Lo strano mondo di Hurricane

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Ivan Manuppelli, in arte Hurricane, è un disegnatore, editore e cartoonist che porta avanti da anni la sua visione di fumetto underground. Il suo mondo sgangherato e weird è affollato di personaggi la cui anatomia è ufficialmente in crisi, corpi sciolti sotto la cui pelle si agita una moltitudine di esseri mostruosi che cercano di emergere. Esilarante e violento, Hurricane non rinuncia mai a quel gusto un po’ infantile della provocazione; rispetto ai simboli del capitalismo e della vita odierna il suo è più sberleffo che satira, una sorta di assalto lisergico al buon costume, uno spernacchiamento catartico.

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Eppure nei sorrisi posticci che spuntano da questi ammassi di carne e budella è facile intravvedere, in filigrana, tutta l’angoscia, lo spaesamento e l’impotenza di un uomo contemporaneo che sembra condannato a un perenne, grottesco inferno.

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Hurricane pubblica le sue tavole su Linus, Il Male, Frigidaire. Ma “clandestinamente” ha dato vita alla rivista Puck, la cui più straordinaria incarnazione è Puck Comic Party, un progetto ambizioso e sorprendente che ha coinvolto più di 170 autori underground italiani, europei e americani. L’idea è simile al “cadavere squisito” dei surrealisti: a ciascun disegnatore vengono mostrate le vignette precedenti, a cui egli aggiunge due o tre quadri che proseguono la storia. La trama, com’è prevedibile, si presenta fin da subito delirante e onirica, e fa da pretesto per una sciarada visiva davvero unica. Il bello di ogni pagina sta nel gustarsi il nuovo cambio di stile, nello scoprire come il prossimo autore rielaborerà gli elementi a disposizione. Piacere metanarrativo, certo, e gioco per intenditori; ma anche un esperimento folle che assomiglia a una grande festa collettiva. E non può non scendere una lacrimuccia quando si incrocia fra le vignette il segno inconfondibile del compianto Carlo Peroni di Zio Boris.

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A novembre dello scorso anno Hurricane mi ha contattato per scrivere un’introduzione alla sua mostra Inferno domestico allestita all’interno del Festival internazionale del fumetto Bilbolbul. I pezzi centrali dell’installazione erano dieci tavole che rivisitavano le piaghe d’Egitto in chiave moderna, dissacrando il luogo dell’intimità e del comfort per eccellenza: la casa.

Ripropongo qui il pezzo scritto allora per Inferno domestico, e vi invito a scoprire il lavoro di Hurricane sul suo sito ufficiale e sulla sua pagina Facebook.

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LA RIVINCITA DI PINCO PANCO

CASA, s.f. Edificio cavo eretto come abitazione per l’uomo,
il ratto, il topo, lo scarafaggio, la blatta, la mosca,
la zanzara, la pulce, il bacillo e il microbo.
(Ambrose Bierce, Il Dizionario del Diavolo, 1911)

Ovunque appoggerò la testa, amici
Quella sarà casa mia.
(Tom Waits)

La casa, nata come rifugio e tana del mammifero-uomo, da tempo ha trasceso questa sua funzione basilare. La casa è un’estensione concreta del fisico e della mente di chi la abita, prolungamento psichico nell’impulso di riorganizzazione del mondo, barriera contro il caos. In casa, tutto ha un senso, un’economia, un motivo. Nella casa, tutto è rassicurante, ci rincuora – sì, ogni cosa è al suo posto. Non come là fuori.

La casa è una bolla. È la nostra personale capsula all’interno della grande Astronave Terra che sfreccia nel vuoto, il cui suolo è stato parcellizzato dagli esseri umani in infinite sub-unità abitative. La casa delimita i confini della nostra vita, della cosiddetta privacy, è il luogo sacro e inviolabile in cui siamo noi a decidere a chi è concesso o non è concesso entrare. La casa è un filtro.

Nella solitudine della casa, in grado di tenere lontani gli estranei (“l’enfer, c’est les autres”), possiamo andarcene in giro nudi come prima che ci fosse inculcata qualsiasi vergogna, come prima della società. Non ci è proibita alcuna bassezza, né alcuna ascensione mistica, svanisce il timore di venire giudicati.

