Le lanterne dei morti

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In alcuni cimiteri medievali della Francia centro-occidentale si ergono delle strane costruzioni in muratura, di altezza variabile, simili a piccole torri. Il loro interno, cavo e spoglio, era sufficientemente largo perché un uomo potesse arrampicarsi fino alla cima della struttura e accendere, al tramonto, una lanterna.
Ma a cosa servivano questi bizzarri fari? Che bisogno c’era di segnalare ai viandanti, nella notte, la presenza di un camposanto?

Le “lanterne dei morti”, costruite fra il XII e il XIII secolo, sono uno degli enigmi storici che rimangono tutt’oggi senza una spiegazione certa.

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Parte del problema deriva dal fatto che nella letteratura medievale non viene mai fatto cenno alle lampade: l’unica fonte coeva è un passo del De miraculis di Pietro il Venerabile (1092-1156). In uno dei suoi resoconti di eventi miracolosi, il celebre abate di Cluny menziona la lanterna di Charlieu, che aveva certamente visto nei suoi viaggi in Aquitania:

C’è, al centro del cimitero, una struttura in pietra, al culmine della quale si trova un posto che può ospitare una lampada, la cui luce rischiara tutte le notti questo sacro luogo, in segno di rispetto per i fedeli che vi riposano. Ci sono anche alcuni scalini per i quali si accede a una piattaforma il cui spazio è sufficiente per due o tre uomini seduti o in piedi.

Questa scarna descrizione è l’unica risalente al XII secolo, cioè l’esatto periodo in cui la maggior parte di queste lanterne dovrebbe essere stata edificata. Di per sé questo brano racconta ben poco, quindi, almeno a prima vista: ma torneremo più tardi sul passo e sulle sorprese che potrebbe nascondere.
Dato il silenzio letterario che circonda gli edifici, come c’era da aspettarsi è sorto negli anni un florilegio di improbabili congetture, che più che spiegare alcunché moltiplicano i presunti “misteri” — dagli studi sulla disposizione geografica delle torri, che rivelerebbe esoteriche geometrie nascoste, alla decifrazione delle correlazioni numerologiche, ad esempio fra le 11 colonne del fusto della lanterna di Fenioux e le 13 colonnette del fanale… e via dicendo. (Per inciso, queste speculazioni a briglia sciolta ricordano la classica escalation brillantemente esemplificata da Mariano Tomatis nel suo mini-documentario L’ombra di Poussin).

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Invece il dibattito “serio” fra gli storici, nato nella seconda metà dell’Ottocento, vede affermarsi inizialmente due teorie, entrambe fragili a un’analisi più moderna: da una parte l’idea che queste torri abbiano derivazioni celtiche (proposta da Viollet-Le-Duc che le associava ai menhir), e dall’altra l’ipotesi che siano nate da un’influenza orientale. Che il ricordo dei minareti visti durante le crociate, o della torcia che si racconta bruciasse sulla tomba del Saladino, abbiano veramente a che fare con le lampade dei morti è una tesi ormai scartata dagli storici.

Senza ricorrere a letture esotiche o esoteriche, è possibile dunque azzardare un’interpretazione del significato e dello scopo delle lanterne partendo dalla cultura medievale di cui sono espressione?
A questo fine, la storica Cécile Treffort ha analizzato la polisemia della luce nella tradizione cristiana, e le sue correlazioni con i ceri della Candelora, o Pasquali, e con la lanterna (Les lanternes des morts: une lumière protectrice?, Cahiers de recherches médiévales, n.8, 2001).

Fin dai primi versi della Genesi, la lux divina si contrappone alle tenebre, ed è simbolo della sapienza che porta a Dio: i fedeli devono mantenersi lontano dall’oscurità e seguire la luce del Signore che, non a caso, li attende anche dopo la morte in un aldilà splendente e pervaso da una lux perpetua, Regno dei Cieli in cui le profezie dicono che il sole non tramonterà mai più. Anche Cristo, peraltro, afferma “Io sono la luce del mondo; chi mi segue non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita” (Gv 8,12).
L’assenza della luce, di contro, sancisce il dominio dei demoni, delle tentazioni, degli spiriti malvagi — è il regno di chi un tempo portava la fiamma, ma è stato destituito (Lucifero).

In epoca medievale erano diffuse storie di apparizioni demoniache e di pericolosi revenant ambientate all’interno dei cimiteri, e probabilmente accendere una lanterna aveva innanzitutto la funzione di proteggere questo luogo dalle grinfie degli esseri inferi.

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D’altro canto, però, la simbologia della lanterna non si risolve nella sua funzione apotropaica, ma rimanda anche alla parabola delle dieci vergini contenuta nel Vangelo di Matteo: qui il tenere la fiamma accesa in attesa dello Sposo è una metafora dell’essere vigili e pronti all’arrivo del Redentore. Al Suo ritorno, si vedrà chi ha mantenuto la propria lampada accesa — e l’anima pura —, e chi ha stoltamente lasciato che si spegnesse.

La stessa regola benedettina prevedeva che nei dormitori dei conventi vi fosse sempre una candela che bruciava, perché i “figli della luce” dovevano rimanere al riparo dalle tenebre anche sul piano corporale.
Se ricordiamo dunque che la parola cimitero etimologicamente significa “dormitorio”, accendervi una lanterna poteva assolvere diversi scopi assieme. Serviva a portare la luce nel luogo intermediario per eccellenza, posto fra la chiesa e la terra profana, fra la liturgia e le tentazioni, fra la vita e la morte, confine permeabile in cui le anime potevano ancora ritornare o perdersi in preda ai demoni; serviva a proteggere corporalmente e spiritualmente i defunti; e ancora a segnalare simbolicamente l’attesa escatologica, la vigilanza nella fede.

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Rimane un ultimo interrogativo, la cui risposta può essere piuttosto sorprendente.
Il senso teologico delle lanterne dei morti, come abbiamo visto, è ricco e sfaccettato. Perché allora Pietro il Venerabile vi fa un accenno così veloce e all’apparenza quasi disinteressato?

Questa domanda apre uno spiraglio su un aspetto poco conosciuto della storia ecclesiastica: il cimitero come campo di battaglia politico.
Dal X secolo in poi la Chiesa comincia ad “appropriarsi” sempre più gelosamente dei luoghi di sepoltura, rivendicandone la gestione. Questo movimento (che anticipa e prepara l’introduzione del Purgatorio, di cui ho scritto nel mio De Profundis) ha come effetto quello di rendere l’autorità ecclesiastica arbitro indiscusso della memoria — decidendo chi aveva o non aveva il diritto di essere sepolto sotto l’egida della Santa Chiesa. La scomunica, già arma temibile per gli eretici in vita, acquisisce così il potere di maledirli anche dopo la morte. E non dimentichiamo che il cimitero, oltre a questo controllo politico, ne offre anche uno giuridico, essendo in quel periodo terra di asilo e rifugio inviolabile.

