Figli della tomba

Partoriscono a cavallo di una tomba,
il giorno splende un istante,
ed è subito notte.

(S. Beckett, Aspettando Godot)

Una storia dell’orrore italiana

Castel del Giudice, Italia.
Il 5 agosto 1875 una donna incinta, indicata nei documenti con le iniziali F. D’A., morì nel bel mezzo delle doglie, prima di riuscire a dare alla luce il suo bambino.
Senza osservare i tempi minimi di attesa prima della tumulazione, il giorno seguente il corpo della donna venne calato nella fossa carnaria del cimitero. Questo era un tipo di sepoltura collettiva per le classi meno abbienti, all’epoca ancora in uso in centinaia di comuni italiani: consisteva in un ambiente sotterraneo, una sorta di stanza o di pozzo sigillato, dove i cadaveri venivano deposti e lasciati a imputridire l’uno sull’altro (alcuni all’interno di casse, altri avvolti da semplici sudari).

Per il corpo di F. D’A., le cose presero una brutta piega fin dall’inizio:

Bisognava scenderla nella fossa e si credette di affidare ad una corda il voluto cadavere, però la corda si ruppe ed il povero corpo della D’A. cadde ad una certa altezza in modo da urtare con il cranio contro una cassa mortuaria. Discese alcune persone, ripresero la D’A. e la deposero supina su di altra cassa mortuaria vicina, dove restò col volto cadaverico, colle mani legate e poggiate sull’addome e colle gambe strettamente riunite mercé cucitura delle due calze. In tal modo e non altrimenti la D’A. fu lasciata dai presenti che la seppellirono.

Ma quando un paio di giorni dopo si riaprì la fossa per seppellire un’altra ragazza da poco defunta, la visione che si presentò agli astanti fu terribile:

Accorse la germana della F. D’A. per dare l’ultimo saluto alla sorella defunta, ma appena le fu possibile spingere lo sguardo verso il luogo dove la sorella venne deposta ebbe ad osservare il miserando spettacolo della sorella situata in posizione ben diversa da quella in cui fu lasciata ed avente tra le gambe il feto che nella tomba aveva dato alla luce e col quale nella tomba stessa miseramente morì. […] Accorse immediatamente la giustizia che trovò il cadavere della D’A. posare nella tomba sul lato sinistro ed il volto fortemente contratto, colle mani che legate con il nastro di cotone bianco formavano arco colle braccia e poggiavano sulla testa, con dei brandelli di nastro bianco tra i denti […]. Ai piedi della madre giaceva il neonato di sesso maschile col funicolo ombelicale e con le membra ben proporzionate e sviluppate.

Provate a immaginare l’orrore della poveretta nel risvegliarsi al buio, in preda ai dolori del parto; con le ultime forze che le rimanevano la donna aveva fatto nascere il bambino, per morire poco dopo “assediata da cadaveri, per la mancanza di aria, per mancanza di aiuto e nutrimento e per le perdite conseguenti allo sgravo”.
La fantasia fatica a figurarsi una fine più terribile.

Il caso ebbe ampia eco in tutta Italia; il medico, sindaco e becchino, a termine di un processo che si svolse nel Tribunale di Isernia, vennero riconosciuti colpevoli di due omicidi involontari “accompagnati da circostanze gravissime” e condannati a sei mesi di carcere e a 51 lire di multa – pena che però fu dimezzata in appello nel novembre del 1877 dal Tribunale di Napoli.
Questa inaudita diminuzione della pena venne aspramente criticata dal corrispondente del Times in Italia, che osservò come “le circostanze del caso, se ben analizzato, mostrano lo scarso valore attribuito alla vita umana in questa nazione“; della vicenda parlarono anche il New York Times e decine di altri quotidiani britannici e americani.

Questa storia, per quanto spaventosa – anzi, proprio perché è così spaventosa – andrebbe presa con le pinze.
C’è più di una ragione per essere cauti al riguardo.

Sepolti vivi?

Innanzitutto il tema della donna gravida creduta morta che partorisce nella tomba era già un motivo ricorrente nel Diciannovesimo secolo, quando la tafofobia (ovvero la paura di essere sepolti vivi) aveva raggiunto al suo culmine.

Il folclorista Paul Barber nel suo Vampires, Burial, and Death: Folklore and Reality (1988) sostiene che il numero di persone realmente sepolte vive sia stato largamente esagerato dalle cronache; una posizione condivisa anche da Jan Bondeson che in uno dei libri più completi sull’argomento, Buried Alive, illustra come la stragrande maggioranza dei racconti ottocenteschi riguardo alle esequie premature non siano attendibili.

In buona parte si tratterebbe dunque di un vero e proprio topos letterario, romantico e decadente, sebbene nato da un pericolo che era certamente reale nei secoli passati: interpretare i segni della morte era un procedimento complesso e spesso approssimativo, tanto che già dal Settecento esistevano alcuni trattati (il più celebre quello di Winslow), che proponevano una serie di misure per constatare con maggiore sicurezza l’effettivo decesso.

Una conoscenza superficiale dei processi decompositivi poteva inoltre portare a malintesi.
Quando si riesumavano dei corpi, non era infrequente ritrovarli in posizioni diverse da quella di sepoltura; questo era dovuto alla naturale tendenza del cadavere a muoversi durante la decomposizione, e talvolta a essere soggetto addirittura a piccole “esplosioni” a causa dei gas derivanti dalla putrefazione – scoppi abbastanza potenti da far ruotare gli arti superiori. Allo stesso modo, i segni lasciati da roditori o altri necrofagi (terra smossa, graffi, morsi, vesti rovinate, capelli caduti) potevano venire scambiati per i disperati tentativi del defunto di liberarsi.

