Death Salon: Mütter Museum

I francesi hanno inventato un’espressione meravigliosa, l’esprit de l’escalier. È il senso di frustrazione che ti prende quando la risposta giusta e arguta a una domanda o a una critica ti viene in mente quando ormai te ne sei andato e stai già scendendo le scale (escalier).
Quest’estate un’amica mi ha rivolto la domanda che avrei dovuto aspettarmi da sempre, e che paradossalmente nessuno – anche fra chi mi conosce bene – mi aveva mai chiesto: “ma perché ti interessi così tanto alla morte?

Sul momento ho detto qualcosa di vago sul fascino dei rituali funebri, sull’importanza della morte nell’arte, sul fatto che ogni cultura si definisce proprio da come si rapporta con l’aldilà… Dentro di me, però, mi stupivo della banalità e impersonalità delle mie risposte. Forse era la domanda ad essere un po’ ingenua e spiazzante, come chiedere a un vecchio marinaio cosa ci trova di bello nelle onde. Eppure la curiosità era del tutto legittima: perché interessarsi alla morte in un’epoca che normalmente la nega e la rimuove? E io, dopo tutti questi anni passati a studiare e scrivere, occupandomi di questioni ben più complesse, possibile che una domanda così diretta non l’avessi mai prevista?

Forse per rimediare all’esprit de l’escalier che mi aveva colto quel giorno, decisi di conoscere di persona altra gente che coltiva i miei stessi interessi, e di cercare di capire le loro motivazioni.
Ora, c’è un solo posto al mondo in cui potevo trovare, tutti riuniti, i principali accademici, intellettuali e artisti che della morte hanno fatto il loro campo d’analisi. Così sono volato a Filadelfia.

CNhnEftUYAAscDN.jpg large
Il Death Salon, per chi non ne avesse ancora sentito parlare, è un evento organizzato dal movimento death-positive sorto attorno alla figura di Caitlin Doughty, che ho intervistato recentemente. Si tratta di due giorni di incontri, conferenze, musica e giochi, tutti incentrati sul tema della morte – affrontata nelle sue molteplici sfaccettature artistiche, culturali, sociali e filosofiche.
Quest’anno il Death Salon si è svolto in una cornice d’eccezione, cioè fra le mura del Mütter Museum di Filadelfia, uno dei musei di anatomia patologica più celebri al mondo.

20151005_072939
Al di là del piacere di incontrare finalmente di persona amici “di penna” e studiosi che ammiro, mi interessava toccare con mano questa nuova realtà, avvertirne le vibrazioni: capire cioè che tipo di persone fossero quelle che si autodefiniscono in maniera gioiosamente sovversiva death aficionados, e che stanno cercando di sottrarre la morte al tabù mediante un dialogo il più possibile disinvolto e aperto su tutto ciò che con essa ha a che fare.

La diversità di persone riunite al Death Salon mi ha da subito impressionato, e come immaginavo ognuna di esse aveva il proprio, personalissimo motivo per essere lì: c’erano scrittori alla ricerca di spunti per il nuovo romanzo, infermiere che desideravano capire come rapportarsi al meglio con i malati terminali, gentili signore anziane che lavoravano come guide nei musei della città, studenti di medicina, operatori funebri, fotografi e artisti che per qualche motivo avevano focalizzato la loro opera sulla morte, persone che stavano faticosamente elaborando un lutto e che speravano di trovare in quella folla variopinta una più intima comprensione del loro dolore.
Il sentimento diffuso era quello di una strana, sottile eccitazione: a un livello superficiale, poteva quasi sembrare un raduno di “nerd della morte”, intenti a chiacchierare entusiasticamente di ladri di cadaveri o di adipocera di fronte a un caffè, come altri s’infervorano discutendo di sport o di politica. Ma la luce negli occhi di tutti i partecipanti tradiva in realtà un sollievo più profondo, quello di trovarsi infine liberi di parlare apertamente delle proprie paure, protetti all’interno di una famiglia che certe ossessioni non le giudica, e convinti che anche le insicurezze più segrete qui potevano essere portate alla luce.
Siamo tutti feriti, di fronte alla morte, ed è una ferita antica e sempre aperta. L’aspetto più memorabile del Death Salon è che la vergogna di questa ferita sembrava cancellarsi, per lo spazio di due giorni, e ogni dolore o timore finiva per incanalarsi in un confronto catartico.

Ed è in questo contesto che le conferenze, nella loro eterogeneità, mi hanno a poco a poco rivelato che la risposta alla domanda che mi aveva portato fin lì (“perché ti interessa così tanto la morte?”) non è affatto una sola. Ecco un riassunto dei lavori presentati al Death Salon, e dei molteplici concetti che suggerivano.

La morte è dannatamente interessante
Marianne Hamel è un medico legale, e la sua relazione ha illuminato le differenze fra il suo vero lavoro quotidiano e la versione romanzata che ne restituiscono film e serie TV. Per fare chiarezza, dunque, ha esordito dichiarando che non ha mai svolto un’autopsia nel mezzo della notte sotto una singola lampadina, né si è presentata su una scena del crimine indossando i tacchi; fra gli altri miti sfatati, “posso capire l’ora esatta della morte soltanto se alla vittima hanno sparato attraverso l’orologio”. Eppure alcune implicazioni del suo mestiere, seppure poco hollywoodiane, sono molto più importanti del previsto: per fare un solo esempio, i patologi forensi hanno il polso dell’andamento della salute pubblica più di ogni altro professionista. Sono i primi a sapere se una nuova droga sta diventando una tendenza, o se alcuni comportamenti pericolosi stanno prendendo piede nella popolazione.
Al Death Salon si è parlato anche delle difficoltà del restauro museale delle antiche mummie egizie (M. Gleeson), di come si fanno “esplodere” i teschi per prepararli nella tradizione inaugurata dall’anatomista Edmé François Chauvot de Beauchêne (R. M. Cohn), e del metodo del peptide mass fingerprinting con cui si può stabilire con certezza se un libro è rilegato in pelle umana o meno (A. Dhody, D. Kirby, R. Hark, M. Rosenbloom). Infine vi sono stati interventi sui morti illustri e i loro fantasmi (C. Dickey), e su Hart Island, una sorta di enorme fossa comune nel cuore di New York a spese dei contribuenti (B. Lovejoy).

La morte può essere divertente
L’esilarante talk di Elizabeth Harper, curatrice del blog All The Saints You Should Know, era incentrato sui Santi miracolosamente non soggetti alla decomposizione, e sugli intricati (e per nulla intuitivi) iter burocratici istituiti dalla Chiesa Cattolica per riconoscere una reliquia “incorrotta” da una un po’ meno prodigiosa. Interessante come certe cose che noi italiani diamo per scontate, avendole viste in ogni chiesa fin da bambini, risultino piuttosto folli ad occhi americani…
Si può trasformare il camposanto in un luogo per i vivi? Al cimitero di Laurel Hill, a Filadelfia, si organizzano attività ricreative, proiezioni di film, maratone di beneficenza e spettacoli notturni, come raccontano Alexis Jeffcoat ed Emma Stern.
Se questo non bastasse a comprendere che morte e divertimento non sono per forza nemici, la sera dell’ultimo giorno gli organizzatori del Death Salon hanno indetto al bar National Mechanics, in una gioviale atmosfera da pub, il Death Quizzo – un gioco a premi in cui le squadre si sono sfidate sulle loro conoscenze riguardo ai dettagli più curiosi su morte e cadaveri.

