La famiglia cannone

Prima Guerra Mondiale. Edmondo detto “Pagnotta”, umile soldato di fanteria, se ne stava immerso nel fango della trincea fino alla cintola.
Il fronte nemico, a neanche cento metri di distanza, era un limite invalicabile da mesi; l’estenuante battaglia di posizione costringeva all’immobilità assoluta, nonostante i continui e fragorosi bombardamenti d’artiglieria.
Nella mente di Edmondo, che aveva allora 24 anni, era nata quasi per scherzo un’idea folle: e se per uscire dallo stallo avessero provato a sparare col cannone alcuni soldati al di là delle linee nemiche?

Nata quasi per scherzo, una simile fantasia sarebbe rimasta tale — se solo Edmondo fosse stato un giovanotto qualunque.
A guerra finita, i suoi parenti gli avrebbero dato del matto a sentir parlare di uomini catapultati in aria — se solo la sua famiglia fosse stata una famiglia qualunque.

Ma Edmondo di cognome faceva Zacchini, e gli Zacchini erano equilibristi, cascatori, trapezisti e cavallerizzi. Lo stesso Edmondo, peraltro, era soprannominato “Pagnotta” perché era così bravo come clown che la gente gli regalava il pane. Il capostipite della famiglia, Ildebrando, nato a Malta nel 1868, era il proprietario del Circo Olimpico, un piccolo baraccone itinerante che univa numeri di ginnasti a brevi farse e siparietti comici. Un’impresa di famiglia che da molto tempo arrancava nell’attesa di una trovata che riuscisse a risollevarne il bilancio: forse quest’idea di spararsi in aria da un cannone era proprio quel che ci voleva per attirare un po’ di attenzione.

In realtà non era un concetto nuovo nel mondo del circo: già nel 1877 la quattordicenne Rossa Matilda Richter era diventata celebre con il nome d’arte di Zazel, facendosi lanciare in aria al Royal Aquarium di Londra con un congegno inventato da William Leonard Hunt (più noto come “il Grande Farini”).

C’erano anche precedenti letterari, come ad esempio l’utopico progetto, datato 1686, di un mortaio spara-uomini con finalità belliche a opera dell’ingegnere di fantasia Mustaphato Salicio (“Neu und wundersame Erfindung Eines Küpfernen Mörsels“). Sempre nel mondo della letteratura fantastica, il Barone di Münchhausen era celebre per aver cavalcato una palla di cannone in battaglia.

E pare che anche Ildebrando Zacchini inizialmente avesse in mente di applicare l’idea proprio all’ambito militare: aveva proposto il “cannone umano” addirittura al Governo italiano, che l’aveva giudicato impraticabile. Allora Edmondo e suo fratello Ugo si misero a cercare di perfezionare lo stunt a fini circensi.

L’anno della svolta fu il 1922. Mentre erano in tournée al Cairo gli Zacchini modificarono un autentico residuato bellico in modo che potesse accomodare un proiettile umano: inserirono al suo interno un pistone largo quanto l’imboccatura, azionato da una carica di polvere da sparo.
Venne la mattina del test, e fu proprio Edmondo il primo uomo a farsi sparare da un cannone.
La carica esplose, il pistone scattò, Edmondo venne scaraventato in alto. Atterrò sei metri più in là, fratturandosi una gamba.

Ma dagli errori si impara; i fratelli Zacchini cambiarono il cannone, sostituendo la polvere da sparo con l’aria compressa; implementarono uno sbuffo di cenere nera, per mantenere l’effetto scenico; ampliarono la rete di sicurezza che doveva fermare la caduta dello stuntman; e soprattutto capirono che forse era il caso di fare delle prove di balistica con un manichino, prima della performance, in modo da minimizzare gli errori di calcolo.
Il primo lancio pubblico, quell’anno al Cairo, vide Ugo atterrare indenne dopo uno spettacolare volo.

Gli Zacchini cominciarono a girare l’Europa con il nuovo numero, riscuotendo enorme successo ovunque; tanto che a Copenaghen vennero notati da John Ringling, il quale non esitò a ingaggiarli per il suo circo, il più grande del mondo. Nel marzo del 1929 Ugo (ribattezzato Hugo) venne sparato al Madison Square Garden di New York; e da lì cominciò una carriera sfolgorante per gli Zacchini Brothers. Edmondo, che nel frattempo si era rotto la stessa gamba altre quattro volte, pensò bene di limitarsi al ruolo di cannoniere, lasciando a suo fratello quello di uomo-proiettile.

Nel 1934, nel tentativo di svecchiare il numero, gli Zacchini provarono anche il lancio doppio. Ugo e un altro fratello, Vittorio, venivano sparati dalla bocca del cannone in sequenza, mentre Edmondo azionava il marchingegno. Ma il lancio doppio comportava frequenti problemi, e venne abbandonato qualche anno dopo.

Durante la Seconda Guerra Mondiale tutti i maschi abili partirono per il fronte, ma lo spettacolo doveva continuare. Ecco allora che venne inaugurata l’epoca dei proiettili femminili: Silvana, figlia di Vittorio, fu la prima donna ad essere sparata dal cannone, a soli sedici anni. A seguire molte altre ragazze della famiglia intraprenderanno la carriera di human cannonball, dalla grande Victoria e sua sorella Duina (figlie di Edmondo, conosciute come The Spicegirls), fino a Flora, Madelina, Linda.

La famiglia Zacchini (sette fratelli e due sorelle) conobbe una tale fortuna da potersi permettere di abbandonare il Ringling Circus e dare vita a numerosi show separati, in cui si esibivano i suoi numerosi componenti; ma il più celebre rimase sempre Hugo, ricordato negli annali come il primo autentico proiettile umano della storia. Una volta ritiratosi dalle arene dei circhi, Hugo si dedicò alla pittura e alla scultura, come suo padre Ildebrando prima di lui. E molti vicini di casa ancora ricordano il bizzarro furgone di scena parcheggiato nel viale della sua villetta californiana, attrezzato con il grande mortaio: la vernice argentata ormai cadeva giù scrostandosi, eppure rimaneva il simbolo di un’intera vita da scavezzacollo, passata a rischiare la vita per divertire il pubblico. E a spiccare il volo, ogni sera, dalla bocca di un cannone.

Buona parte delle informazioni contenute nel post sono tratte da Fenomeni da baraccone (2013) di Marcello Fini. A differenza di quanto riportato dal libro (e dal mio articolo) altri attribuiscono a Ugo Zacchini l’illuminazione iniziale avuta nelle trincee, vedi ad esempio questo ottimo post.
Bonus: nell’era della GoPro, ecco un assaggio “in prima persona” di cosa significhi farsi sparare da una cannone:

Un elefante sul patibolo

I manifesti dello Sparks World Famous Shows, che venivano affissi nelle piccole cittadine del Sud degli Stati Uniti un paio di giorni prima che il circo vi arrivasse, si mostrano piuttosto anomali per chi abbia un minimo di dimestichezza con la cartellonistica circense di inizio secolo.
Laddove ci si aspetterebbero titoloni roboanti, claim pubblicitari enfatici ed iperbolici, il circo Sparks — in maniera fin troppo dimessa — si definiva uno spettacolo “morale, piacevole e istruttivo“; invece di sbandierare meraviglie inaudite, sosteneva di “non aver mai tradito una promessa” e pubblicizzava i suoi “25 anni di rapporto onesto con il pubblico“.

