Speciale: Innocenzo Manzetti

Sarebbe bello pensare che il progresso scientifico proceda in maniera limpida, con l’esclusivo ausilio della ricerca e del metodo, e che l’importanza di uno studioso venga riconosciuta sulla base dei suoi risultati. Eppure, come succede per tutte le vicende umane, nel successo o meno di una teoria o di una scoperta possono intervenire imprevedibili fattori esterni – fattori umani, s’intende, sociali, politici, commerciali: insomma, che poco o nulla hanno a che vedere con la scienza.

Ci sono buone possibilità che non abbiate mai sentito parlare di Innocenzo Manzetti, nonostante egli sia stato uno tra i più fertili e vulcanici geni italiani. E se per lui le cose fossero andate diversamente, meno di un mese fa, il 29 giugno per l’esattezza, avremmo celebrato il 150° anniversario della sua invenzione di maggiore impatto sulla storia e sulle nostre vite: il telefono.

Ma, a causa di tutta una serie di eventi di cui leggerete più sotto, la paternità del primo congegno per la trasmissione a distanza del suono è stata attribuita ad altri. Si tratta di una vicenda che si svolge in un periodo di fertile cambiamento, nel bel mezzo di una corsa internazionale all’innovazione teconologica, una lotta senza esclusione di colpi per il primato sul brevetto definitivo: in questa battaglia, fra inventori in buona fede, spie, dibattimenti legali e mosse strategiche, c’è chi inevitabilmente rimane tagliato fuori. Magari perché vive in una regione particolarmente isolata, o perché non è facoltoso come i suoi avversari. Oppure semplicemente perché, da inguaribile idealista, le dispute lo interessano meno della ricerca.

La figura di Innocenzo Manzetti fa parte di quella eterogenea famiglia di innovatori, scienziati e pensatori che, per queste o altre ragioni, la Storia ha relegato a un immeritato oblio. Eppure la sua creatività e il suo ingegno furono tutto fuorché ordinari.

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Nato ad Aosta il 17 marzo 1826, Innocenzo era il quarto di otto figli. Da sempre appassionato di fisica e meccanica, ottenne il diploma di geometra a Torino, per poi stabilirsi definitivamente nella sua città natale. La vita di Manzetti si divise quindi fra il lavoro di impiegato al genio civile (all’epoca una sorta di soprintendenza per le opere pubbliche), e la sua vera passione: gli esperimenti di fisica da una parte, e la progettazione e costruzione di apparecchi meccanici dall’altra.

Gli interessi di Innocenzo Manzetti spaziavano in ogni direzione, e la sua mente fervida non conosceva riposo. Nel 1849 presentò al pubblico il suo “suonatore di flauto”: un automa in ferro e acciaio, ricoperto di pelli di camoscio, con tanto di occhi in porcellana. L’uomo meccanico era in grado di muovere le braccia, togliersi il cappello, parlare ed eseguire fino a dodici arie diverse con il suo strumento. Un risultato straordinario, che grazie a un contributo comunale Manzetti riuscì ad esibire perfino all’Esposizione Universale di Londra nel 1851; ma destinato, come tante altre sue invenzioni, a non ottenere la sperata risonanza.

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Il suo amore per gli ingranaggi automatici lo portò a realizzare anche un pappagallo meccanico volante e un carillon con pupazzo animato. Ma al di là di queste pur brillanti invenzioni, che si proponevano di meravigliare gli spettatori e di far sfoggio di un’eccezionale perizia meccanica, Manzetti ideò anche soluzioni di enorme utilità pratica: mise a punto una nuova calce idraulica, costruì una pompa idrovora utilizzata per prosciugare gli allagamenti nelle miniere di Ollomont, ma anche una macchina per la pasta, i sistemi di filtraggio dell’acqua potabile cittadina, il pantografo con cui riuscì a incidere un medaglione con l’immagine di Pio IX su di un grano di riso.

Estratto dal brevetto della macchina per la pasta di Manzetti.

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Ricostruzione 3D della macchina per la pasta.

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Ricostruzione 3D del velocipede a tre posti.

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Ricostruzione 3D dell’autovettura a vapore.

Nel corso degli anni, i valdostani impararono a rimanere sbalorditi dalle invenzioni dell’eccentrico personaggio.
Ma fu nel 1865 che Manzetti presentò i due prototipi che avrebbero potuto, almeno sulla carta, garantirgli fama e successo: un’automobile a combustione interna, la prima vettura stradale a vapore dotata di un sistema sterzante maneggevole; e soprattutto il “telegrafo vocale”, vero e proprio antesignano del telefono – con sei anni di anticipo su Antonio Meucci (che ne depositò l’idea nel 1871) e ben undici su Alexander Graham Bell (1876).