La morte è una poesia dolorosa
Sarah Troop, direttore esecutivo dell’Ordine della Buona Morte e curatrice museale, ha coraggiosamente condiviso con il pubblico quella che forse è l’esperienza in assoluto più traumatica: la perdita di un figlio in giovane età. La difficoltà che Sarah ha provato nell’elaborare la sua perdita l’ha spinta a ricercare una cornice più adeguata nelle sue radici messicane. Qui i bambini che muoiono diventano angelitos, piccoli angeli che i familiari ricoprono di vesti ricamate e che, essendo anime pure, possono fare da tramite fra la terra e il cielo. La consolazione di una madre che ha perso un figlio è nel trovare, all’interno della tradizione, un suo ruolo specifico, che la moderna società secolarizzata invece non riesce più a fornire. E se il dolore non può mai scomparire, esso viene in qualche modo condiviso all’interno di una cultura che ne ammette l’esistenza e lo ricopre di un profondo significato.

Romualdo-Garcia

75520558_3165375_angeli

La morte racconta storie incredibili
Evi Numen ha illustrato lo scandalo post-mortem di John Frankford, vittima di una delle truculente vicende che ancora accadevano a trent’anni dal Pennsylvania Anatomy Act (1867), a causa della cronica penuria di cadaveri da dissezionare che le scuole di medicina dovevano affrontare.
E, quanto a storie feroci, nessuna tradizione supera quella musicale delle murder ballads, importate dall’Europa come sorta di “cronaca nera” popolare cantata. Al Death Salon, dopo un’introduzione storica di Lavinia Jones Wright, un trio di ottimi musicisti ha proposto una selezione di alcune fra le murder ballads più rilevanti.

La morte è un dialogo
Paul Koudounaris, vera e propria superstar del Death Salon, ha spiegato la differenza fra le culture che frappongono alla morte una barriera soffice, e quelle invece che vi costruiscono un solido confine: nella maggior parte delle culture, e perfino nella nostra fino a poco tempo fa, prendersi cura del cadavere di un familiare anche anni dopo la morte era un modo per mantenere gli antenati attivamente nel tessuto sociale. Quello che Norman Bates faceva con sua madre in Psycho, a Tana Toraja è una rispettosa usanza di pietà filiale (ne avevo parlato in questo articolo).

12093371_1053709127996487_881044725_n


Robert Hicks, direttore del Mütter Museum, ha invece esplorato le implicazioni dell’esposizione di resti umani nei musei odierni, interrogandosi sull’evoluzione dell’immaginario post-mortem e sulla politica e la liceità del “possesso” di spoglie umane.
Infine David Orr, fotografo e artista, ha proposto un excursus sulla simmetria nell’arte in particolare riguardo al simbolo del teschio, che si riferisce alla nostra stessa identità.

12145022_952732608120910_741931681_n

La morte va affrontata e addomesticata
Infine, si sono scoperti vari volti, contraddittori e complessi, del morire.
La morte definisce chi siamo, ha ricordato Christine Colby raccontando la storia di Jennifer Gable, transgender che per tutta la vita ha lottato per affermare la sua identità femminile, salvo poi essere sepolta dalla famiglia come un uomo. La morte cambia di pari passo con la società, svelando ulteriori strati di complessità.
La dottoressa Erin Lockard, pur essendo medico, mentre assisteva sua madre morente si è trovata a dover affrontare altri medici che, forse come strategia di difesa, negavano l’evidenza, rimandando l’agonia con terapie sempre nuove.
Infine c’è chi la familiarità con la morte ha deciso di insegnarla all’Università. I corsi di Norma Bowe sulla “morte in prospettiva” hanno liste d’attesa di tre anni, e propongono una serie di attività sul campo: gli alunni fanno visite agli ospizi, agli ospedali e alle pompe funebri, assistono a un’autopsia, creano spazi per la meditazione e costruiscono il loro approccio alla morte senza filtri filosofici o religiosi, attraverso l’esperienza diretta.

Il mio bilancio del Death Salon? Due giorni intensi, passati in un lampo, e incredibilmente fecondi di riflessioni. Parlare di morte in maniera aperta è essenziale, ora più che mai, ma – e questo penso sia il punto dell’intero Salon – è anche divertente e stupefacente: tutti gli interventi, sia dei relatori che del pubblico, tutti gli inaspettati punti di vista provano che la morte è tutt’oggi un territorio dominato dalla meraviglia.

Ancora sovraccarico di stimoli, ripensavo alla mia domanda irrisolta durante il volo notturno che mi riportava a casa. Perché questa fascinazione per la morte?
Guardando dal finestrino la costa della Vecchia Europa che si avvicinava con le sue piccole luci, diveniva sempre più chiaro che l’unica risposta possibile, come in fondo avevo sospettato fin dall’inizio, era anche la più elementare.
Perché interessarsi alla morte significa interessarsi alla vita”.

Piccola gente sperduta

Qual è l’ultima volta che avete veramente prestato attenzione al selciato?
Il microcosmo attorno ai nostri piedi può riservarci ancora delle inaspettate visioni?
Guardare alle piccole cose, ai dettagli, guardare verso il basso può avere ancora qualche senso, al di là di evitarci di pestare qualcosa di spiacevole?

Screen shot 2014-09-20 at 13.50.13

In un mondo in cui ci viene insegnato che tutto, dai grattacieli alle ambizioni, deve mirare in alto, gli artisti Slinkachu e Cordal – ognuno dei due a suo modo, ognuno con un diverso e personale approccio – sembrano voler ridare valore a tutto ciò che è minuto, dimenticato, invisibile.
I lavori di questi due street artists, entrambi attivi indipendentemente l’uno dall’altro sulla scena londinese, potrebbero essere a prima vista confusi: entrambi utilizzano delle miniature, e installano le loro opere provocatorie all’interno del contesto urbano, lasciandole poi al loro destino. Eppure le similitudini si fermano qui.

Slinkachu possiede una vena satirica e beffarda inconfondibile, tanto che le sue installazioni si presentano come delle irriverenti microstorie a sé; i mini-uomini di Slinkachu sono specchi, parodie che ridicolizzano i nostri eccessi, miserie e vanità. Chissà quanto intelligenti, quanto avanzati si credono – eppure le dimensioni contraddicono le loro azioni. Che si credano criminali o supereroi, questi piccoli, miscroscopici primati non andranno da nessuna parte.

Slinkachu_Tug of War_S

branded 1

Slinkachu_Bones 1_web

Slinkachu_Damn Kids_web

Balancing Act 1

All Alone 1

Le loro disavventure sono evidentemente le nostre, e le figurine arrivano addirittura a riproporre, in versione pop e stralunata, alcuni dei temi di cronaca e di attualità più dibattuti del nostro tempo.

Landscape-Painting-1_Artwork_LowRes72dpi

Slinkachu_Dying Embers_web

Slinkachu_Boys Own Adventures 1_web

Slinkachu_The Last Resort_web

Slinkachu_Goodbye Metropolis_E

Gli omini di Cordal, invece, sono l’incubo del rimosso che riaffiora.
Le atmosfere si fanno apocalittiche, malinconiche, surreali, e nei suoi lavori la miniatura è inseparabile dal contesto, spesso disperato, in cui è stata posizionata.
C’è qualcosa di toccante e stranamente spaventoso in questo popolo anonimo che emerge dalle pozzanghere delle nostre città, o vi si inabissa seguendo i propri leader; qualcosa di beckettiano in questi tristi fantasmi che infestano le nostre grondaie, in questi turisti sperduti, in queste vittime della crudeltà di un mondo troppo sconfinato e pesante, e nei loro piccoli cadaveri che scompaiono nel marciume che li circonda.

21449127631_f708d40f6f_b

15003876391_4bf56c528a_b

14450375150_8357aeba2f_b

15280921180_cd8c3587b4_b

13611410954_1534684274_b

14147943446_8a7edf9a53_b

5048333341_2c7e333f66_z

10880052793_c7b94d8145_b

10877086656_39f7a6ab09_b

Ci inquieta, in queste figurine, il fatto di riconoscerle fin troppo bene. Possiamo immedesimarci, eppure non riusciamo a toglierci di dosso il disagio di un vago senso di colpa. Il mondo, in definitiva, è fatto a nostra misura, non per loro.
I poveri, gli inquieti e gli emarginati sono abitanti di realtà troppo piccole, di scala troppo distante dalla nostra perché ci possiamo accorgere che li stiamo calpestando. Eppure, basterebbe guardare.