Il motivo per cui il proprietario Charlie Sparks si limitava a sottolineare la trasparenza e la correttezza della sua impresa, era che non aveva molto altro su cui puntare per attirare le folle. A dispetto del buon nome di Sparks (tra gli impresari più rispettabili e reputati) il suo era in definitiva un circo di seconda categoria. Era composto da una dozzina di carrozzoni, contro i quarantadue del suo principale rivale nel stati del Sud, il John Robinson’s Circus. Sparks aveva cinque elefanti, Robinson dodici. Ed entrambi ovviamente nemmeno si sognavano di competere con il numero uno, il Barnum & Bailey, e la sua impressionante carovana composta da ben ottantaquattro carrozze.
Così, lo Sparks World Famous Shows si teneva alla larga dalle città più grosse e vivacchiava raggiungendo i piccoli centri, ignorati dai circhi più famosi, là dove per gli abitanti perfino le sue attrazioni sarebbero state meglio di niente.

Nonostante il circo Sparks fosse in crescita “non spettacolare, ma lenta e sicura“, in quegli anni non offriva ancora granché: qualche foca ammaestrata, qualche clown, cavalieri e ginnasti, il ben poco memorabile “Uomo che Cammina sulla Sua Testa“, e alcune statue viventi come quelle che oggi restano ad aspettare una monetina nelle piazze.
L’unica vera risorsa di Charlie Sparks, il fiore all’occhiello messo in bella mostra sui manifesti, era Mary.

Pubblicizzata come “7 centimetri più alta di Jumbo” (il celeberrimo elefante del circo Barnum), Mary era un pachiderma indiano di cinque tonnellate in grado di suonare diverse melodie soffiando nei corni, e di giocare a baseball come pitcher in una delle più amate routine del suo spettacolo. Mary costituiva la principale fonte di introito per Charlie Sparks, che la adorava per motivi economici ma anche, per così dire, sentimentali: era il solo elemento del suo circo che fosse davvero di classe superiore, il suo appiglio per sognare di entrare nella storia dell’intrattenimento.
E in un certo senso è proprio a causa di Mary se Sparks è ancora oggi ricordato, anche se non nel modo che egli avrebbe sospettato o voluto.

L’11 settembre 1916 Sparks piantò le tende a St. Paul, una cittadina mineraria della Clinch River Valley in Virginia. Fu proprio quel giorno che un addetto delle pulizie presso l’hotel locale, tale Walter “Red” Eldridge, decise che ne aveva abbastanza di spazzare pavimenti, e si unì al circo. Nonostante Red avesse una storia di vagabondaggio alle spalle, e non sapesse evidentemente nulla di elefanti, venne incaricato di guidare i pachidermi durante la parata che Sparks organizzava per le strade della città il pomeriggio prima degli spettacoli.
Il giorno seguente il circo si spostò a Kingsport, Tennessee, dove Mary sfilò tranquilla per la strada principale fino a quando gli elefanti vennero portati verso un fosso ad abbeverarsi. E qui le testimonianze si fanno contraddittorie: quello che sappiamo per certo è che Red inferse a Mary un colpo di bastone di troppo, facendo infuriare la bestia.
L’elefante, imbizzarrito, afferrò il custode novellino con la proboscide e lo lanciò in aria. Quando il corpo atterrò, Mary prese a calpestarlo e infine schiacciò la testa di Red Eldridge con una zampa. “E sangue e cervella e tutto il resto schizzarono ovunque sulla strada“, nelle parole di un testimone.

Charlie Sparks si ritrovò in un attimo nel peggiore degli incubi.
Senza contare la morte di un suo dipendente in una pubblica strada — non esattamente uno spettacolo “morale” e “istruttivo” — il vero problema era che l’intero tour si trovava ora in serio pericolo: quale delle prossime cittadine avrebbe accettato di ospitare un elefante fuori controllo?
La folla domandava a gran voce che l’animale fosse soppresso e Sparks, a malincuore, comprese che se voleva salvare ciò che rimaneva della sua attività, Mary andava sacrificata e, con lei, i suoi personali sogni di grandezza.
Ma uccidere un elefante non è così semplice.

Il primo ovvio tentativo fu fatto sparandole cinque colpi di fucile. I pachidermi però si chiamano così per un buon motivo: la spessa barriera della pelle non lasciava entrare i proiettili in profondità e, nonostante il dolore, Mary non crollò. (D’altronde quando nel 1994 Tyke, un elefante di 3,6 tonnellate, uccise il suo domatore impazzando poi per le strade di Honolulu, ci vollero 86 colpi per fermarlo. Tyke divenne un simbolo delle lotte contro la crudeltà sugli animali nei circhi, anche grazie allo straziante filmato della sua fine).
Qualcuno a quel punto suggerì di provare a eliminare Mary usando l’elettricità, un metodo utilizzato più di dieci anni prima per uccidere l’elefante Topsy a Coney Island. Ma nei paraggi non c’era modo di produrre una quantità di corrente sufficiente all’esecuzione.
Fu deciso dunque che Mary sarebbe stata impiccata.

Il patibolo adeguato a reggere un simile peso si trovava nei cantieri ferroviari della vicina cittadina di Erwin, dove c’era una gru capace di sollevare interi vagoni per posizionarli sulle rotaie.
Charlie Sparks, conscio di essere sul punto di perdere un animale che valeva circa 20.000 dollari, era risoluto a trarre il massimo dalla tragica situazione. Nel brevissimo tempo che occorse per trasferire Mary da Kingsport a Erwin, aveva già trasformato la pubblica esecuzione del suo elefante in un evento.

Il 13 settembre, in un cupo pomeriggio di pioggia e nebbia, una folla di più di 2.500 persone si radunò allo scalo ferroviario. I bambini stavano in prima fila per assistere alla straordinaria impresa.
Mary fu condotta all’improvvisata forca, e incatenata per una zampa alle rotaie mentre gli uomini armeggiavano per passare una catena attorno al suo collo. Fissarono poi la catena alla gru, misero in moto l’argano, e l’impiccagione ebbe inizio.
In teoria il peso del suo corpo avrebbe dovuto spezzarle il collo in breve tempo. Ma l’agonia di Mary era destinata a non essere veloce e indolore: nella concitazione del momento, qualcuno si era dimenticato di liberare la zampa dell’animale, che era ancora legata ai binari.

Quando cominciarono a sollevarla — ricordava una testimone — udii le ossa e i legamenti schioccare nella sua gamba“; gli uomini liberarono in fretta e furia la zampa, ma a quel punto la catena che sospendeva Mary per il collo si ruppe con uno schiocco metallico.

L’elefante crollò a terra e rimase lì seduto, incapace di muoversi perché nella caduta il suo bacino si era rotto.

La folla, ignara che Mary fosse ormai ferita e paralizzata, fu presa dal panico nel vedere l’elefante “assassino” libero da ogni catena. Mentre tutti correvano a nascondersi, uno dei manovali si arrampicò sulla schiena dell’animale e applicò al suo collo una catena più pesante.
La gru ricominciò quindi a sollevare nuovamente l’elefante, e questa volta la catena resse.
Dopo la morte, Mary venne lasciata a penzolare per mezz’ora. Il suo enorme corpo fu poi seppellito in una grande tomba scavata poco più avanti lungo i binari.

