La web serie di Bizzarro Bazar: Episodio 2

Nel secondo episodio della serie web di Bizzarro Bazar: mummie officiali e derivati del corpo umano usati in medicina; un misterioso artista; un teatro ricavato dalla carcassa di una balena.

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Scritto & condotto da Ivan Cenzi
Diretto da Francesco Erba
Prodotto da Ivan Cenzi, Francesco Erba, Theatrum Mundi & Onda Videoproduzioni

La web serie di Bizzarro Bazar: Episodio 1

Ci siamo!

Ecco finalmente il primo episodio della serie web di Bizzarro Bazar: processi animali, forchette per carne umana, e un curioso sport estremo.
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Scritto & condotto da Ivan Cenzi
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Teste criminali

Due teste sezionate. Tavola a colori di Gautier D’Agoty (1746).

Già a partire dalla fine del Medioevo i corpi dei condannati a morte venivano comunemente utilizzati per le dissezioni anatomiche. Si trattava di una sorta di pena aggiuntiva, perché l’atto autoptico era ancora avvertito come una sorta di dissacrazione; forse proprio a causa di un certo senso di colpa che questa “crudeltà” suscitava, si accordava ai corpi sezionati quella sepoltura in terra consacrata che normalmente sarebbe stata preclusa ai criminali.

Ma nell’Ottocento si cominciò a sezionarli per un motivo specifico: comprendere in che modo l’anatomia di un criminale differisse da quella normale. Una pratica che continuò fino quasi a metà Novecento.
La foto seguente mostra la testa di Peter Kürten (1883-1931), il tristemente noto Vampiro di Düsseldorf le cui gesta ispirarono il capolavoro M (1931) di Fritz Lang. Oggi è esposta al Ripley’s Believe It Or Not di Winsconsin Dells.

Cesare Lombroso, che a dispetto delle sue teorie controverse fu uno dei pionieri e fondatori della criminologia moderna, era convinto che il criminale portasse nella sua anatomia i segni anomali di un atavismo genetico.

Il Museo a lui dedicato, a Torino, ripercorre i suoi ragionamenti, le sue convinzioni influenzate da teorie in voga all’epoca, e dà conto dell’imponente collezione di teste da lui studiate e conservate. E Lombroso stesso volle entrare a far parte del suo museo, in cui è possibile vedere l’intero scheletro del criminologo in una teca; la testa, priva di cranio e preservata in formalina, non è invece visibile al pubblico.

Testa di Cesare Lombroso.

Simili autopsie sul cranio e sul cervello degli assassini portarono pressoché invariabilmente alla stessa conclusione: nessuna differenza anatomica apprezzabile rispetto all’uomo comune.

Una criminologia deterministica — la convinzione, cioè, che il comportamento delittuoso derivi da qualche anomalia anatomica, biologica, genetica — possiede un confortante appeal per chi ritiene di essere normale.
È il classico processo di creazione/etichettatura del diverso, quello che Foucault chiamava “il macchinario che effettua qualificazioni e squalificazioni“: se il criminale è differente, se la sua natura è de-viante (si allontana dalla retta via sulla quale situiamo noi stessi), allora dormiremo sonni tranquilli.

Numerose ricerche suggeriscono come in realtà chiunque sia in grado di adottare comportamenti socialmente deplorevoli, date certe premesse, e perfino di tradire i propri principi etici non appena si attivano alcuni specifici meccanismi psicologici (cfr. P. Bocchiaro, Psicologia del male, 2009). Eppure l’idea che l’individuo “anormale” contenga in sé una qualche predestinazione alla devianza continua a essere popolare ancora oggi: si tratta nei casi migliori di un bias cognitivo, nei peggiori di vera e propria malafede. Un esempio lampante di questa malafede sono gli studi scientifici finanziati dalle multinazionali del tabacco o del gioco d’azzardo, volti a dimostrare tendenziosamente che la dipendenza è il prodotto di una predisposizione caratteriale o biologica dell’individuo (sollevando così da ogni responsabilità i committenti della ricerca).

Ma torniamo all’ossessione degli scienziati ottocenteschi per le teste dei criminali.
Ciò che è interessante ai nostri occhi è che spesso nelle preparazioni anatomiche non era nemmeno la struttura interna a essere preservata, quanto le fattezze del criminale.

Nella foto qui sotto si può vedere la pelle del volto di Martin Dumollard (1810-1862), che uccise più di 6 donne. Oggi è conservata al Musée Testut-Latarjet di Lione.
Fu conciata mentre si studiava il suo cranio alla ricerca di anomalie. Era il cranio, non la pelle, il fulcro delle ricerche. Perché quindi prendersi la briga di preparare anche il viso staccato dal teschio?

Dumollard non è certo l’unico esempio. Sempre al Testut-Latarjet si trova la pelle del volto di Jules-Joseph Seringer, colpevole di aver ucciso sua madre, il patrigno e la sorellastra. Il museo espone anche un calco in gesso, che restituisce in maniera certamente più realistica le fattezze del parricida, rispetto a questa orrenda maschera.

Ai fini degli studi fisiognomici e frenologici dell’epoca, il busto in gesso sarebbe stato un supporto di certo migliore che non un volto scuoiato. Perché allora non limitarsi al calco?

L’impressione è che conservare il volto o la testa di un criminale fosse, al di là dell’interesse scientifico, un modo per far sì che il ricordo della colpa non potesse mai svanire. Una condanna alla memoria perpetua, equivalente simbolico delle buone vecchie teste infilzate sulle lance, che anticamente si esibivano alle porte della città — come deterrente, certo, ma anche e soprattutto come spettacolo della pervasività dell’ordine, prova dell’ineluttabilità della punizione.

Testa di Diogo Alves, decapitato nel 1841.

Testa di Narcisse Porthault, ghigliottinato nel 1846. Ph. Jack Burman.

 

Testa di Henri Landru, ghigliottinato nel 1922.

 

Testa di Fritz Haarmann, decapitato nel 1925.

Questa sorta di damnatio memoriæ all’incontrario, con cui si intende immortalare il criminale invece che cancellarlo dal ricordo collettivo, si può ritrovare nelle incisioni, nella pratica delle maschere mortuarie e infine, in tempi più recenti, nelle fotografie scattate ai ghigliottinati.

Maschere mortuarie di condannati all’impiccagione (fonte).

Ghigliottinati: Juan Vidal (1910), Auguste DeGroote (1893), Joseph Vacher (1898), Canute Vromant (1909), Lénard, Oillic, Thépaut and Carbucci (1866), Jean-Baptiste Picard (1862), Abel Pollet (1909), Charles Swartewagher (1905), Louis Lefevre (1915), Edmond Claeys (1893), Albert Fournier (1920), Théophile Deroo (1909), Jean Van de Bogaert (1905),Auguste Pollet (1909).

Tutte queste teste spiccate dal boia, pur rifacendosi a un ideale di giustizia, celebrano in effetti il trionfo del potere.

Ma ce ne sono quattro che si impongono come sovversivo e ironico contrappasso. Quattro ennesime teste di criminali, usate però per beffare il regime carcerario.