Pietro il Venerabile si trovava nel bel mezzo di uno scisma, quello dell’antipapa Anacleto, e i suoi viaggi in Aquitania avevano lo scopo di cercare di risolvere i difficili rapporti con i monasteri benedettini insorti. Le lanterne dei morti si trovavano proprio in questa regione della Francia, e vedendoli Pietro deve essere rimasto affascinato dal loro spessore simbolico. Ponevano però un problema: potevano essere viste come un’alternativa alla consacrazione del camposanto, che l’abbazia di Cluny stava promuovendo proprio in quegli anni per creare uno spazio inviolabile sotto l’esclusivo governo ecclesiastico.
Così, nel suo racconto, ecco che egli decide di piazzare la torre funebre a Charlieu — priorato fedele alla sua abbazia — senza suggerire minimamente che la paternità dell’invenzione provenisse in realtà dalla rivale Aquitania.

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Questa battaglia di copyright ante litteram ci ricorda che il cimitero, ben lungi dall’essere un semplice luogo in cui si seppellivano i defunti, era un territorio liminale politicamente strategico. Perché detenere il dominio simbolico sulla morte e sull’aldilà si è spesso storicamente rivelato più importante di qualsiasi potere temporale.

Nonostante queste schermaglie siano ormai tornate alla polvere, ancora oggi molte torri si innalzano nei cimiteri francesi. Ritte fra le tombe e le spoglie orizzontali che attendono il risveglio, prive di lanterne ormai da secoli, rimangono testimoni muti di un tempo in cui la fiamma di una lampada offriva protezione e speranza sia ai vivi che ai morti.

(Grazie, Marco!)

L’isola che non c’era

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Scrive Umberto Eco nella sua Storia delle terre e dei luoghi leggendari (2013):

Ci sono state terre a lungo sognate, descritte, cercate, registrate sulle mappe, che poi dalle mappe sono scomparse e ormai tutti sanno che non sono mai esistite. E tuttavia queste terre hanno avuto per lo sviluppo della civiltà la stessa funzione utopica del regno del Prete Gianni, per trovare il quale gli europei hanno esplorato e l’Asia e l’Africa, trovando ovviamente altre cose.

Poi ci sono quelle terre immaginarie che hanno attraversato la soglia fra la fantasia e il nostro mondo, e per quanto sembrasse improbabile hanno fatto irruzione nella realtà condivisa – anche se per breve tempo.

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Nel 1968, a undici chilometri al largo della costa di Rimini e confinante con le acque internazionali, sorgeva l’Isola delle Rose.
Non era una vera e propria isola, bensì una piattaforma artificiale il cui innalzamento aveva richiesto dieci anni di lavoro e sacrifici. Perché così tanto tempo? Perché l’Isola delle Rose aveva qualcosa di differente rispetto ad altre piattaforme marine: era stata costruita aggirando o ignorando i necessari permessi e regolamenti, in una costante lotta contro la burocrazia. Non si trattava però, o non solo, di un estremo caso di abusivismo, quanto piuttosto di un vero e proprio progetto libertario. L’Isola delle Rose si dichiarava stato indipendente.

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Il Presidente di questa micronazione era Giorgio Rosa, classe 1925, ingegnere fin dal 1950. Nel 1958 aveva cominciato a dar forma al suo sogno, l’impresa della sua vita. Tra difficoltà economiche e tecniche, nei dieci anni successivi era riuscito a gettare le fondamenta, cioè i nove pali, su cui aveva poi fatto sorgere la struttura della piattaforma: 400 metri quadri di cemento armato sospeso a otto metri dal livello dell’acqua. Rosa e i suoi complici avevano perfino trovato una falda d’acqua dolce utile a rifornire l’isola e a creare un approdo più mite per lo sbarco (che chiamarono “Porto Verde”).

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L’idea di Giorgio Rosa era al tempo stesso anarchica e pacifica: “il mio progetto iniziale era questo: costruire qualcosa che fosse libero da lacci e lacciuoli e non costasse molto. Sulla terra ferma la burocrazia era soffocante. […] Volevamo aprire un bar e una trattoria. Mangiare, bere e guardare le navi da Trieste che passano vicine, a volte anche troppo. Il ricordo più bello è la prima notte sull’isola in costruzione. Venne un temporale che sembrava portasse via tutto. Ma al mattino tornò il sole, ogni cosa pareva bella e realizzabile. Poi cominciarono i problemi”, ricorda.

Perché la burocrazia ritornò alla carica, più agguerrita di prima e determinata a rintuzzare i ribelli che volevano vivere fra le onde senza pagare dazio allo Stato.
Mentre veniva ultimato il secondo piano della piattaforma, l’Isola delle Rose guadagnava notorietà, tra battelli e motoscafi che vi facevano scalo incuriositi. Inquietati dal crescente traffico, capitaneria di porto, Guardia di Finanza e Governo erano ormai all’erta.

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E così, nel (disperato) tentativo di lasciarsi alle spalle l’Italia e i suoi divieti una volta per tutte, Rosa dichiarò unilateralmente l’indipendenza della sua Isola il 1° maggio del 1968. Nonostante egli fosse distante anni luce dai capelloni delle controculture, la sua mossa rifletteva lo spirito battagliero dei tempi: un paio di giorni dopo, al grido di “Vietato vietare”, sarebbero cominciati i movimenti di rivolta del Maggio francese.
La neonata “nazione” adottò l’esperanto come lingua ufficiale. Stampò i suoi francobolli, e si accinse a coniare la propria valuta.

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Ma i guai si fecero improvvisamente seri. Interrogazioni parlamentari arrivarono dalla destra e dalla sinistra, per una volta unite contro i trasgressori; i Servizi segreti erano sicuri che la piattaforma fosse in realtà una base per i sommergibili russi; secondo altri, l’Isola delle Rose nascondeva un’oscura manovra dell’Albania.
Una volta scoppiato il caso mediatico, le autorità reagirono duramente.

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L’11 febbraio 1969 vennero demolite tutte le parti in muratura, segati i pali e i raccordi in acciaio, e furono fatti brillare 75 chili di esplosivo per palo. L’Isola delle Rose, però, si imbarcò, si inclinò… ma non accennò a crollare.

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153658370-49b5c893-a551-4b6e-ba86-455099d8d866Allora, due giorni dopo, gli artificieri applicarono 120 chili di esplosivo ad ogni palo – più di una tonnellata in totale. Ancora una volta, l’Isola resistette. Come un sogno che, testardo, non vuole piegarsi sotto i colpi della realtà concreta.
Non fu all’opera dei militari, ma ad una tempesta che l’Isola delle Rose decise finalmente di arrendersi, inabissandosi nell’Adriatico. Era il 26 febbraio 1969.