L’esecuzione di Mary, e la foto della sua impiccagione, ebbero un largo successo sulla stampa. Ma se pensate che gli articoli dell’epoca raccontassero la strana storia con particolare emozione o partecipazione, vi sbagliate. Per i contemporanei le vicende di Mary erano poco più che una classica bizzarria di provincia.
D’altronde si era abituati a ben altro. Sempre a Erwin, in quegli anni, un uomo di colore era stato bruciato vivo su una pira formata con le traversine della ferrovia.

Oggi gli abitanti di questa tranquilla cittadina del Tennessee sono comprensibilmente stanchi di essere associati a una bizzarra e infelice pagina di storia della loro città — a un episodio peraltro risalente a un secolo fa.
Eppure, ancora adesso, qualche straniero di passaggio rivolge loro la risaputa, sgradevole domanda.
Non è qui che avete impiccato un elefante?

Un approfondito libro sulla storia di Mary è The Day They Hung the Elephant di Charles E. Price. Su Youtube potete trovare un breve documentario intitolato Hanging Over Erwin: The Execution of Big Mary.

Le sorelle Sutherland

1882. Sotto la luce delle lampade a gas, nel sideshow del Barnum & Bailey Circus, si esibirono per la prima volta le Sorelle Sutherland. Erano sette, vestite di bianco, e cantavano in armonia accompagnate al pianoforte, accennando brevi passi di danza di fronte alla folla assiepata sotto il tendone. Per quanto belle fossero le loro voci, nessuno si aspettava il gran finale che le sette donne avevano in serbo: alla conclusione dell’ultimo numero, ecco che si girarono all’unisono, dando le spalle alla platea, e lasciarono cadere le loro chiome. Fino alle spalle… fino alle ginocchia… fino ai piedi… e ancora più giù, nella fossa d’orchestra. Le sette fluenti chiome, in totale, misuravano quasi 12 metri – la più lunga da sola superava i 2 metri e mezzo.
Per un secondo la folla rimase a bocca spalancata, prima di esplodere in un fragoroso applauso.

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Le sorelle Sutherland erano figlie di un vagabondo del Vermont, Fletcher Sutherland, e di sua moglie Mary. Si chiamavano Sarah (nata nel 1851), Victoria (1853), Isabella (1855), Grace (1859), Naomi (1861), Dora (1863), e Mary (1865). Dalla madre Mary, appassionata di musica, le figlie appresero l’arte della melodia; nel 1867 però ella morì, e le ragazzine rimasero a carico del padre. Cresciute in drammatica povertà, evitate dagli abitanti di Cambria, NY, cittadina in cui risiedevano, le sorelle oltre ai rudimenti di bel canto avevano come unica particolarità i loro lunghi e nerissimi capelli. Nel tentativo di sfuggire alla fame, al padre venne l’idea di sfruttare le capigliature delle figlie per farle assumere nel circo più celebre dell’epoca.

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Una volta scritturate, la vita delle sorelle cominciò finalmente ad apparire più rosea. Il loro show era molto apprezzato, ma il vero colpo di genio doveva ancora arrivare.
Nel 1885 Naomi sposò Henry Bailey, il nipote del coproprietario del circo. Seguendo il tipico modo di ragionare, cinico e concreto, di tutti gli impresari, Henry capì che le sorelle nascondevano un potenziale economico straordinario: certo, la musica e il canto andavano bene, ma fra il pubblico c’erano più uomini calvi che melomani.
Così Henry Bailey divenne il manager delle Sutherland e cominciò, alla fine di ogni spettacolo, a pubblicizzare una lozione per capelli. Secondo quanto raccontava, la ricetta segretissima era stata inventata dalla defunta madre delle sorelle, Mary, e stava alla base della miracolosa crescita delle loro chiome: le cascate di capelli delle sette artiste erano la prova vivente dell’efficacia del prodotto. La soluzione, venduta a 50 centesimi la bottiglia, era  composta da 56 per cento di acqua amamelide, 44 per cento acqua di colonia Bay Rum, un pizzico di sale, magnesio, e acido cloridrico.

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La lozione The Seven Sutherland Sisters’ Hair Grower, brevettata nel 1890, si rivelò da subito un clamoroso successo, tanto che la gamma dei prodotti per capelli delle sorelle Sutherland si ampliò fino ad includere detergenti per il cuoio capelluto, pozioni antiforfora e tinture, tutti pubblicizzati da estenuanti tour che annunciavano, con la consueta fantasia, The Niagara of Curls, “il Niagara di ricci”.

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Nel giro di quattro anni furono vendute due milioni e mezzo di bottiglie, per un fatturato di oltre tre milioni di dollari. Le sorelle Sutherland si ritrovarono di colpo ricche sfondate.
Ritornarono nella loro cittadina natale in pompa magna, e costruirono un’enorme villa in stile vittoriano proprio dove si trovava un tempo la povera e fatiscente baracca del padre. Le sette stanze da letto della nuova casa erano tutte equipaggiate con acqua corrente e sfarzosi bagni in marmo. Il grande serbatoio sul tetto che consentiva questo lusso veniva riempito quotidianamente dagli operai.
Erano finiti i tempi in cui le sorelle venivano evitate come la peste: ora che tutti facevano la corte a queste donne (e alla fortuna che avevano accumulato), esse cominciarono a prendersi qualche rivincita mantenendo orgogliosamente le distanze e ostentando comportamenti eccentrici. I loro cagnolini avevano guardaroba estivi e invernali, e quando uno di questi cuccioli moriva, le sorelle celebravano principeschi funerali con tanto di necrologi sul giornale locale. I cavalli della loro carrozza erano ferrati in oro. Alle cene di gala, non mancavano mai gli spettacoli di fuochi d’artificio.
Ma questo periodo di fastosa spensieratezza non era destinato a durare, perché una serie di sfortune e tragedie attendevano le sorelle Sutherland.

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Naomi Sutherland (1861 – 1893)

Per prima morì Naomi, moglie di Henry Bailey. Le sorelle accarezzarono l’idea di costruire un mausoleo da 30.000 dollari, ma il progetto venne abbandonato e infine il corpo di Naomi, dopo essere rimasto nella villa per alcune settimane, venne sepolto nel lotto di famiglia senza nemmeno una lapide.

Fra i vari cercatori di fortuna attirati dal patrimonio milionario delle Sutherland vi era anche Fredrick Castlemaine, un bellimbusto di 27 anni dal fascino irresistibile. Si pensava che ci fosse del tenero fra lui e Dora, ma Fredrick colse tutti di sorpresa sposando Isabella, di 40 anni. Quanto a bizzarrie, anche questo nuovo membro della famiglia non scherzava: pare che il suo passatempo preferito fosse sedersi sul portico della villa e sparare alle ruote dei carri che passavano; pagava poi laute somme di denaro ai contadini inferociti, per calmare la loro comprensibile rabbia.
Dipendente da oppio e morfina, Fredrick si tolse la vita nel 1897, mentre accompagnava le sorelle in una tournée promozionale.

