufatti antichi sono in bella mostra di fianco alle sorprese degli Happy Meal di McDonald’s.

Ma non si tratta nemmeno di un’accozzaglia senza senso — è l’idea originaria del Museo come dominio delle Muse, dell’ispirazione, delle connessioni misteriose e inattese, dell’aggressione ai sensi. Una wunderkammer che potrebbe far infuriare perfino i puristi delle wunderkammer.

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Viktor Wynd, quando lo incontro, non ha nemmeno bisogno di parlare più di tanto, di raccontarsi. Tra ossa di dodo, granchi giganti, modelli anatomici, teschi e volumi dai titoli ineguagliabili — come ad esempio Sesso di gruppo: una guida pratica, oppure Se vuoi chiudere una relazione, comincia dalle tue gambe — il patron del locale è immerso nell’oggettivazione della sua sfrenata fantasia. Quando si muove fra le teche e la sua immensa collezione (assicurata per 1 milione di sterline) sembra che si aggiri tra le stanze della sua stessa mente.
Artista, surrealista e intellettuale dandy dalla vita affascinante tanto quanto i suoi progetti, Viktor parla del suo Museo come di una necessità inevitabile: “ho bisogno di bellezza e del perturbante, di ciò che è divertente e un po’ stupido, di ciò che è strano e raro. Le cose rare e belle sono la barriera che mi separa da un pozzo di squallore e disperazione senza fondo“.

E questo strano bistrot delle meraviglie in cui si tengono conferenze, cocktail party, balli in maschera, mostre, cene, è certamente una cosa rara e bella.

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Mi sposto dalle parti di London Bridge. Proprio di fronte al famoso Borough Market si apre St. Thomas Street, dove la vecchia chiesa di St. Thomas resta incastonata fra edifici più moderni. Ma non è la chiesa in sé che mi interessa, quanto piuttosto la sua soffitta.
Nel solaio sotto il tetto, infatti, è nascosto un museo poco conosciuto e dalla storia particolare.

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L’Old Operating Theatre Museum and Herb Garret sorge nei locali in cui venivano preparati e tenuti i medicinali utilizzati nell’annesso Ospedale di St. Thomas. Una prima parte del museo è dedicata alle piante medicinali e a tutta una serie di strumenti terapeutici d’epoca. Vi si trovano anche le testimonianze relative a molti dispositivi ormai abbandonati dalla medicina, come ad esempio le lame per il salasso, i trapani cranici, e altri congegni oggi piuttosto spaventosi a vedersi. Ma è il profumo penetrante dei fiori essiccati, delle erbe e delle spezie (così tipico anche di altre farmacie antiche) che, unito alla location davvero singolare, dona a questa parte del museo una dimensione quasi fiabesca.

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Se la farmacia, a quanto pare, fu attiva fin dal XVIII secolo, soltanto nel 1822 una parte del solaio venne trasformato in teatro per gli interventi chirurgici — uno dei più antichi visitabili ancora oggi.
Qui venivano operate le pazienti del reparto femminile dell’Ospedale. Si trattava di persone indigenti, che accettavano di finire sotto i ferri di fronte a una folla di studenti di medicina ma in cambio potevano contare sui migliori chirurghi dell’epoca, privilegio che altrimenti non avrebbero certo potuto permettersi.
Le operazioni erano spesso l’ultima spiaggia, a cui si ricorreva quando tutti gli altri rimedi non avevano avuto successo. Senza anestetici di alcun genere, ignari dell’importanza delle misure igieniche, i chirurghi erano costretti a contare unicamente sulla propria velocità e precisione (si veda ad esempio il mio articolo su Robert Liston). Il risultato è intuibile: nonostante gli sforzi, date anche le condizioni spesso già critiche dei pazienti, la mortalità operatoria e post-operatoria era altissima.

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Gli ultimi due luoghi che mi aspettano a Londra sono anche gli unici, tra quelli visitati finora, in cui non è possibile scattare fotografie. E questo è un dettaglio particolarmente interessante.