Eppure, come detto, un fondo di verità c’era, e qualche sfortunato sarà sicuramente finito vivo in una bara. Perfino con tutti i nostri avanzati strumenti diagnostici, di tanto in tanto capita ancora che qualcuno si risvegli su un tavolo d’obitorio. Ma si tratta, oggi come allora, di eventi rarissimi, e in genere queste storie ci parlano di una paura culturale più che di un rischio concreto.

Il parto in bara

Se già venire sepolti vivi era dunque un fatto eccezionale, le probabilità che una donna incinta potesse addirittura partorire nel sepolcro risultano ancora più scarse. Anche questa idea – talmente carica di pathos da esercitare un fascino irresistibile per la sensibilità dell’epoca – deve essere nata da osservazioni reali, e di certo aprire la tomba di una donna e trovarvi un neonato doveva sembrare una prova definitiva della sua sepoltura prematura.
Quello che all’epoca non si sapeva è che il feto può in rarissime circostanze essere espulso post-mortem.

I microorganismi anaerobici, che danno avvio alla fase putrefattiva del cadavere, rilasciano durante la loro attività metabolica diversi gas. In questa fase enfisematica i tessuti interni si tendono e stirano; il torso, l’addome e le gambe si possono gonfiare; la pressione interna causata dall’accumulo di gas nel corpo di una donna in stato di gravidanza avanzato può determinare la separazione delle membrane amniotiche, il prolasso dell’utero e la conseguente estrusione totale o parziale del feto.
Questo evento sembrerebbe essere più probabile se la defunta aveva già avuto gravidanze in passato, per via della maggiore elasticità della cervice.
Lo strano fenomeno viene chiamato Sarggeburt (nascita in bara) nella letteratura forense tedesca.

Il primo caso di parto post-mortem cui siamo a conoscenza risale al 1551, quando una donna impiccata sul patibolo rilasciò, quattro ore dopo l’esecuzione capitale, i corpicini di due gemelli, entrambi morti. (Un episodio molto simile accadde nel 2007 in India, quando una donna si suicidò durante il travaglio; in quel caso il bambino nacque vivo e sano.)
A Bruxelles, nel 1633, una donna morì di convulsioni e tre giorni dopo il feto fu spontaneamente espulso. La stessa cosa avvenne a Weißenfels, in Sassonia, nel 1861. Altri casi sono citati nel primo testo medico in cui si parla di questa strana evenienza, cioè Anomalies and Curiosities of Medicine, pubblicato nel 1896, ma per la maggior parte si tratta di parti avvenuti quando la salma della madre non era ancora stata tumulata.
È John Whitridge Williams che, nel suo fortunato Obstetrics: a text-book for the use of students and practitioners (1904), indica la possibilità che il parto post-mortem avvenga dopo la sepoltura.

L’espulsione spontanea del feto dopo la morte della madre è stato osservato anche in tempi recenti.

Un caso del 2005 riguarda una donna morta nel suo appartamento a causa di intossicazione acuta da eroina: al momento del ritrovamento fu notato che la testa del feto (morto) spuntava da sotto le mutande della madre; ma più tardi, durante l’autopsia, anche la parte superiore del busto del bambino era emersa – segno che i gas sviluppatisi nella regione addominale avevano continuato a esercitare pressione dall’interno.
Nel 2008 una donna di 38 anni, al settimo mese di gravidanza, venne trovata assassinata in un campo e in stato avanzato di decomposizione per via del clima tropicale. Durante l’autopsia, il feto fu rinvenuto all’interno degli indumenti intimi della donna, ugualmente putrefatto e con il cordone ombelicale ancora attaccato alla placenta (qui il case study dei patologi forensi – ATTENZIONE immagini esplicite).

 

Vita in morte

Per tornare infine alla sventurata di Castel del Giudice, cosa le era accaduto veramente?
Certo, l’autopsia svolta all’epoca e citata negli atti del processo parlava della presenza di aria nei polmoni del neonato, che quindi sarebbe stato partorito vivo. Ed è possibile che le cose siano davvero andate così.

Eppure da una parte il racconto si inserisce fin troppo perfettamente in una specifica narrativa popolare dell’epoca, la cui reale incidenza statistica è messa in dubbio dagli studiosi; dall’altra, potrebbe essersi trattato di parto post-mortem, evento ben documentato – tanto che perfino gli archeologi faticano spesso a interpretare i ritrovamenti di scheletri antichi che mostrano resti di feti ancora parzialmente inseriti nelle ossa pelviche.

L’unica cosa certa è che queste storie atroci – autentiche o inventate – hanno una qualità quasi archetipica; morte e nascita, intrecciate in un singolo luogo e momento.
Forse ci affascinano perché, a livello simbolico, ci ricordano una verità, cioè quella espressa da un celebre verso degli Astronomica di Manilio:

Nascentes morimur, finisque ab origine pendet.

“Nascendo moriamo, e la fine dipende dall’inizio.”

Fumone, il castello invisibile

Se il “mistero” già dalla radice etimologica rappresenta tutto ciò che è chiuso, incomprensibile e nascosto, il castrum (castello), in quanto luogo rinserrato e fortificato, gioca da sempre il ruolo di sua perfetta cornice; diviene dunque scenografia ideale per storie soprannaturali, scrigno di innominabili e terribili vicende, schermo esemplare affinché le nostre paure e i nostri desideri possano esservi proiettati.