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Isabella Sutherland (1855 – 1914)

Isabella portò a casa il corpo del marito, e lo depose nella stanza della musica dove venne rinchiuso in una bara con il coperchio di vetro: le sorelle si recavano giornalmente a rendere visita al cadavere, e improvvisavano piccoli spettacolini in cui cantavano all’unisono le canzoni preferite di Fredrick.
Passate diverse settimane, il dipartimento della sanità fu costretto a intervenire, e impose alle sorelle di seppellire il corpo. Fredrick venne inumato in un enorme mausoleo di granito, costato 10.000 dollari; ogni notte Isabella prendeva una lanterna e camminava per tre miglia fino al cimitero, per comunicare con il defunto marito.

Dopo due anni di lutto, Isabella cadde nuovamente nel mirino di un approfittatore. Si trattava questa volta di Alonzo Swain, di 16 anni più giovane di lei. Swain fomentò litigi e attriti fra Isabella e le altre sorelle, e infine riuscì a convincerla a lasciare la casa, vendere la sua parte di azioni dell’impresa di famiglia, e investirle in una nuova lozione che avrebbe fatto concorrenza alla famosa The Seven Sutherlands; ma questa avventura commerciale fallì miseramente. Alonzo scomparve, e Isabella morì in miseria.

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Victoria Sutherland (1853 – 1902)

Evidentemente la vicenda di Isabella non bastò come esempio: Victoria a quasi 50 anni sposò un ragazzo di soli 19 anni. Le altre sorelle, indignate dal suo comportamento, le tolsero la parola fino a quando non fu sul letto di morte.

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Mary Sutherland (1865 – 1939)

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Sarah Sutherland (1851 – 1919)

Che fosse causata dal passaggio dall’estrema povertà ai fasti della ricchezza, oppure da una tara di famiglia, la follia cominciò in ogni caso a serpeggiare sempre più insistentemente fra le sorelle. Mary Sutherland doveva perfino essere rinchiusa nella sua stanza per lunghi periodi, a causa di violenti attacchi psicotici.

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Dora “Kitty” Sutherland (1863 – 1926)

Anche la fortuna della celebre lozione per capelli stava tramontando: con l’avvento, negli anni ’20, delle acconciature femminili corte, l’interesse per le pozioni Sutherland svanì di colpo. Nel 1926, le tre sorelle rimaste (Mary, Grace e Dora) si recarono ad Hollywood per partecipare alla realizzazione di un film tratto dalle loro vite. Mentre si trovavano là, Dora restò uccisa in un incidente automobilistico. Il film fu annullato.

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Grace Sutherland (1859 – 1946)

Mary e Grace, ridotte sul lastrico, finirono i loro giorni nella stessa povertà che avevano conosciuto da bambine. Vendettero la villa, e morirono dimenticate da tutti. Pochi anni dopo che l’ultima delle sorelle Sutherland era stata sepolta, la grande casa prese fuoco, e non ne rimase altro che un cumulo di macerie fumanti.

La memoria della loro strana e tragica vicenda, però, non si spense in quel rogo: oggi, nelle aste online, una bottiglia di vetro contenente il coltivatore di capelli The Seven Sutherlands è quotata intorno ai 250 dollari.

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(Grazie, AlmaCattleya!)

Scheletri viventi

Il circo è sempre stato interessato ai limiti del corpo umano: dagli acrobati, agli equilibristi, ai contorsionisti, ai mangiatori di spade e via dicendo, le imprese eroiche e spettacolari degli artisti circensi impressionano proprio perché il corpo viene portato oltre i confini delle sue normali capacità. Allo stesso modo, in quelle colorate e pittoresche baracconate che erano i freakshow, il corpo mostrava invece l’aspetto oscuro e osceno della sua fantasia. Ma anche qui, per colpire l’immaginario del pubblico, l’esibizione della deformità passava per gli estremi – nani e giganti, donne obese e uomini magrissimi.

Questi ultimi, in particolare, venivano chiamati living skeletons, “scheletri viventi”, e costituivano uno dei numeri classici di ogni freakshow. Già da qualche secolo i medici riportavano nei testi scientifici i rari casi di magrezza estrema; ma fu Isaac Sprague, nato nel 1841, che decise per primo di esibirsi di fronte ad un pubblico come scheletro vivente.

Fino all’età di dodici anni Isaac era stato un ragazzino normale; poi, a causa di qualche disfunzione mai chiarita, cominciò a perdere peso rapidamente. In poco tempo il profilo dello scheletro si affacciò alla superficie della sua pelle, la sua massa muscolare si restrinse all’inverosimile e di conseguenza Isaac divenne così debole da non potersi più permettere di lavorare né con il padre ciabattino, né come garzone all’emporio locale. Aveva un costante bisogno di nutrimento per affrontare la giornata e recuperare quel minimo di energia sufficiente a tenerlo cosciente: portava al collo una borraccia riempita di latte e zucchero dalla quale beveva ogni volta che sentiva le forze abbandonarlo.
La sua magrezza estrema attirava lo sguardo e i commenti velenosi dei passanti, ed Isaac si era rassegnato a vivere sopportando tutto questo. Era alto un metro e settanta, e pesava meno di 20 chili.

Un giorno però, nel 1865, Isaac volle farsi un giro al luna park, e lì venne notato da uno dei promoter che gli offrì di esibirsi. Sulle prime Isaac rifiutò, ma in breve tempo si fece strada in lui una riflessione più razionale. Lavorare, non poteva; la gente avrebbe comunque e sempre guardato con repulsione e curiosità il suo corpo – e allora tanto valeva che pagassero per farlo.

La scelta di Isaac Sprague di unirsi al luna park itinerante fu quella giusta: esibendosi come “scheletro vivente” nel giro di una manciata di mesi la sua popolarità crebbe talmente che venne provinato da P. T. Barnum in persona, e assunto per la cifra davvero notevole di 80 dollari a settimana. La sua fortuna fu breve: quando l’American Museum di Barnum prese fuoco per la seconda volta nel 1868, Isaac riuscì a sfuggire all’incendio per puro miracolo, magra e sparuta ombra di ossa e pelle che correva con sforzi inimmaginabili fra le fiamme. Dopo la brutta esperienza Sprague lasciò il mondo del freakshow per un po’; si sposò, ebbe tre figli di robusta costituzione, scrisse perfino un’autobiografia. Ritornato con il circo a causa di problemi finanziari, dovuti forse anche alla sua passione per il gioco d’azzardo, morì in povertà il 5 gennaio del 1887.

Un altro celebre scheletro vivente era Dominique Castagna, francese nato in Borgogna, a Saligny, nel 1869. La sua storia però è ben più triste di quella di Sprague.

Se Isaac poteva, nella sfortuna, almeno vantare un volto di bell’aspetto, Dominique aveva una faccia che pochi avrebbero definito attraente: il naso schiacciato e gli occhi bulbosi e sporgenti davano al suo viso un aspetto contorto e innaturale. All’età di due anni il suo corpo smise di svilupparsi normalmente, e da bambino crebbe emaciato e pallido. A dodici anni Castagna era alto 1 metro e 40 e pesava 22 chili: i concittadini lo evitavano per il suo aspetto macilento che scambiavano per qualche malattia mortale o contagiosa, e a sua volta lui imparò ad evitare la gente, vivendo secluso in casa, solitario ed introverso.