14656997113_0102a378c0_k

15271557185_c01009bea7_b

15810639620_b0a9035c7c_b

13911831924_9fb142ddb3_b

10576525505_34b53349cd_b

9421497501_9d691c273c_b

8059362840_b335fd202a_b

9412457693_e5daef4bdf_b

9389051089_f6b409f3ec_b

7153062625_7d83a75ee9_b

14388861461_c0bed34d26_b

Ecco il sito ufficiale di Slinkachu, e quello di Isaac Cordal.

Wat Rong Khun

Wat_Rong_Khun_-_Chiang_Rai

Da lontano il Phra Ubosot, ovvero la struttura principale all’interno dell’area sacra, risplende nel sole abbagliando il visitatore. Il bianco delle complesse e barocche decorazioni è reso ancora più accecante da migliaia di frammenti di specchi incastonati sull’intera superficie, per riflettere maggiormente la luce; nell’insieme la struttura sembra un manufatto alieno, o soprannaturale. Ma le sorprese sono appena iniziate.

Siamo in Thailandia. Veri e propri luoghi della meraviglia, i 33.000 templi buddisti che si trovano sparsi per tutto il paese offrono senza dubbio infinite declinazioni di bellezza e fascino; fra questi, il bizzarro tempio di Wat Rong Khun offre più di una curiosità. Si tratta di una recente costruzione realizzata sulla base di un edificio precedente: negli anni ’90 il tempio versava in pessime condizioni, e sarebbe sicuramente andato in rovina se il pittore Chalermchai Kositpipat, classe 1955, non si fosse fatto avanti.

thai01238
Kositpipat, uno dei pittori di maggior successo in Thailandia, è sempre stato un artista controverso. All’inizio della sua carriera, era accusato di confondere in modo sacrilego la tradizione e la modernità; una volta affermatosi, fu tacciato invece di essersi venduto all’establishment e di aver perso la sua vena dissacrante.
La notorietà per Kositpipat arrivò nel 1988 quando, dopo alcuni anni passati a dipingere locandine per film, gli venne affidata la decorazione del primo tempio buddista inglese, il Buddhapadipa di Londra, e i suoi murales causarono un putiferio. Nell’illustrare le diverse vite e reincarnazioni del Buddha, infatti, Kositpipat aveva inserito vicino alle raffigurazioni classiche alcune icone della cultura pop o della storia recente. In un affresco compaiono ad esempio Superman e Saddam Hussein; in un altro, tra i fedeli radunati in preghiera, fanno capolino Charlie Chaplin e un ragazzo che sfoggia una colorata cresta di capelli in stile punk. “Si lamentarono tutti – ricorda l’artista – il governo di Bangkok, i monaci e gli altri artisti, tutti dicevano che ciò che facevo non era vera arte Thai“.

buddhapadipa-temple-thai-temple-4_thumb_big

thai01236

wat-buddhapadipa-005

10101048

thai01237

Decidendo, quasi dieci anni dopo, di restaurare il tempio di Rong Khun, l’artista dimostrò di non aver perso nulla della propria ispirazione, né peraltro della propria integrità. Kositpipat si sobbarcò infatti tutte le spese per la ricostruzione, che ad oggi ammontano a più di un milione di euro. L’entrata al tempio, fin dalla sua apertura a fine anni ’90, è rimasta gratuita, e le donazioni volontarie non possono superare i 10.000 baht (270 euro circa), in modo da salvaguardare il progetto dall’eventuale influenza di grandi mecenati.

desktop-1409761759

7787896972_82cb14b284_o.jpg.CROP.promo-xlarge

5520661287_752f86b9cf_o.jpg.CROP.promo-xlarge

5220586132_4b3520bd56_o.jpg.CROP.promo-xlarge

Wat_Rong_Khun-001

Questa follia architettonica e artistica accoglie il visitatore con una scena impressionante. Centinaia di mani, umane e mostruose, emergono e si allungano da un pozzo abissale, come per cercare di afferrare il passante. Potrebbero sembrare anime dannate, ma la simbologia che sottende questa installazione è invece un’altra: si tratta dei desideri (tṛṣṇā) che senza freno attanagliano gli uomini. Il ponte, attraverso il quale si supera questo pericolo, sta a significare l’abbandono delle brame sensuali e terrene, e varcandolo ci si prepara a lasciare alle spalle ogni avidità e tentazione.

desktop-1409761765

5520666023_b1eee146cc_o.jpg.CROP.promo-xlarge

desktop-1409761768

desktop-1409761770

desktop-1409761771

desktop-1409761772

desktop-1409761767

Fra statue che rappresentano creature mitologiche e altre immagini del Buddha, si arriva ai Cancelli del Cielo. I due guardiani, la Morte e Rahu, decidono il destino di chi varca il cancello. L’esterno dell’Ubosot riprende alcuni criteri dell’architettura classica tailandese, come ad esempio il tetto a tre sbalzi e l’utilizzo decorativo di naga (divinità serpente), animali e dragoni attorcigliati sugli angoli e sulle pareti.

desktop-1409761777

desktop-1409761764

6590301693_a21831bac8_o.jpg.CROP.promo-xlarge

Wat_Rong_Khun-009

Wat_Rong_Khun-006

Wat_Rong_Khun-004

Wat_Rong_Khun-008

Wat_Rong_Khun-012

Wat_Rong_Khun-005

5521256578_2d9132ddb4_o.jpg.CROP.promo-xlarge

Wat_Rong_Khun-007
L’interno, come accade per molti altri templi thailandesi, è affrescato con dei murales che descrivono la vita del Buddha. Ma, come ci si può aspettare, i dipinti di Kositpipat sono tutto fuorché tradizionali. Ecco quindi che in questa esplosione di colori si trovano gli spregiudicati accostamenti che hanno reso famoso l’artista: i monaci e le figure sacre si trovano fianco a fianco con le icone pop più celebri, da Batman a Spiderman, da Elvis a Michael Jackson, da Freddy Krueger a Terminator, in un vortice kitsch di cui è difficile in un primo momento intuire veramente il senso.

39640537

IMG_6931-700x525

inside-wat-rong-khun-940x688

Eppure con questa infantile giustapposizione di astronavi, pompe di benzina, cataclismi vari, Harry Potter, Hello Kitty, l’attacco terroristico alle Torri Gemelle, Neo di Matrix, e chi più ne ha più ne metta, la spiazzante messe di simboli arriva a creare un teatrale affresco della contemporaneità con le sue contraddizioni, le sue violenze di massa, il suo degrado e i suoi miti moderni: in tutto questo “rumore”, sembra voler dire Kositpipat, è ancora più essenziale ritrovare la via interiore verso la pace e la serenità.

Wat_Rong_Khun_wall_painting

kungfu.jpgpromo-xlarge
Il 5 maggio 2014 il tempio venne danneggiato da un terremoto, e per qualche giorno sembrò che la struttura fosse destinata alla distruzione. Ma, dopo che un’équipe di ingegneri dichiarò che i danni non erano strutturali, Kositpipat annunciò che avrebbe dedicato la sua vita a riportare Wat Rong Khun al suo splendore originario. Oggi è possibile visitare soltanto l’esterno dell’Ubosot, ma già dall’anno prossimo anche gli interni saranno ripristinati ed accessibili.