È il caso del castello di Fumone, che sembra impossibile separare dal mito, dall’aura enigmatica che lo circonfonde, anche in virtù di un passato particolarmente drammatico.

Fin nel suo nome il borgo laziale porta con sé l’eredità del più cupo e minaccioso dei presagi: l’avanzata degli invasori.
Da quando venne assoggettato allo Stato Pontificio nel XI Secolo, Fumone ricoprì infatti una funzione strategica d’avamposto, di sentinella, essendo deputato ad avvertire i paesi limitrofi della presenza di armate nemiche; quando queste ultime venivano avvistate, si provvedeva a bruciare legno nella torre più alta, l’Arx Fumonis. Il segnale era poi ripetuto, come un passaparola, dalle altre cittadine, nelle quali via via si alzavano simili colonne di fumo denso, fino a che l’allerta non giungeva all’Urbe. “Cum Fumo fumat, tota campania tremat”: quando Fumone fuma, tutta la campagna trema.
Il maniero, dotato di ben quattordici torri, si dimostrò una fortezza militare inespugnabile, capace di respingere gli eserciti di Federico Barbarossa e di Enrico VI di Svevia, ma il volto più sanguinoso della sua storia rimase legato alla sua funzione di prigione dello Stato della Chiesa.
Divenne tristemente celebre nel corso dei secoli per le disumane condizioni di detenzione, oltre che per gli illustri ospiti che loro malgrado vennero accolti dalle sue mura impietose. Vi furono imprigionati fra gli altri l’antipapa Gregorio VIII nel 1124 e, più di cento anni dopo, il Papa Celestino V colpevole del “gran rifiuto”, ossia aver abdicato al soglio pontificio.

Già su questi due personaggi la leggenda ha posato il suo velo.
Gregorio VIII morì rinchiuso a Fumone, dopo aver osteggiato i Papi Pasquale II, Gelasio II e Callisto II ed essere stato da quest’ultimo sconfitto. In un corridoio del castello, una lapide ricorda lo storico antipapa, e le guide (così come il sito ufficiale) non dimenticano di insinuare il dubbio che dietro quella lapide giaccia murato lo stesso cadavere di Gregorio VIII, mai ritrovato. Soltanto il primo dei molti brividi che la visita propone.
Quanto al mansueto ma scomodo Celestino V, morì probabilmente a causa di una polmonite e degli stenti anche dovuti alla prigionia, e qui la tradizione vuole che una croce infuocata fosse apparsa a mezz’aria di fronte alla sua cella il giorno prima della morte. Su innumerevoli siti internet viene riportata la notizia che un recente studio del cranio di Celestino avrebbe rilevato un foro causato da un chiodo di dieci centimetri, segno inequivocabile dell’esecuzione crudele voluta dal suo successore Bonifacio VIII; ma a ben guardare, la storia della “recente” perizia si rifà in verità a due esami distinti e tutt’altro che attuali, risalenti al 1313 e al 1888, mentre nel 2013 un’analisi delle spoglie ha provato che il foro è stato praticato molto tempo dopo la morte del Santo.
Ma, come già detto, quando si tratta di Fumone la leggenda permea ogni centimetro di castello, e sopravanza qualsiasi realtà.

Un altro esempio è il famigerato “Pozzo delle Vergini”, ubicato in uno stretto angolo sotto una scalinata.
Dal sito del castello:

Appena giunto all’ingresso del Piano Nobile il visitatore si troverà di fronte al  “Pozzo delle vergini”, il crudele strumento che a volte  veniva utilizzato dai Feudatari di Fumone quando decidevano di esercitare il diritto dello “IUS PRIMAE NOCTIS” (in uso in tutti i feudi europei). Prima di autorizzare matrimoni tra gli abitanti del suo territorio il “Signore” di Fumone aveva la facoltà di poter trascorrere una  notte con le future spose, ma se le sventurate non arrivavano vergini al suo cospetto questi le faceva inesorabilmente precipitare nel pozzo.

Altri portali, pur seri, aggiungono che il pozzo “pare celasse lame affilate“; e tutti sono concordi nel parlare dello ius primae noctis come una pratica concreta e assodata. Dovrebbe però essere ormai chiaro, dopo decenni di ricerche, che anche questa non è altro che una leggenda nata nei secoli di passaggio tra il Medioevo e l’Età Moderna. Gli studiosi hanno rivoltato come calzini le legislazioni romano-barbariche, longobarde, carolingie, comunali, del Sacro Romano Impero e dei regni successivi, senza trovarvi nulla che assomigliasse al fantomatico ius primae noctis. Se qualcosa di simile è esistito, sotto forma di maritagium o foris maritagium, è molto più probabilmente riconducibile a un diritto sui beni e non sulle persone: il padre della sposa doveva pagare un indennizzo al feudatario per poter garantire una dote alla figlia — in sostanza, i poderi passavano da suocero a genero al prezzo di una tassa al signore locale.
Ma, anche qui, perché chiedersi cosa è vero, quando l’idea del pozzo in cui venivano gettate le giovani vittime è così morbosamente allettante?

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Vorrei specificare a questo punto che non è mio interesse fare debunking delle notizie pubblicate sul sito del castello, né su qualsiasi altro. Le leggende esistono da tempo immemorabile, e se sopravvivono significa che si tratta di narrative efficaci, importanti, perfino necessarie. Il mio vuole essere, come di consueto, uno sguardo al tempo stesso disincantato e meravigliato, senza posa affascinato dall’immenso potere del racconto, e l’analisi serve unicamente a chiarire che stiamo parlando, per l’appunto, di leggende.
Ma torniamo alla nostra visita al castello.