Sono le effigi che, sistemate sui cuscini per ingannare le guardie, consentirono la celeberrima fuga da Alcatraz di Frank Morris assieme a John e Clarence Anglin (il quarto complice, Allen West, rimase indietro). Scolpite con sapone, dentifricio, carta igienica e polvere di cemento, e decorate con capelli raccolti dal barbiere della prigione, le finte teste sono – assieme alle foto segnaletiche – l’unico ricordo rimasto dei tre carcerati che riuscirono a evadere dal carcere di massima sicurezza.

Pur senza volerlo, Morris e soci avevano operato un vero e proprio détournement di una narrativa assodata da millenni: un’iconografia che mirava a trasformare la testa e il volto del condannato in mero simulacro, per disumanizzarlo.

La tribù perfetta

Articolo apparso originariamente su #ILLUSTRATI n. 51 — Il Barone Rampante

© Markus Fleute

I Korowai sono la tribù perfetta, perché sono puri e incontaminati.
Il primo contatto avvenne nel 1974, quando una trentina di indigeni fu avvicinata da un’équipe di antropologi; si presume che fino ad allora i Korowai non sapessero dell’esistenza di altre popolazioni a parte la loro. Qualche anno più tardi, arrivarono i missionari, a cercare di convertirli.

I Korowai sono la tribù perfetta, perché vivono in maniera esotica.
Nascosti in un angolo di foresta in uno dei paesi più remoti — l’isola di Nuova Guinea — costruiscono palafitte sulla cima degli alberi. In questo modo si proteggono da insetti, serpenti, cinghiali e nemici di altre tribù. Diversi documentari, negli anni, hanno mostrato la loro abilità ingegneristica: nel 2011 un episodio di Human Planet, prodotto dalla BBC, dettagliò l’edificazione di una casa alla vertiginosa altezza di 40 metri, e trasloco di una famiglia in questa nuova incredibile abitazione.


I Korowai sono la tribù perfetta, perché sono cannibali.
Non mangiano i nemici, né praticano l’endocannibalismo indiscriminato: uccidono e divorano unicamente chi pratica la magia nera.
Quando qualcuno si ammala di un morbo sconosciuto, di solito prima di morire fa il nome del khakhua, lo stregone che ha lanciato su di lui la fatale maledizione. A quel punto i parenti del morto catturano il negromante e lo fanno a pezzi, distribuendo la carne tra le famiglie del villaggio.
Nel 2006 l’australiano Paul Raffaele, giornalista d’avventura e personalità televisiva, si recò tra i Korowai per salvare un ragazzino che stava per essere cannibalizzato. La puntata di 60 Minutes in cui raccontava la sua spedizione registrò un boom di ascolti. L’intrepido reporter scrisse anche un resoconto intitolato “Sleeping With The Cannibals” per il prestigioso Smithsonian Magazine; si tratta di un articolo ancora oggi molto popolare.

I Korowai sono la tribù perfetta, perché abbiamo ancora bisogno del mito del Selvaggio.
Ci piace pensare all’esistenza di tribù “fuori dal tempo”, cristallizzatesi in una fase preistorica senza mai conoscere evoluzioni o trasformazioni sociali. Questa favola ci rassicura sulla nostra superiorità, sulle nostre straordinarie capacità di progresso. Per questo preferiamo che il Selvaggio sia nudo, primitivo, brutale, se non addirittura animalesco, caratterizzato cioè da tutti quei tratti che noi abbiamo abbandonato.
Prendiamo l’esempio delle tsantsa, le famose teste rimpicciolite degli indios Jivaros stanziati tra Ecuador e Perù: fino all’arrivo dell’uomo bianco, gli indigeni ne producevano poche, in maniera molto sporadica. Ma gli esploratori occidentali videro nelle tsantsa il perfetto souvenir macabro, e soprattutto l’emblema della “primitiva barbarie” di queste tribù. Fu soltanto a causa della crescente domanda di questi manufatti che le tribù Shuar e Achuar cominciarono a organizzare dei raid tra le popolazioni limitrofe per approvvigionarsi di nuove teste, da rimpicciolire e vendere ai bianchi in cambio dei fucili.
Nei musei di antropologia, pochi visitatori si rendono conto che in alcuni casi non stanno affatto guardando dei reperti di un’antica e lontana cultura: stanno ammirando una fantasia, l’idea di quella cultura che gli stessi occidentali hanno creato e costruito.

E i Korowai, che vivono appollaiati sugli alberi come Tarzan?
Nell’aprile di quest’anno la BBC ha ammesso che la casa sull’albero di 40 metri, mostrata nella puntata del 2011 di Human Planet, era un falso.
Si trattava cioè di una sequenza concordata con gli indigeni, ai quali la troupe televisiva aveva commissionato la realizzazione di una palafitta gigante — che normalmente non avrebbero mai costruito. Un membro della tribù ha dichiarato che la casa era stata fabbricata “a beneficio dei produttori di programmi d’oltreoceano”: in realtà le abitazioni tradizionali dei Korowai venivano costruite a un massimo di 5-10 metri dal suolo.

© George Steinmetz

E i banchetti a base di carne umana?
In realtà, neanche il cannibalismo è più praticato da chissà quanti decenni. “La maggior parte di questi gruppi ha un’esperienza decennale nel fornire queste storie [di cannibalismo] ai turisti”, ha dichiarato l’antropologo Chris Ballard della Australian National University.
La loro vita dipende ormai dagli occidentali che arrivano nella giungla in cerca di forti emozioni. I Korowai hanno imparato a dare loro ciò che desiderano.
E se i bianchi hanno ancora bisogno del Selvaggio, eccoli serviti.

Le tombe erotiche del Madagascar

Sulla costa occidentale del Madagascar vivono i Sakalava, un gruppo etnico piuttosto composito; la loro popolazione infatti è costituita dai discendenti delle innumerevoli etnie che formavano il Regno di Menabe. Questo impero raggiunse il massimo splendore nel Settecento grazie un intenso commercio di schiavi con gli Arabi e i coloni europei.

Uno degli aspetti più particolari della cultura Sakalava è senz’altro rappresentato dalle sculture funerarie che adornano le tombe. Posti ai quattro angoli della sepoltura, i feticci intagliati nel legno sono spesso composti da una figura maschile e una femminile.
Ma queste effigi hanno affascinato gli occidentali fin dall’Ottocento per un motivo ben preciso: il loro disinvolto erotismo.

Agli occhi dei coloni, il sesso maschile in evidenza e quello femminile talvolta aperto e allargato dalle mani della donna dovevano già risultare osceni; ma le statue funebri dei Sakalava si spingono ancora più in là, nella rappresentazione esplicita di veri e propri amplessi.

Perfino nel contesto dell’arte funeraria malgascia, notoriamente eterogenea e variegata, questo tipo di sculture sono singolari. Qual era il loro significato?

Verrebbe spontaneo interpretarle alla luce della promiscuità di Eros e Thanatos, cadendo così nella trappola di un’idebita proiezione culturale: come ammonisce Giuseppe Ferrauto, il senso veicolato da queste opere “piuttosto che un messaggio di «lussuria» peccaminosa, non è niente altro che un messaggio di fecondità” (in Arcana, vol. II, 1970).