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Oggi, dopo quarant’anni di oblio, l’Insulo de la Rozoj – questo il nome della micronazione in esperanto – conosce una seconda giovinezza, fra documentari, romanzi, spettacoli teatrali, mostre e allestimenti museali, pagine Facebook e blog dedicati. C’è chi dibatte sulla natura idealistica del progetto, sospettando che l’intera operazione non fosse in realtà nient’altro che il tentativo di costruire un paradiso fiscale (Rosa in realtà non ha mai negato le ambizioni commerciali e turistiche dell’Isola); chi, come i curatori del Museo Civico di Vancouver, ne rileva le corrispondenze con gli scritti di Tommaso Moro; e chi infine sostiene che l’impresa di Rosa abbia prefigurato la perdita di fiducia nella democrazia rappresentativa attraverso un mix di attivismo politico, architettura e tecnologia.

Giorgio Rosa ha 90 anni, e guarda divertito la riscoperta della sua avventura. Dopo aver perso la sua guerra (“l’unica che l’Italia sia stata capace di vincere”, sottolinea sarcasticamente) ed essersi sobbarcato i costi della demolizione, ha seguitato a praticare il suo lavoro di ingegnere. “Non chiedetemelo neanche, anzi, ve lo dico subito: niente più isole!

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Eppure, se l’interesse per il suo esperimento è ancora vivo, significa che quel sogno di evasione, di libertà, di indipendenza suona ancora oggi seducente. Possiamo attribuire il suo fascino odierno all’insofferenza per una burocrazia sempre più asfissiante, all’idea allettante di sfuggire alla crisi, al disincanto per le istituzioni, al timore dell’interferenza delle autorità nella nostra privacy; ma forse la verità è che l’Isola delle Rose è la concretizzazione di uno dei sogni umani più antichi, quello dell’utopia. Che è al tempo stesso “luogo perfetto” (eu-topia), al riparo dalle miserie e dalle disfunzioni del consorzio sociale, e “non-luogo” (ou-topia), cioè inesistente.

Ed è sempre piacevole accarezzare un’idea impossibile, irraggiungibile – nonostante, o a patto che, rimanga una fantasia.

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Le dichiarazioni di Giorgio Rosa sono tratte da qui e qui. (Grazie Daniele!)

La reggia del postino

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Ferdinand Cheval nacque nel 1836 a Charmes, un piccolo villaggio nel comune di Hauterives, a poco meno di un centinaio di chilometri da Lione. La mamma di Ferdinand, Rose, morì quando lui aveva soltanto undici anni; essendo la famiglia molto povera, l’anno dopo il piccolo lasciò la scuola per lavorare assieme a suo padre. Anche quest’ultimo morì pochi anni più tardi, nel 1854. Ferdinand Cheval, ventenne, diventò quindi aiuto panettiere. Dopo aver sposato la giovane Rosalie Revol, di soli 17 anni, per qualche anno si allontanò dal paese alla ricerca di lavoro, accettando diversi impieghi saltuari; ritornò dalla moglie nel 1863 e nel 1864 nacque il loro primo figlio. Un anno più tardi il bambino morì. Due anni dopo vide la luce il loro secondo figlio. Nel 1867, a trentun anni, Ferdinand Cheval prestò giuramento per diventare postino. Nel 1873, sua moglie Rosalie morì.

Una vita come tante, segnata dal dolore e dalla precarietà. Erano tempi di grande miseria, in cui fame e malattie mietevano vittime continuamente. Eppure l’800 era anche il secolo della svolta modernista – con la monarchia che lasciava il passo alla Repubblica, le scienze e la medicina che facevano passi da gigante, l’industria appena nata, e via dicendo. E l’eco di queste rivoluzioni arrivò anche alle campagne francesi. Fra le mani di Ferdinand passavano le prime gazzette illustrate, come ad esempio il Magasin Pittoresque o La revue illustrée, ma anche le prime cartoline postali provenienti da tutto il globo; ed ecco che di fronte agli occhi di un povero fattorino rurale si spalancava un mondo esotico fatto di ferrovie ultraveloci, di eroiche colonizzazioni in Africa e in Asia, di spettacolari e incredibili scoperte presentate alle prime Esposizioni Internazionali… insomma, anche se la realtà quitidiana rimaneva ancora dura, il carburante per il sogno non mancava di certo.

Ferdinand Cheval macinava i suoi trenta chilometri al giorno, percorrendo sempre lo stesso tragitto. A quell’epoca i ritmi di un postino erano ben diversi da quelli “motorizzati” di oggi. Nei suoi diari scriverà:

Cosa fare, camminando perpetuamente nello stesso paesaggio, se non sognare. Per distrarre i pensieri, costruivo in sogno un palazzo fiabesco…

Ma le strampalate fantasticherie di questo umile postino di campagna sarebbero rimaste tali, se la Natura non gli avesse mandato un segno. Il 19 aprile del 1879 Ferdinand Cheval ha 43 anni, e la sua vita sta per cambiare per sempre.

Un giorno del mese d’aprile nel 1879, facendo il mio solito giro di postino rurale, a un quarto di lega prima d’arrivare a Tersanne, camminavo molto in fretta quando il mio piede inciampò su qualcosa che mi fece scivolare qualche metro più in là, e volli saperne la causa. In sogno, avevo costruito un palazzo, un castello o delle grotte, non posso esprimerlo bene… non lo dicevo a nessuno per paura di sembrare ridicolo, e mi trovavo ridicolo io stesso. Ecco che dopo quindici anni, nel momento in cui avevo quasi dimenticato il mio sogno, e che non ci pensavo per nulla al mondo, è il mio piede che me lo fa ricordare. Il mio piede aveva urtato una pietra che per poco non mi faceva cadere. Ho voluto sapere cos’era… Era una pietra dalla forma così bizzarra che l’ho messa in tasca per poterla ammirare a mio piacimento. Il giorno dopo, sono ripassato nello stesso posto. Ne ho trovate ancora, e di più belle, le ho raccolte tutte sul posto e ne sono rimasto rapito… È una pietra molassa lavorata dalle acque e indurita dalla forza del tempo. Diviene dura come i sassi. Essa rappresenta una scultura così bizzarra che è impossibile per l’uomo imitarla, vi si possono leggere ogni specie di animali, ogni tipo di caricature. Mi sono detto: visto che la natura vuol fare la scultura, io farò la muratura e l’architettura.

La pietra che risvegliò il sogno sopito.

