I neonati prematuri di Coney Island

Un tempo, sulla midway dei circhi o dei Luna Park, fra l’odore di hot dog e le grida degli imbonitori, si potevano vedere straordinarie attrazioni secondarie, dai mangiatori di fuoco alle donne barbute, dalle ballerine elettriche alle mostruosità più esotiche (ne abbiamo parlato ad esempio qui e qui).
Eppure, oltre al fascino che ancora esercita su di noi quest’epoca di ingenua meraviglia, c’è un’altra e meno conosciuta ragione per cui dovremmo essere grati alle vecchie fiere itineranti: fra coloro che stanno leggendo queste righe, quasi uno su dieci è vivo anche grazie ai sideshow.

Questa è la strana storia di come i Luna Park, e la caparbietà di un medico visionario, contribuirono a salvare milioni di vite umane.

Fino alla fine dell’800, i bambini nati prematuri non avevano pressoché alcuna possibilità di sopravvivenza. Gli ospedali non disponevano di unità neonatali in grado di assicurare cure efficaci per il problema, dunque i prematuri venivano ridati ai genitori affinché li portassero a casa — in pratica, a morire. Con ogni evidenza, Dio aveva deciso che quei bambini non fossero destinati a sopravvivere.
Nel 1878 un celebre ostetrico parigino, il Dr. Étienne Stéphane Tarnier, visitò una mostra chiamata Jardin d’Acclimation in cui veniva esibito anche un innovativo metodo di allevamento del pollame in ambiente riscaldato da un sistema idraulico, inventato da un impiegato dello Zoo di Parigi; immediatamente, il medico pensò di applicare lo stesso sistema ai neonati prematuri e commissionò la costruzione di una scatola che permettesse di condizionare la temperatura dell’ambiente in cui il bambino si trovava.
Dopo le prime, positive sperimentazioni all’Ospedale di Maternità di Parigi, ben presto l’incubatore fu dotato di una campanella che suonava quando la temperatura si alzava troppo.
Il suo braccio destro, Pierre Budin, sviluppò ulteriormente il concetto dell’incubatore di Tarnier, studiando da una parte come isolare e proteggere i fragili neonati dalle malattie infettive, e dall’altra ricercando le modalità e le quantità corrette di alimentazione di un bimbo prematuro.

Ma nonostante i buoni risultati, la comunità medica stentava a riconoscere l’utilità degli incubatori. Si trattava principalmente di una riserva dettata dalla mentalità dell’epoca: come ricordato, riguardo i bambini prematuri l’atteggiamento era piuttosto fatalista, e la morte dei piccoli più deboli era considerata inevitabile fin dall’alba dei tempi.

Fu così che Budin si decise a spedire un suo collaboratore, il Dr. Martin Couney, all’Esposizione Mondiale di Berlino nel 1896. Couney, il vero protagonista della nostra storia, era un personaggio fuori dal comune: al di là delle sue competenze di ostetrico, aveva uno sviluppato carisma e la verve di un vero animale da palcoscenico; queste sue doti si rivelarono, come vedremo, fondamentali per la riuscita della sua missione.
Couney, al fine di creare un po’ di clamore e diffondere meglio la novità, ebbe l’idea di esporre negli incubatori dei bambini prematuri in carne ed ossa. Dimostrando una notevole faccia tosta, chiese direttamente all’Imperatrice Augusta Vittoria di poter utilizzare alcuni infanti dell’Ospedale di Carità di Berlino. Il favore gli fu accordato, visto che comunque i neonati erano destinati a morte certa.
Però nessuno dei bambini alloggiati negli incubatori morì, e l’esposizione di Couney, intitolata Kinderbrutanstalt (“vivaio di bambini”) ebbe un’eco clamorosa in tutta la città.

Il successo si ripeté a Londra l’anno seguente, all’Esibizione di Earl’s Court (Couney totalizzò 3600 visitatori al giorno), e nel 1898 all’Esposizione Trans-Mississippi ad Omaha, Nebraska. Nel 1900 tornò a Parigi, all’Esposizione Mondiale, e nel 1901 alla Pan-American a Buffalo, NY.

L'edificio costruito per gli incubatori a Buffalo.

L’edificio costruito per ospitare gli incubatori a Buffalo.

Gli incubatori all’Esposizione di Buffalo.

Negli Stati Uniti, però, c’era una resistenza ancora maggiore nell’accettare questa innovazione e implementarla negli ospedali.
C’è da sottolineare che nonostante Couney stesse esibendo un’invenzione medica, lo stand con gli incubatori veniva (con suo grande disappunto) invariabilmente relegato nelle aree destinate al divertimento invece che nella sezione scientifica.
Fu forse per questo motivo che nel 1903 Couney prese una coraggiosa decisione.

Gli americani pensavano che quella non fosse altro che una trovata da circo? Bene, allora avrebbe dato loro l’intrattenimento che volevano. Ma a pagamento.

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Couney si trasferì definitivamente a New York, e aprì una nuova attrazione al parco di divertimenti stabile di Coney Island. Per i 40 anni successivi, ogni estate, il medico esibì bambini prematuri nei suoi incubatori, al costo di entrata di un quarto di dollaro. Il pubblico affluiva numeroso per contemplare quei bambini estremamente sottopeso, gracili e indifesi, che dormivano nelle loro scatole di vetro temperate. “Mio Dio, guarda che piccolo!“, si sentiva esclamare dalla folla, mentre la gente scorreva lungo la ringhiera che la teneva separata dalla corsia di incubatori, infilati l’uno dietro all’altro.