Dello stesso avviso è Jacques Lombard, che spiega ancora più dettagliatamente il valore simbolico dell’erotismo funerario dei Sakalava:

Si può dire che due cose apparentemente antitetiche sono molto valorizzate, in maniera equivalente, presso tutti i Sakalava come peraltro presso tutti i Malgasci. I morti, gli antenati da una parte, i figli, la discendenza dall’altra. […] Un sesso ritto, o «aperto», lungi dall’essere una volgarità, è al contrario una modalità di preghiera, la manifestazione più evidente del fervore religioso. Allo stesso modo, i funerali che un tempo potevano durare giorni e giorni sono l’occasione per dei canti particolarmente espliciti dove ancora una volta l’amore, la nascita, la vita sono celebrati con i termini più precisi, con le espressioni più osé. In questa occasione, soprattutto le donne si lasciano andare a queste manifestazioni verbali ma anche gestuali, evocando, mimando l’atto amoroso, proprio a fianco della tomba.
[…] La famiglia estesa, il lignaggio, è il punto di incontro tra i vivi e i morti ma anche con tutti coloro che verranno, e il cerchio si chiude grazie all’incontro con tutti gli antenati fino al più alto, e dunque con Dio e tutti i suoi figli fino al più lontano nel tempo, al cuore del futuro. Onorare i propri antenati, creare una discendenza, significa già prendere posto nell’eternità del mondo.

Jacques Lombard, L’art et les ancêtres:
le dialogue avec les morts: l’art sakalava
,
in Madagascar: Arts De La Vie Et De La Survie
(Cahiers de l’ADEIAO n.8, 1989)

C’è infine da notare come i Sakalava aumentarono esponenzialmente la produzione di questo genere di artefatti funerari a partire dall’inizio del Novecento.
Perché?
Il motivo è semplice: compiacere la pruriginosa curiosità dei turisti occidentali.

Potete trovare un esauriente articolo sulla cultura dei Sakalava a questa pagina.

Il cadavere colonizzato: storia dell’ultimo uomo della Tasmania

∼  King Billy 

William Lanne, ritenuto l’ultimo aborigeno purosangue della Tasmania, era nato a Coal River intorno al 1835. All’età di sette anni, assieme alla famiglia venne trasferito alla riserva aborigena di Flinders Island; quando aveva dodici anni, gli aborigeni superstiti (poco più di una quarantina) furono spostati a Oyster Cove, 56 chilometri a sud della capitare Hobart. Qui, nel 1847, William entrò nell’orfanotrofio locale, il Queen’s Orphan Asylum. È proprio a Oyster Cove che, a parte qualche breve spostamento, Lanne passò tutta la sua vita.

William Lanne con la moglie Truganini (a sinistra).

Gli aborigeni erano spesso impiegati a bordo delle baleniere, assegnati all’albero maestro per via della loro ottima vista. William Lanne, di animo allegro, divenne popolare tra i colleghi marinai come “King Billy” e, nonostante il suo regale soprannome, condusse tutto sommato un’esistenza anonima, divisa tra i duri giorni in mare e le bevute al pub con gli amici.
Nel febbraio del 1869, dopo un lungo viaggio a bordo della Runnymede, William tornò in salute precaria. Spese la sua ultima paga in birra e rum in una bettola frequentata da prostitute e balenieri, e dopo una settimana si ammalò di diarrea colerica. Il 3 marzo morì mentre si stava vestendo per andare all’ospedale.

La sua salma venne portata al General Hospital su ordine del Dr. Crowther. E qui cominciarono i problemi, perché il cadavere di William Lanne rappresentava un’appetitosa occasione per molte persone.

  L’oggetto del desiderio 

Nel XIX Secolo, l’anatomia comparata era tra i temi più “caldi” in seno alla comunità scientifica. Lo studio della conformazione del cranio, in particolare, rivestiva un’importanza fondamentale non tanto a livello medico quanto nell’ottica più ampia della teoria delle razze.


Attraverso le misurazioni craniometriche e frenologiche, e paragonando le varie caratteristiche fisiche, si creavano delle vere e proprie classifiche razziali: si affermava ad esempio che una razza avesse un cervello più pesante di un’altra, prova “inconfutabile” di maggiore intelligenza; le peculiarità fisiognomiche di un’altra razza la avvicinavano invece alle scimmie, spingendola dunque più in basso nella scala razziale; una robusta costituzione invece aumentava le possibilità di sopravvivenza, e via dicendo. Non occorre specificare chi, in questa classifica stilata dagli uomini bianchi, occupasse la vetta dell’evoluzione.
Se gli Europei erano i più adatti a sopravvivere, era chiaro che gli aborigeni della Tasmania (spesso confinati al penultimo posto nella graduatoria delle razze) si sarebbero presto estinti come i dodo o i dinosauri. Qualsiasi violenza o sopruso era dunque giustificato da una inevitabile supremazia “naturale”.

Per dimostrare queste teorie, etnologi, anatomisti e archeologi erano costantemente alla ricerca di teschi esemplari. I resti degli aborigeni, però, scarseggiavano ed erano tra i più richiesti.
Questo fu il motivo per cui, appena l’ultimo aborigeno tasmaniano purosangue morì, si scatenò una guerra per decidere chi si sarebbe aggiudicato il suo scheletro: William Lanne ricevette più attenzione da morto di quanta ne avesse mai avuta da vivo.

William Crowther (1817-1885)

Attorno ai suoi resti, fin dal principio si crearono due fazioni opposte.
Da una parte c’era il dottor William Crowther, il medico che ne aveva constatato il decesso. Da molto tempo era alla disperata ricerca di uno scheletro aborigeno da spedire al curatore dello Hunterian Museum di Londra. Egli sosteneva che questo regalo avrebbe favorito i rapporti tra la Tasmania e l’Impero Britannico, ma evidentemente il suo vero intento era quello di entrare nelle grazie del prestigioso Royal College of Surgeons.
Dall’altra si schierava la più potente società scientifica della Tasmania, la Royal Society, la quale sosteneva che i preziosi resti fossero patrimonio nazionale e dovessero rimanere presso il proprio museo.

Sotto la pretesa importanza scientifica, si trattava dunque di una questione eminentemente politica.
Di questo si rese conto subito il premier Richard Dry, chiamato a decidere sulla delicata questione: la sua mossa fu inizialmente favorevole alla Royal Society, forse perché quest’ultima era strettamente ammanicata con il suo governo, o forse perché lo stesso Dry aveva avuto violente divergenze politiche con Crowther in passato.
Fatto sta che venne stabilito che il corpo sarebbe rimasto in Tasmania; ma Dry decise, da fervente cristiano, che l’ultimo aborigeno avrebbe avuto prima di tutto un funerale. Conoscendo l’impazienza di Crowther di mettere le mani sullo scheletro, ordinò al nuovo responsabile dell’ospedale, il Dottor George Stockell, di impedire che succedesse qualcosa alla salma.