Quella pietra, scoperta per caso, fu per il postino l’equivalente di una folgorazione sulla via di Damasco. E Cheval non si tirò indietro, di fronte a questa evidente chiamata all’azione, cominciando pian piano a mettere in piedi il suo cantiere – nonostante non avesse un’educazione, né sapesse minimamente come andava costruita una casa, figurarsi un castello delle fiabe. La gente del paese cominciò a prenderlo per matto. Ma di colpo la vita gli aveva svelato uno scopo grandioso, e se ogni giorno percorreva i suoi soliti trenta chilometri a piedi, ora c’era una scintilla nei suoi occhi che egli non aveva mai avuto. Al peso della posta da consegnare si aggiunse quello delle pietre: all’andata le selezionava e posizionava lungo la via, al ritorno le raccoglieva aiutandosi con la sua fida carriola. Il postino Cheval e la sua carriola divennero una vera e propria icona per gli abitanti di Hauterives.

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Nei giorni di pausa, ogni sera e ogni mattina, Cheval continuava a costruire la struttura; procedeva a braccio, da perfetto autodidatta, aggiungendo ornamenti su ornamenti senza un piano di progettazione vero e proprio. Instancabile, febbrile, posseduto dalla grandiosità di ciò che stava compiendo.

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Il postino Cheval cominciò la sua opera con una fontana, la “Sorgente della Vita”, per poi aggiungerci la cosiddetta “Grotta di Sant’Amedeo”, il Sepolcro Egizio, e tutta una serie di pagode, templi orientali, moschee, e altre rappresentazioni di luoghi sacri, mostrati l’uno di fianco all’altro; i Tre Giganti (Cesare, Vercingetorige, Archimede) furono posti a guardia del complesso scultoreo.

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Il postino non conosceva più riposo. Nel 1894 Cheval vide morire un’altra figlia, di 15 anni, avuta dalla seconda moglie. Sconvolto da questa ulteriore perdita, due anni dopo si ritirò in pensione ma non smise certo di dedicarsi al suo Palazzo. Ormai era a metà dell’opera, non poteva fermarsi.

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Il Palazzo Ideale non era pensato come un edificio vero e proprio, abitabile, ma piuttosto come un monumento dedicato alla fratellanza fra le genti, al di là di qualsiasi credo o provenienza: un amalgama di forme e stili occidentali e orientali, un sincretismo elaborato e ispirato alla natura, alle cartoline postali e alle riviste che Cheval distribuiva. Figure scolpite, palme di cemento, bestie, mostri, rami intrecciati e colonne arabescate facevano da contorno a raffigurazioni o edifici sacri; iscrizioni e insegne dovevano riportare i messaggi e le poesie del costruttore; nella cripta, infine, un piccolo altare era dedicato a colei senza la quale tutto questo non sarebbe stato possibile, quella che Cheval chiamava “la mia fedele compagna di pena“… l’inseparabile carriola.

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Il postino Cheval finì di costruire il suo Palazzo Ideale nel 1912, dopo avervi dedicato ben trentatré anni della sua vita. Lo ricordò con una scritta, visibile sotto una scala che costeggia il Tempio della Natura verso la facciata Nord:

1879-1912: 10.000 Giornate, 93.000 Ore, 33 anni di ostacoli e prove. Lavoro d’un uomo solo.

Soddisfatto, Cheval annunciò che quel monumento sarebbe stato anche la sua tomba; ma, a sorpresa, le autorità gli negarono il permesso di essere seppellito lì. Cosa fare? Cheval non si perse d’animo.

Dopo aver terminato il mio Palazzo dei sogni all’età di settantasette anni e dopo trentatré anni di tenace lavoro, mi sono trovato ancora abbastanza coraggioso da farmi da solo la mia tomba al cimitero della Parrocchia. Là ho lavorato ancora 8 anni di dura fatica. Ho avuto la fortuna d’aver la salute per completare questo sepolcro chiamato “La Tomba del silenzio e del riposo senza fine” – all’età di 86 anni. Questa tomba si trova a circa un chilometro dal villaggio di Hauterives. Il suo genere di lavorazione la rende molto originale, quasi unica al mondo, in realtà è l’originalità che la rende bella. Un gran numero di visitatori va a visitarla dopo aver visto il mio Palazzo dei sogni, e ritornano nel loro paese meravigliati, raccontando ai loro amici che non è una favola, che è la realtà vera. Bisogna vederlo per crederci.

Proprio in quel mausoleo Ferdinand Cheval raggiungerà il suo meritato riposo nel 1924.

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“Le Tombeau du silence et du repos sans fin”.

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Poco prima di morire, però, il facteur Cheval aveva avuto la soddisfazione di vedere il suo Palazzo riconosciuto da alcuni artisti e intellettuali come un esempio straordinario di architettura senza regole né strutture, un’opera d’arte spontanea e inclassificabile. Nel 1920 André Breton lo segnala come precursore architettonico del surrealismo, in seguito con l’emergere del concetto di art brut Cheval verrà ulteriormente ammirato per il suo lavoro; oggi si preferisce il termine outsider art, o arte naïf, ma il concetto resta quello: proprio perché privo di una cultura artistica, Cheval si è permesso di operare scelte istintive e non accademiche che rendono il Palazzo un’opera a suo modo unica. Picasso, Ernst, Tinguely, Niki de Saint Phalle furono tutti amanti di questo luogo folle e incredibile, che ispirò più o meno esplicitamente diverse altre “cittadelle” immaginarie. Nel 1969 André Malraux decise di tutelare il Palazzo come monumento storico, contro il parere di molti altri funzionari del Ministero della Cultura, con queste motivazioni:

In un tempo in cui l’arte naïf è diventata una realtà considerevole, sarebbe infantile non tutelare, quando siamo noi francesi ad avere la fortuna di possederla, la sola architettura naïf al mondo, e aspettare che si distrugga.

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Il piccolo comune di Hauterives è sempre là, fra le colline e i campi, ai piedi delle Alpi Francesi. Eppure solo nel 2013 quasi 160.000 visitatori hanno fatto pellegrinaggio al Palazzo Ideale, oggi completamente restaurato e nella cornice del quale si organizzano mostre d’arte, concerti, eventi. E, perdendo per l’ennesima volta lo sguardo negli intricati ghirigori di pietra, ci si stupisce all’idea che siano stati veramente creati da un semplice postino, che con la sua carriola batteva la campagna alla ricerca di pietre bizzarre; non si può che ripensare allora alla sardonica provocazione che Cheval stesso iscrisse sulla facciata del suo Palazzo:

Se c’è qualcuno più ostinato di me, si metta all’opera.

Ma questa frase ironica, ci piace leggerla anche come un invito, oltre che una sfida; un’esortazione a coltivare la cocciutaggine, la follia e la temerarietà – necessarie a chiunque voglia veramente provare a costruire il suo “Palazzo Ideale”.

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Ecco il sito ufficiale del Palazzo Ideale.

