Link, curiosità & meraviglie assortite – 17

La fotomodella Monique Van Vooren gioca a bowling col suo canguro (1958).

Torna la rubrica culturale bizzarra, che vi propone le migliori letture bislacche e una nuova riserva di aneddoti macabri per rompere il ghiaccio alle feste.
Ma prima, un paio di veloci aggiornamenti.

Innanzitutto, per chi se lo fosse perso, agevolo il servizio del Venerdì di Repubblica dedicato alla web serie di Bizzarro Bazar, che debutterà sul mio canale YouTube il 27 gennaio (vi siete iscritti, vero?). Potete cliccare sull’immagine qui sotto per aprire il PDF con l’articolo completo.

In secondo luogo, sabato 19 sarò ad Albano Laziale, ospite della compagnia teatrale Tempo di Mezzo: qui presenterò il mio talk Un terribile incanto, questa volta impreziosito dagli esperimenti di mentalismo di Max Vellucci. Sarà una bella serata dedicata al meraviglioso, al macabro e soprattutto all’arte di “cambiare prospettiva”. Questo è il link per le prenotazioni.

E partiamo subito con i link e le curiosità.

  • Negli anni 80 alcuni boscaioli stavano tagliando un tronco quando trovarono qualcosa di straordinario: un segugio perfettamente mummificato all’interno del tronco. Il cane doveva essersi infilato nell’albero attraverso un buco nelle radici, magari all’inseguimento di uno scoiattolo, e si era arrampicato sempre più in alto fino a rimanere incastrato. L’albero, una quercia bianca americana, l’aveva preservato grazie alla presenza di tannini nel tronco. Oggi Stuckie (questo il nomignolo assegnato al cane) è l’ospite più famoso del Southern Forest World, piccolo museo forestale a Waycross, Georgia. (Grazie, Matthew!)

  • Restiamo in Georgia, dove evidentemente le sorprese non mancano. Abbattendo un muro in una casa che a inizio ‘900 aveva ospitato uno studio dentistico, sono saltati fuori migliaia di denti nascosti dentro la parete. Ma la cosa davvero straordinaria è che questo è già il terzo ritrovamento del genere. Tanto che qualcuno si chiede se infilare nel muro i denti cavati ai pazienti non fosse una pratica comune fra gli odontoiatri. (Grazie, Riccardo!)
  • Lo stato di Washington, invece, potrebbe essere il primo a legalizzare il compostaggio umano.
  • L’artista Tim Klein si è accorto che i puzzle sono spesso tagliati con lo stesso stampo, quindi i pezzi sono intercambiabili. Questo gli permette di hackerare le immagini originarie, creando degli ibridi che avrebbero fatto la gioia di artisti surrealisti come Max Ernst o Réné Magritte. (via Pietro Minto)

  • L’armonioso mondo dei nostri amici animali, ep. 547: da un po’ di tempo le mantidi religiose hanno cominciato ad attaccare i colibrì, e altre specie di uccelli, per mangiarne il cervello.
  • Secondo uno studio della NASA, c’è stato un momento in cui la terra era ricoperta di piante che, invece di essere verdi, erano viola.
  • Il 9 agosto di quest’anno cade il cinquantesimo anniversario di uno degli omicidi più infami della storia: il massacro di Bel Air compiuto dagli adepti di Charles Manson. Aspettiamoci dunque un profluvio di morbosità mascherate da commemorazioni.
    Oltre al film diretto da Tarantino che uscirà a luglio, ci sono in preparazione almeno altre due pellicole sulla strage. Nel frattempo a Beverly Hills sono già stati messi all’asta vestiti, accessori ed effetti personali di Sharon Tate. La morte di una bella donna, che secondo Poe era “l’argomento più poetico del mondo“, nel caso della Tate è diventata merce di voyeurismo glamour, feticizzazione estrema. Le foto dell’omicidio hanno fatto il giro del mondo, la tomba in cui è sepolta (abbracciando il bambino che non ha mai potuto conoscere) è tra le più visitate, e la sua figura è per sempre inscindibile da quella di vittima femminile perfetta: giovane, dalle brillanti prospettive, ma soprattutto famosa, bellissima, e incinta.
  • Ed ecco una ipnotica danza in assenza di gravità:

  • Nel frattempo, zitti zitti, gli attori più celebri di Hollywood si stanno facendo scansionare la faccia in 3D, in modo da continuare a recitare (e a guadagnare i milioni) anche dopo la morte.
  • Nelle foreste del Kentucky un cacciatore ha sparato a un cervo a due teste. Solo che quella aggiuntiva mica era sua, ma di un altro cervo ormai putrefatto. Quindi le opzioni sono due: o il povero animale da chissà quanto tempo se ne andava in giro con questa schifezza putrefatta incastrata fra le corna, senza riuscire a liberarsene; oppure — ed è quello che mi piace pensare — siamo di fronte al più cattivo gangster cervide della storia. (Grazie, Aimée!)

  • Le illustrazioni del Dr. Frank Netter, realizzate su commissione per aziende farmaceutiche e per gli opuscoli da sala d’aspetto, sono tra le più bizzarre e stranianti immagini mediche mai realizzate.
  • Ecco un’idea di business straordinaria: per soli 50$, questa signorina promette di comparire al vostro funerale, ma rimanendo un po’ lontano, con un ombrello nero sia che piova o che ci sia il sole, in modo che la gente pensi che avevate un segreto oscuro e interessante.
  • Chi è stato il primo a utilizzare la stampa con caratteri mobili? Gutenberg, giusto? Sbagliato.
  • Sally Hewett è un’artista britannica che ricama a mano corpi imperfetti. Sono dettagli anatomici, per la maggior parte femminili, che recano cicatrici di operazioni chirurgiche, ostentano asimmetrie, modificazioni corporali, scarificazioni, mastectomie o semplici segni dell’età.
    L’amore per questa carne scolpita dalla vita e dal tempo, unito all’eleganza del medium utilizzato, rendono questi lavori di una bellezza commovente. Qui trovate il sito ufficiale, qui il profilo Instagram, e qui una bella intervista in cui Sally spiega perché include in ogni suo lavoro un pezzetto di filo che apparteneva a sua nonna. (Grazie, Silvia!)

Joshua Hoffine

Articolo a cura del guestblogger Dario Carere

Le terrificanti immagini di Joshua Hoffine ci trascinano in un mondo di incubi, caccia, pericolo, e contengono anche una punta di ironia e di romanticismo.
Le sue prime fotografie dell’orrore, risalenti al 2003, lo hanno consacrato come il fondatore di un vero e proprio sottogenere, che combina elementi della letteratura e della cinematografia per generare una nuova prospettiva per l’arte fotografica che — come ha dichiarato in un’intervista — diversamente dai videogiochi, dalla musica ecc., non ha mai goduto di un suo vero “spazio horror” prima d’ora.

I mostri di Hoffine popolano le cantine, le soffitte, i bagni, i luoghi che ci sono familiari e reputiamo sicuri; i demoni ci deridono dall’oscurità quando cerchiamo di capire dove si trovino. Ma soprattutto, essi possono nascondersi dentro di noi.
Guardandoci allo specchio scopriamo di non essere che una copia grottesca delle nostre paure, e la bellezza, come spesso accade nella letteratura romantica, a volte non è che lo strato superficiale di un’anima corrotta e deforme. Scenari ottocenteschi fanno da sfondo a delitti efferati e surreali apparizioni, attraverso cui l’immaginario di Hoffine produce storie mute e inedite, compresse in un singolo scatto capace di vomitare mille domande.

 

Amante dei classici, Hoffine sfrutta la fama imperitura di icone dell’orrore come Jack lo Squartatore, Dr. Jekill e Mr. Hyde, Nosferatu ed Elizabeth Bathory (magnificamente immortalata con una maschera di bellezza durante il suo consueto bagno nel sangue di vergine), per rivisitarne lo spirito in chiave moderna, raccontando la storia in uno o più scatti. La luce, il trucco, l’espressività sono studiati nel dettaglio per trasformare l’immagine in un continuo scambio tra realtà e visione, motivo per cui ciascuna foto è sempre qualcosa di più una semplice “scena da film”. Il momento che egli decide di immortalare è il punto perfetto di massima tensione drammatica.

I classici dell’orrore campeggiano spesso nella sua opera, come è possibile vedere nella grande raccolta dei suoi scatti pubblicata di recente, rappresentativa degli ultimi tredici anni di lavoro. L’assassino silenzioso, il clown di Stephen King con il suo minaccioso palloncino, l’orda di zombie famelici, la sposa cadavere: si tratta di una sorta di grande omaggio all’orrore di ogni tempo che pugnalando la nostra fantasia ci costringe, nelle intenzioni dell’autore, a “vedere ciò che non volevamo vedere”.
Non stupisce dunque che Hoffine si sia anche cimentato nel ruolo di regista: è del 2014 il suo primo cortometraggio (breve ma molto intenso), Dark Lullaby.

https://vimeo.com/150959454

La protagonista di Dark Lulllaby è una delle figlie di Hoffine. Già a partire dai suoi primi scatti, dedicati agli incubi dell’infanzia, Hoffine aveva immerso le figlie (assieme ad altri parenti) all’interno dei suoi scenari surreali; sono proprio queste fotografie, contenute nella sua raccolta più celebre, After Dark My Sweet, quelli che a mio parere rappresentano tuttora il meglio della sua produzione.
Il motivo è che ci riguardano da vicino: il mostro sotto il letto, i ragni che entrano dalla finestra, le fauci che sembrano spuntare dalle tenebre dell’armadio appartengono ai ricordi più antichi di ciascuno di noi, e talvolta perfino alla nostra quotidianità di adulti. Si tratta di incubi primordiali, incancellabili: il buio, gli insetti e gli spiriti sono le tre cose che quasi tutti temiamo, anche quando non ce n’è davvero motivo, anche quando potrebbe sembrare sciocco averne paura.

L’accostamento delle bimbe ai mostri della fantasia di Hoffine creano un contrasto terribilmente efficace, caro da sempre al genere horror. Per quanto ricca possa essere la fantasia dell’artista e la bravura del modello/attore, nessuno può raccontare l’orrore meglio dei bambini. In verità, attraverso l’horror, retrocediamo sempre sino all’infanzia, riaprendo il baule dei ricordi che avevamo lasciato in soffitta, per tornare al pavor nocturnus. Per questo il bambino rimane il protagonista perfetto di qualsiasi scena spaventosa.