 
Couney, per enfatizzare le dimensioni minute dei suoi neonati, cominciò a ricorrere anche a trucchi da vero e proprio imbonitore: se il bimbo non era abbastanza minuscolo, aumentava le coperte che lo avvolgevano per farlo apparire più piccolo. L’infermiera  Madame Louise Recht, al fianco di Couney fin dalle primissime esibizioni a Parigi, di tanto in tanto infilava il suo anello sul braccio dei neonati, per dimostrare quanto fossero sottili i loro polsi: peccato che l’anello fosse in realtà di dimensioni sproporzionate anche per il dito dell’infermiera.

Madame Louise Recht con uno dei neonati.

Madame Louise Recht con uno dei neonati.

Bambino prematuro con al polso l’anello dell’infermiera.

L’attività di Couney, che presto si allargò a contare due centri di incubazione (uno a Luna Park e uno a Dreamland), può sembrare ai nostri occhi piuttosto cinica. Eppure non era affatto così.
I bambini ospitati nelle sue attrazioni erano stati rifiutati dagli ospedali della città, e consegnati ai genitori che non avevano speranze di vederli sopravvivere; il “Doctor Incubator” prometteva alle famiglie di curarli senza alcuna spesa da parte loro, a patto di poterli esporre al pubblico. I 25 centesimi che il pubblico pagava per vedere i neonati coprivano interamente le elevate spese di incubazione e di alimentazione dei piccoli, garantendo addirittura un modesto margine di guadagno per Couney e i suoi collaboratori. In questo modo, i genitori avevano un’opportunità di salvare il proprio bambino senza sborsare un soldo, e Couney poteva continuare la sua opera di sensibilizzazione sull’importanza e l’efficacia del metodo.
Cosa più unica che rara nell’America di inizio secolo, Couney non faceva nemmeno distinzioni di razza, esibendo neonati di colore a fianco di neonati dalla pelle chiara. I suoi incubatori annoverarono fra i loro “ospiti” anche la figlia prematura di Couney stesso, Hildegarde, che più tardi divenne infermiera e affiancò il padre nella gestione dell’attrazione.

Infermiere con bambini alla Fiera Mondiale di Flushing, NY. Al centro la figlia di Couney, Hildegarde.

Oltre ai suoi due stabilimenti di Coney Island (uno dei quali rimase distrutto nel terribile incendio del 1911), Couney continuò a portare in tour per tutti gli Stati Uniti i suoi incubatori, da Chicago a St. Louis a San Francisco.
In quarant’anni di attività Couney trattò circa 8000 bambini e salvò almeno 6500 vite; ma la sua instancabile ostinazione nel divulgare l’incubatore ebbe effetti ben più vasti. I suoi sforzi, sul lungo termine, contribuirono all’apertura delle prime unità ospedaliere di cura intensiva neonatale, oggi presenti in tutto il mondo.

Dopo un picco di popolarità a inizio secolo, sul finire degli anni ’30 il sucesso degli incubatori di Couney cominciò a calare. Si trattava di un’attrazione ormai vecchia e risaputa.
Quando il primo reparto per bambini prematuri venne inaugurato al Cornell’s New York Hospital, nel 1943, Couney confidò a suo nipote: “la mia opera è conclusa“. Dopo 40 anni di quella che aveva sempre considerato propaganda a fin di bene, chiuse definitivamente la sua attività a Coney Island.

Martin Arthur Couney (1870–1950).

La maggior parte delle informazioni presenti in questo post provengono dallo studio più approfondito sull’argomento, ad opera del Dr. William A. Silverman (Incubator-Baby Side Shows, in Pediatrics, 1979).

(Grazie, Claudia!)

Winchester Mystery House

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A San Jose, in California, potete visitare una delle case più singolari al mondo: la Winchester Mystery House. Si tratta di una faraonica villa di ben 18.000 metri quadri di superficie (un terzo della reggia di Versailles!), composta da circa 160 stanze – quattro piani, quaranta camere da letto, due sale da ballo, quarantasette focolari, due cantine, e via dicendo. Un tempo i piani erano sette, e la proprietà che circondava la casa era di 660.000 metri quadri. Avrebbe potuto abitarci una vera e propria corte reale.

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Ma la cosa più straordinaria non è la dimensione del complesso abitativo, quanto piuttosto lo strano e surreale modo in cui è stata costruita. Aggirandosi per le stanze della Winchester House, infatti, ci si sente talvolta come in un’incisione di Escher: si possono ammirare scalinate che portano dritte contro un soffitto, senza apparente possibilità di utilizzo; un’altra scala scende per 7 scalini, per poi salire improvvisamente di 11; e, ancora, finestre sul pavimento, o che si aprono su altre stanze, finte porte, corridoi impossibili e irregolari… si sarebbe tentati di pensare che si tratti soltanto di un’attrazione di un parco a tema, eppure questo costoso e immenso scherzo architettonico venne costruito a cavallo fra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900, ed è ancora oggi al centro di uno dei misteri americani più famosi e duraturi.

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L’ideazione di questa casa è opera dell’enigmatica figura di Sarah Winchester.
Nata Sarah Lockwood Pardee nel 1837, a New Haven nel Connecticut, nel 1862 si unì ad una delle famiglie più ricche del posto, sposando William Wirt Winchester. Costui era l’unico figlio di Oliver Winchester, il fondatore e proprietario di una delle fabbriche di fucili a ripetizione di maggior successo.

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Il 12 luglio del 1866 Sarah diede alla luce una bambina, Annie; la piccola però morì cinque settimane più tardi di marasma infantile, una grave forma di consunzione fisica normalmente dovuta a malnutrizione o svezzamento precoce. Questa perdita segnò indelebilmente la giovane madre, che precipitò in una depressione grave: non volle più avere figli.
Nel 1880 Oliver Winchester, il settantenne proprietario del celebre marchio di fucili, morì lasciando a William le redini dell’azienda; ma la presidenza del rampollo durò poco, perché l’anno successivo la tubercolosi si portò via anche lui. Sarah si trovò di colpo da sola – vedova, ed ereditiera di un’ingente fortuna. È stato calcolato che, essendo proprietaria del 50% della compagnia, Sarah guadagnasse l’astronomica cifra di 1.000 dollari al giorno: quasi 20.000 dei nostri attuali euro.