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Da lontano il Phra Ubosot, ovvero la struttura principale all’interno dell’area sacra, risplende nel sole abbagliando il visitatore. Il bianco delle complesse e barocche decorazioni è reso ancora più accecante da migliaia di frammenti di specchi incastonati sull’intera superficie, per riflettere maggiormente la luce; nell’insieme la struttura sembra un manufatto alieno, o soprannaturale. Ma le sorprese sono appena iniziate.

Siamo in Thailandia. Veri e propri luoghi della meraviglia, i 33.000 templi buddisti che si trovano sparsi per tutto il paese offrono senza dubbio infinite declinazioni di bellezza e fascino; fra questi, il bizzarro tempio di Wat Rong Khun offre più di una curiosità. Si tratta di una recente costruzione realizzata sulla base di un edificio precedente: negli anni ’90 il tempio versava in pessime condizioni, e sarebbe sicuramente andato in rovina se il pittore Chalermchai Kositpipat, classe 1955, non si fosse fatto avanti.

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Kositpipat, uno dei pittori di maggior successo in Thailandia, è sempre stato un artista controverso. All’inizio della sua carriera, era accusato di confondere in modo sacrilego la tradizione e la modernità; una volta affermatosi, fu tacciato invece di essersi venduto all’establishment e di aver perso la sua vena dissacrante.
La notorietà per Kositpipat arrivò nel 1988 quando, dopo alcuni anni passati a dipingere locandine per film, gli venne affidata la decorazione del primo tempio buddista inglese, il Buddhapadipa di Londra, e i suoi murales causarono un putiferio. Nell’illustrare le diverse vite e reincarnazioni del Buddha, infatti, Kositpipat aveva inserito vicino alle raffigurazioni classiche alcune icone della cultura pop o della storia recente. In un affresco compaiono ad esempio Superman e Saddam Hussein; in un altro, tra i fedeli radunati in preghiera, fanno capolino Charlie Chaplin e un ragazzo che sfoggia una colorata cresta di capelli in stile punk. “Si lamentarono tutti – ricorda l’artista – il governo di Bangkok, i monaci e gli altri artisti, tutti dicevano che ciò che facevo non era vera arte Thai“.

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Decidendo, quasi dieci anni dopo, di restaurare il tempio di Rong Khun, l’artista dimostrò di non aver perso nulla della propria ispirazione, né peraltro della propria integrità. Kositpipat si sobbarcò infatti tutte le spese per la ricostruzione, che ad oggi ammontano a più di un milione di euro. L’entrata al tempio, fin dalla sua apertura a fine anni ’90, è rimasta gratuita, e le donazioni volontarie non possono superare i 10.000 baht (270 euro circa), in modo da salvaguardare il progetto dall’eventuale influenza di grandi mecenati.

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Questa follia architettonica e artistica accoglie il visitatore con una scena impressionante. Centinaia di mani, umane e mostruose, emergono e si allungano da un pozzo abissale, come per cercare di afferrare il passante. Potrebbero sembrare anime dannate, ma la simbologia che sottende questa installazione è invece un’altra: si tratta dei desideri (tṛṣṇā) che senza freno attanagliano gli uomini. Il ponte, attraverso il quale si supera questo pericolo, sta a significare l’abbandono delle brame sensuali e terrene, e varcandolo ci si prepara a lasciare alle spalle ogni avidità e tentazione.

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Fra statue che rappresentano creature mitologiche e altre immagini del Buddha, si arriva ai Cancelli del Cielo. I due guardiani, la Morte e Rahu, decidono il destino di chi varca il cancello. L’esterno dell’Ubosot riprende alcuni criteri dell’architettura classica tailandese, come ad esempio il tetto a tre sbalzi e l’utilizzo decorativo di naga (divinità serpente), animali e dragoni attorcigliati sugli angoli e sulle pareti.

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L’interno, come accade per molti altri templi thailandesi, è affrescato con dei murales che descrivono la vita del Buddha. Ma, come ci si può aspettare, i dipinti di Kositpipat sono tutto fuorché tradizionali. Ecco quindi che in questa esplosione di colori si trovano gli spregiudicati accostamenti che hanno reso famoso l’artista: i monaci e le figure sacre si trovano fianco a fianco con le icone pop più celebri, da Batman a Spiderman, da Elvis a Michael Jackson, da Freddy Krueger a Terminator, in un vortice kitsch di cui è difficile in un primo momento intuire veramente il senso.

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Eppure con questa infantile giustapposizione di astronavi, pompe di benzina, cataclismi vari, Harry Potter, Hello Kitty, l’attacco terroristico alle Torri Gemelle, Neo di Matrix, e chi più ne ha più ne metta, la spiazzante messe di simboli arriva a creare un teatrale affresco della contemporaneità con le sue contraddizioni, le sue violenze di massa, il suo degrado e i suoi miti moderni: in tutto questo “rumore”, sembra voler dire Kositpipat, è ancora più essenziale ritrovare la via interiore verso la pace e la serenità.

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Il 5 maggio 2014 il tempio venne danneggiato da un terremoto, e per qualche giorno sembrò che la struttura fosse destinata alla distruzione. Ma, dopo che un’équipe di ingegneri dichiarò che i danni non erano strutturali, Kositpipat annunciò che avrebbe dedicato la sua vita a riportare Wat Rong Khun al suo splendore originario. Oggi è possibile visitare soltanto l’esterno dell’Ubosot, ma già dall’anno prossimo anche gli interni saranno ripristinati ed accessibili.

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Il progetto prevede inoltre la costruzione di altri edifici, per un totale di nove strutture fra cui una cappella delle reliquie, una grande sala per la meditazione, una galleria d’arte e un monastero.
La fine dei lavori non avverrà prima del 2070. Impossibile dunque, per Chalermchai Kositpipat, vedere ultimata la sua opera, ma questo dettaglio non lo scoraggia. Per lui, il tempio di Wat Rong Khun è il capolavoro che gli garantirà l’immortalità: “soltanto la morte potrà interrompere il mio sogno, ma non fermerà il mio progetto“.

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Winchester Mystery House

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A San Jose, in California, potete visitare una delle case più singolari al mondo: la Winchester Mystery House. Si tratta di una faraonica villa di ben 18.000 metri quadri di superficie (un terzo della reggia di Versailles!), composta da circa 160 stanze – quattro piani, quaranta camere da letto, due sale da ballo, quarantasette focolari, due cantine, e via dicendo. Un tempo i piani erano sette, e la proprietà che circondava la casa era di 660.000 metri quadri. Avrebbe potuto abitarci una vera e propria corte reale.