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E poi. La casa deve essere anche funzionale, come uno strumento. Efficiente nel liberarci dalle fatiche superflue. Ipertecnologica, con i suoi utensili robotizzati e le macchine che lavano, cuociono, asciugano, sterilizzano, regolandosi e programmandosi da sé. La casa lavora per noi. Ci solleva dagli ammennicoli quotidiani, di modo che noi possiamo dedicarci a ben più solenni imperativi…

La casa è una protesi; ma non ci si può illudere di usare una protesi senza che essa ci cambi, che rivoluzioni i limiti della nostra identità. Il cieco si orienta e sente la strada con la punta del bastone: dove finisce l’uno e inizia l’altro, resta un mistero.
Di (con)fusioni tra organico e meccanico, fisiologico e tecnologico, sapeva qualcosa J. G. Ballard, secondo il quale dimensione interna ed esterna non sono mai separate ma anzi si compenetrano senza soluzione di continuità. Nel suo racconto L’enorme spazio (1989), l’abitazione del protagonista si curva e si allunga fino a raggiungere distanze siderali, tanto che per passare dalla cucina al salotto ci vorrebbero secoli di cammino. Siamo sicuri di essere dentro la casa? O la casa sta dentro di noi? Abitiamo o siamo abitati?

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In fondo, forse, la casa dovrebbe semplicemente proteggerci, ma ha fallito. Ciò che è là fuori – la violenza, la disumanizzazione, la psicopatologia, la miseria umana – ha finito o finirà per fare irruzione fra queste fragili quattro mura. Non basteranno le porte blindate e i sistemi di sorveglianza per impedire che l’assurdo del cosmo faccia irruzione nel nostro baluardo, nel nostro bozzolo privato. L’assurdo è Pinco Panco che si ostina a incendiare la Casetta in Canadà, mentre il solerte Martino della canzone lavora sodo per ristabilire il decoro piccolo borghese, ricostruendo infinite abitazioni.

È una lotta contro i mulini a vento, sembrano suggerire i quadri apocalittici e gioiosamente sovversivi di Hurricane: la casa forse non è mai veramente esistita, è soltanto un’illusione, miope e meschina, che prima o poi si ritorcerà contro chi vi ha visto un ideale di vita, un’oasi finale – giardino all’inglese e bianco steccato inclusi.
Perché le piaghe d’Egitto, in realtà, non sono nulla di miracoloso o eccezionale.
Sono ovunque, in ogni luogo e in ogni tempo.
Sono la vita, che si fa strada.

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La biblioteca delle meraviglie – X

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Evertrip
TEGUMENTA
(2013, Edizioni Esperidi – www.tegumenta.it)

Oggi tutti leggono libri. Si legge tantissimo, spesso tomi di centinaia e centinaia di pagine, basta guardarsi in giro in spiaggia. Non è della quantità che dovremmo preoccuparci, ma della qualità. E se il panorama editoriale mainstream, in Italia, è avvilente, spesso anche quello underground non è migliore: i piccoli editori, che non se la passano benissimo, sono disposti a pubblicare qualsiasi cosa a pagamento. Quindi, oggi tutti scrivono libri.

Il problema di chi si immagina di saper scrivere, come risulta spesso evidente fin dalle righe iniziali, è che l’autore non è mai stato innanzitutto un vero lettore – dettaglio che l’avrebbe forse portato a cimentarsi con timore ed umiltà maggiori nell’arte letteraria, per amore e rispetto dei maestri che venera. Il difetto che maggiormente opprime questi “nuovi autori” è l’assoluta mancanza di una forma: talvolta un embrione di idea può anche far capolino fra le pagine, ma l’amore per la ricerca espressiva è un sentimento che davvero pochi sembrano conoscere o coltivare.

Per questo motivo salutiamo come un’insperata sorpresa il libriccino di Evertrip, al secolo Paolo Ferrante, classe 1984. Un libro che ricorda i surrealisti, a tratti le poesie di Arrabal, le sperimentazioni di Burroughs o del Ballard degli anni ’70. Il suo “dizionario emozionale” è un brillante tentativo di far respirare assieme parole e immagini (illustrazioni di cui l’autore stesso è responsabile), cercando costantemente la forma più inaspettata per setacciare le dialettiche interne di un rapporto sentimentale.

Ed è proprio la forma a farsi contenuto, perché Tegumenta si presenta a una prima occhiata come un dizionario minimo, in cui ogni lettera contiene soltanto uno o due vocaboli o locuzioni; all’asetticità del glossario si somma la propensione scientifico-clinica del linguaggio, che si propone di descrivere con piglio analitico le correlazioni fra sentimenti e anatomia.