Wat_Rong_Khun-002

7634344512_beb51e77a8_h.jpg.CROP.promo-xlarge

7787898362_f02367309e_o.jpg.CROP.promo-xlarge

13675406664_4a81e2b40e_k.jpg.CROP.promo-xlarge

Il progetto prevede inoltre la costruzione di altri edifici, per un totale di nove strutture fra cui una cappella delle reliquie, una grande sala per la meditazione, una galleria d’arte e un monastero.
La fine dei lavori non avverrà prima del 2070. Impossibile dunque, per Chalermchai Kositpipat, vedere ultimata la sua opera, ma questo dettaglio non lo scoraggia. Per lui, il tempio di Wat Rong Khun è il capolavoro che gli garantirà l’immortalità: “soltanto la morte potrà interrompere il mio sogno, ma non fermerà il mio progetto“.

desktop-14097617595

Matthias Buchinger

Quante volte, infervorati di fronte a una birra, abbiamo discusso appassionatamente sull’annoso quesito: meglio i Beatles o i Rolling Stones?
Sono le classiche domande che non possono avere risposta, buone però per confrontarsi e scandagliare pregi e difetti degli artisti che più ci entusiasmano.
Ora, trasportate questa conversazione all’interno di un circolo di Magia. Possiamo immaginare gli aspiranti novelli Houdini confrontarsi, con la stessa passione, sull’equivalente disputa relativa alla loro professione – in un’infinita, giocosa battaglia di opinioni su chi sia stato “l’illusionista più grande di tutti i tempi”.

Nel caso specifico, non saremo certo noi profani ad azzardare una presa di posizione definitiva. Però possiamo raccontarvi l’incredibile storia dell’illusionista più diversamente meraviglioso che sia mai vissuto: Matthias Buchinger.

Buchinger

Nato ad Ansbach, un paesino della Bavaria, il 3 giugno del 1674, Matthias era il più giovane di nove fratelli in una famiglia di modesta estrazione. Divenne ben presto un uomo dai molti interessi, e un artista dalle raffinate tecniche calligrafiche, incisorie e di disegno.
Eccelleva anche nella musica, suonando da virtuoso una grande varietà di strumenti, alcuni da lui stesso inventati. Come non bastasse, era anche mago di grande talento, sempre pronto a stupire il suo pubblico con abili giochi di prestigiazione.

Che un solo uomo fosse capace di tante straordinarie qualità potrebbe sorprendervi, ma in definitiva non sembrarvi impossibile.
Ma c’è un piccolo dettaglio, omesso nelle righe precedenti.
Matthias Buchinger era nato senza braccia né gambe.

V0007015ER Matthias Buchinger, a phocomelic. Stipple engraving.

V0007016ER Matthias Buchinger, a phocomelic. Etching by G. Scott, 1804.

La prima volta che il pubblico sentì parlare di Matthias Buchinger fu alla corte di Giorgio I: sbarcato in Inghilterra, proveniente da Hanover, il suo progetto era quello di trovare nel Re un mecenate che lo sostenesse – anche soltanto con una piccola pensione, che gli assicurasse almeno di non doversi mai esibire su palcoscenici meno onorevoli del livello a cui sapeva di poter ambire. Ben deciso dunque a fare un’ottima impressione, sorprendendo il Re con le sue doti musicali, Matthias si presentò al cospetto del sovrano.

Alto 71 centimetri, privo di gambe, Matthias era dotato di due abbozzi di braccia che terminavano in moncherini arrotondati, tipici della focomelia. Questo non gli impedì di prodursi in un complesso tema musicale eseguito su uno strumento di sua creazione (una sorta di flauto), che suonò con grande abilità.
Purtroppo, per quanto positivamente colpito, Sua Maestà si limitò a inviargli in dono venti guinee. Per Matthias, la speranza d’essere accolto a corte e ottenere il patrocinio reale svanì di colpo.

V0007015EL Matthias Buchinger, a phocomelic. Etching.

Buchinger cominciò quindi a viaggiare, spostandosi in Irlanda, con il nome di scena di “Meraviglioso Piccolo Uomo di Norimberga“. Si esibì a Dublino, al Crown and Anchor di Sycamore Alley, nel 1720; nel 1722 tenne alcuni spettacoli a Belfast, e nel 1737 ancora a Dublino. Durante questi suoi show, Matthias eseguiva diversi numeri di destrezza, come ad esempio giocare ai birilli, mescolare e distribuire un mazzo di carte in men che non si dica, infilare con precisione il filo nella cruna di un ago o dimostrare la sua infallibile mira con il moschetto; ma erano le sue doti di illusionista che lasciavano il pubblico a bocca aperta. Faceva sparire le classiche palline sotto le tazze, apparire colombe dal nulla, e proponeva tutta la consueta varietà di giochi di prestigio che necessitano di grande esercizio e manualità – anche per un mago effettivamente provvisto di mani.

V0007014 Matthias Buchinger, a phocomelic, with thirteen scenes repre

Raffigurazione dei giochi proposti da Buchinger nei suoi spettacoli.

Se sulla scena si sbizzarriva suonando l’oboe, il dulcimer, la tromba, il flauto, la cornamusa ed altri strumenti che costruiva da solo, nel suo tempo libero Buchinger non smetteva di sfidare la sua condizione, coltivando hobby di precisione. Amava costruire navi nelle bottiglie, o addirittura veri e propri diorami. Quella nella foto successiva, da lui creata nel 1719, è la più antica delle cosiddette mining bottles e rappresenta una miniera a due piani, con i lavoratori impegnati nell’estrazione sotto il livello del suolo e gli addetti all’argano per caricare i materiali in superficie. Si riconosce anche un uomo che affila un palo con un’ascia.

buchinger1

buchinger3

Abbiamo già accennato alla sua abilità incisoria: grazie a penne, scalpelli e pennini da lui modificati e adattati alle sue rudimentali appendici, era in grado di disegnare con la sicurezza di un vero artista. In un’occasione, di fronte ad un lord, in pochi minuti tracciò su un foglio una perfetta riproduzione dello stemma araldico della città. Realizzava anche dei minuziosi ed elaboratissimi autoritratti. Fra quelli autografi che ci rimangono, spicca quello sottostante: la folta chioma di capelli, ad un attento esame, si scopre essere composta da sette Salmi e dal Padre Nostro, scritti in microcalligrafia.

Matthewbuchinger

Lordsprayercurls

Frontespizio per una Bibbia realizzato da Buchinger.

Frontespizio per una Bibbia realizzato da Buchinger.

Un altro suo hobby erano evidentemente le belle donne. Uomo di gran vigore, energia e fascinoso carisma, si sposò tre volte, quattro secondo altre fonti. Ebbe quindici figli, e si divertiva a disegnare il suo albero genealogico raffigurando se stesso come il tronco, le mogli come rami e i suoi numerosi figli come frutti appesi.
Ben presto la sua fama di donnaiolo divenne proverbiale: si diceva che avesse avuto figli illegittimi da una settantina di amanti. La sua prima moglie, gelosa, cominciò a spazientirsi, e prese ad alzare le mani sull’invalido, all’apparenza indifeso, ogni volta che egli allungava troppo gli occhi in direzione di qualche prosperosa fanciulla. Un famoso aneddoto racconta che, all’ennesima sberla ricevuta in pubblico dalla consorte, Matthias non ci vide più: reagì saltando sulla donna, facendola cadere sul selciato della strada, e la coprì con una gragnuola di terribili colpi sferrati con i suoi moncherini. Il giorno dopo le vignette satiriche dei giornali erano tutte immancabilmente incentrate su quella bizzarra zuffa matrimoniale.
Le sue performance virili divennero talmente mitizzate che, persino a quarant’anni dalla sua morte, in Inghilterra era ancora diffusa l’espressione “stivale di Buchinger” per indicare la vagina – alludendo al fatto che il pene di Matthias era il suo unico “piede”.