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Ma la cosa più straordinaria non è la dimensione del complesso abitativo, quanto piuttosto lo strano e surreale modo in cui è stata costruita. Aggirandosi per le stanze della Winchester House, infatti, ci si sente talvolta come in un’incisione di Escher: si possono ammirare scalinate che portano dritte contro un soffitto, senza apparente possibilità di utilizzo; un’altra scala scende per 7 scalini, per poi salire improvvisamente di 11; e, ancora, finestre sul pavimento, o che si aprono su altre stanze, finte porte, corridoi impossibili e irregolari… si sarebbe tentati di pensare che si tratti soltanto di un’attrazione di un parco a tema, eppure questo costoso e immenso scherzo architettonico venne costruito a cavallo fra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900, ed è ancora oggi al centro di uno dei misteri americani più famosi e duraturi.

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L’ideazione di questa casa è opera dell’enigmatica figura di Sarah Winchester.
Nata Sarah Lockwood Pardee nel 1837, a New Haven nel Connecticut, nel 1862 si unì ad una delle famiglie più ricche del posto, sposando William Wirt Winchester. Costui era l’unico figlio di Oliver Winchester, il fondatore e proprietario di una delle fabbriche di fucili a ripetizione di maggior successo.

Sarah Winchester

Sarah Winchester

William Winchester

William Wirt Winchester

Il 12 luglio del 1866 Sarah diede alla luce una bambina, Annie; la piccola però morì cinque settimane più tardi di marasma infantile, una grave forma di consunzione fisica normalmente dovuta a malnutrizione o svezzamento precoce. Questa perdita segnò indelebilmente la giovane madre, che precipitò in una depressione grave: non volle più avere figli.
Nel 1880 Oliver Winchester, il settantenne proprietario del celebre marchio di fucili, morì lasciando a William le redini dell’azienda; ma la presidenza del rampollo durò poco, perché l’anno successivo la tubercolosi si portò via anche lui. Sarah si trovò di colpo da sola – vedova, ed ereditiera di un’ingente fortuna. È stato calcolato che, essendo proprietaria del 50% della compagnia, Sarah guadagnasse l’astronomica cifra di 1.000 dollari al giorno: quasi 20.000 dei nostri attuali euro.

Da questo momento in poi la storia comincia già ad essere offuscata dalla leggenda, ed è difficile risalire a dati certi. Quello che si sa è che, secondo i registri della Contea, nel 1886 (e non nel 1884, come spesso riportato) Sarah si trasferì sull’altra sponda degli Stati Uniti, in California, assieme alle sorelle e le rispettive famiglie. Comprò una piccola fattoria a San Jose e, poco a poco, acquistò anche i terreni circostanti. Nessuno conosce con precisione il motivo di questo spostamento; tutto quello che gli abitanti del luogo vennero a sapere era che questa ricca signora si era insediata lì e aveva bisogno di manovalanza per la costruzione della sua nuova casa.
I lavori, però, non terminarono una volta che la Winchester House era completata: Sarah voleva che si proseguisse a costruire.

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Per ben trentotto anni – ininterrottamente – Sarah Winchester condusse una vita da reclusa, continuando imperterrita a lavorare alla sua dimora, con operai impiegati sei giorni su sette, perfezionando maniacalmente questo castello surreale e spiazzante. Gli operai potevano lavorare per un mese a una stanza, solo per ricevere in seguito l’ordine di distruggerla e ricominciare da capo; ma poiché la paga era buona, nessuno osava contraddire l’eccentrica milionaria. I lavori si fermarono soltanto alla sua morte, avvenuta il 5 settembre 1923 per infarto nel sonno, all’età di 83 anni. Ma perché questa anziana donna avrebbe dovuto investire la sua fortuna in una casa completamente assurda, in cui per orientarsi la servitù aveva bisogno di una mappa, e perserverare nella costruzione incontrollata fino alla fine dei suoi giorni?

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Secondo la leggenda, quando Sarah viveva ancora nel Connecticut un medium di Boston (a fine ‘800 siamo in piena esplosione dello spiritismo) l’avrebbe convinta di essere vittima di una maledizione. Le troppe morti – la sua bambina, il suocero, il marito – che l’avevano fatta soffrire potevano essere spiegate in un solo modo: gli spiriti di tutte le persone uccise da un fucile Winchester le stavano dando la caccia. Spostarsi ad Ovest, trovare una casa e continuare a costruire attorno a sé un labirinto di scale, finte aperture, botole e altre illusioni ottiche avrebbe impedito alle anime vendicative di trovarla. Le continue sedute spiritiche le davano indicazioni su come proseguire la sua opera. Questa, a grandi linee, sarebbe stata la motivazione dietro la genesi della Winchester House. Una donna squilibrata, quindi, in preda alle visioni e al terrore, che seguitava a ordinare nuove costruzioni per scampare alla vendetta degli spiriti – 365 giorni all’anno, per 38 anni.

Questo almeno è quanto raccontano le guide, ben addestrate dalla Winchester Investments LLC, la società privata che oggi gestisce la casa e l’ha trasformata in un’attrazione turistica. Eppure, per quanto possa essere affascinante, questa versione dei fatti non è corroborata dai dati storici. Negli archivi comunali, che contengono molte lettere redatte da Sarah Winchester di proprio pugno, non vi è riferimento ad alcun medium da Boston, né peraltro allo spiritismo in generale. Il carattere stesso della vedova non lasciava infatti supporre che fosse particolarmente irrazionale: “la Signora Winchester – dichiarò nel 1925 il figlio dell’avvocato di famiglia – era una donna sana e di chiare idee come poche altre che io abbia conosciuto, e aveva un fiuto per gli affari e per le questioni finanziarie migliore di quello di molti uomini. L’idea che soffrisse di allucinazioni è una fandonia“.
Anche sui lavori continuativi la leggenda è esagerata: la biografa di Sarah Winchester (ritorneremo su di lei) ha scoperto che venivano in realtà concessi dei lunghi periodi di pausa agli operai.
È giusto sottolineare che queste dicerie non sono nate a posteriori, appositamente per incrementare il turismo, ma circolavano già quando Sarah Winchester era ancora viva. La donna conduceva infatti una vita da reclusa, senza contatti con i vicini e senza ricevere visite. Afflitta da una grave forma di artrite reumatoide che le aveva deformato mani e piedi, aveva anche perso tutti i denti; per questo le rare volte in cui si decideva ad uscire in città, la gente poteva vedere soltanto una figura nerovestita e guantata, il volto nascosto da un velo. Naturale che attorno a questa misteriosa vedova milionaria che continuava ad espandere la sua magione sorgessero le storie più fantasiose.

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Ma la domanda principale rimane: perché costruire quella casa in maniera tanto strampalata?