Viene da domandarsi che tipo di ricordo le cinque figlie di Hoffine conserveranno di questa esperienza.
Di certo, a questo maestro dell’orrore va riconosciuto il merito di aver creato un nuovo modo di fare fotografia, mostrandoci da vicino, anche attraverso l’eccellente uso del trucco, ciò che volevamo tenere lontano.

Ecco il sito ufficiale di Joshua Hoffine.

Alberto Martini, il maudit dell’arte italiana

Chi vive nel sogno è un essere superiore;
chi vive nella realtà uno schiavo infelice.
Alberto Martini, 1940

Alberto Giacomo Spiridione Martini (1876-1954) è stato uno degli artisti italiani più straordinari della prima metà del Novecento.
Fu autore di una vastissima produzione grafica che include incisioni, litografie, ex libris, acquerelli, biglietti da visita, cartoline, illustrazioni a corredo di libri e romanzi di vario genere (da Dante a D’annunzio, da Shakespeare a Victor Hugo, da Tassoni a Nerval).

Nato a Oderzo, studia disegno e pittura sotto la guida di suo padre Giorgio, professore di disegno all’Istituto Tecnico di Treviso. Influenzato inizialmente dal manierismo tedesco cinquecentesco di Dürer e Baldung, si spinge poi verso un simbolismo sempre più personale e raffinato, sostenuto da un bagaglio culturale e visivo d’eccezione. A soli 21 anni espone per la prima volta alla Biennale di Venezia; vi parteciperà per 14 anni consecutivi.
L’anno successivo, il 1898, mentre è a Monaco per collaborare con alcune riviste conosce il celebre critico d’arte napoletano Vittorio Pica che, impressionato dal suo stile, sarà per sempre il suo più convinto sostenitore. Pica lo ricorda così:

L’uomo, poco più che ventenne […] mi riuscì di prim’acchito simpatico nella riservatezza signorile, seppure un po’ fredda […], nell’eleganza sottile della persona, nel pallore del volto, in cui alla freschezza sensuale delle labbra rosse contrastava lo sguardo strano, fra acuto e astratto, fra disdegnoso e canzonatorio.

(in Alberto Martini: la vita e le opere 1876-1906, Oderzo Cultura)

Dopo aver disegnato 22 tavole per la storica edizione della Divina Commedia stampata nel 1902 dai fratelli Alinari a Firenze, a partire dal 1905 si dedica al ciclo di illustrazioni a china per i racconti di Edgar Allan Poe, che rimangono una delle vette della sua arte.
In questa serie, Martini fa sfoggio di una spiccata visionarietà, allontanandosi dalla minuziosa osservazione realistica dei primi lavori, e allo stesso tempo sviluppando una vena crudele ed estetizzante che ricorda Rops, Beardsley e Redon.

Durante la Prima Guerra Mondiale pubblica cinque serie di cartoline intitolate Danza Macabra Europea: si tratta di 54 litografie di propaganda satirica contro l’impero austroungarico, distribuite tra gli alleati. Ancora una volta Martini dimostra di possedere una fantasia grottesca senza freni, ed è anche in virtù di questi lavori che egli è oggi ritenuto un precursore del Surrealismo.

Amareggiato dalla scarsa considerazione di cui gode in Italia, si trasferisce a Parigi nel 1928. “Hanno giurato — scriverà nella sua autobiografia— di cancellarmi come pittore nella memoria degli italiani, impedendomi di presenziare nelle esposizioni e nel mercato italiano [….]. So bene che la mia pittura originale può dar noia agli scarabocchini ed ai criticonzoli miopi“.
A Parigi conosce il gruppo surrealista e sviluppa una serie di dipinti alla “maniera nera”, per poi passare negli anni successivi a un più acceso uso del colore (la “maniera chiara”) per cercare di carpire le visioni estatiche che lo posseggono.

La grande finestra del mio studio è aperta nella notte. In quel nero rettangolo passano i miei fantasmi e con loro amo conversare. Mi incitano a essere forte, indomito, eroico, mi sussurrano segreti e misteri che forse ti dirò. Moltissimi non crederanno e me ne duole per loro, perché chi non ha immaginazione vegeta in pantofole: vita comoda, ma non vita d’artista. Una notte senza stelle, in quel rettangolo nero mi vidi come in uno specchio. Mi vidi pallido, impassibile. E’ la mia anima, pensai, che ora specchia il mio volto nell’infinito e un giorno specchiò chissà quali mie sembianze, perché se l’anima è eterna non ha né principio né fine e noi non siamo ora che un suo differente episodio terreno. E questo pensiero rivelatore mi turbava […]. Assorto com’ero in questi intricati pensieri, trasalii sentendomi accarezzare in modo strano la mano che avevo posata sopra un libro aperto sotto una lampada. […] Mi voltai e vidi posata accanto alla mia mano una grande farfalla notturna che mi guardava battendo le ali. Anche tu, pensai, stai sognando e l’incantesimo dei tuoi immoti occhi di polvere mi vede un fantasma. Sì, notturna e bella visitatrice, sono un sognatore che crede nell’immortalità, o forse un fantasma del sogno eterno che chiamiamo vita.

(A. Martini, Vita d’artista, manoscritto, 1939-1940)

In ristrettezze economiche, Martini torna a Milano nel 1934. Continuerà il suo incessante e multiforme percorso artistico lungo gli ultimi vent’anni della sua vita, senza mai ottenere il successo sperato. Si spegne l’8 novembre 1954. Oggi le sue spoglie giacciono insieme a quelle della moglie Maria Petringa nel cimitero di Oderzo.

Il fatto che a Martini non sia mai stata tributata la collocazione che gli spetterebbe nel panorama dell’arte italiana di inizio secolo è forse da imputare alla sua predilezione per i temi grotteschi e per le atmosfere lugubri (è purtroppo risaputa la mala reputazione che il fantastico ha scontato, e sconta, nel nostro paese). Non giovò nemmeno l’eclettismo della sua produzione, che rifuggeva da qualsiasi etichetta o facile categorizzazione: l’originalità, che giustamente egli riteneva un punto di forza, fu paradossalmente ciò che lo costrinse a rimanere “un artista periferico e occulto, continuando ad aggirarsi, come un’anima dannata, tra le zone inesplorate della storia dell’arte” (Barbara Meletto, Alberto Martini: L’anima nera dell’arte).

Eppure la sua figura è fortemente emblematica del passaggio culturale tra il decadentismo romantico ottocentesco e le nuove, più oscure urgenze deflagrate assieme al primo conflitto mondiale. Al pari del suo contemporaneo Alfred Kubin, con il quale condivise l’immaginario irreale e il tratto macabro, Martini si fece portavoce di quelle tensioni esistenziali che sarebbero poi sfociate nel surrealismo e nella metafisica.

L’interpretazione delle allegorie satiriche di alcune cartoline della Danza Macabra Europea si può trovare qui e qui.
La Pinacoteca Civica di Oderzo è dedicata ad Alberto Martini e prosegue gli studi sulla sua opera.

BB Contest Awards – 2

La seconda edizione del Bizzarro Bazar Contest si è conclusa.

Nello scrivere queste righe, mi accorgo che non conosco un modo non noioso per esprimere la mia gratitudine a tutti i partecipanti. Quindi datelo pure per sottinteso, siete riusciti a scaldare il cuore di un vecchio cercatore di stranezze.
Tanto, inutile girarci intorno, se siete qui è per vedere cos’hanno partorito le menti deliziosamente devianti dei colleghi lettori, mica a perdere tempo!

Come l’anno scorso, i lavori candidati sono stati così tanti, e di qualità così alta, che hanno reso il compito di selezionare tre vincitori dannatamente arduo.
Quindi l’avvertenza è sempre la solita: quelle che state per vedere sono le menzioni speciali — a insindacabile discrezione della Giuria, cioè mia — ma l’applauso si estende anche a chi per motivi di spazio non ha potuto essere incluso qui. Nelle prossime settimane avrò modo di sdebitarmi condividendo sui social tutte le opere, con le relative informazioni sugli autori.

E partiamo senza indugi con la nostra weird parade!

Molti elementi classici — clessidra, fiore appassito, teschio, candela consumata — per una rivisitazione  piuttosto gotica della vanitas.

(Debby: Facebook, blog)

I lavori di Giulia, a essere proprio pignoli, con quel logo un po’ appiccicato non soddisferebbero appieno i requisiti del regolamento; ma alla fine siamo tra amici, e i suoi collage intitolati Sotto pelle sono così belli che non potevo certo escluderli.

(Giulia Dah Mer: Facebook, Instagram)

Memento mori, sì ok, ma soprattutto memento cogitare.

(Diego Bono: Facebook, Instagram)

Gaber Ricci propone una GIF animata nonché anatomica che sarebbe perfetta su una T-shirt. Ora ci serve solo qualche tecnico illuminato che capisca come riprodurre le GIF sulle T-shirt, e ragazzi, abbiamo tra le mani il business del futuro.

(Gaber rifugge dai social, ma ha un blog di rara lucidità e intelligenza che vi consiglio di mettere subito tra i preferiti: Suprasaturalanx.)

Un altro blogger che dovreste conoscere è The LondoNerD, che per l’occasione mi ritrae nei panni della celebre auto-icon di Jeremy Bentham (contenente il suo scheletro, tranne la testa). A parte il fatto che anch’io ho sempre la testa altrove, l’accostamento con il grande filosofo è immeritato.

(The LondoNerd: blog, Facebook, Twitter, Instagram)

Alessandro ci regala una visione sacrale intitolata Curiositas, che mi pare a metà strada fra Art déco, Beardsley e alcune grafiche di Alberto Martini.

(Alessandro Amoruso: Facebook, Deviantart)

Greta a.k.a Nevestella celebra un’ipotetica unione tra due famosissimi artisti di freakshow: sapete indovinare chi sono?

(Nevestella: Facebook, Instagram, Deviantart)

Anche Pamela propone una spettacolare composizione che include elementi tipici delle vanitas.