La storia racconta che Castagna, una volta adulto, trovò un lavoro d’ufficio a Monaco, l’unico impiego che il suo corpo fragile gli permetteva di assumere. Si dice che un suo collega che lavorava nello stesso ufficio, un certo Cruzel, lo convinse a tentare la strada del sideshow, e Dominique si decise a vincere una volta per tutte la sua timidezza: salì per la prima volta sul palcoscenico nel 1896 a Marsiglia. Ebbe un immediato successo.

Così Castagna e Cruzel divennero soci. Cruzel, in qualità di suo manager, gestiva gli ingaggi e fu lui ad inventare il nome d’arte vincente per Castagna: The Mummy, la mummia. Negli anni che seguirono fra i due nacque e si cementò un’amicizia vera, forse l’unica che Dominique avesse mai avuto. Per la prima volta in vita sua c’era qualcuno che non si mostrava disgustato dal suo aspetto, che non lo giudicava ma che anzi condivideva con lui la faticosa vita nomade e lo sosteneva con affetto nelle difficili esibizioni, quando Dominique era costretto a sopportare gli sguardi del pubblico, da solo sul palco.

Ma tutto ha una fine. Cruzel si innamorò di una donna; possiamo soltanto immaginare quanto questa novità possa aver riempito di angoscia e dolore Castagna, all’idea di rimanere ancora una volta da solo. Le sue paure, infine, si concretizzarono: Cruzel lasciò lo show business e si sposò.
Dominique Castagna decise che non voleva sopportare oltre una vita di solitudine, e si sparò nel 1905 in una camera d’hotel a Liegi, in Belgio.

Il giorno in cui piansero i clown

Era una calda giornata, il 6 luglio del 1944 nella cittadina di Hartford, Connecticut. Era anche un giorno di festa per migliaia di adulti e bambini, diretti verso il tendone di uno dei circhi più grandi del mondo, il Ringling Bros. e Barnum & Bailey. Se la folla era sorridente e pronta a rimpinzarsi di popcorn e zucchero filato, sul volto di alcuni dei lavoratori del circo si leggeva invece una leggera ombra di inquietudine. Erano arrivati con il treno due giorni prima, ma a causa di un ritardo non avevano fatto in tempo ad alzare subito i tendoni per lo show: avevano dovuto perdere un giorno, e per i circensi scaramantici saltare uno spettacolo era un cattivo segno, portava sfortuna. Ma tutto sommato, il tempo e l’affluenza della gente facevano ben sperare; e nessuno poteva immaginare che quella giornata sarebbe stata teatro di uno dei maggiori disastri della storia degli Stati Uniti e ricordata come “il giorno in cui piansero i clown”.

Lo spettacolo cominciò senza intoppi. A venti minuti dall’inizio, mentre si esibivano i Great Wallendas, una famiglia di trapezisti ed equilibristi, il capo dell’orchestra Merle Evans notò che una piccola fiamma stava bruciando un pezzetto di tendone. Disse immediatamente ai suoi orchestrali di intonare Stars And Stripes Forever, il pezzo musicale che serviva da segnale d’emergenza segreto per tutti i lavoratori del circo. Il presentatore cercò di avvertire il pubblico di dirigersi, senza panico, verso l’uscita, ma il microfono smise di funzionare e nessuno lo sentì.

Nel giro di pochi minuti si scatenò l’inferno. Il tendone del circo era infatti stato impermeabilizzato, come si usava allora, con paraffina e kerosene, e il fuoco avvampò a una velocità spaventosa: la paraffina, sciogliendosi, cominciò a cadere come una pioggia infuocata sulla gente. Due delle uscite erano inoltre bloccate dai tunnel muniti di grate che venivano utilizzati per far entrare e uscire gli animali dalla scena. L’isteria s’impadronì della folla, c’era chi lanciava i bambini oltre il recinto, come fossero bambolotti, nel tentativo di salvarli; in molti saltavano giù dalle scalinate cercando di strisciare sotto il tendone, ma rimanevano schiacciati dagli altri che saltavano dopo di loro – li avrebbero trovati carbonizzati anche in strati di tre persone, le une sopra le altre. Altri riuscirono a scappare, ma rientrarono poco dopo per cercare i familiari; altri ancora non fecero altro che correre in tondo, intorno alla pista, alla ricerca dei propri cari. Dopo otto minuti di terrore, il tendone in fiamme crollò sulle centinaia di persone ancora bloccate all’interno, seppellendole sotto quintali di ferro incandescente.

Ufficialmente almeno 168 persone morirono nel disastroso incendio e oltre 700 vennero ferite: ma i numeri reali sono probabilmente molto più alti, perché secondo alcuni studiosi il calore sarebbe stato talemente elevato da incenerire completamente alcuni corpi; e, fra i feriti, molti altri furono visti aggirarsi giorni dopo in stato di shock, senza essere stati soccorsi.

Fra coloro che persero la vita nell’incendio di Hartford vi furono diversi bambini, ma la più celebre fu la misteriosa “Little Miss 1565” (così soprannominata dal numero assegnatole dall’obitorio): una bella bambina bionda di circa sei anni, il cui corpo non venne mai reclamato, e sulla cui identità si è speculato fino ad oggi. Fra biglietti anonimi lasciati sulla sua tomba (“Sarah Graham is her Name!“) e investigatori che dichiarano di aver scoperto tutta la verità sulla sua famiglia, la piccola senza nome rimane una delle immagini iconiche di quella strage.

Così come iconica è senza dubbio la fotografia che ritrae Emmett Kelly, un pagliaccio, mentre disperato porta un secchio d’acqua verso il tendone in fiamme.

Secondo alcuni il motivo dell’incendio sarebbe stata una sigaretta buttata distrattamente da qualcuno del pubblico addosso al “big top”; secondo altre teorie il fuoco sarebbe stato doloso. Ma, nonostante un piromane avesse confessato, sei anni dopo, di aver appiccato l’incendio, non vi furono mai abbastanza prove a sostegno di questa ipotesi. Fra accuse, battaglie legali per i danni, confusioni e misteri, il disastro di Hartford è un incidente che ci affascina ancora oggi, forse perché la tragedia ha colpito uno dei simboli del divertimento e dell’arte popolare. Quel giorno che doveva essere lieto e felice per molte persone divenne in pochi istanti un luogo di morte e desolazione. La magia del circo, si sa, è quella di riuscire, per il tempo d’uno spettacolo, a farci tornare bambini. E non c’è niente di peggio, per il bambino che è in noi, che vedere un pagliaccio che piange.

Ecco un sito interamente dedicato al disastro di Hartford; e la pagina Wikipedia (in inglese).

Schlitzie

Fra tutti i freaks, pochi sono stati amati come Schlitzie. Chi l’ha conosciuto lo descrive come un raggio di sole, un folletto del buonumore, un individuo meraviglioso capace di intenerire anche il cuore più granitico, e a cui era impossibile non affezionarsi.