Pur escludendo la pista dello spiritismo, alcune delle ipotesi avanzate sono degne del miglior (o peggior) Dan Brown: l’autore americano Richard Allan Wagner, sul sito dedicato a Sarah Winchester, si spertica in arzigogolate analisi delle presunte simbologie massoniche e rosacrociane disseminate per la casa, che dimostrerebbero come il luogo in realtà sia stato accuratamente progettato da Sarah a guisa di labirinto iniziatico e sapienziale. Ci sono infatti alcuni dettagli che si ripetono nelle decorazioni, come ad esempio le margherite (i fiori preferiti di Sarah) e delle fantasie a forma di ragnatela.
Peccato che, a voler proprio vedere l’antico simbolo della triquetra nei ghirigori degli stucchi, o a leggere la sequenza di Fibonacci nei petali dei fiorellini della carta da parati, finisce che praticamente tutte le case vittoriane diventano dei templi esoterici.
Peccato anche che l’autore di queste teorie sia lo stesso che sostiene da anni che William Shakespeare fosse, in realtà, Francis Bacon.

In tutto questo, l’unico dettaglio che sembra plausibile è che Sarah fosse ossessionata dal numero 13, tanto da ripeterlo più volte all’interno della casa, e da redigere il suo testamento in tredici sezioni firmate tredici volte. Ma questo vezzo scaramantico non getta particolare luce sulle sue motivazioni.

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Secondo Mary Jo Ignoffo, autrice della più accurata biografia su Sarah Winchester pubblicata finora, vi sono diversi fattori che potrebbero aver contribuito al continuo rimaneggiamento della casa. Da una parte, la Ignoffo suggerisce che offrire un impiego alla moltitudine di operai alla residenza di San Jose fosse un modo per la signora Winchester di ripagare idealmente suo padre, falegname che durante l’infanzia di Sarah aveva passato dei drammatici periodi di disoccupazione. Dall’altra, diverse lettere fanno sospettare che i continui lavori fossero anche una buona scusa per mantenere la volontaria reclusione, evitando le visite indesiderate dei parenti: dopo dieci anni di costruzioni, Sarah scriveva a sua cognata che la casa non era “ancora pronta” per ricevere degli ospiti.

La Ignoffo, infine, assesta un’ultima stoccata a gran parte dei “misteri” della casa, dimostrando come molte delle stranezze architettoniche furono in realtà il risultato del terremoto del 1906, che fece crollare diverse sezioni dei piani superiori: invece di ricostruirli, Sarah decise di far semplicemente richiudere le pareti danneggiate. Ecco dunque spiegate le scale che finiscono su un soffitto, o le porte che danno sul nulla.

La Winchester House prima del terremoto del 1906.

La Winchester House prima del terremoto del 1906.

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Non sapremo mai veramente cosa spinse Sarah Winchester a intraprendere quest’opera titanica e assurda“, amano ripetere le guide turistiche. Forse è così, ma il sospetto che rimane è che, al di là delle affascinanti leggende, vi fosse una realtà molto più prosaica. Quella di una donna eccentrica e sola, il cui unico entusiasmo era progettare e dirigere gli operai in complicate operazioni di costruzione: una dilettante architetta con tanto tempo, e troppi soldi, a disposizione.

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Ecco il sito ufficiale della Winchester Mystery House.

(Grazie Silvia, grazie Gennaro!)

La città dell’oscurità

Immaginate una città che si sviluppi senza alcun tipo di controllo urbanistico. Immaginate le strade e i palazzi come un organismo vivente, arterie e cellule di un corpo la cui biologia interna è completamente impazzita. Immaginate appartamenti che crescono di giorno in giorno, uno sopra l’altro, come un tumore che aumenti a dismisura, piano dopo piano, senza che alcuna intelligenza centrale abbia mai messo mano a questo incubo architettonico, totalmente anarchico e sregolato.

La cittadella in questione era Caolun (Kowloon, in inglese), e quest’anno ricorre il ventennale della sua demolizione; dopo la difficile opera di evacuazione, con il crollo degli ultimi mattoni, finiva nel 1993 la storia stupefacente dell’unica città al mondo senza legge né regole.

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Sorta prima dell’anno 1000, la città fortificata di Caolun, in Cina, era stata abbandonata e poi ricostruita a metà dell’800 dagli inglesi che controllavano Hong Kong. Abbandonata nuovamente, cominciò a ripopolarsi e divenne ben presto una zona autonoma, sviluppandosi velocemente grazie a un inspiegabile “buco” amministrativo e politico.
Le Triadi mafiose locali presero il potere proprio quando la cittadella, abitata da profughi della Seconda Guerra Mondiale e da dissidenti del regime Maoista, si stava ingrandendo; ma per fortuna nel 1974 una task force di 3.000 poliziotti sgominò le bande criminali, “liberando” Caolun dal giogo della mafia. Fu allora che la popolazione cominciò davvero a crescere.

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Nel giro di dieci anni, il numero degli abitanti era aumentato vertiginosamente: 33.000 accertati, quasi 50.000 quelli stimati, in una “cittadella” che in realtà potrebbe benissimo essere definita un quartiere, viste le sue dimensioni ridotte (soltato 26.000 metri quadrati). Con un rapido calcolo vi accorgerete che la densità della popolazione a Caolun era davvero impensabile: quasi due milioni di esseri umani per km2.

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Le case venivano costruite a velocità folle, senza ingegneri o architetti, sopraelevando, occupando qualsiasi spazio libero: la mattina avreste potuto svegliarvi e scoprire che la vostra finestra non dava più sul consueto panorama, ma su un nuovo muro dell’edificio vicino. I cortili si chiudevano progressivamente, fino a diventare dei piccoli pozzi di aerazione, i vicoli si restringevano di giorno in giorno, e la luce del sole si allontanava sempre di più, sottile linea a malapena visibile fra le case che arrivavano a più di dieci piani. Caolun cominciò ad essere chiamata HakNam, la città delle tenebre, perché nei suoi vicoli era notte anche a mezzogiorno. Vennero istallati dei tubi fluorescenti lungo le claustrofobiche stradine, tenuti accesi costantemente.
Le case che continuavano a salire in verticale, accatastate le une sulle altre, fermarono la loro folle crescita per un solo motivo: evitare le rotte di atterraggio degli aerei del vicino aeroporto Kai Tak.

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Eppure, al contrario di quanto si potrebbe pensare, la vita all’interno di questo caos architettonico era sorprendentemente tranquilla, e l’integrazione fra le diverse etnie presenti piuttosto pacifica. Sui tetti più alti erano stati piantati alberi e piccoli giardini dove i bambini potevano giocare; una settantina di pozzi garantivano l’acqua agli abitanti, finché il governo di Hong Kong non decise di portare acqua pulita e corrente elettrica fino ai margini della cittadella. La criminalità non era poi eccessivamente elevata, nonostante case da gioco, bordelli e droga fossero comuni, e lungo i vicoli nacquero negozi, piccole fabbriche, ristoranti e persino asili, scuole, anche una specie di tribunale.  Proliferavano gli studi medici senza autorizzazione, che però talvolta avevano un discreto livello di professionalità; ma, in generale, l’aspetto più disastroso era senz’altro la terribile condizione igienico-sanitaria.