Forse la più bizzarra curiosità in tutto il maniero è una piccola credenza di legno nella saletta dell’archivio.
La stanza conserva libri antichi e documenti, e nulla può preparare il visitatore alla sorpresa che lo attende quando l’anonimo mobile viene aperto: al suo interno, dentro una teca di cristallo, sono conservate le spoglie di un bambino, attorniato dai suoi giocattoli preferiti. L’anta inferiore scopre il guardaroba appartenuto al fanciullo deceduto.

La fosca storia che si narra è quella del Marchesino Francesco Longhi, ottavo e ultimo figlio della Marchesa Emilia Caetani Longhi, avuto dopo aver dato alla luce le sue sette sorelle. Le quali, sempre secondo la leggenda, non videro di buon occhio questo inopportuno legittimo erede, e procedettero ad avvelenarlo o a portarlo a lenta morte sminuzzando del vetro nei suoi pasti. Il bambino accusò forti dolori e morì poco dopo, lasciando la madre nella più terribile disperazione. Accecata dalla sofferenza, la Marchesa fece ridipingere tutti i quadri per cancellarvi ogni segno di letizia, volle imbalsamare il corpo del figlioletto e continuò a vestirlo, svestirlo, parlargli e piangere al suo capezzale fino a quando pure lei non morì.

Questa tragica vicenda non poteva mancare di risvolti soprannaturali. Ecco allora comparire il fantasma della Marchesa, avvistato di tanto in tanto piangente nel castello, e addirittura quello del pargolo, che si divertirebbe a giocare e a spostare gli oggetti nelle grandi sale della rocca.

Un luogo come Fumone sembra fungere da catalizzatore di lugubri misteri, e rappresenta la quintessenza della nostra voglia di paranormale. Che la comunicazione e il marketing in parte ci giochino non deve certo indignare, in un’epoca come la nostra in cui risulta sempre più faticoso valorizzare le incredibili ricchezze del nostro patrimonio. In fondo, se la gente viene per i fantasmi, se ne va avendo imparato un po’ di storia.
Ma ci si potrebbe domandare: perché amiamo così visceralmente le storie di spettri, di cadaveri occultati, di segrete atrocità?

Fabio Camilletti, nella sua brillante introduzione all’antologia Fantasmagoriana, racconta di Étienne-Gaspard Robert, in arte Robertson, uno dei primi impresari ad utilizzare la lanterna magica per uno show di luci e suoni sbalorditivo. Alla fine dei suoi spettacoli faceva comparire dal nulla uno scheletro, ammonendo gli spettatori riguardo la loro sorte finale.

Camilletti ricollega questo stratagemma all’idea che i fantasmi, in ultima analisi, siamo noi stessi:

Robertson diceva qualcosa di simile, prima di riaccendere il proiettore e mostrare uno scheletro ritto sul piedistallo: questo siete voi, questo è il fato che vi attende. Raccontare storie di fantasmi, per quanto paradossale possa sembrare, è allora, anche, un modo di venire a patti con la paura della morte, e dimenticare — nello spazio dell’incanto creato dalla narrazione, o dalla lanterna magica — la nostra natura effimera e sfuggente.

Che sia questa la motivazione dietro il fascino delle storie di spiriti, ovvero quella opposta — un più prosaico rifiuto dell’impermanenza che trova sollievo nell’idea di una traccia lasciata dopo la morte (sempre meglio tornare come fantasmi che non tornare affatto) — è indubitabile che si tratti di una proiezione simbolica estremamente potente. Tanto da stratificarsi nel tempo e ricoprire come un’ombra certi luoghi, rendendoli fantastici ed elusivi. Lo stesso vale per i racconti macabri di torture e uccisioni, che trasformando in narrativa il timore ultimo forse contribuiscono a metabolizzarlo.

Il castello Longhi-De Paolis è tuttora avvolto da un denso fumo: non più quello che scaturiva dall’altissima torre, bensì il fumo del mito, le leggende intessute sulla pelle antica della storia. Difficile e forse sterile, in un simile luogo, ostinarsi a distinguere la verità dalla costruzione simbolica, i fatti dalle interpretazioni, la realtà dalla fantasia.
Fumone è un castello “invisibile” che non sarebbe dispiaciuto a Calvino, fortificazione ormai più mentale che concreta, rifugio del sognatore in cerca del conforto (perché sì, esse confortano) di favole crudeli.

Ecco il sito ufficiale del Castello di Fumone.

Il divoratore di bambini

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La Svizzera, si sa, è un posto tranquillo e la capitale elvetica, Berna, accoglie il visitatore con il distillato delle migliori attrattive nazionali: aria fresca, cucina prelibata, pulizia, precisione e ordine. Il centro storico della città è perfettamente conservato, e sorge sulla penisola all’interno di un’ansa del fiume Aare. Proprio nel cuore di questo gioiello di architettura medievale, quasi a contrastare con l’operosa ma placida atmosfera della Kornhausplatz, si erge un simbolo tutt’altro che mite e sereno. Si tratta del Kindlifresser, il Mangiatore di Bambini.

