Matthias Buchinger

Quante volte, infervorati di fronte a una birra, abbiamo discusso appassionatamente sull’annoso quesito: meglio i Beatles o i Rolling Stones?
Sono le classiche domande che non possono avere risposta, buone però per confrontarsi e scandagliare pregi e difetti degli artisti che più ci entusiasmano.
Ora, trasportate questa conversazione all’interno di un circolo di Magia. Possiamo immaginare gli aspiranti novelli Houdini confrontarsi, con la stessa passione, sull’equivalente disputa relativa alla loro professione – in un’infinita, giocosa battaglia di opinioni su chi sia stato “l’illusionista più grande di tutti i tempi”.

Nel caso specifico, non saremo certo noi profani ad azzardare una presa di posizione definitiva. Però possiamo raccontarvi l’incredibile storia dell’illusionista più diversamente meraviglioso che sia mai vissuto: Matthias Buchinger.

Buchinger

Nato ad Ansbach, un paesino della Bavaria, il 3 giugno del 1674, Matthias era il più giovane di nove fratelli in una famiglia di modesta estrazione. Divenne ben presto un uomo dai molti interessi, e un artista dalle raffinate tecniche calligrafiche, incisorie e di disegno.
Eccelleva anche nella musica, suonando da virtuoso una grande varietà di strumenti, alcuni da lui stesso inventati. Come non bastasse, era anche mago di grande talento, sempre pronto a stupire il suo pubblico con abili giochi di prestigiazione.

Che un solo uomo fosse capace di tante straordinarie qualità potrebbe sorprendervi, ma in definitiva non sembrarvi impossibile.
Ma c’è un piccolo dettaglio, omesso nelle righe precedenti.
Matthias Buchinger era nato senza braccia né gambe.

V0007015ER Matthias Buchinger, a phocomelic. Stipple engraving.

V0007016ER Matthias Buchinger, a phocomelic. Etching by G. Scott, 1804.

La prima volta che il pubblico sentì parlare di Matthias Buchinger fu alla corte di Giorgio I: sbarcato in Inghilterra, proveniente da Hanover, il suo progetto era quello di trovare nel Re un mecenate che lo sostenesse – anche soltanto con una piccola pensione, che gli assicurasse almeno di non doversi mai esibire su palcoscenici meno onorevoli del livello a cui sapeva di poter ambire. Ben deciso dunque a fare un’ottima impressione, sorprendendo il Re con le sue doti musicali, Matthias si presentò al cospetto del sovrano.

Alto 71 centimetri, privo di gambe, Matthias era dotato di due abbozzi di braccia che terminavano in moncherini arrotondati, tipici della focomelia. Questo non gli impedì di prodursi in un complesso tema musicale eseguito su uno strumento di sua creazione (una sorta di flauto), che suonò con grande abilità.
Purtroppo, per quanto positivamente colpito, Sua Maestà si limitò a inviargli in dono venti guinee. Per Matthias, la speranza d’essere accolto a corte e ottenere il patrocinio reale svanì di colpo.

V0007015EL Matthias Buchinger, a phocomelic. Etching.

Buchinger cominciò quindi a viaggiare, spostandosi in Irlanda, con il nome di scena di “Meraviglioso Piccolo Uomo di Norimberga“. Si esibì a Dublino, al Crown and Anchor di Sycamore Alley, nel 1720; nel 1722 tenne alcuni spettacoli a Belfast, e nel 1737 ancora a Dublino. Durante questi suoi show, Matthias eseguiva diversi numeri di destrezza, come ad esempio giocare ai birilli, mescolare e distribuire un mazzo di carte in men che non si dica, infilare con precisione il filo nella cruna di un ago o dimostrare la sua infallibile mira con il moschetto; ma erano le sue doti di illusionista che lasciavano il pubblico a bocca aperta. Faceva sparire le classiche palline sotto le tazze, apparire colombe dal nulla, e proponeva tutta la consueta varietà di giochi di prestigio che necessitano di grande esercizio e manualità – anche per un mago effettivamente provvisto di mani.

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Raffigurazione dei giochi proposti da Buchinger nei suoi spettacoli.

Se sulla scena si sbizzarriva suonando l’oboe, il dulcimer, la tromba, il flauto, la cornamusa ed altri strumenti che costruiva da solo, nel suo tempo libero Buchinger non smetteva di sfidare la sua condizione, coltivando hobby di precisione. Amava costruire navi nelle bottiglie, o addirittura veri e propri diorami. Quella nella foto successiva, da lui creata nel 1719, è la più antica delle cosiddette mining bottles e rappresenta una miniera a due piani, con i lavoratori impegnati nell’estrazione sotto il livello del suolo e gli addetti all’argano per caricare i materiali in superficie. Si riconosce anche un uomo che affila un palo con un’ascia.

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Abbiamo già accennato alla sua abilità incisoria: grazie a penne, scalpelli e pennini da lui modificati e adattati alle sue rudimentali appendici, era in grado di disegnare con la sicurezza di un vero artista. In un’occasione, di fronte ad un lord, in pochi minuti tracciò su un foglio una perfetta riproduzione dello stemma araldico della città. Realizzava anche dei minuziosi ed elaboratissimi autoritratti. Fra quelli autografi che ci rimangono, spicca quello sottostante: la folta chioma di capelli, ad un attento esame, si scopre essere composta da sette Salmi e dal Padre Nostro, scritti in microcalligrafia.

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Frontespizio per una Bibbia realizzato da Buchinger.

Frontespizio per una Bibbia realizzato da Buchinger.