Allora perché, se rimane celebre la battaglia legale fra questi due ultimi inventori sulla paternità del telefono, il nome di Manzetti non viene quasi mai menzionato? Quali sono le ragioni per cui questo precursore non figura in posizione di rilievo nella storia delle telecomunicazioni? E quanto c’è di vero nelle voci che lo vorrebbero vittima di un complesso caso di spionaggio internazionale?

I fattori che condannano uno scienziato, anche brillante, alle retrovie della storia possono essere molteplici.
Abbiamo deciso di parlarne con uno dei massimi esperti della vita e dell’opera di Manzetti, Mauro Caniggia Nicolotti, autore assieme a Luca Poggianti di una serie di libri biografici sull’inventore valdostano. Quella che segue è la trascrizione dell’interessante conversazione telefonica avuta con Mauro.

A cavallo fra ‘800 e ‘900 si assiste a una serie di straordinarie innovazioni tecnologiche, che generano altrettante spettacolari battaglie di brevetti – non prive di colpi bassi – per assicurarsi i diritti di sfruttamento delle rivoluzionarie invenzioni: dalla radio al cinema, dall’automobile al telefono.
In effetti, diversi studiosi, fisici, ingegneri, inventori in diverse parti del globo arrivano negli stessi anni a conclusioni simili, e il più delle volte a vincere sulla lunga distanza non è tanto la novità del progetto in sé, quanto magari un piccolo perfezionamento che ne decreta il successo rispetto agli avversari.
Com’era l’atmosfera in quel periodo di grandi cambiamenti tecnologici? Il fermento era avvertito anche in Italia? Nella poca fortuna e nella marginalizzazione di Manzetti ha giocato un ruolo anche la condizione economica e culturale della Valle d’Aosta all’epoca dell’unità d’Italia?

Quello che hai detto credo ricalchi ciò che avviene in quasi tutti i contesti di “invenzione”. È come se ci fossero mille pezzi sparsi nel cielo, e soltanto qualcuno è in grado di afferrare quelli giusti.
La Valle d’Aosta era isolatissima. Pensa che le strade maggiori hanno compiuto o stanno compiendo un secolo oggi. Aosta era quello che all’epoca si definiva cul de sac, il fondo del sacco, un vicolo cieco. Manzetti opera in questo contesto “fuori mano”, ricco culturalmente a livello locale ma non troppo avanzato tecnologicamente. Le prime testate giornalistiche valdostane nascono proprio in quel periodo, e offrono notizie riprese da altri quotidiani internazionali; Manzetti assorbe tutte le invenzioni di cui legge sui giornali. Lui è una specie di Archimede Pitagorico di Topolino. In poche parole, un genio. In tutti i campi, non soltanto quelli prettamente scientifici: è un fine cesellatore, viene chiamato come calligrafo in Svizzera, ha interessi a tutto tondo.
Nel suo “laboratorio delle meraviglie” cerca di risolvere innanzitutto i problemi della città, come l’illuminazione pubblica, oppure quelli di approvvigionamento idrico dal torrente Buthier, la cui acqua è, come diciamo noi, bourbeuse, cioè non è limpida, e quindi realizza dei filtri… prova a perfezionare alcune soluzioni che apprende dai giornali, oppure inventa cose originali. È un assorbitore, un miglioratore e un realizzatore.
Quindi pur in un contesto limitato Manzetti è un’esplosione di inventiva. I giornali locali ripetono che dovrebbe vivere altrove, il Comune gli paga il viaggio per l’Esposizione di Londra, quindi in realtà il suo talento viene anche riconosciuto, ma per tutta la vita è costretto a operare con mezzi poverissimi.

La mente di Manzetti era senza dubbio prolifica: la sua carriera sarebbe stata diversa se egli avesse goduto di un maggiore acume imprenditoriale? Era una persona integrata nel tessuto sociale del suo tempo? Come veniva visto dai concittadini?

Certamente Manzetti non è imprenditore di se stesso. Io penso che sia stato tutto sommato un sognatore: pur essendo povero, non ha mai cercato denaro. Ha provato invece a rendersi utile, tanto che poi è stato eletto all’ufficio che oggi chiameremmo di assessore ai lavori pubblici. Quindi sì, in un certo senso era socialmente integrato.
Di recente però ho scovato un articolo d’epoca (che non abbiamo pubblicato sul nuovo libro) in cui un viaggiatore, parlando dei valdostani, utilizza un termine dispregiativo: li chiama “buzzurri”, racconta che sono ignoranti e mal vestiti. Sempre in questo articolo l’autore precisa che, escluso il vescovo che veniva da Ivrea (la sede era vacante in quel periodo) e che dunque doveva sembrare un alieno, l’unico altro cittadino elegantemente vestito era Manzetti. Quindi la sensazione è che venisse visto non dico come un corpo estraneo, ma comunque come una persona una spanna sopra agli altri.