Il primo è lo Hunterian Museum.
Sui due piani visitabili sono esposti migliaia di preparati anatomici, veterinari e umani, raccolti dal celebre chirurgo scozzese John Hunter (a Leicester Square è possibile vedere il suo busto scolpito).
Tra questi, spiccano i preparati acquistati a Padova da John Evelyn, che sono reputati i più antichi d’Europa e che illustrano il sistema vascolare e quello nervoso. L’altra “star” del museo è lo scheletro di Charles Byrne, il “gigante irlandese” morto nel 1783. Byrne era talmente terrorizzato alla prospettiva di finire in un museo anatomico che assoldò dei pescatori affiché gettassero il suo cadavere al largo. Questo non fermò purtroppo John Hunter che, deciso ad impossessarsi di quel corpo fuori dall’ordinario, corruppe i pescatori e pagò una cifra astronomica pur di ottenere il suo trofeo.

I reperti, alcuni dei quali patologici, sono estremamente interessanti eppure tutto mi sembra un po’ freddo rispetto al fascino degli antichi musei di anatomia italiani, o anche soltanto della soffitta appena visitata nella chiesa di St. Thomas. Quello che manca è l’atmosfera, la narrativa: il corpo umano, soprattutto quello patologico, è ai miei occhi un vero e proprio testo teatrale, una rappresentezione tragica, ma qui la dimensione del dramma viene attentamente evitata. Si avverte anzi una certa insistenza, all’interno dei pannelli informativi, nel sottolineare il valore e il fine eminentemente scientifico della collezione. Questo è forse una reazione alle critiche, sorte negli ultimi anni, sull’eticità dell’esposizione di resti umani nei musei. Lo Hunterian è dopotutto il luogo in cui ancora oggi le ossa del gigante irlandese, sottratte a tradimento alle onde, restano in una grande vetrina, “indifese” sotto lo sguardo dei visitatori.

L’ultimo mio luogo della meraviglia, e uno dei segreti meglio mantenuti di Londra, è la Wildgoose Memorial Library.
Opera di una sola persona, l’artista Jane Wildgoose, la biblioteca si trova all’interno della sua abitazione privata, è visitabile su appuntamento e raggiungibile seguendo una serie di indicazioni che assomigliano a quelle di una caccia al tesoro.
E di un tesoro vero e proprio si tratta.

Jane è uno spirito gentile e dolce, dalla serena ospitalità.
Prima di scomparire a preparare un caffè, mi sussurra: “prenditi il tuo tempo per scorrere i titoli, per sfogliare qualche pagina… e per leggere gli oggetti“.
Gli oggetti a cui si riferisce sono in realtà il cuore della libreria, che oltre ai volumi ospita calchi in gesso, sculture, memento ottocenteschi composti con i capelli dei defunti, antichi ventagli e accessori di moda, dagherrotipi, incisioni, conchiglie, urne, maschere mortuarie, crani animali. Eppure, rispetto a tante altre collezioni di meraviglie viste negli anni, la sua mi colpisce per la grazia compositiva, per l’attenzione maniacale alla disposizione degli oggetti. E c’è anche qualcos’altro, che mi sfugge.

Jane ritorna con il vassoio del caffè e mi lancia un sorriso un po’ inquieto. Nel suo sguardo si mescolano attesa e un lieve imbarazzo. Sono, dopotutto, un estraneo che lei ha fatto volontariamente entrare nell’intimità della sua casa. Se si avverasse il miracolo di una sintonia, l’incontro potrebbe divenire uno di quei rari momenti di contatto autentico tra sconosciuti; ma l’azzardo è grosso. Questa donna sta esponendo alla mia vista tutto ciò che le è più sacro — “un poeta è un uomo nudo“, scriveva Bob Dylan — e ora tutto dipende dalla mia sensibilità.

Cominciamo a parlare, mi racconta della sua vita passata a custodire oggetti, a cercare di comprenderli, di capirne le nascoste connessioni: da quando, ancora bambina, raccoglieva conchiglie sul bagnasciuga delle coste meridionali dell’Inghilterra, fino alle sue più recenti installazioni d’arte. A poco a poco comincio a intuire quale sia il carattere così specifico di quella collezione, che in un primo momento non avevo individuato con precisione: l’empatia, l’umanità.
La Wildgoose Memorial Library non è un luogo in cui si esplora il concetto di morte, bensì quello di lutto. Jane è interessata alle tracce del passaggio, ai segni lasciati dal dolore, dall’assenza, dalla mancanza. È ciò che sta alla base dei suoi tanti lavori, commissionati dalle più prestigiose istituzioni, e nei quali mi sembra che lei cerchi di metabolizzare e risolvere dei lutti rimasti incompleti, o sconosciuti. È per scovare queste tracce che passa ore a scandagliare pazientemente gli archivi; è questa attenzione all’anima delle cose che l’ha resa capace di comprendere, per esempio, come un arido catalogo di beni messi all’incanto nel 1786 dopo la morte della Duchessa Margaret Cavendish fosse in realtà il ritratto più intimo di quella donna, delle sue passioni e delle sue amicizie.