Un altro suo hobby erano evidentemente le belle donne. Uomo di gran vigore, energia e fascinoso carisma, si sposò tre volte, quattro secondo altre fonti. Ebbe quindici figli, e si divertiva a disegnare il suo albero genealogico raffigurando se stesso come il tronco, le mogli come rami e i suoi numerosi figli come frutti appesi.
Ben presto la sua fama di donnaiolo divenne proverbiale: si diceva che avesse avuto figli illegittimi da una settantina di amanti. La sua prima moglie, gelosa, cominciò a spazientirsi, e prese ad alzare le mani sull’invalido, all’apparenza indifeso, ogni volta che egli allungava troppo gli occhi in direzione di qualche prosperosa fanciulla. Un famoso aneddoto racconta che, all’ennesima sberla ricevuta in pubblico dalla consorte, Matthias non ci vide più: reagì saltando sulla donna, facendola cadere sul selciato della strada, e la coprì con una gragnuola di terribili colpi sferrati con i suoi moncherini. Il giorno dopo le vignette satiriche dei giornali erano tutte immancabilmente incentrate su quella bizzarra zuffa matrimoniale.
Le sue performance virili divennero talmente mitizzate che, persino a quarant’anni dalla sua morte, in Inghilterra era ancora diffusa l’espressione “stivale di Buchinger” per indicare la vagina – alludendo al fatto che il pene di Matthias era il suo unico “piede”.

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Flano promozionale realizzato da Buchinger per pubblicizzare il suo arrivo in città.

Al di là dell’inevitabile colore folkloristico delle storie che lo circondano, quello che sappiamo è che Matthias Buchinger condusse una vita piena ed eccitante, in seno a quell’alta società che i suoi famigliari bavaresi non potevano nemmeno sognare di raggiungere, esibendosi nei suoi giochi di prestigio per tre successivi Imperatori di Germania, per la gran parte dei Re e dei Principi d’Europa e tre volte per Giorgio I di Gran Bretagna. Molte personalità di spicco divennero nel tempo suoi patroni, come ad esempio il Dr. Peter Brown, rettore dell’illustre Trinity College.
Un certo Francis Smith, studente all’Università di Dublino, divenne suo amico, e la sua testimonianza ci restituisce il ritratto più intimo che abbiamo di Buchinger: quello di un uomo dall’intelligenza vispa e sempre attiva, dotato di grande ironia anche nei confronti della sua condizione. Se raccontava che da bambino la sua famiglia lo teneva nascosto, vergognandosi della sua deformità, aggiungeva sempre che più tardi tentò di avviarlo alla carriera di sarto: ma, scherzava Matthias, i suoi genitori “dovettero abbandonare il piano, perché non riuscivano a trovare un posto dove infilare il ditale”.

Buchinger non arretrava nemmeno di fronte all’idea che il suo corpo venisse sezionato e studiato dopo la morte, anzi invitò Smith a reclamare il cadavere per donarlo alla Scuola di Anatomia, nel caso fosse deceduto a Dublino. Quando morì davvero, nel 1740 a Cork, fu il Dr. Barry ad ottenere il suo corpo, e per un certo periodo il suo scheletro venne conservato in quella città.

(Grazie, Andrea!)

The Alternative Limb Project

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Sophie de Oliveira Barata è un’artista diplomatasi alla London Arts University, e che in seguito si è specializzata in effetti speciali per il cinema e la TV. Ma negli otto anni successivi agli studi, ha trovato impiego nel settore delle protesi mediche; modellando dita, piedi, parti di mani o di braccia per chi li aveva perduti, piano piano nella sua mente ha cominciato a prendere forma un’idea. Perché non rendere quelle protesi realistiche qualcosa di più di un semplice “mascheramento” della disabilità?

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È così che Sophie si è messa in proprio, e ha fondato l’Alternative Limb Project. Il suo servizio è rivolto a tutte quelle persone che hanno subìto amputazioni, ma che invece di fingere la normalità vogliono trasformare la mancanza dell’arto in un’opportunità: quello che Sophie realizza, a partire dall’idea del cliente, è a tutti gli effetti un’opera d’arte unica.

Sophie prende inizialmente un calco dell’arto sano, oppure di un volontario nel caso che il cliente sia un amputato bilaterale. Con il cliente discute della direzione da prendere, i colori, le varie idee possibili; con il medico curante, Sophie lavora a stretto contatto per assicurarsi che la protesi sia confortevole e correttamente indossabile. Le decisioni sul design sono prese passo passo assieme al cliente, finché entrambe le parti non sono soddisfatte.

I risultati del lavoro di Sophie sono davvero straordinari. Si spazia dagli arti ultratecnologici d’alta moda, come quello creato per la cantante e performer Viktoria M. Moskalova (che confessa: “la prima volta che ho indossato un arto che era cosi ovviamente BIONICO, mi ha dato un senso totale di unicità, e di essere una mutante, nel migliore dei sensi“) a un’elegante e deliziosa gamba floreale, fino ad un braccio multiuso che sarebbe tornato utile a James Bond o all’Ispettore Gadget.

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Che si tratti di una gamba ispirata agli elaborati e fini ricami degli avori orientali, oppure di un modello anatomico con muscoli estraibili, o ancora di un braccio con tanto di serpenti avvinghiati in una morsa sensuale, queste protesi hanno in comune la volontà di reclamare la propria individualità senza cercare a tutti i costi di conformarsi alla “normalità”.
Per chi è costretto a subire l’operazione, la perdita di un arto ha un impatto incalcolabile sulla vita di ogni giorno, ma anche e soprattutto sulla sicurezza e la stima di sé: accettare il proprio corpo è difficile, e il sentimento di essere differenti spesso tutt’altro che piacevole. Sophie spera che il suo lavoro aiuti le persone a infrangere qualche barriera, e a modificare, nel proprio piccolo, il modo in cui si guarda alla disabilità.