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Alla base della colonna decorata, il fregio mostra degli orsi bruni (simbolo della città), armati di tutto punto, che partono per la guerra suonando strumenti militari come una cornamusa e un tamburo. In alto, invece, ecco il vero protagonista della composizione: un orco, appollaiato su un capitello corinzio, si infila in gola un bambino nudo, mentre altri neonati spuntano da un sacco per le provviste.

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La Kindlifresserbrunnen, costruita nel 1546, è una delle fontane più antiche della città, ed è anche un esempio di come la storia e la cultura possano talvolta “perdersi” e venire dimenticate: oggi, infatti, nessuno sa perché quella statua stia lì, e quale fosse il suo significato originario.

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Quello che si sa di certo è che l’autore della scultura è Hans Gieng, a cui secondo gli studiosi si devono quasi tutte le splendide fontane cinquecentesche che adornano la Città Vecchia, come ad esempio il bellissimo Sansone che uccide il leone (Simsonbrunnen). Ma, a differenza delle altre, l’orco che divora i bambini non è una rappresentazione classica facilmente comprensibile, e non essendo rimasto negli archivi nessun accenno al suo senso allegorico originale, per gli storici il Kindlifresser rimane un mistero.

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Le teorie sono diverse. Secondo alcuni, potrebbe trattarsi di una raffigurazione di Crono, il Titano della mitologia Greca che, per non essere spodestato dai propri figli, li divorò ad uno ad uno mentre erano ancora in fasce (unico sopravvissuto: Zeus).

Un’altra teoria vede nella grottesca figura una sorta di monito per la comunità ebraica della città. In effetti pare che il vestito del Kindlifresser fosse originariamente pitturato in giallo, colore dei Giudei; anche il copricapo che indossa ricorda effettivamente il cappello conico imposto in Germania agli ebrei askenaziti, assieme alla rotella cucita sulle vesti o sul mantello. Se questo fosse vero, la statua avrebbe avuto allora un intento denigratorio collegato alla cosiddetta “accusa del sangue“, cioè alla diceria che gli israeliti praticassero sacrifici e omicidi rituali.

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Ma le ipotesi non si fermano qui. C’è chi suppone che il Kindlifresser sia il fratello maggiore del Duca Berchtold V. von Zähringen, fondatore di Berna, che in un accesso di follia avrebbe mangiato i bambini della città; secondo altri, il personaggio misterioso sarebbe il Cardinale Matthäus Schiner, comandante militare in diverse battaglie nel Nord Italia; secondo altri studi potrebbe trattarsi di uno spauracchio pensato perché i bambini stessero alla larga dalla celebre fossa degli orsi che si apriva lì vicino; infine, l’inquietante figura potrebbe semplicemente essere una maschera collegata alla Fastnacht, il Carnevale nato proprio nelle prime decadi del 1500 e ancora oggi celebrato in Svizzera.

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La ridda di congetture non intacca la foga con cui il Kindlifresser, da 500 anni, consuma il suo crudele pasto; spaventando i bambini bernesi, attirando frotte di turisti e ispirando artisti e scrittori.

The Monster Study

Vi sono molti disturbi ai quali la scienza non ha ancora saputo trovare un’origine e una causa certa.

Sotto il comune termine di “balbuzie” si è soliti raggruppare diversi tipi di impedimenti del linguaggio, più o meno gravi; al di là delle classificazioni specialistiche, ciò che risulta chiaro anche ai profani è che chi soffre di questo genere di disfluenze verbali finisce per essere sottoposto a forte stress, tanto da farsi problemi ad iniziare una conversazione, avere attacchi di ansia, e addirittura nei casi più estremi isolarsi dalla vita sociale. Si tratta di un circolo vizioso, perché se la balbuzie provoca ansia, l’ansia a sua volta ne aggrava i sintomi: la persona balbuziente, quindi, deve saper superare un continuo sentimento di inadeguatezza, lottando costantemente contro la perdita di controllo.

Le cause esatte della balbuzie non sono state scoperte, così come non è ancora stata trovata una vera e propria cura definitiva per il problema; è indubbio che il fattore ansiogeno sia comunque fondamentale, come dimostrano quelle situazioni in cui, a fronte di uno stress più ridotto (ad esempio, parlando al telefono), i sintomi tendono ad affievolirsi notevolmente se non a scomparire del tutto.

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Fra i primi a sottolineare l’importanza dell’aspetto psicologico della balbuzie (pensieri, attitudini ed emozioni dei pazienti) fu il Dr. Wendell Johnson. Riconosciuto oggi come uno dei più influenti patologi del linguaggio, egli focalizzò il suo lavoro su queste problematiche in un’epoca, gli anni ’30, in cui gli studi sul campo erano agli albori: eppure i dati raccolti nelle sue ricerche sui bambini balbuzienti sono ancora oggi i più numerosi ed esaustivi a disposizione degli psicologi.

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Nonostante le molte terapie efficaci da lui iniziate, e una vita intera dedicata alla comprensione e alla cura di questo disturbo (di cui egli stesso soffriva), Johnson viene spesso ricordato soltanto per un esperimento sfortunato e discutibile sotto il profilo etico, che nel tempo è divenuto tristemente famoso.