Ma, ed è questo lo scarto poetico più interessante, ecco che di colpo l’oggettività delle “definizioni” subisce una deviazione improvvisa: passa, imprevedibile, dalla terza alla seconda persona singolare, rivolgendosi direttamente all’oggetto/soggetto del desiderio; fino a che, tra etimi implausibili (intriganti per lo sfaglio di senso che operano), distorsioni della realtà e sottili invenzioni iconografiche, tra involuzioni e rivoluzioni, è il linguaggio stesso ad implodere.

Ad esempio ecco che la definizione di bezoario diviene d’un tratto il simbolo per esprimere la vertigine sentimentale:

BEZOAR: 1. s.n. agglomerato di fibre vegetali (fibrobezoari) o di peli animali (tricobezoari) che si forma nello stomaco dell’uomo a seguito dell’ingestione abnorme di tali componenti. Nello stomaco genera uno stato di infiammazione cronico, seguito da lesioni sanguinanti della mucosa.
2. ti sento vera come il panico, infatti scivolo, scivolo nello stagno, ho le stoppie in gola, scivolo e non sono ancora pazzo, l’acqua è fredda e sembra un suicidio […]

Alla voce “epidermide” leggiamo:

EPIDERMIDE: s.f. lo strato morbido che ti separa dalle mie mani, situato fra la mia lingua e il tuo sangue.

In Tegumenta si percepisce la presenza di una “voce narrante”: è quella di un personaggio (mai esplicitato, visto che forse si confonde in parte con l’Autore) che potremmo definire il Catalogatore Psichico, ossessionato da un’impresa impossibile: quella di costruire un manuale per orientarsi fra gli strazi fisici, i dolori dell’anima e le convulsioni emotive che accompagnano ogni passione erotica. E se qua e là, in virtù degli slanci poetici e dei non detti, si riesce ad intravvedere il bagliore di un’illuminazione, ciò che rimane di tutto questo tortuoso classificare ogni piccolo moto dello spirito è il sentimento di impotenza al cospetto di misteri più grandi dell’umana comprensione: il corpo, la carne e le sue inconcepibili escrescenze, e l’amore che ne emerge come il più inspiegabile e irrazionale dei fenomeni.

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D. von Schaewen, J. Maizels, A. Taschen
FANTASY WORLDS
(1999, Taschen)

Fra gli splendidi volumi illustrati della Taschen, questo è uno fra i più preziosi. Un viaggio attraverso i cinque continenti, alla scoperta dei luoghi più affascinanti  e “incantati”: opere d’arte multiformi, barocche, oppure infantili, ma sempre sorprendenti. Il libro ci guida fra palazzi di conchiglie, bestiari fantastici scolpiti nelle falesie, parchi delle meraviglie, strane abitazioni dall’aspetto alieno, e si sofferma sui più interessanti esempi di outsider art. Molto spesso, infatti, dietro queste bizzarrie architettoniche si cela la mente di una sola persona, assillata dal “progetto di una vita”, e che partendo da materiali riciclati e umili ha saputo costruire qualcosa di unico. Sia che cerchiate qualche meta turistica fuori dalle classiche mappe, o che preferiate starvene sprofondati nel divano a fantasticare, questo libro è un compagno perfetto.

James G. Ballard

Oggi è l’anniversario della nascita di uno degli ultimi giganti della fantascienza, James Ballard, spentosi nel 2009 all’età di 79 anni. Non soltanto autore di fantascienza, in realtà, perché Ballard la fantascienza l’ha sempre usata come pretesto, l’ha rivoltata come un calzino e l’ha piegata a suo piacimento. Non era interessato alla scoperta di mondi e galassie distanti, ma allo spazio interiore, alle supernove mentali e ai buchi neri dell’animo umano. Esploratore dissacrante dei miti dell’immaginario moderno, Ballard ne ha saputo sottolineare gli aspetti psicopatologici in epoche ancora non sospette. Dopo di lui non guarderemo mai più allo stesso modo un raccordo autostradale, una chirurgia estetica, l’omicidio Kennedy, un incidente d’auto, un centro balneare fuori stagione…

In ricordo, riportiamo qui un suo pezzo celeberrimo.