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Nel 1865 Innocenzo Manzetti presentò il suo “telegrafo vocale”, dopo averlo progettato alla fine del 1843 e aver speso più di una quindicina d’anni in esperimenti e perfezionamenti. Qualche anno prima (1860-62) Johann Philipp Reis aveva dimostrato l’utilizzo del suo telefono sperimentale, forse in parte basato sulle ricerche di Charles Bourseul: questo apparecchio però era pensato come un prototipo, utile per ulteriori studi, e non era pienamente funzionale. In cosa differiva la versione di Manzetti? Ho letto che il suo telegrafo risentiva di alcune imperfezioni, in particolare nella resa delle consonanti: è vero?

È vero, nei primi esperimenti di trasmissione sonora di Manzetti la voce non è limpida. Bisogna però tenere conto che mancavano i filtri a carbone e tutto quello che è arrivato dopo. Il primo tentativo avviene con dei mezzi, se non proprio di fortuna, certamente non di pregio. D’altronde anche il tanto celebrato automa aveva al suo interno alcuni pezzi di qualità scadente, e a tratti smetteva di funzionare.
Il vero problema è che chi ha sperimentato il telegrafo vocale è l’amico di Manzetti, il canonico Édouard Bérard: e Bérard è un perfezionista, perfino un po’ pignolo.
Per questo motivo egli non riporta soltanto la notizia della trasmissione del suono ma, invece di cedere all’eccitazione di essere stato il primo uomo in grado di sentire una voce a distanza, ci tiene a precisare che la resa sonora “non è chiara”. Visto a posteriori, è come lamentarsi del fatto che il primo aereo sia in grado di volare soltanto per qualche centinaio di metri.

Perché Manzetti non brevettò la sua invenzione?

Non la brevettò per tutta una serie di motivi. Primo, i brevetti costavano davvero moltissimo e Manzetti non poteva permettersi la spesa. Le uniche cose che ha brevettato sono quelle che potevano portare un po’ di denaro subito: la macchina per la pasta, che di fatto ancora oggi è un suo brevetto, e la calce idraulica che sembrava promettente.
Il telefono gli è stato stroncato fin dall’inizio.
Fra luglio e agosto del 1864 viene riportata la visita in Val d’Aosta del Ministro Matteucci, che vede il telefono di Manzetti: quindi c’è stata una presentazione ufficiosa, un anno prima di quella pubblica. Il Ministro però affronta apertamente Manzetti, e il succo del suo discorso è a grandi linee questo: “Sei matto? Abbiamo appena unito l’Italia, ci sono stati i moti rivoluzionari… l’ufficiale del telegrafo oggi è in grado di trasmettere un messaggio, ma al contempo controllarlo. Una telefonata fra due persone, senza intermediari, senza alcun controllo, potrebbe essere di pericolo per lo Stato”. Anche alcuni giornali di Firenze si chiedono a chi possa tornare utile una simile invenzione: forse ai fidanzatini che si vogliono dare la buonanotte? C’è, insomma, tutta una critica su di lui e su questo strumento che non sarebbe mai servito a niente e a nessuno.

Poi bisogna anche ricordare che all’inizio Manzetti non ha esattamente in testa tutti gli sviluppi che potrebbe avere la sua invenzione: la progetta semplicemente come espediente per far parlare il suo automa. Tanto che i primi giornalisti chiamano l’apparecchio “bocca”, in quanto per l’appunto era adattato all’automa. Non credo che lui abbia capito subito che cosa aveva inventato. Sono gli amici a fargli comprendere che il suo congegno potrebbe servire ad altro.

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Lettera del fratello di Innocenzo che racconta dei primi esperimenti risalenti al 1843.

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Alexander Graham Bell brevetta ufficialmente il telefono il 14 febbraio 1876. Un anno dopo, il 15 marzo 1877, Manzetti si spegne ad Aosta, dimenticato e in povertà. E qui le acque cominciano a intorbidirsi, perché si scatena la disputa fra Bell e Meucci sulla paternità del telefono: conoscevano entrambi Manzetti? Dalle tue ricerche, emergono elementi che portino a pensare a un caso di spionaggio industriale? E quale attendibilità hanno?

Nella battaglia per la paternità del telefono ci sono due momenti. Il primo è tutto italiano, nel senso che Manzetti presenta nel giugno 1865 il suo “telegrafo vocale” (dopo che finalmente gli amici l’hanno convinto); la notizia viaggia per il mondo, e ad agosto arriva a New York sul giornale italo-americano L’eco d’Italia. Meucci si trova là come “esule”, e apprende di questa notizia. Controbatte con una serie di articoli in cui afferma di aver inventato anche lui qualcosa del genere, descrive il suo apparecchio – che però è limitato rispetto a quello di Manzetti, perché al posto della cornetta ha una lamina, cioè un conduttore che si tiene fra i denti per trasmettere le parole tramite vibrazione. Gli articoli si concludono con l’invito a Manzetti, da parte di Meucci, di collaborare assieme. Non si sa se Manzetti abbia mai letto questa serie di articoli, dunque la questione è chiusa fino al 1871, quando Meucci deposita un caveat, cioè una specie di pre-brevetto, della sua rudimentale invenzione, che non è ancora esattamente un telefono.