(Pamela Annunziata Artworks: Facebook, Instagram)

Dubito che diventerà mai virale, ma almeno la strada è aperta: ecco il primo meme dedicato al blog!

(Bruno Boborosso Craighero: Facebook, Instagram)

Elena Nisi mi ha trasformato addirittura in un eroe dei fumetti. Il dettaglio che mi ha conquistato è quell’accenno ad Ayzad, amico ed esperto di BDSM, che posso solo immaginarmi nei panni del villain: pagherei oro per avere l’albo in cui infine mi trovo a sfidare le sue fruste mortali! FSHH! THUD! KA-BOOM!

Una foto che illustra perfettamente quello che mi succede quando si avvicina la deadline di consegna di un nuovo libro.

(Sara Crimilde: Facebook)

Lascio la parola a Mala Tempora per spiegare il suo contributo, realizzato in collaborazione con Viktoria Kiss:

Ipotizzando un articolo per Bizzarro Bazar che parli della leggenda del Tilberi del folklore islandese [un mostriciattolo evocato dalle streghe per rubare il latte alle pecore, alle mucche e occasionalmente anche alle madri umane, ndr], abbiamo realizzato due oggetti per illustrarne la storia. In questo caso la collaborazione di Viktoria è stata preziosa, in quanto questi esseri potevano essere creati solo da donne.

(Mala Tempora Studio: sito ufficiale, Facebook, Instagram)

Consuelo & Samantha hanno disegnato e animato una discordante sonata macabra per orchestra scheletrica, e lacrima.

(Consuelo & Samantha Art: sito ufficiale, Facebook, Instagram)

Se state cercando un’idea per il vostro prossimo tatuaggio, Seltz vi ha già risolto il problema con questo raffinato, elegante e romantico progetto.

(Seltz: Facebook, Instagram)

In questo conturbante autoritratto Irene si propone in veste di Venere anatomica, catturanto appieno tutta l’ambigua sensualità delle figure femminili dissezionate.

(Irene Manco: Facebook, Instagram)

Blue Luna unisce chiari riferimenti alla Cripta dei Cappuccini di Via Veneto (vedi il mio libro Mors Pretiosa), i naturalia da wunderkammer, e uno scheletro dal pizzetto fin troppo familiare.

(Blue Luna: Facebook, Instagram)

La straordinaria Emanuela Cucchiarini in arte Eeriette, classificatasi al secondo posto l’anno scorso, ha realizzato questa incredibile meraviglia in gouache su pastelli, ispirata alle reliquie di martiri e santi impreziosite di gioielli.

(Eeriette: Facebook, Instagram, Twitter)

Quest’opera merita, a mio parere, una menzione speciale.
L’illustrazione di Meewelyne potrebbe trarre in inganno per l’apparente semplicità. Ma guardatela con attenzione e comincerete a provare un sottile senso di disagio.
Una bambina è accompagnata da sua madre a quello che sembra un circo, o una fiera itinerante; il tratto del disegno è grazioso e ricorda moltissimo le illustrazioni di Beatrix Potter. Eppure, nel più classico caso di perturbante freudiano, appaiono dei dettagli “fuori posto”, ambigui e spiazzanti: la madre indossa in vita una testa di volpe, lo zainetto della bambina è cucito a partire dalla pelle di un cucciolo di orso e decorato con ali d’uccello (guardate quei pettirossi!). Chi sono queste due? Perché sono così a loro agio con la tassidermia? È forse un’attività di famiglia, la madre insegna alla bambina come si spella e si concia un animale? O dobbiamo immaginare che, nell’universo immaginario di questa scena, sia normale agghindarsi così?
Quest’immagine — a dispetto del segno delicato, da illustrazione per bambini — nasconde una vena inquietante che ho davvero adorato.

(Meewelyne Rosolovà: Facebook, Deviantart)

VINCITORI

Dopo giorni e giorni di tormentata indecisione, ho deciso di assegnare un terzo posto a pari merito a due candidati.

Terzo premio

Un altro bellissimo autoritratto nature, ma questa volta ironico e sbigottito.
L’opera di Chiara Toniolo è deliziosamente stralunata, e mi ha conquistato per il modo entusiasta, sorridente e luminoso con cui integra elementi che, sulla carta, risulterebbero disturbanti.
E poi, diciamocelo. C’è il nudo artistico, c’è il teschio, c’è il gattino: grazie a Chiara abbiamo tutte le carte in regola per un boom di visualizzazioni.

(Chiara Toniolo Art: Facebook, Instagram)

a pari merito con

La sorpresa di quest’anno è stata l’inattesa partecipazione al contest del mentalista Francesco Busani (a cui avevo dedicato uno speciale un paio di anni fa). Gran collezionista di tavole ouija, Francesco ne ha creata una appositamente per Bizzarro Bazar. L’attenzione filologica per i dettagli è strabiliante, dalle grafiche vintage all’utilizzo dei materiali impiegati negli anni ’60 per costruire questi strumenti medianici, in particolare la faesite.
Delle uniche due copie realizzate da Francesco, una è rimasta nella sua collezione, e una fa già parte della mia. Ma confesso che non ho ancora provato a interrogare la tavola, perché se c’è una cosa che ho imparato dai film horror, è che con certe cose non va bene scherzare.

(Francesco Busani: sito ufficiale, Facebook)

Secondo premio

La bravissima Gadiro (Gaia Di Roberto) crea bambole, peluche, accessori, ciondoli e collane che riescono a essere al tempo stesso creepy e kawaii. Affinché questa commistione risulti naturale e originale, ci vuole talento ma soprattutto occorre una sensibilità particolare.
Una sensibilità che emerge anche dalle sue parole:

L’esistenza di BizzarroBazar non solo mi ha ispirato per il mio lavoro ma mi ha spronato a intraprendere la strada di realizzatrice di creaturine “tenerrificanti” (come mi piace chiamarle); in tempi in cui quasi mi sentivo in colpa a nutrire certi interessi, questo blog e tutte le persone che lo seguono mi hanno fatto sentire meno sola, in famiglia.

A guardarmi lì in mezzo alle bambole di Gadiro, sotto forma di pupazzo, anch’io mi sento in famiglia.

(Gadiro: Facebook, Instagram, Etsy shop)

Primo premio

Guardate, una scatola misteriosa!
Cosa conterrà?

Un teschio decorato?
Ma allora cosa ci fa, sulla porticina, quella specie di vetrino da microscopio?

Ho capito!
Non è un teschio, è un… Bizzarroscopio!

Ispirandosi a uno dei miei primissimi articoli, in cui parlavo delle straordinarie macchine stenoscopiche di Wayne Martin Belger, André Santapaola in arte Elragno ha costruito questo spettacolare strumento che serve, essenzialmente, a iniettare la meraviglia nella nostra visione del mondo.
Grazie a un foro stenopeico nell’orbita destra del teschio è possibile fissare la realtà tramite l’artificio della fotografia (non a caso il relativo visore è targato Artificialia); inserendo un vetrino sul lato sinistro del cranio, invece, è possibile guardare il mondo attraverso il filtro di un’ala di farfalla, di una goccia di rugiada, o di qualsiasi altro elemento della natura — ecco perché questa loupe è chiamata Naturalia.

La scritta che campeggia sulla fronte del teschio rimanda al terzo elemento classico di ogni wunderkammer, che poi è anche l’inevitabile risultato di queste esplorazioni: Mirabilia.

Elragno si aggiudica dunque il primo posto con un oggetto particolarmente ben realizzato, ma  soprattutto in ragione di un concept davvero raffinato: “il Bizzarroscopio […], come gli articoli scritti da Ivan Cenzi, permette di vedere il mondo da un’altra prospettiva utilizzando “l’osservato” come mezzo per osservare.
Come a dire: la passione per il bizzarro nasce dal desiderio di cambiare il proprio modo di guardare, e la meraviglia è la chiave per abbracciare nuovi, insospettati orizzonti.

(Elragno Creations: Facebook, Instagram)

Se vi è piaciuta qualche opera in particolare assicuratevi di segnalare nei commenti il vostro apprezzamento, gli autori ne saranno felici!
Ricordo che nelle prossime settimane diffonderò sui social anche le opere che non compaiono qui.
Ancora un sentito grazie a tutti i partecipanti, mi avete rallegrato e commosso — e spero vi siate divertiti anche voi a partecipare.

La nostalgia di ciò che perdiamo: intervista a Nunzio Paci

Le anatomie ibride di Nunzio Paci, bolognese classe ’77, hanno conosciuto un crescente successo, tanto da guadagnargli prestigiose esposizioni in Europa, Asia e Stati Uniti.
Il vero miracolo che questo artista compie sulla tela è di rendere incantevole quello che, essenzialmente, rimane un tabù – l’interno del nostro corpo.


Ma la sua opera è in verità molto complessa e stratificata: nei suoi dipinti gli elementi naturali e creature si compenetrano, e di conseguenza viene a saltare anche l’idea del confine, del dentro e del fuori; ogni corpo esplode e si ramifica, diventando indefinibile. Per quanto a margine delle figure vi siano ancora numerazioni, didascalie e “legende” anatomiche, queste inediti florilegi di carne tendono a mettere sotto scacco la visione, a sabotare le categorie, a smontare perfino il concetto di identità.

Ma piuttosto che parlarne direttamente io, lascio che a introdurvi alla sua arte sia la chiacchierata che ho fatto con Nunzio stesso.

Hai esordito come street artist, vale a dire in un contesto prettamente urbano; qual era il tuo rapporto con la natura allora? È cambiato nel corso del tempo?

Sono nato e cresciuto in un piccolo paese di campagna nella provincia bolognese e continuo a vivere in una zona rurale… La natura è da sempre una fedele compagna di vita. Ho vissuto anch’io il periodo della ribellione: in quegli anni ricordo che ogni cosa mi pareva un supporto dove poter dipingere e “scrivere” con lo spray. Ora mi sento più un guerriero in pensione che cerca un angolo silenzioso e poco illuminato dove poter pensare e riposare.