Ciò in cui credo, di James G. Ballard  

Credo nel potere che ha l’immaginazione di plasmare il mondo, di liberare la verità dentro di noi, di cacciare la notte, di trascendere la morte, di incantare le autostrade, di propiziarci gli uccelli, di assicurarsi la fiducia dei folli.

Credo nelle mie ossessioni, nella bellezza degli scontri d’auto, nella pace delle foreste sommerse, negli orgasmi delle spiagge deserte, nell’eleganza dei cimiteri di automobili, nel mistero dei parcheggi multipiano, nella poesia degli hotel abbandonati.

Credo nelle rampe in disuso di Wake Island, che puntano verso il Pacifico della nostra immaginazione.

Credo nel fascino misterioso di Margaret Thatcher, nella curva delle sue narici e nella lucentezza del suo labbro inferiore; nella malinconia dei coscritti argentini feriti; nei sorrisi tormentati del personale delle stazioni di rifornimento; nel mio sogno che Margaret Thatcher sia accarezzata da un giovane soldato argentino in un motel dimenticato, sorvegliato da un benzinaio tubercolotico.

Credo nella bellezza di tutte le donne, nella perfidia della loro immaginazione che mi sfiora il cuore; nell’unione dei loro corpi disillusi con le illusorie sbarre cromate dei banconi dei supermarket; nella loro calda tolleranza per le mie perversioni.

Credo nella morte del domani, nell’esaurirsi del tempo, nella nostra ricerca di un tempo nuovo, nei sorrisi di cameriere di autostrada e negli occhi stanchi dei controllori di volo in aeroporti fuori stagione.

Credo negli organi genitali degli uomini e delle donne importanti, nelle posture di Ronald Reagan, di Margaret Thatcher e della principessa Diana, negli odori dolciastri emessi dalle loro labbra mentre fissano le telecamere di tutto il mondo.

Credo nella pazzia, nella verità dell’inesplicabile, nel buon senso delle pietre, nella follia dei fiori, nel morbo conservato per la razza umana dagli astronauti di Apollo.

Credo nel nulla. Credo in Max Ernst, Delvaux, Dalì, Tiziano, Goya, Leonardo, Vermeer, De Chirico, Magritte, Redon, Dürer, Tanguy, Facteur Cheval, torri di Watts, Böcklin, Francis Bacon e in tutti gli artisti invisibili rinchiusi nei manicomi del pianeta.

Credo nell’impossibilità dell’esistenza, nell’umorismo delle montagne, nell’assurdità dell’elettromagnetismo, nella farsa della geometria, nella crudeltà dell’aritmetica, negli intenti omicidi della logica.

Credo nelle donne adolescenti, nel potere di corruzione della postura delle loro gambe, nella purezza dei loro corpi scompigliati, nelle tracce delle loro pudenda lasciate nei bagni di motel malandati.

Credo nei voli, nell’eleganza dell’ala e nella bellezza di ogni cosa che abbia mai volato, nella pietra lanciata da un bambino che porta via con sé la saggezza di statisti e ostetriche.

Credo nella gentilezza del bisturi, nella geometria senza limiti dello schermo cinematografico, nell’universo nascosto nei supermarket, nella solitudine del sole, nella loquacità dei pianeti, nella nostra ripetitività, nell’inesistenza dell’universo e nella noia dell’atomo.

Credo nella luce emessa dai videoregistratori nelle vetrine dei grandi magazzini, nell’intuito messianico delle griglie del radiatore delle automobili esposte, nell’eleganza delle macchie d’olio sulle gondole dei 747 parcheggiati sulle piste catramate dell’aeroporto.

Credo nella non-esistenza del passato, nella morte del futuro e nelle infinite possibilità del presente.

Credo nello sconvolgimento dei sensi in Rimbaud, William Burroughs, Huysmans, Genet, Celine, Swift, Defoe, Carroll, Coleridge, Kafka.

Credo nei progettisti delle piramidi, dell’Empire State Building, del Führerbunker di Berlino, delle rampe di lancio di Wake Island.

Credo negli odori corporali della principessa Diana.

Credo nei prossimi cinque minuti. Credo nella storia dei miei piedi.

Credo nell’emicrania, nella noia dei pomeriggi, nella paura dei calendari, nella perfidia degli orologi.

Credo nell’ansia, nella psicosi, nella disperazione.Credo nelle perversioni, nelle infatuazioni per alberi, principesse, primi ministri, stazioni di rifornimento in disuso (più belle del Taj Mahal), nuvole e uccelli.