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Alla fine degli anni ’80 i due governi di Hong Kong, quello inglese e quello cinese, si accordarono per mettere fine alla situazione ormai insostenibile, ed evacuarono la zona autonoma per demolirla infine nel marzo del 1993. I lavori terminarono nel 1994, con alcuni scavi archeologici che riportarono alla luce le antiche strutture preesistenti; oggi il sole finalmente splende nel parco cittadino ubicato proprio dove sorgeva l’oscuro e labirintico alveare di case.

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(Grazie, Michele!)

Panopticon

Se siete in vacanza tra Lazio e Campania, potreste fare una visita alle isole ponziane. L’arcipelago è notevole per la sua origine vulcanica, ed offre attrattive naturalistiche uniche. Tra queste isole spicca Santo Stefano, dove ancora oggi si può visitare un’antica struttura architettonica dalle intriganti implicazioni filosofiche .

Sull’isola venne infatti costruito nel 1795 dai Borboni un carcere del tutto particolare, oggi dismesso. Fra i prigionieri più celebri dell’isola ricordiamo Sandro Pertini, detenuto a Santo Stefano in quanto antifascista alla fine degli anni ’20, ben prima di divenire Presidente della Repubblica nel 1978.

Il carcere di Santo Stefano ha una struttura peculiare, che ci porta indietro nel tempo fino al 1791, quando il filosofo Jeremy Bentham ideò la prigione ideale, denominata Panopticon. Un’utopia carceraria, divenuta nel tempo sinonimo di incubo del controllo.

L’idea rivoluzionaria era questa: un numero imprecisato di prigionieri, e un unico guardiano. I galeotti non dovevano essere in grado di stabilire quando erano osservati, e il carceriere doveva avere la possibilità di spiare tutti allo stesso modo, e nello stesso istante. Così, la prigione doveva avere una torretta centrale, e le celle dovevano essere disposte a raggiera intorno alla torre, portando alla percezione da parte dei detenuti di un’invisibile onniscienza da parte del guardiano; quest’impressione li avrebbe condotti ad osservare sempre la disciplina come se fossero sotto continua osservazione. Dopo anni di questo trattamento, secondo Bentham, la mente dei prigionieri avrebbe “assorbito” il giusto comportamento, alterando indelebilmente il loro carattere, e “curandoli” per sempre. Anche una volta fuori dal carcere, la disciplina sarebbe rimasta per loro l’unico comportamento possibile. Lo stesso filosofo descrisse il panottico come “un nuovo modo per ottenere potere mentale sulla mente, in maniera e quantità mai vista prima”.

Le celle venivano disposte a cerchio, con due finestre per ognuna: l’una rivolta verso l’esterno, per prendere luce, l’altra verso l’interno, verso la torretta o “colonna” nella quale si sarebbe collocato il custode. I carcerati, sapendo di poter esser osservati tutti insieme in un solo momento dal custode, grazie alla particolare disposizione della prigione, avrebbero assunto comportamenti disciplinati e mantenuto l’ordine in modo quasi automatico; inoltre la forma carceraria del panopticon prevedeva che ad ogni singolo detenuto fosse assegnato un lavoro – si avviava così il processo di passaggio tra una formula carceraria contenutiva ad una formula produttiva.

Bastò poco tempo, e questo concetto venne ripreso dalle arti, dalla musica e dalla letteratura fino a diventare il simbolo di una vera e propria visione della società – che osserva e giudica, invisibile e onnipresente, ogni comportamento, per soppesare l’operato di ognuno di noi. Come un Grande Fratello di stampo orwelliano, il panottico esisterebbe nella nostra stessa vita quotidiana. Michel Foucault prenderà l’architettura del Panopticon come modello e figura del potere nella società contemporanea.

Oggigiorno diverse prigioni si ispirano in un modo o nell’altro all’idea del panottico, proposta anche per la costruzione di ospedali. Un esempio italiano è il Padiglione Conolly a Siena presso l’ex ospedale psichiatrico S. Niccolò. A Birmingham, in Inghilterra, esiste l’Ashley Building che è stato costruito seguendo le linee di questo progetto. Il Presidio Modelo a Cuba, dove fu detenuto Fidel Castro, è ispirato allo stesso design.

Jeremy Bentham, l’inventore del panopticon, la struttura in cui “tutto si può vedere” (pan-optikon), è ironicamente ancora oggi sotto lo sguardo di tutti… imbalsamato in una teca dell’University College di Londra.

Gallopin’ Gertie

Verso le 10 del mattino del 7 novembre 1940 iniziò la torsione del tratto centrale del Ponte di Tacoma.

Si trattava di un’opera di ingegneria civile comprendente due ponti sospesi paralleli, che attraversavano il canale Tacoma Narrows, Washington. Il ponte collassò un’ora e dieci minuti dopo. Le cause del crollo sono da ricercarsi nelle oscillazioni torsionali indotte dall’azione di un vento costante di circa 30 nodi, che creò una scia di vortici che  trasmettevano alla struttura delle coppie torcenti pulsanti alla stessa frequenza torsionale del ponte, innescando un fenomeno di risonanza con ampiezze via via crescenti e non compensate da un adeguato smorzamento. La sua instabilità nei venti guadagnò al ponte l’appelativo di Gallopin’ Gertie – “Gertie la galoppante”.

Fortunatamente, nessuna vittima (se si esclude un cane intrappolato in una macchina, troppo spaventato per uscirne) fu registrata.

Le immagini del crollo furono immortalate su una cinepresa 16mm da Barney Elliott, il proprietario di un negozio locale di materiali fotografici, e mostrano Leonard Coatsworth, l’unica vittima intrappolata, mentre striscia fuori dalla sua automobile e raggiunge la salvezza.

Il ponte venne poi ricostruito nel 1950 facendo tesoro della drammatica esperienza (più largo, più rigido torsionalmente e con maggiore capacità di smorzamento) con una struttura molto più stabile nei confronti degli effetti del vento.

Il filmato del 1940, che qui riproponiamo, è stato selezionato dalla Libreria del Congresso per essere preservato nel Registro dei Film degli Stati Uniti, in virtù del suo valore “culturale, storico, o estetico”. Queste riprese sono ancor oggi mostrate agli studenti di ingegneria, architettura e fisica come monito ed esempio di disastro ingegneristico che diede una significativa spinta allo studio dell’aerostatica nelle costruzioni civili.

La qualità ipnotica e angosciante di queste immagini rimane in effetti intatta a 69 anni di distanza.

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