Wendell Johnson era convinto che la balbuzie non fosse genetica, ma che venisse invece fortemente influenzata da fattori esterni quali l’educazione, l’autostima e in generale l’ambiente di sviluppo del bambino. Per provare questa sua teoria, nel 1939 Johnson elaborò un complesso esperimento che affidò a una studentessa universitaria, Mary Tudor, sotto la sua supervisione. Lo scopo del progetto consisteva nel verificare quanto influissero i complimenti e i rimproveri sullo sviluppo del linguaggio: la Tudor avrebbe cercato di “curare” la balbuzie di alcuni bambini, lodando il loro modo di esprimersi, e allo stesso tempo – ecco che arriva la parte spinosa – di indurla in altri bambini perfettamente in grado di parlare, tramite continui attacchi alla loro autostima. Venne deciso che le piccole cavie umane sarebbero state dei bambini orfani, in quanto facili da reperire e privi di figure genitoriali che potessero interferire con il progetto.

In un orfanotrofio di veterani nello Iowa, Johnson e Tudor selezionarono ventidue bambini dai 5 ai 15 anni, che avevano tutti perso i genitori in guerra; fra questi, soltanto dieci erano balbuzienti. I bambini con problemi di balbuzie vennero divisi in due gruppi: a quelli del gruppo IA, sperimentale, la Tudor doveva ripetere che il loro linguaggio era ottimo, e che non avevano da preoccuparsi. Il gruppo IB, di controllo, non riceveva particolari suggestioni o complimenti.

Poi c’erano i dodici bambini che parlavano fluentemente: anche loro vennero divisi in due gruppi, IIA e IIB. I più fortunati erano quelli del secondo gruppo di controllo (IIB), che venivano educati in maniera normale e corretta. Il gruppo IIA, invece, è il vero e proprio pomo della discordia: ai bambini, tutti in grado di parlare bene, venne fatto credere che il loro linguaggio mostrasse un inizio preoccupante di balbuzie. La Tudor li incalzava, durante le sue visite, facendo notare ogni loro minimo inciampo, e recitando dei copioni precedentemente concordati con il suo docente: “Siamo arrivati alla conclusione che hai dei grossi problemi di linguaggio… hai molti dei sintomi di un bambino che comincia a balbettare. Devi cercare immediatamente di fermarti. Usa la forza di volontà… Fa’ qualunque cosa pur di non balbettare… Non parlare nemmeno finché non sai di poterlo fare bene. Vedi come balbetta quel bambino, vero? Beh, certamente ha iniziato proprio in questo modo”.

L’esperimento durò da gennaio a maggio, con Mary Tudor che parlava ad ogni bambino per 45 minuti ogni due o tre settimane. I bambini del gruppo IIA, bersagliati per i loro fantomatici difetti di pronuncia, accusarono immediatamente il trattamento: i loro voti peggiorarono, e la loro sicurezza si disintegrò totalmente. Una bambina di nove anni cominciò a rifiutarsi di parlare e a tenere gli occhi coperti da un braccio tutto il tempo, un’altra di cinque divenne molto silenziosa. Una ragazzina quindicenne, per evitare di balbettare, ripeteva “Ah” sempre più frequentemente fra una parola e l’altra; rimproverata anche per questo, cadde in una sorta di loop e iniziò a schioccare le dita per impedirsi di dire “Ah”.

I bambini della sezione IIA, nel corso dei cinque mesi dell’esperimento, divennero introversi e insicuri. La stessa Mary Tudor riteneva che la ricerca si fosse spinta troppo oltre: presa dai sensi di colpa, per ben tre volte dopo aver concluso l’esperimento Mary ritornò all’orfanotrofio per rimediare ai danni che era convinta di aver provocato. Così, di sua spontanea iniziativa, cercò di far capire ai bambini del gruppo IIA che, in realtà, non avevano mai veramente balbettato. Se questo tardivo moto di pietà sia servito a ridare sicurezza ai piccoli orfani, oppure abbia disorientato ancora di più le loro già confuse menti, non lo sapremo mai.

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I risultati dell’esperimento dimostravano, secondo Johnson, che la balbuzie vera e propria poteva nascere da un errato riconoscimento del problema in famiglia: anche con le migliori intenzioni, i genitori potevano infatti scambiare per balbuzie dei piccoli difetti di linguaggio, perfettamente normali durante la crescita, e ingigantirli fino a portarli a livello di una vera e propria patologia. Lo psicologo si rese comunque conto che il suo esperimento poggiava su un confine etico piuttosto delicato, e decise di non pubblicarlo, ma di renderlo liberamente disponibile nella biblioteca dell’Università dello Iowa.

Passarono più di sessant’anni, quando nel 2001 un giornalista investigativo del San Jose Mercury News scoprì l’intera vicenda, e intuì subito di poterci costruire uno scoop clamoroso. Johnson, morto nel frattempo nel 1965, era ritenuto uno degli studiosi del linguaggio di più alto profilo, rispettato ed ammirato; il sensazionale furore mediatico che scaturì dalla rivelazione dell’esperimento alimentò un intenso dibattito sull’eticità del suo lavoro. L’Università si scusò pubblicamente per aver finanziato il “Monster Study” (com’era stato immediatamente ribattezzato dai giornali), e il 17 agosto 2007 sei degli orfani ancora in vita ottennero dallo Stato un risarcimento di 950.000 dollari, per le ferite psicologiche ed emotive sofferte a causa dall’esperimento.

Era davvero così “mostruoso” questo studio? I bambini del gruppo IIA rimasero balbuzienti per tutta la vita?

In realtà, non lo divennero mai, nonostante Johnson sostenesse di aver provato la sua tesi anti-genetica. Mary Tudor aveva parlato di “conseguenze inequivocabili” sulle abilità linguistiche degli orfani, eppure a nessuno dei bambini del gruppo IIA venne in seguito diagnosticata una balbuzie. Alcuni di loro riferirono in tribunale di essere diventati introversi, ma di vera e propria balbuzie indotta, neanche l’ombra.