In un secondo momento avviene la disputa fra Meucci e Bell. Quest’ultimo frequenta la stessa compagnia presso la quale Meucci ha depositato la sua invenzione, e guarda caso appena il caveat di Meucci scade, Bell deposita il suo brevetto nel 1876. Negli anni ’80 poi ci sono tutta una serie di processi, perché spuntano fuori come funghi inventori, precursori o presunti tali. Quando si screma il tutto, rimangono in piedi Bell e Meucci che si confrontano.

Infine c’è la questione dell’ “intrigo americano”. I giornali di Aosta riportano nel 1865 il viaggio di alcuni “meccanici” (leggi: scienziati) inglesi che arrivano ad Aosta per assistere alla presentazione del telegrafo di Manzetti, e forse per carpirne i segreti: secondo alcuni, fra loro ci sarebbe anche lo stesso Bell, all’epoca ancora sconosciuto, visto che Manzetti dirà in seguito di aver conservato il suo biglietto da visita.
Preciso che non siamo sicuri al 100% che sia stato proprio Bell a venire ad Aosta nel ’65, per quanto le carte mai rese pubbliche sembrerebbero corroborare questa ipotesi (ed essendo questi documenti degli appunti privati, non ci sarebbe stato motivo di mentire).

Ma è molto tempo dopo che accade qualcosa di ancora più “scandaloso”. Il 19 dicembre 1879 si presenta da Bell un certo Horace H. Eldred che è direttore dei telegrafi a NY: si fa nominare presidente della Bell Telephone Company del Missouri, e intraprende immediatamente un viaggio verso l’Europa. Ad Aosta arriva il 6 febbraio, si reca da un notaio, incontra la vedova Manzetti e acquista tutti i diritti relativi al telegrafo vocale: l’intesa è quella che egli si farà promotore presso la Corte Suprema degli Stati Uniti per riconoscere Manzetti come il vero inventore del telefono. Ovviamente non le dice che è un emissario di Bell.
Forse Bell aveva calcolato che acquistando i diritti esclusivi di Manzetti, ormai appurato come primo inventore, avrebbe messo in scacco tutti gli altri che gli stavano dando battaglia.

Eldred dunque si porta via i progetti, tutto.
Ad un certo punto però credo che Eldred si sia reso conto di quello che aveva comprato. Capisce che ciò che ha nelle mani è una miglioria del telefono e infatti rientra subito, il 14 aprile. In barba a Bell, brevetta il perfezionamento a suo nome. Come si può immaginare, segue una controversia fra Bell e lui: vince Eldred, apre una bella fabbrica in Front Street a New York, pubblicizza il suo telefono avanzato, diventa vicepresidente dei telefoni in America e rappresentante in Europa. Insomma, abbandona Bell ma fa una carriera folgorante.

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Secondo te, Innocenzo Manzetti è destinato a rimanere all’interno di quella grande galleria di personaggi dal talento prodigioso – ma sconfitti proprio sulla soglia della gloria – di cui è disseminata la storia del progresso, oppure e ci potrà essere un tardivo risarcimento e una riscoperta della sua figura? Avete in programma qualche iniziativa per l’anniversario?

Abbiamo lanciato il “centocinquantenario dimenticato” con un piccolo incontro – d’altronde qui da noi sono stati tutti abbagliati da un altro centocinquantenario, quello dell’ascesa del Cervino, festeggiato con tanto di Freccie Tricolori. Per quanto riguarda Manzetti non c’è riconoscimento alcuno; io ho intenzione di ripetere gli incontri a luglio e ad agosto, ma tanto so già che i risultati saranno anche peggiori. Non interessa a nessuno, Amministrazione compresa. Abbiamo dovuto combattere tanti anni soltanto per avere un minuscolo museo di sei metri e mezzo per sette e mezzo, nella sagrestia di una chiesa, dove c’è l’automa e alcuni pannelli digitali… nessuno ha intenzione di crederci veramente.

Nemo propheta in patria: in Valle d’Aosta, finché siamo soltanto io e Luca ad attivarci, veniamo considerati quasi come dei visionari. Magari, se si cominciasse a interessarsi a Manzetti dall’esterno le cose cambierebbero, perché quando la voce arriva da “fuori Valle”, ha sempre tutto un altro peso. Se poi addirittura si formasse un po’ di letteratura anglosassone sull’argomento… ma ci vuole tempo.
Da parte mia, io al bicentenario conto di esserci, anche se avrò quasi cent’anni. Sarò un vecchio rimbambito, ma ci sarò!