A notice advertising himself by Matthias Buchinger

Flano promozionale realizzato da Buchinger per pubblicizzare il suo arrivo in città.

Al di là dell’inevitabile colore folkloristico delle storie che lo circondano, quello che sappiamo è che Matthias Buchinger condusse una vita piena ed eccitante, in seno a quell’alta società che i suoi famigliari bavaresi non potevano nemmeno sognare di raggiungere, esibendosi nei suoi giochi di prestigio per tre successivi Imperatori di Germania, per la gran parte dei Re e dei Principi d’Europa e tre volte per Giorgio I di Gran Bretagna. Molte personalità di spicco divennero nel tempo suoi patroni, come ad esempio il Dr. Peter Brown, rettore dell’illustre Trinity College.
Un certo Francis Smith, studente all’Università di Dublino, divenne suo amico, e la sua testimonianza ci restituisce il ritratto più intimo che abbiamo di Buchinger: quello di un uomo dall’intelligenza vispa e sempre attiva, dotato di grande ironia anche nei confronti della sua condizione. Se raccontava che da bambino la sua famiglia lo teneva nascosto, vergognandosi della sua deformità, aggiungeva sempre che più tardi tentò di avviarlo alla carriera di sarto: ma, scherzava Matthias, i suoi genitori “dovettero abbandonare il piano, perché non riuscivano a trovare un posto dove infilare il ditale”.

Buchinger non arretrava nemmeno di fronte all’idea che il suo corpo venisse sezionato e studiato dopo la morte, anzi invitò Smith a reclamare il cadavere per donarlo alla Scuola di Anatomia, nel caso fosse deceduto a Dublino. Quando morì davvero, nel 1740 a Cork, fu il Dr. Barry ad ottenere il suo corpo, e per un certo periodo il suo scheletro venne conservato in quella città.

(Grazie, Andrea!)

The Alternative Limb Project

4574238380.swf

Sophie de Oliveira Barata è un’artista diplomatasi alla London Arts University, e che in seguito si è specializzata in effetti speciali per il cinema e la TV. Ma negli otto anni successivi agli studi, ha trovato impiego nel settore delle protesi mediche; modellando dita, piedi, parti di mani o di braccia per chi li aveva perduti, piano piano nella sua mente ha cominciato a prendere forma un’idea. Perché non rendere quelle protesi realistiche qualcosa di più di un semplice “mascheramento” della disabilità?

4576094203.swf

4576094194.swf
È così che Sophie si è messa in proprio, e ha fondato l’Alternative Limb Project. Il suo servizio è rivolto a tutte quelle persone che hanno subìto amputazioni, ma che invece di fingere la normalità vogliono trasformare la mancanza dell’arto in un’opportunità: quello che Sophie realizza, a partire dall’idea del cliente, è a tutti gli effetti un’opera d’arte unica.

Sophie prende inizialmente un calco dell’arto sano, oppure di un volontario nel caso che il cliente sia un amputato bilaterale. Con il cliente discute della direzione da prendere, i colori, le varie idee possibili; con il medico curante, Sophie lavora a stretto contatto per assicurarsi che la protesi sia confortevole e correttamente indossabile. Le decisioni sul design sono prese passo passo assieme al cliente, finché entrambe le parti non sono soddisfatte.

I risultati del lavoro di Sophie sono davvero straordinari. Si spazia dagli arti ultratecnologici d’alta moda, come quello creato per la cantante e performer Viktoria M. Moskalova (che confessa: “la prima volta che ho indossato un arto che era cosi ovviamente BIONICO, mi ha dato un senso totale di unicità, e di essere una mutante, nel migliore dei sensi“) a un’elegante e deliziosa gamba floreale, fino ad un braccio multiuso che sarebbe tornato utile a James Bond o all’Ispettore Gadget.

4574238385.swf

4578713528.swf

4578878834.swf

4578878842.swf

4603108015.swf

4603108014.swf

4603108013.swf

4603108012.swf
Che si tratti di una gamba ispirata agli elaborati e fini ricami degli avori orientali, oppure di un modello anatomico con muscoli estraibili, o ancora di un braccio con tanto di serpenti avvinghiati in una morsa sensuale, queste protesi hanno in comune la volontà di reclamare la propria individualità senza cercare a tutti i costi di conformarsi alla “normalità”.
Per chi è costretto a subire l’operazione, la perdita di un arto ha un impatto incalcolabile sulla vita di ogni giorno, ma anche e soprattutto sulla sicurezza e la stima di sé: accettare il proprio corpo è difficile, e il sentimento di essere differenti spesso tutt’altro che piacevole. Sophie spera che il suo lavoro aiuti le persone a infrangere qualche barriera, e a modificare, nel proprio piccolo, il modo in cui si guarda alla disabilità.

4604114151.swf

4604114149.swf

4604114153.swf

4586276979.swf

4586276980.swf

4600997369.swf

4583423523.swf

4603105085.swf

4603105086.swf

4578746289.swf

4578746303.swf

4576096365.swf

E, a leggere i pareri dei clienti soddisfatti, un arto “alternativo” come quelli creati da Sophie può davvero cambiare la vita e ricostruire la fiducia in se stessi. Come dice Kiera, la felice proprietaria della gamba floreale, “ho avuto un incredibile numero di risposte positive, da altri amputati e da persone senza disabilità. Vorrei solo avere più opportunità per indossarla. Devo andare a più feste!

4578745377.swf

4578879728.swf
Ecco il sito ufficiale dell’Alternative Limb Project.

Il giocattolo del Gigante

Una famiglia di giganti stava attraversando le Alpi: scavalcando le montagne, falcata dopo falcata, verso chissà quale destinazione. Il figlio dei giganti, un bambino alto circa 100 metri, piangeva a dirotto, e i suoi singhiozzi riecheggiavano per le valli. Era disperato perché aveva perso il suo coniglietto di peluche; ma purtroppo non c’era tempo per tornare indietro a cercarlo. Mamma gigantessa lo prese in braccio per consolarlo, e la marcia continuò.

Questo è quanto potremmo immaginare imbattendoci nella strana fotografia satellitare qui sotto. Cosa ci fa un enorme coniglio rosa a 1600 metri di altitudine sulle montagne piemontesi?

coniglio-gigante-a-artesina-in-italia

Posto sul Colletto Fava vicino al Bar La Baita, proprio sopra al paesino di Artesina in provincia di Cuneo, il coniglio è lungo 50 metri, ricoperto di lana, imbottito con mille metri cubi di paglia, ed ha richiesto cinque anni di lavoro a maglia. È stato creato nel 2005 dal collettivo viennese Gelitin, composto da quattro artisti dalle idee bizzarre e spesso geniali.

6a00d8341c2f0953ef01a73d66b2c0970d-640wi

bunny1

leg_sleep

Collettivo-Gelitin04

Ma non lasciatevi ingannare: se l’idea di un coniglio rosa gigante vi sembra fin troppo kawaii, l’installazione ha in realtà un effetto davvero perturbante. Le dimensioni innaturali del peluche contrastano con il paesaggio, il colore rosa shocking lo stacca dal resto del panorama: l’idea di posizionarlo lontano dalle gallerie d’arte o dai centri urbani, elemento artificiale “abbandonato” in un contesto naturale, contribuisce alla sensazione di disagio. La posa del peluche, inoltre, dà l’inquietante impressione di qualcosa di morto e in effetti le interiora del coniglio (cuore, fegato, budella, tutte di lana) fuoriescono dal suo fianco.