  La profanazione, atto primo: Crowther 

Il giorno seguente Stockell incontrò Crowther per strada, e subito nacque un diverbio; Crowther sosteneva che il cadavere era suo di diritto, mentre Stockell ribatté di aver ricevuto chiari ordini di proteggere la salma.
Quando a sorpresa Crowther lo invitò a cena alle 8 della sera stessa, Stockell dovette pensare ingenuamente a un tentativo di riappacificazione. Presentatosi all’abitazione all’ora stabilita, però, scoprì che il medico era fuori casa: ad accoglierlo trovò la moglie, che sembrava particolarmente loquace, e continuava a farlo parlare…

Nel frattempo Crowther, con il favore del crepuscolo, doveva agire in fretta.
Assistito da suo figlio, penetrò nell’ospedale e si diresse all’obitorio. Qui si concentrò innanzitutto sulla salma di un anziano signore bianco: decapitò il vecchio, e spellò velocemente la testa per ottenerne il teschio. Si recò poi nella sala attigua, dove si trovava il cadavere di William Lanne.
Crowther cominciò a incidere il capo di Lanne lateralmente, passando dietro l’orecchio; spostando la pelle del volto e forzando le mani al di sotto, estrasse il teschio dell’aborigeno e lo sostituì con quello appena prelevato dall’altro cadavere.
Una volta ricucito il volto di Lanne, nella speranza che nessuno notasse la differenza, si dileguò nella notte con il prezioso bottino.

Stockell rimase a parlare con la moglie di Crowther fino alle 9, quando intuì che qualcosa non quadrava, e finalmente fece ritorno all’ospedale. Nonostante le precauzioni di Crowther, non gli ci volle molto a comprendere cosa fosse successo.

  La profanazione, atto secondo: Stockell e la Royal Society 

Stockell, invece di chiamare le autorità, avvisò subito il segretario della Royal Society delle mutilazioni effettuate sul cadavere. Dopo un breve consulto con altri membri della società, si decise che era imperativo assicurarsi le parti più importanti del cadavere, prima che Crowther provasse a fare ritorno.
Alla salma di Lanne vennero dunque tagliati i piedi e le mani, che furono nascosti nel museo della Royal Society.

Il funerale si svolse il giorno previsto, sabato 6 marzo. Un’inaspettata folla si radunò per salutare King Billy, l’ultimo vero aborigeno: soprattutto marinai, tra cui il capitano della Runnymede che si era accollato i costi delle esequie, e diversi nativi tasmaniani.
Tuttavia le voci di un’orrenda mutilazione subita da Lanne cominciavano a diffondersi, e al primo ministro Dry venne chiesto di riesumare il corpo per controllare. Il premier, in attesa di aprire l’inchiesta, ordinò che la tomba fosse piantonata da due agenti fino al giorno di lunedì.
Ma all’alba della domenica, si scoprì che il luogo di sepoltura era stato devastato: la bara giaceva esposta sulla terra smossa. C’era sangue tutto attorno, e il corpo di Lanne era sparito. Il teschio del vecchio, quello sostituito all’interno del cadavere, era stato scartato e gettato di fianco alla tomba.

Nel frattempo, un sempre più furioso Crowther era ben lontano dal darsi per vinto – soprattutto ora che si era visto soffiare a quel modo le parti mancanti del “suo” aborigeno.
Il pomeriggio del lunedì egli irruppe all’ospedale con un gruppo di sostenitori. Quando Stockell gli intimò di andarsene, Crowther rispose facendosi strada a martellate attraverso il divisorio di uno dei reparti, e sfondando la porta dell’obitorio.
All’interno la scena era raccapricciante: sul tavolo delle dissezioni giacevano pezzi di carne e masse di grasso insanguinate. Lanne era stato disossato.
Non trovando dunque l’agognato scheletro, Crowther e la sua cricca lasciarono l’ospedale.

  Quando tutti sono colpevoli, nessuno è colpevole

Le investigazioni sul caso portarono a un risultato sfavorevole soprattutto per Crowther, che venne sospeso dalla professione medica, mentre suo figlio si vide revocato il permesso di studiare all’ospedale. Per quanto riguardava la Royal Society , nonostante Stockell avesse ammesso di aver tagliato mani e piedi al cadavere, si ritenne che non ci fossero prove sufficienti per alcuna condanna.
Anche se l’inchiesta si risolse essenzialmente con un nulla di fatto, il terribile episodio di cronaca scosse l’opinione pubblica, per più di un motivo.

Da una parte, gli eventi avevano scoperchiato il marcio che si annidava nelle istituzioni scientifiche e statali.
Il cadavere di William Lanne era stato profanato – e altrettanto quello di un uomo bianco.
I medici si erano dimostrati abbietti e senza scrupoli – altrettanto i poliziotti che, evidentemente corrotti, avevano abbandonato il loro posto di guardia presso la tomba.
Le misure di sicurezza dell’ospedale si erano rivelate risibili – altrettanto quelle del St. David’s, il cimitero urbano più grande della città.
Il governo aveva agito in maniera poco imparziale e decisa – altrettanto oscuro e riprovevole era stato il comportamento tenuto dalla Royal Society.
Come riassunse un quotidiano dell’epoca, l’incidente aveva dimostrato che “la gente comune ha un maggior senso della decenza e della moralità rispetto alle cosiddette classi superiori, e agli uomini istruiti”.

John Glover, Mount Wellington and Hobart Town from Kangaroo Point (1834)

Ma il secondo motivo di indignazione era che l’ultimo aborigeno era stato trattato come carne da macello.
Un atto orrendo, ma tristemente in linea con la decimazione degli indigeni della Tasmania in quello che è stato definito un vero e proprio genocidio, che in poco più di settant’anni dall’arrivo dei coloni aveva spazzato via l’intera popolazione dell’isola. Come la sua terra e la sua gente, anche William Lanne era stato spartito avidamente tra i bianchi – desiderosi forse di giustificarsi dimostrandone l’inferiorità.
Pur con tutta la retorica razzista dell’epoca, era difficile non sentirsi in colpa. Quando qualcuno propose di erigere un monumento in ricordo di Lanne, prevalse la vergogna e non si costruì nessun memoriale.

  Epilogo: molto orrore per nulla 

Chi si guadagnò una statua imponente, invece, fu William Crowther.
Il dottore entrò in politica poco dopo i sanguinosi avvenimenti, e una fulgida carriera lo portò addirittura a essere eletto premier della Tasmania nel 1878.Non bisogna stupirsi che avesse tanti sostenitori, perché nulla è solo bianco o nero: nonostante il torbido episodio, Crowther era benvoluto perché in qualità di medico si era sempre dedicato a curare i poveri e i nativi. Rimase in politica fino alla morte, nel 1885; dichiarò di non aver mai perso una notte di sonno per la faccenda della “testa di King Billy”, che a suo dire era stata solo una montatura per screditarlo.

Statua di William Crowther, Franklin Square, Hobart.

Stockell, dal canto suo, non vide confermato il suo posto all’ospedale al termine del periodo di prova, e si trasferì a Campbell Town dove morì nel 1878.
Lo scandalo Lanne ebbe almeno una conseguenza positiva: sulla scia delle polemiche la Tasmania promulgò nell’agosto del 1869 il primo Anatomy Bill, un atto che regolamentava la pratica delle dissezioni.

E le ossa di William Lanne?
Lo scheletro rimase quasi sicuramente nascosto tra le proprietà del museo della Royal Society. Si ignora che fine abbia fatto.
Anche del teschio nessuno sentì più parlare. Eppure, stranamente, Crowther ricevette nel 1874 una medaglia d’oro dal Royal College of Surgeons per i suoi “numerosi e preziosi contributi” allo Hunterian museum. Quali fossero stati esattamente questi contributi, non si sa di preciso; ma è naturale sospettare che l’onorificenza avesse qualcosa a che fare con l’infame teschio di Lanne, magari spedito a Londra in gran segreto.
Non esistono però prove certe che il teschio sia effettivamente arrivato in Inghilterra, e d’altronde la collezione di crani umani del Royal College of Surgeons venne distrutta nei bombardamenti nazisti.