Da questo momento in poi la storia comincia già ad essere offuscata dalla leggenda, ed è difficile risalire a dati certi. Quello che si sa è che, secondo i registri della Contea, nel 1886 (e non nel 1884, come spesso riportato) Sarah si trasferì sull’altra sponda degli Stati Uniti, in California, assieme alle sorelle e le rispettive famiglie. Comprò una piccola fattoria a San Jose e, poco a poco, acquistò anche i terreni circostanti. Nessuno conosce con precisione il motivo di questo spostamento; tutto quello che gli abitanti del luogo vennero a sapere era che questa ricca signora si era insediata lì e aveva bisogno di manovalanza per la costruzione della sua nuova casa.
I lavori, però, non terminarono una volta che la Winchester House era completata: Sarah voleva che si proseguisse a costruire.

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Per ben trentotto anni – ininterrottamente – Sarah Winchester condusse una vita da reclusa, continuando imperterrita a lavorare alla sua dimora, con operai impiegati sei giorni su sette, perfezionando maniacalmente questo castello surreale e spiazzante. Gli operai potevano lavorare per un mese a una stanza, solo per ricevere in seguito l’ordine di distruggerla e ricominciare da capo; ma poiché la paga era buona, nessuno osava contraddire l’eccentrica milionaria. I lavori si fermarono soltanto alla sua morte, avvenuta il 5 settembre 1923 per infarto nel sonno, all’età di 83 anni. Ma perché questa anziana donna avrebbe dovuto investire la sua fortuna in una casa completamente assurda, in cui per orientarsi la servitù aveva bisogno di una mappa, e perserverare nella costruzione incontrollata fino alla fine dei suoi giorni?

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Secondo la leggenda, quando Sarah viveva ancora nel Connecticut un medium di Boston (a fine ‘800 siamo in piena esplosione dello spiritismo) l’avrebbe convinta di essere vittima di una maledizione. Le troppe morti – la sua bambina, il suocero, il marito – che l’avevano fatta soffrire potevano essere spiegate in un solo modo: gli spiriti di tutte le persone uccise da un fucile Winchester le stavano dando la caccia. Spostarsi ad Ovest, trovare una casa e continuare a costruire attorno a sé un labirinto di scale, finte aperture, botole e altre illusioni ottiche avrebbe impedito alle anime vendicative di trovarla. Le continue sedute spiritiche le davano indicazioni su come proseguire la sua opera. Questa, a grandi linee, sarebbe stata la motivazione dietro la genesi della Winchester House. Una donna squilibrata, quindi, in preda alle visioni e al terrore, che seguitava a ordinare nuove costruzioni per scampare alla vendetta degli spiriti – 365 giorni all’anno, per 38 anni.

Questo almeno è quanto raccontano le guide, ben addestrate dalla Winchester Investments LLC, la società privata che oggi gestisce la casa e l’ha trasformata in un’attrazione turistica. Eppure, per quanto possa essere affascinante, questa versione dei fatti non è corroborata dai dati storici. Negli archivi comunali, che contengono molte lettere redatte da Sarah Winchester di proprio pugno, non vi è riferimento ad alcun medium da Boston, né peraltro allo spiritismo in generale. Il carattere stesso della vedova non lasciava infatti supporre che fosse particolarmente irrazionale: “la Signora Winchester – dichiarò nel 1925 il figlio dell’avvocato di famiglia – era una donna sana e di chiare idee come poche altre che io abbia conosciuto, e aveva un fiuto per gli affari e per le questioni finanziarie migliore di quello di molti uomini. L’idea che soffrisse di allucinazioni è una fandonia“.
Anche sui lavori continuativi la leggenda è esagerata: la biografa di Sarah Winchester (ritorneremo su di lei) ha scoperto che venivano in realtà concessi dei lunghi periodi di pausa agli operai.
È giusto sottolineare che queste dicerie non sono nate a posteriori, appositamente per incrementare il turismo, ma circolavano già quando Sarah Winchester era ancora viva. La donna conduceva infatti una vita da reclusa, senza contatti con i vicini e senza ricevere visite. Afflitta da una grave forma di artrite reumatoide che le aveva deformato mani e piedi, aveva anche perso tutti i denti; per questo le rare volte in cui si decideva ad uscire in città, la gente poteva vedere soltanto una figura nerovestita e guantata, il volto nascosto da un velo. Naturale che attorno a questa misteriosa vedova milionaria che continuava ad espandere la sua magione sorgessero le storie più fantasiose.

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Ma la domanda principale rimane: perché costruire quella casa in maniera tanto strampalata?

Pur escludendo la pista dello spiritismo, alcune delle ipotesi avanzate sono degne del miglior (o peggior) Dan Brown: l’autore americano Richard Allan Wagner, sul sito dedicato a Sarah Winchester, si spertica in arzigogolate analisi delle presunte simbologie massoniche e rosacrociane disseminate per la casa, che dimostrerebbero come il luogo in realtà sia stato accuratamente progettato da Sarah a guisa di labirinto iniziatico e sapienziale. Ci sono infatti alcuni dettagli che si ripetono nelle decorazioni, come ad esempio le margherite (i fiori preferiti di Sarah) e delle fantasie a forma di ragnatela.
Peccato che, a voler proprio vedere l’antico simbolo della triquetra nei ghirigori degli stucchi, o a leggere la sequenza di Fibonacci nei petali dei fiorellini della carta da parati, finisce che praticamente tutte le case vittoriane diventano dei templi esoterici.
Peccato anche che l’autore di queste teorie sia lo stesso che sostiene da anni che William Shakespeare fosse, in realtà, Francis Bacon.