Questo salotto, mi rendo conto, è il luogo in cui Jane tenta di medicare i dolori — non soltanto i propri, ma anche quelli dei suoi simili, e perfino dei defunti.

Ecco che di colpo mi ritorna in mente lo Hunterian Museum.
Anche là, come in questo salotto, sono presenti resti umani.
Anche là, come in questo salotto, i reperti ci parlano di sofferenza e morte.
Anche là, come in questo salotto, non è concesso scattare fotografie, per rispetto e pudore.

Eppure le due collezioni non potrebbero essere più distanti fra loro, collocate come sono agli opposti estremi dello spettro. Da una parte le vetrine asettiche, gli ambienti moderni da cui ogni emozione è rimossa, dove per far comprendere ed accettare al pubblico l’osceno del corpo si è costretti a filtrarlo attraverso lo sguardo distaccato della scienza. Lo stesso museo che, paradossalmente, si ritrova a fare i conti con la mancanza di etica dei suoi fondatori, vissuti in un’epoca in cui una collezione anatomica poneva ben pochi dilemmi morali.
Dall’altra, quest’oasi di meditazione, la personale visione dell’uomo e della sua impermanenza racchiusa nel caldo e scuro legno della vecchia libreria di Jane Wildgoose; un luogo in cui la compassione diventa tangibile, entra sotto pelle, un luogo che esiste soltanto in virtù di un’etica. Una ricerca in cui la morte è vista come un confronto essenziale che in fondo non deve spaventarci: la libreria non a caso è dedicata a Persefone perché, mi ricorda Jane, “non c’è inverno senza estate“.

Forse abbiamo bisogno di entrambi gli opposti, di queste due diverse medicine. Di studiare il corpo senza dimenticare l’anima, e viceversa.
Sul treno veloce diretto all’aeroporto fisso gli occhi al cielo terso, tra gli alberi che scivolano via. Senza una nuvola.
Non c’è pioggia senza sole, mi dico. Con buona pace dei preconcetti con cui ho iniziato il mio viaggio.

Bizzarro Bazar a New York – II

Come resistere alla tentazione dello shopping a New York, quando la città si riveste di luci natalizie e le vetrine dei negozi divengono delle vere e proprie opere d’arte? In questo secondo, ed ultimo, post sulla Grande Mela ci occupiamo quindi di negozi – ma se vi aspettate che vi parliamo di Tiffany o di Macy’s, siete fuori strada.

Da quando Maxilla & Mandible ha chiuso i battenti (senza avvertire nessuno – sul sito nemmeno un cenno al fatto che il negozio è dismesso) sono poche le botteghe ancora aperte che possono offrire oggetti da collezione naturalistica: Evolution Store è però la punta di diamante di questo strano tipo di esercizio.

Uno scheletro sull’uscio ci avverte del tono generale del negozio, e la vetrina già lascia a bocca aperta: kapala istoriati, teschi di feti umani disposti secondo l’età raggiunta in utero, grandi pavoni impagliati. Non ci sono vie di mezzo – o alzate gli occhi al cielo e proseguite per la vostra strada, o vi fiondate oltre la porta d’ingresso.

All’interno, la cornucopia di oggetti assale i sensi. Ci sono scheletri e teschi di animali di ogni specie, tutti in vendita, esemplari tassidermici, altri sotto alcol, ninnoli e portachiavi ricavati da ossa autentiche. Insomma, troverete il regalo di Natale giusto per chiunque.

E per i vostri bambini più indisciplinati quest’anno, al posto del solito vecchio carbone, Babbo Natale potrebbe lasciare sotto l’albero una nuova sorpresa: leccalecca con scorpioni e altri insetti incorporati.

