Scheletri viventi

Il circo è sempre stato interessato ai limiti del corpo umano: dagli acrobati, agli equilibristi, ai contorsionisti, ai mangiatori di spade e via dicendo, le imprese eroiche e spettacolari degli artisti circensi impressionano proprio perché il corpo viene portato oltre i confini delle sue normali capacità. Allo stesso modo, in quelle colorate e pittoresche baracconate che erano i freakshow, il corpo mostrava invece l’aspetto oscuro e osceno della sua fantasia. Ma anche qui, per colpire l’immaginario del pubblico, l’esibizione della deformità passava per gli estremi – nani e giganti, donne obese e uomini magrissimi.

Questi ultimi, in particolare, venivano chiamati living skeletons, “scheletri viventi”, e costituivano uno dei numeri classici di ogni freakshow. Già da qualche secolo i medici riportavano nei testi scientifici i rari casi di magrezza estrema; ma fu Isaac Sprague, nato nel 1841, che decise per primo di esibirsi di fronte ad un pubblico come scheletro vivente.

Fino all’età di dodici anni Isaac era stato un ragazzino normale; poi, a causa di qualche disfunzione mai chiarita, cominciò a perdere peso rapidamente. In poco tempo il profilo dello scheletro si affacciò alla superficie della sua pelle, la sua massa muscolare si restrinse all’inverosimile e di conseguenza Isaac divenne così debole da non potersi più permettere di lavorare né con il padre ciabattino, né come garzone all’emporio locale. Aveva un costante bisogno di nutrimento per affrontare la giornata e recuperare quel minimo di energia sufficiente a tenerlo cosciente: portava al collo una borraccia riempita di latte e zucchero dalla quale beveva ogni volta che sentiva le forze abbandonarlo.
La sua magrezza estrema attirava lo sguardo e i commenti velenosi dei passanti, ed Isaac si era rassegnato a vivere sopportando tutto questo. Era alto un metro e settanta, e pesava meno di 20 chili.

Un giorno però, nel 1865, Isaac volle farsi un giro al luna park, e lì venne notato da uno dei promoter che gli offrì di esibirsi. Sulle prime Isaac rifiutò, ma in breve tempo si fece strada in lui una riflessione più razionale. Lavorare, non poteva; la gente avrebbe comunque e sempre guardato con repulsione e curiosità il suo corpo – e allora tanto valeva che pagassero per farlo.

La scelta di Isaac Sprague di unirsi al luna park itinerante fu quella giusta: esibendosi come “scheletro vivente” nel giro di una manciata di mesi la sua popolarità crebbe talmente che venne provinato da P. T. Barnum in persona, e assunto per la cifra davvero notevole di 80 dollari a settimana. La sua fortuna fu breve: quando l’American Museum di Barnum prese fuoco per la seconda volta nel 1868, Isaac riuscì a sfuggire all’incendio per puro miracolo, magra e sparuta ombra di ossa e pelle che correva con sforzi inimmaginabili fra le fiamme. Dopo la brutta esperienza Sprague lasciò il mondo del freakshow per un po’; si sposò, ebbe tre figli di robusta costituzione, scrisse perfino un’autobiografia. Ritornato con il circo a causa di problemi finanziari, dovuti forse anche alla sua passione per il gioco d’azzardo, morì in povertà il 5 gennaio del 1887.

Un altro celebre scheletro vivente era Dominique Castagna, francese nato in Borgogna, a Saligny, nel 1869. La sua storia però è ben più triste di quella di Sprague.

Se Isaac poteva, nella sfortuna, almeno vantare un volto di bell’aspetto, Dominique aveva una faccia che pochi avrebbero definito attraente: il naso schiacciato e gli occhi bulbosi e sporgenti davano al suo viso un aspetto contorto e innaturale. All’età di due anni il suo corpo smise di svilupparsi normalmente, e da bambino crebbe emaciato e pallido. A dodici anni Castagna era alto 1 metro e 40 e pesava 22 chili: i concittadini lo evitavano per il suo aspetto macilento che scambiavano per qualche malattia mortale o contagiosa, e a sua volta lui imparò ad evitare la gente, vivendo secluso in casa, solitario ed introverso.

La storia racconta che Castagna, una volta adulto, trovò un lavoro d’ufficio a Monaco, l’unico impiego che il suo corpo fragile gli permetteva di assumere. Si dice che un suo collega che lavorava nello stesso ufficio, un certo Cruzel, lo convinse a tentare la strada del sideshow, e Dominique si decise a vincere una volta per tutte la sua timidezza: salì per la prima volta sul palcoscenico nel 1896 a Marsiglia. Ebbe un immediato successo.

