ILLUSTRATI GENESIS: Giornata 4

Sette piccole lezioni per riscoprire il quotidiano.
Sette giorni per la Creazione… di una nuova prospettiva.

GIORNO 4 – IL SOLE, LA LUNA E LE STELLE

Il dettaglio risaputo: È l’alba. La sveglia suona come ogni mattina alle sette e mezzo: mentre dormivamo, il tempo ha continuato a scorrere. Ci siamo lasciati alle spalle un altro giorno e adesso dobbiamo alzarci, per affrontare il futuro che ci aspetta.

Il retroscena: Quando pensiamo allo scorrere del tempo, nella nostra testa visualizziamo una specie di strada o di nastro che si dipana all’interno di un paesaggio figurato. Davanti a noi c’è il futuro, e dietro il passato. Il tutto è in costante movimento: noi avanziamo sulla linea temporale (“ci stiamo avvicinando alla fine dell’anno”), ma in realtà il flusso è continuo e quindi anche lo scenario scivola inesorabilmente nella nostra direzione (“la fine dell’anno sta arrivando”).
Sia che l’osservatore si muova lungo il panorama, sia che il panorama gli venga incontro, parliamo sempre del tempo usando metafore spaziali. Ma sbaglieremmo a ritenere che queste nostre metafore siano le uniche possibili; gli antropologi e i linguisti che hanno studiato culture diverse si sono trovati a dover comprendere modelli temporali molto lontani dal nostro.
In numerose culture africane, per esempio, il tempo è relativo agli eventi. Dunque passa solo se sta succedendo qualcosa:

Gli europei sbagliano quando pensano che nelle società tradizionali africane le persone sedute sotto un albero senza far nulla stiano “sprecando tempo”. Quando gli africani non fanno nulla, non producono eventi, né marcatori di ritmo, né ‘tempo’. […] Quando la concezione del tempo è legata agli eventi, vuol dire che se non c’è evento non c’è tempo. Non c’è nulla da ‘sprecare’ e nulla da ‘risparmiare’. […] Una logica conseguenza è che il taxi-brousse (il bus che opera nella savana) partirà non a un momento prefissato del giorno, ma quando è pieno, quando ha abbastanza passeggeri che pagano il biglietto, così da permettere il viaggio. Allo stesso modo, una riunione comincerà “quando le persone (o la maggior parte di esse) sono arrivate”, non in un momento prestabilito su un orologio astratto. È l’evento – “è pieno” o “le persone sono arrivate” – che fa scattare l’azione, non un momento deciso secondo uno standard temporale misurabile.(1)

Non è universale nemmeno l’idea che il futuro stia davanti a noi e il passato dietro.
Per i malgasci è esattamente l’opposto: il futuro si trova alle spalle, e il passato davanti agli occhi. L’osservatore rimane fermo, e il tempo lo raggiunge da dietro. Quando i malgasci si fanno gli auguri di buon anno, l’espressione comune è arahaba fa tratry ny taona (“congratulazioni per essere stato raggiunto dal nuovo anno”).
In questo modello, il passato sta davanti agli occhi perché esso è conosciuto, dunque visibile; invece il futuro deve per forza essere dietro le spalle, perché nessuno può vederlo.

Un concetto simile è presente nella lingua aymara, parlata negli altopiani andini di Bolivia, Perù e Cile. Essa utilizza il termine nayra, che indica ciò che sta di fronte, per parlare del passato. Analogamente la parola ‘indietro’, qhipa, indica anche il futuro. Questa concezione deriva in parte

dalla forte enfasi che la lingua aymara pone sulla percezione visiva come fonte di conoscenza. Il linguaggio aymara distingue precisamente la fonte di conoscenza di ogni informazione riportata, imponendo grammaticalmente una distinzione tra conoscenza personale e non-personale, e contrassegnandole con un’inflessione verbale o apposite strutture sintattiche. […] Quindi, in aymara, se un oratore dice “Ieri mia madre ha cucinato le patate”, dovrà indicare se la fonte della conoscenza è personale o non-personale. L’oratore dovrà specificare se intendeva “Ha cucinato le patate, ma non l’ho vista farlo”.