Royal College of Surgeons, inizio ‘900.

Certo è che per quel teschio Crowther aveva rischiato tutto ciò che aveva, la sua reputazione e la sua professione. Ed ecco l’amara ironia: nel 1881, fu lo stesso curatore dello Hunterian a mettere pubblicamente in dubbio la validità della craniologia nella determinazione delle presunte razze.
Al giorno d’oggi risulta evidente che tutta questa ansia di catalogare e classificare fu “uno sforzo futile”, dal momento che “il concetto di razza nella specie umana non ha ottenuto alcun consenso dal punto di vista scientifico, e non è probabilmente destinato ad averne” (da Storia e geografia dei geni umani, 2000).

Ovunque si trovassero, né il cranio né lo scheletro di William Lanne furono mai utilizzati per essere studiati scientificamente, e non comparvero in alcuna ricerca.
Dopo tutto quello che si era fatto per espropriarli, conquistarli e annetterli a una collezione piuttosto che a un’altra, e a dispetto dell’importanza fondamentale che si sosteneva rivestissero per la comprensione dell’evoluzione, quei resti umani finirono dimenticati in qualche cassa o in qualche armadio.
L’importante era averli colonizzati.

La fonte principale per questo articolo è Stefan Petrow, The Last Man: The Mutilation of William Lanne in 1869 and Its Aftermath (1997) che è disponibile online in PDF.
Interessante anche la storia di Truganini, la moglie di William Lanne nonché l’ultima donna aborigena, che subì un meno drammatico ma comunque analogo calvario post-mortem.
L
a procedura utilizzata da Crowther per sostituire il teschio senza sfigurare il cadavere ha una sua storia affascinante, raccontata in Frances Larson, Teste mozze: Storie di decapitazioni, reliquie, trofei, souvenir e crani illustri (2014) – un libro che non mi stancherò mai di lodare.

Macabre maschere

Il Templo Mayor, costruito tra il 1337 e il 1487, era il cuore politico e religioso di Tenochtitlán, la città-stato nella Valle del Messico divenuta capitale dell’impero azteco a partire dal XV Secolo.
Da quando i suoi resti vennero scoperti per caso nel 1978, durante gli scavi per la metropolitana di Città del Messico, gli archeologi hanno portato alla luce quasi 80 edifici cerimoniali e una straordinaria quantità di manufatti relativi alla civiltà azteca (Mexica).

Fra i reperti più particolari vi sono alcune maschere ricavate a partire da teschi umani.
Queste maschere sono piuttosto elaborate: la parte posteriore del cranio è stata rimossa, probabilmente per permettere di indossarle o di applicarle a un copricapo; le maschere sono colorate con varie tinture; lame di selce e altre decorazioni sono state inserite nelle orbite oculari e nelle narici.

Nel 2016 una équipe di antropologi dell’Università del Montana ha condotto una ricerca sperimentale su otto di queste maschere, comparandole con venti teschi non modificati ritrovati nello stesso sito, in modo da comprenderne il sesso, l’età al momento della morte ed eventuali malattie e stili di vita. I risultati hanno mostrato che i teschi-maschera appartenevano a maschi di età compresa tra i 30 e i 45 anni, con denti particolarmente sani, indicativi di una salute superiore alla media. Dalla forma della dentatura gli antropologi hanno anche desunto che questi uomini provenivano da località lontane: la valle di Toluca, il Messico occidentale, la costa del Golfo e altre città azteche nella Valle del Messico. I teschi quindi, molto probabilmente, appartenevano a prigionieri nemici di nobile origine (vista l’ottima nutrizione e l’assenza di patologie).

I sacrifici umani praticati al Templo Mayor, e per i quali gli Aztechi sono tristemente noti, erano uno spettacolo che prevedeva diverse modalità: talvolta venivano eseguiti per decapitazione, o con l’estrazione del cuore, altre volte si trattava di combattimenti all’ultimo sangue, o di veri e propri roghi.
Le maschere furono dunque prodotte a partire dai cadaveri dei guerrieri sacrificati; indossarle deve aver avuto un’alta valenza simbolica.

Se questi esemplari si sono salvati nel tempo e sono giunti fino a noi è perché sono fatti di osso. Ma esistevano altri, più inquietanti travestimenti che per forza di cose sono andati perduti: le maschere ricavate dalla pelle staccata dal volto di un nemico sacrificato.

Il conquistador Bernal Diaz del Castillo descrisse queste maschere di pelle consciate come “il cuoio dei guanti” e raccontò che erano indossate durante le celebrazioni di vittorie militari. Altre maschere, fatte di pelle umane, erano esposte come offerte sugli altari del tempio, proprio come alcuni teschi trasformati in maschere, abbelliti con occhi di conchiglia e pietra, nasi e lingue, venivano seppelliti come offerte al Templo Mayor. Poiché i poteri di un nemico sconfitto erano racchiusi nella sua pelle e nelle ossa, le maschere prodotte da queste reliquie non soltanto trasferivano i suoi poteri al nuovo proprietario, ma potevano anche servire come valide offerte per la divinità.

(Cecelia F. Klein, Aztec Masks, in Mexicolore, Settembre 2012)

Durante la cerimonia di un mese chiamata Tlacaxiphualiztli, “lo Scorticamento degli Uomini”, i cadaveri dei prigionieri sacrificati venivano spellati e la loro pelle indossata per venti giorni in onore del dio della guerra Xipe Totec. In effetti l’iconografia raffigura questa divinità rivestita di pelle umana.

Simili maschere, sia di pelle che di osso, hanno però un valore più profondo di quello semplicemente legato al rito. Giocano un ruolo fondamentale per l’identità vera e propria:

Nella società azteca quando un guerriero uccideva il suo primo prigioniero, si diceva che si era guadagnato “un altro volto”. Che questa espressione si riferisse letteralmente a una maschera-trofeo oppure fosse semplicemente un modo di dire, implica però che la nuova “faccia” del giovane combattente rappresentava una nuova identità, un nuovo status sociale. Le maschere azteche dunque devono essere comprese come rivelazioni, o simboli, dello status speciale di una persona, piuttosto che travestimenti […]. Nella lingua Nahuatl parlata dagli Aztechi, la parola “volto”, xayacatl, è la stessa usata per indicare qualcosa che copre la faccia.

(Cecelia F. Klein, Ibid.)

Ecco il punto centrale: non esiste cultura al mondo che non abbia elaborato le proprie maschere, e non si tratta quasi mai di semplici travestimenti.
Il loro scopo è “lo sviluppo della personalità o, come meglio diremo, lo sviluppo della persona, [che] è una questione di prestigio magico“: le maschere “nelle feste totemistiche, per esempio, servono a innalzare o modificare la personalità” (Carl Gustav Jung, L’io e l’inconscio, ed. 1977).

Allo stesso modo, i teschi decorati del Templo Mayor non sono manufatti così “esotici” come ci piacerebbe immaginare. Essi rappresentano piuttosto una diversa declinazione di concetti che conosciamo bene — idee che stanno alla base della nostra stessa società.