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E, a leggere i pareri dei clienti soddisfatti, un arto “alternativo” come quelli creati da Sophie può davvero cambiare la vita e ricostruire la fiducia in se stessi. Come dice Kiera, la felice proprietaria della gamba floreale, “ho avuto un incredibile numero di risposte positive, da altri amputati e da persone senza disabilità. Vorrei solo avere più opportunità per indossarla. Devo andare a più feste!

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Ecco il sito ufficiale dell’Alternative Limb Project.

Il giocattolo del Gigante

Una famiglia di giganti stava attraversando le Alpi: scavalcando le montagne, falcata dopo falcata, verso chissà quale destinazione. Il figlio dei giganti, un bambino alto circa 100 metri, piangeva a dirotto, e i suoi singhiozzi riecheggiavano per le valli. Era disperato perché aveva perso il suo coniglietto di peluche; ma purtroppo non c’era tempo per tornare indietro a cercarlo. Mamma gigantessa lo prese in braccio per consolarlo, e la marcia continuò.

Questo è quanto potremmo immaginare imbattendoci nella strana fotografia satellitare qui sotto. Cosa ci fa un enorme coniglio rosa a 1600 metri di altitudine sulle montagne piemontesi?

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Posto sul Colletto Fava vicino al Bar La Baita, proprio sopra al paesino di Artesina in provincia di Cuneo, il coniglio è lungo 50 metri, ricoperto di lana, imbottito con mille metri cubi di paglia, ed ha richiesto cinque anni di lavoro a maglia. È stato creato nel 2005 dal collettivo viennese Gelitin, composto da quattro artisti dalle idee bizzarre e spesso geniali.

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Ma non lasciatevi ingannare: se l’idea di un coniglio rosa gigante vi sembra fin troppo kawaii, l’installazione ha in realtà un effetto davvero perturbante. Le dimensioni innaturali del peluche contrastano con il paesaggio, il colore rosa shocking lo stacca dal resto del panorama: l’idea di posizionarlo lontano dalle gallerie d’arte o dai centri urbani, elemento artificiale “abbandonato” in un contesto naturale, contribuisce alla sensazione di disagio. La posa del peluche, inoltre, dà l’inquietante impressione di qualcosa di morto e in effetti le interiora del coniglio (cuore, fegato, budella, tutte di lana) fuoriescono dal suo fianco.

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E non è tutto. Il coniglio resterà esposto agli elementi fino al 2025. Questo significa che i visitatori potranno, nel tempo, assistere a una vera e propria dissoluzione dell’opera d’arte; già adesso, a distanza di quasi dieci anni dall’inizio del progetto, la decomposizione del coniglio è in fase avanzata. Se fino a qualche tempo fa si poteva ancora arrampicarsi sul corpo dell’animaletto, e sdraiarsi sul suo petto a prendere il sole, oggi l’installazione comincia a mostrare il suo lato più crudele e beffardo. Le intemperie hanno squarciato in più punti la superficie del pupazzo, esponendo la paglia sottostante e donando al povero coniglio l’aspetto di una vera e propria carcassa.

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Il collettivo artistico austriaco, ben conscio dell’effetto destabilizzante che nel tempo avrebbe assunto l’opera, ha usato queste splendide righe per descrivere il proprio lavoro:

Le cose che si possono trovare vagando nel paesaggio: cose familiari, e completamente sconosciute, come un fiore che non si è mai visto prima oppure, come Colombo scoprì, un continente inesplicabile; e poi, dietro una collina, come lavorato a maglia da nonne giganti, giace questo vasto coniglio, per farti sentire piccolo come una margherita.
La creatura, rosa come carta igienica, è sdraiata sulla schiena: una montagna-coniglio come Gulliver a Lilliput.
Che felicità scalarlo lungo le orecchie, quasi cadendo nella sua bocca cavernosa, fino alla cima della pancia, e guardare verso il rosa panorama lanoso del corpo del coniglio, un paese caduto dal cielo; orecchie e arti che si dipanano verso l’orizzonte; dal suo fianco veder fluire il cuore, il fegato e gli intestini.
Felicemente innamorato scendi dal cadavere putrescente, verso la ferita, ora piccolo come una larva, sopra i reni e le budella di lana.
Felice te ne vai come la larva che acquista le sue ali da una carcassa innocente sul bordo della strada.
Tale è la felicità che diede forma a questo coniglio.
Io amo il coniglio e il coniglio mi ama.

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Fra dieci anni, quando l’opera si potrà dire definitivamente conclusa, del coniglio gigante non rimarrà più traccia. Sarà stato “digerito” e assorbito dalla natura, come accade a tutto e a tutti.

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Ecco il sito del collettivo Gelitin.

R.I.P. HR Giger

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Si è spento ieri il grande H. R. Giger, in seguito alle ferite riportate durante una caduta nella sua casa di Zurigo. Aveva 74 anni.

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Giger aveva cominciato la sua carriera negli anni ’70, e verso la metà del decennio venne reclutato da Alejandro Jodorowsky come designer e scenografo per l’adattamento cinematografico di Dune: il progetto purtroppo non vide mai la luce, ma Giger, ormai fattosi notare ad Hollywood, fu scelto per disegnare i set e il look della creatura di Alien (1979). L’Oscar vinto grazie al film di Ridley Scott gli diede fama internazionale.