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Per approfondire la vita e le invenzioni di Manzetti, incluse le intriganti vicende relative allo “spionaggio americano”, è online il museo virtuale Manzetti, curato per l’appunto da Mauro Caniggia Nicolotti e Luca Poggianti.

Ringraziamo anche la nostra lettrice Elena.

On the Midway

Abbiamo spesso parlato dei sideshow e dei luna-park itineranti che si spostavano di città in città attraversando l’America e l’Europa, assieme ai circhi, all’inizio del secolo scorso. Ma cosa proponevano, oltre allo zucchero filato, al tiro al bersaglio, a qualche ruota panoramica e alle meraviglie umane?
In realtà l’offerta di intrattenimenti e di spettacoli all’interno di un sideshow era estremamente diversificata, e comprendeva alcuni show che sono via via scomparsi dal repertorio delle fiere itineranti. Questo articolo scorre brevemente alcune delle attrazioni più sorprendenti dei sideshow americani.

Step right up! Fatevi sotto signore e signori, preparate il biglietto, fatelo timbrare da Hank, il Nano più alto del mondo, ed entrate sulla midway!


All’interno del luna-park, i vari stand e le attrazioni erano normalmente disposti a ferro di cavallo, lasciando un unico grande corridoio centrale in cui si aggirava liberamente il pubblico: la midway, appunto. Su questa “via di mezzo” si affacciavano i bally, le pedane da cui gli imbonitori attiravano l’attenzione con voce stentorea, ipnotica parlantina e indubbio carisma; talvolta si poteva avere una piccola anticipazione di ciò che c’era da aspettarsi, una volta entrati per un quarto di dollaro. Di fianco al signore che pubblicizzava il freakshow, ad esempio, poteva stare seduta la donna barbuta, come “assaggio” dello spettacolo vero e proprio.
A sentire l’imbonitore, ogni spettacolo era il più incredibile evento che occhio umano avesse mai veduto – per questo il termine ballyhoo rimane tutt’oggi nell’uso comune con il significato di pubblicità sensazionalistica ed ingannevole.


Aggirandosi fra gli schiamazzi, la musica di calliope e i colori della midway, si poteva essere incuriositi dalle ultime “danze elettriche”: ballerine i cui abiti si illuminavano magicamente, emanando incredibili raggi di luce… il trucco stava nel fatto che l’abito della performer era completamente bianco, e un riflettore disegnava pattern e fantasie sul suo corpo, mentre danzava. Con l’arrivo dei primissimi proiettori cinematografici, l’idea divenne sempre più elaborata e spettacolare: nel 1899 George La Rose presentò il La Rose’s Electric Fountain Show, che era descritto come

una stupefacente combinazione di Arte, Bellezza e Scienza. Lo show è l’unico al mondo equipaggiato con un grande palco girevole che si alza dall’interno di una fontana. Nel turbinare dell’acqua stanno alcune selezionate artiste che si producono in gruppi statuari, danze illuminate, danze fotografiche e riproduzioni dal vivo dei più raffinati soggetti.

Lo show contava su effetti scenici, cinematografici e si chiudeva con l’eruzione del vulcano Pelée.

L’affascinante e tenebroso esotismo delle tribù “primitive” non passava mai di moda. Ecco quindi i Musei delle Mummie (in realtà minuscoli spazi ricavati all’interno di un carrozzone) che proponevano le tsantsa, teste rimpicciolite degli indios Jivaro, e stravaganze mummificate sempre più fantasiose. Si trattava, ovviamente, di sideshow gaff, ovvero di reperti falsificati ad arte (ne abbiamo parlato in questo articolo) da modellatori e scultori piuttosto abili.

Uno dei migliori in questo campo era certamente William Nelson, proprietario della Nelson Supply House con cui vendeva ai circhi “curiosità mummificate”. Fra le finte mummie offerte a inizio secolo da Nelson, c’erano il leggendario gigante della Patagonia a due teste, King Mac-A-Dula; King Jack-a-Loo-Pa, che secondo la descrizione avrebbe avuto una testa, tre volti, tre mani, tre braccia, tre dita, tre gambe, tre piedi e tre dita dei piedi; il fantastico Poly-Moo-Zuke, creatura a sei gambe; il Grande Cavalluccio Marino, ricavato a partire da un vero teschio di cavallo, la cui coda si divideva in due lunghe pinne munite di zoccoli; mummie egiziane di vario tipo, come ad esempio Labow, il “Doppio Ragazzo Egiziano con Sorella che gli Cresce sul Petto”.