Così Castagna e Cruzel divennero soci. Cruzel, in qualità di suo manager, gestiva gli ingaggi e fu lui ad inventare il nome d’arte vincente per Castagna: The Mummy, la mummia. Negli anni che seguirono fra i due nacque e si cementò un’amicizia vera, forse l’unica che Dominique avesse mai avuto. Per la prima volta in vita sua c’era qualcuno che non si mostrava disgustato dal suo aspetto, che non lo giudicava ma che anzi condivideva con lui la faticosa vita nomade e lo sosteneva con affetto nelle difficili esibizioni, quando Dominique era costretto a sopportare gli sguardi del pubblico, da solo sul palco.

Ma tutto ha una fine. Cruzel si innamorò di una donna; possiamo soltanto immaginare quanto questa novità possa aver riempito di angoscia e dolore Castagna, all’idea di rimanere ancora una volta da solo. Le sue paure, infine, si concretizzarono: Cruzel lasciò lo show business e si sposò.
Dominique Castagna decise che non voleva sopportare oltre una vita di solitudine, e si sparò nel 1905 in una camera d’hotel a Liegi, in Belgio.

Il volto e l’emozione

Quando nel 1806 Guillaume-Benjamin Duchenne nacque a Boulogne in una famiglia di umili pescatori, la prima cosa che fece sua madre, stringendolo al petto, fu sorridere. Non poteva sapere che il sorriso che le illuminava il volto sarebbe stato chiamato dagli studiosi sorriso Duchenne, proprio in onore di suo figlio.

In realtà, oltre che al sorriso, il nome Duchenne è ancora oggi legato a varie atrofie, distrofie e paralisi muscolari da lui individuate e studiate, così come a uno strumento chirurgico per l’asportazione di campioni di tessuti vivi da lui inventato: ma la sua fama è legata principalmente alle ricerche sulla neurofisiologia dell’emozione. Partendo dalle ricerche galvaniche, Duchenne mise a punto uno stimolatore elettrico faradico che, applicato a determinati punti della pelle, stimolava i muscoli sottostanti con enorme precisione. Praticamente questa tecnica (non invasiva) si basava sull’uso di elettrodi molto appuntiti che appoggiati all’epidermide facevano passare una piccola scossa elettrica, indolore ed estremamente localizzata. In questo modo riuscì a catalogare per primo tutti i muscoli della faccia umana, e non soltanto.

Utilizzando soggetti paralizzati, per essere sicuro che nessun movimento fosse volontario, Duchenne cominciò ad interessarsi al modo in cui i muscoli facciali vengono utilizzati per trasmettere emozioni. A seconda che siamo arrabbiati, felici, annoiati, spaventati, il nostro volto esprime questi stati d’animo con un complesso insieme di movimenti muscolari; Duchenne riuscì a “comporre” e catalogare queste espressioni emozionali con il suo apparecchio stimolatore ed essendo un appassionato di fotografia riuscì anche a documentare queste ricerche con una eccezionale serie di immagini.

Questo suo studio sulla fisiologia muscolare durò vent’anni, la missione di una vita. Fra le varie sorprese incontrate nel corso degli esperimenti, Duchenne trovò anche qualcosa che, per quanto non abbia un profondo valore scientifico, è rimasta una delle scoperte più curiose legate alla sua ricerca: la differenza fra un sorriso sincero e uno falso.

Duchenne si accorse che, quando stimolava elettricamente i suoi soggetti, non riusciva a ottenere da loro un sorriso convincente. Cosa mancava? Provò quindi a provocare con gli elettrodi un sorriso sul volto di un soggetto, e immediatamente dopo apostrofarlo con una battuta spiritosa, per confrontare quali muscoli si muovessero nel sorriso “indotto” e in quello spontaneo. E di colpo, capì.

Quando sorridiamo per cortesia (ma in realtà siamo annoiati), oppure per ingannare chi ci guarda facendogli credere che siamo felici, tutti i muscoli attorno alla bocca si attivano in maniera molto simile al sorriso naturale. Questo sorriso “bugiardo” difetta però di qualcosa:  sono i muscoli intorno agli occhi e alle sopracciglia, scoprì Duchenne, che si muovono soltanto se il sorriso è sincero e genuino. Provò quindi che il detto “ridere con gli occhi” era meno metaforico del previsto.

Nonostante i suoi metodi poco ortodossi, Duchenne rivoluzionò la conoscenza scientifica: è ricordato come uno dei più grandi medici del XIX Secolo e come il fondatore della neurologia. Se lo sapesse sua madre, come credete che sorriderebbe?

(Grazie, Marco!)