E dunque non dovrebbe sorprendere scoprire che

chi parla la lingua aymara tende a parlare più spesso e in modo più dettagliato del passato che del futuro. Anzi, spesso gli anziani si rifiutano semplicemente di parlare del futuro, sulla base del fatto che si può dire poco o nulla di sensato al riguardo.(2)

La Quarta Lezione: L’idea del tempo è nata dall’alternarsi del sole e delle stelle, della luce e della notte. Come tutte le idee, è relativa e cambia a seconda dell’epoca storica, delle latitudini e del linguaggio. E allora perché non provare un piccolo esperimento? Dopo aver spento la vostra sveglia, immaginate che il nuovo giorno sia alle vostre spalle. Non potete affrontarlo perché non è di fronte a voi. Non potete sapere cosa porterà, ma sentite che è lì dietro, in agguato. L’idea fa un po’ paura, ma è anche liberatoria: non c’è altro da fare se non arrendersi, e lasciare che il futuro vi raggiunga.

Questo post è dedicato a due lettori del blog, Angela e Giuseppe, che da domani aspetteranno assieme il futuro pronto a sorprenderli alle spalle: vi auguro che sia spettacolare e pieno di meraviglia!
Le prime tre giornate di ILLUSTRATI GENESIS sono pubblicate qui e qui.

NOTE:
1) Ø. Dahl, “When The Future Comes From Behind: Malagasy and Other Time Concepts and Some Consequences For Communication”, in International Journal of Intercultural Relations, 19:2 (1995), pp. 197-209
2) R.E. Núñez ed E. Sweetser, “With the Future Behind Them: Convergent Evidence From Aymara Language and Gesture in the Crosslinguistic Comparison of Spatial Construals of Time”, in Cognitive Science, 30 (2006), pp. 401–450

Dia de los Natitas

Tutte le tradizioni culturali del mondo hanno elaborato complessi rituali per negare la completa dissoluzione del defunto, ma anzi reintegrarlo nella vita quotidiana in un sistema ammissibile; in questo modo i morti divengono delle “guide” simboliche e vengono inseriti in un quadro di continuità che è un antidoto all’assenza di senso della morte. Perfino nella nostra società, incentrata sul corpo e sul materialismo, diamo nomi di defunti alle strade, parliamo di “immortalità attraverso le opere”, e teniamo scrupolosi resoconti storici relativi ai nostri antenati.
In alcune società questo rapporto che lega i vivi e i morti risulta ancora molto concreto.

In diverse parti dell’America del Sud il cristianesimo si è sviluppato in maniera sincretica con le religioni precedenti; i missionari cioè, piuttosto che combattere le antiche credenze del luogo, hanno cercato di trasfigurare alcuni degli dèi delle popolazioni Quechua e Aymara per farli aderire alle figure tipiche della tradizione cattolica. Alcuni rituali pre-colombiani sono pertanto giunti fino a noi e sono tuttora tollerati dalla Chiesa locale.
Uno di questi antichissimi riti è quello relativo al Dia de los Natitas, ovvero il Giorno dei Teschi.

La Paz, Bolivia, 8 novembre.
In questo giorno centinaia di persone si radunano al cimitero centrale portando con sé i teschi dei propri antenati o dei cari estinti. Il cranio del parente defunto è spesso esposto in elaborate teche di vetro, legno o cartone.

I teschi vengono puliti, purificati, e decorati con addobbi di vario tipo: berretti di lana intessuti a mano, occhiali da sole, ghirlande di fiori coloratissimi. Talvolta le cavità ossee vengono protette otturandole con del cotone.

Una volta ottenuta la benedizione, la gente “coccola” questi resti umani, offrendo loro sigarette, alcol, foglie di coca, cibo e profumi. Una banda tradizionale suona per loro, quasi ad offrire ai morti una particolare serenata.

Come fanno gli abitanti ad essere in possesso di questi teschi, e che significato ha il rituale? La tradizione, come abbiamo detto, è molto antica e precedente all’avvento del cristianesimo. Nella concezione pre-colombiana diffusa in Bolivia ogni uomo è composto da sette anime, di tipo e pesantezza diversi. Quando un parente muore, viene seppellito per un periodo sufficientemente lungo affinché tutte e sei le anime “eteree” possano lasciare il cadavere. L’ultima anima è quella che rimane all’interno dello scheletro, e del cranio in particolare.

Quando si è sicuri che le sei anime se ne siano andate, si dissotterra il cadavere e il teschio viene affidato alla famiglia, che avrà cura di mantenerlo in casa con amore e dedizione, su un altare dedicato. Questi resti, infatti, hanno proprietà magiche e, se trattati con il giusto rispetto, sono in grado di esaudire le preghiere dei parenti. Se, invece, vengono trascurati possono portare sciagure e sfortuna.

Il Dia de los Natitas serve proprio a celebrare questi defunti, a ringraziarli con una grande festa per la buona sorte portata durante l’anno appena trascorso, e ingraziarsi i loro favori per l’anno a venire.