Al piano superiore i titolari espongono i pezzi di maggior valore della loro collezione. Spicca una serie di scheletri umani, di cui uno femminile che ospita nel grembo uno scheletro fetale fissato in posizione di gravidanza. E poi ancora maschere tribali, teste rimpicciolite, uova di dinosauro, pietre preziose, animali impagliati o essiccati, fossili, coralli, farfalle multicolori e insetti esotici.

I prezzi non sono sempre popolari, ma nemmeno esorbitanti, e variano considerevolmente a seconda delle vostre esigenze. Comunque, se non volete spendere troppo, gli impiegati e i gestori del negozio, tutti accomunati dalla classica gentilezza newyorkese, saranno più che felici di impacchettarvi uno squalo sotto alcol (solo $29) o l’osso del pene di qualche mammifero ($6).

Sbucando con la metro all’East Village si entra in una dimensione totalmente diversa. Le foglie in questa stagione si fanno gialle e risaltano sulle pareti in mattoni e fra le scale antincendio esterne, che abbiamo visto in innumerevoli film. Qui, dalle parti di Cooper Union, c’è St. Mark’s Place, una stradina dedicata ai tatuaggi, ai piercing e all’abbigliamento punk e glam. Residuati della no-future generation, ormai cinquantenni ma ancora orgogliosamente imborchiati e dai (radi) capelli dipinti, gestiscono piccoli negozi di oggettistica e fashion. Anche se non siete tipi da creste e catene, vi consigliamo comunque di farvi un giro all’interno del negozio di vintage e usato Search & Destroy – se non altro per dare un’occhiata al delirante allestimento del negozio.

Qui i vestiti sono quasi nascosti da un’accozzaglia di giocattoli, props e collectibles: e se all’entrata siete salutati da bambole con la maschera antigas, modellini anatomici e feti deformi in gomma, all’interno i toni si fanno ancora più splatter. Un finto maiale sgozzato a grandezza naturale è appeso al soffitto, dal quale penzola anche un manichino fetish in posizione di bondage. Un flipper sta vicino a maschere di carnevale di mostri iperrealistici e sanguinosi. Ovunque manichini in pose oscene e, particolare non trascurabile, dalle parti genitali correttamente rappresentate. Purtroppo i gestori orientali sono (giustamente) gelosi del loro arredamento e ci permettono di scattare soltanto qualche foto.

Poco più avanti, sempre qui all’East Village, sulla decima strada, si trova uno dei negozi più celebri: si tratta di Obscura Antiques & Oddities.

Da quando Obscura è al centro di una serie televisiva di Discovery Channel (di cui vi avevamo parlato in questo articolo), il piccolo spazio espositivo è perennemente affollato. E la gente compra, il giro di affari è in stabile crescita e di conseguenza la collezione è in continuo cambiamento.

Obscura è l’analogo newyorkese del nostro Nautilus, anche se gli manca quella maniacale e coreografica cura espositiva che Alessandro ha donato alla sua bottega delle meraviglie. D’altronde Mike ci racconta che stanno per trasferirsi in uno spazio più grande, dove finalmente la collezione potrà evitare di essere accatastata e un po’ disordinata com’è adesso. Comunque sia, i pezzi sono davvero straordinari e l’atmosfera unica.

Fra tutti spicca la testa mummificata divenuta un po’ il simbolo di Obscura, tanto da farne delle minuscole repliche per portachiavi.

Ma le sorprese sono tante, e fra scheletri umani, strani animali, oggetti di antiquariato medico e bizzarrie in tutto e per tutto ascrivibili alla tradizione denominata Americana, si potrebbe perdere una buona oretta a curiosare.

Mike ed Evan, la strana coppia di proprietari, sono fra le persone più gentili e disponibili del mondo, talmente colti e appassionati che è una goduria anche solo rimanere ad ascoltarli mentre rispondono alle domande più stravaganti dei clienti. Il giro di collezionismo legato ad Obscura è impressionante, ma di certo anche voi riuscirete a trovare almeno un regalino per chi, fra i vostri conoscenti, ha già davvero tutto.

Oddities

Discovery Channel ha da poco lanciato un nuovo programma che sembra pensato apposta per gli appassionati di collezionismo macabro e scientifico: la serie è intitolata Oddities (“Stranezze”), e racconta la strana e particolare vita quotidiana dei proprietari del famoso negozio newyorkese Obscura Antiques and Oddities, la versione americana del nostrano Nautilus, di cui abbiamo già parlato.