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Da quel momento, stabilitosi a Zurigo in pianta stabile, Giger continuò a dipingere, scolpire e progettare arredamenti d’interni e oggetti di design; i suoi quadri comparvero sulle copertine di diversi album musicali; nel 1998 aprì i battenti il Museum H. R. Giger, nel castello di St. Germain a Gruyères.

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I suoi inconfondibili e surreali dipinti, realizzati all’aerografo, aprono una finestra su un futuro oscuro e distopico: panorami plumbei, in cui l’organico e il meccanico si fondono e si confondono, dando vita ad enormi ed enigmatici amplessi di carne e metallo. Se l’idea dell’ibridazione fisica fra l’uomo e la macchina risulta oggi forse un po’  datata, l’elemento ancora disturbante dei dipinti di Giger è proprio questa sensualità morbosa e perversa, una sorta di sessualità post-umana e post-apocalittica.

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La sua opera, al tempo stesso viscerale ed elegante, è capace di mescolare desiderio e orrore, tragicità e mistero. La sfrenata fantasia di H. R. Giger, e le sue visioni infernali e aliene, hanno influenzato l’immaginario di un’intera generazione: dallo sviluppo dell’estetica cyberpunk ai design ultramoderni, dalla musica rock ai film horror e sci-fi, dal mondo dei tattoo all’alta moda.

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Ecco il link all’ HR Giger Museum.

Medicina legale illustrata

Grazie al cinema e alla televisione, oggi tutti possono vantare una certa familiarità con le tecniche di medicina forense: sulla scena del crimine gli esperti si avvalgono di avanzate tecnologie, e le indagini coprono settori interdisciplinari quali la balistica, la chimica, la biologia, l’entomologia, la dattiloscopia, la tossicologia, e via dicendo.

La medicina forense nacque verso la metà dell’800 fra Austria e Germania, quando alcuni medici compresero l’importanza degli studi criminologici e si impegnarono affinché la disciplina adottasse scrupolosamente il metodo scientifico. Eduard von Hoffmann, medico praghese, fu uno dei padri di questa moderna tendenza. Le sue opere fondamentali sono Lehrbuch für gerichtliche Medizin (“Manuale di Medicina Legale”, 1878) e Atlas der gerichtlichen Medizin (“Atlante di Medicina Legale”, 1898).

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Quest’ultimo volume, in particolare, è arricchito da 193 fotografie e 56 illustrazioni a colori, per venire incontro alla sempre più pressante richiesta di riferimenti e materiali visivi.
La cromolitografia, tecnica artistica nata a metà secolo, permetteva di rendere con particolare realismo il colorito, la texture e le ombreggiature dei soggetti ritratti, e questo risultava di fondamentale importanza per insegnare agli studenti e ai colleghi le recenti scoperte e i nuovi metodi di analisi.
Le splendide tavole contenute nel libro sono opera di un certo A. Schmitson: nella prefazione Hoffmann loda l’artista, del tutto “digiuno” del tema trattato, per l’abilità esecutiva e l’accuratezza della comprensione. (Per quanto profano, secondo le nostre ricerche Schmitson ha illustrato almeno altri due atlanti medici, in particolare di anatomia patologica e ginecologia).

Ecco dunque una selezione di alcune fra le migliori illustrazioni dell’Atlante.

Neonato. Soffocamento da porzione di membrana.

Neonato. Soffocamento da porzione di membrana.

 

Omicidio a causa di varie ferite inferte con strumenti differenti (ferro da stiro, coltello, calci, pressione del petto).

Omicidio a causa di varie ferite inferte con strumenti differenti (ferro da stiro, coltello, calci, pressione del petto).

 

Suicidio per sgozzamento.

Suicidio per sgozzamento.

 

Suicidio per accoltellamento.

Suicidio per accoltellamento multiplo.

 

Ferita circolare da pistola (il proiettile è stato deviato dalla calotta cranica, girando attorno al cervello).

Ferita circolare da pistola (il proiettile è stato deviato dalla calotta cranica, girando attorno al cervello).

 

Suicidio per impiccagione; sospensione del corpo per diversi giorni; distribuzione peculiare dell'ipostasi cadaverica.

Suicidio per impiccagione; sospensione del corpo per diversi giorni; distribuzione peculiare dell’ipostasi cadaverica.

 

Suicidio per impiccagione con doppia corda. Posizione asimmetrica del nodo.

Suicidio per impiccagione con doppia corda. Posizione asimmetrica del nodo.

 

Suicidio per impiccagione con vecchia corda arrotolata per cinque volte attorno al collo.

Suicidio per impiccagione con vecchia corda arrotolata per cinque volte attorno al collo.

 

Formazione di Fungo (alga) su un cadavere trovato in acqua. (Stadio iniziale, il neonato è rimasto per 14 giorni nell'acqua corrente).

Formazione di Fungo (alga) su un cadavere trovato in acqua. (Stadio iniziale, il neonato è rimasto per 14 giorni nell’acqua corrente).

 

Lo stesso bambino dell'immagine precedente, rimasto nell'acqua per quattro settimane.

Lo stesso bambino dell’immagine precedente, rimasto nell’acqua per quattro settimane.

 

Cauterizzazione delle labbra e della regione attorno alla bocca per ingestione di Lysol.

Cauterizzazione delle labbra e della regione attorno alla bocca per ingestione di Lysol.

 

Avvelenamento da fumi di carbone.

Avvelenamento da fumi di carbone.

 

Traumi da caduta al momento della morte.

Traumi da caduta al momento della morte.