Credo nella morte delle emozioni e nel trionfo dell’immaginazione.

Credo in Tokyo, Benidorm, La Grande Motte, Wake Island, Eniwetok, Dealey Plaza.

Credo nell’alcolismo, nelle malattie veneree, nella febbre e nell’esaurimento.

Credo nel dolore.

Credo nella disperazione. Credo in tutti i bambini.

Credo nelle mappe, nei diagrammi, nei codici, negli scacchi, nei puzzle, negli orari aerei, nelle segnalazioni d’aeroporto.

Credo a tutti i pretesti.

Credo a tutte le ragioni.

Credo a tutte le allucinazioni. Credo a tutta la rabbia.

Credo a tutte le mitologie, ricordi, bugie, fantasie, evasioni.

Credo nel mistero e nella malinconia di una mano, nella gentilezza degli alberi, nella saggezza della luce.

La biblioteca delle meraviglie – II

Mell Kilpatrick

CAR CRASHES & OTHER SAD STORIES

(2000, Taschen)

Kilpatrick era un fotografo che operò nell’area di Los Angeles dalla fine degli anni ’40 fino all’inizio degli anni ’60. Seguendo le pattuglie della polizia nelle loro chiamate, ebbe l’occasione di documentare suicidi, omicidi, ma soprattutto incidenti stradali mortali.

Questo splendido volume illustrato sella Taschen offre una selezione dei suoi scatti, quasi sempre notturni, che mostrano l’inizio di una piaga che arriva fino ai giorni nostri. È difficile descrivere le emozioni che si provano di fronte a queste fotografie. Da una parte c’è ovviamente l’empatia per le vittime, mentre la nostra mente cerca di immaginare cosa possano aver provato; ma dall’altra, ed è questo che rende affascinante la collezione di immagini, interviene il filtro del tempo. Questi incidenti provengono da un’epoca lontana, sono grida anonime nello scorrere del tempo, e il flash dona alle scene dell’impatto un’atmosfera mutuata dai film noir dell’epoca (sarà un caso, ma Kilpatrick, come secondo lavoro, faceva il proiezionista in un cinema). Eppure anche una certa amara ironia scorre talvolta in alcuni scatti, come quando i cadaveri sono fotografati sullo sfondo di allegre pubblicità commerciali.

Forse le fotografie hanno acquisito, nel tempo, più significato di quanto non fosse negli originari intenti dell’autore; ma viste oggi, queste auto d’epoca, con i loro grovigli di lamiere e di carne, non possono non ricordare le pagine memorabili dedicate da James G. Ballard agli incidenti automobilistici intesi come nuova mitologia moderna, ossessionante e intimamente sessuale. Immagini bellissime ma destabilizzanti, appunto perché saremmo tentati di iscriverle nel mito (del cinema, della letteratura, della fotografia) proprio quando ci mostrano il lato più reale, banale e concreto della morte.

Paul Collins

LA FOLLIA DI BANVARD

(2006, Adelphi – Fabula)

Il meraviglioso libro di Paul Collins ha come sottotitolo la frase: “Tredici storie di uomini e donne che non hanno cambiato il mondo”. Le sue tredici storie sono davvero straordinarie, perché raccontano di alcuni individui che sono arrivati a tanto così dal cambiare il corso della storia. E poi, hanno fallito.

Scritto in una prosa accattivante e piacevolissima, La follia è tutto una sorpresa dietro l’altra, e ha la qualità dei migliori romanzi. Di volta in volta malinconico ed esilarante, ha il merito di provare a ridare dignità ad alcuni “dimenticati” della scienza e della storia, ognuno a modo suo geniale, ma per qualche motivo vittima di un fatale errore, e delle sue amare conseguenze.

A partire da John Banvard, il folle del titolo: non l’avete sicuramente mai sentito nominare, ma a metà dell’Ottocento era il pittore vivente più famoso del mondo… René Blondlot, insigne professore francese di fisica, che fece importanti e apprezzate scoperte prima di prendere un clamoroso abbaglio, annunciando di aver scoperto i “raggi N”… oppure Alfread Beach, inventore della metropolitana pneumatica, che non prese mai piede non perché non funzionasse, ma perché lui si inimicò il sindaco di New York, tanto da sfidarlo costruendo di nascosto un tratto di metropolitana proprio sotto il municipio… e ancora, cialtroni e imbroglioni da premio Nobel per la lettaratura: William H. Ireland, ad esempio, ossessionato da Shakespeare, ne imparò talmente bene la calligrafia e lo stile da riuscire a produrre falsi e intere opere teatrali, giudicate all’epoca fra le migliori del Bardo; oppure George Psalmanazar, che si inventò di essere originario di Formosa (all’epoca ancora inesplorata, e in cui nemmeno lui aveva mai messo piede), arrivando a descriverne la cultura, le tradizioni, la religione, la flora e la fauna e perfino inventandosi un complesso linguaggio.