Il rapporto tra il volto (vale a dire la nostra identità, individualità) e la maschera che indossiamo, è un paradosso ben più antico di Pirandello. Proprio come per gli Aztechi il termine xayacatl indicava entrambe le cose, anche per noi maschera e volto sono spesso indistinguibili.

La stessa parola persona deriva dal per-sonare, il “suonare attraverso”, della voce dell’attore dietro la maschera.
La tragedia greca nacque tra il VII e il V secolo a.C. come rappresentazione che aveva essenzialmente il compito di sostituire i sacrifici umani, come sostiene Réné Girard. Una delle etimologie più diffuse ci rivela che la tragedia altro non sarebbe se non il canto del capro: imitazione dell’uccisione rituale dello “straniero interno” sull’altare, dello spettacolo di sangue con cui la società si lavava, si purificava dalle pulsioni considerate primitive. La tragedia — a cui non a caso i cittadini ateniesi erano tenuti ad assistere per legge, durante le feste dionisiache — sostituisce la violenza ancestrale del sacrificio con la sua rappresentazione, e il capro espiatorio con l’eroe tragico.

Il Teatro è dunque, all’origine, conflitto e catarsi. Duello tra il barbaro, colui che non conosce parola e che agisce in preda agli istinti naturali, e il Cittadino figlio dell’ordine, del logos.
Il Teatro, proprio come il sacrificio umano, crea l’identità culturale; la Maschera crea la persona necessaria alla messa in scena di questa identità, formando e regolando i rapporti sociali.

I sacrifici umani degli antichi Greci e quelli aztechi rispondono a uno stesso bisogno: l’identità culturale nasce (o perlomeno si rafforza) per contrasto con l’avversario ucciso e immolato sull’altare.
Ridurre il nemico a teschio — come facevano gli Aztechi con gli tzompantli, le terribili rastrelliere usate per esibire pubblicamente decine, forse centinaia di crani delle vittime sacrificali — è un modo di privarlo della maschera/volto, annullarne l’identità. Eccoli i nemici, tutti simili, ossa sbiancate sotto al sole, senza qualità individuali apprezzabili.

Trasformare i teschi in maschere, o indossare la pelle del nemico, implica un faticoso lavoro, e significa dunque compiere un atto magico ancora più consapevole: serve ad acquisirne la forza e il potere, ma anche a ribadire che la persona (e per estensione, la società) esiste in virtù dello Straniero che si è saputo sconfiggere.

Bestiario Mexicano

Sono felice di presentarvi un progetto che mi sta molto a cuore. In effetti, quando qualche tempo fa mi è stato chiesto di curare i testi critici per il Bestiario Mexicano di Claudio Romo, ho accettato senza esitare: non ho mai fatto segreto della mia incondizionata ammirazione per l’illustratore cileno, di cui ho parlato qui sul blog in più occasioni.

Esistono molti bravissimi disegnatori, che impressionano per la fantasia visionaria o la poesia del loro tratto; ma quando questi elementi si appoggiano su una ricerca che non è meramente estetica, l’opera acquista una dimensione diversa.
Non ce ne sono molti, di autori così.

Per questo, adesso che sarà presente a Bologna dal 25 al 28 marzo (tutti i dettagli sulla pagina FB di Logos Edizioni), vi consiglio caldamente di andare a conoscere Claudio di persona se ne avete l’occasione.

Potrete discutere di storia, di letteratura, di arte; vi contagerà con la sua passione per Borges e Cronenberg, Kircher e Frank Herbert, Ulisse Aldrovandi e Arcimboldo, passando senza sforzo dalla filosofia del linguaggio ai fumetti più popolari. Vi racconterà di come il Cile sia una terra tanto liquida da instillare nei suoi abitanti una visione fluida del reale; si farà prendere dal fervore parlando delle incisioni alchemiche, o della sacralità della lucha libre messicana. Come tutti i veri grandi, vi sorprenderà con la sua modestia e lo sterminato entusiasmo.

Per una persona dalla cultura così vasta e sfaccettata, è evidente che il disegno non è semplice mezzo di “espressione” del proprio mondo interiore, ma assomiglia a uno strumento per comprendere la realtà. È un tassello di un’esplorazione intellettuale più ampia, un gesto urgente, inevitabile.

Davvero: non ce ne sono molti, di autori così.

Questo coloratissimo Bestiario Mexicano, su cui Romo lavora da anni, viene pubblicato ora per la prima volta in edizione ampliata e definitiva.

Si tratta di una rivisitazione personale di cinque figure mitologiche della tradizione Maya, ancora diffuse al giorno d’oggi nel folklore dello Yucatán: il Sinsimito, gli Aluxe, il Nahual, il Waay Pop e il Waay Chivo.

Di queste creature Claudio restituisce una visione stupefacente e fantastica, mischiando i referenti iconografici precolombiani con una sensibilità moderna e surrealista.

Da parte mia, ho affrontato nell’introduzione il concetto di metamorfosi e la natura del mostruoso, cercando di sottolineare – al di là dell’apparente esotismo di questi mostri rispetto alla nostra tradizione – alcuni interessanti parallelismi tra la cultura della Mesoamerica e il paganesimo europeo.

Per ciascun mostro è presente anche una scheda di approfondimento che si propone di integrare le descrizioni poetiche che Claudio dà di queste figure soprannaturali: oltre a definirne l’aspetto, i poteri specifici, le abitudini e le varianti regionali, ho provato anche a tratteggiare il valore antropologico, la funzione simbolica che le diverse creature svolgono.

Il libro è secondo me un piccolo gioiello (non certo per merito mio), stipato com’è di meravigliose illustrazioni dall’inizio alla fine, e Claudio merita davvero un maggiore riconoscimento; nel mio piccolo spero di aver contribuito affinché il suo Bestiario, con tutta la ricchezza che offre, non venga scambiato per un semplice albo illustrato.

Potete acquistare la vostra copia di Bestiario Mexicano a questo indirizzo.

Tulpamanzia

Questo articolo è apparso originariamente su #ILLUSTRATI n. 48, “Budo”

Illustrazione di Sofia Paravicini

Un uomo solo è sempre in buona compagnia.
(G. Gaber, “I soli”, in Il Teatro Canzone, 1992)

Se da bambini avete avuto un amico immaginario, non vi capita mai di provare un po’ di nostalgia per quel compagno con cui trascorrevate le giornate?
Potevate divertirvi assieme, scambiarvi consigli, confidarvi paure e speranze. Quell’amicizia di fantasia – come probabilmente sapevate bene già allora – non era altro che un gioco mentale, eppure vi aiutava a orientarvi nel complicato mondo degli adulti; e magari serviva anche a sfogare qualche frustrazione, o ad alleviare i momenti di solitudine.
Certo, oggi che siete adulti, avete imparato che la voce nella vostra testa deve essere una sola. Se un adulto parla ancora con un amico immaginario, be’, vuol dire che è matto.
Però, in fondo, ammettiamolo: in alcuni momenti farebbe comodo evocare a comando qualcuno con cui confrontarci, o a cui confidare un segreto con la certezza di non essere traditi…

C’è chi non si rassegna.
Dal 2010 esiste una piccola comunità online di persone dedite alla cosiddetta “tulpamanzia”. La tulpamanzia è la creazione volontaria di identità secondarie o, per così dire, di amici immaginari. Queste entità sono chiamate “tulpa” e vengono costruite sfruttando alcune tecniche a metà strada tra la meditazione orientale e la psicologia; il tulpamante, cioè chi decide di provare a sviluppare un tulpa, lo fa in maniera consapevole e resta cosciente della natura fittizia del personaggio che ha inventato. Allo stesso tempo, però, riesce a donargli una personalità specifica e indipendente, ed è in grado di sentire la sua voce e di percepirlo anche nel mondo reale – tramite allucinazioni (uditive, visive, tattili, olfattive) che hanno la peculiarità di essere controllate e intenzionali.