 

Situazione anormale del livor mortis come risultato della posizione del corpo.

Situazione anormale del livor mortis come risultato della posizione del corpo.

 

Estremità inferiore di un neonato rimasto per diversi mesi nell'acqua corrente; formazione di adipocera.

Estremità inferiore di un neonato rimasto per diversi mesi nell’acqua corrente; formazione di adipocera.

 

Cadavere mummificato di suicida (scoperto 10 anni dopo la morte).

Cadavere mummificato di suicida (scoperto 10 anni dopo la morte).

L’Atlante di Eduard von Hoffmann è consultabile gratuitamente online nella sua traduzione inglese a questo indirizzo. L’analisi forense svolta dall’autore su questi, ed altri, casi è altrettanto interessante delle illustrazioni, e non soltanto dal punto di vista criminologico: vengono infatti svelati diversi dettagli, talvolta terribili e commoventi, delle vicende umane che hanno portato a queste morti violente.

Tassidermia e vegetarianismo

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La tassidermia sembra conoscere, in questi ultimi anni, una sorta di nuova vita. Alimentata dall’interesse per l’epoca vittoriana e dal diffondersi dell’iconografia e l’estetica della sottocultura goth, l’antica arte tassidermica sta velocemente diventando addirittura una moda: innumerevoli sono gli artisti che hanno cominciato ad integrare parti autentiche di animali nei loro gioielli e accessori, come vi confermerà un giro su Etsy, la più grande piattaforma di e-commerce per prodotti artigianali.

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A Londra e a New York conoscono un crescente successo i workshop che insegnano, nel giro di una giornata o due, i rudimenti del mestiere. Un tassidermista esperto guida i partecipanti passo passo nella preparazione del loro primo esemplare, normalmente un topolino acquistato in un negozio di animali e destinato all’alimentazione dei rettili; molti alunni portano addirittura con sé dei minuscoli abiti, per vestire il proprio topolino alla maniera di Walter Potter.

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Su Bizzarro Bazar abbiamo regolarmente parlato di tassidermia, e sappiamo per esperienza che l’argomento è sensibile: alcuni dei nostri articoli (rimbalzati senza controllo da un social all’altro) hanno scatenato le ire di animalisti e vegetariani, dando vita ad appassionati flame. Ci sembra quindi particolarmente interessante un articolo apparso da poco sull’Huffington Post a cura di Margot Magpie, sui rapporti fra tassidermia e vegetarianesimo.

Margot Magpie è istruttrice tassidermica proprio a Londra, e sostiene che una gran parte dei suoi alunni sia costituita da vegetariani o vegani. Ma come si concilia questa scelta di rispetto per gli animali con l’arte di impagliarli?

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Ovviamente, tagliare e preparare il corpo di un animale non implica certo mangiarne la carne. E una gran parte degli artisti, vegetariani e non, che operano oggi nel settore ci tengono a precisare che i loro esemplari non vengono uccisi con lo scopo di creare l’opera tassidermica, ma sono già morti di cause naturali oppure – come nel caso dei topolini – allevati per un motivo più accettabile. (Certo, anche sul commercio dei rettili come animali da compagnia si potrebbe discutere, ma questo esula dal nostro tema). Si tratta in definitiva di materiale biologico che andrebbe sprecato e distrutto, quindi perché non usarlo?

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Ma preparare un animale comporta comunque il superamento di un fattore di disgusto che sembrerebbe incompatibile con il vegetarianismo: significa entrare in contatto diretto con la carne e il sangue, sventrare, spellare, raschiare e via dicendo. A quanto dice Margot, però, i suoi allievi vegetariani colgono una differenza fondamentale fra l’allevamento degli animali a fini alimentari – con tutti i problemi etici che l’industrializzazione del mercato della carne porta con sé – e la tassidermia, che è vista invece come un rispettoso atto d’amore per l’animale stesso. “La tassidermia per me significa essere stupiti dall’anatomia e dalla biologia delle creature, e aiutarle a continuare a vivere anche dopo la morte, in modo che noi possiamo vederle ed apprezzarle”, dice un suo studente.

La passione per la tecnica tassidermica proviene spesso dall’interesse per la storia naturale. Visitare un museo e ammirare splendidi animali esotici (che normalmente non potremmo vedere) perfettamente conservati, può far nascere la curiosità sui processi utilizzati per prepararli. E questo amore per gli animali, dice Margot, è una costante riconoscibile in tutti i suoi alunni.

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“Combatto con questo dilemma da un po’. – racconta un’altra artista vegetariana – La gente mi dice che ‘non dovrebbe piacermi’, ma ci sono piccole cose nella vita che ci danno gioia, e non possiamo farne a meno. Mi sembra che sia come donare all’animale una vita interamente nuova, permettergli di vivere per sempre in un nuovo mondo d’amore, per essere attentamente rimesso in sesto, posizionato e decorato, ed è un’impresa premurosa e amorevole”.

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L’altro problema è che non tutti i lavori tassidermici sono “naturalistici”, cioè mirati a riprodurre esattamente l’animale nelle pose e negli atteggiamenti che aveva in vita. Non a caso facevamo l’esempio della tassidermia antropomorfica, in cui l’animale viene vestito e fissato in pose umane, talvolta inserito in contesti e diorami di fantasia, oppure integrato come parte di un accessorio di vestiario, un pendaglio, un anello. Si tratta di una tassidermia più personale, che riflette il gusto creativo dell’artista. Per alcuni questa pratica è irrispettosa dell’animale, ma non tutti la pensano così: secondo Margot e alcuni dei suoi studenti la cosa non crea alcun conflitto, fintanto che il corpo proviene da ambiti controllati.