Le sue origini sono ancora oggi ammantate di mistero. Secondo alcuni il suo vero nome sarebbe stato Simon Metz, ma non si sa con precisione quando sia nato (la data più probabile è il 10 settembre 1901), né chi fossero i suoi genitori; molto probabilmente lo vendettero a qualche sideshow già in tenera età. Schlitzie – questo il suo nome d’arte – era affetto da microcefalia, un’alterazione genetica che comporta una circonferenza cranica di molto inferiore al normale. Il cervello, così costretto, non può svilupparsi pienamente e possono insorgere diversi impedimenti cognitivi e psicomotori, a seconda della gravità. Nel mondo dello spettacolo circense, in cui fin dall’Ottocento venivano esibiti, gli individui microcefali venivano usualmente chiamati pinheads (“teste a spillo”). Nei sideshow, i pinhead erano presentati come “anelli evolutivi mancanti” (fra la scimmia e l’uomo), “meraviglie azteche”, “esseri da un altro pianeta” o anche in spettacoli chiamati più semplicemente “Che cos’è?”.

Schlitzie questi fantasiosi appellativi se li passò tutti durante la sua sfolgorante carriera con i più grandi circhi del mondo. Spesso presentato come una donna in virtù delle ampie tuniche che gli facevano indossare (in realtà per mascherare la sua incontinenza), all’apertura del sipario lasciava tutti a bocca aperta per il suo aspetto; eppure bastavano pochi minuti perché il pubblico mettesse da parte ogni timore e si sciogliesse in fragorosi applausi. Le folle lo adoravano, ma mai come i suoi colleghi. Schlitzie aveva, dicevano, il cervello di un bambino di tre o quattro anni: parlava a monosillabi, non poteva badare a se stesso, eppure forse era più intelligente di quanto si pensasse, vista la sua capacità di imitare le persone e la sua incredibile velocità di reazione. Mentre si aggirava fra le carrozze e le tende dei circhi sembrava uno spiritello sempre allegro, gioioso, che non vedeva l’ora di ballare davanti a qualcuno pur di attirare l’attenzione su di sé.

Negli anni ’30 i maggiori circhi se lo contendevano: Schlitzie si esibì per i Ringling Bros., al Barnum & Bailey Circus, e poi al Clyde Beatty Circus, al Tom Mix Circus, ai West Coast Shows… e la lista sarebbe ancora molto lunga. Anche il cinema lo corteggiò: apparve nel classico Freaks (1932) di Tod Browning, e in Island Of Lost Souls (1933) di E.C. Kenton con Charles Laughton e Bela Lugosi. Dal 1936 Schlitzie fu legalmente affidato a George Surtees, un allevatore di scimpanzé per il Circo Tom Mix; Surtees divenne il padre amorevole e premuroso che Schlitzie non aveva mai avuto, prendendosi cura di lui fino alla sua morte. Ed è proprio con la dipartita di questo “angelo custode”, avvenuta negli anni ’60, che cominciano i veri problemi per Schlitzie: la figlia di Surtees, infatti, non ne vuole sapere di tenerlo in casa e preferisce affidarlo a una clinica.

Per molto tempo non si seppe più nulla del pinhead più celebre del mondo, finché un giorno il mangiatore di spade Bill Unks, che alla fine della stagione teatrale lavorava come infermiere, lo riconobbe in un reparto della clinica in cui prestava servizio. Schlitzie era tristissimo, depresso e soprattutto ammalato di solitudine. Gli mancavano i suoi amici, gli mancavano gli spettacoli, gli applausi, gli mancava il sideshow. Così Bill Unks riuscì a convincere le autorità che farlo ritornare ad esibirsi sarebbe stato essenziale per la sua salute.

Schlitzie rientrò con grande entusiasmo nel sideshow, e praticamente vi rimase per il resto della sua vita. La famiglia del circo e dello spettacolo lo riempì di cure ed affetto e infine comperò per lui un appartamento a Los Angeles dove visse i suoi ultimi anni – dando da mangiare ai piccioni, meravigliandosi per qualsiasi piccolo aspetto della vita, da un fiore a un minuscolo insetto e danzando per chiunque si fermasse a parlargli. Morì nel 1971, all’età di 71 anni, ma ancora eterno bambino; oggi la sua figura, fra le icone più riconoscibili, continua ad ispirare artisti di tutto il mondo.

Il Gigante di Cardiff

In quel tempo c’erano sulla terra i giganti,
e ci furono anche di poi,
quando i figliuoli di Dio si accostarono
alle figliuole degli uomini,
e queste fecero loro de’ figliuoli.
(Genesi, 6:4)

Era il 1868. Il tabaccaio George Hull era ateo, e non sopportava quei cristiani fondamentalisti che prendevano la Bibbia alla lettera. Così, dopo un’ennesima discussione esasperante con un suo concittadino convinto che nelle Sacre Scritture non vi potesse essere alcuna metafora, Hull decise che si sarebbe preso gioco di tutti i creduloni, e forse ci avrebbe anche fatto qualche soldo. Si preparò quindi a mettere in piedi quella che sarebbe stata ricordata in seguito come la “più grande burla della storia americana”.

George Hull acquistò un terreno ricco di gesso nello Iowa, e fece estrarre un grosso blocco di pietra squadrata. Con enormi difficoltà, riuscì a far spostare l’ingombrante fardello fino alla ferrovia, dichiarando che serviva per un monumento commissionatogli a Washington. Ma il blocco di gesso venne invece spedito a Chicago, a casa di Edwin Burkhardt, uno scultore di lapidi e busti funerari. Hull l’aveva infatti convinto a lavorare in segreto, con la promessa di un lauto pagamento, alla scultura che aveva in mente. Lo stesso George Hull fece da modello per quella strana statua di quattro metri e mezzo, e quando l’opera fu completa i due passarono sul gesso acidi, mordenti e agenti macchianti per “invecchiare” la scultura. Riuscirono addirittura a ricreare quelli che avrebbero dovuto essere scambiati per i pori della pelle.

Hull tornò quindi con il suo “gigante” a New York, dove lo seppellì dietro il fienile del suo amico e complice William “Stub” Newell.  Lasciarono passare un anno e poi, con la scusa che serviva un nuovo pozzo, pagarono una ditta di scavi per cominciare i lavori. Gli operai, ovviamente ignari, scoprirono l’incredibile statua, e già il pomeriggio seguente Hull e Newell avevano eretto una tenda attorno alla “tomba del gigante pietrificato” e chiedevano ai visitatori 25 centesimi per poter ammirare quella meraviglia. Cominciò un immenso passaparola, e il prezzo di entrata raddoppiò in poco tempo a 50 centesimi – una cifra altissima per l’epoca.

Il gigante di Cardiff divenne l’argomento dell’anno: politici, accademici e religiosi ne discutevano con fervore, e le teorie più assurde vennero proposte per spiegare l’enigma. Secondo alcuni il gigante era un missionario gesuita del 1500, secondo altri un indiano irochese Onondaga, ma per la maggioranza, come aveva sperato Hull, il gigante era la dimostrazione inconfutabile che ciò che era scritto nella Bibbia non era soltanto una verità spirituale, ma anche storica. Nemmeno la lettera, proveniente da Chicago, di uno sconosciuto scultore tedesco che affermava di aver preso parte alla beffa, convinse nessuno: erano certamente i vaneggiamenti di un pazzo. Un geologo dichiarò: “il gigante ha il marchio del tempo stampato su ogni arto e fattezza, in un modo e con una precisione che nessun uomo può imitare”.