Più avanti la cartapesta verrà soppiantata dalla gomma, con cui si creeranno i finti feti deformi sotto liquido, e dalla cera: nel decennio successivo alla Seconda Guerra, famose attrazioni includevano il cervello di Hitler sotto formalina, e riproduzioni del cadavere del Führer.


Altri classici spettacoli erano le esibizioni di torture. Pubblicizzati dai banner con toni grandguignoleschi, erano in realtà delle ricostruzioni con rozzi manichini che lasciavano sempre un po’ l’amaro in bocca, rispetto alle raffinate crudeltà annunciate. Ma con il tempo anche i walk-through show ampliarono l’offerta, anche sulla scia dei vari successi del cinema noir: ecco quindi che si poteva esplorare i torbidi scenari della prostituzione, delle gambling house in cui loschi figuri giocavano d’azzardo, scene di droga ambientate nelle Chinatown delle grandi città americane, dove mangiatori d’oppio stavano accasciati sulle squallide brandine.

La curiosità per il fosco mondo della malavita stava anche alla base delle attrazioni che promettevano di mostrare straordinari reperti dalle scene del crimine: la gente pagava volentieri la moneta d’entrata per poter ammirare l’automobile in cui vennero uccisi Bonnie e Clyde, su cui erano visibili i fori di proiettile causati dallo scontro a fuoco con le forze dell’ordine. Peccato che quasi ogni sideshow avesse la sua “autentica” macchina di Bonnie e Clyde, così come circolavano decine di Cadillac che sarebbero appartenute ad Al Capone o ad altri famigerati gangster. Anzi, crivellare di colpi una macchina e tentare di venderla al circo poteva rivelarsi un buon affare, come dimostrano le inserzioni dell’epoca.

Nulla, però, fermava le folle come il frastuono delle moto che giravano a tutto gas nel motodromo.
Evoluzione di quelli progettati per le biciclette, già in circolazione dalla metà dell’800, i motodromi con pareti inclinate lasciarono il posto a loro volta ai silodrome, detti anche Wall of Death, con pareti verticali. Assistere a questi spettacoli, dal bordo del “pozzo”, era una vera e propria esperienza adrenalinica, che attaccava tutti i sensi contemporaneamente con l’odore della benzina, il rumore dei motori, le motociclette che sfrecciavano a pochi centimetri dal pubblico e gli scossoni dell’intera struttura in legno, vibrante sotto la potenza di questi temerari centauri. Con lo sviluppo della tecnologia, anche le auto da corsa avranno i loro spettacoli in autodromi verticali; e, per aggiungere un po’ di pepe al tutto, si cominceranno a inserire stunt ancora più impressionanti, come ad esempio l’inseguimento dei leoni (lion chase) che, in alcune varianti, vengono addirittura fatti salire a bordo delle auto che sfrecciano in tondo (lion race).

Ogni sideshow aveva i suoi live act con artisti eclettici: mangiaspade, giocolieri, buttafuoco, fachiri, lanciatori di coltelli, trampolieri, uomini forzuti e stuntman di grande originalità. Ma l’idea davvero affascinante, in retrospettiva, è l’evidente consapevolezza che qualsiasi cosa potesse costituire uno spettacolo, se ben pubblicizzato: dalla ricostruzione dell’Ultima Cena si Gesù, ai primi “polmoni d’acciaio” di cui si faceva un gran parlare, dai domatori di leoni alle gare di scimmie nelle loro minuscole macchinine.


Certo, il principio di Barnum — “ogni minuto nasce un nuovo allocco” — era sempre valido, e una buona parte di questi show possono essere visti oggi come ingannevoli trappole mangiasoldi, studiate appositamente per il pubblico rurale e poco istruito. Eppure si può intuire che, al di là del business, il fulcro su cui faceva leva il sideshow era la più ingenua e pura meraviglia.

Molti lo ricordano ancora: l’arrivo dei carrozzoni del circo, con la musica, le luci colorate e la promessa di visioni incredibili e magiche, per la popolazione dei piccoli villaggi era un vero e proprio evento, l’irruzione del fantastico nella quotidiana routine della fatica. E allora sì, anche se qualche dime era speso a vanvera, a fine serata si tornava a casa consci che quelle quattro mura non erano tutto: il circo regalava la sensazione di vivere in un mondo diverso. Un mondo esotico, sconosciuto, popolato da persone stravaganti e pittoresche. Un mondo in cui poteva accadere l’impossibile.

Gran parte delle immagini è tratta da A. W. Stencell, Seeing Is Believing: America’s Sideshows.

F.A.Q. – Il regalo giusto

Caro Bizzarro Bazar, mio nonno ha 90 anni ed è appassionato di automobili. Cosa potrei regalargli per il compleanno?

Il nostro consiglio è come sempre di gran classe. Regalagli un’ultima, fiammeggiante vettura, nel modello proposto qui sotto. Tuo nonno resterà certamente commosso.