1poster

IW_Coniglio-colletto-fava_08

E non è tutto. Il coniglio resterà esposto agli elementi fino al 2025. Questo significa che i visitatori potranno, nel tempo, assistere a una vera e propria dissoluzione dell’opera d’arte; già adesso, a distanza di quasi dieci anni dall’inizio del progetto, la decomposizione del coniglio è in fase avanzata. Se fino a qualche tempo fa si poteva ancora arrampicarsi sul corpo dell’animaletto, e sdraiarsi sul suo petto a prendere il sole, oggi l’installazione comincia a mostrare il suo lato più crudele e beffardo. Le intemperie hanno squarciato in più punti la superficie del pupazzo, esponendo la paglia sottostante e donando al povero coniglio l’aspetto di una vera e propria carcassa.

hase_02_06_700

35737276c180c0a9cb66864895a4a7f4

cfile7.uf.2001DF414D12B577270905

hase_09_08e_klein_700

Il collettivo artistico austriaco, ben conscio dell’effetto destabilizzante che nel tempo avrebbe assunto l’opera, ha usato queste splendide righe per descrivere il proprio lavoro:

Le cose che si possono trovare vagando nel paesaggio: cose familiari, e completamente sconosciute, come un fiore che non si è mai visto prima oppure, come Colombo scoprì, un continente inesplicabile; e poi, dietro una collina, come lavorato a maglia da nonne giganti, giace questo vasto coniglio, per farti sentire piccolo come una margherita.
La creatura, rosa come carta igienica, è sdraiata sulla schiena: una montagna-coniglio come Gulliver a Lilliput.
Che felicità scalarlo lungo le orecchie, quasi cadendo nella sua bocca cavernosa, fino alla cima della pancia, e guardare verso il rosa panorama lanoso del corpo del coniglio, un paese caduto dal cielo; orecchie e arti che si dipanano verso l’orizzonte; dal suo fianco veder fluire il cuore, il fegato e gli intestini.
Felicemente innamorato scendi dal cadavere putrescente, verso la ferita, ora piccolo come una larva, sopra i reni e le budella di lana.
Felice te ne vai come la larva che acquista le sue ali da una carcassa innocente sul bordo della strada.
Tale è la felicità che diede forma a questo coniglio.
Io amo il coniglio e il coniglio mi ama.

art,nature,pink,bunny,installation,artesina-37beb856e9a226ca1955dbed7de646a8_h

art,artesina,bunny,coniglietto,coniglio,cute-774113c2be3eaac2bc287f9fcfb555a1_h

gelitin06

hase_09_11_small_700

Fra dieci anni, quando l’opera si potrà dire definitivamente conclusa, del coniglio gigante non rimarrà più traccia. Sarà stato “digerito” e assorbito dalla natura, come accade a tutto e a tutti.

hase1_700

Ecco il sito del collettivo Gelitin.

R.I.P. HR Giger

gigerfeat__span

Si è spento ieri il grande H. R. Giger, in seguito alle ferite riportate durante una caduta nella sua casa di Zurigo. Aveva 74 anni.

hr_giger_at_work

Giger aveva cominciato la sua carriera negli anni ’70, e verso la metà del decennio venne reclutato da Alejandro Jodorowsky come designer e scenografo per l’adattamento cinematografico di Dune: il progetto purtroppo non vide mai la luce, ma Giger, ormai fattosi notare ad Hollywood, fu scelto per disegnare i set e il look della creatura di Alien (1979). L’Oscar vinto grazie al film di Ridley Scott gli diede fama internazionale.

hr_giger_alien_IV

hr_giger_wreck_III

hr_giger_alienderelictcockpit

20294

Da quel momento, stabilitosi a Zurigo in pianta stabile, Giger continuò a dipingere, scolpire e progettare arredamenti d’interni e oggetti di design; i suoi quadri comparvero sulle copertine di diversi album musicali; nel 1998 aprì i battenti il Museum H. R. Giger, nel castello di St. Germain a Gruyères.

hr-giger-art

hr_giger_bar

1349619302_74350

Giger_Museum

I suoi inconfondibili e surreali dipinti, realizzati all’aerografo, aprono una finestra su un futuro oscuro e distopico: panorami plumbei, in cui l’organico e il meccanico si fondono e si confondono, dando vita ad enormi ed enigmatici amplessi di carne e metallo. Se l’idea dell’ibridazione fisica fra l’uomo e la macchina risulta oggi forse un po’  datata, l’elemento ancora disturbante dei dipinti di Giger è proprio questa sensualità morbosa e perversa, una sorta di sessualità post-umana e post-apocalittica.

hr_giger_elp_XII

hr-giger-erotomechanics-vii1

hr_giger_0221-620x432

hr_giger_020

hr-giger-dark-water

La sua opera, al tempo stesso viscerale ed elegante, è capace di mescolare desiderio e orrore, tragicità e mistero. La sfrenata fantasia di H. R. Giger, e le sue visioni infernali e aliene, hanno influenzato l’immaginario di un’intera generazione: dallo sviluppo dell’estetica cyberpunk ai design ultramoderni, dalla musica rock ai film horror e sci-fi, dal mondo dei tattoo all’alta moda.

hr-giger-1

123

548974759

Ecco il link all’ HR Giger Museum.

Medicina legale illustrata

Grazie al cinema e alla televisione, oggi tutti possono vantare una certa familiarità con le tecniche di medicina forense: sulla scena del crimine gli esperti si avvalgono di avanzate tecnologie, e le indagini coprono settori interdisciplinari quali la balistica, la chimica, la biologia, l’entomologia, la dattiloscopia, la tossicologia, e via dicendo.

La medicina forense nacque verso la metà dell’800 fra Austria e Germania, quando alcuni medici compresero l’importanza degli studi criminologici e si impegnarono affinché la disciplina adottasse scrupolosamente il metodo scientifico. Eduard von Hoffmann, medico praghese, fu uno dei padri di questa moderna tendenza. Le sue opere fondamentali sono Lehrbuch für gerichtliche Medizin (“Manuale di Medicina Legale”, 1878) e Atlas der gerichtlichen Medizin (“Atlante di Medicina Legale”, 1898).

Eduard_von_Hofmann_c1875
Quest’ultimo volume, in particolare, è arricchito da 193 fotografie e 56 illustrazioni a colori, per venire incontro alla sempre più pressante richiesta di riferimenti e materiali visivi.
La cromolitografia, tecnica artistica nata a metà secolo, permetteva di rendere con particolare realismo il colorito, la texture e le ombreggiature dei soggetti ritratti, e questo risultava di fondamentale importanza per insegnare agli studenti e ai colleghi le recenti scoperte e i nuovi metodi di analisi.
Le splendide tavole contenute nel libro sono opera di un certo A. Schmitson: nella prefazione Hoffmann loda l’artista, del tutto “digiuno” del tema trattato, per l’abilità esecutiva e l’accuratezza della comprensione. (Per quanto profano, secondo le nostre ricerche Schmitson ha illustrato almeno altri due atlanti medici, in particolare di anatomia patologica e ginecologia).

Ecco dunque una selezione di alcune fra le migliori illustrazioni dell’Atlante.

Neonato. Soffocamento da porzione di membrana.

Neonato. Soffocamento da porzione di membrana.

 

Omicidio a causa di varie ferite inferte con strumenti differenti (ferro da stiro, coltello, calci, pressione del petto).

Omicidio a causa di varie ferite inferte con strumenti differenti (ferro da stiro, coltello, calci, pressione del petto).

 

Suicidio per sgozzamento.

Suicidio per sgozzamento.

 

Suicidio per accoltellamento.

Suicidio per accoltellamento multiplo.

 

Ferita circolare da pistola (il proiettile è stato deviato dalla calotta cranica, girando attorno al cervello).

Ferita circolare da pistola (il proiettile è stato deviato dalla calotta cranica, girando attorno al cervello).

 

Suicidio per impiccagione; sospensione del corpo per diversi giorni; distribuzione peculiare dell'ipostasi cadaverica.

Suicidio per impiccagione; sospensione del corpo per diversi giorni; distribuzione peculiare dell’ipostasi cadaverica.