In tutto questo, l’unico dettaglio che sembra plausibile è che Sarah fosse ossessionata dal numero 13, tanto da ripeterlo più volte all’interno della casa, e da redigere il suo testamento in tredici sezioni firmate tredici volte. Ma questo vezzo scaramantico non getta particolare luce sulle sue motivazioni.

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Secondo Mary Jo Ignoffo, autrice della più accurata biografia su Sarah Winchester pubblicata finora, vi sono diversi fattori che potrebbero aver contribuito al continuo rimaneggiamento della casa. Da una parte, la Ignoffo suggerisce che offrire un impiego alla moltitudine di operai alla residenza di San Jose fosse un modo per la signora Winchester di ripagare idealmente suo padre, falegname che durante l’infanzia di Sarah aveva passato dei drammatici periodi di disoccupazione. Dall’altra, diverse lettere fanno sospettare che i continui lavori fossero anche una buona scusa per mantenere la volontaria reclusione, evitando le visite indesiderate dei parenti: dopo dieci anni di costruzioni, Sarah scriveva a sua cognata che la casa non era “ancora pronta” per ricevere degli ospiti.

La Ignoffo, infine, assesta un’ultima stoccata a gran parte dei “misteri” della casa, dimostrando come molte delle stranezze architettoniche furono in realtà il risultato del terremoto del 1906, che fece crollare diverse sezioni dei piani superiori: invece di ricostruirli, Sarah decise di far semplicemente richiudere le pareti danneggiate. Ecco dunque spiegate le scale che finiscono su un soffitto, o le porte che danno sul nulla.

La Winchester House prima del terremoto del 1906.

La Winchester House prima del terremoto del 1906.

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Non sapremo mai veramente cosa spinse Sarah Winchester a intraprendere quest’opera titanica e assurda“, amano ripetere le guide turistiche. Forse è così, ma il sospetto che rimane è che, al di là delle affascinanti leggende, vi fosse una realtà molto più prosaica. Quella di una donna eccentrica e sola, il cui unico entusiasmo era progettare e dirigere gli operai in complicate operazioni di costruzione: una dilettante architetta con tanto tempo, e troppi soldi, a disposizione.

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Ecco il sito ufficiale della Winchester Mystery House.

(Grazie Silvia, grazie Gennaro!)

Bizzarro Bazar a Parigi – III

Eccoci al nostro terzo ed ultimo appuntamento con la Parigi più insolita e curiosa.

Quando ci troviamo nel cuore di una metropoli, tutto ci aspetteremmo tranne che poter osservare… gli animali selvaggi nel proprio habitat. Eppure, nel centralissimo quartiere di Les Halles a pochi passi del Centre Pompidou, esiste un luogo davvero unico: il Museo della Caccia e della Natura.

Prima di approfondire le implicazioni filosofiche ed artistiche di questa stupefacente istituzione, lasciatevi raccontare quello che attende il visitatore che decida di varcare la soglia del Museo.
Mentre ci si avventura nella luce soffusa della prima stanza, gli arazzi alle pareti, le ricercate poltrone antiche e i raffinati mobili d’ebano intarsiati di splendide fantasie in avorio danno l’impressione di essere appena entrati in un’abitazione privata di un ricco collezionista dell’800. Eppure, a sorpresa, ecco un cinghiale proprio nel bel mezzo di questo nobile salotto – l’animale ci fissa, la sua enorme massa scura è minacciosa ed imponente. Chiaramente si tratta di un esemplare tassidermico, ma il contrasto con l’ambiente circostante è spiazzante.
Lì vicino si può notare un armadio diverso dagli altri: è il pannello dedicato proprio al cinghiale. I cassetti e le ante di questo particolare mobiletto si possono aprire liberamente: facendo scivolare un largo e basso cassetto, ecco una ricostruzione del terreno del sottobosco – in cui all’inizio si stenta a scorgere alcunché se non del fango e delle foglie secche, ma ecco, guardando meglio si possono distinguere le impronte lasciate dal passaggio degli zoccoli del cinghiale. È la pista che dovremmo saper riconoscere e seguire se volessimo dare la caccia a questa difficile preda. In un altro cassettino, ecco una riproduzione degli escrementi della bestia.

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Vi è anche una specie di binocolo integrato all’interno del legno dell’armadio. Accostando gli occhi, vediamo un paesaggio naturale in tre dimensioni. Sembra tutto piuttosto statico, i rami ondeggiano un poco e le acque di un lago si increspano, finché, con un po’ di pazienza, scorgiamo qualcosa che si muove in lontananza, fra le foglie… che sia proprio un cinghiale?

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Lasciata la stanza del cinghiale, si entra in quella del cervo, e lo strano senso di spaesamento si rinnova.
A parte le due bellissime plance esplicative ai lati del mobile, marchiate a fuoco nel legno, che raccontano le abitudini e le caratteristiche dell’animale, non vi è traccia delle classiche e pedisseque targhette da museo. Alcune sottili associazioni sono liberamente lasciate alla sensibilità del visitatore, come ad esempio quando a due passi dal teschio del cervo s’incontra una statua che rappresenta un satiro: molti passeranno oltre, senza accorgersi che le corna della statua antica sono perfettamente somiglianti a quelle del cervo… ma quando nella mente dell’osservatore prende forma questa analogia, ecco che senza bisogno di tante parole quella stanza svela l’importanza fondamentale dell’animale (il cervo, in questo caso) nell’immaginario umano. E mano a mano che ci si aggira per le sale, risulta sempre più evidente che, più che un Museo della Caccia, questo luogo è un tributo al complesso e stratificato rapporto fra esseri umani ed animali, e a come esso sia mutato nel corso dei millenni.