Scoperto via Oddity Central.

Manichini umani

Tutti abbiamo visto le spettacolari immagini dei crash test, ovvero le simulazioni di incidenti che gli scienziati ricreano al fine di studiare le conseguenze dell’impatto sul corpo umano. In questi test vengono utilizzati i cosiddetti dummies, manichini la cui struttura è pensata per avvicinarsi molto a quella umana, e per fornire indicazioni attendibili su come il corpo reagisce agli scontri automobilistici.

Pochi sanno però che non sempre i manichini sono sufficienti per questo tipo di ricerca.

I pionieri di questi studi, negli anni ’40, lavoravano sia nell’ambito militare che in quello civile: oltre ai ricercatori militari, cioè, anche la General Motors e altre compagnie automobilistiche avevano investito nel settore sicurezza. Per la fase iniziale di questo studio, si utilizzarono cadaveri umani.

A dire la verità, i cadaveri si utilizzano anche oggi: sono corpi donati alla scienza (volontà che negli Stati Uniti può essere espressa a livello testamentario) che vengono lanciati a tutta velocità in impatti frontali; talvolta se ne utilizzano soltanto alcune parti, come gambe e braccia che vengono attaccate al busto dei dummies. È ovvio che nessun manichino può simulare con la precisione dovuta l’esatta reazione di un corpo umano ad un impatto — non c’è nulla di meglio che un corpo vero e proprio. La ricerca sui cadaveri ha portato a modifiche fondamentali nella struttura delle automobili. Uno studio del 1995 sottolineava come a fronte di ogni singolo cadavere usato nella ricerca, si salvassero 61 persone all’anno per aver indossato la cintura di sicurezza, 147 grazie all’airbag e 68 all’impatto con il parabrezza.

Negli anni ’40, al fine di ottenere informazioni fondamentali circa la capacità del corpo umano di resistere alle forze di schiacciamento e di strappo che si verificavano solitamente negli incidenti ad alta velocità, i cadaveri venivano lanciati giù per i pozzi di ascensori inutilizzati e fatti schiantare contro lastre di acciaio. Si facevano cadere cuscinetti a sfera sui crani, per calcolare la loro resistenza. Corpi dotati di rudimentali accelerometri venivano lanciati in scontri frontali all’interno di automobili, e via dicendo.
Ma in alcuni casi, per comprendere davvero le dinamiche di un incidente, bisognava spingersi ancora oltre. Bisognava provare a far schiantare persone vive.

Il colonnello John Stapp è un nome mitico di questa fase pionieristica della ricerca. Quest’uomo non si offrì semplicemente volontario per i crash test: si trattava di crash test aerei!

Quello che si voleva capire era l’effetto di una decelerazione velocissima su un corpo umano che viaggiava ad altissime velocità. Fu così che John Stapp divenne l’uomo che nella storia si sottopose alla maggiore forza G di picco.
Venne costruita una rotaia con un modulo a propulsione a razzo e un sistema di frenaggio idraulico fra i più potenti mai costruiti. John Stapp fu piazzato dentro al modulo nel dicembre del 1947. Il motore a razzo faceva raggiungere alla slitta una velocità superiore ai 1000 km/h in 5 secondi. Il freno fermava completamente la slitta nel giro di un secondo e mezzo.

Nei progressivi esperimenti Stapp arrivò a sottoporsi a forze pari a 45 g — prima della sua ricerca i medici pensavano che il limite massimo raggiungibile da un corpo umano fosse di 18 g.
Come conseguenza della potentissima decelerazione, il colonnello si ruppe due volte il polso, il suo corpo si riempì di pustole causate dall’impatto con particelle di polvere, e subì un grave distacco delle cornee che gli causò un’emorragia ad entrambi gli occhi, come documentano i filmati dell’epoca.

Nel 1951, sul deceleratore erano state fatte 74 “corse” con volontari umani, la maggior parte delle quali effettuate da John Stapp: 19 con il soggetto di spalle, e 55 in posizione frontale.

A prendere il testimone della ricerca di Stapp fu un professore della Wayne State University, Lawrence Patrick. Si sottopose a circa 400 “corse” sulla slitta a razzo. Lui e i suoi studenti si fecero schiantare sul petto con un pendolo di metallo, vennero colpiti sul viso da un martello pneumatico rotante ed infine acconsentirono a farsi sparare addosso dei vetri frantumati per simulare l’implosione di un finestrino.

Prima di arrivare alla messa a punto dei primi crash test dummies, però, vi fu un periodo in cui i ricercatori fecero un altro passo inevitabile: l’utilizzo di animali per arrivare là dove i volontari umani non potevano spingersi. Scimpanzè, orsi, soprattutto maiali furono schiantati in centinaia di mortali esperimenti.