 

Suicidio per impiccagione con doppia corda. Posizione asimmetrica del nodo.

Suicidio per impiccagione con doppia corda. Posizione asimmetrica del nodo.

 

Suicidio per impiccagione con vecchia corda arrotolata per cinque volte attorno al collo.

Suicidio per impiccagione con vecchia corda arrotolata per cinque volte attorno al collo.

 

Formazione di Fungo (alga) su un cadavere trovato in acqua. (Stadio iniziale, il neonato è rimasto per 14 giorni nell'acqua corrente).

Formazione di Fungo (alga) su un cadavere trovato in acqua. (Stadio iniziale, il neonato è rimasto per 14 giorni nell’acqua corrente).

 

Lo stesso bambino dell'immagine precedente, rimasto nell'acqua per quattro settimane.

Lo stesso bambino dell’immagine precedente, rimasto nell’acqua per quattro settimane.

 

Cauterizzazione delle labbra e della regione attorno alla bocca per ingestione di Lysol.

Cauterizzazione delle labbra e della regione attorno alla bocca per ingestione di Lysol.

 

Avvelenamento da fumi di carbone.

Avvelenamento da fumi di carbone.

 

Traumi da caduta al momento della morte.

Traumi da caduta al momento della morte.

 

Situazione anormale del livor mortis come risultato della posizione del corpo.

Situazione anormale del livor mortis come risultato della posizione del corpo.

 

Estremità inferiore di un neonato rimasto per diversi mesi nell'acqua corrente; formazione di adipocera.

Estremità inferiore di un neonato rimasto per diversi mesi nell’acqua corrente; formazione di adipocera.

 

Cadavere mummificato di suicida (scoperto 10 anni dopo la morte).

Cadavere mummificato di suicida (scoperto 10 anni dopo la morte).

L’Atlante di Eduard von Hoffmann è consultabile gratuitamente online nella sua traduzione inglese a questo indirizzo. L’analisi forense svolta dall’autore su questi, ed altri, casi è altrettanto interessante delle illustrazioni, e non soltanto dal punto di vista criminologico: vengono infatti svelati diversi dettagli, talvolta terribili e commoventi, delle vicende umane che hanno portato a queste morti violente.

Tassidermia e vegetarianismo

SideTour_Taxidermy

La tassidermia sembra conoscere, in questi ultimi anni, una sorta di nuova vita. Alimentata dall’interesse per l’epoca vittoriana e dal diffondersi dell’iconografia e l’estetica della sottocultura goth, l’antica arte tassidermica sta velocemente diventando addirittura una moda: innumerevoli sono gli artisti che hanno cominciato ad integrare parti autentiche di animali nei loro gioielli e accessori, come vi confermerà un giro su Etsy, la più grande piattaforma di e-commerce per prodotti artigianali.

taxidermy kitten mouse necklace-f50586

tumblr_lovkxjtwur1qbkjd0o1_400

il_570xN.311750603

il_570xN.530781784_rwry
A Londra e a New York conoscono un crescente successo i workshop che insegnano, nel giro di una giornata o due, i rudimenti del mestiere. Un tassidermista esperto guida i partecipanti passo passo nella preparazione del loro primo esemplare, normalmente un topolino acquistato in un negozio di animali e destinato all’alimentazione dei rettili; molti alunni portano addirittura con sé dei minuscoli abiti, per vestire il proprio topolino alla maniera di Walter Potter.

article-2107482-11F22C86000005DC-726_634x460
Su Bizzarro Bazar abbiamo regolarmente parlato di tassidermia, e sappiamo per esperienza che l’argomento è sensibile: alcuni dei nostri articoli (rimbalzati senza controllo da un social all’altro) hanno scatenato le ire di animalisti e vegetariani, dando vita ad appassionati flame. Ci sembra quindi particolarmente interessante un articolo apparso da poco sull’Huffington Post a cura di Margot Magpie, sui rapporti fra tassidermia e vegetarianesimo.

Margot Magpie è istruttrice tassidermica proprio a Londra, e sostiene che una gran parte dei suoi alunni sia costituita da vegetariani o vegani. Ma come si concilia questa scelta di rispetto per gli animali con l’arte di impagliarli?

article-2107482-11F22FDE000005DC-919_634x408

article-2107482-11F22D3C000005DC-29_634x460

article-2107482-11F22EC7000005DC-410_634x523
Ovviamente, tagliare e preparare il corpo di un animale non implica certo mangiarne la carne. E una gran parte degli artisti, vegetariani e non, che operano oggi nel settore ci tengono a precisare che i loro esemplari non vengono uccisi con lo scopo di creare l’opera tassidermica, ma sono già morti di cause naturali oppure – come nel caso dei topolini – allevati per un motivo più accettabile. (Certo, anche sul commercio dei rettili come animali da compagnia si potrebbe discutere, ma questo esula dal nostro tema). Si tratta in definitiva di materiale biologico che andrebbe sprecato e distrutto, quindi perché non usarlo?

article-2107482-11DCE7C2000005DC-704_634x505

article-2107482-11F230BC000005DC-859_634x449

article-2107482-11F231D9000005DC-824_634x483
Ma preparare un animale comporta comunque il superamento di un fattore di disgusto che sembrerebbe incompatibile con il vegetarianismo: significa entrare in contatto diretto con la carne e il sangue, sventrare, spellare, raschiare e via dicendo. A quanto dice Margot, però, i suoi allievi vegetariani colgono una differenza fondamentale fra l’allevamento degli animali a fini alimentari – con tutti i problemi etici che l’industrializzazione del mercato della carne porta con sé – e la tassidermia, che è vista invece come un rispettoso atto d’amore per l’animale stesso. “La tassidermia per me significa essere stupiti dall’anatomia e dalla biologia delle creature, e aiutarle a continuare a vivere anche dopo la morte, in modo che noi possiamo vederle ed apprezzarle”, dice un suo studente.

La passione per la tecnica tassidermica proviene spesso dall’interesse per la storia naturale. Visitare un museo e ammirare splendidi animali esotici (che normalmente non potremmo vedere) perfettamente conservati, può far nascere la curiosità sui processi utilizzati per prepararli. E questo amore per gli animali, dice Margot, è una costante riconoscibile in tutti i suoi alunni.

article-2107482-11F22AA9000005DC-736_634x455
“Combatto con questo dilemma da un po’. – racconta un’altra artista vegetariana – La gente mi dice che ‘non dovrebbe piacermi’, ma ci sono piccole cose nella vita che ci danno gioia, e non possiamo farne a meno. Mi sembra che sia come donare all’animale una vita interamente nuova, permettergli di vivere per sempre in un nuovo mondo d’amore, per essere attentamente rimesso in sesto, posizionato e decorato, ed è un’impresa premurosa e amorevole”.

article-2107482-11F235DE000005DC-79_634x454
L’altro problema è che non tutti i lavori tassidermici sono “naturalistici”, cioè mirati a riprodurre esattamente l’animale nelle pose e negli atteggiamenti che aveva in vita. Non a caso facevamo l’esempio della tassidermia antropomorfica, in cui l’animale viene vestito e fissato in pose umane, talvolta inserito in contesti e diorami di fantasia, oppure integrato come parte di un accessorio di vestiario, un pendaglio, un anello. Si tratta di una tassidermia più personale, che riflette il gusto creativo dell’artista. Per alcuni questa pratica è irrispettosa dell’animale, ma non tutti la pensano così: secondo Margot e alcuni dei suoi studenti la cosa non crea alcun conflitto, fintanto che il corpo proviene da ambiti controllati.

article-2107482-11F233AB000005DC-674_634x453

“Credo che utilizzare animali provenienti da fonti etiche per la tassidermia sia positivo e, per questo motivo, posso continuare felicemente con il vegetarianismo e con il mio interesse di lunga data per la tassidermia. Sento di molti tassidermisti moderni che usano esclusivamente animali morti per cause naturali o in incidenti, quindi credo che ci troviamo in una nuova era di tassidermia etica. Sono felice di farne parte”.