Il gigante di Cardiff, cominciato come un costoso ed elaborato scherzo, stava diventando un business enorme: venne spostato a Syracuse, dove il prezzo del biglietto salì fino a 1 dollaro – più o meno 60 euro di oggi.

E qui entra in scena il geniale P. T. Barnum. Come sempre, appena fiutava odore di affari, il più grande showman di tutta l’America non si faceva scrupoli. Barnum offrì a Hull 50.000$ per portare in tour il gigante per tre mesi, ma Hull rifiutò. Barnum però non era certo tipo da darsi per vinto: riuscì a corrompere una guardia, e di notte fece intrufolare nella tenda un suo artigiano, che eseguì un calco in cera del gigante. Tornato a New York, ricavò dal calco in cera una copia in gesso, del tutto identica alla statua di Hull, per esporla nel suo museo.

Adesso c’erano quindi in giro ben due giganti! Cominciò una battaglia tragicomica, senza esclusione di colpi. Barnum dichiarò che il suo gigante era l’originale, che aveva comprato da Hull, e che quello di Hull era un falso. Hull denunciò Barnum per diffamazione. In tribunale, Hull ammise che il gigante era una burla, e la corte decise che Barnum non poteva essere ritenuto colpevole di aver dichiarato che il gigante di Hull era un falso, dato che lo era. Durante la disputa, un collaboratore di Hull pronunciò la celebre frase There’s a sucker born every minute (“Ogni minuto nasce un nuovo babbeo”), che sarebbe poi stata erroneamente attribuita a Barnum, e che riassume perfettamente una certa filosofia dello show-business.

E infatti i “babbei” non si fecero attendere. Il processo, paradossalmente, riaccese la curiosità del pubblico per “la grande burla del gigante di Cardiff”, e la folla ricominciò a pagare per vedere non più uno, ma due giganti, che su strade separate continuarono la loro carriera per molti anni, fruttando una fortuna sia a Hull che a Barnum. Se vi interessa sono ancora visibili. L’originale è esposto al Farmer’s Museum a Cooperstown, New York, mentre è possibile ammirare la copia di Barnum al Marvin’s Marvelous Mechanical Museum di Detroit. Ed entrambi valgono il prezzo del biglietto… se siete dei babbei.

Sculture tassidermiche – III

Concludiamo qui la nostra serie di post sulla scultura tassidermica.

Partiamo subito da una delle artiste più controverse, Katinka Simonese, conosciuta con il nome d’arte di Tinkebell. Artista provocatoria, Katinka cerca di mettere davanti ai nostri occhi i punti ciechi della nostra società moderna. Per fare un esempio, milioni di polli maschi sono uccisi ogni giorno (spesso vengono gettati con forza contro un muro del pollaio); ma se Katinka replica la stessa azione in pubblico, viene arrestata. Allo stesso modo, l’artista ha trasformato il suo stesso gatto in una borsa in pelliccia double-face che può essere rivoltata per diventare un cagnolino. Per denunciare il fatto che il nostro “amore” per i cuccioli domestici è diventato uno status symbol, un commercio bell’e buono, più che un vero affetto per gli animali.

Nella stessa lunghezza d’onda, Tinkebell ha trasformato un cagnolino in carillon, suggerendo l’idea che nella nostra società consumistica gli animali rivestano il ruolo di oggetti, e che quindi possiamo modificarli a piacere, a seconda dei nostri bisogni. Senza dubbio le sue opere portano a riflettere sul ruolo che riserviamo oggi agli animali, utilizzati come veri e propri prodotti.

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Cai Guo Qiang ha esposto il suo lavoro in una mostra, intitolata I Want to Believe, al Guggenheim Museum a New York: la mostra include il suo spettacolare pezzo chiamato Head On, che mostra 90 lupi imbalsamati sospesi in un arco che rovinano collassando contro un muro di vetro.

Ma Cai Guo ha anche esposto tigri seviziate, trafitte da mille frecce, per insinuare nello spettatore quella pietà che latita nella vita di ogni giorno, mostrando queste fiere come vittime sacrificali per le quali non possiamo che sentirci colpevoli.

Simile per concetto, Claire Morgan utilizza la tassidermia in maniera squisitamente astratta. Le sue belve sono un imponente memento mori che ci ricorda che ogni nostro piacere, anche quello più estetico, deriva dalla morte di qualche altro essere.

Passiamo ora a un artista differente, che modella ibridi fantastici a partire da tessuti organici. Si tratta di Juan Cabana, che riprendendo l’antica arte dell’imbalsamazione delle chimere crea straordinari esemplari di esseri mitologici, come ad esempio le sirene. È naturale, guardando le sue opere, ripensare alle Sirene delle Fiji ospitate dai musei di Phineas Barnum.

Sempre in tema di chimere, concludiamo questo excursus fra gli artisti tassidermici con Kate Clark, scultrice degna di nota, che ibrida tecniche tassidermiche con artifici scultorici più tradizionali. Le sue opere mostrano esemplari impagliati dotati di volti umani, quasi a farci riflettere sull’intima identità che ci lega al mondo animale. Possiamo così vederci, nelle sue sculture, come prede di caccia e vittime venatorie. Per ricordare che fra noi e gli animali non c’è poi tutta questa differenza.

Per finire, vorremmo segnalarvi alcuni siti di altri artisti tassidermici che, per motivi di spazio, non abbiamo potuto trattare.

Maurizio Cattelan – artista italiano controverso ed estremo, che ha utilizzato in alcune opere esemplari tassidermici.

Julia deVille – artista che unisce l’alta moda alla fascinazione per il memento mori.

Thomas Grunfeld – creatore di chimere.

The Idiots – collettivo artistico che ibrida la tecnologia con la tassidermia.

Francesco Lentini

Francesco Lentini nacque nel 1889 a Rosolini, in provincia di Siracusa. I suoi genitori avevano altri 11 figli, e quando rifiutarono di riconoscere Francesco, di certo non pensavano che sarebbe divenuto una celebrità mondiale con nomi d’arte del calibro di “meraviglia delle meraviglie”, “la sfida della natura”, ecc.

I Lentini avevano avuto, in realtà, 12 figli e mezzo: Francesco infatti inglobava nel suo corpo anche le vestigia di un gemello siamese parassita (cioè non completamente sviluppato). Aveva tre gambe, due apparati genitali, e un piede rudimentale formatosi sul ginocchio della terza gamba. Quindi, facendo un rapido calcolo, Francesco poteva vantare tre gambe, quattro piedi, sedici dita dei piedi, e due aree genitali funzionanti. I medici che lo esaminarono decisero che operarlo sarebbe stato rischioso, perché il gemello parassita era collegato alla spina dorsale, e la rimozione poteva risultare in una paralisi degli arti inferiori.

Dopo essere stato ripudiato dai genitori, Francesco venne cresciuto da una zia, che ad un certo punto decise di affidarlo a una clinica per persone disabili. Lì il piccolo Lentini venne a contatto con bambini ciechi, sordi e con altri problemi motori molto più gravi dei suoi, e cominciò ad accettare la sua terza gamba, che aveva odiato fino ad allora. Imparò non soltanto a camminare, ma a correre, saltare la corda, andare in bicicletta e addirittura pattinare sul ghiaccio. La sua esperienza alla casa di recupero fu decisiva nel fornirgli la motivazione per lottare e vivere, come avrebbe dichiarato più tardi.