Uomini straordinari, folli, herzoghiani, che per un attimo hanno sfiorato la grandezza (magari con intuizioni scientifiche quasi corrette), prima di terminare la loro parabola nel dimenticatoio della Storia. Un divertito elogio della fallibilità umana intesa come voglia di tentare, di esplorare il limite; perché se anche si cade, la caduta testimonia talvolta l’irriducibile vitalità dell’essere umano.

Tetsuya Ishida

Quando nel 2005, a soli 32 anni, il pittore giapponese Tetsuya Ishida morì sotto un treno, per chi conosceva la sua opera venne più che naturale pensare che si trattasse di suicidio. I suoi quadri, infatti, sono talmente carichi di un’angoscia gelida e paralizzante da poter essere letti in un’ottica prettamente personale di depressione e solitudine.

Eppure i suoi dipinti surrealisti vanno ben al di là della semplice espressione di un disagio individuale. Certo, i quadri di Ishida avevano come protagonista assoluto e ossessivo Ishida stesso, che nei suoi autoritratti si figurava come una vittima dal corpo fuso con gli elementi architettonici e tecnologici quotidiani. Ma  la sua forza evidente è quella di offrire un ritratto drammatico dell’uomo moderno, al di là dell’autoritratto. Un uomo irrimediabilmente oppresso e imprigionato, reificato, ormai ridotto ad oggetto inanimato, parte integrante di una catena di montaggio di stampo industriale che lo priva di ogni identità.

Benché lo stile e l’immaginario di Ishida siano tipicamente giapponesi (a qualcuno di voi verrà certamente in mente il Tetsuo di Tsukamoto), i temi che sono affrontati nelle sue opere hanno valenza universale ed esprimono le paure di tutto il mondo “civilizzato”. L’ibridazione uomo-macchina, tema fondamentale della fine del secolo scorso con cui si sono confrontati autori del calibro di James G. Ballard o di David Cronenberg, è uno dei tratti fondamentali della nostra cultura.

Se negli anni ’50 si poteva pensare che la tecnologia ci venisse in aiuto e facesse da protesi senza che questo intaccasse la nostra stessa identità e il concetto di corpo, oggi è ovvio che non è così. Gli ambienti in cui viviamo entrano a far parte delle architetture della mente, così come il corpo diviene sempre più sfuggente, ibridato, multiforme. Il concetto identitario cambia e si trasforma continuamente.

Ishida mostra di essere consapevole di questo nuovo assetto, e allo stesso tempo denuncia la violenza che l’individuo subisce a livello sociale. In un paese come il Giappone, l’allarme lanciato dall’artista è che la conseguenza di un’impostazione di lavoro così oppressiva non può che portare a una totale deumanizzazione.

Purtroppo, a parte il sito ufficiale (in giapponese) con diverse splendide gallerie, sulla rete si trovano pochissime informazioni su questo prolifico pittore scomparso prematuramente.

The Torture Game

Un amico di Bizzarro Bazar ci suggeriva di inaugurare una rubrica dedicata alle diverse torture, e ai principali strumenti inventati dall’uomo a tale fine. In effetti la nostra biblioteca contiene svariati volumi sulla questione, e confessiamo che il pensiero ci aveva già sfiorato, all’epoca degli scandali del waterboarding utilizzato dalle truppe americane in missione e nei carceri militari; non escludiamo in futuro di affrontare il tema.

Per il momento, però, ci piace rispondere a questo suggerimento in maniera trasversale, un po’ trasgressiva, ma ludica e leggera. Proponiamo qui un gioco flash abbastanza famoso in rete, che vi permette di vestire i panni di un torturatore. Questa, che sembra una trovata di dubbio gusto, si rivela essere poco più che un innocuo antistress: in questo videogame, avrete a vostra disposizione un manichino che subirà tutte le peggiori sevizie che vorrete provare su di lui, utilizzando una serie di armi predefinite. Ma con un clic del mouse, eccolo ritornare integro e pronto per nuove sadiche combinazioni di morte.