Le valutazioni degli odierni patologi del linguaggio variano considerevolmente sugli effetti negativi che la ricerca di Johnson potrebbe aver provocato. Quanto all’eticità del progetto in sé, non va dimenticato che negli anni ’30 la sensibilità era differente, e non esisteva ancora alcuna direttiva scientifica internazionale riguardo gli esperimenti sugli esseri umani. A sorpresa, in tutto questo, l’aspetto più discutibile rimane quello scientifico: i professori Nicoline G. Ambrose e Ehud Yairi, in un’analisi dell’esperimento condotta dopo il 2001, si mostrano estremamente critici nei confronti dei risultati, viziati secondo loro dalla frettolosa e confusa progettazione e dai “ripensamenti” della Tudor. Anche l’idea che la balbuzie sia un comportamento che il bambino sviluppa a causa della pressione psicologica dei genitori – concetto di cui Johnson era strenuamente convinto e che ripeté come un mantra fino alla fine dei suoi giorni – non viene assolutamente corroborata dai dati dell’esperimento, visto che alcuni dei bambini in cui sarebbe dovuta insorgere la balbuzie avevano invece conosciuto addirittura dei miglioramenti.

La vera macchia nella brillante carriera di Johnson, quindi, non sarebbe tanto la sua mancanza di scrupoli, ma di scrupolo: la ricerca, una volta spogliata da tutti gli elementi sensazionalistici ed analizzata oggettivamente, si è rivelata meno grave del previsto nelle conseguenze, ma più pasticciata e tendenziosa nei risultati che proponeva.

Il Monster Study è ancora oggi un esperimento pressoché universalmente ritenuto infame e riprovevole, e di sicuro lo è secondo gli standard morali odierni, visto che ha causato un indubbio stress emotivo a un gruppo di minori già provati a sufficienza dalla morte dei genitori. Ma, come si è detto, erano altri tempi; di lì a poco si sarebbero conosciuti esperimenti umani ben più terrificanti, questa volta dalla nostra parte dell’Oceano.

Ad oggi, nonostante l’eziologia precisa del disturbo rimanga sconosciuta, si ritiene che la balbuzie abbia cause di tipo genetico e neurologico.

Pubblicità giapponese

Sono aperte le scommesse per capire quale sia il prodotto sponsorizzato da questa splendida pubblicità televisiva, assolutamente weird.

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Placentofagia

Qualche tempo fa, Nicole Kidman dichiarò di aver mangiato la placenta dopo il suo ultimo parto. (Dichiarò anche di bere la propria urina per mantenersi giovane, ma quella è un’altra storia). Follie da VIP, direte. E invece pare che la moda stia prendendo piede.

La placenta, si sa, è quell’organo tipico dei mammiferi che serve a scambiare il nutrimento fra il corpo della madre e il feto, “avvicinando” le due circolazioni sanguigne tanto da far passare le sostanze nutritive e l’ossigeno attraverso una membrana chiamata barriera placentale, che divide la parte di placenta che appartiene alla mamma (placenta decidua) da quella del feto (corion). La placenta si distacca e viene espulsa durante il secondamento, la fase immediatamente successiva al parto; si tratta dell’unico organo umano che viene “perso” una volta terminata la sua funzione.

Quasi tutti i mammiferi mangiano la propria placenta dopo il parto: si tratta infatti di un organo ricco di sostanze nutritive e, sembrerebbe, contiene ossitocina e prostaglandine che aiutano l’utero a ritornare alle dimensioni normali ed alleviano lo stress del parto. Anche gli erbivori, come capre o cavalli, stranamente sembrano apprezzare questo strappo alla loro dieta vegetariana. Pochi mammiferi fanno eccezione e non praticano la placentofagia: il cammello, ad esempio, le balene e le foche. Anche i marsupiali non la mangiano, ma anche se volessero, non potrebbero – la loro placenta non viene espulsa ma riassorbita.

Se per quanto riguarda gli animali è intuitivo comprendere lo sfruttamento di una risorsa tanto nutritiva alla fine di un processo estenuante come il parto, diverso è il discorso per gli umani. Noi siamo normalmente ben nutriti, e non avremmo realmente bisogno di questo “tiramisù” naturale. Perché allora si sta diffondendo la moda della placentofagia?

La motivazione di questa pratica, almeno a sentire i sostenitori, sarebbe il tentativo di evitare o lenire la depressione post-partum. Più precisamente, la placenta avrebbe il potere di far sparire i sintomi del cosiddetto baby blues (quel senso di leggera depressione e irritabilità che il 70% delle neomamme dice di provare per qualche giorno dopo il parto), evitando quindi che degenerino in una depressione più seria. Sfortunatamente, nessuna ricerca scientifica ha mai suffragato queste teorie. Non c’è alcun motivo medico per mangiare la placenta. Ma le mode della medicina alternativa, si sa, di questo non si curano granché.

E così ecco spuntare decine di video su YouTube, e siti che propongono ricette culinarie a base di placenta: c’è chi la salta in padella con le cipolle e il pomodoro, chi preferisce farne un ragù per la lasagna o gli spaghetti, chi la disidrata e ne ricava una sorta di “dado in polvere” per insaporire le vivande quotidiane. Se siete persone più esclusive, potete sempre prepararvi un bel cocktail di placenta da sorseggiare a bordo piscina. Ecco un breve ricettario (in inglese) tratto dal sito per mamme Mothers 35 Plus.