I due simpatici proprietari di questa spettacolare wunderkammer ci mostrano in ogni episodio come vengono a scoprire di giorno in giorno oggetti curiosi, strabilianti o rari, regalandoci anche un’inaspettata galleria di personaggi che frequentano il negozio. Collezionisti seri e compunti che arrivano con la fida ventiquattrore dopo un importante meeting, gente semplice dai gusti particolari, giovani darkettoni appesantiti da centinaia di piercing, compositori musicali del calibro di Danny Elfman, bizzarri personaggi che collezionano articoli funerari e si emozionano per un tavolo da imbalsamazione, ragazzi normali che hanno scoperto nel solaio del nonno una testa di manzo siamese imbalsamata, o una bara ottocentesca, e cercano di ricavarci qualche soldo.

Mike Zohn ed Evan Michelson, i due proprietari di Obscura, passano il loro tempo fra mercati delle pulci e aste di antiquariato, cercando tutto ciò che è inusuale e bizzarro. Nella loro carriera di collezionisti hanno accumulato alcuni fra i pezzi più incredibili.

Purtroppo in Italia questa serie non è ancora arrivata, ed essendo un prodotto di nicchia è probabile che non la vedremo mai sui nostri teleschermi. Per consolarvi, ecco alcuni estratti da YouTube.

Mike ed Evan riescono ad annusare un’autentica mano di mummia egizia, che stando alla loro descrizione esala un “inebriante” odore di resina:

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=uFepPtBkhpo]

“Oggigiorno è sempre più difficile trovare una testa mummificata”:

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=mMTg0ZUFZ1I&NR=1]

Un’addetta delle pompe funebri (leggermente disturbata, a quanto sembra) ha una collezione invidiabile di strumenti di imbalsamazione e non sta più nella pelle quando Evan le propone l’acquisto di un tavolo utilizzato per presentare il cadavere nella camera ardente… dopotutto, si intona con gli strumenti antichi che lei ha già… come resistere?

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=1-EoRA25NDA]

Un avventore scopre che quello che ha in mano è l’osso del pene di un tricheco. La maggior parte dei mammiferi (uomo escluso) è dotato di un simile osso. Sarà disposto a sborsare 450 $  per questo articolo?

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=W2XBALa0ehQ]

Un ragazzo ha acquistato al mercato delle pulci una scatola piena di escrementi fossilizzati che gli hanno assicurato essere di dinosauro. Coproliti è il termine scientifico. Purtroppo, Mike gli spiega che quelli sono probabilmente escrementi di mammifero. Le deiezioni di uccelli e rettili sono molto più acquose. Pensate se doveste togliere una cosa del genere dal vostro parabrezza?

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=pbcvEOwxQYU]

Speciale “Nautilus”

Se siete in viaggio, o abitate, a Torino, c’è una bottega che non potete mancare di visitare. Si tratta sicuramente del più incredibile negozio d’Italia, e lo scrittore David Sedaris si è spinto fino a definirlo addirittura “the greatest shop in the world“: è il “Nautilus”. Prende il suo nome dal mollusco omonimo, considerato un fossile vivente.

Appena entrati, dopo un’occhiata all’invitante vetrina, vi sembrerà di tornare indietro nel tempo e vi troverete immersi nella magia di un’antica wunderkammer. La collezione di oggetti d’epoca macabri e stravaganti affolla il piccolo locale (com’è giusto che sia: il gusto barocco dell’accumulo di dettagli vuole la sua parte).

Vi scoprirete quindi ad indugiare su centinaia di oggetti curiosi, principalmente strumenti medici e chirurgici di tempi andati, animali esotici impagliati, feti sotto formalina, calchi in gesso di teste deformi e maschere mortuarie, fossili, teschi, cartografie, cartelli e insegne d’epoca, mummie, scheletri, macchinari medici esoterici e teste frenologiche, maialini e vitelli siamesi. Un’imponente quantità di oggetti, ammassati in una sorta di folle museo della biologia e della tecnica, che cattura l’interesse dello scienziato così come del ricercatore del meraviglioso.

Il Nautilus collabora anche attivamente con il Museo Cesare Lombroso, recentemente aperto a Torino, che vi consigliamo di visitare. Il negozio è inoltre segnalato sul sito Atlas Obscura, vera e propria “mappatura” dei luoghi curiosi e dei posti incredibili nei quattro angoli del mondo.