L’uomo occidentale ha fatto di tutto per pensarsi separato dalla natura e per porsi, quando non proprio come dominatore, almeno quale osservatore o indagatore esterno.
Questo sentirsi al di fuori, o al di sopra, delle leggi naturali ha però portato a una sorta di sentimento di esclusione, a una malinconia romantica per la connessione “perduta” con il resto del mondo naturale.
Credi che le tue opere siano un’espressione di questa nostalgia, di una necessità di comunione con tutte le creature? Oppure vuoi suggerire che i regni – animale, vegetale e minerale – in verità sono sempre stati sempre (con)fusi, e le barriere fra di essi non sono altro che un’illusione, un costrutto culturale?

Penso che il mio lavoro in realtà parli della “nostalgia per ciò che costantemente perdiamo” – voci, odori, memorie… Spesso ho la sensazione di inventare quei frammenti di ricordi che nel tempo sono andati persi: credo che questa, da parte mia, sia una forma di autodifesa per sopravvivere alla malinconia di cui parli. Per questa ragione, attraverso il mio lavoro, cerco di tradurre in immagine ciò che non è possibile conservare nel tempo, così che io possa recuperare questi ricordi nei momenti più malinconici.

Le tue sono visioni autoptiche: perché avverti il bisogno di sezionare, di aprire i corpi che disegni? Visto che l’interno del corpo è ancora per certi versi un tabù, come reagisce in genere il pubblico ai dettagli anatomici delle tue opere?

Ho bisogno di pormi in maniera egoistica. Non penso mai a quello che il pubblico potrebbe sentire, non mi faccio domande su quello che gli altri vorrebbero o non vorrebbero vedere. Sono troppo occupato a domare i miei pensieri e trasformare in immagini i miei traumi.
Non ricordo bene quando ho iniziato ad interessarmi all’anatomia, ma non potrò mai dimenticare la prima volta che vidi spellare un coniglio. Ero davvero molto piccolo e rimasi turbato ma allo stesso tempo affascinato – non dalla scena di violenza ma da ciò che si celava all’interno di quell’animale. Mi convinsi da subito che non avrei mai fatto del male ad un essere vivente ma che avrei cercato di capirne la “meccanica”.
Successivamente, la voglia di realizzare opere che parlassero della vita in maniera visionaria prese il sopravvento e iniziai a tracciare soggetti capaci di parlare di sé senza il bisogno di urtare la sensibilità altrui. Ad ogni modo, credo che le sensazioni che nascono da ciò che vediamo siano semplicemente il prodotto del nostro background e per questa ragione non credo sia possibile, in generale, suscitare una sensazione univoca.

Hai dichiarato di non essere un grande amante dei colori, e di fatto hai spesso prediletto tonalità terrigne, bruno ruggine, eccetera. Nelle tue ultime opere, tra cui quelle esposte a Manila nella personale intitolata Mimesis, si intravede una progressiva apertura in questo senso, in particolare nelle rappresentazioni floreali arricchite da tutta una palette di verdi, violetti, blu, rosa. È un modo per aggiungere complessità cromatica oppure, al contrario, per “alleggerire” e rendere più piacevoli le tue immagini?

Non ho mai vissuto il colore come un elemento “piacevole” o “leggero”. Tutto l’opposto. L’utilizzo che ne faccio nel ciclo Mimesis, come accade in natura, trae in inganno. In natura, il colore gioca un ruolo fondamentale per la sopravvivenza. Nelle mie opere mi servo del colore per descrivere le sensazioni che provano i miei soggetti quando si sentono soli o in pericolo. Modificare il proprio aspetto è una necessità per loro, una forma di autodifesa per sfuggire alla superficialità, all’arroganza e alla violenza della società. Una società a cui interessa solo il proprio inutile perseverare.

In una tua mostra del 2013 hai espressamente fatto riferimento alla teoria delle segnature, ossia la supporsta rete di corrispondenze tra le varie forme fisiche, i sintomi delle malattie, le mutazioni celesti, eccetera.
Queste analogie, ad esempio quelle rintracciate tra i rami di un albero, le corna di un cervo e il sistema arterioso, venivano collegate alla chiromanzia, alla fisiognomica e alla medicina, ed ebbero buona fortuna da Paracelso a Girolamo Cardano a Giovambattista della Porta.
Nelle tue opere è sempre presente un un richiamo agli albori delle scienze naturalistiche, alle wunderkammer rinascimentali, alla botanica cinque-seicentesca. Anche formalmente, hai rivisitato in chiave contemporanea alcune tecniche dal sapore antico come l’encausto.
Cosa ti affascina di quel periodo e di quell’immaginario?

Credo che tutto parta da lì, e che i periodi successivi compreso quello attuale siano l’evoluzione di quell’epoca pionieristica. L’uomo ancora oggi continua a studiare le piante, a osservare i comportamenti animali, tenta invano di preservare il corpo, studia i meccanismi dello spazio… Nonostante lo faccia in maniera diversa, non credo sia cambiato molto. Quello che manca oggi è quella ossessione folle per l’osservazione, il piacere della scoperta e il prendersi cura del proprio tempo. Nell’imparare lentamente, andando in profondità, credo si nasconda la chiave per fissare le emozioni che proviamo quando scopriamo qualcosa di nuovo.

Una famosa citazione (attribuita a Banksy, e ispirata a una poesia di Cesar A. Cruz) recita: “l’arte dovrebbe confortare chi è disturbato e disturbare chi è confortevole”. I tuoi dipinti vogliono confortare o disturbare?

Il mio modo di vivere ed essere si riflette esattamente nel mio lavoro. Non ho mai sentito l’urgenza di disturbare o provocare attraverso le mie immagini né ho mai cercato di richiamare l’attenzione di qualcuno. Attraverso le mie opere voglio arrivare al cuore delle persone. Lo voglio fare in punta di piedi, in silenzio, se necessario voglio chiedere il permesso. Se mi sarà consentito entrare, è lì che pianterò le mie radici e vi dimorerò per sempre.

Werner Herzog, un regista che ha spesso affrontato il rapporto travagliato dell’uomo con la natura, sostiene in Grizzly Man (2006) che “il comune denominatore dell’Universo non è l’armonia, ma il caos, l’ostilità e l’assassinio”. Altrove descrive la giungla amazzonica come un incessante “massacro collettivo”.
Rispetto alla visione pessimistica di Herzog, ho l’impressione che tu intenda la natura come un continuum, in cui ogni relazione preda-predatore non è altro che un atto di “autocannibalismo”, perfettamente funzionale. Insomma, le specie si fanno guerra e si aggrediscono tra di loro, ma alla fine chi vince è sempre la vita, che nel suo sistema autopoietico trae continuo nutrimento da sé stessa. Nemmeno la decomposizione è dunque negativa, in quanto fonte di nuove germinazioni.
Cos’è per te la morte, e che ruolo ha nel tuo lavoro?

La morte per me ha un ruolo fondamentale, vivo con il costante pensiero che tutto stia lentamente morendo. Un germoglio appena nato sta già morendo, e così va per tutto ciò che è vivo. Uno degli aspetti che più mi affascina della vita è la sua decadenza. Ne sono attratto, incuriosito e allo stesso tempo spaventato, e il mio lavoro è forse un modo per esorcizzare tutto questo lento morire che ci circonda.

Potete seguire Nunzio Paci sul sito ufficiale, pagina Facebook e profilo Instagram.

Link, curiosità & meraviglie assortite – 14

  • Il 19 giugno è morta Koko, la gorilla che sapeva utilizzare la lingua dei segni, dipingeva e amava i gattini. Ma Koko non è stata l’unico primate in grado di comunicare con gli umani; il primo, storico tentativo di “far parlare” una scimmia si svolse in maniera piuttosto catastrofica, come ho raccontato in questo vecchio post.
  • Avete bisogno di bacarozzi, farfalle, blatte, millepiedi, lucciole, api, o qualsiasi altro insetto per il film che state girando? C’è questo signore che crea degli ultrarealistici prop cinematografici entomologici, scritturati anche dalle più grandi produzioni hollywoodiane. (Grazie, Federico!)
  • Se pensate che le pompette enlarge-your-penis che vi propongono nelle email di spam siano una trovata recente, eccone una del XIX° secolo (tratta da Albert Moll, Handbuch der Sexualwissenschaften, 1921).

  • I funerali del Ghana hanno goduto di una certa popolarità su internet per via delle pittoresche bare fatte a forma di vari strumenti e oggetti (io ne avevo parlato nella seconda parte di questo articolo), ma c’è un problema: ultimamente i rituali sono diventati talmente complicati e ossessivi che i corpi dei defunti vengono sepolti dopo mesi, o perfino diversi anni, dalla morte.
  • Questo tweet.
  • 1865: durante la conquista del Matterhorn, una strana e sconvolgente apparizione si verifica. Con tutta probabilità si tratta di un rarissimo evento atmosferico, ma mettetevi nei panni degli scalatori che hanno appena perso quattro dei loro compagni cercando di raggiungere la vetta, e vedono un arco e due enormi croci fluttuare nel cielo sopra la nebbia.
  • La strana bellezza dei dagherrotipi rovinati dal passare del tempo.

  • Cosa c’è di così strano in queste foto di un tizio che sta preparando dei taco per una cenetta tra amici?
    Niente, a parte il fatto che la carne proviene dal suo piede sinistro, amputato a seguito di un incidente.

Pensateci: perdete una gamba, provate a chiederla indietro dopo l’operazione, e ve la danno. Prima di cremarla, perché non assaggiarne una fettina? Dopotutto si tratta della vostra gamba, del vostro piede, non fate male a nessuno, e vi togliete una curiosità. Cannibalismo etico.
È quanto ha deciso di provare un giovane uomo, invitando alla degustazione alcuni amici “dalla mente aperta“. Poi, a distanza di due anni, si è deciso a raccontare su Reddit come si è svolta la serata. I tacos a base di carne umana sembra siano stati piuttosto apprezzati, tranne da uno dei commensali (che, nelle parole del protagonista, “mi ha dovuto sputare su un tovagliolo“).
L’esperimento, condotto peraltro nei limiti della legalità visto che negli Stati Uniti non esiste una legge che proibisca il cannibalismo, com’era prevedibile ha suscitato reazioni viscerali; il celebre auto-cannibale è stato perfino intervistato da Vice. E ha affermato che questa piccola pazzia l’ha aiutato piscologicamente a superare il trauma: “mangiare il mio piede è stato un modo divertente, strano e interessante per voltare pagina“.