Certo, un gioco simile rende l’idea della tortura un intrattenimento un po’ stupido e vacuo, virtuale e irreale, quando sappiamo tutti quali terribili realtà siano legate a questa pratica. Ma buttiamo lì un paio di domande, per puro spirito di provocazione: la nostra società ha davvero bisogno di censurare violenza e sesso? O forse, come auspicava Ballard, maggiori dosi di entrambi potrebbero portare a una aumentata consapevolezza e a una minore paranoia schizofrenica dettata dai tabù? Film e videogiochi violenti sono davvero pericolosi, o è pericolosa una mancata educazione che ci porti a distinguere il reale dalla finzione? Cosa hanno a che fare la catarsi, e la sublimazione degli istinti violenti, con tutto ciò? È giunto il tempo di accettare la nostra intima psicopatologia occidentale, e di creare una mitologia adatta ad essa?

Sono questioni delicate e complesse, che noi vi proponiamo con l’ausilio di un semplice ma controverso videogioco!

Nota: su YouTube si trovano tutorial che descrivono complicate varianti e procedure per raggiungere risultati davvero artistici con questo giochino. Buon divertimento!

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Trevor Brown

L’artista inglese Trevor Brown è celebre per le sue opere estreme e macabre, che spesso affrontano temi difficili e spinosi. Trasferitosi in Giappone all’inizio degli anni ’90, ha goduto di una fama sempre maggiore mano a mano che le sue pubblicazioni raggiungevano un’ampia diffusione, e che le sue immagini venivano utilizzate per adornare copertine di album di vario genere, e pubblicate sulle prime pagine di diverse riviste famose.

I dipinti di Brown sono ispirati dagli scritti di Sade e di Georges Bataille sull’erotismo, ma ciò che li rende davvero unici è la commistione di innocenza e violenza con la cultura pop giapponese. Trevor Brown esplora diversi territori ritenuti tabù: la pedofilia, la tortura, il medical fetish (di cui è pioniere riconosciuto), il BDSM e altre parafilie.

Protagoniste dei suoi disegni sono quasi esclusivamente bambine sottoposte a vari generi di stress, torture o costrizioni. Eppure, grazie appunto alla forza con la quale l’artista riesce a fondere la sua sensibilità con la cultura giapponese, queste immagini crude e forti emanano un’aria di innocenza e di infantilismo che contrasta con gli aspetti più macabri. I colori pop estremamente accesi, i grandi occhi in puro stile manga, la limpida pulizia dell’immagine rendono i suoi dipinti delle specie di teatrini astratti, pure icone di repulsione e desiderio.

Alcune delle sue immagini più celebri esplorano il cosiddetto medical fetish, vale a dire il feticismo ospedaliero per le bende, le siringhe, gli strumenti chirurgici e ginecologici. L’ispirazione principale (dichiarata) per questo tipo di feticismo restano i romanzi di uno dei maggiori scrittori inglesi del dopoguerra, James G. Ballard (Crash e La mostra delle atrocità sopra a tutti).


Trevor Brown è anche affascinato dalle bambole create da sua moglie: da un certo momento in poi comincia quindi a inserirle anche all’interno dei suoi lavori. La bambola è un altro stratagemma efficace per creare quel senso di disagio e spaesamento che l’artista ricerca: simbolo ludico e infantile per eccellenza, viene qui posto in situazioni invariabilmente adulte, crudeli o morbose.

Eppure, per quanto macabri ed estremi, i suoi dipinti hanno sempre qualcosa di indefinitamente positivo. Le ferite, gli ematomi, le garze oftalmiche divengono quasi un gioco sensuale, perdono il loro alone di semplice sofferenza: rappresentati come oggetto feticistico, sembrano divenire orpelli quasi desiderabili. Sembra cioè che le stesse bambole se ne rendano conto, e si compiacciano ingenuamente che la loro bellezza venga esaltata da questi strani ornamenti.

L’apparente semplicità dei disegni di Trevor Brown nasconde una cura maniacale per il dettaglio, e un senso della composizione non comune. Grazie all’ibridazione fra l’immaginario infantile e quello feticistico, Brown riesce a interrogarci sulla natura sadica del desiderio, mettendoci a disagio con pochi, precisi elementi.

Il sito ufficiale di Trevor Brown.