Alessandro, uno dei due proprietari di questa invidiabile collezione, ha gentilmente accettato di parlarci di questa sua passione, concedendo a Bizzarro Bazar un’intervista in esclusiva che qui pubblichiamo.

Come è cominciata la tua passione per l’antiquariato medico e naturalistico?

La passione per il collezionismo l’ho avuta da sempre… collezionavo figurine, i tappi delle bottiglie, gli adesivi, fino ad impossessarmi della collezione di francobolli di mio papà (che però perse rapidamente di interesse non appena cessò l’alone di irrangiungibilità che la circondava). Da ragazzetto saccheggiavo regolarmente un mercatino dell’usato di qualsiasi carabattola, per la “gioia” di mia mamma, fino a quando iniziai a collezionare antichi ferri da stiro, mettendo insieme un’importante collezione… Ma fu il ritrovamento fortuito ad un mercatino di un vecchio stetoscopio di legno a far scattare la scintilla della passione per la storia della medicina e per gli antichi strumenti chirurgici, filone che ho approfondito in questi ultimi anni. Le pratiche più “cruente” sono quelle che hanno maggiormente acceso la mia fantasia: l’amputazione, la trapanazione cranica, il salasso… E proprio una sega da amputazione della fine del 1500, un vero pezzo da museo, è sicuramente uno dei pezzi della mia collezione che mi è stato più difficile cedere nel passato, ad un amico-cliente… ma fu la classica “proposta indecente” a cui non si poteva dire di no…

Dopo qualche anno di collezionismo “medico” ho conosciuto Fausto, mio socio e co-papà del Nautilus, grazie al quale piano piano ho esteso i miei campi di interesse, fino a spaziare in tutti gli aspetti della scienza e natura… e oltre.


Come è nata l’idea di aprire il Nautilus? A che tipo di clientela è rivolto il negozio?

Il Nautilus nasce sicuramente da un nostro sogno, dal poter avere la nostra personale wunderkammer in cui poter godere delle nostre collezioni in modo più compiuto, invece di doverle immaginare inscatolate in qualche buio garage… e allo stesso tempo dal desiderio di poterle condividere con altri appassionati.

La dimensione commerciale del Nautilus è parecchio “marginale”, per usare un eufemismo: la bottega è quasi sempre chiusa, abbiamo una tensione alla vendita bassissima, insomma, un disastro… ma non potrebbe essere diversamente, un collezionista per ovvi motivi è restio a fare il semplice commerciante.

I nostri clienti inizialmente erano collezionisti in senso “classico”: il medico che colleziona gli strumenti antichi del suo mestiere, l’appassionato di elettrostatica, il collezionista eccentrico che è fissato con i caschi protettivi industriali… Sempre più però questi scambi diventano marginali, perché cresce il numero di clienti che non collezionano in un ambito specifico, ma “semplicemente” si innamorano di un oggetto e lo ospitano nelle loro case. E non a caso sempre più i nostri clienti sono arredatori di interni alla ricerca di un pezzo “speciale” capace di nobilitare da solo un intero ambiente.


Il Nautilus non è semplicemente un negozio di antiquariato, ma una vera e propria wunderkammer. Qual è il senso, al giorno d’oggi, di assemblarne una?

In effetti sì, il riferimento nobile è quello della stanza delle meraviglie, riletta forse in chiave moderna, dove al posto del lusso principesco delle antiche collezioni possono trovare legittimità anche oggetti “umili” (mi vengono in mente ad esempio gli zoccoli dei contadini francesi per sgusciare le castagne, irte di speroni di ferro, notevoli e inconsapevoli opere dadaiste).

E penso che in un certo senso la wunderkammer risponda ad un desiderio molto primitivo e semplice dell’uomo, quello cioè di essere circondato da un contesto in cui si trova “bene”. Il perché poi una persona si senta più “a casa sua” in una stanza bianca completamente vuota piuttosto che in un antro traboccante anticaglie… beh, lascio agli psico-qualchecosa l’ardua interpretazione…


Il tuo è un interesse di tipo strettamente scientifico, o sei maggiormente attratto dall’aspetto “meraviglioso” della tua collezione? Quanto conta, cioè, il gusto del macabro e del bizzarro?