  • Visto che parliamo di disgusto: una nuova ricerca ha determinato che le cose che ci fanno schifo sono organizzate in sei categorie principali. Ai primi posti, non è una sorpresa, si posizionano le ferite infette e le istanze legate all’igiene (puzza, escrementi, ecc.), probabilmente perché segnalano situazioni in cui il nostro organismo è in pericolo di contrarre malattie.
  • Qualcuno ha ordinato nuvole di gambero?
    A Qingdao, in Cina, dal cielo è caduto l’equivalente di un’intera pescheria (sotto, qualche foto). E ancora oggi le piogge di animali restano un bell’enigma.

EDIT: Quest’ultima foto è falsa (non le altre).

  • In Svezia c’è una sindrome misteriosa: colpisce esclusivamente i bambini figli di rifugiati sovietici che sono in attesa del verdetto riguardo il loro permesso di soggiorno.
    Viene chiamata “Sindrome da Rassegnazione”: lo spettro del rimpatrio forzato, lo stress di non comprendere la lingua e le estenuanti trafile burocratiche spingono questi bambini prima all’apatia, poi alla catatonia e infine al coma. All’inizio dell’epidemia si sospettava una clamorosa messinscena, ma i medici hanno compreso che questa grave alterazione psicologica è tutt’altro che una finzione; il coma può durare anche due anni, avere recidive, e l’effetto domino ha fatto sì che tra il 2015 e il 2016 si siano registrati ben 169 episodi.
    Ecco un articolo che approfondisce questa drammatica patologia, e un più veloce riassunto su Wired. (Grazie, David!)

Anatomia del corsetto.

  • Simulatore di bombe atomiche: decidete dove sganciare l’ordigno, il tipo e i kilotoni, se farlo esplodere al suolo o in aria. Poi inorridite, e scoprite gli effetti.
  • Mari Katayama è un’artista giapponese. Fin da piccola ha cominciato a cucire oggetti particolari, incorporando conchiglie e gioielli nelle sue creazioni. Affetta da ectrodattilia, all’età di nove anni ha subito l’amputazione di entrambe le gambe. Oggi il suo corpo è entrato a far parte dei suoi progetti, e i suoi autoritratti sono di una bellezza a mio parere sconvolgente. Ecco alcuni dei suoi lavori.
    (Sito ufficiale, Instagram)

Quando gli studenti di medicina organizzavano delle goliardate mica male. (Tratto da questo libro meraviglioso.)

  • Il grande scheletro che vedete sulla sinistra, qui sotto, è quello del gigante irlandese Charles Byrne (1761–1783), e appartiene allo Hunterian Museum di Londra. Si tratta del reperto più discusso dell’intera collezione anatomica, e per un buon motivo: quando era ancora in vita, Byrne aveva chiaramente espresso il desiderio che le sue spoglie venissero gettate in mare, e che per nessun motivo fossero mai messe in mostra in un museo — un’idea che lo orripilava.
    Quando Byrne morì, gli amici organizzarono il suo funerale nella città costiera di Margate, ignorando che la cassa conteneva soltanto pietre: l’anatomista William Hunter aveva pagato un becchino perché rubasse il prezioso cadavere del gigante. Da allora, lo scheletro è rimasto esposto al museo e, nonostante abbia certamente contribuito agli studi sull’acromegalia e il gigantismo, è sempre stato un pezzo “scomodo” dal punto di vista etico.
    Ecco la notizia: pare che, approfittando di una chiusura triennale per restauri, il comitato scientifico del museo stia valutando un’eventuale sepoltura dei resti ossei di Byrne. Se così fosse, si tratterebbe di una decisione spartiacque nel campo dell’esposizione museale etica di resti umani.

  • Come in un romanzo giallo: spunta il diario segreto ritrovato scritto sul retro delle assi di un pavimento in un castello francese, contenente storie criminali e torbidi intrighi di paese. (Grazie, Lighthousely!)
  • La lettura più simpatica degli ultimi tempi ci è gentilmente offerta dal grande Thomas Morris, che ha scovato un delizioso report medico del 1852. Riassumo per chi non mastica l’inglese: un signore, sposato con figli ma segretamente dedito all’onanismo più sfrenato, prova innanzitutto di inserire un pezzo di pene di toro all’interno del suo pene, tramite l’uretra. Il pezzo di carne però si incastra, e il gentleman deve ricorrere all’aiuto del medico per estrarlo. Non contento del risultato, decide qualche tempo dopo di infilarsi un tubo di 28 centimetri attraverso lo stesso pertugio, ma la sonda gli scivola tra le dita, scomparendo dentro di lui; prima che si riesca a operarlo, il ferro finisce per lacerargli la vescica e perdersi nell’addome. Una fine ingloriosa, oppure orgogliosamente libertina, decidete voi.
    A me ha ricordato un vecchio adagio: “non fare mai niente che non vorresti essere trovato morto mentre lo stai facendo“.

E con questo è tutto, alla prossima!

Inanimus, mostri & chimere del presente

Guardo in alto, verso i ganci mobili a cui venivano appese le carni, e immagino il sangue e la sofferenza che queste mura hanno dovuto contenere – sopportare – per lunghi anni. Morte e dolore sono gli strumenti che la vita ha per procedere, mi dico.

Mi trovo nei locali dell’ex-macello di Padova: uno spazio specificamente progettato come luogo di massacro e in cui oggi gli animali vivono una seconda, bizzarra vita grazie alle opere di Alberto Michelon.
Quando lo incontro, mi investe subito con il febbrile entusiasmo di chi ha la fortuna (e il coraggio) di lavorare per vocazione. È evidente che quello che esce dalla sua bocca dev’essere un quinto di ciò che gli passa per la testa. Come dice John Waters, “la vita è nulla senza ossessione”.
L’ossessione di Alberto sono gli animali, e la tassidermia.

La tassidermia è tradizionalmente legata a due ambiti di impiego: i trofei di caccia, e le installazioni didattiche museali.
Oggi la domanda di preparazioni tassidermiche, però, va esaurendosi in entrambi questi contesti. Da una parte assistiamo al declino delle attività venatorie, che ormai trovano sempre meno posto nella cultura occidentale a fronte delle preoccupazioni ecologiche, e di un’evoluzione della sensibilità etica nei confronti degli animali. Dall’altra, anche i grandi musei di storia naturale hanno già le loro collezioni ben stabilite e raramente acquisiscono nuovi esemplari: spesso si limitano a chiamare il tassidermista quando è necessario effettuare operazioni di restauro sugli animali già musealizzati.

Per questo – mi spiega Alberto – oggi lavoro principalmente per privati che vogliono conservare i propri animali domestici. È più difficile, perché bisogna ricreare fedelmente l’espressività originaria del cane o del gatto, a partire dalle foto che mi danno; imbalsamare un animale da compagnia, conosciuto e amato, richiede il massimo scrupolo. Ma la soddisfazione è enorme quando riesce bene. Spesso i clienti piangono, parlano con l’animale – quando presento il lavoro ultimato, mi faccio sempre da parte e lascio alle persone un po’ di intimità. È una cosa che aiuta a superare la perdita”.

La cosa non mi sorprende: in un mio post sulle wunderkammer ho collegato la seconda giovinezza di cui sta godendo oggi la tassidermia (dopo un’epoca in cui sembrava ormai un’arte superata) al bisogno sociale di riconfigurare il rapporto con la morte.
Ma se sono venuto fin qui è perché Alberto non è solo un tassidermista tradizionale: è anche l’unico vero esponente italiano di tassidermia artistica.

Fino al 5 novembre, qui all’ex-macello, è possibile visitare la sua mostra Inanimus – un bestiario contemporaneo, una raccolta di tutti i suoi principali lavori.
A uno sguardo superficiale la tassidermia artistica, ossia non naturalistica, potrebbe sembrare non pienamente rispettosa dell’animale. In realtà la maggior parte degli artisti che utilizzano come medium il materiale organico animale, lo fa proprio per riflettere sul nostro rapporto con le altre specie, realizzando le loro opere a partire da fonti etiche (animali deceduti di morte naturale, raccolti in natura, ecc.).

Anche Alberto adotta un simile approccio deontologico, visto che ha iniziato i suoi esperimenti utilizzando gli scarti del suo atelier. “Mi dispiaceva dover buttare delle parti di pelle, o degli esemplari che non avrebbero trovato collocazione”, mi dice. “Ho cominciato quasi per passatempo, in maniera istintiva, seguendo un’urgenza intima.
Confessa candidamente di non conoscere bene né la scena della Rogue Taxidermy americana, né quella delle gallerie moderne. E che Alberto sia in realtà una specie di alieno rispetto all’universo dell’arte contemporanea, così spesso supponente e presuntuoso, è evidente: mi parla di istinto, di gioco, ma soprattutto – orrore e sacrilegio! – si permette di fare quello che nessun artista “serio” mai si sognerebbe: mi spiega il messaggio delle sue opere, una dopo l’altra.

Le sue opere hanno davvero molto da dire: più che di messaggi, però, si tratta di inviti alla riflessione, di una continua e multiforme rielaborazione della contemporaneità, del tentativo di usare queste spoglie di animali come uno specchio in cui indagare il nostro stesso volto.
Alcuni suoi lavori mi colpiscono immediatamente per la franchezza con cui affrontano temi di attualità: dal dramma dei migranti agli OGM, dall’eutanasia fino alla fobia odierna degli attentati terroristici.

Non credo di aver mai visto alcun artista usare la tassidermia per parlare del presente in una declinazione così diretta.
Una testa di capriolo rivestita di pelle di serpente, con una casacca arancione come quella dei prigionieri degli estremisti islamici, ha una catena al collo. Il riferimento è ovvio: le teste degli infedeli decapitati sono assimilate a trofei di caccia.
Ad essere sincero, questo rimando esplicito alle immagini di attualità (che, volenti o nolenti, sono divenute “pop”) mi turba non poco, e non sono nemmeno sicuro che mi piaccia – ma se qualcosa mi toglie il terreno sotto i piedi, la benedico comunque. Questo è quello che l’arte migliore dovrebbe fare.