Finalmente, grazie a tutti i dati raccolti in queste numerose e pericolose ricerche, all’inizio degli anni ’50 furono progettati e costruiti i primi manichini. Da quel momento in poi, l’utilizzo di dummies sempre più perfezionati renderà superflui i test sui cadaveri o sugli animali.

Ma c’è anche chi continua a schiantarsi per la nostra sicurezza su una base regolare. Ecco a voi Rusty Haight, direttore dell’ Istituto per la Sicurezza della Collisioni della California e detentore del Guiness dei Primati come uomo che ha effettuato in prima persona il maggior numero di crash test.

Se per noi l’incidente stradale è un momento traumatico e pauroso, per Haight è pura routine. La disinvoltura con cui affronta i crash test deriva dalla sua esperienza: si è schiantato a tutta velocità contro muri e altre macchine diverse migliaia di volte.

Grazie a Materies Morbi per l’ispirazione.

Rendez-vous

C’è stato un tempo in cui il cinema era ancora coraggioso, libero, estremo… e oltraggioso. Negli anni ’70, la sperimentazione era ovunque.

Anche Claude Lelouch, proprio il cineasta più “sobrio” della Nouvelle Vague, adepto del cosiddetto cinéma-vérité, ha avuto il suo leggendario momento di follia. Nel 1976, con grande scandalo, esce un cortometraggio da lui diretto, della durata di poco più di 8 minuti, intitolato C’était un rendez-vous (“Era un appuntamento”). Si tratta di un unico piano sequenza, una selvaggia corsa in macchina (una Mercedes-Benz 450SEL 6.9, per i fanatici di automobili) attraverso le strade di una Parigi semiaddormentata (sono le 5 e 30 del mattino).

Vediamo molti dei luoghi celebri della capitale francese: Arco del Trionfo, Opéra Garnier, Place de la Concorde, Champs-Élysées. Il guidatore non tocca mai, neanche per un momento, il pedale del freno: scala soltanto le marce, per evitare i pedoni e le altre automobili. Corre, corre all’impazzata. Non si ferma nemmeno ai semafori rossi, imbocca sensi unici contromano, sale sul marciapiede per evitare un camion della spazzatura, continua la sua folle corsa fino a un inaspettato, sorridente finale.

La leggenda che si è creata attorno a questo cortometraggio è quasi più divertente dell’opera stessa: c’è chi discute sull’identità dell’anonimo guidatore (l’ipotesi più plausibile indica il regista stesso come protagonista al volante), chi dimostra che l’audio è in realtà la registrazione della Ferrari 275 GTB di proprietà di Lelouch (la Mercedes in questione aveva infatti solo tre marce, mentre nell’audio si sente scalare fino a cinque marce). Molte speculazioni sono state fatte sull’effettiva velocità della corsa – Lelouch ha dichiarato che la velocità massima raggiunta era superiore ai 200 km/h, ma diversi gruppi indipendenti hanno stimato una velocità massima di 140 km/h.

Quale che sia l’ipotesi più corretta è di scarsa importanza una volta compreso il reale valore di questa pellicola. Oggi YouTube è infestato di video in cui decine di ragazzini (e adulti) eseguono simili bravate, riprendendosi con il telefonino. Ma in quegli anni realizzare un’impresa illegale di questo genere, montando una cinepresa 35 mm sul parafango di un’automobile, sfidando ogni rischio pur di ottenere immagini completamente inedite e reali, senza velocizzazioni, trucchi o effetti speciali, faceva parte di quella sperimentazione che ha reso il cinema vivo e vibrante. Significava mettere in gioco la propria vita, quella di altri, rischiare addirittura la galera per amore delle immagini. Un cinema punk, scorretto, sfrenato, puro e duro, come non se ne vede da un po’ di tempo. Un cinema alla ricerca del limite del mostrabile.

Il limite… Non c’è un modo onesto per spiegarlo, perché le sole persone che sanno veramente dov’è, sono quelle che l’hanno superato. Gli altri – quelli ancora in vita – sono quelli che hanno spinto il loro controllo fino a dove sentivano di poterlo mantenere, e poi si sono ritirati, o hanno rallentato, o hanno fatto quello che dovevano quando è stato il momento di scegliere tra l’Adesso e il Dopo.

Ma il limite è ancora là fuori.

(Hunter S. Thompson)

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Viabilità difficoltose

Ogni mattina rimanete bloccati nel traffico? Pensate che c’è chi sta peggio di voi.

Un incrocio come tanti altri. Però.

Il “però” significa che siamo in India.

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Un treno attraversa un mercato di Bangkok… una volta che il treno è passato, l’attività commerciale ricomincia, senza problemi.

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A Utrecht, in Olanda, pensavano di aver risolto qualsiasi ingorgo incentivando l’utilizzo della bicicletta. Purtroppo, l’ora di punta rimane sempre un momento delicato…

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