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“Credo che utilizzare animali provenienti da fonti etiche per la tassidermia sia positivo e, per questo motivo, posso continuare felicemente con il vegetarianismo e con il mio interesse di lunga data per la tassidermia. Sento di molti tassidermisti moderni che usano esclusivamente animali morti per cause naturali o in incidenti, quindi credo che ci troviamo in una nuova era di tassidermia etica. Sono felice di farne parte”.

C’è chi invece il problema l’ha aggirato del tutto. L’artista americana Aimée Baldwin ha creato quella che chiama “tassidermia vegana”: i suoi uccelli sono in realtà sculture costruite con carta crespa. Il lavoro certosino e la conoscenza del materiale, con cui sperimenta da anni, le permettono di ottenere un risultato incredibilmente realistico.

Vegan Taxidermy  An Intersection of Art, Science, and Conservation

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Ecco il link all’articolo di Margot Magpie. Gran parte delle fotografie nell’articolo provengono da questo articolo su un workshop tassidermico newyorkese. Ecco infine il sito ufficiale di Aimée Baldwin.

Regali di Natale

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Le festività sono alle porte e, come tutti gli anni, la magia del Natale viene incrinata dalla più temuta delle incombenze: la scelta dei regali adeguati. Se durante tutto il resto dell’anno ci reputiamo persone creative, in questo periodo qualsiasi briciolo di originalità sembra abbandonarci definitivamente, e più ci straziamo le meningi per farci venire qualche idea, più la nostra fantasia rimane muta e desolata come la page blanche che tanto ossessiona gli scrittori.

È forse quest’ansia da prestazione che ha spinto la nostra lettrice horrorboutiqueph a richiedere a gran voce, in un recente commento, un articolo di consigli sullo shopping natalizio. La accontentiamo volentieri, sperando di fare cosa gradita a quanti di voi sono alla frenetica ricerca di quello spunto particolare che trasforma il risaputo scambio dei pacchi in un evento memorabile.

Ecco dunque alcune idee per i doni di Natale, in puro stile Bizzarro Bazar.

1. Adottare un teschio

Il Mütter Museum di Philadelphia è uno dei musei di storia della medicina più noti a livello mondiale, grazie anche a un’intelligente valorizzazione “pubblicitaria” delle sue collezioni. Oltre a conferenze, iniziative di vario genere e sontuosi cataloghi, c’è addirittura chi ha celebrato le proprie nozze fra le sue mura.
Fino al 31 Dicembre (ma gli organizzatori stanno valutando la possibilità di estendere questa deadline) si può prendere parte alla nuova e innovativa campagna “Save Our Skulls”. Avete la possibilità, al costo di 200$, di riservare l’adozione di uno dei 139 teschi della collezione frenologica del museo per garantire il suo restauro – ed assicurare che il nome del benefattore sia ben visibile su una targhetta a fianco del cranio esposto nel museo. Sta a voi scegliere, anche in base alla storia di questi antichi reperti: c’è il teschio della prostituta viennese, quello del criminale tailandese, l’equilibrista che si è spezzato il collo durante un spettacolo, il fanatico russo che, seguendo i dettami di una setta che praticava la castrazione preventiva contro le insidie della lussuria, morì di ferite autoinflitte mentre cercava di asportarsi i testicoli con un metodo troppo casalingo.
Il Museo vi spedirà un certificato e una foto del cranio con la relativa targhetta: l’amico o il parente a titolo del quale avete fatto l’iscrizione non potrà che commuoversi sapendo che, oltreoceano, il suo nome compare di fianco al teschio di un malato di sifilide o di un suicida.

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Save Our Skulls

2. Il bagnoschiuma

Gli articoli per il benessere della persona non passano mai di moda, perché coniugano il piacere con l’utilità. Ecco quindi un gel bagno/doccia particolare, divertente e di raffinato buongusto, particolarmente consigliato per i fan di Psycho o di Dexter.

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Blood Bath Shower Gel

3. Le opere di Mala Tempora

Giulio Artioli è un artista italiano che realizza, “in un angolo caotico di casa”, degli strani e affascinanti ibridi da collezione. Ispirate al mondo delle wunderkammern e dei sideshow, della letteratura fantastica e delle stranezze anatomiche, le creazioni di “Mala Tempora” (questo il nome dell’atelier) hanno il fascino degli oggetti impossibili: vi trovano posto le Sirene del Pacifico, gli sfuggenti Vescovi di mare, i reperti di antiche esplorazioni, uno studio anatomico di brigante calabrese, teste mummificate, feti di balene, scheletri di gnomo e teschi di gemelli siamesi. Il tutto, ovviamente, ricreato dalle mani dell’artista: ogni opera è inoltre corredata da un’accurata e dettagliata storia dell’esemplare in questione, e queste righe sono talmente affascinanti e dense di meraviglia da valere da sole gran parte dell’acquisto.

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Mala Tempora Studio

4. La poltrona per le fotocopie

Un vostro conoscente è un importante uomo d’affari – il classico uomo che ha già tutto e al quale non sapete proprio cosa regalare, a parte l’ennesimo dopobarba? Articolo di design e di arredamento assieme, questa poltrona (opera dell’artista Tomomi Sayuda) è il perfetto complemento per ogni ufficio. Appena una persona vi si siede, si attiva la fotocopiatrice nascosta al suo interno. Certo, un po’ si perde il brivido del proibito, quando, da soli nella stanza delle fotocopie, ci si trovava a combattere contro questo tipo di irresistibili istinti.