Altre installazioni, invece, vogliono raccontare le contraddizioni dell’Occidente, a metà strada fra la satira e la critica aperta a un sistema capitalistico ormai sempre più difficilmente sostenibile.
Una testuggine, rappresentata come una vecchia ingioiellata dai seni cadenti, è l’emblema di una società conservatrice basata sul privilegio economico: una concezione “preistorica” che, proprio come il rettile in questione, ha rifiutato qualsiasi evoluzione.

Un cavallo conquistatore, fiero e rampante, esibisce un pomposo manto a scacchi, composto a partire da diversi equini.
Un cavallo arrivista: per trovarsi dov’è, deve per forza aver fatto la pelle ad altri cavalli”, mi dice Alberto con un sorriso.

Un’installazione mostra gli organi interni di una tigre, conservati in liquido e disposti seguendo l’anatomia dell’animale stesso: occhi, lingua e cervello all’estremità dove dovrebbe trovarsi la testa, e così via. Alcune chimere sembrano sottoporsi a una sessione di bondage erotico: allusione al bracconaggio per approvvigionarsi di fantomatici elisir afrodisiaci come il corno di rinoceronte, e al fil rouge che ci lega a questi massacri.

Un cinghiale, seduto sulla tazza del water, è intento a sfogliare una rivista alla ricerca di un paio di occhi di vetro per riempire le suo orbite vuote.
L’importanza della libertà di scelta riguardo al fine vita è incarnata da due visoni che si sono impiccati – piuttosto che finire a far parte di una pelliccia.
Tre teschi di animali da allevamento sono appesi come trofei, e dai fori delle pistole da macello escono fiori di plastica (“li ho raccolti dalle tombe del cimitero, sostituendoli con fiori nuovi”, racconta Michelon).

Come avrete già capito, in realtà l’aspetto più interessante delle opere raccolte per Inanimus è la sperimentazione incessante a livello formale.
Ogni installazione è estremamente diversa dalla precedente, e Alberto Michelon trova sempre nuovi e sorprendenti metodi di utilizzo della materia animale: ci sono quadri astratti la cui tela è costituita da pelli di serpente o di pesci; composizioni entomologiche; tassidermie antropomorfe; un crocifisso interamente composto di frammenti ossei incollati pazientemente fra loro; maschere tribali, serpenti fallici che fanno il verso all’intimo griffato, lampadari scheletrici, testi in Braille ricavati dalle fantasie del manto di un sauro.

Ma gli altri tassidermisti, diciamo i “puristi”, non storcono il naso?
Certamente alcuni non la ritengono vera tassidermia, forse pensano che io mi sia montato la testa. Non mi importa. Cosa vuoi farci? Questo progetto sta prendendo sempre più importanza, mi diverte e mi entusiasma.

A ben vedere, non c’è poi grande differenza tra tassidermia classica e tassidermia artistica. Sia gli animali imbalsamati che si trovano nei musei di scienze naturali, che questi di Alberto, in fondo non sono altro che rappresentazioni, interpretazioni, simulacri.
Ogni tassidermista utilizza la pelle, e la forma, dell’animale per veicolare una particolare visione del mondo; e la narrativa museale (per quanto talmente consueta da essere ormai “invisibile” ai nostri occhi) non è forse più lecita di una prospettiva personale.

Per quanto Alberto mi ripeta di sentirsi ancora un artista alle prime armi, tutto sommato acerbo, i lavori di Inanimus testimoniano di una direzione artistica ben precisa. Mentre mi avvio verso l’uscita, ho la netta sensazione di aver visto qualcosa di unico, perlomeno nel panorama italiano. Quindi non posso esimermi dalla banale domanda di rito: progetti futuri?
Voglio continuare a migliorare, a imparare, a sperimentare nuove cose”, mi risponde Alberto perdendo lo sguardo tutto attorno, nella folla dei suoi animali trasfigurati.

Inanimus – un bestiario contemporaneo
Padova, Cattedrale Ex-macello, Via Cornaro 1
Fino al 17 Ottobre 2017 [Prorogato fino al 5 Novembre 2017]
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BB Contest Awards

Il primo Bizzarro Bazar Contest si è concluso domenica a mezzanotte.
In queste settimane mi sono trovato ad affrontare un problema a cui, ingenuamente, non avevo dato peso: non avevo previsto una tale quantità e qualità di contributi.
Quasi cinquanta lavori, uno più eterogeneo e fantasioso dell’altro — vi assicuro che non è ruffianeria, fra qualche riga giudicherete voi stessi. Sceglierne soltanto tre da premiare è stato difficilissimo: ho tentennato per giorni e cambiato idea mille volte, riguardandoli tutti senza posa. Ma insomma, anche questo fa parte del gioco.

E non è nemmeno stato solo un gioco, per me.
Questo blog esiste unicamente in virtù della passione, e anche le passioni hanno bisogno talvolta di essere rinfocolate: quindi devo a tutti voi, che avete speso tempo ed energie per partecipare, più di un semplice grazie. L’affetto e l’entusiasmo dimostrati in questi giorni mi hanno dato più forza di quanto immaginiate.

Ma bando alle ciance.
Prima di svelare le tre opere premiate, ecco una selezione delle altre. Per motivi di spazio non posso mostrare tutti i lavori, quindi non prendetela male se non vedete il vostro: nelle prossime settimane diffonderò comunque sui social le opere che non hanno trovato posto qui, con le relative informazioni sugli autori.
Bene, che la parata weird abbia inizio!

Quando avete bisogno di dormire, ma il vostro gemello parassita vuole continuare a leggere Bizzarro Bazar.
(Greta Fantini: Facebook, Instagram)

Venghino, signori, venghino!
Questo disegno nasconde un tripudio di citazioni di vecchi post, dall’agnello vegetale alle sorelle Sutherland, dal Re dei Ratti alle feste surrealiste, al sarto volante.
(Nike: Instagram)

Francesco Barbera ha partecipato invece con un suggestivo racconto breve, intitolato Il peccato originale, che nelle atmosfere mi ha ricordato molto Ray Bradbury: potete leggerlo qui.

Ultim’ora: il buon vecchio Ed Gein era pazzo.
Pazzo del merchandise di Bizzarro Bazar.
(Big Man Illustrator: Instagram)

Giorgia ha costruito una vera e propria homepage per il blog, con tanto di codice HTML in modo da rendere cliccabili tutte le varie categorie (il codice non è implementato qui, questa è soltanto l’immagine). Il risultato è un gustoso collage-wunderkammer che farebbe la gioia di Terry Gilliam.
(Nutjshell: Instagram)

Il blog come wunderkammer ritorna anche nella personale visione artistica di Eleonora.
(Eleonora Helbones: Instagram, Facebook)

Gaffe imbarazzanti: vorresti accennare un passo di valzer con il tuo scheletro siamese, ma ti dimentichi che proprio ieri avevi nascosto dentro al grammofono la collezione di occhi volanti. Odio quando succede.
(Domenico Venezia: Instagram)

Sara ha progettato il gadget indispensabile per la persona di stile, attenta ai dettagli e decisa a distinguersi anche nelle situazioni più triviali.
Mai più all’obitorio senza la targhetta personalizzata di Bizzarro Bazar!
(Sara Crimilde: Facebook)

L’OrcheStrafottente ha composto un jingle intitolato Bizzarro Bazar, suonato con gli strumenti più improbabili e bislacchi: dan moi, practice chanter, hulusi, toy piano, tubo di plastica, fischio da naso, richiamo per uccelli, voci, campana da elefante.
(OrcheStrafottente: Facebook)

Questo sono io, in versione mago da fumetti.
(Entracta: Instagram)

Questo sono io, in versione memento mori.
(Vicky Void: Instagram)

Questo sono io, in versione Sirena delle Fiji, il più classico dei sideshow gaff esposti nei Luna Park ottocenteschi. (Una sirena col pizzetto, che tempi signora mia, dove andremo a finire.)
(Esoterismo Simon Mago: Facebook)

Questo sono io, in versione preparato anatomico e sottoposto a meritato contrappasso.
(Gli inetti: Instagram)

Questo sono io, in versione burattino/bambola voodoo. La Morte tira i miei fili, ma io tiro i fili di un fantoccio che ha le sue fattezze. Prendi questo, Mr. Tristo Mietitore.
Come  a dire: siamo tutti pupazzi nelle mani della morte, non si scappa, però forse si può riuscire a controllare la paura, addomesticandola e “giocandoci” un po’…
(Kiria Eternalove: Instagram, Facebook)

Questo sono io quando mi invitano a una festa di compleanno, e non ho avuto tempo di comprare un regalo.
(Il Decimo Mese: Instagram, Facebook)

Una collana-wunderkammer, per trasformarvi in un museo ambulante di meraviglie.
(Cher_macabre00: Instagram)

Alice partecipa con un racconto autobiografico, Storia di A., che mi ha davvero commosso: racconta un momento della sua vita che molti qui possono comprendere bene — quando si scopre che la nostra curiosità, spesso additata come “morbosa”, può rivelarsi con il tempo un grande punto di forza.

Cecilia fa gli auguri “doppi” per il compleanno del blog.
(Cecilia Murgia: Instagram)

Guenda, appassionata di artigianato con materiali di recupero, ha rifatto il logo di Bizzarro Bazar tessendolo con autentici capelli umani, alla moda dei ricami di lutto vittoriani.
(Guenda Flower: Facebook, Blog)

Questa natura morta di Gianluca Tommasi (a.k.a. TheDancingLeper) può ingannarvi: in realtà non è un dipinto, ma una fotografia.
Non ci credete? Ecco il backstage:

Altra bella foto a tema memento mori, con corredi di lutto, clessidra (tempus fugit), testa frenologica e mano chiromantica.
(Seby Mauro: Facebook)

Questa “Suicida Punita” tiene in mano un teschio che devo aver già visto da qualche parte.
(Chiara Noemi Monaco: Instagram)

La lettrice di lunga data Pina Fantozzi ha dedicato al blog uno spettacolare acrostico (a dispetto delle difficoltà causate, parole sue, dall’ “abbondanza di affricate alveolari sonore“).