All’età di nove anni, Lentini emigrò negli Stati Uniti, dove iniziò la sua sfolgorante carriera nei sideshow americani: prima con i Ringling Bros., poi con il circo di Barnum & Bailey, poi ancora a Coney Island, e infine con lo show di Buffalo Bill. A 30 anni ottenne la cittadinanza americana. I suoi spettacoli affascinavano il pubblico per via del suo senso dell’umorismo e della sua signorilità. Aveva inoltre uno stupefacente controllo sulla sua appendice “extra”, con cui poteva calciare una palla, oppure su cui si sedeva come se fosse uno sgabello. Le sue gambe erano tutte di lunghezza differente. “Anche con tre gambe, non ne ho manco un paio”, scherzava.

La sua personalità affascinante conquistò infine una giovane ragazza, Theresa Murray, e Lentini la sposò. Ebbero quattro figli di sana costituzione. Lentini continuò ad esibirsi fino alla morte, sopravvenuta nel 1966 (morto a 77 anni, Lentini è il più longevo uomo con tre gambe della storia). La sua carriera durò più di quarant’anni, e contribuì al successo dei maggiori circhi e sideshow d’America. Francesco era talmente rispettato per la sua affabilità che nel circuito era spesso soprannominato semplicemente “il Re”.

Finte meraviglie

Sulla strada del meraviglioso, non è tutto oro ciò che luccica. Dai mostri più stupefacenti, agli spettacoli circensi più mirabolanti, gli imbonitori hanno sempre saputo sfruttare i “falsi” creati ad arte per raggirare e abbindolare i creduloni.

Già all’inizio del 1500 erano diffusi i Jenny Haniver: si trattava di cadaveri rinsecchiti di sirene o di fate dei fondali marini, esseri fantastici e inquietantemente umani nell’aspetto, nonostante avessero tutte le caratteristiche di un pesce.

In realtà erano dei falsi creati a partire da un tipo di razza, o dal pesce chitarra, che veniva tagliato, arricciato, ricucito ed essiccato per assumere sembianze antropomorfe. Si tratta di uno dei primi esempi di tassidermia “creativa”. L’etimologia del nomignolo “Jenny Haniver” è controversa (pare che derivi dai pescatori di Anversa, che potrebbero aver iniziato la tradizione di costruire e vendere questi falsi); fatto sta che ancora oggi in alcuni negozi turistici di mare si possono trovare questi souvenir particolari. La cosa davvero incredibile, però, è che ancora in tempi recenti c’è chi continua a cascarci: nel 2006 il Giornale di Brescia segnalò un Jenny Haniver come un possibile cadavere di extraterreste!

Sulla stessa linea, la Sirena delle Fiji, qui sopra, è divenuta un vero e proprio classico – diciamo la regina dei “sideshow gaffs“, ovvero dei falsi esposti come curiosità all’interno dei Luna Park americani a cavallo fra l’800 e il ‘900. I primi “cadaveri” di sirene erano già un must delle wunderkammer rinascimentali, ma l’idea di esibirle all’interno dei sideshow si deve, manco a dirlo, all’incredibile inventiva e fiuto del “Santo Patrono degli imbonitori”, Phineas T. Barnum. Presentate come mummie di veri ibridi uomo-pesce, divennero ben presto un pezzo fisso e irrinunciabile delle fiere itineranti americane, e vengono prodotte ancora oggi con tecniche miste (scultoree e tassidermiche).

Più tardi, alcuni sideshow progettarono un sistema più “realistico” per esibire le Sirene delle Fiji: non si trattava più di pupazzetti mummificati, ma di un complesso sistema di specchi che permetteva di proiettare l’immagine di un’attrice all’interno di un acquario. Si racconta l’aneddoto di una di queste “sirene” che sbadatamente cominciò a fumare una sigaretta – nonostante fosse “sott’acqua” – provocando le ire degli spettatori.

Lo stesso Barnum portò a livelli scientifici una prassi comune nei Luna Park dell’epoca: far passare per freaks delle persone normalissime, in modo da rimpinguare le fila delle “meraviglie umane” esibite all’interno del freakshow. Già a una prima occhiata avrete indovinato che il gentiluomo qui sopra, Pasqual Pinon, portava una improbabile faccia posticcia sulla parrucca, piuttosto che essere davvero “il Messicano a Due Teste”. Allo stesso modo, la “meraviglia a tre occhi” aveva un occhio finto incollato alla fronte, i “gemelli siamesi Adolph e Rudolph” si esibivano legati alla vita (uno dei due aveva le gambe atrofizzate e minuscole, e le nascondeva nei pantaloni dell’altro), le sorelle Milton erano tutt’altro che siamesi. Queste ultime, in particolare, scioccavano gli spettatori inscenando una violenta lite e “separandosi” in diretta, uscendo poi stizzite dai due lati del palcoscenico.

Per un impresario circense dell’epoca, arrivare a scritturare un albino non era abbastanza. Occorreva trasformarlo in qualcosa di ancora più fantastico e meraviglioso. Doveva diventare “l’ultimo Atlantideo”, il “Re dei Ghiacci”, o “l’Uomo di Marte”. Ma c’è una figura ancora più emblematica di questa verve inventiva nel presentare come abnorme e curioso qualcosa che in verità era molto meno affascinante.

Il geek era un’attrazione che normalmente apriva il freakshow. Veniva presentato talvolta come “anello mancante” tra l’uomo e l’animale, o come “ragazzo selvaggio”, o più semplicemente come un essere bestiale senza capacità di parola – una sorta di mostro vorace e famelico. All’interno di una gabbia, o di un’arena circolare, il geek grugniva e sbavava in modo animalesco, mentre gli venivano lanciati dei polli vivi (più raramente, serpenti). Il “mostro” li rincorreva a quattro zampe finché, afferratone uno, gli strappava la testa con un morso e la inghiottiva. Lo spettacolo era violento e turbava non poco gli spettatori: spesso le signore svenivano alla vista dell’inumana abiezione di quell’essere. In realtà si trattava di un attore, molto spesso un senzatetto alcolista che inscenava questa recita pur di rimediare qualche bottiglia di whiskey. Oggi il termine è stato preso a prestito dagli amanti della tecnologia (che si definiscono geek in contrapposizione a nerd, che ha una connotazione negativa).

Ma forse il primo premio nelle finte meraviglie inventate per raggirare gli spettatori va nuovamente a P. T. Barnum. Non contento di esibire 500.000 curiosità, vere e finte, provenienti dai quattro angoli del pianeta, egli escogitò forse la bufala delle bufale: un’attrazione che non esiste!

Nel suo museo, appena entrati, gli spettatori vedevano un cartello con la scritta “THIS WAY TO EGRESS”. Nessuno sapeva cosa fosse questo misterioso Egress, ma di sicuro suonava come una meraviglia inedita, così tutti si affrettavano in quella direzione. Peccato che “egress” fosse un termine arcaico per “uscita”. Così, poco dopo essere entrati, gli spettatori si trovavano fuori dal museo e, se volevano rientrare, erano costretti a pagare un altro quarto di dollaro…

It’s only show biz!