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5. Il titolo nobiliare

Ecco un dono che è segno di rispetto e di devozione.
In Scozia, chiunque acquisti dei possedimenti terrieri può fregiarsi del titolo di Lord o Lady. Così la società Higland Titles ha pensato a un uso intelligente per questo cavillo: suddividendo la foresta di Glencoe (sede di uno storico massacro e importante riserva naturale) in minuscoli appezzamenti di meno di un metro quadro, e mettendoli in vendita, garantisce all’acquirente la possibilità di diventare un Lord. L’iniziativa ha una finalità ecologica, cioè garantire che l’area boschiva non divenga mai terreno edificabile, e allo stesso tempo assicurare introiti aggiuntivi per i servizi forestali.

Ma, siamo sinceri, il bello è che regalare un titolo nobiliare fa sempre il suo effetto. E sì, il nuovo appellativo può essere registrato sui documenti ufficiali come ad esempio passaporto o carta d’identità.

(Per inciso, chi scrive è già entrato in possesso di un pezzetto delle Highlands scozzesi, proprio grazie alla generosa goliardia di alcuni amici. D’ora in poi sappiate che Lord Bizzarro Bazar esige una certa deferenza, da parte di voialtri umili villici.)

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[AGGIORNAMENTO: Attenzione! Il nostro lettore Italo ci segnala che si tratta in realtà di una truffa. Dovrò ristampare tutti i biglietti da visita, accidenti.]

6. Cordone ombelicale

Siete a cena e il vostro amico, invece di parlare con voi, non la smette di controllare il telefonino. Per molte persone ormai gli smartphone sono parte integrante della vita quotidiana, e vengono accuditi con infinita attenzione, e coccolati come fossero carne della propria carne. Risulta perfetto allora un regalo che è anche un efficace monito, pensato per chi fa del proprio iPhone un prolungamento del corpo, un’appendice o una protesi tecnologica. Un caricabatterie che pulsa e vive, degno di David Cronenberg, dimostra come perfino il cellulare possa diventare un’escrescenza ibrida di materia organica e meccanica. Ecco il vostro bambino, gente.

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Kris Kuksi

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Nato nel 1973, Kris Kuksi ha passato un’infanzia particolarmente solitaria. La sua famiglia poco omogenea e l’immobile realtà delle sperdute campagne del Missouri, dove rimaneva completamente isolato per intere giornate senza televisione né contatti sociali, spinsero il giovane Kris a liberare la sua fervida fantasia con i materiali che aveva a disposizione: lego, pezzi di ferro, mattoni, legno e qualche astronave giocattolo, con i quali fin da piccolo cominciò a costruire dei paesaggi fantastici.

Kuksi, in un certo senso, è ancora quel bambino: dopo essersi diplomato in Belle Arti all’Università di Fort Hays, in Kansas, e aver studiato pittura a Firenze, la sua visionaria creatività si arricchisce di nuove tecniche e di una più profonda conoscenza dei temi artistici classici, ma rimane fedele alla linea tracciata nella sua adolescenza.

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Le composizioni per cui Kuksi è diventato celebre sono proprio dei diorami estremamente complessi e dettagliati, costruiti a partire da materiali misti che l’artista acquista personalmente o che si fa spedire da tutto il mondo nel suo studio in Kansas. Si tratta di vecchi oggetti d’antiquariato, parti di legno o metallo, pezzi da modellismo, piccoli giocattoli, soldatini, o ingranaggi di macchinari. Kuksi li lavora, li scolpisce, li ritaglia, li scioglie, li incolla, li salda assieme secondo il fluire della sua immaginazione, aggiungendo e affastellando i particolari più sconcertanti e fantasiosi. È facile intuire, guardando uno dei suoi assemblaggi, come l’artista parta spesso da una figura centrale per poi sviluppare l’opera attorno a questa, con successive riconfigurazioni e rielaborazioni nel tentativo di creare un flusso dinamico all’interno dell’opera.

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Ogni pezzo di Kuksi è un vero e proprio mondo, all’interno del quale lo spettatore si perde come dentro un romanzo di fantascienza o un film fantastico. Ogni minimo dettaglio suggerisce un racconto, un mistero, una strana e grottesca legge fisica che governa questo universo parallelo in miniatura. Le finestre che Kuksi spalanca di fronte ai nostri occhi ci introducono spesso in una realtà macabra, violenta, sconosciuta, che accosta accenti classicisti con l’immaginario della fantascienza pulp e del cosiddetto realismo fantastico.

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Sono ben riconoscibili, nei suoi lavori, i rimandi a Bosch e Bruegel, al barocco e al Rococò, ma è sempre presente anche un elemento più ludico, infantile – e cioè l’innegabile gusto per il pastiche postmoderno. Allo stesso tempo vi è una vena di cupa disperazione, di pessimismo e malinconia, perché il panorama che si apre al nostro sguardo è quasi invariabilmente drammatico e angosciante.

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Secondo le intenzioni dell’artista, le sue opere sarebbero anche una sorta di monito per un’umanità che non sa imparare dai propri errori, dalle ripetute ascese e ricadute storiche, e che è votata al fallimento e all’autodistruzione se non imparerà a reinventarsi completamente. Ecco che, in maniera davvero interessante, il medium diventa il messaggio: l’arte di Kuksi nasce a partire dai pezzi di scarto, da piccoli frammenti diversi provenienti da tutto il mondo – così come l’uomo farebbe meglio a ricominciare dalle proprie macerie, “raccogliendo i pezzi” per riassemblarli in una nuova configurazione, e donando un nuovo significato a tutto ciò che ha creato finora.