C’è chi invece il problema l’ha aggirato del tutto. L’artista americana Aimée Baldwin ha creato quella che chiama “tassidermia vegana”: i suoi uccelli sono in realtà sculture costruite con carta crespa. Il lavoro certosino e la conoscenza del materiale, con cui sperimenta da anni, le permettono di ottenere un risultato incredibilmente realistico.

Vegan Taxidermy  An Intersection of Art, Science, and Conservation

Raven-360x240

Kingfisher432

HeronCity432

AmericanAvocet-288x432

Ecco il link all’articolo di Margot Magpie. Gran parte delle fotografie nell’articolo provengono da questo articolo su un workshop tassidermico newyorkese. Ecco infine il sito ufficiale di Aimée Baldwin.

Regali di Natale

sax-player-loves-santa

Le festività sono alle porte e, come tutti gli anni, la magia del Natale viene incrinata dalla più temuta delle incombenze: la scelta dei regali adeguati. Se durante tutto il resto dell’anno ci reputiamo persone creative, in questo periodo qualsiasi briciolo di originalità sembra abbandonarci definitivamente, e più ci straziamo le meningi per farci venire qualche idea, più la nostra fantasia rimane muta e desolata come la page blanche che tanto ossessiona gli scrittori.

È forse quest’ansia da prestazione che ha spinto la nostra lettrice horrorboutiqueph a richiedere a gran voce, in un recente commento, un articolo di consigli sullo shopping natalizio. La accontentiamo volentieri, sperando di fare cosa gradita a quanti di voi sono alla frenetica ricerca di quello spunto particolare che trasforma il risaputo scambio dei pacchi in un evento memorabile.

Ecco dunque alcune idee per i doni di Natale, in puro stile Bizzarro Bazar.

1. Adottare un teschio

Il Mütter Museum di Philadelphia è uno dei musei di storia della medicina più noti a livello mondiale, grazie anche a un’intelligente valorizzazione “pubblicitaria” delle sue collezioni. Oltre a conferenze, iniziative di vario genere e sontuosi cataloghi, c’è addirittura chi ha celebrato le proprie nozze fra le sue mura.
Fino al 31 Dicembre (ma gli organizzatori stanno valutando la possibilità di estendere questa deadline) si può prendere parte alla nuova e innovativa campagna “Save Our Skulls”. Avete la possibilità, al costo di 200$, di riservare l’adozione di uno dei 139 teschi della collezione frenologica del museo per garantire il suo restauro – ed assicurare che il nome del benefattore sia ben visibile su una targhetta a fianco del cranio esposto nel museo. Sta a voi scegliere, anche in base alla storia di questi antichi reperti: c’è il teschio della prostituta viennese, quello del criminale tailandese, l’equilibrista che si è spezzato il collo durante un spettacolo, il fanatico russo che, seguendo i dettami di una setta che praticava la castrazione preventiva contro le insidie della lussuria, morì di ferite autoinflitte mentre cercava di asportarsi i testicoli con un metodo troppo casalingo.
Il Museo vi spedirà un certificato e una foto del cranio con la relativa targhetta: l’amico o il parente a titolo del quale avete fatto l’iscrizione non potrà che commuoversi sapendo che, oltreoceano, il suo nome compare di fianco al teschio di un malato di sifilide o di un suicida.

geza

Save Our Skulls

2. Il bagnoschiuma

Gli articoli per il benessere della persona non passano mai di moda, perché coniugano il piacere con l’utilità. Ecco quindi un gel bagno/doccia particolare, divertente e di raffinato buongusto, particolarmente consigliato per i fan di Psycho o di Dexter.

BATH-1238

Blood Bath Shower Gel

3. Le opere di Mala Tempora

Giulio Artioli è un artista italiano che realizza, “in un angolo caotico di casa”, degli strani e affascinanti ibridi da collezione. Ispirate al mondo delle wunderkammern e dei sideshow, della letteratura fantastica e delle stranezze anatomiche, le creazioni di “Mala Tempora” (questo il nome dell’atelier) hanno il fascino degli oggetti impossibili: vi trovano posto le Sirene del Pacifico, gli sfuggenti Vescovi di mare, i reperti di antiche esplorazioni, uno studio anatomico di brigante calabrese, teste mummificate, feti di balene, scheletri di gnomo e teschi di gemelli siamesi. Il tutto, ovviamente, ricreato dalle mani dell’artista: ogni opera è inoltre corredata da un’accurata e dettagliata storia dell’esemplare in questione, e queste righe sono talmente affascinanti e dense di meraviglia da valere da sole gran parte dell’acquisto.

Preserved_human_fetus_1

Pacific_Ocean_Mermaid_3

4

Mala Tempora Studio

4. La poltrona per le fotocopie

Un vostro conoscente è un importante uomo d’affari – il classico uomo che ha già tutto e al quale non sapete proprio cosa regalare, a parte l’ennesimo dopobarba? Articolo di design e di arredamento assieme, questa poltrona (opera dell’artista Tomomi Sayuda) è il perfetto complemento per ogni ufficio. Appena una persona vi si siede, si attiva la fotocopiatrice nascosta al suo interno. Certo, un po’ si perde il brivido del proibito, quando, da soli nella stanza delle fotocopie, ci si trovava a combattere contro questo tipo di irresistibili istinti.

xerox-ass

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=3QxI2Ix-Njg]

Tomomi Sayuda

5. Il titolo nobiliare

Ecco un dono che è segno di rispetto e di devozione.
In Scozia, chiunque acquisti dei possedimenti terrieri può fregiarsi del titolo di Lord o Lady. Così la società Higland Titles ha pensato a un uso intelligente per questo cavillo: suddividendo la foresta di Glencoe (sede di uno storico massacro e importante riserva naturale) in minuscoli appezzamenti di meno di un metro quadro, e mettendoli in vendita, garantisce all’acquirente la possibilità di diventare un Lord. L’iniziativa ha una finalità ecologica, cioè garantire che l’area boschiva non divenga mai terreno edificabile, e allo stesso tempo assicurare introiti aggiuntivi per i servizi forestali.

Ma, siamo sinceri, il bello è che regalare un titolo nobiliare fa sempre il suo effetto. E sì, il nuovo appellativo può essere registrato sui documenti ufficiali come ad esempio passaporto o carta d’identità.

(Per inciso, chi scrive è già entrato in possesso di un pezzetto delle Highlands scozzesi, proprio grazie alla generosa goliardia di alcuni amici. D’ora in poi sappiate che Lord Bizzarro Bazar esige una certa deferenza, da parte di voialtri umili villici.)

Scottish-Highlands

Become a Lord

[AGGIORNAMENTO: La Highland Titles è stata al centro di alcune controversie. Ora sul sito è specificato chiaramente che il titolo è simbolico. Ma ugualmente divertente ed ecologico.]

6. Cordone ombelicale

Siete a cena e il vostro amico, invece di parlare con voi, non la smette di controllare il telefonino. Per molte persone ormai gli smartphone sono parte integrante della vita quotidiana, e vengono accuditi con infinita attenzione, e coccolati come fossero carne della propria carne. Risulta perfetto allora un regalo che è anche un efficace monito, pensato per chi fa del proprio iPhone un prolungamento del corpo, un’appendice o una protesi tecnologica. Un caricabatterie che pulsa e vive, degno di David Cronenberg, dimostra come perfino il cellulare possa diventare un’escrescenza ibrida di materia organica e meccanica. Ecco il vostro bambino, gente.

gc_top

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=yQPDSES8my0]

Mio I-zawa