Quando sono in bottega e guardo la stratificazione di oggetti nel Nautilus l’unico filo conduttore che riesco a riconoscere e che lega in modo coerente questo coacervo è il senso della “meraviglia”, cioè lo stupore provato di fronte a ciascun oggetto a cui abbiamo dato ospitalità nelle nostre collezioni.

Certo, c’è il piacere imprescindibile della scoperta, c’è la valenza economica (in fondo è una passione diventata attività lavorativa), c’è il valore storico… eppure alla fine è quella sensazione che ti sottrae all’esperienza dell’”abituale” a legittimare un simile accumulo, cui talvolta guardo addirittura con sospetto, prospettandomi mille domande… Quindi sicuramente un debole per il bizzarro è presente… quello che invece non avverto è l’attrazione per il macabro, che non intravvedo nemmeno nei pezzi più “estremi” (come ad esempio i reperti anatomici in formalina, di cui naturalmente ben comprendo il potenziale macabro o morboso).


Quanto c’è di infantile nel collezionismo?

Il senso della meraviglia cui accennavo prima… mi piace molto la definizione del collezionista visto come “senex puerilis”, un “anziano fanciullo”. Forse chi l’ha formulata pensava di darle una connotazione leggermente spregiativa, io la trovo invece assolutamente azzeccata e gratificante. È come se contenesse la possibilità di godere allo stesso tempo di due dimensioni incompatibili, la saggezza spesso cinica dell’età matura e la capacità di stupirsi propria dell’infanzia… E in fondo il collezionista vive costantemente questa lotta contro il tempo che passa, a cui tenta di sottrarre i pezzi della sua collezione garantendo loro nuova vita – e cercando forse di conquistare anche per sé una certa sensazione di eternità…


Qual è il pezzo della collezione a cui sei più affezionato? Quale il più raro e/o costoso?

Ho avuto un periodo in cui ero parecchio intrigato dai modelli anatomici in cera, ed ho rastrellato buona parte della bibliografia disponibile sul tema, oltre a qualche bel modello. Sicuramente ci appassiona il tema della teratologia, con tutte le anomalie della natura: dai vitellini a due teste, agli agnellini siamesi (altra vendita molto rimpianta)… I campioni anatomici umani li trovo molto emozionanti, con il loro un affascinante senso di “vita sospesa”.

Il braccio della mummia è uno dei nostri beniamini, ma sono molto affezionato anche ad una piccola scultura francese di un gatto… quindi alla fine più che il valore o la rarità ciò che di solito rende “speciale” ai nostri occhi un pezzo è la storia che porta con sé, il viaggio o le circostanze che lo hanno portato fino a noi.  Poi arriva comunque sempre il giorno in cui sentiamo che il momento è arrivato, e finalmente possiamo lasciar andare l’oggetto difeso fino ad allora: c’è una gran soddisfazione nel veder brillare gli occhi del collezionista che ha appena conquistato un nuovo pezzo che tu hai scovato e accudito per un po’…


Ti capita di essere considerato “un tipo strano” per via della tua passione?

Talvolta, esagerando un po’, dico che il mondo si divide tra quelli che entrano dentro il Nautilus, e quelli che invece rimangono appiccicati con il naso davanti alla vetrina, ma poi alla fine se ne vanno con espressioni più o meno perplesse.

E quelli che entrano però giustamente si aspetterebbero un padrone di casa all’altezza, quantomeno un Igor guercio con la gobba, o il cugino del Gobbo di Notre-Dame, o almeno un freak sopravvissuto al circo Barnum… e quindi la mia presenza delude sempre un po’.

Mi chiedono spesso se non ho paura a stare in bottega, in mezzo a tutte quelle presenze inquietanti, ma me la cavo sempre molto facilmente dicendo che in realtà io ho paura quando esco fuori dalla bottega… per cui, al solito… chi sono i veri mostri e i veri “strani” ?

(Cliccate sulla foto qui sopra per vederla in alta definizione).

Il Nautilus si trova in via Bellezia 15/B a Torino. Apre su appuntamento, per informazioni o prenotazioni chiamate il 339 5342312.

Ecco il link al sito del Nautilus, ricco di numerose fotografie.

Ringraziamo Alessandro per la sua squisita cortesia.

Ringraziamo anche Stefano Bessoni, regista, fan del Nautilus, e autore delle foto contenute in questo articolo.