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Nelle altre stanze si possono trovare opere d’arte e installazioni moderne proposte di fianco a carabine d’epoca, saloni che esplorano la tradizione venatoria del trofeo (rappresentazione ed esposizione della gloria del massacro, inquietante ed infantile al tempo stesso), teche piene di maschere di carnevale dalle fattezze animalesche che dimostrano come, a livello simbolico, la bestia sia radicata nel nostro inconscio – tanto da spingerci a dare vita anche ad animali e chimere di fantasia, di cui facciamo la conoscenza nello splendido gabinetto dell’unicorno.

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Ma qual è la storia dietro a questo eccentrico museo? La fondazione si deve a François Sommer e a sua moglie Jacqueline: ricco collezionista e appassionato cacciatore, Sommer fu tra i primi a sostenere attivamente la necessità di una caccia etica, rispettosa dell’equilibrio naturale. Il cinghiale e il cervo, in via di estinzione, ritornarono a popolare le foreste francesi proprio grazie a Sommer e alle sue tenute, in cui voleva che gli animali selvaggi potessero moltiplicarsi al riparo dalla venagione indiscriminata.

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Eppure, per quanto rispettoso e appassionato naturalista, egli era pur sempre un amante della caccia: da qui l’idea di un museo che mostrasse quanto questa attività avesse contribuito alla civilizzazione, e che allo stesso tempo esplorasse la nostra percezione degli animali e come si è radicalmente evoluta dalla preistoria ai giorni nostri.

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Oggi che è venuto a mancare il suo fine sostentativo, rifiutiamo la caccia come superflua e crudele (affidandoci per l’approvvigionamento di carne ad altri metodi, bisogna vedere se meno crudeli), e consideriamo gli animali come vittime: ma un tempo il cinghiale, ad esempio, era un fiero e pericolosissimo avversario, capace di sbudellare il cacciatore con le sue zanne in pochi minuti. Esisteva dunque un naturale rispetto per l’animale che si è venuto a modificare.
Nel nostro Occidente ipertecnologico ed industrializzato, la caccia sta progressivamente perdendo ogni motivo di esistere; questo non cancella però il peso fondamentale che questa attività ha rivestito nei secoli. La storia della caccia, in fondo, è la storia del faticoso tentativo dell’uomo di prevalere nella gerarchia naturale, ma anche la storia delle nostre paure più ancestrali, dei nostri sogni, dei nostri miti.

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Per approfondire e completare questa riflessione sui rapporti fra esseri umani e animali, ci rechiamo nuovamente nella banlieue, questa volta a nord-ovest di Parigi sulla rive gauche, ad Asnières-sur-Seine. Qui si trova il Cimitero dei Cani che, nonostante il nome, ospita anche molte altre specie di animali da compagnia.

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Ufficialmente aperto alla fine dell’estate del 1899, il cimitero rispecchia il trasformarsi della funzione dell’animale (da utilitario ad animale di compagnia) avvenuta nel corso del XIX secolo. Se in quegli ultimi decenni le condizioni di vita degli “amici a quattro zampe” erano infatti migliorate, si avvertiva l’esigenza di una sistemazione più consona anche per le spoglie degli animali deceduti, e che fino a quel momento venivano squartati, o abbandonati nell’immondizia, o gettati nella Senna.

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Nonostante alcune croniche difficoltà che continueranno, nel corso del secolo successivo, ad affliggerlo, il Cimitero dei Cani conoscerà un successo crescente, popolandosi di monumenti e sepolture sempre più prestigiose. Nel 1900 ad esempio viene eretto all’entrata del cimitero un monumento alla memoria di Barry, un San Bernardo che all’inizio del secolo precedente aveva “salvato la vita a 40 persone, restando ucciso dalla 41ma!”; a quanto pare, cioè, il coraggioso cane morì stremato da quest’ultimo sforzo. Alla sua morte, il suo corpo venne imbalsamato e conservato presso il Museo di storia naturale di Berna.
Un’altra tomba commemora un cane randagio che il 15 maggio del 1958 venne a morire proprio alle porte del cimitero: casualità straordinaria, si trattava del quarantamillesimo animale ad essere seppellito lì.

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Ma qui, tutte le tombe raccontano delle storie di affetto e di amore fra persone ed animali, legami forti che apparentemente nulla hanno da invidiare a quelli fra esseri umani. Alcune iscrizioni sono davvero toccanti: “Figlia mia / Amore della mia vita / Ti amo / Tua mamma“, recita la tomba di Caramel. Sulla lapide della scimmietta Kiki è iscritto il verso “Dormi mia cara / fosti la gioia della mia vita“. Il proprietario del barboncino Youpi, morto nel 2001, scrive: “Il tuo immenso affetto ha illuminato la mia vita, sono talmente triste senza di te e il tuo meraviglioso sguardo“. E ancora: “In memoria della mia cara Emma, dal 12 Aprile 1889 al 2 Agosto 1900 fedele compagna e sola amica della mia vita errante e desolata“.

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Iscrizioni commoventi, dicevamo: in certi casi l’incontro fra uomo e animale può rivelarsi una bellissima amicizia, tanto che ogni barriera specifica viene a cadere di fronte all’affetto creatosi fra due esseri viventi.
Eppure, bisogna ammetterlo, il Cimitero dei Cani fa anche un po’ sorridere. I mausolei sfarzosi e riccamente ornati, le grosse lapidi erette per un pesciolino rosso o per un criceto, i monumenti fatti scolpire appositamente per tartarughe, cavalli, topolini, uccelli, conigli e perfino gazzelle, fennec e lemuri ci possono sembrare in alcuni casi francamente esagerati.