I tulpa hanno talvolta caratteristiche molto differenti dal loro creatore, fornendo così punti di vista alternativi; in alcuni casi parlano lingue diverse, o hanno accenti esotici; possono essere figure indistinte o estremamente dettagliate fin negli accessori di vestiario; hanno un loro specifico carattere, gusti e abilità particolari.
Sono in grado di aiutare il tulpamante nei modi più diversi: può trattarsi di una semplice chiacchierata, ma talvolta anche di qualcosa di più.

In uno degli studi più approfonditi sull’argomento (S. Veissière, Varieties of Tulpa Experiences: Sentient Imaginary Friends, Embodied Joint Attention, and Hypnotic Sociality in a Wired World, 2015), troviamo ad esempio la testimonianza di una ragazza che un giorno sentiva particolarmente freddo: il suo tulpa le mise sulle spalle una coperta immaginaria, e quasi per magia le sembrò di scaldarsi veramente. Ma esistono perfino alcune tecniche per permettere al tulpa di prendere temporaneamente controllo del corpo del cosiddetto “ospite”, il quale si trova dunque a svolgere compiti che non sarebbe in grado di eseguire bene da solo.

A prima vista, inventarsi di proposito una personalità multipla sembrerebbe una follia: il disturbo dissociativo di identità è una patologia seria (anni fa intervistai per questo blog una donna nella cui mente convivevano ben 27 alter ego, e la sua non era certo una vita facile).
La differenza sostanziale, qui, sta proprio nella volontarietà di quest’atto, che lo rende controllabile: poiché è stato creato in maniera deliberata, un tulpa è una proiezione della mente che ha scopi esclusivamente costruttivi, positivi, di sostegno. Per la tulpamanzia non si può parlare quindi di vera e propria patologia, fino a quando essa non interferisce con la funzionalità del soggetto. Chi la pratica riferisce al contrario di aver sperimentato sostanziali miglioramenti nella qualità di vita e perfino nelle interazioni sociali. Molti dichiarano di avervi trovato un efficace metodo per uscire dalla solitudine e per combattere l’ansia. Alcuni si spingono fino al punto di intrattenere con i loro tulpa delle relazioni sentimentali o sessuali (anche se la comunità non è incline ad accettare di buon grado questo aspetto, che rimane controverso).

La tulpamanzia, per quanto sia un fenomeno underground molto limitato, ha immediatamente attirato l’attenzione di antropologi e psicologi. Il processo che sta alla base della creazione di nuove personalità potrebbe infatti essere di estremo interesse per le scienze cognitive, per l’etnologia e l’etnobiologia, per l’antropologia linguistica, per le neuroscienze e per lo studio sociale dell’ipnosi.

“La voce nella testa deve essere una sola” dicevamo all’inizio. Siamo culturalmente spinti a credere che l’io sia unico, indivisibile. Ma nell’ultimo ventennio in psicologia ha guadagnato sempre più credito l’ipotesi che in realtà la nostra coscienza sia multipla e fluida. Secondo alcuni ricercatori, la popolazione si dividerebbe tra coloro che mantengono una visione diacronica della propria vita, come si trattasse di un’autobiografia con un io narrante ben definito, e coloro che invece percepiscono l’esistenza come episodica, e che guardando al passato vedono un insieme di momenti e stadi evolutivi in cui la loro personalità era totalmente diversa da quella attuale.

Insomma: le narrative interiori, il modo in cui ci “raccontiamo” a noi stessi, sono complesse, e il famoso “uno, nessuno e centomila” pirandelliano è forse più vero di quanto pensiamo.
E allora, sostengono i tulpamanti, perché non trasformare tutto questo in una risorsa, coltivando amicizie immaginarie?
Saremmo forse tutti un po’ più matti, ma più contenti.

La Nave dei Folli: esilio del diverso, e altri naufragi

Nel 1494 a Basilea Sebastian Brant pubblica La nave dei folli (Das Narrenschiff). È un’operetta satirica in versi, suddivisa nella prima edizione in 112 capitoli illustrati da altrettante xilografie attribuite ad Albrecht Dürer.

L’immagine dell’imbarcazione il cui equipaggio è costituito unicamente da pazzi era già diffusa nella tradizione europea, dall’Olanda all’Austria, e compariva in diversi poemi a partire dal XIII Secolo. Brant però la utilizza a scopi umoristico-moralistici, dedicando a ogni stolto passeggero un capitolo, e facendone una sorta di compilazione dei peccati, dei difetti e delle meschinità umane.

Ciascun personaggio è l’espressione di una specifica “follia” dell’uomo – la cupidigia, il gioco d’azzardo, la crapula, l’adulterio, le chiacchiere, gli studi inutili, l’usura, la voluttà, l’ingratitudine, la bestemmia, eccetera. Ci sono capitoli per coloro che disubbidiscono al medico, per gli arroganti che correggono di continuo gli altri, per chi si caccia volontariamente nei guai, chi si crede superiore, chi non sa mantenere un segreto, chi sposa donne vecchie per l’eredità, chi se ne va in giro di notte a cantare e suonare quando è tempo di riposare.

La visione di Brant è impietosa, sebbene in parte stemperata dai toni carnascialeschi; e in effetti la nave dei pazzi ha una correlazione evidente con il Carnevale – che potrebbe prendere il suo nome dal carrus navalis, il carro delle processioni costruito, appunto, a forma di barca.
Il Carnevale era il momento dell’inversione “sacra”, in cui ogni eccesso era lecito, si poteva liberamente parodiare il clero o i potenti mettendo in scena pantomime e sberleffi sfrenati: le “navi su ruote”, cariche di maschere e di caratteri grotteschi, portavano effettivamente la follia nelle piazze. Ma queste esternazioni erano accettate soltanto in quanto limitate a un periodo preciso, eccezione consentita per rafforzare l’equilibrio.

Foucault, che della nave dei pazzi scrive nella sua Storia della follia, ne fa il simbolo di una delle due grandi strategie non programmatiche messe in atto nei secoli per combattere il pericolo della malattia (e, più genericamente, del Male che si annida nella società).

Da una parte c’è appunto il concetto della Stultifera Navis, che consiste nella marginalizzazione di tutto ciò che è ritenuto insanabile. Le navi piene di disadattati, matti e poco di buoni forse sono esistite per davvero: come scrive P. Barbetta, “i folli venivano allontanati dalle città, imbarcati su navi per essere abbandonati altrove, ma il navigatore spesso le gettava a mare o le sbarcava in qualche landa desolata, dove morivano. Molti annegavano.