Il più colorato e psichedelico dei contributi per il contest.
(Elena Macrelli: Instagram)

Un Lon Chaney con cilindro di Bizzarro Bazar e un autentico scheletrino di bimbo sono i protagonisti di questo scatto, ad opera di uno dei più grandi collezionisti e fotografi di teschi umani.
(Gnat Tang: Instagram, Facebook)

Vanitas chimico-alchemica disegnata da Marco, che di mestiere fa l’antiquario di wunderkammer.
(Marco Genzanella: Instagram, Facebook)

La surreale wunderkammer di Simona.
(Simona Trozzi: Facebook)

Una misteriosa cassa in arrivo da Papua Nuova Guinea? Cosa conterrà?

Ovviamente, l’esclusivo astuccio penico (koteka) di Bizzarro Bazar! Indossalo al prossimo cocktail party per ridefinire il concetto di stile etnico!
(Mala Tempora: Instagram, Facebook)

VINCITORI

Terzo premio

Il terzo premio va a Nicole Beffa che ha creato questo scheletro intento a delineare il logo di Bizzarro Bazar.
Mi ha colpito molto l’originalità della tecnica (la pirografia), unita al materiale inusuale (l’opera è realizzata su una scapola di cervo), ma soprattutto la vertigine “metanarrativa”: un osso, con dentro uno scheletro, che a sua volta disegna un teschio. Cosa chiedere di più?
(Nicole Beffa: Facebook)

Secondo premio

Il gouache di Emanuela Cucchiarini, in arte Eeriette, è una festa per gli occhi e mi ha conquistato per l’uso del colore, per la scelta delle “meraviglie” rappresentate (quanto belle sono quelle conchiglie?) e per la forte personalità dell’insieme.
(Emanuela “Eeriette” Cucchiarini: Instagram, Facebook, Twitter)

Primo premio

L’olio su tela di Paola Cera si guadagna il primo premio in virtù della sua essenziale eleganza: il teschio di idrocefalo (simbolo del blog fin dagli albori, e che a me è sempre sembrato la metafora di una mente pronta a “gonfiarsi” di curiosità fino quasi a esplodere) viene inserito nel dipinto in maniera perfettamente contestualizzata, a fianco degli altri due emblemi dello strano e del meraviglioso. Un riassunto così raffinato di  allusioni circensi, naturalistiche e macabre non è affatto scontato; Paola ci è riuscita realizzando un’opera a mio parere stilisticamente superlativa.
(Paola Cera: Instagram, Facebook)

Rinnovo la mia gratitudine a tutti i partecipanti e ricordo che nelle prossime settimane diffonderò sui social le tante altre opere che non sono comparse qui.
Se desiderate fare i complimenti a qualche artista secondo voi ingiustamente escluso dalla mia Top 3, sentitevi liberi di farlo nei commenti qui sotto.

Infine, spero che vi siate divertiti quanto me.

Teresa Margolles: l’orrore tradotto

Immagina di vivere a Ciudad Juárez, Messico.
La “Città del Male”, una delle più violente dell’intero pianeta. Qui gli omicidi negli anni scorsi hanno toccato vette inconcepibili. Più di 3000 morti nel solo 2010 – otto o nove persone uccise ogni giorno.
E così, ogni giorno, tu esci di casa pregando di non rimanere coinvolto in un regolamento di conti fra le oltre 900 pandillas (bande armate) legate ai cartelli della droga. Ogni giorno, che tu lo voglia o no, sei testimone della strage che si perpetua incessantemente nella tua città. Non è una metafora. E’ un vero massacro, quotidiano, atroce.

Ora immagina di vivere a Ciudad Juárez, Messico, e di essere una donna tra i 15 e i 25 anni.
Le tue probabilità di non subire violenza, e di rimanere in vita, si abbassano drasticamente. A Juárez le donne come te sono vessate, picchiate, stuprate, spesso scompaiono e i loro cadaveri – se mai vengono ritrovati – mostrano i segni di torture e mutilazioni.
Nel caso tu venissi rapita, sai già che probabilmente la tua scomparsa non sarebbe nemmeno denunciata. Nessuno si metterebbe comunque alla tua ricerca: la polizia sembra fare di tutto meno che indagare. “Avrà avuto qualcosa a che fare con il cartello – direbbe la gente – oppure se la sarà cercata“.

Photo credit: Scott Dalton.

Infine, immagina di vivere a Ciudad Juárez, Messico, di essere una donna e di essere un’artista.
Come potresti far comprendere questo inferno a chi a Juárez non ci abita? Come parlare dell’immenso carico di disperazione e di dolore che queste carneficine depositano sul cuore dei parenti delle vittime? Come farti ascoltare, in un mondo già saturo di immagini di violenza? Come rendere palpabile l’angoscia, il senso di perdita costante, lo spreco di vita?

Teresa Margolles, nata nel 1963 a Culiacán, Sinaloa, ha studiato come anatomopatologa prima di diventare artista. Ora vive a Città del Messico, ma in passato ha lavorato in diversi obitori in tutto il Sudamerica incluso quello di Ciudad Juárez, la terribile morgue dove un fiume infinito di corpi scorre attraverso i quattro giganteschi frigoriferi (capaci di contenere 120 salme ciascuno).
Un obitorio per me è il termometro di una società. Quello che succede dentro a un obitorio è quello che succede fuori. Il modo in cui muore la gente mi mostra cosa sta succedendo in città.

A fronte di questa diretta esperienza, Margolles ha indirizzato tutta la sua ricerca artistica verso due difficili obbiettivi: da una parte sabotare la narrativa, onnipresente nei media e nella mentalità messicana, che colpevolizza le vittime (il già citato “se la sono cercata”); dall’altra rendere le conseguenze della violenza concrete e tangibili, traducendo l’orrore in un linguaggio fisico, universale.

Ma occorre una particolare lucidità per evitare certe trappole. La strada più semplice sarebbe sicuramente puntare sulla shock art più cruda: infliggere al pubblico una sequela di immagini di massacro, di corpi mutilati, di carne maciullata. Ma l’effetto sarebbe controproducente, poiché la nostra società è già bombardata di simili rappresentazioni, assuefatta all’immagine iperreale tanto da non distinguerla più dalla finzione.

È necessario dunque portare il pubblico in contatto con la morte e il dolore, ma operando qualche tipo di transfert, in maniera traslata, così che sia la stessa sensibilità dell’osservatore a portarlo sul ciglio dell’abisso.

Ecco la complessa via che ha deciso di intraprendere Teresa Margolles. Quella che segue è una piccola, personale selezione di suoi lavori esposti in tutto il mondo, nei maggiori musei e gallerie d’arte contemporanea, e in diverse Biennali.

En el aire (2003). Il pubblico entra in una sala, ed è subito preso da una leggera euforia alla vista eterea di decine di bolle di sapone che fluttuano nell’aria: il riflesso, infantile, è quello di farne scoppiare qualcuna allegramente, allungando una mano. La bolla esplode, un po’ d’acqua rimane sulla pelle.
Quello che si scopre presto, però, è che quelle bolle sono create con l’acqua e il sapone usati nell’obitorio per lavare i corpi delle vittime di omicidio. Ecco che di colpo tutto cambia: l’acqua che è rimasta sulla nostra pelle ha creato una connessione invisibile, magica, fra noi e questi cadaveri anonimi; e ogni bolla diventa il simbolo di una vita, un’anima che fragile si è persa nel nulla.

Vaporización (2001). Qui l’acqua dell’obitorio, ancora una volta raccolta e disinfettata, è vaporizzata nella stanza da alcuni umidificatori. La morte satura l’atmosfera, non possiamo fare altro che respirare la fitta nebbia dove ogni particella contiene la memoria delle persone brutalmente uccise.

Tarjetas para picar cocaina (1997-99). Margolles ha raccolto delle fotografie di vittime di omicidio relative al traffico di droga. Poi le ha consegnate ad alcuni tossicodipendenti perché le usassero per tagliare la cocaina. La metafora, priva di giudizi morali, è chiara – i morti alimentano il narcotraffico, ogni sniffata implica la violenza – ma al tempo stesso queste fotografie divengono oggetti spirituali, investiti di un significato simbolico/magico legato alla specifica persona scomparsa.

Lote Bravo (2005). Sul pavimento stanno quelli che sembrano dei semplici mattoni. In realtà sono stati prodotti a partire dalla sabbia raccolta da cinque diversi luoghi di Juárez dove sono stati rinvenuti i corpi di donne violentate e uccise. Ogni mattoncino fatto a mano è il simbolo di una donna assassinata nella “città delle ragazze morte”.

Trepanaciones (Sonidos de la morgue) (2003). Soltanto qualche cuffia, che penzola appesa al soffitto. Chi decide di indossarne una, potrà ascoltare i suoni, senza parole, delle autopsie eseguite da Margolles stessa. Suoni di corpi aperti, ossa che vengono tagliate – ma senza immagini che contestualizzino i rumori osceni, senza che si possa sapere precisamente a cosa corrispondano. A chi corrispondano, a quale nome, a quale vita spezzata, a quali interrotte speranze.

Linea fronteriza (2005). La foto di una sutura, un corpo ricucito dopo l’autopsia: ma il dettaglio che rende davvero potente l’immagine è il tatuaggio della Vergine, le cui due metà non combaciano più perfettamente perché si trovano proprio dove è stato eseguito il taglio. Ogni tatuaggio è un modo per dichiarare la propria individualità: la morte insensata è la frontiera che la interrompe e la frantuma.

Frontera (2011). Margolles preleva due muri da Juárez e da Culiacán, e li ricostruisce in galleria. Sui muri sono ben evidenti i fori dei proiettili usati per l’uccisione di due poliziotti e di quattro giovani da parte dei narcotrafficanti. Di fronte a queste pareti, non ci si può impedire di immaginare. Cosa si deve provare, di fronte a un plotone di esecuzione sommaria?
Inoltre, “salvando” questi muri (che nelle città di origine sono stati velocemente rimpiazzati da muri nuovi) Margolles sta anche preservando la traccia visiva di un atto di violenza che la società è ansiosa di rimuovere dalla memoria collettiva.

Frazada/La Sombra (2016). Una semplice struttura, allestita all’esterno, mantiene sollevata una coperta, come la tenda di uno stand di venditori ambulanti. Si può mettersi all’ombra, per cercare un po’ di refrigerio dal sole. Eppure la coperta viene dall’obitorio di La Paz, e avvolgeva il corpo di una donna vittima di femminicidio. L’ombra è dunque quella dell’omertà, del silenzio che avvolge questi crimini – si tratta, ancora una volta, di uno stratagemma concettuale escogitato per portarci più vicini alla morte della donna. Questo sudario, questo delitto proietta la sua ombra anche su di noi.