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Ma si tratta sempre, a ben vedere, dello stesso antico bisogno (forse, sì, patetico, ma incrollabile e a suo modo eroico) che sta alla base di qualsiasi necropoli: la necessità, tutta umana, di dare valore alle cose e alla vita, cercando di impedire che il passaggio sulla terra di coloro che amiamo termini senza lasciare traccia alcuna. Una battaglia destinata a fallire, in ultima istanza, ma che offre conforto a chi si trova ad elaborare un lutto.

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Abbandoniamo il Cimitero dei Cani, non prima di aver visitato un’ultima, umile tomba: quella di una celebre star del cinema…

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Terminiamo quindi il nostro viaggio con una visita a quello che è probabilmente il luogo più magico dell’intera capitale: il Musée des Arts Forains.
Si tratta di un’enorme collezione/installazione dedicata alle  fêtes foraines, cioè quelle giostre itineranti che da noi presero il nome di luna park (dal primo parco di attrazioni della storia, a Coney Island). Un tempo le giostre non erano nemmeno itineranti, ma trovavano posto all’interno delle città; poi, in seguito alle lamentele per il rumore, vennero spostate lontano dai centri abitati, e con il nomadismo iniziò anche il loro declino.

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Il Museo è collocato all’interno dei pittoreschi Pavillons Bercy, antichi depositi di vino, e magazzini di scalo per le merci in attesa d’essere caricate sui battelli fluviali. La visita guidata (che va prenotata in anticipo, visto che i gruppi hanno un numero limitato di partecipanti) si articola in tre diversi spazi: il Teatro del Meraviglioso, il Musée des Art Forains vero e proprio, e il Salone Veneziano.

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Il Teatro del Meraviglioso accoglie il visitatore con un’esplosione di luci colorate e di strane scenografie, in una sorta di ritorno all’atmosfera delle esposizioni universali di inizio secolo. C’è da restare a bocca aperta. Un elefante, appeso ad una mongolfiera, porta sulla schiena un incredibile e fragilissimo diorama creato interamente in mollica di pane; fra le foglie e gli intricati tronchi naturali, appositamente selezionati per la loro forma curiosa e artistica, fanno la ruota i pavoni meccanici; statue di sirene montano la guardia agli antenati dei flipper; tutto intorno, macchinari e giocattoli fantastici mentre, in fondo al salone, una corsa di cavalli con le biglie impegna i visitatori in una gara all’ultimo lancio. Sì, perché tutte le giostre che si trovano nel museo, originali di fine ‘800 e inizio ‘900, sono ancora funzionanti e il tour include l’esperienza di provarne alcune in prima persona.

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Nel salone a fianco è la musica a farla da padrone. Un unicorno se ne sta ritto vicino ad un pianoforte i cui tasti si muovono da soli, mentre la guida turistica (per metà Virgilio, per metà imbonitore) dà inizio alle danze, facendo vibrare le pareti al suono di un antico organo e un carillon di tubi che si diramano lungo su tutte le pareti. Assieme ai visitatori che si cimentano in un valzer improvvisato, si muovono a tempo di musica sui loro baldacchini e parapetti anche gli automi con le fattezze di alcuni personaggi famosi degli anni d’oro di Parigi.

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Questo spazio, evocativo e misterioso, viene utilizzato per serate ed eventi ed è anche dotato, per queste occasioni speciali, di 12 video proiettori che sono in grado di trasformare i muri nelle pareti interne del Nautilus, il celebre sottomarino del Capitano Nemo.

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Ci si sposta poi in un diverso padiglione, dove è ospitato il Musée des Arts Forains, dedicato al luna park vero e proprio. Come prima cosa, si prova sui propri timpani la potenza sonora dell’Organetto di Barberia: quando il mantice soffiava nelle canne, questo strumento a rullo spandeva l’allegra musica per chilometri sottovento, annunciando con le sue note l’arrivo delle giostre in città.

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Poi, ecco comparire l’emblema e il simbolo di qualsiasi luna park: la giostra con i cavalli. Ad una popolazione divenuta urbana a seguito della rivoluzione industriale, questa attrazione ricordava le proprie origini rurali; e, al tempo stesso, prometteva alla gente comune il sogno di sentirsi nobili cavalieri per lo spazio di qualche giro di giostra.
Uno dei dettagli interessanti è il fatto che solitamente i cavalli hanno un solo lato perfettamente decorato e dipinto, quello che dà verso l’esterno. Il loro fianco interno, invece, è pitturato molto più grossolanamente – con il tipico cinismo dei circensi, i costruttori sapevano che l’importante era attirare chi sulla giostra non era ancora salito!

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I visitatori montano sulle loro selle, chiudono gli occhi, e sulle note di Mon manège à moi di Édith Piaf i cavalli di legno si mettono in moto… da quando fu creata, nel 1890, più di due milioni di persone hanno riscoperto la loro anima di bambini su questa giostra di origine tedesca.

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Dopo aver passato in rassegna innumerevoli altri tipi di attrazioni, si sale sulla giostra probabilmente più bizzarra dell’intera collezione: un manège vélocipédique del 1897. Qui sono i visitatori stessi che con le loro pedalate mettono in moto la giostra, raggiungendo velocità da capogiro.

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Infine, ecco che ci si sposta nel terzo padiglione, dedicato a Venezia, per una “corsa” molto più rilassante e serena su una giostra di gondole, mentre si ammira l’insolita ricostruzione dei canali e dei palazzi che adorna le pareti.

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La visita termina con uno spettacolo di musica lirica interpretata dagli automi di Casanova, del Doge, di Arlecchino, Pantalone, eccetera.