Il pazzo e il lebbroso venivano esiliati fuori dalle mura in una sorta di grande rito di purificazione comunitario:

Il gesto violento che li scaccia dalla vita della polis definisce retroattivamente la natura immunitaria della Comunità dei normali. Il folle è infatti considerato un tabù, un corpo estraneo che deve essere spurgato, allontanato, escluso. I marinai diventano allora i loro custodi: essere stivati nella Stultifera navis e abbandonati sulle acque manifesta l’esigenza di un rituale simbolico di purificazione ma anche un imprigionamento senza alcuna possibilità di redenzione. La libertà di una navigazione senza rotta è, in realtà, una schiavitù impossibile da riscattare.

(M. Recalcati, Scacco alla ragione, Repubblica, 29-05-16)

Dall’altra parte Foucault individua un secondo modello, anch’esso antico, riemerso a partire dalla fine del XVII Secolo in concomitanza con l’esplodere della peste: il modello dell’inclusione dell’appestato.
Qui la società non cede all’istinto di bandire a priori una parte dei cittadini, ma pianifica invece una capillare rete di controllo per stabilire chi è ammalato e chi è sano.
La letteratura e il teatro hanno spesso descritto le epidemie di peste come un momento in cui tutte le regole saltano, ed è il disordine a imperare; al contrario Foucault vede nella peste il momento in cui viene istituito un potere politico “esaustivo, un potere senza ostacoli, un potere interamente trasparente al suo oggetto; un potere che si esercita pienamente” (da Gli anormali).
Si implementa lo strumento della quarantena; si organizzano ronde quotidiane, si controllano gli abitanti quartiere per quartiere, casa per casa, addirittura finestra per finestra; la popolazione è censita e parcellizzata fin nei minimi denominatori, e chi non si presenta all’appello è escluso dal consorzio sociale in maniera “chirurgica”.
Ecco perché questo secondo modello mostra i caratteri sadiani del controllo assoluto: una società appestata piace a chi sogna una società militare.

Come si noterà, una vera e propria integrazione della follia e della diversità non sembra essere mai stata contemplata.

Le figure davvero scandalose (ricordava Baudrillard in Simulacri e simulazione) sono ancora il pazzo, il bambino e l’animale – scandalosi perché non parlano. E se non parlano, se esistono al di fuori del logos, sono pericolosi: bisogna negarli, o perlomeno non considerarli, per non rischiare di mettere a repentaglio i confini della cultura.
E dunque i bambini non sono reputati capaci di intendere né di volere, non sono uomini a pieno titolo e ovviamente non contano in alcuna decisione (ma essendo comunque cittadini in fieri almeno vengono protetti); gli animali, con i loro occhi misteriosi e il loro mutismo insopportabile, vanno sempre sottomessi; i folli, infine, sono relegati alla loro nave di cui è meglio non sapere nulla, destinata a perdersi tra i flutti.

Alla triade di “scandali” di Baudrillard si potrebbe forse aggiungere un’ulteriore categoria, più problematica, quella dello Straniero – che parla sì una lingua, ma non la nostra, e che fin dall’antichità è stato visto di volta in volta come foriero di novità feconde oppure di pericolo, come “scherzo di natura” (incluso nei bestiari e nei resoconti di meraviglie esotiche) oppure monstrum inconciliabile con la società progredita.

In sostanza, la contrapposizione tra la città/terraferma intesa come Norma e l’esilio marittimo del diverso non è mai tramontata.

Ma per tornare alla satira di Brant, quel Narrenschiff che ha fissato nell’immaginario collettivo l’allegoria della nave: si potrebbe ipotizzarne una lettura meno reazionaria o conformista.
Infatti guardando meglio la folla di disadattati, matti e stolti, è difficile non identificarsi almeno in parte con qualcuno dei “naviganti”. Non è un caso che nel penultimo capitolo l’autore si diletti a includere perfino sé stesso nella dissennata marmaglia.

Per questo sorge il dubbio: e se il libro non fosse una semplice messa alla berlina dei vizi umani, ma piuttosto una metafora disperata della condizione esistenziale? Se quei volti grotteschi, avidi e riottosi fossero i nostri, e non esistesse davvero alcuna terraferma?
Se è così – se noi siamo i pazzi –, cosa ci ha spinto a questa follia?

C’è una quinta e ultima categoria di interlocutori “scandalosi-perché-non-parlano”, con cui abbiamo molto, troppo in comune: sono i cadaveri.

E gli scheletri beffardi, nella narrativa del memento mori, sono personaggi-funzione tanto quanto i matti galleggianti di Brant. Anche nelle danze macabre ognuno degli scheletri rappresenta la propria specifica vanagloria, ciascuno esibisce il suo patetico orgoglio mondano, il suo grado nobiliare, con la convinzione incrollabile d’essere principe o pecoraio.

Nonostante tutti gli stratagemmi escogitati per renderla simbolica, per motivarla, la morte è ancora l’innesco che fa crollare il castello di carte. Il cadavere è il vero osceno incurabile perché non comunica, non lavora e non produce, né conosce buone maniere.
In quest’ottica allora la nave dei folli, ben più capiente di quanto sospettato, non imbarca soltanto i viziosi e i peccatori ma l’umanità intera: rappresenta l’assurdità dell’esistenza che la morte depriva di senso. Di fronte a questa realtà, il diverso, il deviante non esistono più.

A renderci pazzi è dunque il presagio: quello dell’inevitabilità del naufragio.
La perdita della ragione, cioè, avviene nel momento in cui ci si rende conto che il crederci separati dalla natura è stata una sublime illusione. “L’umanità – nelle parole di Brechtè tenuta in vita dagli atti bestiali”. E con un atto bestiale, muore.

L’occhio luccicante (glittering eye) del vecchio marinaio di Coleridge possiede il bagliore di chi ha intravisto la verità: egli ha scoperto quanto labile sia il confine tra la nostra pretesa razionalità e i mostri, gli spettri, la dannazione, l’animalità, ed è condannato a raccontarlo per sempre.

L’umanità resa folle dalla visione della morte è quella dei disperati della zattera della Medusa; e la grande intuizione di Géricault, al fine di studiare la gamma dei colori della carne, fu di procurarsi e portare nel suo studio degli autentici arti mozzati e teste umane – riduzione dell’uomo a taglio di macelleria.

Nonostante nel dipinto ultimato l’orrore sia controbilanciato dalla speranza (la goletta salvifica avvistata all’orizzonte), non fu certo quest’ultima ad accendere l’interesse dell’artista, né ad alimentare le successive polemiche. Il fulcro qui è la carne oscena, il cannibalismo, l’atto animalesco, il Panico che irrompe e assedia, il naufragio come orgia in cui ogni ordine precipita.

Acqua, acqua ovunque”: è pazzo chi si crede sano e sensato, ma diventa pazzo chi si rende conto della mancanza di senso, della caducità del mondo… In questo dilemma senza soluzione sta tutto il dramma dell’uomo fin dai tempi dell’Ecclesiaste, nell’impossibilità di operare una scelta razionale.

Da questa follia non si può guarire, da questa nave non si può scendere.
Non resta altro, forse, che abbracciare l’assurdo, emozionarsi per l’avventurosa traversata, e restare attoniti di fronte all’antico cielo stellato.

Das Narrenschiff di Brant è disponibile online nell’edizione originale tedesca, in una traduzione inglese del 1874 in due volumi (1 & 2), oppure per l’acquisto su Amazon.