Pajharu/Sobre la sangre (2017). Dieci donne uccise, dieci stoffe che ne hanno contenuto i cadaveri, ancora macchiate del loro sangue. Su questa tela di partenza Margolles ha fatto ricamare a sette tessitrici di etnia Aymara dei motivi tradizionali. Il sangue rappreso si confonde con le decorazioni floreali, finisce mascherato, metabolizzato all’interno dei disegni intrecciati. In quest’opera straordinaria si può riconoscere, da un lato, la denuncia di una violenza divenuta ormai parte integrante di una cultura: quando pensiamo al Messico, pensiamo spesso alle sue tradizioni più colorate, senza accorgerci del sangue che le intride, senza vedere la dolorsa realtà che si nasconde dietro agli stereotipi che noi tuisti amiamo tanto. Dall’altro lato, però, Sobre la sangre è un atto di amore e di rispetto per quelle donne assassinate. Lungi dall’essere meri fantasmi, sono una presenza concreta; preservando e impreziosendo queste tracce di sangue, Margolles sta cercando di sottrarle all’oblio, e rendere loro la perduta bellezza.

Lengua (2000). Margolles si è presa carico delle spese per i funerali di questo ragazzo, ucciso nelle faide del narcotraffico, e in cambio ha chiesto alla famiglia il permesso di conservare e utilizzare la sua lingua per questa istallazione. In modo che essa possa parlare ancora. Analogamente al tatuaggio in Linea frontizera, qui è il piercing a diventare segno di una singolarità stroncata.
Lo scarto teorico operato qui è notevole: un organo umano, privato del corpo che lo contiene e decontestualizzato, diviene oggetto a sé stante, lingua ribelle, corpo “pieno” esso stesso — portatore di un senso completamente inedito. La ricercatrice Bethany Tabor ha interpretato quest’opera come specchio del concetto deleuziano di corpo senza organi, cioè il corpo che si dis-organizza, rivoltandosi contro le funzioni impostegli dalla società, dal capitalismo, dall’ordine costituito (da tutto ciò, insomma, che Artaud chiamava “Dio” e da cui aspicava una liberazione definitiva).

37 cuerpos (2007). I rimasugli del filo usato per cucire i corpi di 37 vittime sono legati assieme, in una corda che attraversa lo spazio e lo divide come una linea di frontiera.

¿De qué otra cosa podríamos hablar? (2009). L’opera, premiata alla 53a Biennale di Venezia, è quella che ha reso celebre Margolles. Il pavimento della sala è cosparso con l’acqua usata per lavare i cadaveri all’obitorio di Juárez. Ai muri, grandi tele sembrano quadri astratti ma sono in realtà lenzuoli impregnati del sangue delle vittime.
Fuori dal Padiglione Messicano, su un balcone che si affaccia sulla calle, è issata una bandiera del Messico, anch’essa insanguinata. La necropolitica invade gli spazi dell’arte.

Non è semplice vivere a Ciudad Juárez, Messico, essere una donna, ed essere un’artista che affronta di petto la violenza senza fine e spesso senza voce. Ancora più difficile individuare le corde giuste, trovare il miracoloso equilibrio tra crudezza e delicatezza, tra minimalismo e incisività, in un approccio radicale e poetico che possa scuotere il pubblico ma anche toccarne il cuore.

Per questo post sono in assoluto debito con Bethany Tabor, che alla Death & The Maiden Conference ha presentato la sua illuminante ricerca Performative Remains: The Forensic Art of Teresa Margolles, incentrata sulle implicazioni deleuziane dei lavori dell’artista messicana.
Un paio di saggi disponibili su Margolles sono
What Else Could We Talk About? e Teresa Margolles and the Aesthetics of Death.

Henry Tonks e i ragazzi senza volto

Ho scritto in passato di come la chirurgia plastica sia nata durante la Grande Guerra come chirurgia ricostruttiva. Se infatti il soldato senza un braccio o una gamba era una figura familiare, l’introduzione di nuove armi durante il conflitto globale aveva provocato la comparsa di un tipo di feriti pressoché inedito: le gueules cassées, ovvero le “facce sfigurate”.
Gli elmetti proteggevano il capo dalle schegge delle granate, ma non il volto; così gli ospedali di campo cominciarono a ricevere un numero inimmaginabile di soldati a cui larghe porzioni di faccia erano state strappate via dalle esplosioni.
Si trattava di un tipo di menomazione cui la stampa raramente parlava, preferendo per l’appunto l’immagine più iconica e patriottica del reduce amputato, eppure i numeri parlano chiaro: solo tra le fila inglesi vennero effettuate 41.000 amputazioni, rispetto ai 60.500 uomini che soffrirono ferite alla testa o agli occhi.
Era insomma più probabile trovarsi senza volto che senza gambe.

Praticamente su ogni fronte si cominciarono a sperimentare procedure per ricostruire le facce dei combattenti distrutte dallo shrapnel o bruciate dai gas mostarda.
Nel gennaio 1916, all’ospedale militare di Aldershot, in Inghilterra, il pioniere della chirurgia Harold Gillies incontrò il medico Henry Tonks, che serviva come luogotenente temporaneo nel Royal Army Medical Corps.

Henry Tonks era un medico e un artista: oltre a far parte del Royal College of Surgeons, insegnava anche disegno e anatomia all’accademia di Slade.

Dal fronte tornavano in patria dei ragazzi in condizioni disperate, e già allora Tonks aveva la sensazione di non essere all’altezza di gestire, dal punto di vista professionale e umano, una simile catastrofe. Come egli stesso confessò in una lettera: “ho deciso che non servo a nulla come dottore“. E in un’altra lettera raccontava: “le ferite sono orribili, e da parte mia sarò contro qualsiasi guerra in futuro, non hai diritto di chiedere agli uomini di sopportare una simile sofferenza. Non sarebbe nemmeno un problema se le ferite guarissero bene, ma sono praticamente tutte in setticemia“.
E con il procedere della guerra le cose non migliorarono. In seguito all’offensiva della Somme, il 1° luglio 1916, più di 2.000 pazienti si riversarono sull’ospedale: “uomini senza metà della faccia; uomini bruciati e mutilati fino alla condizione di bestie“.

Così quando Gillies chiese a Tonks di documentare le sue operazioni ricostruttive dipingendo il volto dei pazienti prima e dopo la chirurgia, Tonks accettò di buon grado, trovandosi di certo più a suo agio in una dimensione artistica.
Disegnare dei ritratti poteva sembrare superfluo, dato che ai soldati sfigurati venivano già scattate delle fotografie, ma entrambi i dottori erano convinti che la freddezza oggettiva della pellicola potesse essere fuorviante rispetto alle qualità tattili ed espressive di un dipinto.

Grazie alla collaborazione con Gillies, Henry Tonks produsse una serie di ritratti di ferite facciali che rimane ancora oggi insuperato per impatto emotivo, interesse scientifico e sottigliezza di rappresentazione.
Certo, questi pastelli avevano un intento innanzitutto didattico, e lo stesso autore non desiderava che fossero messi a disposizione del grande pubblico. E tuttavia queste opere racchiudono una complessità che va ben oltre la funzione di illustrazioni mediche.

Per capire come Tonks ha lavorato sui suoi soggetti, abbiamo una straordinaria fortuna: in alcuni casi, negli archivi sono ancora presenti sia i suoi ritratti a pastello che le foto mediche. Possiamo dunque confrontare due immagini che mostrano lo stesso paziente, una impressa sulla pellicola e l’altra composta dal carboncino e dai colori dell’artista.

Comparando i disegni di Tonks con gli scatti fotografici, quello che emerge è l’astrazione operata dall’artista, tesa a rimuovere ogni accenno alla sofferenza o all’interiorità del soggetto. Si tratta di opere accurate, distaccate e al tempo stesso umane, il cui fulcro è la ferita aperta, resa con precisione quasi “tattile” nella stratificazione del colore (senza dubbio una conseguenza della formazione chirurgica dell’artista).
Eppure la qualità perturbante dei pastelli sta nella loro ambiguità assolutamente moderna.
Quello che potrebbe essere a tutti gli effetti il ritratto di un normale volto maschile — dei tratti ordinari, i capelli ben pettinati, un nodo di cravatta — viene in qualche modo “sabotato” dalla presenza della ferita. È come se il nostro sguardo, vagando sulla superficie del quadro, registrasse tutti questi dettagli comuni, per poi finire in corto circuito nel momento in cui incontra lo scandalo della piaga. Una mostruosità inconcepibile, impossibile da integrare nel resto dell’immagine.
Ed è allora inevitabile tornare agli occhi del soggetto ritratto, a quello sguardo fisso su di noi, e domandarci quale sia il suo impenetrabile significato.

Particolare anche l’utilizzo dei colori a pastello, un mezzo reputato “femminile” rispetto ai più virili, vivaci colori a tempera o a olio; una scelta che qui riesce a rendere morbide e tollerabili le lacerazioni della carne. Inoltre, grazie al carattere più sfumato di questi colori, Tonks dona ai suoi soggetti una bellezza, una delicatezza e una tenerezza che nessuna fotografia avrebbe potuto immortalare.
Questi ritratti sembrano vulnerabili quanto la gioventù mutilata che rappresentano.

Suzannah Biernoff, nel suo bellissimo saggio Flesh Poems: Henry Tonks and the Art of Surgery da cui ho tratto la maggior parte delle informazioni di questo articolo (lo trovate in Visual Culture in Britain, n. 11, 2010) definisce le opere di Henry Tonks degli “anti-ritratti, nel senso che mettono in scena la fragilità e mutevolezza della soggettività, invece che consolidare il soggetto ritratto“.

Gli studi di Henry Tonks si discostano dalla classica illustrazione medica proprio in virtù di questa ricerca di una particolare bellezza. Non rifuggono dall’orrore che intendono rappresentare, ma lo ammantano di una sensualità sfuggente in cui il volto si fa segno della precarietà dell’esistenza, emblema della crudeltà che l’uomo infligge a se stesso.