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Ritornati fuori, alla luce del sole, ci si accorge con sorpresa che senza l’aiuto di un orologio sarebbe impossibile dire quanto sia durata la visita. Un’ora e mezza, due ore, o ancora di più? Per qualche ragione, all’interno di questo spazio, per il quale l’aggettivo “meraviglioso” non è affatto fuori luogo, ogni cognizione del tempo è rimasta alterata.
Ci si guarda l’un l’altro, ed ecco che – ultima magia – negli occhi di tutti brilla quell’antico senso di incanto che sembrava ormai perduto.

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MUSEE DE LA CHASSE ET DE LA NATURE
62, rue des Archives
Apertura: Tutti i giorni tranne il lunedì.
Orari: Mar-Dom 11-18, Mer 11-21.30
Sito Web

CEMETIERE DES CHIENS
4, pont de Clichy
Asnières-sur-Seine
Apertura: tutti i giorni tranne il lunedì.
Orari: dal 16 marzo al 15 ottobre 10-18, dal 16 ottobre al 15 marzo 10-16.30

MUSEE DES ARTS FORAINS
53, Av des Terroirs de France
Apertura e orari: consultare il calendario per le prenotazioni sul sito.
Sito Web

(Questo articolo è l’ultimo di una serie dedicata a Parigi. I primi due capitoli sono qui e qui.)

La donna gorilla

La trasformazione a vista d’occhio di una donna in gorilla è uno dei trucchi storici che hanno avuto maggiore successo nei luna-park, nelle fiere itineranti, nei sideshow e nei circhi di tutto il mondo. Ultimamente sta un po’ passando di moda, dopo decenni di lustro e splendore, ma qualche circo (anche italiano) utilizza ancora questa attrazione per divertire e intrattenere il pubblico.

L’attrazione consiste in questo: voi (il pubblico) entrate in una piccola stanza oscura, e vedete sul palco una gabbia illuminata. All’interno della gabbia, una donna discinta. L’imbonitore sale sul palco, e comincia ad affabularvi con la sua storia. Il più delle volte vi racconterà del celebre “anello mancante”, quel primate che si troverebbe fra lo stadio di scimmia e quello umano, che Darwin non riuscì mai a individuare. Dopo avervi rassicurato della robustezza della gabbia, e avervi preparato allo show più elettrizzante dell’intero pianeta, vi annuncerà che la ragazza sta per mutare di forma sotto ai vostri occhi! Sì, proprio lei, quella bella prigioniera che scuote le sbarre della gabbia grugnendo, è l’anello mancante! Può passare indistintamente dallo stadio umano a quello di scimmia e viceversa! “Guardate i suoi denti divenire feroci fauci, signore e signori!”

Mentre, scettici, aspettate il momento clou, comincia davvero a succedere qualcosa: lentamente, come in un morphing cinematografico, alla ragazza spuntano dei peli, le braccia divengono nere e muscolose e per ultima la sua faccia assume i tratti di uno scimmione tropicale… e poco importa se capite benissimo che il gorilla è in realtà un tizio in un costume, siete colpiti e ipnotizzati dall’effetto della trasformazione, che è talmente vivida e reale… in quel momento sospeso, in quell’attimo di sorpresa, il gorilla con un colpo secco sfonda le sbarre della gabbia, e si avventa verso di voi urlando! Nelle grida di panico e nel fuggi fuggi generale (aiutato dai circensi che, con la scusa di salvarvi la pelle, vi indirizzano gesticolando verso l’uscita), senza sapere come, vi trovate fuori dall’attrazione, insicuri e un po’ frastornati da ciò che avete visto.

Cosa è successo? Si tratta in verità di un ingegnoso trucco ottico messo a punto nei lontani anni 1860 da due scienziati, Henry Dircks e John Henry Pepper (l’effetto prenderà il nome di quest’ultimo, data la sua celebrità nell’epoca vittoriana, nonostante egli avesse più volte cercato di dare il giusto credito al vero inventore, Dircks). Inizialmente studiato per il teatro, non prese mai piede sui grandi palcoscenici: fu invece “riciclato” per i luna-park e viene tutt’ora impiegato nei più grandi parchi a tema del mondo.

Il segreto sta in un pannello di vetro o uno specchio semitrasparente, camuffato e posto tra il pubblico e la scena. Il vetro è angolato (in verde nella figura) in modo da riflettere gli oggetti che vengono illuminati in una seconda camera (nascosta al pubblico, il quale vede soltanto il palco, delimitato dal quadratino rosso). Visto da una posizione più elevata, l’effetto sarebbe visibile in questo modo:

Le due camere (quella di scena e quella “segreta”) devono combaciare perfettamente nel riflesso sul vetro. Il fantasmino nascosto nella stanza di sinistra, quando è illuminato, è visibile nel riflesso come se fosse presente veramente sulla scena; se è illuminato fiocamente, appare come una presenza ectoplasmatica; e se resta al buio, rimane completamente invisibile.

Una volta preparate con cura le due camere e il vetro, il resto diviene semplice: la donna mantiene una posizione fissa in fondo alla stanza visibile, e mentre il gorilla (il fantasma, nello schema) viene gradatamente illuminato, il pubblico vedrà i suoi peli “comparire” a poco a poco, come in una dissolvenza incrociata, sul corpo della giovane fanciulla. Finché, ad un certo punto, resterà soltanto il gorilla, capace (grazie a un cambio di luci repentino e a un calcolato “sbalzo di tensione” che oscura la scena per un paio di secondi) di balzare fuori dalla sua stanza segreta e sfondare la gabbia per gettarsi sul pubblico.

L’effetto, come già detto, era stato pensato per il teatro. Gli attori avrebbero avuto la possibilità di fingere un combattimento o un dialogo con uno spettro realistico. Il vero problema erano però i soldi: sembrava una follia riadattare tutti i teatri soltanto perché Amleto avesse finalmente la possibilità di parlare con uno spettro del padre più “evanescente” del solito.