Consci che l’idea di mangiare la propria placenta può non solleticare tutti i nostri lettori, vi suggeriamo un ultimo utilizzo, certamente più artistico, che sta pure prendendo piede. Si tratta delle cosiddette placenta prints, ovvero “stampe di placenta”. Il metodo è semplicissimo: piazzate la placenta fresca, ancora ricoperta di sangue, su un tavolo; premeteci sopra un foglio da disegno, in modo che il sangue imprima la figura sulla carta. Potete anche spargere un po’ di inchiostro sulla placenta prima di passarci sopra il foglio, così da ottenere risultati più duraturi. E voilà, ecco che avrete un bel quadretto a ricordo del vostro travaglio, da incorniciare e appendere nell’angolo più in vista del vostro salotto.

La madre nascosta

Esiste un certo tipo di fotografie ottocentesche, particolarmente ricercate dai collezionisti, che sono chiamate fotografie della “madre nascosta”. Si tratta di scatti realizzati negli studi di posa dei fotografi, e il loro scopo era quello di immortalare i bambini. Per tenerli buoni (gli scatti richiedevano un tempo di esposizione maggiore di quello odierno), venivano posti in braccio alla madre.

Ma poiché le fotografie sarebbero state in un secondo momento ricoperte da un cartoncino sagomato che lasciava in vista esclusivamente il bambino, spesso le madri venivano coperte con scialli, panni, coperte e altri tessuti, in modo da rendere il trucco meno evidente.

Così, in molte foto d’epoca, se si rimuove il cartoncino sagomato ci si trova di fronte a un’immagine bizzarra e decisamente inquietante.

Scoperto via Accidental Mysteries.

Deformazioni craniche artificiali

Abbiamo già parlato (in questo articolo) dell’antica usanza cinese di deformare i piedi femminili tramite fasciature per motivi estetici. Altri tipi di deformazioni artificiali possono ancora oggi avvenire per motivi di sostentamento economico: pensiamo in particolare ad alcune terribili pratiche di deformazione del bambino nei paesi del Terzo Mondo (e non solo) che rendono i piccoli invalidi a vita – e quindi più adatti a suscitare pietà ed elemosine. Celebre poi la leggenda dei famigerati Comprachicos (“compratori di bambini”), immortalati da Victor Hugo nel suo romanzo L’Uomo che ride, che sfiguravano i bambini per assicurare un buon tornaconto nelle fiere e nelle esibizioni di stranezze umane. Altro esempio letterario sul tema è la splendida novella di Maupassant La madre dei mostri, nel quale una diabolica donna porta busti strettissimi durante la gravidanza per ottenere figli deformi da vendere al circo.

Ma nella maggior parte dei casi, proprio come avveniva per il loto d’oro in Cina, la modificazione del corpo in tenera età era estremamente importante soprattutto a livello sociale, perché poteva denotare lo status e la provenienza del bambino. Per questo motivo, quello che i cinesi facevano ai piedi delle donne, molti altri facevano alle teste dei loro bambini.

Nelle culture primitive, e non soltanto, la modificazione corporale è intimamente connessa con l’appartenenza a una determinata società. Così la fasciatura della testa divenne per un certo periodo una pratica fondamentale per garantire al proprio figlio una posizione sociale influente.

La casistica di queste deformazioni si compone normalmente di teste allungate, teste schiacciate, teste coniche o sferiche. Il comune denominatore è la restrizione della normale crescita delle ossa del cranio durante le primissime fasi della formazione, quando le ossa sono ancora soffici, tramite diversi strumenti: ad esempio, per ottenere un figlio dalla testa allungata occorreva farlo crescere con due pezzi di legno saldamente legati ai lati del capo, in modo che il cranio si sviluppasse verso l’alto. Per avere una testa completamente rotonda occorreva stringerla in forti giri di stoffa.

I primi a utilizzare questo tipo di pratiche di modificazione corporale permanente sembra fossero gli antichi Egizi (infatti Tutankhamen e Nefertiti avevano la testa oblunga), ma alcuni studi indicano che forse anche gli uomini di Neanderthal, vissuti 45.000 anni prima di Cristo, potrebbero averne fatto uso. Nel 400 a.C. Ippocrate scrisse di abitudini simili riferendosi a una tribù che aveva denominato “i Macrocefali”. Congo, Borneo, Tahiti, Samoa, Hawaii, aborigeni australiani, Inca e Maya, nativi Americani, Unni, Ostrogoti,  tribù Melanesiane: ai quattro angoli del globo le tecniche differivano ma l’obiettivo era lo stesso – assicurare al bambino un futuro migliore. Le persone con una testa allungata, infatti, venivano ritenute più intelligenti e più vicine agli spiriti; non soltanto, erano immediatamente riconoscibili come appartenenti ad un determinato gruppo o tribù. Così, più o meno a un mese dalla nascita, i bambini cominciavano a venire fasciati fino circa all’età di sei mesi, ma talvolta oltre l’anno di età.

Non è escluso che queste pratiche avessero altri tipi di valenze – magiche, mediche, ecc. Lascia interdetti scoprire che in Francia la fasciatura della testa durò addirittura fino al 1800: nell’area di Deux-Sevres, si bendavano le teste dei bambini dai due ai quattro mesi; poi si continuava sostituendo il bendaggio con una sorta di cesto di vimini posto sulla testa del bambino, e rinforzato con filo di metallo mano a mano che il ragazzo cresceva.