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Uno dei pezzi più significativi al riguardo è la serie di lavori chiamati Churchtank. Una chiesa gotica costruita sopra ad un carro armato. Un’opera simbolica che se da un lato denuncia il fondamentalismo religioso che crea morte e distruzione, dall’altro sembra suggerirci che la via d’uscita sta negli stessi elementi che abbiamo sotto i nostri occhi, se siamo davvero capaci di scorgerla: così la spaventosa chiesa armata di cannone potrebbe essere anche il simbolo di un futuro migliore in cui, invece di mortali proiettili, riusciremo a “sparare” nel mondo messaggi di pace, di amore e di fratellanza.

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Ecco il sito ufficiale dell’artista.

(Grazie, Cristina!)

La musica delle pietre

L’artista cagliaritano Pinuccio Sciola ha deciso di dedicare la sua vita alle pietre. Nella sua visione, la pietra rappresenta uno degli archetipi di questo mondo, un elemento in costante rapporto con il fuoco, l’aria, la terra e l’acqua.


La sua arte ci ricorda che la musica è vera e propria alchimia: può trattarsi di attorcigliare un budello animale per ricavarne una corda, o soffiare dentro al legno intarsiato, o addirittura, nel suo caso, incidere delle rocce. In ogni caso, fare musica significa piegare gli elementi per generare un suono (onde fisiche che si espandono attraverso l’aria) che prima non esisteva, e che attraverso gli strumenti ricavati dal mondo eleva la nostra piccola esistenza a nuovi livelli di coscienza.


Così questo particolare artista sardo ha creato degli imponenti organi e “arpe” di pietra, e diversi strumenti fatti di roccia. Se avete un quarto d’ora, vi consigliamo di guardare questo documentario che testimonia la straordinaria visione dell’artista e la filosofia che sottende le sue opere.

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Ecco il sito ufficiale di Pinuccio Sciola.

(Grazie, Ombretta!)

Infinity Burial Project

Ognuno di noi è intimamente connesso con l’ambiente, e sappiamo bene che le nostre azioni influenzano l’ecosistema in cui viviamo; non sempre riflettiamo però sul fatto che i nostri corpi avranno un impatto sull’ambiente anche dopo che saremo morti. Partendo da questa idea, l’artista statunitense Jae Rhim Lee ha fondato l’Infinity Burial Project (Progetto di sepoltura infinita).

A causa dei conservanti presenti nel cibo che mangiamo, dei metalli nelle otturazioni dentali, dei prodotti cosmetici con cui si preparano le salme e dei metodi di imbalsamazione (che in America includono preservanti altamente tossici come la formaldeide), un cadavere è in sostanza una piccola bomba chimica: che venga seppellito, o cremato, l’effetto è inevitabilmente quello di liberare nell’ambiente un alto numero di tossine pericolose. Jae Rhim Lee ha deciso di proporre un’alternativa sostenibile ed ecologica a questo stato di cose.

Come prima cosa, ha cominciato a coltivare dei funghi. I funghi saprofiti infatti sono dei filtranti naturali per moltissime delle scorie tossiche presenti nei nostri corpi, sono in grado di decomporle, “digerirle” e renderle innocue. Jae in seguito ha iniziato a raccogliere le cellule di scarto del suo stesso corpo – capelli, pelle secca, unghie – e ad utilizzarle come alimento per i suoi funghetti. Ha potuto così selezionare quelli che rispondevano meglio a questa particolare e ferrea dieta, e scartare quelli dal palato troppo “raffinato”. Oggi Jae possiede un esercito di funghi pronti a divorarla in qualsiasi momento.

Va bene, direte voi, ma anche se ognuno di noi si coltivasse i propri funghi “personalizzati”, come si farebbe poi a utilizzarli? Ecco che entra in scena la Mushroom Death Suit, la tuta progettata da Jae Rhim Lee per decomporre un cadavere con i funghi. Le fantasie che arabescano e percorrono la tuta, e che ricordano proprio il micelio, sono create con uno speciale filo imbevuto di spore fungine; anche il fluido di imbalsamazione, e il make-up del defunto, contengono spore.

Se lasciare questo mondo vestiti da ninja non è nel vostro stile, potete sempre optare per qualcosa di più sobrio e discreto: il Decompiculture Kit. Costituito da un gel nutritivo trasparente che si adatta come una seconda pelle al corpo, contiene delle capsule riempite di spore che permetteranno la crescita uniforme dei funghi.

Anche se l’Infinity Burial Project può sembrare eccentrico, ha fondamentalmente due meriti: in primo luogo Jae Rhim Lee intende diffondere una maggiore consapevolezza e accettazione della morte e della decomposizione come fatti naturali, e combattere il tabù nei confronti di un processo che è parte fondamentale del ciclo della vita. Il secondo aspetto che il progetto sottolinea è l’importanza di avere la possibilità di scegliere nuove opzioni, di riappropriarci insomma del destino del nostro corpo: dobbiamo essere liberi di decidere che fine faranno le nostre spoglie.

A riprova dell’interesse suscitato da Jae Rhim Lee, ci sono già alcuni volontari pronti a donare il loro corpo all’Infinity Burial Project per la sperimentazione; sapere che il proprio cadavere darà vita a una moltitudine di organismi a loro volta commestibili ha evidentemente le sue attrattive, siano esse l’amore per l’ecologia, un ideale romantico di fusione con la natura, o anche solo la prospettiva di schifare i parenti.

Ecco il sito ufficiale dell’Infinity Burial Project.