Oggi la tecnica del “fantasma di Pepper” è utilizzata invece, oltre che nei circhi, anche in molti musei scientifici e culturali, per movimentare la didattica di alcune esibizioni.

Pagina Wikipedia (in inglese) sul Pepper’s Ghost.

Paura attraente

Questo è il Capilano Suspension Bridge. È situato poco fuori Vancouver, British Columbia, è lungo 135 metri ed è fatto di legno e funi, come i famosi ponti sospesi himalayani. Camminarci sopra dà sempre un po’ le vertigini anche ai visitatori più scafati, perché il ponte ondeggia continuamente e sembra sempre sul punto di capovolgersi… e il volo che potreste fare, in quel caso, è di più di 70 metri.

Nel 1974 alcuni giovani stavano transitando sul ponte, quando un’avvenente donna si avvicinò e chiese loro di partecipare ad un esperimento psicologico su come l’ambiente, il paesaggio e il luogo in cui si sta influenzino la nostra creatività. Quando accettarono, la ricercatrice mostrò loro la fotografia di una donna che si teneva una mano sul volto, e poi chiese loro di scrivere una storia. Dovevano scriverla lì, stando in bilico attaccati al corrimano di funi. Alla fine la donna li ringraziò per il loro contributo all’esperimento (e per il coraggio), disse di chiamarsi Gloria e diede loro il suo numero di telefono, invitandoli a richiamarla la settimana successiva per saperne di più sull’esperimento.

Gloria fece la stessa cosa, quel giorno, con tutti i giovani maschi che passavano sul ponte. E, a causa della sua bellezza, quasi tutti i maschi acconsentivano all’esperimento, sembravano quasi dimenticarsi del posto in cui si trovavano, e scrivevano la storia che avevano inventato. Non solo – evidentemente molto “interessati all’esperimento”, le telefonavano la settimana successiva. 13 maschi su 20 la richiamarono.

L’esperimento, ovviamente, non riguardava affatto gli “effetti dell’esposizione ad attrazioni panoramiche sull’attività creativa”. Quella era la copertura. L’esperimento, ideato dai ricercatori Donald Dutton e Arthur Aron, era mirato a comprendere il legame tra paura ed eccitazione sessuale. La loro ipotesi era che gli uomini avrebbero trovato più attraente l’intervistatrice se l’avessero incontrata in un luogo pericoloso come il Capilano Bridge.

Per confermare la loro ipotesi, ripeterono l’esperimento in un posticino più tranquillo, un parco cittadino. L’intervistatrice questa volta diceva di chiamarsi Donna, ma per il resto le parole che usava erano del tutto identiche. Soltanto 7 uomini su 23 richiamarono la settimana successiva. Non male come risultato, in fondo Gloria/Donna era effettivamente bella, ma decisamente inferiore al “record” sul ponte sospeso. Ma c’era dell’altro.

Le storie scritte dagli ignari soggetti dell’esperimento erano nei due casi piuttosto differenti: quelle scritte sul ponte mostravano un immaginario decisamente più erotico. Secondo i ricercatori, questa maggiore eccitazione sessuale dovuta alla situazione di pericolo  sarebbe causata da un’errata attribuzione dell’eccitazione stessa. Questo significa, in poche parole, che quando abbiamo paura avvertiamo diverse sensazioni fisiche – accelerazione cardiaca, sudorazione delle mani, respiro accelerato. Tutte cose che sentiamo anche quando siamo eccitati sessualmente. Quindi, di fronte a un’avvenente fanciulla, il nostro cervello tende ad “interpretare” questi sintomi come causati dalla vista di quella persona, piuttosto che dai 70 metri che ci separano dal suolo e alla nostra fifa di cadere.

Diciamo la verità, la ricerca psicologica è sempre un po’ indietro: che l’eccitazione sessuale fosse incrementata dalla paura, lo sapevano già tutti quei ragazzi che, ben prima degli anni ’70, portavano le loro amichette a vedere i film dell’orrore.

Il Tempio delle Torture

Wat Phai Rong Wua.

Se visitate la Thailandia, ricordatevi questo nome. Si tratta di un luogo sacro, unico e assolutamente weird, almeno agli occhi di un occidentale. Tempio buddista, mèta annuale di migliaia di famiglie, è celebre per ospitare la più grande scultura metallica del Buddha. Ma non è questo che ci interessa. È famoso anche per il suo Palazzo delle Cento Spire, ma nemmeno questo ci interessa. Quello che segnaliamo qui sono le dozzine di figure e complessi statuari che descrivono torture e sevizie riservate dai demoni dell’inferno alle anime in pena.

Infilzate in faccia, o intrappolate nelle fauci di orrendi mostri, con le interiora esposte, trafitte da spade e lance, queste sculture lasciano ben poco all’immaginazione: se non diciamo le preghierine alla sera, non ce la passeremo tanto bene nell’aldilà. Questo macabro e violentissimo “parco di attrazioni” ha per i fedeli un valore educativo. È una visualizzazione grafica e figurativa della sofferenza e dell’inferno.

Certo, c’è da dire che il rapporto dei thailandesi con la morte è meno travagliato del nostro; eppure, per quanto a prima vista il giardino delle torture di Wat Phai Rong Wua possa sembrare una soluzione estrema per colpire la fantasia dell’uomo illetterato, ricordiamoci che anche le nostre chiese abbondano di dipinti e allegorie non meno violente o macabre. Ormai abituati all’arte del Novecento, che si è man mano astratta dal bisogno di veicolare o avere un significato, ci dimentichiamo facilmente del ruolo avuto anche nella nostra storia dell’arte figurativa: quella di educare le masse, di proporsi come libro illustrato, e di servire quindi alla formazione di un immaginario anche per quanto riguarda i mondi a venire.

Scoperto via Oddity Central.